sabato 16 novembre 2019

DELITTI PARTIGIANI Compagno Drago e gli altri: i serial killer protetti dal Pci

Con il libro Compagno mitra hanno nome e volto quei partigiani che uccisero nemici politici e innocenti padri di famiglia. Molti fatti raccontati dallo storico Gianfranco Stella sono noti. Quel che non era noto erano i nomi dei killer e delle bande di gappisti che agivano indisturbati in nome della giustizia proletaria con omicidi, razzie, sequestri ed estorsioni riuscendo a sfuggire alla giustizia o salvandosi con pochi anni di carcere. Come il partigiano Drago: un killer spietato che ammazzò 150 persone, tra cui il sacerdote don Dante Mattioli, il cui corpo non venne mai trovato. Coperto dal Pci, sconosciuto ai libri di storia, nessuno lo disturbò mai e morì nel suo letto con al collo una medaglia al valor militare.

Molti di loro vennero decorati con la medaglia d’oro, altri diventarono persino deputati del Pci o segretari dell’Anpi locale. Ad altri ancora la vita non fu facile, dovettero conoscere la dura fatica nei campi di patate nella Cecoslovacchia sovietica, ma poi dopo pochi anni tornarono a casa dove poterono così ricominciare la loro vita, come se niente fosse.

C’è anche chi fu condannato all’ergastolo subito dopo la fine della guerra, ma potè godere dell’amnistia di Togliatti già dal 1950 e così ripulirsi per gli anni a venire. La carrellata di killer spietati raccolta nel libro Compagno mitra (in uscita su Feltrinelli e Amazon il 15 novembre; per info stella.gianfranco46@libero.it) rappresenta un documento impressionante di come la Resistenza di marca comunista si sia macchiata di crimini orrendi che rimasero impuniti allora e oggi sono stati semplicemente derubricati ad azioni di guerra.

Con questo libro, il suo autore, lo storico Gianfranco Stella, ha completato l’anello mancante che serviva per una completa pacificazione nazionale: dire i nomi di chi, approfittando del caos seguito all’8 settembre, regolò i conti in vista di una imminente rivoluzione bolscevica. E’ per questo che la presentazione di sabato scorso a Reggio Emilia ha in un certo senso chiuso finalmente il cerchio. Un cerchio iniziato molti decenni fa con la pubblicazione dei nomi delle vittime della violenza partigiana. Semplici nomi, a quali dopo molti decenni si aggiunsero le dinamiche nelle quali maturarono i crimini più efferati. Tutto questo ha alimentato la cosiddetta storiografia revisionista alla quale però mancava spesso un cappello finale: il nome, appunto degli assassini.





Ebbene, i nomi spesso c’erano, in molti casi si conoscevano perché le inchieste giudiziarie fecero il loro corso prima dell’amnistia. Ma l’amnistia, oltre a salvare centinaia di killer spietati dall’ergastolo, produsse anche un fenomeno ingiusto: mettere al riparo quelle persone delle quali poi nessuno potè parlare, perché in fondo protette dalla cappa onnipresente del partitone rosso, che garantiva loro di poter ricominciare indisturbati la loro vita per non macchiare la vulgata resistenziale che nel frattempo si imponeva nelle scuole, nei libri di testo e nei comuni.

In questo libro di 600 pagine i nomi sono la cosa più significativa. Molte dinamiche, molti eccidi, si conoscevano. Ma ad esse mancava giusto il responsabile. Ed è per questo che l’Anpi sabato ha manifestato davanti all’albergo delle Notarie di Reggio Emilia dove dentro Stella presentava il suo libro con il Centro Studi Italia e la Fondazione Azzolini: perché quei nomi, riportati alla luce da Stella, sono la prova che nel Triangolo della morte, ma anche in Liguria, in Veneto, in Lombardia e in generale in tutto il nord Italia, i partigiani comunisti hanno ucciso innocenti per puro odio ideologico e politico. Dal punto di vista storico, bisognerà dunque arrivare anche ad una revisione di quella stagione che tenga conto appunto anche delle coperture di cui questi criminali hanno goduto.
Basterà, per far comprendere questi silenzi lunghi oltre 70 anni, raccontare anche solo un caso degli oltre 200 resi noti e messi in fila da Stella. E’ quello di un partigiano fantasma, il cui nome non compare neppure nella storia della Resistenza reggiana di Guerrino Franzini, che rappresenta la “bibbia” della vulgata resistenziale.

Di Licinio Tedeschi (in foto), nome di battaglia Drago, ma anche Marat, nessuno sapeva nulla. Il suo nome si perde nell’aneddotica delle famiglie vittime, che da troppi anni piangono i loro cari ben sapendo il nome di chi uccise così barbaramente un padre o un fratello. Ma nessuno ebbe mai il coraggio di parlare.

Eppure, la figura di Licinio Tedeschi è impressionante per crudeltà a cui si aggiunse nel tempo una impunità sprezzante e sicura per un uomo cui, a conti fatti, Stella attribuisce la bellezza di 111 vittime nell’immediato dopoguerra e 39 prima del 25 aprile. Numeri che non si spiegano senza mettere in conto una copertura di una struttura di livello più alta.
Tedeschi nasce a Castelnovo Sotto in provincia di Reggio Emilia nel 1914. Di lui, Stella dice: “Licinio Tedeschi può essere considerato tra i più spietati serial killer della Resistenza italiana e il maggior assassino del Reggiano. Suoi pari vi saranno stati, ma nessuno ho trovato più assassino di lui. Uccise preti, medici, carabinieri, donne, presunte spie, ex fascisti, professionisti, facoltosi imprenditori che nulla avevano a che fare col Fascismo e anche partigiani”.

Con un curriculum del genere si comprende bene perché il Pci reggiano avesse interesse a coprirlo. Perché con Drago ad uccidere c’era un nutrito squadrone della morte che ha seminato il terrore nelle campagne della Bassa reggiana per un triennio almeno. Una squadra di killer che qualcuno consentiva operasse indisturbata e che, subito dopo la guerra potè riscuotere come una cambiale impunità e protezione. Stella racconta infatti che Tedeschi fu impiegato alla segreteria dell’Anpi “grazie alle contribuzioni forzate che riusciva egregiamente a incassare e parzialmente a versare”. Il suo primo omicidio lo compie a Udine nelle caotiche giornate dell’armistizio all’interno della caserma del 23esimo reggimento dove era soldato. E’ il 9 settembre, appena il giorno dopo la destituzione del regime, quando uccide il sottoufficiale addetto all’armeria che si era opposto alla sua pretesa di prelevare armi. Ne riempì due borsoni e il sottoufficiale venne derubricato a vittima dei tedeschi che quel giorno avevano occupato la caserma. Da quel giorno Tedeschi non smise più di ammazzare. “Le sue azioni piacevano al partito comunista e meno ai membri del Comitato di Liberazione provinciale i quali denunciavano l’inutilità di quelle sciagurate iniziative e finivano sempre col provocare reazioni dei tedeschi”. Ma lui andò avanti. Ad esempio: il 13 aprile del 1945, proprio nello stesso giorno in cui veniva ucciso il seminarista Rolando Rivi, prelevò tre persone: il commissario prefettizio del comune di Castelnovo Sotto, un residente e il parroco don Dante Mattioli e il nipote. Furono uccisi tutti con colpi di pistola e i corpi non vennero mai ritrovati.
La morte di don Dante Mattioli è sempre rimasta un mistero. Il suo nome è finito nel martirologio delle vittime del clero per mano partigiana, ma ora, con questi documenti scoperti da Stella, si può finalmente avere un colpevole che uccise per odium fidei un parroco che nulla aveva a che fare con il Regime e aveva come unica colpa quella di non essere comunista.

Di storie del genere, la cartella di Tedeschi è piena e finalmente per tanti famigliari si può dare un nome ai killer rimasti nell’ombra per 70 anni. Il 25 aprile ad esempio, tanto per festeggiare la Liberazione pensò di ammazzare il medico condotto del Paese di Gattatico, il dottor Enrico Alberti e così fece nei giorni seguenti con la sua squadra della morte per cittadini che avevano come unica colpa l’avere la tessera del partito fascista. Le sue azioni non si limitavano agli anti-comunisti. Un partigiano rosso, Mario Bertozzi di Boretto, durante un periodo di detenzione, fece il suo nome in riferimento ad alcuni delitti. Appena uscì venne freddato da una raffica. La stessa sorte toccò ad un altro compagno di armi che aveva rivelato alle autorità la base segreta di Drago.
E ancora: taglieggiava per conto del partito comunista gli imprenditori della zona e chi non si piegava veniva ucciso, sequestrò molti possidenti in nome della giustizia proletaria. Nessuno poteva fermarlo: uccise ancora il maresciallo dei carabinieri di Brescello, il cui corpo venne ritrovato soltanto negli anni ’60 durante uno scavo.

A lui è legato un episodio della carriera del celebre giornalista Enzo Biagi. Il nome di Licinio Tedeschi era nell’aria, ma nessuno lo faceva per paura. Così, per controbilanciare la linea editoriale scelta dalla Rizzoli che con il settimanale Epoca aveva documentato molte efferatezze partigiane, volle sentire anche l’altra campana. Andò a Poviglio, dove negli anni ’60, Tedeschi si era trasferito e si presentò a casa sua per chieder un’intervista. Per nulla intimorito dalla fama del grande giornalista rifiutò qualunque tipo di incontro. Allora Biagi gli fece prospettare il pagamento di una somma di denaro. Ma neppure questo lo smosse: “Il killer gli rispose che se avesse voluto denaro, gli sarebbe bastato girare durante il giorno di mercato per le strade di quei comuni dove era conosciuto e con il cappello in mano avrebbe riscosso tanto denaro da riempirlo”, riferisce Stella.

Una ricchezza che il Drago non teneva soltanto per sé. Stella sostiene che parte delle contribuzioni forzate che Tedeschi versò all’Anpi servirono al Pci per acquistare l’antico palazzo di Rocca Saporiti in via Toschi, che nel ’54 diventerà la nuova sede del partito.

Da ultimo va detto che quando nel ’46 gli venne revocata la medaglia d’argento al valor militare, fu proprio l’Anpi a fare pressioni perché potesse riottenerla. Ebbene: la riebbe nel 1988 con un decreto presidenziale apposito nelle cui motivazioni viene ricordato un episodio di un combattimento valoroso contro i tedeschi. Nessun cenno, ovviamente, alla seriale attività di killer in nome e per conto della Resistenza rossa.
Surreale la chiosa di Stella, citando Orwell: “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”.

venerdì 15 novembre 2019

«Il Duce? Uomo di sinistra fino alla fine»




Prego? «Sì, ha capito bene.
Il duce non ha mai smesso di essere di sinistra e rimase socialista fino all'ultimo dei suoi giorni».
Che fa, esagera?
«Macché. Le dirò di più. Classificare di destra il regime fascista è completamente sbagliato».

È il pirotecnico inizio di una conversazione che abbiamo avuto con Nicholas Farrell, ex firma di punta del Sunday Telegraph, autore di una biografia del duce («Mussolini, A New Life», uscita in Gran Bretagna presso Weidenfeld and Nicolson) che ha scatenato oltremanica un vero e proprio putiferio.

Per «colpire al cuore» questo simpatico quarantenne inglese con il gusto della provocazione e con la passione della Romagna (vive a Predappio da sei anni) a Londra sono scese in campo le firme più blasonate.

Fra le tante, la più feroce è stata quella dello storico Denis Mack Smith.
Questi, proprio dalle colonne del Sunday Telegraph, ha parlato di Farrell come «di uno scrittore velleitario e ignorante che si ostina a presentare un Mussolini non reazionario, non corrotto e non tiranno».

Farrell riparte proprio dallo storico inglese.

«Nel suo libro - spiega - tratteggia la figura del duce in chiave grottesca.
Si tratta di un'alterazione propagandistica di marca inglese, che risale alla seconda guerra mondiale e di cui Mack Smith si è fatto portavoce.

Si può essere d'accordo o meno con le scelte di Mussolini, ma è sbagliato parlarne come di un saltimbanco».

Farrell scandisce le parole in perfetto italiano e quando chiediamo il perché di tante «armi» puntate contro di lui, risponde: «La verità è che io ribalto la visione che del duce hanno gli inglesi. 
Sono partito da questa considerazione: un uomo "ridicolo e grottesco" non può prendere il potere e conservarlo per vent'anni. Mussolini aveva un carisma strepitoso. Egli governò godendo di un vasto consenso da parte del popolo italiano, almeno fino alla fine degli anni Trenta».

Di qui, però, a sostenere che il duce sia stato un socialista mai pentito ne corre.
«Il duce con il fascismo - risponde Farrell - tentò di costruire una terza via fra il capitalismo e il comunismo. Il corporativismo era un progetto di sinistra e suscitò molto interesse presso diversi ambienti fuori dell'Italia».

Intanto, c'è un altro capitolo della biografia scritta dal giornalista londinese che ha mandato su tutte le furie i commentatori britannici.

Si tratta delle pagine in cui si attacca la politica estera inglese a partire dalla metà degli anni '30.

Il 7 ottobre del '35 la Società delle Nazioni, su iniziativa della Gran Bretagna, vota una risoluzione di condanna dell'Italia come Paese aggressore dell'Etiopia. Quattro giorni più tardi, 51 Stati su 54 decidono di colpire l'Italia con sanzioni economiche. Contro di esse si scatena la reazione del regime. Scendono in campo finanche Croce e Albertini. Entrambi nella «giornata della fede», in cui gli italiani consegnano le fedi nuziali alla patria, donano la loro medaglia di senatori. Pirandello offre quella del premio Nobel.

«In quei giorni il governo britannico commise un gravissimo errore - spiega Farrell - spingendo il duce nelle braccia di Hitler e impedendo all'Italia di percorrere, al momento della seconda guerra mondiale, una strada simile a quella scelta dal generale Franco».

Il dubbio che coglie l'interlocutore, ascoltando il nuovo biografo di Mussolini, è quello di trovarsi di fronte a un nostalgico del Ventennio.

Glielo diciamo, ma Farrell smentisce.

«Ho solo studiato una delle figure più importanti del '900, senza lasciarmi condizionare dai conformismi. Sono anche convinto che Mussolini, al di là delle leggi razziali del '38, fino a quando esercitò appieno la sovranità sul suo Paese, rifiutò ogni cooperazione attiva alla deportazione degli ebrei. L'ho scritto e lo ripeto: salvò più ebrei il duce che Schindler. Io non sono né un nostalgico del regime, né un fascista. Sono solo un inglese».

Non ci resta che attendere la versione italiana del «Mussolini» di Farrell.

Quel giorno ne vedremo delle belle.

TRATTO DA:
https://www.iltempo.it/cultura-spettacoli/2003/08/01/news/il-duce-uomo-di-sinistra-fino-alla-fine-218444/?fbclid=IwAR0pMlti0TNPGU5ICp403p9jL9WR9WCY3YIzITvAs6ltZG7zCeCHYNoga8s

PERCHE’ DA NOI CI VOLLE L’IRI.



Maurizio Blondet

Probabilmente pochi sanno che, prima del 1940, lo Stato “cercò di ritrasferire alla proprietà privata le imprese IRI salvate dal disastro:  il tentativo non andò a buon fine perché mancavano le persone fisiche dotate di capitale proprio, e non preso a prestito dalle banche” (Antonio Venier, Il disastro di una Nazione, Ar, 2000).
Già: il regime (non a caso Male Assoluto) aveva questa pretesa, che i capitalisti ci mettessero del loro capitale. Oggi che l’IRI è stata svenduta a credito a indebitati esteri,  bisogna ricordare il motivo della fascistica pretesa. Consentire le privatizzazioni a capitalisti senza capitale  indebitati, significava tornare alla condizione per cui l’IRI  dovette essere creato. Una condizione disastrosa che ricorda molto da vicino quella attuale.
I privati, che non ebbero mai  i mezzi propri per finanziare lo sviluppo industriale italiano, ricorsero alle grandi banche  – straniere, tipicamente la Comit dei “tedeschi”  Otto Joel  Federico Weil , detentori dei capitali finanziari  internazionali  –   che raccoglievano il risparmio: le quali ovviamente – le norme “liberiste”  lo permettevano – usarono i depositi a vista o a breve, per finanziare le industrie, a medio-lungo termine.  Le banche commerciali erano insomma diventate, senza dirlo ai clienti,  le “banche d’affari”  che portarono alla crisi del ’29,  ed hanno riportato alla Depressione del 2007 ossia otto anni dopo che Clinton cancellò la Glass-Steagall, che  (visti i disastri della commistione)  negli anni ‘30 aveva separato per legge imperativa l’attività bancaria normale e   quella d’investimento, speculativa: atto di nascita del liberismo  selvaggio.
Persino Giovanni Malagodi, che più liberista non si può (fu  segretario del Partito Liberale, allora era  rintanato cin La Malfa all’ufficio-studi della Comit, covo di pensiero antifascista) ha scritto  che in quelle banche “del lavoro ordinario, con la clientela piccola o media, s’era perduto il gusto, la tecnica, la tradizione”: biasimo che si può oggi applicare da Montepaschi a Deutsche Bank,  passando per qualunque banca internazionale.
PUBBLICITÀNon sapevano più fare il mestiere di prima, le banche, ma nemmeno sapevano fare il mestiere di grandi imprenditori, di cui erano divenute consocie. “Onnipresenti in ogni azienda, a ogni impresa,  ad ogni speculazione – i depositanti, i clienti delle quattro banche [Banca Commerciale, Credito Italiano, Banco di Roma, Banca Italiana di Sconto] sono inconsciamente soci di una serie svariatissima di aziende” (Riccardo Bachi, economista).  Per contro, nel 1919, i fratelli Perrone (Ansaldo)   rastrellarono azioni della Commerciale   nel 1920  gli Agnelli fecero lo stesso col Credit:  onde acquisire il controllo delle banche di cui erano debitori  fino al collo, e assicurarsene i finanziamenti . Le banche si difesero: “gruppi amici” acquistarono i pacchetti – con soldi prestati delle banche stesse. Le famose partecipazioni incrociate incestuose.Uno degli effetti fu nel 1921 la bancarotta scandalosa della Banca Italiana di Sconto, per la  quale il Senato costituì una speciale commissione, con prerogative  di alto tribunale: tutti assolti nel 1926.  E non c’erano ancora Matteo Renzi, Elena Boschi e il PD liberista. I governi liberisti allora, almeno non facevano finta di essere “di sinistra”.I governi liberisti – Bonomi e  Facta (l’ultimo)  – non spesero denaro pubblico per “salvare” la banca, il che significa: lasciarono che fossero svendute  le partecipazioni industriali  dell’istituto fallito, come oggi i “liberisti” impongono di svendere i crediti dubbi, ossia a 10 ciò di cui è recuperabile il 20%.

Contro la svendita dei crediti dubbi

Una soluzione poteva essere di costituire un ente pubblico che si assumesse   la smobilizzazione della attività principali della banca”; invece di abbandonarle ai predatori dei “mercati”, tipo gli odierni fondi avvoltoio.

Alberto Beneduce
Nel 1922, pochi mesi dopo la presa di potere fascista, crolla il Banco di Roma, dell’aristocrazia nera.  Mussolini lo fa salvare dal Tesoro, “cambiando le  persone”:  già. I banchieri,  divenuti d’affari, prestavano alle imprese privilegiate  con cui avevano partecipazioni incrociate (solo un centinaio , secondo Raffaele Mattioli)  ma senza penetrare nei  loro problemi tecnici  – non sanno farlo –  e i capitalisti imprenditori puntavano alla loro espansione aumentando i propri debiti.
Per di più, vollero speculare da finanzieri, scommettendo sulla svalutazione della lira, secondo loro resa inevitabile dalla crisi economica. Come disse il “polacco” Giuseppe Toeplitz al consiglio d’amministrazione della Comit nell’ottobre ’24, il momento è propizio per “tenere valori effettivi invece di crediti in lire”, ossia titoli e partecipazioni invece di  liquidità: con la svalutazione, i titoli e  le  azioni si sarebbero rivalutate.
Invece Mussolini decise di difendere la lira: “quota 90” (90 lire per 1 sterlina, contro le 153), operazione criticata  con più di una ragione – furono ridotti i salari – ma accompagnata da misure di riduzione dell’importazioni e di autarchia: fu “lanciata la battaglia del grano; il pane doveva essere d’un tipo unico, con la farina abburattata con un tasso dall’80% all’85%; la benzina doveva essere miscelata con alcool ricavato con gli scarti della viticoltura; la siderurgia doveva impiegare, di preferenza, minerali italiani; i giornali, per risparmiare cellulosa, dovevano diminuire a sei le loro pagine. Assieme alle molte misure economiche vi fu il prestito del Littorio, propagandato con tutti i mezzi. Il risultato fu soddisfacente: 3 miliardi e 150 milioni.”  (wikipedia). La piccola borghesia vide di fatto aumentare un poco il suo potere d’acquisto.  Gli operai, no.
Ma  alla luce della speculazione dei banchieri privati contro la lira, ossia la moneta nazionale,  lo sforzo  della rivalutazione acquista un senso.  La recessione del  1929 ebbe un aggravamento nel ’31; una ondata di  fallimenti cominciata con il Creditanstalt (Vienna, dei Rotschild) travolse a cascata  una serie di banche europee  ed americane, provocò l’uscita della sterlina dal tallone aureo, e mise alle  corde anche  la Banca Commerciale. Toeplitz si presentò al governo con un piano di salvataggio, il solito (pensate al “salvataggio della Grecia”, in realtà di Deutsche Bank e Paribas ): far pagare allo Stato le speculazioni sbagliate della banca privata.
La risposta che ottenne l’ha raccontata lo stesso Toeplitz: “Le  urla  incomposte di Beneduce mi hanno portato alla realtà  ….Già prima della riunione tutto era stato  preordinato e deciso, dietro le mie spalle, con la  solita disciplina fascista”.
Dare del fascista ad Alberto Beneduce  – il deus ex machina della strategia mussoliniana  –  suona oggi imperdonabile: il suocero di Enrico Cuccia, che aveva  chiamato le tre figlie rispettivamente Idea, Libera e Socialista, era sicuramente un massone, ma patriota. In qualche modo possiamo paragonarlo all’ariano d’onore Hjalmar Schacht,  il nazionalista tedesco che Hitler pose a capo della sua banca centrale.
Ma cosa avevano deciso Beneduce, il duce, il ministro Alberto De Stefani “dietro le spalle” di Toeplitz? Semplicemente questo: tutte le partecipazioni in imprese industriali vennero sottratte al controllo della Comit (e delle altre grandi banche) e  trasferite all’Istituto di Liquidazione, un ente di diritto pubblico, ma autonomo, fondato nel 1926:  questi attivi furono così temporaneamente   salvati dalla svendita (la stessa  che la finanza internazionale esige oggi per i “crediti inesigibili”; non performing loans), e le competenze del personale delle aziende, salvaguardato.

I nostri Effetti MeFo

Ma per finanziare le imprese, stante la scarsità di capitali privati nazionali (dei capitalisti senza capitale),  occorrevano grandi capitali. Da investire (e quindi immobilizzare) a medio-lungo  termine.  Dove trovarli? L’idea fu di mobilitare il risparmio. Già nel 1924  era stato creato l’ICIPU (istituto di Credito per le imprese di pubblica utilità) al precipuo scopo di aumentare gli investimenti per la produzione di energia elettrica dalle cadute d’acqua (il “carbone bianco”); Beneduce e  Bonaldo Stringher, direttore della Banca d’Italia, avevano fatto nascere l’INA, Istituto Nazionale Assicurazioni, allo stesso fine, raccolta del risparmio vincolato.

Obbligazione IRI 1937
Il 9  gennaio 1933 (la Borsa aveva  subito un collasso pochi mesi prima, come in tutto l’Occidente), Mussolini istruì per iscritto il ministro delle Finanze Guido Jung: l’Istituto di Liquidazione avrebbe dovuto essere assorbito da un nuovo ente di diritto pubblico. Quello che nacque (nello stesso mese, il 23 gennaio ’33) fu l’Istituto  per la Ricostruzione Industriale, IRI,  di cui mise a capo Beneduce (del resto l’idea era sua). Il direttore esecutivo   fu  Donato Menichella, un alto funzionario della Banca d’Italia. Ancora pochi mesi, e le tre grandi banche vennero nazionalizzate, e conferite all’IRI: ad essere salvata fu la Banca d’Italia, che aveva   aperto alle tre banche private  crediti 8 miliardi di lire, quando l’intera circolazione monetaria nel valeva 13. Questo immane credito inesigibile era poi stato trasferito all’Istituto Liquidazioni, praticamente quella che oggi chiamiamo “bad  bank”.  I banchieri privati superstiti dovettero giurare di limitarsi a  “investimenti di pronta  liquidità, escluso ogni immobilizzo industriale anche sotto forma di partecipazioni azionarie”.  La nostra Glass- Steagall Act. 
Al finanziamento industriale, telefoni, elettricità, cantieri navali, siderurgia,  provvidero appunto gli enti pubblici di medio credito appositamente creati.  Beneduce risolse la perenne scarsità dei capitali di rischio privati, facendo emettere obbligazioni industriali garantite dallo Stato:  i risparmiatori potevano partecipare a  finanziare le industrie nazionali,  con la tranquillità che il rischio era coperto dallo Stato.
Queste obbligazioni garantite “erano allora un’assoluta novità”, scrive Massimo Pini (1).   Infatti erano l’analogo  – e sicuramente il precursore  –  dei celebri “Effetti MEFO” che la banca centrale del Terzo Reich introdusse di lì  poco, nel 1934. Erano questi delle cambiali tratte da una ditta fittizia, la Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (“Società per la ricerca in campo metallurgico”), anch’esse garantite dallo Stato; di fatto con esse  gli industriali si pagavano tra loro e pagavano i fornitori. Era inteso che se gli effetti MeFo fossero stati portati all’incasso, lo Stato li avrebbe liquidati, stampando moneta dal nulla (e provocando inflazione):  ma essi erano fruttiferi (davano un interesse del 4%) e l’incasso avrebbe fatto perdere lo sconto che la Reichsbank avrebbe imposto – come per ogni cambiale. Per  cui conveniva tenere e usarle come moneta – moneta fra industriali. Così fu finanziato il Miracolo Economico di Hitler  – il solo vero miracolo economico del decennio della Grande Depressione, 1929-39 –   con la messa al lavoro dell’enorme disoccupazione. Quando il Fuehrer prese il potere, i disoccupati erano il 25% della popolazione attiva, e il 44% dei giovani: quasi 7 milioni.  “A gennaio ’34, sono calati a 3,7 milioni. A giugno, sono  ormai 2,5  milioni. Nel 1936 calano ancora, a 1,6 milioni. Nel 1938 non sono più di 400 mila”  (Maurizio Blondet, Schiavi delle Banche, Effedieffe).

A chi fa danni la sovranità

Pieno impiego. E non che la manodopera fosse assorbita dal riarmo: “è l’edilizia ad assorbire più disoccupati (+209%) seguita dall’automobile (+117%), la metallurgia solo al terzo posto (+83%).
Ecco cosa si può fare quando uno Stato  ha la sovranità monetaria. Come riconosce un nemico del Terzo Reich, il generale britannico J.F.C. Fuller, “La prosperità della finanza internazionale dipende dall’emissione d prestiti ad interesse a  nazioni in difficoltà economica; l’economia di Hitler significava la sua rovina. Se gli fosse stato permesso di completarla col successo, altre nazioni avrebbero certo seguito il suo esempio […] i  prestatori finanziari avrebbero dovuto chiudere bottega”.
Ma torniamo alla nostra Italia e IRI. Il miracolo economico fu meno pronunciato: il paese  essendo più arretrato come industrie e meno istruito, ed essendo di altra natura i capitalisti privati, rispetto a quelli germanici: privi di capitale, ma anche di patriottismo, di inventiva, di larghezza di vedute e genialità previsionale. In un documento del 1937 (5 maggio), la direzione dell’IRI  scrive: che nel nostro paese “ la maggior parte degli  esponenti delle classi plutocratiche e capitalistiche ha concepito sempre la funzione dei rapporti con lo Stato come un continuo tentativo di depredazione dello Stato”, l’IRI doveva lottare non solo per  industrializzare il paese coi poteri forti internazionali (le sanzioni sono del ’37), ma anche con la piccineria dei privati.  Ai quali  le aziende “pubbliche” sotto l’IRI, risanate e profittevoli,  tornarono a far gola. E  cominciarono  le invocazioni della loro libera stampa alla  “privatizzazione”, al “libero mercato”.  Nel ’34 Mussolini ordinava:”Nessuna vendita agli Agnelli da parte  dell’IRI di azioni Edison o ILVA”. Nel 1937 l’IRI, concepito come una escogitazione in qualche modo temporanea, fu per legge dichiarato ente “permanente”.
Caduto il  regime, nel 1944  Donato Menichella dovette giustificare, davanti ai vincitori statunitensi,  come mai in Italia fosse cos poco sviluppato il “mercato libero”  e poco applicata la “efficienza del capitale privato”, e come mai aveva permesso che il regime fosse anti-liberista. Menichella spiegò che da noi non  sono mai esistiti finanzieri puri, desiderosi di rischiare il capitale che solo gli industriali avevano interesse a diventare azionisti delle grandi banche, ma perché “miravano a trovare nelle banche il denaro versato dai depositanti e correntisti … per coprire gli esborsi  (che in tal modo diventavano fittizi)    per le loro sottoscrizioni delle azioni bancarie”.  Insomma spiegò che gli industriali si prendevano le banche con  i soldi che trovavano, e saccheggiavano, nelle banche stesse.  Non so se questo  vi ricorda qualcosa. Non restava che “tirare le conseguenze”, disse Menichella, “e riconoscere che lo Stato era, puramente e semplicemente, il padrone delle banche e il vero padrone delle industrie possedute dalle banche stesse”.


L’esempio di Italo

Ecco perché ci volle l’IRI. Il liberismo e  il “mercato” in Italia sono limitati dalla tirchieria e piccineria dei “capitalisti”,  che non vogliono  rischiare mai niente;  che vediamo anche adesso, appena possono, liberarsi delle loro imprese di famiglia vendendole appena diminuiscono i profitti a capitali stranieri   Penultimo caso  esemplare: Italo, impresa  neonata venduta al gruppo americano Global Infrastructure Partners (Gip): il quale  s’è  accollato  il mezzo miliardo di debiti bancari che i “capitani coraggiosi” Montezemolo e Della Valle e amici erano riusciti a contrarre con le banche in pochissimi anni di vita dell’impresa di treni veloci privata.  L’hanno gestita dunque maluccio, a credito; per  poi incassare 2,7 miliardi dalla vendita, e pure distribuire ai soci  dividendi per 30 milioni.
Insomma  gli imprenditori italiani non aspirano a imprendere. Aspirano a vivere di rendita consumando i corrispettivi delle loro vendite, di aziende fatta vivere con i crediti bancari non restituiti (come ci insegna Montepaschi).   Solo uno Stato può avere la visione per realizzare strategie di lunga durata a favore  della Nazione, intesa come comunità che vuole lasciare a figli, nipoti e bisnipoti futuri  un destino all’altezza dei tempi  -ossia non di pizzaroli, mandolinari e consegnatori di pizze a domicilio; o zappatori. Oggi l’abbandono del paese alla dogmatica del “mercato” ci ha portato  nello stato di “semicolonia in declino irreversibile”.
Spero di aver spiegato perché “ci vuole l’IRI”. Anche se ha cessato di funzionare egregiamente nel pluripartitismo, in quanto doveva non tanto pagare tangenti a troppi partiti, ma dare posti di lavoro clientelari che ne appesantirono la  gestione (rigorosamente privatista  durante il fascismo)  con quelli che nella neolingua democratico-sindacale si chiamano “oneri impropri”, stipendi superflui.
Proprio  perché la popolazione italiana ha debole o inesistente il senso della responsabilità nazionale, e forte l’egoismo piccino, le occorre un governo “autoritario” nazionale e sovrano  per correggere la sua assenza di amor di patria.  Naturalmente non aggiungo a “perché ci vuole l’IRI” il  “perché ci vuole un duce”. E’ una orma di governo che abbiamo giustamente  aborrito  e rigettato. Ora che ci lasciamo governare dalle oligarchie transnazionali,  converrà segnalare che l’aborrito sistema di governo  “autoritario” è quello che in Ungheria e Polonia resiste ai diktat dell’eurocrazia, e in Russia e  Cina prova a creare un sistema  di dirigismo svincolato dal capitalismo terminale globale e adatto ai tempi.
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1 – Tutto questo articolo è ispirato dal saggio di Massimo Pini: “I giorni dell’IRI – Storie e  misfatti da Beneduce a Prodi”, Mondadori , 2000. Massimo Pini (1937-2012) che ho avuto l’onore di conoscere personalmente, da editore che era (fondatore della SugarCo)  fu piazzato da Bettino Craxi nel consiglio d’amministrazione dell’IRI dal 1986 al 1992, a sorvegliare ed impedire le svendite dette privatizzazioni delle industrie a partecipazione statale, in una visione di interesse nazionale. Nel 1992, l’attacco sincronizzato di Mani Pulite e dell’ideologia della “efficienza del mercato” come più morale del corrotto potere socialista, spazzò via il gruppo patriottico. La presidenza del consiglio fu data a  n altro tipo di socialista, Giuliano Amato, che operò immediatamente le privatizzazioni, lo smantellamento delle industrie IRI.  Benchè formalmente “consigliere alle privatizzazioni” per Giuliano Amato, Massimo Pini non  aveva più la forza, né la copertura  politica, per esercitare la resistenza e il freno che aveva esercitato negli anni precedenti.

TRATTO DA:
https://www.maurizioblondet.it/perche-da-noi-ci-volle-liri/?fbclid=IwAR0rg8oVOgjJPm-Z4Z2MHcjSDl1ZZshLlfF0JyejMeK5lEJzFG-Z-pXpWQU

La democrazia limitata dell’Italia nel dopoguerra stabilita a Yalta.

Giovanni Fasanella

racconta il fallito attentato a Berlinguer e i retroscena della Storia

trabucco fasanella d'incà rossato

«Quanti di voi sono a conoscenza che nell’ottobre del 1973 a Sofia i servizi segreti bulgari tentarono di assassinare Enrico Berlinguer (Sassari, 25.05.1922 – Padova, 11.06.1984, segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 1972 ndr)»?

Lo ha detto ieri sera in Sala Bianchi, , giornalista investigativo, scrittore, ha lavorato all’Unità e a Panorama, ospite dell’appuntamento letterario del ciclo “ estate” organizzato dall’Associazione Cittadini per il recupero della presieduta dall’ingegner .
Che ha moderato l’incontro dal titolo “Moro, Berlinguer: la rivoluzione mancata“, con il contributo del costituzionalista dell’Università di Padova e dell’onorevole Federico D’Incà, deputato del Movimento 5 Stelle.

giovanni fasanella

Fasanella ha raccontato i dettagli contenuti nel suo ultimo libro “” ricavati dall’esame degli atti d’archivio desecretati, contenuti al National Archives di Kew Gardens di Londra tra i 30 milioni di documenti, dall’anno Mille in poi, (www.nationalarchives.gov.uk).

A rivelare per primo la notizia del fallito attentato a Berlinguer nella capitale bulgara fu Emanuele Macaluso, all’epoca numero due del Pci, circostanza inizialmente smentita da tutti, ma confermata dalla moglie di Berlinguer Letizia Laurenti la quale disse che suo marito era certo che si fosse trattato di un attentato progettato dai servizi segreti russi del Kgb.

Anche la dinamica dei fatti, del resto, avvalora questa tesi. «La Chaika blindata di rappresentanza nella quale viaggiava Berlinguer da Sofia verso l’aeroporto insieme all’interprete e due dirigenti comunisti bulgari venne centrata da un camion militare carico di pietre – racconta Fasanella – e solo per caso non volò dal cavalcavia perché si fermò su un pilastro d’acciaio.

L’interprete morì nell’impatto e i due dirigenti rimasero feriti gravemente e anche Berlinguer riportò delle ferite. I servizi segreti bulgari misero a disposizione un aereo a Berlinguer per rientrare in Italia, ma dopo quello che era accaduto egli rifiutò e ritornò con un jet italiano dei nostri servizi segreti. Dall’ospedale militare a Sofia dov’era ricoverato, in relazione ai fatti accaduti, annoterà “Ecco perché è necessario un compromesso storico tra le forze di area comunista, socialista e cattolica”».
Ma perché i servizi russi volevano eliminare Berlinguer?

«Berlinguer – spiega Fasanella – sosteneva una indipendenza del Pci, secondo un modello che era inconcepibile per il blocco sovietico.

Tant’è che al 12mo congresso del Pci del 1969 sosterrà tutte le sue posizioni eretiche, con la condanna dell’invasione sovietica in Cecoslovacchia dell’agosto ’68.

Oltre a destituire Cossutta che avrebbe dovuto prendere il suo posto e quindi rafforzare il legame con Mosca se l’attentato fosse riuscito. Insomma, il socialismo dal volto umano di Berlinguer era devastante per l’Urss per un possibile effetto domino sui paesi satelliti.

Berlinguer voleva staccarsi progressivamente dall’influenza sovietica, in cambio la Dc con Aldo Moro, avrebbe rinunciato al cosiddetto fattore K ossia all’esclusione del Pci dal governo.

Un progetto che non poteva essere accettato né dai russi né dagli inglesi, che con un’Italia indipendente vedevano minacciata la loro sovranità nel Mediterraneo».

L’Italia dunque, doveva rimanere uno stato a sovranità limitata così come era stato stabilito alla conferenza di Yalta fra il 4 e l’11 febbraio del 1945 dai vincitori della II^ Guerra mondiale Franklin Delano Roosevelt , Winston Churchill e Iosif Stalin. Ma c’è di più. Dai documenti desecretati dell’archivio Kew Gardens di Londra consultati da Fasanella, c’è il resoconto del dialogo tra Winston Churchill e monsignor William Godfrey, delegato apostolico a Londra, datato 7 novembre 1945, nel quale il premier inglese dice che l’Italia nel dopoguerra potrà godere di eccellenti condizioni di pace e sarà sostenuta da una concreta assistenza per la ricostruzione e un periodo di benessere.

Ma le saranno impedite tre cose:
1) Avere un regime politico pienamente democratico (il Pci non poteva governare);
2) Non potrà avere una propria politica estera e una politica energetica autonoma.
3) Non potrà avere una politica propria della sicurezza. I vertici delle Forze armare risponderanno alla Gran Bretagna e alla catena di comando del Patto Atlantico. Quelle clausole segrete, insomma, già pattuite alla Conferenza di Yalta.

Ebbene, l’Italia negli anni ’70 è la quinta potenza economica, e all’orizzonte si profila un’apertura al Pci di Berlinguer verso la Dc di Moro in aperta violazione ai patti di Yalta riferiti da Churchill al nunzio apostolico che riferì alla Santa sede.

Ecco allora che scatta il piano per mantenere saldi gli equilibri di Yalta. Alle elezioni del 20-21 giugno 1976 il Pci punta al sorpasso della Dc, che però non gli riesce. Ma raggiunge il 34,4% mentre la Dc ottiene il 38,7%. I servizi segreti britannici progettano un colpo di stato militare per impedire che Berlinguer attui il compromesso storico con Moro.

L’idea viene però abbandonata perché considerata rischiosa. E, in accordo con gli altri paesi della Nato, si passa alla seconda opzione che un memorandum segreto del Foreign Office datato 6 maggio 1976 definisce “sostegno a una diversa azione sovversiva”.

«L’assassinio di Moro – afferma Fasanella – avrà per l’Italia lo stesso effetto di un colpo di stato. Da paese egemone, quinta potenza economica che eravamo, diventiamo via via quello che siamo oggi, un paese a pezzi, senza classe dirigente e senza credibilità.»

E’ una storia vista attraverso i documenti segreti d’archivio, quella raccontata da Fasanella, giornalista investigativo. Dove Berlinguer e Moro rappresentano dei politici di razza che lavorano per restituire la sovranità al loro Paese. Così come quei coraggiosi manager dell’industria, come Enrico Mattei, che muore guarda caso quando va nell’area del Mediterraneo a scalfire gli interessi anglo-americani del petrolio.

Sollecitato da una richiesta del pubblico, Fasanella risponde anche sulla questione Ucraina. Sono ancora validi oggi gli accordi di Yalta? L’Ucraina deve ritenersi sempre un territorio della sfera d’influenza dell’ex Unione Sovietica e dunque è un affare di Putin dove l’Occidente non può avanzare pretese?

«L’Urss non c’è più – ha detto Fasanella precisando che questa, a differenza della ricostruzione del libro fondata su documenti d’archivio, è la sua personale opinione – e dunque non so se la Russia di Putin può rivendicare a pieno titolo quei diritti nei confronti dell’Occidente e quindi dell’Ucraina».
Sul piano squisitamente giuridico della questione interviene il costituzionalista Daniele Trabucco.

«Gli accordi di Yalta, come il Trattato di Osimo del 1975 – ha detto – hanno ancora piena validità. La questione giuridica è stata affrontata di recente in relazione al referendum del Veneto per l’indipendenza. Per effetto di tali trattati, infatti, l’Italia non avrebbe alcun titolo nel mettere in discussione i confini con l’ex Jugoslavia».

Trabucco completa il ragionamento di Fasanella esaminando l’Italia del dopoguerra sotto il profilo politico-giuridico.

«Negli anni ’70 c’era l’esigenza che la democrazia italiana diventasse veramente pluralista, che acquisisse una maturità che ancora non aveva.

Dalla democrazia maggioritaria Dc-Pci siamo passati al sistema bipolare che però ha portato una ulteriore frammentazione, la crisi dei partiti e la personalizzazione della politica. La sfida del compromesso storico era quella di allargare la rappresentanza.

Oggi ho l’impressione che si stia ritornando a quella democrazia maggioritaria del primo dopoguerra». Il riferimento di Trabucco è anche all’Europa dell’euro, dove il Parlamento italiano ha solo il compito di ratificare i parametri imposti dall’economia globale.

L’onorevole D’Incà, deputato del Movimento 5 Stelle mette sul tavolo la questione morale e cita Eugenio Scalfari nell’intervista a Berlinguer su Repubblica del 28.07.1981 

D’Incà prosegue idealmente quell’intervista per chiedere a Berlinguer come giudichi la comunicazione di oggi.
Quanto essa sia importante nella politica.

Per arrivare a chiedere «Siamo pronti ad una democrazia diretta e con quali mezzi possiamo ottenere la partecipazione dei cittadini alla vita politica».

E qui, posto che l’interrogativo proviene da un politico del Movimento di Beppe Grillo, entriamo pure noi nella finzione per far rispondere a Berlinguer: “E’ sicuro, caro collega, che la rete sia davvero il metodo più rappresentativo per la partecipazione e la selezione dei cittadini alla politica?”

Roberto De Nar


TRATTO DA:
http://www.bellunopress.it/2014/09/06/la-democrazia-limitata-dellitalia-nel-dopoguerra-stabilita-a-yalta-giovanni-fasanella-racconta-il-fallito-attentato-a-berlinguer-e-i-retroscena-della-storia/?fbclid=IwAR0AxgcbM74BPJSeSvZHH3WoadG_bhf3DI7W5tIct0uvd6SQ-MPTp0iDWps

mercoledì 13 novembre 2019

Mazzucco: lo Stato si riprenda acciaio, energia e medicina

Mazzucco 


La drammatica vicenda dell’Ilva dimostra come non sia possibile, semplicemente, lasciare nelle mani dei privati le risorse strategiche di un paese: non perché l’operatore privato sia da demonizzare, ma perché è ovvio (nonché legittimo) che l’azienda intenda ricavarne un vantaggio economico per sé, anche a scapito del servizio destinato ai cittadini. Questo vale per una “materia prima semilavorata” come l’acciaio, che supporta l’intero sistema industriale nazionale, e vale a maggior ragione per il settore dell’energia. Lo afferma Massimo Mazzucco, esaminando mestamente il caso di Taranto, classico esempio di coperta troppo corta: o tuteli l’ambiente della città e la salute dei lavoratori, oppure – se invece pensi al profitto, cioè alla tua sopravvivenza come impresa – finisci per trascurare sia la sicurezza degli operai che quella degli sfortunati abitanti dei quartieri che sorgono a ridosso dello stabilimento inquinante. Discorso che Mazzucco estende all’immenso settore della sanità e della farmaceutica: come sperare che non si esca dalla logica del business, a scapito della salute, se l’intero, smisurato comparto medico-farmaceutico è completamente nelle mani delle multinazionali?
In modo decisamente inconsueto, tra i servizi “di costume” che corredano i telegiornali a margine delle news principali, persino il Tg1 si è appena occupato dell’emblematica situazione di isolamento dei tanti villaggi disseminati sull’Appennino. Spopolamento vertiginoso, bambini costretti a percorrere decine di chilometri per raggiungere la scuola, intere borgate completamente isolate anche telefonicamente (circostanza per nulla rassicurante sul piano della sicurezza, nel caso di emergenze sanitarie o di calamità naturali). Un sindaco del Piacentino indica un palo telefonico divelto, in mezzo al bosco: questo stato di degrado, accusa, è letteralmente esploso da quando le compagnie telefoniche sono state privatizzate, cessando di garantire il servizio a tutti e penalizzando le aree dove vivono pochi utenti, cittadini trasformati in semplici clienti (assisterli, a quel punto, è diventato poco conveniente). C’è una sorta di deriva, di cui non si vede la fine: è caduta nel vuoto, in Parlamento, la mozione presentata dall’ex grillina Sara Cunial per chiedere una moratoria sull’installazione della rete wireless 5G. La richiesta: sospendere le operazioni per tre anni, periodo indicato da scienziati e sanitari per consentire di valutare le analisi in corso, circa l’impatto del 5G sul corpo umano. Tutto inutile: a nulla serve invocare il sacrosanto “prinicipio di precauzione”.
Era stato lo stesso Mazzucco, mesi fa, a “scoprire” che aveva dimensione nazionale lo strano fenomeno dell’abbattimento dei grandi alberi nei centri abitati. Operazione condotta in modo quasi clandestino, spesso senza spiegazioni o con vaghi pretesti. «Succede anche nella vostra città?». All’appello di Mazzucco, via web, hanno risposto decine di persone, fornendo immagini e video: una vera e propria “strage” silenziosa, condotta all’insaputa degli italiani. Dai grandi media, silenzio di tomba – così come dalla politica. E’ stato Mazzucco, ancora lui, a scovare un inidizio: documenti governativi della Gran Bretagna raccomandano l’abbattimento degli alberi frondosi, nei centri abitati, perché la loro chioma ostacola la propagazione del segnale wireless di quinta generazione. Il mutismo della politica si fa addirittura assordante nel caso dell’obbligo vaccinale, anche se 130.000 bambini italiani (non vaccinati) nel 2019 sono stati esclusi dall’asilo, per la prima volta nella storia. La Regione Puglia, unico caso italiano, ha monitorato le “reazioni avverse”: 4 bambini su 10 hanno avuto problemi di salute, anche seri, dopo la somministrazione delle vaccinazioni polivalenti. Di questo, naturalmente, non si parla. La politica – tutta – recita il suo atto di dolore sull’Ilva. Ma il sistema-Italia è senza governo, a monte del rito sempre più inutile delle elezioni. Comanda il “pilota automatico”, a cui nessuno osa opporsi.
(Massimo Mazzucco anima con Giulietto Chiesa ogni sera alle ore 21 le trasmissioni di “Contro Tv“, neonata voce indipendente dell’informazione italiana. Il pensiero di Mazzucco, reporter e documentarista, è rintracciabile sul blog “Luogo Comune“. Ogni sabato, infine, l’autore dà vita con Fabio Frabetti di “Border Nights” alla diretta web-streaming su YouTube “Mazzucco Live“).

Chiedo aiuto e partecipazione per riavere la Socializzazione



di Antonio Pocobello

Chiedo a te un aiuto.
Te la sentiresti di proporre la la socializzazione di Mussolini e Bombacci ?
Non è questo il socialismo che hanno bisogno oggi gli italiani ?

Sono molti decenni che provo a far conoscere la parità tra capitale e lavoro con la legge sulla socializzazione dell'economia nata nella RSI che cambierebbe nettamente le condizioni di vita degli italiani.
Pazzesco solo perchè è una legge fascista si preferisce affogare tutti. Perchè tutti sotto continuo lavaggio di cervello dalla propaganda dei vincitori della guerra che si vedrebbero sconfitti.

C'è una vigliaccheria di tutti spaventosa.

Tutti fanno finta che non esistono due articoli della Costituzione il 46 e l'inconfutabile 99.

Cosa sono ? Danno la possibilità di riavere la legge sulla socializzazione dell'economia della RSI vigente per alcuni mesi, fino alla sopraffazione delle armi.

Cosa dice questa legge ?
E' la parità tra capitale e lavoro.
E' la partecipazione di tutti i lavoratori alla gestione delle aziende.

Se non la si fosse abrogata questa legge non solo i lavoratori avrebbero goduto della metà dei profitti che sono restati e restano ancora nella totale disponibilità del capitalista ma non avrebbero permesso le delocalizzazioni e ne tanto meno che inquinassero.
Non a caso vedi Taranto.

Allora quand'è che viene capito che l'antifascismo, che non è nella Costituzione, ma è una imposizione dei vincitori della guerra persa usato anche come anti italianità ?

Ed ancora gli italiani rimbecilliti dalla quotidiana e costante propaganda falsa antifascista dei vincitori non arrivano a capirlo.

E così continuano a fare i servi del capitale speculativo rinunciando a quanto di meglio è stato realizzato per loro.

Un po di notizie in merito alla socializzazione.

http://pocobello.blogspot.com/2011/10/socializzazione-delle-imprese-decreto.html

http://pocobello.blogspot.com/2009/10/la-socializzazione-dopo-il-25-aprile.html

http://pocobello.blogspot.com/2009/06/simbiosi-fra-capitalismo-e-lavoro.html

http://pocobello.blogspot.com/2018/11/difendo-la-socializzazione.html

http://nicolabombacci.blogspot.com/


lunedì 11 novembre 2019

IL MASSACRO DI KATYN






di Maurizio Barozzi

A nessuno piace sentirsi parte di partiti o governi criminali e così molti “compagni” si aggrappano a tesi farlocche.
Girano, infatti, tesi che cercano con ogni mezzo di addebitare questo massacro ai tedeschi, utilizzando buona parte delle “prove falsificate” già a suo tempo usate dai sovietici e riciclate per palati di bocca buona.
Ma si tratta di una farsa storica, laddove oltretutto i tedeschi che pur hanno compiuto rappresaglie e repulisti etnici a sfondo razziale, non avevano alcuna necessità di un genocidio del genere, mentre invece i sovietici anche in altre regioni si erano sempre distinti in opere di “repulisti” soprattutto di intellettuali, ufficiali e rappresentanti della borghesia locale, al fine di garantirsi la “sovietizzazione del paese da loro invaso.
Tra le migliaia di ufficiali polacchi uccisi, vi erano 7000 soldati della riserva che nella vita civile erano laureati, professionisti e dirigenti, cioè costituivano quella élite intellettuale e sociale che il regime comunista sovietico considerava “nemica di classe”.
Nella prefazione del libro del prof. Victor Zaslavsy, università Luiss di Roma: “PULIZIA DI CLASSE”, ed, Il Mulino 2006 si sostiene:
«"Intorno al massacro di Katyn la propaganda staliniana realizzò, non senza la complicità dei politici e degli storici occidentali, una gigantesca operazione di falsificazione, occultamento e rimozione della verità che non ha paragone nella storia contemporanea. I sovietici cercarono di addossare la colpa dell'eccidio alle truppe tedesche, creando una propria che diffusero grazie a una potente macchina di propaganda, mobilitando tutti i sostenitori e i simpatizzanti all'estero. Fino al crollo dell'Unione Sovietica lo storico che rifiutava questa versione era sospettato, quando non accusato, di sminuire o addirittura negare i crimini nazisti."».
Oggi la Storia ha dovuto prendere atto delle responsabilità sovietiche, e le Enciclopedie di ogni paese hanno dovuto riconoscerle. Inevitabilmente anche la Enciclopedia on line Wikipedia si è dovuta adeguare.
Katyn, infatti, fu una esecuzione di massa, da parte dell'NKVD sovietica, di soldati, soprattutto ufficiali polacchi, ma anche civili polacchi che complessivamente riguarda 21.857 cittadini, prigionieri di guerra dei campi di Kozel'sk, Starobil'sk e Ostaškov e i detenuti delle prigioni della Bielorussia e Ucraina occidentali, fatti uccidere su ordine di Stalin nella foresta di Katyn' e nelle prigioni di Kalinin, Char'kov e di altre città sovietiche.
Quelli uccisi nella foresta di Kathyn vennero scoperti dai tedeschi e denunciati il 13 aprile 1943 e furono sottoposti alla ispezione di una commissione internazionale.
La responsabilità sovietica del massacro apparve evidente, tanto che alcuni membri del governo polacco in esilio a Londra, si rifiutarono per ogni eventuale azione di guerra comune con i sovietici.
I sovietici negarono per anni la loro responabilità, contro ogni evidenza, fino al 1990, quando riconobbero l'NKVD come responsabile del massacro e della sua copertura.
Persino Winston Churchill espresse in privato l'opinione che le atrocità erano state probabilmente compiute dai sovietici, ma al contempo rassicurò i russi: «Dobbiamo sicuramente opporci vigorosamente a qualsiasi "investigazione" da parte della Croce Rossa Internazionale o di qualsiasi altro organo»
Nel 1944 Franklin D. Roosevelt incaricò il capitano George Earle, suo emissario speciale nei Balcani, di raccogliere informazioni su Katyń.
E anche Earle concluse che l'Unione Sovietica era colpevole, ma Roosevelt per esigenze belliche ordinò la soppressione del rapporto di Earle, impedendo anche con un ordine scritto allo stesso Earle di pubblicare le sue indagini.
Nel 1951-‘52, un'indagine del Congresso statunitense chiuse ogni indagine e concluse che i polacchi erano stati uccisi dai sovietici.
A guerra appena conclusa i sovietici, con pressioni facilmente comprensibili, raccolsero alcune false confessioni di tedeschi prigionieri che si accusarono dell’eccidio, ottenendo la permuta a 15 anni di lavori forzati invece della esecuzione. Alcune confessioni però erano piene di assurdità, rasentando il ridicolo e quindi non furono usate a Norimberga.
La rivelazione della verità
Nel 1989 studiosi sovietici rivelarono che Stalin aveva effettivamente ordinato il massacro; nell'ottobre 1990 Michail Gorbačëv porse le scuse ufficiali del suo paese alla Polonia, confermando che l'NKVD aveva giustiziato i prigionieri e rendendo nota l'esistenza di altri due luoghi di sepoltura simili a quello di Katyń: Mednoe e Pjatichatki.
Che Gorbaciov fosse un infame liquidatore della eredità sovietica era vero, ma in qusto caso la verità in Russia si era già fatta strada fin dai tempi di Brezniev.
Finalmente nel 1992 alcuni funzionari russi rilasciarono documenti top secret del «Plico sigillato n. 1». Tra questi vi erano: la proposta del marzo 1940, di Lavrentij Berija, di passare per le armi 25.700 polacchi dei campi di Kozelsk, Ostashkov e Starobels e di alcune prigioni della Bielorussia e dell'Ucraina occidentali, con la firma (tra gli altri) di Stalin; estratti dell'ordine del Politburo del 5 marzo 1940; e una nota di Aleksandr Šelepin a Nikita Chruščëv del 3 marzo 1959, con informazioni sull'esecuzione di 21.857 polacchi e con la proposta di distruggere i loro archivi personali.
Il 22 marzo 2005 la Camera dei deputati della Polonia approvò all'unanimità un atto con il quale richiedeva che sugli archivi russi venisse tolto il segreto.
Nel 2007 con regia di Andrzej Wajda e produzione dell’ Akson Studio, Istituto Polacco di Roma, Consolato Generale della Repubblica di Polonia in Milano, venne prodotto un film “KATYN, che cerco di attenersi ai fatti reali narrando la storia di 22.000 ufficiali dell’esercito polacco, sterminati con un colpo alla nuca e seppelliti in fosse comuni nella foresta di Katyn dai soldati sovietici dell’Armata Rossa che avevano invaso la Polonia.
Nel 2010, finalmente, il governo russo accolse parzialmente la richiesta polacca, mettendo online i documenti oramai già noti.

Tratto da.
https://www.facebook.com/maurizio.maubar.1/posts/152829745944355