La svolta a destra che, all’indomani del delitto Matteotti, Benito Mussolini dovette imprimere alla sua attività politica fu mitigata e delle volte completamente stravolta in diversi modi durante il regime. La creazione dello stato sociale e l’allontanamento dalle potenze atlantiche furono solo la punta di un iceberg molto più vasto e particolareggiato. Il tentativo di attrazione del vecchio mondo socialista alla corte del Duce non venne mai meno, in tanti risposero all’appello lanciato da Mussolini e uno su tutti spicca per importanza, dato il suo passato, e data la centralità della sua attività in seno al regime. Il nome di Nicola Bombacci si accompagna sempre agli squilli più acuti e rivoluzionari della politica fascista. Dal riconoscimento politico dell’URSS, alla socializzazione delle imprese, passando per l’autarchia è sempre ben visibile il suo zampino. Nei fasti o nella polvere, fino alle estreme conseguenze fu quel cuore rosso che gli eventi e certi ambienti genovesi non permisero di far sviluppare, in toto, nel petto del fascismo. Per comprendere appieno l’importanza dell’attività politica, “legislativa” e giornalistica del nostro è indispensabile porre la nostra attenzione sulla sua corrispondenza privata e i suoi discorsi, apparsi negli anni, sulla rivista da lui diretta: “La Verità” o pronunciati in veste di deputato dai banchi di Montecitorio.
“Una terra particolarmente fertile per le passioni politiche, soprattutto quelle estreme, che comunque, come è stato scritto, non riescono (se vere) a coinvolgere i fatti privati”Con queste sintetiche e riuscitissime righe, si racconta già tanto di Nicola Bombacci e della sua vita, quest’ultima, del resto, fu l’archetipo più riuscito dello spirito romagnolo. Originario della provincia di Forlì, Nicola mosse i primi passi della sua vita politica tra le varie sezioni socialiste della sua terra. Forlì, Cesena e soprattutto Modena. Proprio qui, durante la prima guerra mondiale, ebbe il suo trampolino di lancio politico, divenendo il leader indiscusso del socialismo locale, tanto che lo stesso Mussolini (che lo conosceva fin dal 1906, quando entrambi erano maestri di scuola) lo definì “il Kaiser di Modena”. Nel luglio 1917, Bombacci venne nominato membro della Direzione e vicesegretario del Partito Socialista Italiano (PSI), affiancò il segretario Costantino Lazzari nella redazione delle famose circolari dirette alle sezioni del partito e il direttore del periodico socialista Giacinto Menotti Serrati nell’opera di conquista del movimento operaio da parte della corrente socialista massimalista.
Fondatore, nell’autunno dello stesso anno, della Frazione comunista insieme ad Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga, Egidio Gennari e Antonio Graziadei, al XVII Congresso Nazionale del PSI (Livorno, 15-21 gennaio 1921) optò decisamente per la scissione, e fu uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia, nel quale divenne membro del Comitato Centrale. Se, come detto prima, durante il biennio rosso Bombacci fu il personaggio di riferimento della sinistra italiana, da ora in poi possiamo cominciare a vedere la sua parabola discendente e la sua quasi totale emarginazione dalla vita politica italiana. Di fatti anche se agli occhi dell’opinione pubblica, il nostro, rimaneva l’uomo forte della sinistra, all’interno del PCd’I. Bombacci fu subito messo all’angolo; pesava sulla sua persona l’incapacità di trasportare nella nuova creatura politica la maggioranza del PSI e la troppa vicinanza agli ambienti rivoluzionari di “destra” come quello dannunziano che aveva cominciato un avvicinamento a sinistra grazie all’intendimento tra Bombacci stesso e il capitano Giulietti, il potentissimo rappresentante del sindacato dei lavoratori del mare. Se a questo si somma la differenza tra il suo modo di intendere la politica con quello dei compagni che avevano deciso di seguirlo nel PCd’I si capiscono la confusione e le difficoltà per stilare un programma politico degno di tale nome.
“Il partito comunista italiano non si rende conto del pericolo fascista e si pasce di illusioni rivoluzionarie”A questo punto un Bombacci sfiduciato e sempre più emarginato in patria cercò appoggio a Mosca tra i personaggi più in vista del Comintern, primo fra tutti il presidente di quest’ultimo: Zinov’ev. Con una lettera consegnategli a mano Bombacci esprime tutto il suo rammarico personale per non essere riuscito ad unificare la sinistra italiana in una sola anima e denuncia il settarismo degli altri dirigenti comunisti, la lettera troverà molti consensi a Mosca, essa rispecchiava infatti l’idea che i dirigenti bolscevichi si erano fatti della reale situazione italiana e che l’unico modo per non perdere definitivamente il poco ascendente, rimasto, sulle folle italiane era proprio seguire l’idea “entrista” di Bombacci, che consigliava di aderire ai sindacati nazionali fascisti per tentare di “imporre dall’interno” la volontà del proletariato.
Siamo arrivati al 1923 e in questo periodo l’URSS cercava di ristabilire normali contatti diplomatici e commerciali con le altre potenze europee e di infrangere il “cordone sanitario” che la strozzava. L’Italia, non ancora fascista ma sicuramente molto meno filo inglese con Mussolini al governo, non era del tutto disinteressata ad accaparrarsi contratti commerciali per il grano russo a prezzi di favore e questo Mosca l’aveva capito; ragion per cui, quest’ultima, sfruttò il suo uomo italiano più fidato per una incredibile quanto mai spregiudicata azione diplomatica. L’amicizia tra Mussolini e Bombacci, coltivata tra i banchi di scuola, sedi del PSI romagnolo e balere di paese era nota ai più e anche il governo russo ne volle approfittare. Come era prevedibile, al loro ritorno da Mosca, i dirigenti italiani trovarono la P.S. ad attenderli e finirono direttamente in carcere, tutti tranne Bombacci che all’indomani si presentò alla camera dei deputati nello sconcerto generale.
“L’Italia ritiene che sia giunta l’ora di considerare nella loro attuale realtà i nostri rapporti con la Russia. Noi prescindiamo dalle sue condizioni interne nelle quali, come Governo, non intendiamo entrare come non ammettiamo interventi stranei nelle nostre cose, siamo quindi disposti a esaminare la possibilità di una soluzione definitiva”Seguì un brusio confuso fin quando non si alzò per parlare l’onorevole Bombacci. Dopo aver apprezzato il preambolo del presidente del consiglio, il deputato comunista cominciò la sua requisitoria e più che parlare all’aula sembrava proprio che parlasse con Mussolini stesso:
“Non vorrei, signor presidente, che fra gli stessi componenti del suo governo vi fosse qualcuno non favorevole alla ripresa dei rapporti con la Russia…”Mussolini reagì spazientito:
“Onorevole Bombacci, si risparmi le insinuazioni. Il mio governo è compatto. Siamo tutti favorevoli al trattato”Rispose Bombacci:
“Proprio tutti, signor presidente? Me lo auguro di cuore! Vuol dire che qualcuno si è convertito all’ultimo momento, compreso il collega Federzoni…”Luigi Federzoni, ministro delle Colonie, sentendosi chiamato in causa protestò indignato. Per nulla intimidito Bombacci riprese il filo del discorso rivelando di essere perfettamente a conoscenza non solo dei negoziati italiani, ma anche di quelli che stavano portando avanti Inghilterra e Stati Uniti. Egli sottolineò l’interesse che tutto l’occidente nutriva per le materie prime russe, materie prime di cui l’Italia aveva urgente bisogno per non dipendere più dai paesi anglosassoni.
“Per difendere la nostra economia e liberarla dalla schiavitù delle grandi compagnie estere, io, signor presidente invito a concludere al più presto il trattato con la Russia”Ma lo interruppe Mussolini.
“Per fare un trattato, bisogna essere in due”Disse poi Bombacci:
“Anche se non posso parlare a nome della Russia, io posso assicurale che l’altro contraente non aspetta che il suo invito”Proseguendo nel suo discorso, Il deputato comunista, continuò ad accusare il governo di non essere unito sulla decisione in merito e portò anche le prove di questo:
“Lei sa, signor presidente, che proprio la settimana scorsa a Mosca sono state presentate delle precise condizioni per concludere il trattato? Io temo che non lo sappia. Io temo che lei non venga informato con soverchia sollecitudine. Io temo che l’Italia non abbia le mani libere per trattare”Un Mussolini risentito replicò con un laconico:
“Le mie mani sono liberissime”Ma era visibilmente imbarazzato. Infatti le indagini da lui subito ordinate dimostrarono che il telegramma di Mosca contenente le condizioni cui si riferiva Bombacci era stato nascosto sotto una pila di documenti da chi intendeva sabotare le trattative. A questo punto, tutta l’aula pendeva dalle sue labbra, si capiva perfettamente che parlava con cognizione di causa e a nome dei russi stessi, continuò elencando i vantaggi che l’Italia avrebbe avuto da una firma del genere e si spinse anche oltre. Cominciò, infatti, prima a paragonare le due rivoluzioni, quella fascista da una parte e quella comunista dall’altra, per arrivare a propugnare il loro incontro finale. Concluse, infatti, il suo discorso con questa frase:
“La Russia è su un piano rivoluzionario: se avete, come dite, una mentalità rivoluzionaria, non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza tra i due paesi”Appena ebbe finito di parlare Bombacci, Mussolini prese la parola per dare l’intenzione di voto della maggioranza ed evitando di abboccare all’amo politico lanciato con la seconda parte del discorso, fece lo stesso contento il suo vecchio compagno di partito.
“Il problema deve essere posto in questi termini di schietta e, oserei dire, brutale utilità nazionale. E’ utile per l’Italia, per l’economia italiana, per l’espansione italiana, per il benessere del popolo italiano, è utile il riconoscimento de jure della repubblica russa? Io rispondo di sì”
Se per ora è ancora protetto da Lenin e Zinov’ev, non sarà così dopo la morte di questi ultimi due, la sua futura espulsione dal partito (1927) insieme al mutamento delle vicende politiche con l’avvento di Stalin in URSS lo convinceranno sempre di più a cercare quell’improbabile convergenza tra il “vero” comunismo e il “vero” fascismo. Un’ossessione che segnerà indelebilmente, da ora in avanti, tutta la sua vita. L’avvicinamento al fascismo di Nicola Bombacci fu molto graduale. Certamente influirono sulla sua evoluzione politica le realizzazioni del regime che, scrisse:
“Sorpassano ogni programma e postulato del socialismo”Gli anni, dunque, che vanno dal 31’ al 36’ sono stati fondamentali per l’indubbia mutazione (almeno esteriore) politica di Bombacci. D’altra parte, i traguardi raggiunti del regime in quegli anni sono stati veramente sorprendenti. La costituzione dell’INPS e dell’INAIL che creavano insieme un sistema pensionistico totalmente riformato, la liquidazione della mafia a opera di Cesare Mori, la riorganizzazione del sistema scolastico, le opere per la maternità e l’infanzia non potevano non colpire favorevolmente chi aveva a cuore il benessere sociale. Grande impressione suscitò soprattutto in Bombacci l’approvazione della Carta del lavoro che affidava alle corporazioni, definite “organizzazioni unitarie delle forze produttive”, il compito di coordinare e disciplinare tutti gli aspetti della produzione.
“Duce, compio questo atto con tutta coscienza e al di fuori del sentimento di gratitudine che mi lega a Voi. La mia decisione è dettata dalla sicura e sincera convinzione che mi sono venuto formando, esaminando obbiettivamente i fatti storici più salienti di questo ultimo ventennio: guerra mondiale, rivoluzione russa, rivoluzione fascista, fallimento delle socialdemocrazie al potere. Oggi sento di poter affermare, scrivere e sostenere in contraddittorio, ovunque e con sicurezza, che voi siete l’interprete felice e fedele di un ordine nuovo, politico ed economico che nasce e si sviluppa col decadere del capitalismo e con la morte della socialdemocrazia. Voi avete primo e solo intuita questa verità. In vero l’intuizione delle grandi ore storiche, dei cicli rivoluzionari, è dono che la natura riserva in ogni secolo all’uomo prescelto per farlo poi maestro e duce degli altri che, come me anche quando non mancano del senso della passione politica e dei requisiti richiesti per una dedizione completa all’ideale, possono soltanto abbracciare, diffondere, realizzare l’idea vista dal genio dell’uomo eletto. Tale è il rapporto che io riconosco fra voi e noi. So che solo oggi 1933, XII del regime io vedo questa verità, ma la vedo in pieno e sinceramente. Forse il mio spirito legato profondamente al mio passato ha atteso, per manifestarsi, che la via da voi tracciata superasse i confini e l’idea divenisse universale. Io non cerco di indagare nella mia psiche, so soltanto che sento prepotente il bisogno, il dovere di dirvi che sarò orgoglioso di unirmi, se a voi piace, a coloro che già marciano al vostro fianco. Sento che nella Corporazione, sotto la vostra guida, sotto la guida dello Stato fascista totalitario, è soltanto possibile trovare in questa fase storica quell’armonia necessaria al progresso civile e al benessere della società. La mia decisione è ponderata, ferma e cosciente. Il vostro ultimo grande discorso (si riferisce a quello sullo stato corporativo) ha soltanto fatto scattare il mio sentimento che mi ha suggerito questo mezzo per non tacere più a voi il mio pensiero e la mia volontà. Sono da oggi a vostra disposizione, felice di servire la causa”Mussolini ritenne poco opportuno fare pubblicità alla lettera, ma certamente la gradì. Da quel 17 novembre 1933, data del timbro postale, i rapporti di polizia, infatti, sono pieni di allusioni a incontri e scambi epistolari tra i due. Mussolini e Bombacci tornarono, dunque, a collaborare, ponendo al centro delle loro discussioni orali o scritte che siano, temi sia di politica che di economia. Ciò risulta molto evidente da una lettera del 6 luglio 1934 in cui Bombacci prospetta al capo del governo italiano un piano per il raggiungimento dell’autosufficienza produttiva ed economica dell’Italia:
“Da molto tempo, rilevando la crescente ipersensibilità della politica economica e finanziaria di tutti i paesi in rapporto allo scambio delle merci fra Stato e Stato, ho maturato un’idea di facile realizzazione soprattutto perché non richiede la creazione di nuovi organismi burocratici. Un centro agile e dinamico deve persuadere produttori, importatori e commercianti di trovare fra loro la via migliore, quando sia possibile, per sostituire il prodotto estero con quello Nazionale. Questo centro identificherà gli articoli e le merci che vengono importate per conoscere: A) luogo di provenienza, qualità, quantità e prezzo; B) la ditta importatrice (questo punto è importante: il commercio è in parte considerevole in mano agli ebrei che hanno più degli altri un concetto del commercio non sempre concordante con la politica economica, corporativa e nazionale). Bisogna Stabilire in modo certo se l’articolo importato è voluto e ricercato dal consumatore, o serve soltanto a una maggiore speculazione dell’importatore. Bisogna controllare se l’articolo importato è anche di produzione nazionale. Bisogna mettere in rapporto prezzo e qualità e accertarsi se, occorrendo, l’industria nazionale sia in grado di migliorare e adeguare prezzo e qualità col prodotto estero qualora venisse assicurata una maggiore richiesta dal mercato nazionale. Fatta così la base, bisogna dimostrare agli importatori e ai commercianti che aiutando il lavoro e l’industria nazionale faranno anche il loro personale interesse. Bisogna dimostrare agli industriali che migliorando il prodotto e con l’appoggio del governo, i loro articoli saranno favoriti rispetto a quelli esteri. Bisogna dare alle categorie interessate un’educazione economica corporativa per convincerle che faranno anche il loro interesse (non si deve dimenticare che la quasi totalità dei commercianti ha nel sangue e nel cervello l’economia liberale). Bisognerà poi dire alle categorie interessate, in maniera chiara, che se verrà a mancare la loro collaborazione, lo Stato fascista corporativo dovrà ricorrere a mezzi autoritari per regolare il commercio estero in rapporto alla vita nazionale”
Le scontate rimostranze della vecchia Italia liberale e degli industriali non ebbero la forza di far naufragare il progetto, e per Bombacci furono, anzi, un ulteriore motivo per sentirsi vicino al fascismo e a Mussolini, tanto da farlo arrivare a sperare in un suo rientro nella politica attiva. Come abbiamo potuto vedere il rapporto di amicizia e collaborazione tra Bombacci e Mussolini nei primi anni trenta subì una notevole accelerazione, ma rimaneva ancora qualcosa di privato, mancando ancora la consacrazione pubblica. E’ facile capire che per Mussolini non doveva essere semplice riabilitare un personaggio così scomodo, la destra del partito aveva ancora nelle orecchie la canzoncina delle squadracce del 1921:
“Con la barba di Bombacci/ ci farem gli spazzolini/ per lucidare le scarpe/ di Benito Mussolini”Neanche il Duce poteva, da un giorno all’altro, cancellare quindici anni di propaganda anticomunista con un sol colpo. L’occasione propizia per una riabilitazione tout-court del personaggio si presentò durante gli anni della conquista etiopica e le conseguenti sanzioni della Società delle Nazioni. Il regime, di fatti, riuscì benissimo a portare a proprio vantaggio il diniego di Francia e Inghilterra alla conquista dell’agognato “posto al sole” per l’Italia. Il regime non si fece scappare l’occasione e cercò quindi di stringere intorno a sé tutti quegli strati della società ancora distanti e a lui contrari. Fu facile passare da attaccante ad attaccato e la quasi totalità della popolazione italiana si schierò a fianco dell’impresa abissina e del regime. Bombacci non si fece scappare l’occasione e sempre con una lettera, datata 21 dicembre 1935, chiese a Mussolini il permesso di servire la “causa”:
“…pronto ad attendere con più serena impazienza un vostro ordine che mi chiami a dare la mia modesta, ma devota ed entusiasta, opera, ad una delle tante attività del regime. Amerei poter parlare agli operai, ai contadini per dire loro in grande semplicità tutta la mia ammirazione per Voi e per l’opera Vostra. Amerei scrivere, firmando, ciò che io penso dell’azione malvagia e stupida del vecchio mondo internazionale. Sono in ogni modo a vostra completa disposizione”
“… certo sul finire di questo mese si avrà un’idea più chiara, se cioè dopo la liquidazione del conflitto tedesco-polacco è possibile una pace con tutti. Io sono tuttavia molto pessimista! L’Inghilterra non può ritirarsi senza sentirsi moralmente e politicamente vinta. E allora? La guerra sarà lunga e totalitaria. Neppure i neutri con l’andare del tempo potranno restare tali. Ma attendiamo i fatti!… Ma io penso che l’Italia, se la guerra si estenderà, l’intervento non lo farà che nella prossima primavera …”Buon profeta sui tempi d’intervento in guerra dell’Italia, Bombacci tornò sul tema con maggior ottimismo nella lettera del 4 novembre:
“… il mio indirizzo è chiarissimo. Pace ma con giustizia. Gli inglesi hanno razziato per quattro secoli in tutto il mondo, è tempo che si decidano a restituire una parte del bottino. Bisogna preparare lo spirito dei popoli a riconoscere questa realtà. L’Inghilterra non è più invincibile. Bisogna abbatterla, moralmente e forse non ci sarà bisogno di abbatterla militarmente perché verrà essa stessa incontro alla pace con giustizia che noi vogliamo …”
“… gli stessi farisei che durante le sanzioni e la guerra di Spagna, a Ginevra, a Londra e a Parigi avevano fatto lega con i bolscevichi per abbattere il fascismo … il loro furore antibolscevico non nasce dall’odio contro Mosca, o dal pericolo di vedere i soviety straripare nella Polonia cattolica, nei Balcani o nella vecchia Europa centro-occidentale; ma dalla incontenibile paura di vedere il III Reich, in forza dell’accordo con lo Stato, e non col regime sovietico, uscire vittorioso nella guerra voluta dai fautori di Versaglia … l’antibolscevismo di Londra e di Parigi e di tutti i corifei della demo-plutocrazia internazionale, è soltanto in funzione antigermanica …”E’ facile immaginare la levata di scudi da parte della destra del PNF di fronte a parole del genere, che se non riabilitavano il regime staliniano di certo tornavano a dare dignità rivoluzionaria allo Stato bolscevico grazie alla ritrovata vicinanza di schieramento in una funzione anticapitalista. Questa volta, però, non ci fu tempo per le polemiche: lo scoppio delle ostilità tra Germania (cui si affiancherà immediatamente l’Italia) e Unione Sovietica, nel giugno 1941, porrà fine alle speranze e alle illusioni che erano state alimentate negli animi della redazione romana. Dalle pagine della “Verità” del 30 giugno, Bombacci superò il normale imbarazzo dovuto ad un così repentino capovolgimento di fronte, ammettendo che le sue speranze erano più fondate su “un impulso umano e soggettivo” che non su “un esame sereno ed obiettivo degli uomini e della realtà bolscevica”, che avevano indotto il suo spirito, “sovente tremendamente inquieto e ribelle a tanta illusione”, a ipotizzare una magica metamorfosi del lupo in agnello, mentre in realtà la stessa adesione di Mosca al patto di amicizia con la Germania nascondeva soltanto un’insidia e un inganno.
“Dobbiamo combattere su due fronti: il fronte esterno per conquistare palmo a palmo, in duri scontri col nemico, il diritto del nostro popolo ad una vita più degna secondo il grado di civiltà e le possibilità produttive da esso raggiunte; il fronte interno ove un pugno di miserabili egoisti e di traditori tenta, coscientemente o meno non importa, di rendere vano questo titanico sforzo di rinascita o spera di volgerne i risultati a suo esclusivo profitto”Tutti questi stralci dell’attività giornalistica del nostro sono pagine indispensabili per comprendere in maniera definitiva quale fosse, dunque, il compito della “Verità” nel creare parallelismi tra il fascismo e i suoi nemici attraverso concetti e postulati appetibili ad un pubblico ancora non indottrinato o perlomeno sospettoso rispetto al fascismo; un “cavallo di Troia” a cui venne affidato il compito di riportare in seno al regime il più alto numero possibile di vecchi socialisti e non. Un progetto che sopravvisse alle continue rimostranze della parte reazionaria del fascismo, ai tentativi di discredito dell’opposizione più intransigente ma non di certo agli sconvolgimenti politici a cui la nazione andò incontro nell’estate del 1943. L’ultimo numero della “Verità” è del giugno ’43; un Bombacci conscio del reale andamento delle operazioni belliche e dell’importante congiuntura politica che si stava per venire a creare, scriveva:
“E’ dunque questa un’ora storica grave e risolutiva per noi italiani: o vincere, ed assicurarci per sempre il nostro avvenire di Grande Nazione nell’ambito del nuovo ordine europeo, fecondo di giustizia e di lavoro, o piegare la schiena e lo spirito al potere schiavista di un’egemonia perfida e plutocratica della gente di razza giudaica e di lingua inglese …”E ancora:
“Torniamo alle origini, non per distruggere quello che abbiamo fatto, ma per purificare quello che non era puro”
L’arresto di Mussolini, l’armistizio, la fuga del re, lasciarono basita l’intera popolazione italiana, salvo che per pochi “lungimiranti” lo sconcerto fu generale e totalizzante. Del resto è difficile trovare nella storia dell’uomo una situazione politico-militare simile con cui magari fare dei raffronti. Gli eventi, in quei mesi convulsi, si susseguirono in rapida successione e già il 12 settembre 1943 Mussolini fu liberato dai tedeschi dalla sua prigione di Campo Imperatore, dopo neanche due mesi di prigionia. Trasportato velocemente in Germania dove lo attendeva Hitler per pianificare il futuro dell’Italia (almeno di quella ancora sotto il controllo delle forze dell’Asse), già il 18 settembre da Radio Monaco annunciava alla popolazione italiana la necessità di:
“Annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro, finalmente, il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato”Sul finire di settembre Mussolini tornerà in Italia, prima in Romagna dalla sua famiglia e successivamente sulle rive del lago di Garda nella località di Gargnano dove stabilì il suo quartier generale. Il Duce tornava quindi alla ribalta? Riafferrava il potere? Non è facile rispondere a domande del genere, le sfumature su questo argomento sono miriadi e possono facilmente farci cadere in errore. Non si può comunque non constatare un radicale cambiamento dell’uomo in senso stretto. Quello che ci si pone dinnanzi è un Mussolini sicuramente molto ridimensionato nel suo ego, un uomo, oramai, conscio dei suoi limiti e molto più propenso agli amarcord che ad affrontare la situazione attuale e futura. A dispetto di quelle che erano le apparizioni pubbliche (del resto molto più rade e sporadiche di prima) in cui cercava di continuare a mostrarsi l’uomo sicuro e forte di sempre, il Duce si chiuse sempre di più in una sorta di ritiro politico e “spirituale” in cui l’unico vero argomento che sembrasse scuoterlo era l’economia. Non più le beghe di partito, l’andamento della guerra o i rapporti con l’alleato, ma l’economia applicata alla vita reale del popolo, quella che oggi chiameremmo economia reale. Affermava infatti:
“L’attuale governo assumerà un carattere, se non socialista, sociale. La borghesia ha tradito o si è dimostrata assai più sconoscente dei lavoratori. Noi abbiamo un’industria artificiosa e una banca del pari artificiosa; tutto ciò si è sostenuto per vent’anni con i miliardi del governo; ed allora tanto vale socializzare queste imprese e cioè in pratica porle sotto il diretto controllo dello stato”
Ma andiamo con ordine e torniamo a Bombacci. L’ex deputato nel frattempo non si mosse mai da Roma e non ebbe contatto alcuno con Mussolini. Il suo tacere non è di certo da intendere come un disinteresse nei confronti della situazione politica italiana, ma è sicuramente da imputare alla ricerca di una fattiva possibilità di intervenire in quest’ultima. La paura di trovarsi di nuovo ad essere il capo espiatorio delle guerre intestine del partito fascista non doveva essere dopotutto molto piacevole. L’11 ottobre 1943, si decise infine a rompere gli indugi tramite una lettera indirizzata al Duce stesso:
“Duce, come già scrissi in “Verità” nel novembre scorso – avendo avuto una prima impressione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di voi – SONO OGGI PIU’ DI IERI TOTALMENTE CON VOI. Il lurido tradimento re-Badoglio che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l’Italia, vi ha però liberato da tutti i compromessi pluto-monarchici del ’22. Oggi la strada è libera e a mio giudizio si può percorrere sino al traguardo socialista. Pregiudiziale: la vittoria delle armi. Ma per assicurare la vittoria bisogna avere l’adesione della massa operaia. Come? Con fatti decisivi e radicali nel settore economico-produttivo e sindacale. Al ministro Buffarini ho accennato una mia idea. Volete? Sempre ai vostri ordini con lo stesso affetto di trent’anni fa”Mussolini non rimase, di certo, sorpreso di fronte a queste parole (forse si domandava addirittura quando sarebbero giunte) e attraverso il suo segretario personale dell’epoca Giovanni Dolfin fece sapere a Bombacci che la sua presenza sulle rive del Garda era cosa più che accetta. Il 26 gennaio del 1944 Bombacci si presentò, dunque, all’udienza concessagli da Mussolini. Bombacci non ebbe mai un incarico ufficiale nella RSI, gli fu concesso un ufficio, a Maderno, alle dipendenze del ministero degli interni, da dove lavorò ai vari progetti che di volta in volta concordava con Mussolini. Primo fra tutti quello di stilare i punti del manifesto di Verona inerenti l’economia.
“9 – In Materia Sociale: base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.La mano di Bombacci è più che riscontrabile in parecchi dei punti riportati, ma quello che sicuramente lo rappresenta di più è il dodicesimo: l’ultimo appena riportato in evidenza. Queste ultime parole sono significative del grado rivoluzionario a cui il fascismo repubblicano era arrivato. “Partecipazione agli utili stessi da parte dei lavoratori”, ovvero allargamento e divisione della proprietà privata tra capitale e lavoro, poiché “base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione” Un progetto che non si può che definire rivoluzionario e che fu tramutato in legge pochi mesi dopo grazie al decreto legislativo del Duce del 12 febbraio 1944 n.375.
10 – La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa non deve però diventare disintegrartice della personalità fisica e morale d’altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
11 – Nell’economia nazionale tutto ciò che per dimensioni o funzioni esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo, appartiene alla sfera d’azione che è propria dello Stato. I pubblici servizi e, di regola, le fabbricazioni belliche debbono essere gestiti dallo Stato per mezzo d’Enti parastatali.
12 – In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente – attraverso una conoscenza diretta della gestione – all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con un’estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di Fabbrica, in altre sostituendo i Consigli d’Amministrazione con consigli di gestione composti di tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato. In altre ancora, in forma di cooperative parasindacali”
“Una mossa propagandistica per accogliere simpatie proletarie attorno alla repubblica; una vendetta simbolica, per far capire che il fascismo è stato sconfitto per il sabotaggio degli industriali, che ora punisce con la socializzazione; un ricatto al governo del sud, alla monarchia, agli alleati che stavano vincendo la guerra; uno sfogo ai fascisti diciannovisti, alla sinistra fascista e al popolo tutto che tanto aveva aspettato … la socializzazione di Salò nasce morta, ma anche a prenderla per quello che è stata, pura volontà testamentaria o, se si preferisce, ultima preghiera per i defunti è difficile non cogliervi ciò che sta dietro di memorie, di tradizione, di mitologia e che è presente in Mussolini e nel suo fascismo, dal principio alla fine”La socializzazione fu probabilmente varata, come scritto da Bocca, per svariate motivazioni, ma è allo stesso tempo indubbio che con questo ultimo colpo di coda, il fascismo tentò di riempire il territorio dell’Italia del nord di “Mine sociali”, che a guerra ultimata (e persa) avrebbero reso, lo stesso, la vita difficile al nuovo governo dei vincitori. Le masse, questa volta, avrebbero avuto in mano uno strumento innovativo e funzionante per liberarsi dal gioco capitalista.
“Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre… Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno… Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito … ma ora Mussolini si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario…”
“E’ buffo”, avrebbe detto poco prima, come parlando a sé stesso, “la storia poi si chiederà: come mai in quegli ultimi momenti c’era con lui Bombacci, quel vecchio socialista?” E si rispondeva: “Sai, era romagnolo anche lui … erano stati a scuola insieme …”Mussolini e Bombacci si separarono a Menaggio. Gli avvenimenti di quelle ultime ore sono troppo convulsi perché possa darsi credito a diverse e spesso poco plausibili ricostruzioni. Si sa invece con sicurezza che l’atto finale della sua vicenda umana e politica si concluse sul lungolago di Dongo. Nel pomeriggio del 28 aprile 1945, davanti al plotone di esecuzione, accanto a Mezzasoma, Liverani, Pavolini, Porta, Zerbino, Barracu, Nudi, Gatti, Romano, Daquanno, Coppola, Calistri, Casalinuovo e Utinperghe, Bombacci attese con estrema compostezza la scarica che lo avrebbe ucciso. Le sue ultime parole: “Viva l’Italia, Viva il socialismo!”, rappresentano l’estremo atto di fede nell’ideale che aveva costantemente segnato e colorato la sua esistenza.
TRATTO DA:
http://www.lintellettualedissidente.it/homines/nicola-bombacci/








