martedì 28 luglio 2015

INSIEME A MUSSOLINI PER LA CIVILTÀ DEL LAVORO NICOLA BOMBACCI IL COMUNISTA "VATE" DELLA SOCIALIZZAZIONE


Bruno De Padova
    
   A Genova, nella dominante piazza De Ferrari, allorché il 2° conflitto mondiale in Europa volgeva ormai alla tragica conclusione deliberata a Yalta da J. Stalin, F. D. Roosvelt e W. Churchill che imponeva al "vecchio Continente" la sua assoggettazione alla della plutocrazia anglo-statunitense e al servaggio delle mistificazioni del marxismo (quindi, la sottomissione alle false ordalie che vollero l’eccidio di Giulino di Mezz’egra e di Dongo sino all’autentico "male assoluto" di piazzale Loreto a Milano) per abbattere il più avanzato progetto d’equilibrio civile e sociale approntato dal Fascismo a tutela dei diritti dell’Uomo anche mediante l’effettiva collaborazione tra gli imprenditori e ogni altra categoria di produttori, il 15 marzo 1945 quell’eccezionale oratore vivificato da Nicola Bombacci illustrò ad una folla di oltre tremila persone (una moltitudine – in quei momenti tormentati dai bombardamenti nemici – composta principalmente dagli operai delle industrie navali del principale porto dell’Italia settentrionale insieme a quelli delle fabbriche siderurgiche e meccaniche delle delegazioni popolari di Sampierdarena, di Cornigliano, di Sestri Ponente, di Pegli e di Voltri, nonché della Valbisagno e della Valpolcevera) il significato d’intensa volontà di salvaguardia per ogni lavoratore rappresentato – nell’ambito della legislatura del Lavoro – dal Decreto Legge sulla Socializzazione delle imprese, emanato dal governo della Repubblica Sociale Italiana il 12 febbraio 1944, che il ministro dell’Econimia corporativa ing. AngeloTarchi, coadiuvato dal sottosegretario Prof. Manlio Sargenti, s’impegnarono a renderla ovunque operante affinché le maestranze del territorio nazionale, non ancora invaso dalle armate multicolore degli USA e d’Albione, potessero beneficiare nei rispettivi redditi occupazionali per tale provvedimento e, nel contempo, constatare la negatività della demagogia usata dai massoni e dagli altri opportunisti della burocrazia (i peggiori versipelle, sempre in auge per il loro servilismo!) i quali – prima del 25 luglio 1943 – congelarono l’istituzione corporativa in una cronica condizione d’inefficienza e le funzioni della confederazione dei Sindacati di categoria in attività secondarie, di deprecabile rabberciamento.

   Nicola Bombacci, affascinante nella sua eloquenza, quel 15 marzo si rivolse ai produttori genovesi dicendo, tra l’altro: "Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre…".
   Poi aggiunse: "Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione (quella dell’Ottobre rosso del 1917 in Russia), credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno…" e, spiegando i motivi della sua adesione alla RSI, aggiunse: "Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito… ma ora Mussolini si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario…".

   Nel contempo, tra lo stupore di tutti per quel linguaggio senza indugi, l’operaio metallurgico Paolo Carretta – presente col pubblico – salì spontaneamente sul palco e volle testimoniare della sua esperienza drammatica di comunista esule nell’URSS staliniana, fatto che consentì a Bombacci di esortare i liguri al riscatto dell’Onore nazionale dopo il tradimento dei Savoia, di Badoglio e dei massoni, ma anche tutti a partecipare attivamente alla formazione dei consigli di gestione nelle aziende perché si trattava di "Conquiste che, comunque vada, non devono andare perdute" onde galvanizzare la socializzazione in fase di compimento, dato che "Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché, tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…".
   E’ lo scrittore Arrigo Petacco che, nel volume "Il Comunista in camicia nera/ N. Bombacci tra Lenin e Mussolini" (ediz. Mondadori, 1996), evidenzia – a conferma di quanto segnalarono il 16.3.1945 i cronisti dei quotidiani genovesi "Il Secolo XIX" e "Il Lavoro" – come quello fu di tale romagnolo (nacque a Civitella – provincia di Forlì – il 24.10.1879) il migliore discorso pronunciato durante la RSI dinanzi alle maestranze delle più importanti fabbriche di Lombardia, Piemonte, Emilia, Veneto ecc., tra le quali le aziende editoriali Mondadori, Garzanti, "Corriere della Sera", "La Stampa", non dimenticando che in quei momenti il corso della socializzazione pervenne alla FIAT, alla Venchi Unica e alla "Gazzetta del Popolo". Inoltre, alla Dalmine – nonostante le incalzanti minacce dei comunisti tra le maestranze – gli operai votarono per il consiglio di gestione il 7 aprile e, dei 3253 elettori, vi furono 2272 votanti, con 1765 schede valide, 957 nulle e 531 di astenuti.

   Al decreto legislativo in materia (quello del 12.2.1944) non furono risparmiate le critiche di sindacalisti, di economisti e di imprenditori, ma in merito il Prof Sargenti precisò che il provvedimento in questione – così vigorosamente sostenuto da Bombacci e da Carlo Silvestri – fu una "legge-quadro", destinata a mutare ogni perfezionamento necessario, specie in attesa che la Carta Costituzionale della RSI (elaborata dal ministro Carlo Alberto Bigini) venisse sottoposta a referendum popolare, consultazione che, garantita dallo stesso Mussolini, doveva venire effettuata non appena si sarebbe concluso il conflitto imperversante in Italia unitamente alla "guerra civile", fomentata, finanziata e armata dagli invasori anglo-statunitensi e della plutocrazia. 
   Nel dopoguerra, successivamente all’assassinio di Nicola Bombacci, avvenuto sul lungo lago lariano di Dongo il 28 aprile 1945 assieme a quello di altre quattordici personalità della RSI e del Partito Fascista Repubblicano che avevano seguito Mussolini (trucidato a Giulino di Mezzagra con Claretta Setacci) nel tragico itinerario – come lo indicò con precisione Giorgio Pini – verso il "ridotto alpino" della Valtellina, è stato lo studioso Salvatore Francia che nell’opera "L’altro volto della Repubblica Sociale Italiana" (ediz. Barbarossa, 1988) documenta l’equilibrio e l’azione di sviluppo vantaggioso della produzione maturato già all’inizio dell’applicazione del D.L. del febb. 1944, dimostrando altresì con l’intervista in extremis concessa dal capo della RSI a G.G. Cabella nel palazzo della Prefettura (20.4.1945) che il Duce, con tale colloquio-testamento, indicava l’esigenza urgente di un "piano di socializzazione mondiale" rammentando nel contempo con quanta fiducia il rivoluzionario Civitella (definito dopo la sollevazione bolscevica nella Russia zarista il "Lenin di Romagna") credeva in tale realizzazione politica ed economica per la pace sulla Terra. Lo confermò anche Giovanni Dolfin – segretario particolare del capo della RSI a Gargnano – nello scritto "Con Mussolini nella tragedia" (ediz. Garzanti, 1949 – pag. 118) indicando che, alla vigilia del 1° congresso del PFR a Verona nel novembre 1943, l’uomo dei Predappio gli specificò: "Bombacci, che vive giorni di passione, è in prima linea tra coloro che si battono per una vera rivoluzione sociale". E lo fece con l’identico ardimento morale che distinse il "Nicolino" nel 1910 a dirigere la sezione del Partito Socialista a Cesena e la pubblicazione del periodico "Il Cuneo", poi con l’incarico di segretario della Camera del Lavoro a Modena e sino, molto più in su, al mandato di guida nazionale del PSI, nonché – dopo la scissione da quest’ultimo al congresso di Livorno nel gennaio 1921 – alla fondazione del Partito Comunista d’Italia e alla sua guida, da cui però (lo dettaglia sua nipote Annamaria Bombacci nell’opuscolo "Nicola Bombacci rivoluzionario, 1919 – 1921", ediz. Santerno, Imola, 1983) sarà escluso dai "compagni" poco compagni. Ciò non impedirà a Nicolino di perfezionare la sua collaborazione con Vladimir Illjc Uljanov, l’autentico Lenin creatore dell’URSS, che adottando la NEP (Novaja Ekonomiceskaja Politica, cioè la dorma di "nuova politica economica") a partire dal 1923 favorì un certo liberalismo di mercato soprattutto con il governo italiano di Mussolini e di cui il vecchio amico di "Benitochka" (come Angelica Balabanoff e Anna Kuliscioff, first Lady del socialismo italiano, chiamavano l’uomo di Predappio) fruì in collaborazione col delegato sovietico Vaclav Vorosvskij, a riallacciare quei rapporti interrottisi dopo la promozione mussoliniana del movimento fascista.

   D’altronde già l’11 novembre del 1922, alla delegazione di comunisti italiani – guidata da Bombacci – in vista al Kremlino moscovita per un incontro col capo primogenito del bolscevismo, Lenin aveva dichiarato: "In Italia c’era un solo socialista capace di fare la rivoluzione: Benito Mussolini! Ebbene, voi lo avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo!". L’ego vittorioso della "Marcia su Roma" del movimento fascista – avvenuto qualche giorno prima – aveva scatenato in Lenin il compatimento e la commiserazione per quei "Compagni" d’Italia soltanto illusi di poter captare gli adepti socialisti fanaticamente indaffarati nelle scissioni, ma allo scuro di quel movimento politico destinato a promuovere l’intero avvenire della nazione protesa sul Mediterraneo.
   Fu a Montecitorio, il 30 novembre 1923, che l’On. Bombacci – infischiandosi degli umori di circostanza dei deputati comunisti – perorò il successo dei rapporti economici e commerciali "che legano e tendono a legare l’Italia dell’Unione Sovietica" perché, tali iniziative, avvenne l’incontro delle due rivoluzioni (quella fascista e l’altra di Lenin) promovendo la condanna della recessione sociale creata dalla plutocrazia. Il sopravvento di Joseph V. Dzugasvili (Stalin) nel 1927 alla guida dell’URSS, con il conseguente allontanamento di Trotshij, Zinoviev e Kamenev della politica del Kremlino chiuse l’appartenenza di Bombacci al partito comunista, promosse l’ulteriore avvicinamento a Mussolini e nel 1936 gli permise di intraprendere il 6 aprile la pubblicazione in Italia del periodico comunista "La Verità" (una "Pravda" per i nostri connazionali) contro il quale si scatenò l’accidia critica dei Pensatori Politici dei salotti di destra e di sinistra, prossimi però, a scuoiarsi le mani all’imminente proclamazione del nuovo Impero Italiano, effettuata il 9 maggio dal Duce sul Balcone di Palazzo Venezia. Bombacci fu anche tra i sostenitori dell’autarchia perché, l’ostruzionismo del capitalismo Yankee e l’Albione significava soltanto d’impedire all’Italia e all’Europa il proprio riscatto dalle imposizioni schiaviste del trattato di Versailles del 28.4.1919 che tutto pronosticava come utopia, meno che l’autentica pace e la genuina evoluzione al progresso sociale dei popoli.

   Da quel momento, dalla nascita della Pravda italiana, allo sconvolgente 8 settembre 1943, l’incedere degli avvenimenti è celere, anche travolgente, e dopo il radio discorso di Mussolini da Monaco di Baviera – dell’8 settembre – che incitava gli italiani alla costituzione della repubblica sociale e alla riscossa, anche Bombacci, con i "compagni" Walter Mocchi, Fulvio Zocchi, il socialista Carlo Silvestri e molti altri non fascisti, si recò al nord per la rivolta ideale contro il tradimento badogliano e per la civiltà del lavoro da riscattare, da aprire a un futuro migliore col solco della Socializzazione.

   Nel tracciare le caratteristiche di "Uomini e scelte della RSI" (ediz. Bastogi, 2000) il promotore F. Andriola affidò a Guglielmo Salotti il compito di illustrare la figura di Nicola Bombacci e l’opera da lui svolta tra i protagonisti della repubblica di Mussolini e, anche in questa appassionata analisi, emerge con chiarezza che egli fu all’altezza del compito, contribuendo a far vibrare nel Manifesto di Verona (quello del PFR e approvato nel novembre 1943) lo spirito appassionato di Alceste de Ambris allorquando, per la reggenza del Carnaro e per Gabriele d’Annunzio, approntò lo "Statuto della Perfetta Volontà Popolare" in cui, come ribadì anche Fulvio Balisti, venne delineato un primo studio di Socializzazione e che nell’assise di Castelvecchio s’elevò a cardine fondamentale per l’ordinamento del lavoro nel nuovo Statuto, tutelando contemporaneamente il diritto alla proprietà privata nelle aziende e quello partecipativo agli utili da parte delle maestranze produttrici.
   Nella proiezione delle principali immagini della RSI sullo schermo della storia (quello illuminato anche da Giuseppe Mazzini e da Alfredo Oriani) s’inseriscono con stile eroico il discorso di Mussolini al Teatro Lirico di Milano (15.12.1944) e quello di Bombacci in piazza De Ferrari a Genova (15.3.1945): entrambi espandono nel futuro la volontà elettiva del lavoro premiante e della giustizia sociale a simbolo dell’autentica civiltà.

   Senza questa certezza non si promuove il progresso. 

FASCISMO E POVERTA'



  Molti anni fa, l'ex tenente della Decima Mas, Walter Annichiarico, in arte Walter Chiari, si fece scappare una azzardata battuta che dovette poi pagare con anni di ostracismo anifascista. 
Disse, il povero Walter, che “quando appesero per i piedi la Buonanima, dalle tasche di Benito non cadde nemmeno una monetina e che se i nuovi reggitori d'Italia avessero subito la stessa sorte chissà cosa sarebbe uscito dai portafogli di lorsignori “.

   L'onestà del Duce nessuno ha mai osato contestarla. 

E' uno storico di matrice socialista, Silvio Bertoldi, che lo ammette. "Mussolini non tradì cupidigia d denaro...egli non mostrò mai interesse alla ricchezza: e non si può contestare che un uomo che ebbe come lui in mano per vent'anni una nazione, e che non subì alcun controllo in nessun campo, avrebbe avuto facoltà, pur che avesse voluto, di costruirsi una fortuna..Invece quando morì, alla vedova non lasciò praticamente nulla, la già citata villa Carpena e una casetta a Riccione, e basta; e la sua famiglia uscì netta da qualsiasi indagine della commissione per gli illeciti arrichimenti". 

1) Prima della morte, a Gargnano, viveva in povertà certosina. Giovanni Dolfin racconta che non volle accettare nemmeno lo stipendio di capo della RSI, dicendogli: "Ma di che cosa ho bisogno io, ormai? Mangiare, non mangio più nulla. Vestiti non me ne occorrono. Cento lire al giorno mi bastano". Quinto Navarra, il fedele e pettegolo cameriere, testimonia che nei due anni di permenenza sul Garda, si comprò solo due paia di stivali e, per gli abiti, mandò a stringere da un sarto quelli che aveva per non comprarne di altri. 

2) Chiavolini, suo segretario particolare, narra che dovendo il Duce venire a Roma da Milano ed alloggiare in albergo, prese con sè venti biglietti da dieci lire ed era turbatissimo poichè pensava di avere addosso un patrimonio. Come si sa, per tutta la durata del Regime, non prese mai lo stipendio di Primo Ministro e viveva scrivendo articoli sulla stampa estera. Lo conferma anche Nicola De Cesare, che fu suo segretario dal '41 al '43, il quale aggiunge: "Tutti i denari che gli pervenivano come lasciti, elargizioni e altro, li consegnava a me perchè li amministrassi. Andavano, fino all'ultima lira, in sussidi e beneficenza. Distribuivamo circa diciotto milioni di sussidi all'anno, milioni di allora".

3) Dice ancora Bertoldi esser assodato che Mussolini "non tenesse in molto conto il denaro, che addirittura ne conoscesse male il valore, che non cedesse alle lusinghe della ricchezza, che per sè si è sempre accontentato di poco". E sapete come Mussolini utilizzava i cosiddetti "fondi di polizia"? "Adoperava quei denari per finanaziare lavori straordinari e impegnarvi mano d'opera disoccupata e in sussidi a povera gente che arrivava fin da lui per domandargli soccorso". 

4) Proprio come è successo dopo, con Scotti, Scafaro, Mancino e democristiani viminaleschi vari.
   Ma era una caratteristica di Mussolini, tutta sua, personale, quella del piacere dell'onestà che fatalmente conduce al dovere della povertà? No, è l'essenza esistenziale del fascismo.
Questo "male del secolo" non sarebbe tale se non fosse incarnato in una diversità "antropologica" rispetto alla mentalità borghese e all'"ideologia" amerikana.
E non c'è maggior verifica se non quella del sacrificio personale, della rinuncia volontaria, della testimonianza umana di saper vivere una vita di valori rifiutando il ricatto del Dio Denaro. E' sempre, eternamente, ogni giorno, la guerra del sangue contro l'oro, dello spirito contro lo "sterco del diavolo".
    Una generazione di "fascisti" o "parafascisti" è morta disprezzando il denaro e la ricchezza. 

E' stata l'ultima grande lezione di vita di una schiatta umana eroica, alternativa all'homo oeconomicus.

   Gabriele D'Annunzio, il Vate, è noto per essere stato uno spendaccione incedibile, indebitato per tutta la vita, assolutamente incosciente del valore dei soldi. Tutta una vita vissuta tra miseria e nobiltà. Quando Mussolini gli finanziò i lavori del Vittoriale, fece scrivere sul suo ingresso "Io ho quel che ho donato" e regalò la villa all'Italia. 

5) Marinetti non era da meno. In un quarto di secolo era riuscito a dissolvere completamente il cospicuo patrimonio multimiliardario ereditato dal padre, rimanendo sul lastrico. I soldi li aveva spesi tutti in offerte incredibili a pittori e artisti vari vicini al suo movimento oltre che in viaggi e a stamparsi da saveva spesi tutti in offerte incredibili a pittori e artisti vari vicini al suo movimento oltre che in viaggi e a stamparsi da saveva spesi tutti in offerte incredibili a pittori e artisti vari vicini al suo movimento oltre che in viaggi e a stamparsi da saveva spesi tutti in offerte incredibili a pittori e artisti vari vicini al suo movimento oltre che in viaggi e a stamparsi da saveva spesi tutti in offerte incredibili a pittori e artisti vari vicini al suo movimento oltre che in viaggi e a stamparsi da sMarinetti, si faceva più scrpolo del marito ad accettare quei soldi e scrisse a Morgagni che, in tempo di guerra, "tra il sentimento materno e la disciplina patriottica" essa esitava a prendere quei soldi. Il vecchio Marinetti aveva ormai 66 anni, ma gli aprvero sufficienti per andare ad arruolarsi volontario sul fronte russo. Ritornò malatissimo, per aderire alla RSI. Morì poco dopo in una modesta abitazione, il cui affitto glielo pagava l'Ambasciatore giapponese Hidaka, dal momento che morì come visse: sempre con le tasche vuote.

6) Di Achille Starace, il "cretino ubbidiente" più potente d'Italia dopo il Duce, scrive Bruno Gatta che, durante la RSI, "conduceva a Milano una vita da sbandato. ..I familiari, di tanto in tanto, gli facevano trovare in portineria un piatto di minestra...Viveva in una piccola stanzetta e frequentava la mensa colletiva di guerra istituita dal Comune. Si metteva disciplinatamente in coda nella fila sempre molto lunga e aspettava il suo turno". Indossava sempre una tuta blù da ginnastica (che costituiva tutto il suo guardaroba) e lo uccisero così, nella sua nuda povertà, in piazza Loreto, con ai piedi delle scarpette di tela, davanti al cadavere del suo Duce.

   Carlo Alberto Biggini, per anni Ministro dell'Educazione Nazionale, uomo sensibilissimo e colto, morì povero in clandestinità alla fine del '45. Antonio Segni, che negli Anni Trenta, era stato suo collega come docente all'Universtà di Sassari, dispose poi che alla vedova Maria Bianca, rimasta senza alcun sostentamento per vivere, fosse dato un piccolo assegno vitalizio, che Maria Bianca rifiutò optando per una misera pensione sociale.

   Bombacci, si sa, visse sempre in gravi ristrettezze economiche, nonostante la sua intima amicizia con Mussolini, il quale dovette faticare per fargli arrivare, di tanto in tanto, qualche piccolo aiuto finanziario.

   Angiolo Bencini, il direttore del Selvaggio, per campare faceva il vinaio.
   Uno scrittore come Marcello Gallian, ammalatosi precocemente di nostalgismo squadrista, finì miseramente i suoi giorni, vendendo clandestinamente sigarrette alla Stazione Termini di Roma.
   Araldo Di Crollalanza, per tanti anni Ministro dei Lavori Pubblici, nel dopoguerra, per sbarcare il lunario, dovette mettersi a fare il rappresentante di libri e bussare di porta in porta.
   La Commissione provinciale per le sanzioni contro il fascismo, il 19 maggio 1947, nel giudicare Giuseppe Caradonna, il ras di Capitanata, scriveva: "il suo disinteresse vien messo in evidenza dal fatto che egli ha preferito sempre sostenere le ragioni del povero contro il ricco, del debole contro il forte, dell'umile contro il prepotente".

   Ed a Piacenza, il ras degli squadristi, Bernardo Barbiellini Amidei, veniva chimato il "conte rosso" per le sue strenue battaglie in difesa dei poveri e degli emarginati. Un'altra razza, un'altra Italia.
   Un male del secolo, il fascismo, un male universale. Alcuni anni fa, in una intervista televisiva,  Ileana Codreanu, la moglie del Capitano romeno, raccontò di Corneliu: "Era molto caritatevole con  tutte le persone povere. Quando si procurava del denaro, prima lo divideva tra coloro cui intendeva donarlo, poi tornava a casa con quello che gli era rimasto. Se non gli rimaneva nulla, si rivoltava le fodere delle tasche e diceva: 'Non ho niente. Non ho più niente. Tutto quello che avevo l'ho già distribuito'. Davanti a dichiarazioni di questo genere, che potevo dire? Non c'era niente da dire. Dovevi accettare, e basta".
   Simone Mittre narra che il dottor Louis-Ferdinand Destouches, in arte Celine, la presenza più "terribile" e inquietante della cultura "fascista" (comunque il più grande scrittore che io conosca) a Sigmaringen "s'installò con la moglie in una stanza minuscola, senza comfort, con un vetro alla finestra rotto, e faceva un freddo glaciale. In quella stanzuccia e sul proprio letto egli riceveva, esaminava e curava gli ammalati. La miseria era grande; alcuni, costretti a dormire sotto le tende, o nell'atrio delle stazioni, avevano contratto la scabbia. Celine curava tutti senza far distinzioni. Indipendente per natura, faceva soltanto quel che gli suggeriva il cuore, incurante del proprio interesse e dei commenti della gente. Se lo chiamavano di notte, partiva con la neve alta, e spesso per posti lontani, senza una lampadina elettrica. E non domandava mai un centesimo a nessuno. Capace anche d'andare ad acquistare lui stesso dal farmacista le medicine per i malati". Finì i suoi giorni, quasi d'inedia, in una misera catapecchia alla periferia di Parigi, in compagnia del suo cane Bebert.

   E il  Dopoguerra? Non fu certo felice per i superstiti.

   Augusto De Marsanich girava coi calzoni rivoltati e Giorgio Almirante, dice Giancarlo Perna, "era l'uomo più disinteressato della Terra. Non aveva mai una lira in tasca. Era magro come uno stecchino, aveva la barba di due giorni e vestiva come un barbone. Viaggiava con una Dauphine che doveva parcheggiare in discesa per poterla riavviare". Erano ancora, tutti, dei refrattari alla modernità economicistica e tutti "condizionati dalle economie arcaiche, dove la prativa del dono era più importante e più frequente di quella del mercato" come lucidamente osserva Giano Accame.

   Poi...poi tutto è cambiato. La tentazione parlamentare ha sostituito il cuore col portafoglio e la Grande Meretrice democratica se li è portati quasi tutti nell'inferno di Mammona. 

Guardatelo bene, oggi, il "nuovo che avanza". Ancora una volta, l'oro contro il sangue, con le trincee rovesciate. Perchè tanti rinnegati e riciclati in Alleanza Nazionale, se non per la brama del potere, del successo, dell'accumulo bancario?

   E ci meravigliamo che la sciocchina-nipotina Alessandra è coinvolta in Affittopoli andando ad abitare in una appartamento di ben 120 metri quadrati, in via Nomentana, vicino a Villa Torlonia, di proprietà pubblica, e pagando 350.000 lire al mese? Che gliene frega all'ex modella di Playmen se il Nonno può anche rivoltarsi nella tomba?

   E ci stupiamo se a Bari l'on. Giuseppe Tatarella vive in un appartamento dell'INA Casa, nella centralissima via Abate Gimma?

   E se lo stesso fa a Roma, il Segretario Generale della Cisnal?

   E ci scandalizziamo se anche il Buontempo, che una volta conviveva con le pecore di Carunchio, oggi manda i figli a studiare negli esclusivi colleges inglesi e di notte si tramuta nel re del Gilda on the beach, abbrancato alle nobili e prosperose forme di Giorgia Martini e Stafania Barberini?

   O se il ricco Larussa mefistofelicamente se la spassa in tutti i nights con personaggi eccelsi come Heather Parisi e il trans Maurizia (o) Paradiso?

   Non seguono anche loro l'esempio di Lady Daniela Di Sotto in Fini, scatenata e scosciatissima danzatrice rock, oltre che tatuatissima dark?

   Pensate un po': da Donna Rachele a lady Daniela, da Benito a lord Gianfranco, da "fascismo e povertà" ad antifascismo e mangiatoia.

   Aveva proprio torto Chamfort ad asserire che "la società si divide in due grandi categorie: quelli che hanno più pranzo che appetito e quelli che hanno più appetito che pranzi"?

Pino Tosca

Le “proprietà” del Duce

Mussolini di beni immobili possedeva poco o nulla. 

La Rocca delle Camminate gli era stata donata dalla Provincia di Forlì,(in verità era stata donata dagli abitanti di Ravenna, che l'avevano acquistata pagandola una lira pro-capite-) mentre una  modesta villetta  a Riccione se l'era comprata con i risparmi dei suoi articoli e la Villa Carpena era stata acquistata dalla moglie Rachele in anni lontani con i propri risparmi. 

Il Duce non riscosse mai lo stipendio da Primo ministro, al contrario dei suoi successori del dopoguerra, che non solo lo presero, ma quasi tutti lo cumularono con quello di dipendente dello Stato,(docente universitario, magistrato,ecc) essendosi messi tutti prudentemente in aspettativa. 

Il suo ultimo segretario , Nicolò De Cesare, testimoniò: "Ritirava soltanto l'dennità di deputato e la consegnava a me. Io avevo l'incarico di investirla in Buoni del Tesoro. L'importo di quelle economie, alla vigilia del 25 aprile 1945, dopo 23 anni di potere, consisteva in un milione e cinquecento mila lire, depositate presso la Banca d'Italia di Brescia. Per il periodo che gli sono stato a fianco, posso assicurare che viveva degli introiti del “Popolo d'Italia,” versati due volte all'anno dall'amministratore del giornale, Barella. 
Le altre sue entrate provenivano da articoli per la  stampa estera, specie quella americana, pagati profumatamente. 

Tutti i denari che gli pervenivano da lasciti, elargizioni e simili li consegnava a me, perchè li amministrassi. 
Andavano tutti fino all'ultima lira in beneficenza. Distribuivamo circa diciotto milioni di sussidi all'anno, diciotto milioni d'allora."

Un'idea precisa dei beni liquidi di Mussolini la si può ricavare dalle carte della segreteria personale del Duce, conservate all'Archivio di Stato. In esse figura un prospetto della situazione preparato  in occasione della loro consegna, durante il governo Badoglio, al figlio Vittorio :
"Lire 431. 308,30 in contanti;
500.000, assegno bancario n°43/109259 del Banco di Roma;
100.000, quattro ricevute provvisorie della Banca d'Italia(n.274),del Banco di Sicilia(n.142),del Banco di Napoli(N.457) e dell'Istituto di Credito delle Casse di Risparmio Italiane(n.10) di lire 25.000 ciascuna relative alla sottoscrizione in buoni del tesoro quinquennali 5% 1948;
4.000.000, quaranta cartelle di lire centomila ciascuna di BTN 1949 con cedola scadente il 15 febbraio 1944;
1.000.000, dieci cartelle da centomila ciascuna di BTN 1950 (1.a emissione) con cedola scadenza 15 febbraio 1944;
900.000, nove cartelle da centomila ciascuna di BTN 1950 (2.a emissione) con cedola scadenza 15 marzo 1944;
700.000,sei cartelle da centomila ciascuna  e due cartelle da cinquantamila ciascuna di BTN 1951 5%  con cedola scadenza 15 aprile 1944;
500.000,cinque cartelle da centomila ciascuna di BTN 4%1951 con cedola scadenza 15 marzo 1944;
500.000 con una ricevuta provvisoria della Banca d'Italia (n. 49) per altrettante nominali sottoscritte in buoni del tesoro quinquennali 5% 1948;
25.000 cinque obbligazioni del PNF per la costruenda casa Littoria , di lire 5000 ciascuna , 5% con cedola scadenza 1 ottobre 1943;
10.000 ricevuta provvisoria della Soc. An. Cooperativa Edificatrice di abitazione per gli operai di Como (n. 4277) per altrettante nominali sottoscritte"


La sinistra fascista



Filippo Ronchi

Dissidenti

Dopo la conquista del potere, il fascismo fu caratterizzato da un dissenso interno plateale, che si manifestò in una forte componente «movimentistica». Essa non riuscì ad affermarsi, ma si battè, tollerata (se non tacitamente appoggiata) dallo stesso Mussolini che in fondo non dimenticò mai le sue origini socialiste. La natura eterogenea dell'ideologia dei fasci, il valore strumentale e contingente attribuito ai «princìpi», la spregiudicata tattica politica erano stati, prima della marcia su Roma, i punti di forza del PNF. Successivamente si rivelarono elementi di debolezza. La «rivoluzione fascista» non ci fu. Allo scontro frontale con la liberaldemocrazia si sostituirono il compromesso governativo e il processo di inserimento nelle tradizionali strutture statali. Ma molti militanti che provenivano dalle esperienze del sindacalismo, dell'estrema sinistra, dell'arditismo, del legionarismo fiumano durarono fatica a rendersi conto ed a convincersi di quel che stava accadendo; alcuni anzi non accettarono mai l'involuzione. Fra questi il sardo Stanis Ruinas, al secolo Antonio de Rosas (1899-1984). Repubblicano, antiborghese e anticapitalista intransigente, egli rimase fedele alle sue idee durante il Ventennio, nel periodo della RSI ed anche nel secondo dopoguerra.



Nel Ventennio

Formatosi alla scuola del mazzinianesimo e del socialismo di Pisacane, Ruinas considerò Mussolini come colui che aveva inteso portare a compimento quella «rivoluzione nazionale» e popolare avviata dai democratici del Risorgimento, ma subito riassorbita dalla borghesia liberale e moderata post-unitaria. Così anche nel corso del Ventennio la borghesia che continua a condizionare pesantemente l'azione del fascismo originario, i gerarchi corrotti ed inetti, la monarchia e la Chiesa cattolica costituiranno -per Ruinas- nemici da battere, in nome della realizzazione del programma di San Sepolcro, espressione del «fascismo autentico» fautore di una rivoluzione antiborghese. Gli attacchi che Ruinas rivolge dai numerosi quotidiani di cui è collaboratore ("L'Impero", "Il Popolo d'Italia", "Il Resto del Carlino") o direttore ("Popolo Apuano", "Corriere Emiliano") all'establishment attirano i sospetti e le ire degli apparati del regime. Egli viene sospeso, reintegrato, radiato «per indisciplina e scarsa fede» dal PNF, sottoposto a vigilanza speciale, fino alla riconciliazione avvenuta alla vigilia della Seconda guerra mondiale grazie al libro "Viaggio per le città di Mussolini" (1939). E proprio aderendo alla guerra mussoliniana, Ruinas ritroverà le ragioni dello scontro supremo con le forze «plutocratiche» e «trustistiche» inglesi e statunitensi, nelle quali per lui si concretizza il sistema capitalistico, «che è il nemico numero uno del proletariato e della rivoluzione». La guerra fascista è interpretata, dunque, come strumento per sconfiggere prima le «demoplutocrazie occidentali» e poi, forti di quella vittoria, rovesciare il predominio del capitalismo interno e di quello internazionale.



Nella RSI

All'indomani dell'8 settembre, Stanis Ruinas si trasferisce a Venezia, per ricoprire l'incarico di capo ufficio stampa della segreteria del suo amico Vìncenzo Lai, nominato dal governo di Salò commissario della BNL. Nella RSI, Ruinas vede finalmente incarnarsi il fascismo delle origini e la possibilità di realizzare quella rivoluzione per la quale si era sempre battuto. La Socializzazione e la ricerca di un accordo con gli antifascisti per impedire la guerra civile diventano i cardini attorno ai quali ruota la sua azione. Ma anche a Salò prevarranno i vecchi gerarchi, appoggiati dai tedeschi. Uno stuolo di parenti, di profittatori irresponsabili e feroci lascerà il segno sulla breve avventura della RSI. Eppure Ruinas respingerà sempre l'accusa secondo cui il fascismo repubblicano sarebbe stato l'espressione estrema della reazione capitalista anzi ribalterà l'accusa sui comunisti italiani, colpevoli di collusione con la borghesia per aver scelto di partecipare al governo Bonomi e di aver accettato l'alleanza con l'Inghilterra di Churchill, «conservatore nel midollo, duca e ricco a starelli» e gli USA di Roosevelt, «portavoce dei miliardari americani».



Pensiero Nazionale

Concluso un breve periodo di detenzione a Venezia nel '45, Ruinas fu assolto in istruttoria da una Corte d'Assise Straordinaria. La rivista "Pensiero Nazionale" venne da lui fondata a Roma nel '47 ed uscì fino al '77, sostenuta dai finanziamenti del commerciante Oscar T'accetta, dopo l'aiuto iniziale fornito da Vincenzo Lai, rimasto successivamente al crollo della RSI alto funzionario della BNL. Altri finanziamenti di modesta entità giunsero nei primi anni Cinquanta anche dal PCI e successivamente perfino da Aldo Moro, nel periodo in cui il leader democristiano -con la strategia del «compromesso storico»- stava sviluppando il massimo di iniziativa politica autonoma dalle direttive statunitensi all'epoca possibile. Sostegni economici affluirono poi da alcuni paesi arabi: probabilmente dall'Egitto di Nasser e, negli anni Settanta, dalla Libia. "Pensiero Nazionale" non superò mai le 15.000 copie, ma riuscì ad essere presente in tutti i capoluoghi di provincia. Tra la fine del '51 e l'inizio del '52, i Gruppi di "Pensiero Nazionale", che facevano capo alla rivista, si costituirono in un movimento politico, il quale riuscì a raccogliere circa 20.000 iscritti. La formazione, benché di dimensioni modeste, svolse un ruolo non trascurabile nel '53, quando contribuì -in occasione delle elezioni politiche- ad impedire che scattasse il meccanismo della legge maggioritaria (la cosiddetta legge-truffa) confluendo nelle liste di Alleanza Democratica Nazionale e rivelandosi determinante per la sua affermazione.



Fascisti e comunisti

Venuta meno, nel clima della guerra fredda, l'unità dei partiti antifascisti con l'esclusione della sinistra dal governo, il PCI si ritrovò nettamente contrapposto -sul piano interno- alla DC e agli altri partiti moderati, così come -su quello internazionale- decisamente schierato con l'URSS stalinista contro gli USA. La situazione risultava propizia per attuare quell'avvicinamento di formazioni antagoniste al sistema capitalistico che Stanis Ruinas da tempo auspicava. Lo stalinismo gli si presentava appiattito sul materialismo e sull'internazionalismo marxisti, cioè su strumenti non in grado di realizzare la sintesi di socialismo e nazione da lui preconizzata. Tuttavia tra capitalismo e comunismo, fra USA-Inghilterra e URSS, i Gruppi di "Pensiero Nazionale" non avevano dubbi: il loro sovversivismo populistico e totalitario li portava a simpatizzare per Stalin. Contemporaneamente, una strategia di recupero nei loro confronti venne elaborata dal PCI. L'apertura verso coloro che erano stati i nemici di ieri, nell'ambito del quale si collocò nel periodo '47-'53 il rapporto tra il PCI e "Pensiero Nazionale", fu preparata, seppure dietro le quinte, dallo stesso Togliatti. L'operazione venne, poi, condotta da personalità di primo piano del partito, come Giancarlo Pajetta, Luigi Longo, Franco Rodano, Ambrogio Donini, Enrico Berlinguer, Ugo Pecchioli. Gli incontri con Ruinas e con altri collaboratori della sua rivista furono numerosi, ma non diedero risultati significativi, anche perché il PCI ostacolò la nascita di un partito indipendente della Sinistra Nazionale, seppure alleato e contiguo. Forse pesò su quest'evoluzione il graduale ammorbidimento dell'opposizione comunista nell'era della «coesistenza pacifica» seguita all'ascesa di Krusciov. I Gruppi di "Pensiero Nazionale" si orientarono, allora, verso la costituzione di una forza anti-sistema autonoma tanto dal PCI quanto dal MSI. Nel '56 venne effettuato il tentativo più consistente di costituire un Movimento di Sinistra Nazionale, area di aggregazione per uno schieramento antagonista. L'operazione si rivelò effimera, tuttavia nella seconda metà degli anni Cinquanta Ruinas riuscì a consolidare un rapporto con il presidente dell'ENI Enrico Mattei, il quale divenne un importante finanziatore di "Pensiero Nazionale", che a sua volta sostenne le scelte in materia di politica energetica compiute dall'intraprendente imprenditore pubblico, avvicinandosi alle posizioni sia dei paesi arabi produttori di petrolio, interlocutori direttì di Mattei, sia, più in generale, ai paesi non allineati e del Terzo Mondo, di cui denunciò lo sfruttamento capitalistico.



Ciò che resta di Stanis

La vicenda dei «fascisti rossi» che attorno a "Pensiero Nazionale" si raccolsero, rappresenta un segmento pressoché ignoto della storia italiana del secondo dopoguerra, non tanto, a nostro avviso, per le modeste dimensioni numeriche del fenomeno, quanto perché la semplice presenza di un simile soggetto politico fa saltare letture troppo schematiche di determinati avvenimenti. Su temi quali il fascismo e l'antifascismo, la resistenza, la «destra» e la «sinistra», le analisi del periodico romano si situano, infatti, al di fuori di quei parametri interpretativi che proprio negli anni dell'immediato dopoguerra furono elaborati per segnare i caratteri dell'ideologia e della mitologia su cui a tutt'oggi si fonda la legittimazione della liberaldemocrazia italiana. Sul piano ideologico e politico l'elaborazione di Stanis Ruinas e dei suoi collaboratori, che provenivano in massima parte dalla RSI, li collocò fuori dall'orbita del parlamentarismo, in una dimensione assolutamente singolare. Considerato ormai chiuso e non riproponibile il passato del ventennio e di Salò, respinte con forza le posizioni nostalgiche del Movimento Sociale, erede del «fascismo borghese» con cui non intendevano essere confusi, Ruinas e i suoi diedero vita ad una linea fatta di ideali repubblicani e socialisti, di populismo nazionalistico ed anticapitalistico, di inequivocabile ostilità verso la NATO, gli USA, le «democrazie plutocratiche» occidentali che avevano colonizzato l'Italia dopo il '45. Di qui i durissimi attacchi nei confronti di De Gasperi, Scelba, della DC in genere e del Vaticano, nonché del MSI, che ormai si configurava come un partito pienamente conservatore. Al tempo stesso, i «fascisti rossi» lodavano i partigiani rivoluzionari, mentre condannavano la Resistenza borghese quale ennesima espressione trasformistica di quei settori sociali che, dopo essersi assestati con il regime fascista traendone cospicui vantaggi, lo avevano abbandonato nel momento in cui questo aveva lanciato la sua sfida mondiale al sistema capitalista. Alla contrapposizione tra fascismo e antifascismo, "Pensiero Nazionale" propose, dunque, di sostituire quella tra una sinistra composta dalle forze antiborghesi, anticapitalistiche, antiamericane e una destra «plutocratica», clericale, filo-atlantica. Venne delineata così, per la prima volta un'unità di intenti tra militanti marxisti e «sovversivi» che si richiamavano all'esperienza del primo e dell'ultimo fascismo (San Sepolcro e Manifesto di Verona). Un'impostazione di questo genere forniva, però, una lettura tanto del movimento dei fasci quanto della Repubblica di Salò assai diversa da quella divulgata dal PCI e dalla borghesia antifascista, che interpretavano l'uno e l'altra come il «braccio armato» del grande capitale industriale e agrario. Contro queste forze, i «fascisti rossi» ripetevano di essersi sempre scontrati, nel ventennio e nella RSI. Riconoscevano di esserne usciti nettamente sconfitti, ma aggiungevano che non era destino fin dal 1919 che gerarchi e borghesia prevalessero. E concludevano affermando di essere stati battuti da quelle stesse forze capitalistiche che, in sostanza, avevano finito con l'esercitare la loro egemonia anche nell'Italia postbellica, neutralizzando la carica rivoluzionaria delle formazioni partigiane legate al PCI, dopo aver soffocato gli analoghi sentimenti e propositi del «fascismo autentico».



Una lezione da ricordare

Le note fin qui sviluppate non hanno la pretesa di costituire un'indagine storica (per la quale si rimanda al particolareggiato e documentato saggio di Paolo Buchignani, "I «fascisti rossi» da Mussolini a Togliatti", apparso sul numero di gennaio-febbraio '98 della rivista "Nuova Storia Contemporanea"). Attraverso esse si voleva soltanto riepilogare rapidamente una vicenda che resta a tutt'oggi significativa, per giungere ad alcune brevi conclusioni collegate all'attualità. La fase storica è dominata da un Pensiero Unico che si trasmette democraticamente attraverso l'esaltazione del «mercato». Nell'ambito di questo contesto mondiale, anche in Italia la politica sembra essere diventata di plastica, con l'alternativa rappresentata dal confronto tra la «Cosa» di sinistra nata a Firenze auspice D' Alema e la «Cosa» di destra partorita a Verona da Fini. Entrambi gli schieramenti amano definirsi nazionali (ma, per carità, giammai nazionalisti), liberali e liberisti civilmente temperati, sociali sicuramente e tuttavia lontani da ogni statalismo assistenzialista, eccetera. Le loro frange estreme (Rifondazione Comunista o gli ultrà liberisti di Forza Italia all'Antonio Martino) non contano, contribuiscono soltanto a rendere più variegato il panorama interno al sistema capitalista. Se questa è la realtà, le forze antagoniste in quanto -prima di ogni altra considerazione- anticapitaliste non possono rimanere ancora inchiavardate alle due contrapposizioni frontali che hanno segnato un secolo ormai finito, comunismo-anticomunismo e fascismo-antifascismo. Al contrario, lasciarsele alle spalle è condizione necessaria, anche se di per sé non sufficiente, per restituire slancio e prospettiva all'opposizione non riconciliata e non disposta ad accettare le «oggettive ragioni» del modo di produzione capitalistico nell'epoca della globalizzazione. È in questo senso che la lezione di "Pensiero Nazionale" conferma tutta la sua validità. Appare evidente, infine come "Aurora" ed il Movimento Antagonista - Sinistra Nazionale possano considerarsi eredi di quell'esperienza, che con il passare del tempo non ha perso, ma al contrario ha sempre più acquistato interesse, rivelandosi per certi aspetti quasi profetica.



Oltre la barriera

Si tratta ancora oggi, insomma, di elaborare un'idea operativa nuova di opposizione in rapporto al nemico principale, la liberaldemocrazia capitalista, ricordando come anche i fascismi storici, nati all'interno delle società democratico-liberali, si contrapposero in primo luogo ad esse e costituirono, almeno inizialmente, un fenomeno radicalmente originale, animato da un profondo progetto innovatore. In questo senso, non possono essere ridotti ad una semplice risposta al bolscevismo, essendosi sviluppati da radici culturali proprie, con un processo anteriore e parallelo a quello della rivoluzione comunista, che svolse semmai il ruolo di catalizzatore della rivoluzione fascista e non quello di sua causa. Alla luce di tutto ciò, i riti della «religione dell'antifascismo» celebrati da forze di presunta opposizione antagonista quali Rifondazione Comunista, si mostrano per quello che sono: un armamentario che legittima «lo stato di cose presente». Il continuare a descrivere il fascismo come una sorta di metafisica espressone del Male (sopruso, dittatura, ignoranza, inefficienza); negare l'esistenza di filoni che mantennero all'interno di esso integra tutta la loro carica rivoluzionaria; ignorare l'attenzione posta dal PCI degli anni Cinquanta verso i reduci della RSI, insistere sempre e comunque in un atteggiamento di chiusura escludendo perfino l'ipotesi della possibilità di un superamento delle barriere artificialmente tenute in piedi che dividono le forze anti-sistema significa svolgere un ruolo di oggettivo supporto al modello di sviluppo liberista. Quel che oggi si può opporre a tale modello in fatto di alternativa economica, concezione statutaria, giustizia sociale ha i propri fondamenti storici, infatti, nel movimento rivoluzionario che soffiò forte nel bolscevismo e nel fascismo delle origini, portatori di istanze capaci di fronteggiare il modello demo-liberale capitalista. La pregiudiziale antifascista, alle soglie del XXI secolo, trasforma i sedicenti comunisti occidentali in oggettivi fiancheggiatori della globalizzazione. In Italia, la triste involuzione di Rifondazione Comunista sta a dimostrarlo.

Filippo Ronchi




CORPORATIVISMO SOCIALIZZAZIONE - LA MARCIA DEL FASCISMO VERSO LO STATO NAZIONALE DEL LAVORO



SOCIALIZZAZIONE E STATO CORPORATIVO 

I passaggi fondamentali per giungere al Manifesto di Verona
Filippo Giannini
 
 
    "La Socializzazione non è se non la realizzazione italiana, romana, nostra, effettuabile del socialismo; dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell'economia, ma respinge la livellazione di tutti e di tutto, livellazione inesistente nella natura umana e impossibile nella storia" (Mussolini - 14 ottobre 1944)
    Il teorico e storico della dottrina cattolica, Don Ennio Innocenti, che tanti anni ha dedicato allo studio e all'insegnamento, ha scritto che il problema affrontato da Mussolini nell'ultimo decennio della sua vita "fu quello di far entrare il corporativismo nelle imprese per elevare il lavoratore da collaboratore dell'impresa a partecipante alla gestione e alla proprietà e quindi ai risultati economici della produzione”. E aggiunge: "Durante la RSI ... fu emanato un decreto che prevedeva la socializzazione delle imprese. E' stato questo, sostanzialmente, il messaggio che Mussolini ha affidato al futuro. E' un messaggio in perfetta armonia con la Dottrina Sociale Cattolica, che è e resterà sempre radicalmente avversa sia al capitalismo sia al social-capitalismo. In quest'ultimo messaggio mussoliniano di esaltazione del lavoro noi ravvediamo qualcosa di profetico”.
    L'idea di un "socialismo effettuabile" sorse in Mussolini già nel 1914, quando uscì dal Partito Socialista, "organismo" velleitario e ciarliero e la sviluppò nell'immediato primo dopoguerra.
    Nel 1919, Mussolini parlando, agli operai della "Dalmine" che avevano occupato le fabbriche e innalzato le bandiere tricolori anziché quelle rosse e continuato a lavorare sotto la guida dei tecnici, fra l'altro dichiarava che "il lavoro doveva essere conquista, vittoria di uomini liberi. Voi non siete più salariati ma compartecipi, corresponsabili nella produzione”.
    In questo dopoguerra è stato scritto e detto che l'idea di Mussolini della Socializzazione "fu solo un tardivo espediente per ingannare le masse lavoratrici". E' una delle tante menzogne, fra le mille e mille, di un regime corrotto e inetto terrorizzato di dover affrontare un serio confronto con il Governo che lo ha preceduto.
    Tutta l'attività del Governo Mussolini fu un susseguirsi costante di decreti e leggi di chiare finalità sociali all'avanguardia non solo in Italia ma, addirittura, nel mondo.
    Quelle leggi, di cui i lavoratori italiani ancora oggi ne godono i privilegi, sono quelle volute da Mussolini nei suoi vent'anni di Governo. Qualsiasi confronto con quanto fatto dai Governi di questo dopoguerra, risulterebbe stridente.
    Citerò solo alcune di quelle leggi o decreti, quelle, cioè che ritengo più rappresentative, ricordando che prima del fascismo nello specifico campo legislativo c'era il vuoto più assoluto:
 
Tutela lavoro donne e fanciulli (R.D. 653 - 26/4/1923);
Assistenza ospedaliera per i poveri (R.D. 2841 30/12/1923);
Assicurazione contro la disoccupazione (R. D. 3158 - 30/12/1923);
Maternità e infanzia (R.D. 2277 - 10/12/1925);
Assicurazione contro la TBC (R.D.2055 -27/10/1927);
Esenzioni tributarie famiglie numerose (R.D.1312 - 14/6/1928);
Opera nazionale orfani di guerra (R.D. 1397 - 26/7/1929);
INAIL (R.D.264 - 23/3/1933);
Istituzione libretto di lavoro (R.D. 112 - 10/1/1935);
INPS (R.D.18274/10/1935);
Riduzione settimana lavorativa a 40 ore (R.D. 1768 - 29/5/1937);
ECA (R.D. 847 - 3/6/1937);
Assegni familiari (R.D. 1048 - 17/6/1937);
Casse rurali e artigiane (R.D.1706 - 26/8/1937);
INAM (R.D. 318 - 11/1/1943);
 
    Da tutto ciò si evince il motivo per cui i governi che seguirono nel dopoguerra, per evitare un democratico confronto, sono stati costretti a creare una cortina di menzogne e varare quelle leggi antidemocratiche e lesive al libero pensiero, quali le “Leggi Scelba”, “Legge Reale" e "Legge Mancino" '
    Su questo argomento torneremo in un prossimo futuro e rientriamo prontamente in tema ricordando l'enunciazione mussoliniana “andare verso il popolo", trasformata poi nel più sociale "stare con il popolo".
 


    &&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&
 
 
  I principi essenziali dell'ordinamento corporativo sono espressi e ordinati nella "Carta dei Lavoro" che vide la luce il 21 aprile 1927.
    "La Carta del Lavoro" trasportava il lavoratore fuori dal buio del medioevo sociale per immetterlo in un contesto di diritti dove i rapporti fra capitale e lavoro erano, per la prima volta nel mondo, previsti e codificati.
    In un articolo di fondo apparso alcuni anni or sono su "Il Giornale d'Italia", fra l'altro si legge: "La nascita dello Stato Corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del cosiddetto Stato Liberale e l'incubo dello Stato Sovietico. Il secondo conflitto mondiale infranse l'esperimento in una fase che era già cruciale a causa dell'isolamento internazionale provocate dalle sanzioni e dall'autarchia>.
    Il Diritto Corporativo tende a porre l'Uomo al centro della Società postulando dei principii di cui ne cito alcuni ritenendoli i più caratterizzanti e avvalendomi dello studio del Dott. Sebastiano Barolini:
 
  1. 1) ridimensionamento dello strapotere dei padroni attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa;
  2. 2) partecipazione dei lavoratori agli utili dell'impresa;
  3. 3) partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali ad evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi senza che ne siano informati per tempo i dipendenti, i quali sono interessati a trovare altre soluzioni atte a non perdere il posto di lavoro;
  4. 4) intervento dello Stato attraverso suoi funzionari immessi nei Consigli di Amministrazione allorquando le imprese assumono interesse nazionale a maggior difesa dei lavoratori
  5. 5) diritto alla proprietà in funzione sociale, cioè lotta alle concentrazioni immobiliari e diritto per ogni cittadino, in quanto lavoratore, alla proprietà della sua abitazione;
  6. 6) diritto alla iniziativa privata in quanto molla di ogni progresso sociale di contro all'appiattimento collettivista ed alle concentrazioni capitaliste;
  7. 7) edificazione di una giustizia sociale che prelevi il di più del reddito ai ricchi e lo distribuisca fra le classi più povere attraverso la previdenza sociale, l'assistenza gratuita alla maternità e all'infanzia, le colonie marine e montane per bambini poveri, l'assistenza agli anziani, i dopolavoro per i lavoratori, i treni popolari, e via dicendo;
  8. 8) eliminazione dei conflitti sociali attraverso la creazione di un apposito Tribunale del Lavoro in base al principio che se un cittadino non può farsi giustizia da se, altrettanto deve valere per i conflitti sociali ed evitare scioperi e serrate che tanti danni provocano alle parti in causa ed alla collettività nazionale;
  9. 9) abolizione dei sindacati di classe ormai ridotti a cinghie di trasmissione dei partiti che li controllano e creazione dei sindacati di categoria economica con conseguente modifica del Parlamento in una Assemblea composta da membri eletti attraverso le singole Confederazioni di categoria dei datori di lavoro e dei lavoratori;
  10. 10) Attuazione, particolarmente nel Mezzogiorno, della bonifica integrale che toglie ai latifondisti le terre incolte, le rende produttive e le distribuisce in proprietà gratuita ai contadini poveri.
    Questi enunciati, che risalgono ai primi anni '30, non sono che il logico sviluppo di quelli formulati nel 1919 e che ritroveremo espressi, ancor più lapidariamente nel "Manifesto di Verona". (1)
    Come logica successione di questo processo che, come abbiamo visto, partì nel lontano 1914 e giunse ad approdare alle "Leggi sulla Socializzazione" nella Repubblica Sociale Italiana.
    Sin dalla seduta del Consiglio dei Ministri del 27 Settembre 1943 (quindi a pochissimi giorni dalla sua liberazione), Mussolini fra l'altro dichiarava che "la Repubblica avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale” e il 29 settembre ancor più esplicitamente: “(la Repubblica Sociale Italiana avrebbe avuto) un carattere nettamente socialista stabilendo una larga socializzazione delle aziende e l'autogoverno degli operai”.
    La Socializzazione era uno strumento per una più ampia trasformazione dello Stato così come era nel pensiero fascista: socializzare l'economia per socializzare lo Stato.
    Questo pensiero può risultare più chiaro leggendo uno stralcio della Relazione che accompagnò il Decreto Tarchi, Ministro dell'Economia: “(...) la civiltà tende ad un nuovo ciclo, e quel nuovo ciclo nel quale l'uomo riassumerà il ruolo di protagonista della propria storia e del proprio destino in funzione della sua personalità estrinsecantesi in attività concrete sociali, cioè nel lavoro. Sotto tale profilo l'affermazione programmatica che riconosce il lavoro come soggetto dell'economia (...)".
    Ecco allora prender forma la dottrina della società come era intravista da Saint Simon, da Owen, da Mazzini, concezioni vilipese dal Bolscevismo ma ben focalizzare dal "socialismo effettuabile" di Mussolini e riportate nel "Manifesto di Verona" e ufficializzate nella dichiarazione programmatica del 13 gennaio 1944 e nel decreto legislativo dell'11 febbraio seguente.
    La Borsa di Milano, che era ben vitale nella Repubblica Sociale, il 13 gennaio, all'annuncio dei provvedimenti sulla Socializzazione, determinò il giorno dopo la caduta dell'indice generale da 854 a 727 punti. Dopo un periodo di stasi, quando il 13 febbraio furono emanati i decreti di Socializzazione, l'indice generale scese a 567 punti, poi però, ad iniziare da marzo riprese a salire fino a toccare, il 6 giugno 1944 il ragguardevole livello di 1745 punti (2).
    Certamente il Paese che sopportava oltre quattro anni di disastrosa guerra e diversi mesi di lotta intestina, ben difficilmente poteva attuare in tempi rapidi un così ambizioso progetto di trasformazione dello Stato. Progetto, però, che, come disse Mussolini a Milano "qualunque cosa accada, è destinato a germogliare”. Giustamente l'avvocato Manlio Sargenti ha recentemente rilevato: "Purtroppo questo progetto non si è avverato. Gli italiani hanno dimenticato quella che costituiva la più originale, la più innovatrice proposta della loro storia recente. L’hanno dimenticata quelli stessi che si sono considerati gli epigoni dell'idea del Fascismo e della Repubblica Sociale”.
 
1) Questi principi rivoluzionari che avrebbero posto in discussione i "diritti acquisiti" costrinsero tanti "potenti della terra", a coalizzarsi per ostacolare il processo mussoliniano prima imponendo le Sanzioni, obbligandoci poi alla guerra, quindi "inventandosi" il "25 luglio", l'8 settembre ed infine i massacri del secondo dopoguerra allo scopo che di quelle idee non rimanesse più traccia. Paradossale è che di questo diabolico progetto la grossa finanza si avvalse proprio di quella classe che ne sarebbe stata lesa: la classe dei meno abbienti. E l'inganno continua!
2) Solo per conoscenza storica il 6 giugno, alla notizia dello sbarco angloamericano in Francia, si verificò il crollo del 30% chiudendo, però, l'anno borsistico il 2 agosto 1944, al buon livello di 1219 Punti.
 
    Prima di chiudere il lavoro e concludere, ritengo importante citare gli articoli che sono di base della nostra lotta politicosociale, articoli che, ovviamente a cinquant'anni dalla loro promulgazione, possono essere ritoccati lì dove è necessario ma il cui spirito deve rimanere inalterato.
 
  1. Art. 9) base della Repubblica Sociale Italiana e suo soggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.
  2. Art. 10) La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa però non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
  3. Art. 12) In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale), le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente - attraverso una conoscenza diretta della gestione dell'equa ripartizione degli utili tra il fondo e la riserva, il frutto del capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi da parte dei lavoratori (...). Gli articoli non menzionati sono certamente meritevoli di essere ricordati, ma motivi di spazio mi inducono a citare quelli essenziali che da soli caratterizzano lo spirito di base del "Manifesto di Verona"; e sempre per tirannia di spazio sono costretto a rinunciare ad un dovuto commento anche degli articoli menzionati.
    L'attuazione della "Legge sulla Socializzazione" trovò enormi difficoltà causate sia dagli industriali, per ovvi motivi; dai tedeschi timorosi che la resistenza passiva da parte degli industriali avrebbe potuto danneggiare la produzione bellica; da parte dei comunisti, che ormai plagiavano i lavoratori, timorosi che la Socializzazione li scavalcasse a sinistra.
    Questa situazione di stallo persistette sino a quando Concetto Pettinato, che Mussolini stesso aveva definito "la nostra più importante mente giornalistica”, creò un caso clamoroso. Un suo articolo, pubblicato su "La Stampa" (di cui era direttore) del 21 giugno 1944, dal titolo: "Se ci sei batti un colpo", diede una sferzata al Capo della RSI e lo costrinse a mettere in atto quelle Leggi sulla Socializzazione che, come abbiamo visto, erano già approvate in sede legislativa ma rimaste inoperanti.
    Mussolini ruppe gli indugi e autorizzò il Decreto del giugno '44 e l'entrata in vigore del Decreto del febbraio precedente.
    A causa della drammatica crisi che attraversava il Paese, Mussolini ritenne opportuno attuare la Socializzazione per gradi; iniziando dalle imprese editoriali.
    La situazione stava precipitando, ma nelle imprese socializzate si riscontrò un notevole incremento della produzione. A dicembre 1944, Nicola Bombacci programmò una serie di comizi e conferenze fra le imprese socializzate e, tra queste, visitò la Mondadori traendone sorpresa ed emozione. A seguito di ciò inviò una lettera a Mussolini nella quale, fra l'altro scrisse: "Ho parlato con gli operai che fanno parte del Consiglio di Gestione, che ho trovato pieni di entusiasmo e compresi di questa loro missione dato che gli utili dopo questi primi mesi è di circa 3 milioni”.
    La guerra ormai volgeva alla fine e, come ha scritto Amicucci ne "I 600 giorni di Mussolini": "Mussolini voleva che gli angloamericani e i monarchici trovassero il nord d'Italia socializzato, avviato a mete sociali molto spinte; voleva che gli operai decidessero, nei confronti dei nuovi occupanti e degli antifascisti, le conquiste socialiste raggiunte con la RSI”.
    Proprio a questo scopo il 22 marzo 1945 il Consiglio dei Ministri decise che si procedesse entro il 21 aprile alla Socializzazione delle imprese con almeno 100 dipendenti e un milione di capitale.
    Per ripagare il grande contributo avuto dai grandi industriali, i comunisti che controllavano appieno il CLNAI, come primo atto ufficiale, addirittura il 25 aprile 1945, proprio mentre si continuava a sparare e mentre era iniziato "l'olocausto nero", ripeto, come primo atto ufficiale fu l'abolizione della "Legge sulla Socializzazione".
    Era iniziata la grande beffa a danno dei lavoratori.
 

 
LINEA N. 5-6. Giugno-Luglio 1995


La mia ultima battaglia contro l'euro

Mer, 28/09/2005



La settimana scorsa «il Giornale» aveva intervistato Arrigo Molinari, in occasione dell’udienza presso il tribunale civile su due ricorsi da lui presentati contro Banca d’Italia e Banca centrale europea. Ecco la testimonianza che stava per essere pubblicata.
Dica la verità, avvocato Molinari: anche lei ce l’ha con Fazio. Infierisce.
«Neanche per sogno. Io ce l’ho con la Banca d’Italia e con i suoi soci voraci banchieri privati».
Cos’a hanno fatto di così terribile?
«Hanno divorato l’istituto centrale di Palazzo Koch, rendendolo non più arbitro e non più ente di diritto pubblico. Con un’anomalia tutta italiana».
Ai danni dei risparmiatori.
«...che adesso devono sapere esattamente come stanno le cose».
Ci aiuti a capire.
«Sta tutto scritto nei miei due ricorsi, riuniti ex articolo 700 del codice di procedura civile, contro la Banca d’Italia e la Banca centrale europea per la cosiddetta truffa del “Signoraggio“, consentita alle stesse fin dal 1992».
Ricordiamo chi era, allora, il ministro del Tesoro.
«Era un ministro sottile che ha permesso agli istituti di credito privati di impadronirsi del loro arbitro Bankitalia, e quindi di battere moneta e di prestarla allo Stato stesso con tasso di sconto a favore delle banche private».
Il “Signoraggio“ è questo?
«Il reddito da “Signoraggio“ a soggetti privati si fonda su una norma statutaria privata di una società di capitali, e quindi su un atto inidoneo e inefficace per la generalità, per cui i magistrati aditi dei tribunali di Genova, Savona e Imperia non troveranno alcun ostacolo derivante da un atto di legge. L’inesistenza di una disciplina normativa consente di accogliere i tre ricorsi senza problema di gerarchia di fonti».
Le conseguenze del “Signoraggio“?
«Rovinose per i cittadini, che si sono sempre fidati delle banche e di chi le doveva controllare».
Tutta colpa delle banche?
«Sarò più chiaro, la materia è complessa. Dunque: le banche centrali e quindi la Banca d’Italia, venuta meno la convertibilità in oro e la riserva aurea, non sono più proprietarie della moneta che emettono e su cui illecitamente e senza una normativa che glielo consente percepiscono interessi grazie al tasso di sconto, prestandolo al Tesoro».
Non si comportano bene...
«Per niente! Ora i cittadini risparmiatori sono costretti a far ricorso al tribunale per farsi restituire urgentemente il reddito da “Signoraggio“ alla collettività, a seguito dell’esproprio da parte delle banche private italiane che, con un colpo di mano, grazie a un sottile ministro che ha molte e gravi responsabilità, si sono impadronite della Banca d’Italia battendo poi moneta e togliendo la sovranità monetaria allo Stato che, inerte, dal 1992 a oggi ha consentito questa assurdità».
Un bel problema, non c’è che dire.
«Infatti. Ma voglio essere ancora più chiaro. L’emissione della moneta, attraverso il prestito, poteva ritenersi legittima quando la moneta era concepita come titolo di credito rappresentativo della Riserva e per ciò stesso convertibile in oro, a richiesta del portatore della banconota».
Poi, invece...
«Poi, cioè una volta abolita la convertibilità e la stessa Riserva anche nelle transazioni delle Banche centrali avvenuta con la fine degli accordi di Bretton Woods del 15 agosto 1971, la Banca di emissione cessa di essere proprietaria della moneta in quanto titolare della Riserva aurea».
Lei sostiene che Bankitalia si prende diritti che non può avere.
«Appunto. Prima Bankitalia, nella sua qualità di società commerciale, fino all’introduzione dell’euro in via esclusiva e successivamente a tale evento, quale promanazione nazionale della Banca centrale europea, si arroga arbitrariamente e illegalmente il diritto di percepire il reddito monetario derivante dalla differenza tra il valore nominale della moneta in circolazione, detratti i costi di produzione, in luogo dello Stato e dei cittadini italiani».
Un assurdo tutto italiano, secondo lei.
«Certamente. Sembra un assurdo, ma purtroppo è una realtà. L’euro, però, è dei cittadini italiani ed europei, e non, come sta avvenendo in Italia, della banca centrale e dei suoi soci banchieri privati».
Quasi tutto chiaro. Ma che si fa adesso?
«Farà tutto il tribunale. Dovrà chiarire se esiste una norma nazionale e/o comunitaria che consente alla Banca centrale europea, di cui le singole banche nazionali dei Paesi membri sono divenute articolazioni, di emettere denaro prestandolo e/o addebitandolo alla collettività. L’emissione va distinta dal prestito di denaro: la prima ha finalità di conio, il secondo presuppone la qualità di proprietario del bene, oggetto del prestito».
Lei, professore, ha fiducia?
«Certo. La magistratura dovrà dire basta!».

http://www.ilgiornale.it/news/mia-ultima-battaglia-contro-l-euro.html