mercoledì 1 gennaio 2020

Bettino Craxi dall'esilio aveva previsto tutto....


 Quelle che seguono sono alcune citazioni  estratte dal volume "Io parlo e continuerò a parlare", una raccolta di note e appunti di Bettino Craxi dall'esilio, redatti negli anni novanta fino alla morte avvenuta nel 2000. Sono a metà della lettura del libro e questi sono i passaggi che ho trovato finora particolarmente significativi ed in alcuni casi sorprendenti, agghiaccianti, al limite della preveggenza. I  pericoli che Craxi vede, vent'anni fa,  per il futuro dell'Italia, sono ora qui davanti a noi in tutta la loro crudezza. Coloro che "si sono salvati" a differenza di chi, come lui,  è finito tra i sommersi, ora sono i protagonisti assoluti di quella che il leader socialista chiamò allora violenta normalizzazione. (Britesco)
Craxi è uno sconfitto e ne ha per tutti: per Prodi, per D'Alema, per
l'adesso doppiamente emerito Napolitano che, dice Craxi, essendo stato
il responsabile delle relazioni internazionali del PCI, potrebbe
finalmente raccontare come funzionava veramente il meccanismo -
assolutamente bipartizan - di finanziamento occulto dei partiti.
Sembrano giudizi scaturiti dal mero rancore personale ma la Storia
ormai sta dando ragione al leader socialista di tanta severità di
giudizio.

Soprattutto, al di là della semplificazione comune che vorrebbe Craxi
come corresponsabile dello sfacelo attuale e quindi indegno di
parlare, questi appunti ci riconsegnano un uomo politico che, a
confronto dei figuri attuali, dei monumenti all'incompetenza, delle
azdore, degli antistatisti sociopatici fautori del patricidio, risulta
un assoluto gigante della politica.

Vediamo assieme questi passaggi salienti di una testimonianza storica
interessantissima e della quale consiglio vivamente la lettura.

Craxi si è fatto un'idea assai realistica dei veri scopi della
globalizzazione, a differenza di certi progressisti in ecopellaccia
che conosciamo.
"La pace [che] si organizza con la cooperazione, la collaborazione, il
negoziato e non con la spericolata globalizzazione forzata. Ogni
Nazione ha una sua identità, una sua storia, un ruolo geopolitico cui
non può rinunciare. Più Nazioni possono associarsi, mediante trattati
per perseguire fini comuni, economici, sociali, culturali, politici,
ambientali.  Cancellare il ruolo delle Nazioni significa offendere un
diritto dei popoli e creare le basi per lo svuotamento, la
disintegrazione, secondo processi imprevedibili, delle più ampie unità
che si vogliono costruire. Dietro la longa manus della cosiddetta
globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi,
sofisticati e violenti, di natura essenzialmente  finanziaria e
militare." (pag. 6, "Incipit")
Identità nazionale? Nazione in maiuscolo? Ohibò! Nel nuovo secolo del
"patriottismo sovranazionale" dei lottacontinuisti, del
multisubculturalismo e del razzismo al contrario, ovvero di quello
contro i propri simili, propugnati dalla vera sinistra (secondo la
definizione data del PD dell'on. Serracchiani)  queste parole sembra
impossibile provengano da un leader socialista.
Eppure Craxi intuisce che dietro all'attacco alla partitocrazia
potrebbe celarsi un progetto di delegittimazione della politica intesa
come strumento di democrazia, mirante a costruire un futuro di
alzamanos senza alcun vero potere rappresentativo popolare ma solo la
delega ad "eseguire gli ordini" delle élite secondo il classico schema
della banalità del male.

"I partiti dipinti come congreghe parassitarie divoratrici del danaro
pubblico, sono una caricatura falsa e spregevole di chi ha della
democrazia un'idea tutta sua, fatta di sé, del suo clan, dei suoi
interessi e della sua ideologia illiberale." (pag. 12, "Era un
sistema")
"Fa meraviglia, invece, come negli anni più recenti ci siano state
grandi ruberie sulle quali nessuno ha indagato. Basti pensare che solo
in occasione di una svalutazione della lira, dopo una dissennata
difesa del livello di cambio compiuta con uno sperpero di risorse
enorme ed assurdo dalle autorità competenti, gruppi finanziari
collegati alla finanza internazionale, diversi gruppi, speculando
sulla lira evidentemente sulla base di informazioni certe, che
un'indagine tempestiva e penetrante avrebbe potuto facilmente
individuare, hanno guadagnato in pochi giorni un numero di miliardi
pari alle entrate straordinarie della politica di alcuni anni.
Per non dire di tante inchieste finite letteralmente nel nulla." (pag. 17)
"Me lo dissero, anzi me lo scrissero, nel mese di luglio. Il mese dei
veleni della politica, il mese in cui cadono i regimi, si fanno o si
preparano le crisi, si ordiscono congiure prima di andare in vacanza."
(pag. 60 "Una nota di luglio", 1994)

Già, il mese di luglio che ritornerà prepotentemente d'attualità nel
2011, quando, tra scambi di lettere e trame sotterranee, proprio nella
mezza estate, si preparerà il golpe della Troika e l'arrivo dei
"supertecnici" per l'autunno.


"Il regime avanza inesorabilmente. Lo fa passo dopo passo, facendosi
precedere dalle spedizioni militari del braccio armato. La giustizia
politica è sopra ogni altra l'arma preferita. Il resto è affidato
all'informazione, in gran parte controllata e condizionata, alla
tattica ed alla conquista di aree di influenza.


Il regime avanza con la conquista sistematica di cariche,
sottocariche, minicariche, e con una invasione nel mondo della
informazione, dello spettacolo, della cultura e della sottocultura che
è ormai straripante." (pagg. 75-76, "Il ventennio", 1997)
L'informazione, la propaganda, l'infiltrazione del pensiero unico in
ogni ganglio della repubblica. Le riforme...


"Non contenti dei risultati disastrosi provocati dal maggioritario, si
vorrebbe da qualche parte dare un ulteriore giro di vite, sopprimendo
la quota proporzionale per giungere finalmente alla agognata meta di
due blocchi disomogenei, multicolorati, forzati ed imposti. Partiti
che sono ben lontani dalla maggioranza assoluta pensano in questo modo
di potersi imporre con una sorta di violenta normalizzazione." (pag.
81, "I più puri che epurano").


Ancora sulla globalizzazione e il ruolo sempre più subalterno dell'Italia.
"Sono oggi evidentissime le influenze determinanti di alcune lobbies
economiche e finanziarie e di gruppi di potere oligarchici.
A ciò si aggiunga la presenza sempre più pressante della finanza
internazionale, il pericolo della svendita del patrimonio pubblico,
mentre peraltro continua la quotidiana, demagogica esaltazione della
privatizzazione.


La privatizzazione è presentata come una sorta di liberazione dal
male, come un passaggio da una sfera infernale ad una sfera
paradisiaca. Una falsità che i fatti si sono già incaricati di
illustrare, mettendo in luce il contrasto che talvolta si apre non
solo con gli interessi del mondo del lavoro ma anche con i più
generali interessi della collettività nazionale.
La "globalizzazione" non viene affrontata dall'Italia con la forza, la
consapevolezza, l'autorità di una vera e grande Nazione, ma piuttosto
viene subìta in forma subalterna in un contesto di cui è sempre più
difficile intravedere un avvenire, che non sia quello di un degrado
continuo, di un impoverimento della società, di una sostanziale
perdita di indipendenza." (pag. 88-89, "Globalizzazione")
I salvati e come si salvarono.


"D'Alema ha detto che con la caduta del muro di Berlino si aprirono le
porte ad un nuovo sistema politico. Noi non abbiamo la memoria corta.
Nell'anno della caduta del muro, nel 1989, venne varata dal Parlamento
italiano una amnistia con la quale si cancellavano i reati di
finanziamento illegale commessi sino ad allora.


La legge venne approvata in tutta fretta e alla chetichella. Non fu
neppure richiesta la discussione in aula. Le Commissioni, in sede
legislativa, evidentemente senza opposizioni o comunque senza
opposizioni rumorose, diedero vita, maggioranza e comunisti d'amore e
d'accordo, a un vero e proprio colpo di spugna.


La caduta del muro di Berlino aveva posto l'esigenza di un urgente
"colpo di spugna".


Sul sistema di finanziamento illegale dei partiti e delle attività
politiche, in funzione dal dopoguerra, e adottato da tutti anche in
violazione della legge sul finanziamento dei partiti entrata in vigore
nel 1974, veniva posto un coperchio." ( pag. 124 "Il colpo di spugna")
"La montagna ha partorito il topolino. Anzi il topaccio. Se la Prima
Repubblica era una fogna, è in questa fogna che, come amministratore
pubblico, il signor Prodi si è fatto le ossa." Pag. 135. "L'uomo
nuovo").


Quelle sull'Europa ed i suoi parametri, infine, sono tra le pagine più
profetiche delle memorie craxiane. E' inevitabile confrontare queste
parole con le appassionate difese dell'euro dei vari giannizzeri,
sindacalisti, economisti embedded e ministri per caso.
"I parametri di Maastricht non si compongono di regole divine. Non
stanno scritti nella Bibbia. Non sono un'appendice ai dieci
comandamenti.


I criteri con i quali si è oggi alle prese furono adottati in una
situazione data, con calcoli e previsioni date. L'andamento di questi
anni non ha corrisposto alle previsioni dei sottoscrittori. La
situazione odierna è diversa da quella sperata.


Più complessa, più spinosa, più difficile da inquadrare se si vogliono
evitare fratture e inaccettabili scompensi sociali. Poiché si tratta
di un Trattato, la cui applicazione e portata è di grande importanza
per il futuro dell'Europa Comunitaria, come tutti i Trattati può
essere rinegoziato, aggiornato, adattato alle condizioni reali ed alle
nuove esigenze di un gran numero ormai di paesi aderenti.
Questa è la regola del buon senso, dell'equilibrio politico, della
gestione concreta e pratica della realtà.


Su di un altro piano stanno i declamatori retorici dell'Europa, il
delirio europeistico che non tiene contro della realtà, la scelta
della crisi, della stagnazione e della conseguente disoccupazione
[...].


Affidare effetti taumaturgici e miracolose resurrezioni alla moneta
unica europea, dopo aver provveduto a isterilire, rinunciare,
accrescere i conflitti sociali, è una fantastica illusione che i fatti
e le realtà economiche e finanziarie del mondo non tarderanno a
mettere in chiaro [...]. (pagg. 152-153, "Comandamenti e parametri",
1997.)


Fonte: http://ilblogdilameduck.blogspot.it


TRATTO DA:
https://paolodarpini.blogspot.com/2015/05/bettino-craxi-dallesilio-aveva-previsto.html
 


martedì 31 dicembre 2019

Giuseppe Conte altro che "avvocato del popolo": ecco chi erano i suoi clienti


Vittorio Malagutti e Andrea Palladino


Lo aspetta un futuro da «avvocato del popolo italiano», come ha promesso in diretta tivù. Finora però il nuovo premier Giuseppe Conte si è distinto soprattutto per aver difeso gli interessi milionari di grandi aziende. E in almeno un caso Conte è diventato il professionista di fiducia di un uomo d’affari come Giuseppe Saggese, arrestato con l’accusa di essersi arricchito facendo la cresta sulle tasse, quelle pagate dai cittadini ai loro comuni di residenza.

Nel 2009, il futuro presidente del Consiglio ha rappresentato Saggese in alcuni collegi arbitrali. Tempo pochi mesi e l’imprenditore viene travolto dalle perdite e nel 2012 finisce la sua carriera in carcere. Le accuse sono pesanti: decine di milioni di euro spariti, intascati da chi si è tenuto le tasse reclamate da centinaia di amministrazioni locali. Tributi Italia, la società di Saggese, offriva un servizio chiavi in mano per riscuotere le imposte comunali, dall’Imu alla tassa per i rifiuti, fino alle concessioni per l’occupazione dello spazio pubblico.

Un successone, da principio. Per quasi un ventennio, come hanno ricostruito le indagini, Tributi Italia ha goduto di ottimi appoggi anche a Roma, al vertice dell’amministrazione fiscale. Il castello di carte cade miseramente nel 2012, quando l’imprenditore viene arrestato con l’accusa di peculato e appropriazione indebita. Prima del crack, tra il 2009 e il 2010, Saggese era già finito in rotta di collisione con alcuni comuni, a cui chiedeva un aumento dell’aggio cioè dei compensi per la riscossione. La controversia venne affidata a un collegio arbitrale e in almeno tre casi, ad Alghero, a Partinico (Palermo) e Acate (Ragusa) il professionista chiamato a rappresentare Tributi Italia fu proprio Conte. Nel 2009, quando il futuro presidente del Consiglio prese le parti di Saggese, il suo cliente aveva già alle spalle più di un incidente con la giustizia. Nel 2000 e poi ancora nel 2009, due diverse procure della Repubblica, prima Roma e poi a Velletri, avevano chiesto e ottenuto il suo arresto, in entrambi i casi poi revocato dal Gip.

Con l’inchiesta penale del 2012, nata a in Liguria, a Chiavari, e in seguito trasferita a Roma, si chiude la parabola di Tributi Italia, che va in fallimento, mentre il presidente e fondatore dell’azienda, a oltre sei anni di distanza dal crack, risulta ancora in attesa di giudizio.

Navigano invece con il vento in poppa le società della famiglia pugliese Marseglia, con cui il presidente del Consiglio vanta stretti rapporti personali e professionali. Partito come produttore di olio, Leonardo Marseglia, 72 anni, salentino di Ostuni, adesso tira le fila di un gruppo con quasi un miliardo di euro di attivo che viaggia al ritmo di 50 milioni di euro l’anno di profitti. Non solo oleifici, quindi, ma alberghi, centri turistici, immobili di pregio in diverse città italiane, comprese Roma e Milano. Gran parte degli utili provengono dalla produzione di energia, grazie a numerose centrali elettriche, alcune delle quali alimentate a biomasse, soprattutto oli vegetali.

La rincorsa dei Marseglia ha preso velocità nel 2010 quando la famiglia pugliese, grazie a una complessa operazione finanziaria, ha riportato in patria il controllo di attività per un valore di circa 190 milioni. Si parte ad aprile 2010: la Kirkwall Corporation, con base nel paradiso fiscale delle Antille olandesi, trasferisce la propria sede in Lussemburgo per poi scomparire dopo la fusione con la propria controllata Ludvika immobiliers di Amsterdam. Il cerchio si chiude a fine 2010 quando quest’ultima società olandese viene assorbita dalla holding dell’imprenditore di Ostuni.

Più di recente, nel 2015, i Marseglia (insieme a Leonardo c’è il figlio Pietro) si sono conquistati un posto al sole a livello nazionale. Le cronache finanziarie si sono accorte di loro grazie all’acquisto del Molino Stucky di Venezia, il lussuoso hotel sull’isola della Giudecca rilevato tre anni fa dal fallimento del gruppo Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone. A novembre del 2015 Marseglia ha nominato Conte, pure lui di origini pugliesi, nel consiglio di amministrazione della Ghms (Grand Hotel Molino Stucky), la società che gestisce l’albergo veneziano. È un consiglio extra small, solo tre membri: insieme al premier e allo stesso Marseglia troviamo l’amministratore delegato Antonio Giannotte, manager di fiducia dell’azionista.

Intervistato nei giorni scorsi da “la Repubblica”, l’imprenditore ha minimizzato i suoi rapporti con Conte, descrivendo l’incarico in Ghms come il frutto di una conoscenza occasionale nata sulle spiagge di Rosa Marina, la località turistica non lontana da Ostuni dove tra l’altro Marseglia possiede un resort di lusso. «Una nomina proforma», ha spiegato il proprietario dell’hotel Molino Stucky. Conte, ha detto, «non è mai venuto nemmeno a una riunione». I documenti ufficiali contraddicono questa versione dei fatti. Il 25 settembre dell’anno scorso il futuro presidente del Consiglio ha partecipato in audioconferenza all’assemblea di Ghms che aveva all’ordine del giorno, tra l’altro, l’approvazione del bilancio 2016 della società.

Carte alla mano, si può dire che l’assistenza di un legale con l’esperienza di Conte faceva molto comodo a Marseglia, per mesi impegnato nelle complesse trattative che hanno portato all’acquisto del lussuoso hotel veneziano. Alla fine è arrivato il via libera delle banche creditrici di Bellavista Caltagirone, a cominciare da Unicredit, esposte in totale per circa 250 milioni di euro. Il compratore si è fatto carico di parte dei debiti e come garanzia gli istituti di credito si sono presi in pegno le quote di Ghms, proprietaria dell’albergo.

Vedi anche
Giuseppe Conte, ecco come si costruisce da zero un premier che deve piacere a tutti

Questo però è solo il primo tempo di una partita che vale in totale quasi mezzo miliardo. L’anno scorso, infatti, Unicredit aveva sponsorizzato anche un’ altra importante acquisizione di Marseglia. Siamo sempre a Venezia e questa volta l’imprenditore puntava al Ca’ Sagredo, hotel di lusso ospitato da Palazzo Morosini sul Canal Grande. L’operazione si è però fermata per cause di forza maggiore, dopo che l’hotel veneziano è stato messo sotto sequestro su richiesta della procura di Monza che indaga su Giuseppe Malaspina, imprenditore di origini calabresi residente in Brianza e finito agli arresti il 21 maggio scorso. Il Ca’ Sagredo faceva capo proprio a Malaspina ed era stato messo in vendita dopo il fallimento delle sue società, indebitate con Unicredit.

Niente da fare allora, almeno per il momento. Marseglia sarà costretto ad attendere che si sblocchi la partita giudiziaria. Non è solo questione di hotel, però. Come detto, i profitti del gruppo Marseglia derivano in buona parte dalla produzione di elettricità da fonti cosiddette pulite. Un’attività che gode di generosi incentivi statali, fissati per legge. Difficile immaginare, allora, che all’occorrenza non possa far comodo un amico a Roma, seduto addirittura sulla poltrona di presidente del Consiglio.

TRATTO DA:

http://m.espresso.repubblica.it/palazzo/2018/06/12/news/giuseppe-conte-altro-che-avvocato-del-popolo-ecco-chi-erano-i-suoi-clienti-1.323698?fbclid=IwAR23KNiUywol9ETa7Z8oQLKB85LHbaR42u9JvVAkl3kiKYYdaoYNY8VFLUU




domenica 29 dicembre 2019

La vera dittatura del mondo



di Manuel E. Yepe .

Nel suo discorso al Congresso del 4 luglio 1821, il segretario di Stato americano John Quincy Adams disse che se gli Stati Uniti avessero abbandonato la loro politica estera che allora era non interventista, sarebbe inevitabilmente diventata questa la “dittatura” del mondo e avrebbero iniziato a comportarsi di conseguenza. Lo scienziato politico Jacob G. Hornberger, fondatore e presidente della fondazione “The Future of Freedom”, ha scritto il 10 maggio di quest’anno , quando ha completato un importante lavoro giornalistico intitolato ” La dittatura del mondo”, in cui afferma che non si può negare che questa previsione di JQ Adams sia diventata realtà.
Gli Stati Uniti sono diventati veramente la dittatura del mondo, una dittatura arrogante, spietata e brutale che non tollera alcun dissenso da nessuno sulla terra.

“Ora sto usando il termine America perché è quello originariamente usato da Adams, ma in realtà è stato il governo degli Stati Uniti a diventare la dittatura del mondo “, afferma Hornberger. .
Un buon esempio di questo fenomeno si è verificato quando, all’inizio del secolo scorso, la dittatura mondiale ha applicato il suo sistema crudele di sanzioni contro Cuba per fini vendicativi e lo ha mantenuto fino ad oggi.
È abbastanza brutto punire cittadini stranieri innocenti con morte o impoverimento in nome di un obiettivo politico. Ma è anche importante notare che le sanzioni rappresentano un attacco alla libertà economica della popolazione degli Stati Uniti perché comportano sanzioni contro i cittadini statunitensi coinvolti. Se un americano intrattiene rapporti con un iraniano, un cubano o un venezuelano, la dittatura mondiale minaccia, persegue e lo condanna con intenzioni vendicative, attraverso procedimenti penali, multe civili o entrambi.
Un simile sistema di sanzioni è stato applicato negli anni ’90 contro l’Iraq, facendo morire centinaia di migliaia di bambini iracheni nel paese arabo, per mancanza di medicinali e altri generi indispensabili. Era effetto delle sanzioni. Questo non ha disturbato la dittatura, almeno non abbastanza per mettere fine a questo abuso. L’idea era che se un numero sufficientemente grande di bambini poteva essere ucciso, il dittatore iracheno Saddam Hussein avrebbe rinunciato a favore di un dittatore approvato dagli Stati Uniti, o ci sarebbe stato un colpo di stato o una rivoluzione violenta chi avrebbe realizzato la stessa cosa. L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso l’ONU, Madeleine Albright, ha espresso l’opinione ufficiale della dittatura quando ha annunciato che la morte di mezzo milione di bambini iracheni a causa delle sanzioni “ne è valsa la pena” la pena ”.
Un altro esempio è il caso di Meng Wanzhou, cittadina cinese che lavora come direttore finanziario della gigantesca società tecnologica cinese Huawei, che, dopo essere stato arrestata dalle autorità canadesi e posta agli arresti domiciliari, ha subito i fulmini della dittatura mondiale.
Qual era il suo presunto crimine? Per aver violato le sanzioni statunitensi contro l’Iran? Che cosa hanno a che fare le sanzioni statunitensi contro l’Iran con la Cina? Esattamente niente! È una cittadina cinese, non statunitense. Allora perché è stata citata in giudizio dal governo degli Stati Uniti?
il caso di Meng Wanzhou arrestata perché non ha rispettato le sanzioni
Le sanzioni sono diventate uno strumento regolare della politica estera degli Stati Uniti. Quasi a nessuno importa della propria giurisdizione e della applicazione in tutto il mondo. Il loro scopo è di minacciare le persone straniere e i cittadini con morte, sofferenza e privazione economica al fine di costringere i loro governi a inchinarsi alla volontà della dittatura americana e ai suoi agenti brutali e violenti.
Cosa potrebbe esserci di più violento e spietato che minacciare gli innocenti di morte e impoverimento per raggiungere i loro governi? È noto che la maggior parte dei cittadini del mondo ha scarso controllo sulle azioni del proprio governo, così come i cittadini americani hanno scarso controllo sulle azioni dei loro governi. Qual è la moralità di punire i cittadini innocenti per il raggiungimento di un obiettivo politico? Questo è precisamente il motivo per cui il terrorismo viene condannato, perchè si scatena contro cittadini innocenti.
Manifestazione contro la dittatura Imperialista
Washington non pretende solo che i suoi cittadini si attengano al suo sistema malvagio. Nel suo ruolo di dittatore globale, il governo federale esige che tutti in tutto il mondo rispettino il suo sistema malvagio. La dittatura rivendica la giurisdizione globale per se stessa.
Perché gli innocenti cittadini stranieri sono il bersaglio della morte e della sofferenza economica semplicemente perché ai funzionari statunitensi non piace il loro governo? Perché le libertà dei cittadini americani vengono distrutte? E per quale motivo i cittadini stranieri di tutto il mondo devono essere perseguiti per violazione del sistema sanzionatorio del governo federale USA? Domande senza risposta.
fonte: LA DICTADURA DEL MUNDO
Tradotto da Réseau International por Alejandro Sanchez

TRATTO DA: https://www.controinformazione.info/la-vera-dittatura-del-mondo/?fbclid=IwAR2rPFK7BGntO8ssKMx3_iElNMDZ8RGZDBCkRS4p2LjEp9y7IGjPylIlUnA

venerdì 27 dicembre 2019

UNO SPACCATO DI STORIA: I REDUCI FASCISTI CHE PASSARONO NEL PCI e nel PSI



di Maurizio Barozzi

Premessa il Fascismo dopo un ventennale percorso di compromessi, giunse alla RSI dove Mussolini varò una grande riforma socialista per completare le Corporazioni e rimediare al fatto che l’esperienza aveva dimostrato come il padronato riusciva ad aggirarle. Fu la Socializzazione delle Imprese con i lavoro portato alla direzione delle aziende.

Questa, e la proclamazione della Repubblica, costituirono uno iato, una separazione totale con il fascismo del ventennio che non si rinnegava ma si superava.

PER LA PRIMA VOLTA NELLA STORIA DEL MONDO il Fascismo aveva portato il Popolo tutto nello Stato, con le sue componenti economiche e sociali, arti e professioni, il Lavoro e le èlite combattentistiche.

La lotta del sangue contro l’oro intrapresa dal fascismo, contro le grandi democrazie capitaliste raggiungeva il pieno della compiutezza ideologica.

ORBENE, immaginate come si sentirono quei reduci del fascismo repubblicano, quando si resero conto che il Partito, il MSI, che doveva continuarne gli ideali, sia pure sotto forma di lotta democratica, si palesò subito ostaggio di una accolita di traditori, di farabutti, manovrati dallo OSS di J. J. Angleton.

Già il fatto di posizionarlo a sinistra del parlamento, non piacque di certo, e nel 1947 poi i primi 3 eletti al Comune di Roma votarono per eleggere il sindaco democristiano Rebecchini e i suoi palazzinari.

Su tutto il territorio, gli inciuci con polizie, carabinieri, preti, padroni era all’ordine del giorno.
A Torino, tramite il missista Tullio Abelli e l’ausilio di Valerio Borghese, si organizzavano squadrette per contrastare gli operai della Fiat in sciopero. Del resto quel furfante di Borghese concesse anche a l’appena nato Israele, l’ausilio di ex decima Mas. Altri ne mandò in Sicilia a cooperare con gli americani e la Mafia.

Ma fu nel 1949 che ogni remora si ruppe quando il MSI, dopo una apparente ambiguità si schierò per il Patto Atlantico, di fatto avvalorando e ratificando il colonialismo americano in Italia.
Fu così che migliaia di reduci fascisti, desiderosi di continuare a lottare contro il capitalismo e contro gli anglo americani, decisero di entrare nel PCI.

Purtroppo rimasero fregati perché dopo il 1953 il Pci, morto Stalin, accelerò la sua socialdemocraticizzazione e rinunciò ad ogni lotta rivoluzionaria.

Ma del resto quei fascisti non avevano tante altre alternative.

La sinistra che era ancora nel MSI, non riusciva a combinare nulla e la sola forza che manteneva alta la dirittura ideale, ma era frenata dall’essere una associazione combattentistica, fu la Federazione Nazionale Combattenti della Rsi che forse evitò un più ampio esodo.

Si parla comunque di migliaia di fascisti che passarono nel PCI soprattutto, nel PSIUP e nel PSI.
Di migliaia, genericamente, me ne parlarono a suo tempo i miei camerati della FNCRSI reduci del fascismo repubblicano.

Lando dell’Amico, reduce della Decima Mas, che aveva operato in questo senso, tramite un accordo con i comunisti Giancarlo Pajetta e Togliatti, li ha quantificati in 34 mila, forse esagerando e lo racconta nel suo libro: “La leggenda del giornalista spia”, Ed. Koinè 2013.
Diversi altri autori ne parlano in qualche loro testo e tra questi Paolo Buchinani: “Fascisti Rossi”, Mondadori 1998.
Alfredo Villano nel suo “Rodolfo Graziani fascista conteso”, Ed. Storia Ribelle 2011, invece, ci segnala una notizia che io avevo già avuto sentore in Fncrsi: nei primi anni ’50, la FNCRSI non accettando assolutamente la svolta missista pro NATO e di accantonamento della Socializzazione, incaricò Rodolfo Graziani, al tempo suo Presidente onorario, di fare dei sondaggi con il PCI, che era su posizioni sociali e anti Atlantiche, per vedere se poteva esserci un tavolo e una azione comune su queste basi.

Era anche un modo per evitare l’emorragia dei reduci che al tempo era in atto. Ci furono incontri segreti alla Libreria Rinascita a via Botteghe Oscure con Pajetta, la cosa stava andando in porto, ma era complicata anche per il finanziamento di un nuovo giornale, e quindi poi abortì.

Ecco questa è la vera storia di un tradimento schifoso da parte del missismo, e le reazioni che ebbe, purtroppo inconcludenti, ma numerose, se si Leggono vari trafiletti dei giornali dell’epoca di destra, che criticavano fuoriuscita, comprese diverse preoccupate vignette del Candido di Guareschi.

Con gli anni ’60 poi avvenne una squallida mutazione antropologica nei neofascisti che assunsero in tutto e per tutto i ributtanti aspetti del conservatore, reazionario, non di rado bombarolo, lustrascarpe degli statunitensi e della Nato, con la sua base, che non contava un cazzo, inebriata dall’anticomunismo come se fossimo ancora negli anni ’20, portata a manifestare per Budapest e per Praga, ma mai contro la NATO, ad inneggiare per i Colonnelli greci e il criminale Pinochet, prima di estinguersi e finire nella merda a Gerusalemme dove andarono a rinnegare di tutto e di più.
TRATTO DA:
https://www.facebook.com/maurizio.maubar.1/posts/161959588364704?from_close_friend=1&notif_id=1577460941177655&notif_t=close_friend_activity

"Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…"

Stanis Ruinas
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Stanis_Ruinas?fbclid=IwAR1Js32ADZtm01thMJHGn4FuRdwMbCUFFDWh0GcQCrfzjJOdMmUkvYsVk0g

https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/storia/pensiero-nazionale-stanis-ruinas-pci/?fbclid=IwAR0JEcNj90un2NL3y2TaH2Gwx31xGcIPLIO8BqQWpDGiOrZnCr2AoR8ENPs




L’altra metà di Tangentopoli: Umberto Bossi Gianfranco Miglio ed i progetti secessionistici



Ogni fase politica della Repubblica italiana è stata scandita da un partito “di protesta”, funzionale agli interessi dell’establishment atlantico: si comincia con L’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini per terminare col Movimento 5 Stelle di Gianroberto Casaleggio, passando per il Partito Radicale di Marco Pannella e la Lega Nord di Umberto Bossi. Fino alla recente svolta nazionalista, filorussa ed anti-euro, il Carroccio è infatti stato uno dei tanti prodotti di Washington e Londra, schierato su posizioni “thatcheriane” ed europeiste. Nei primi anni ‘90 la Lega Nord avrebbe dovuto essere lo strumento per attuare un ambizioso disegno geopolitico: la frantumazione dello Stato unitario e la nascita di una confederazione di tre “macroregioni”, così da cancellare l’Italia come attore del Mar Mediterraneo. Il ruolo della Lega Nord durante Tangentopoli e la figura, determinante, di Gianfranco Miglio.

Non si muove foglia che Washington non voglia: anche in Padania…

La democrazia liberale è simile al mercato dei beni di consumo: ogni segmento della domanda deve essere coperto, l’offerta deve essere costantemente rinnovata e nuovi prodotti possono essere lanciati grazie ad un’adeguata campagna pubblicitaria. Nel caso della politica, i beni di consumo non sono ovviamente bibite, detersivi o dolciumi, bensì i partiti. L’abilità di chi tira i fili della democrazia consistente nel rifornire gli scaffali dalla politica di partiti giusti, al momento giusto: ad ogni tornata elettorale, i votanti acquisteranno i loro prodotti preferiti, con grande soddisfazione di chi controlla il grande supermercato della democrazia.
C’è un segmento del mercato politico particolarmente interessante, molto ingrossatosi negli ultimi anni di crisi economica e sociale: i partiti di protesta. La loro origine non è recente e risale agli albori della Repubblica Italiana, quando Washington e Londra foggiarono per l’Italia una singolare democrazia, dove le seconda forza politica del Paese, il PCI, era esclusa de iure dal governo.
È per ovviare a questo opprimente immobilismo, che un po’ stona con le logiche del mercato, che in 70 anni sono state immesse diverse sigle per intercettare il malcontento dell’elettorato e la domanda di cambiamento: si comincia, prima delle elezioni del 1948, con l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini e si termina oggi con il Movimento 5 Stelle di Davide Casaleggio. Sia Giannini che Casaleggio sono, incidentalmente, inglesi da parte materna. Tra i due estremi, bisogna annoverare anche il Partito Radicale di Marco Pannella, che prestò non pochi servigi all’establishment atlantico: la campagna per le dimissioni del presidente Giovanni Leone, quella per l’aborto ed il divorzio, i referendum del 1993 contro “la partitocrazia” e “lo Stato-Padrone”, etc. etc. C’è, infine, il caso della Lega Nord, nata e cresciuta nei travagliati primi anni ‘90, nutrendosi dei voti in uscita dal PSI e soprattutto dalla DC.
Ma come? Anche il folkloristico Carroccio, i raduni di Pontida, il dio Po ed il leggendario Alberto da Giussano, sono un prodotto dell’establishment atlantico?
La risposta, come vedremo nel proseguo dell’articolo, è affermativa. È una verità che probabilmente spiazzerà molti leghisti della prima ora, indispensabile però per capire, ad esempio, perché Umberto Bossi, padre-padrone della primigenia Lega Nord, contesti la recente svolta nazionalista, anti-euro e filorussa di Matteo Salvini, deciso a trasformare (con esiti incerti) il Carroccio nella versione italiana del Front National: “Lega, Bossi chiede il congresso: La base è stufa di Salvini”1, “Bossi: La Lega nazionale morirà, Salvini al Sud crea solo caos2”, “Attacco frontale di Bossi al segretario: secessione, il resto sono chiacchiere”3. Bruxelles è sempre stata ed è tuttora il faro di Umberto Bossi, sebbene il suo obiettivo fosse agganciarsi all’Unione Europea non attraverso l’Italia, ma tramite la “Padania”, in ossequio a quella “Europa della macroregioni” tanto cara all’establishment atlantico. Smembrare gli Stati nazionali per sostituirli, al vertice, con un governo sovranazionale e, alla base, con una costellazione di cantoni, regioni e feudi: l’oligarchia libera di comandare indisturbata su 500 milioni di persone ed i paesani appagati delle loro effimere autonomie.
La storia della Lega Nord è indissolubilmente legata al crollo del Pentapartito ed alle manovre, iniziate con la firma del Trattato di Maastricht, per traghettare l’Italia verso la nascente Unione Europea a qualsiasi costo: vergognose privatizzazioni, saccheggi del risparmio privato, attentati terroristici e giustizialismo spiccio. Studiare l’origine della Lega Nord significa quindi completare l’analisi dell’infamante biennio 1992-1993 che travolse la Prima Repubblica e forgiò la Seconda, dove Umberto Bossi ha giocato un ruolo di primo piano.
La Lega Nord nasce ufficialmente nel febbraio del 1991, come federazione della Lega Lombarda, della Liga Veneta, del Piemont Autonomista e dell’Union ligure: esula dalla nostra analisi, ma chi volesse indagare sul periodo proto-leghista, scoprirebbe quasi certamente che anche questi movimenti autonomisti nascono nel medesimo humus massonico-atlantista da cui germoglierà poi il Carroccio. È sufficiente dire che la Liga Veneta, certamente la lega più radicata ed “antica”, risalendo ai primi anni ‘80, compie i primi passi presso l’istituto privato linguistico Bertrand Russel di Padova, dove nel 1978 è istituito un corso di storia, lingua e civiltà veneta. Chi volesse scavare più indietro ancora, potrebbe riallacciarsi alla lunga serie di attentati destabilizzanti, di matrice autonomista e secessionista, che colpiscono tra gli anni ‘50 e ‘60 il Nord-Est dove, è bene ricordarlo, la concentrazione delle forze armante angloamericane è più alta che in qualsiasi altra parte dell’Italia continentale (Camp Ederle ed Aviano). L’idea di superare le leghe su base “etnica” e di federarle in un’unica Lega allargata all’intero Nord, ribattezzato all’occorrenza come “Padania”, è comunque ufficialmente attribuita ad Umberto Bossi.
È però legittimo chiedersi se il parto del Carroccio sia effettivamente naturale e se “il Senatur” (titolo che Bossi si conquista nel 1987 entrando in Senato) ne sia effettivamente l’autentico padre, oppure se, come nel caso del Movimento 5 Stelle, dietro la genesi della Lega Nord non si nasconda una regia molto più sofisticata ed altolocata. Diversi elementi fanno propendere per la seconda ipotesi, declassando Umberto Bossi al ruolo di capo carismatico di facciata, di semplice tribuno e di arringatore: la stessa funzione, per intendersi, svolta da Beppe Grillo nel M5S. Siamo infatti nel febbraio 1991, il muro di Berlino è crollato da due anni e l’Unione Sovietica collasserà entro pochi mesi: l’oligarchia atlantica ha già stilato i suoi piani per il “Nuovo Ordine Mondiale” che, calati nella realtà italiana, significano l’abbattimento della Prima Repubblica, l’archiviazione della DC e del PSI, lo smantellamento dell’economia mista e, se possibile, anche un nuovo assetto geopolitico per la penisola. Da attuare attraverso la Lega Nord e parallele leghe indipendentiste in Meridione e sulle isole.
L’accoglienza che la grande stampa anglosassone riserva al neonato Carroccio, simile a quella che il Movimento 5 Stelle riceverà a distanza di 15 anni, non lascia adito a dubbi circa l’interessamento che Londra e Washington nutrono per la neonata formazione nordista: il 4 ottobre 1991 il Wall Street Journal definisce la formazione di Umberto Bossi come “il più influente agente di cambiamento della scena politica italiana”, nel gennaio 1992 il settimanale statunitense TIME definisce Bossi come il leader più popolare e temuto della politica italiana, il 28 marzo 1992 il settimanale inglese The Economist, megafono della City, accomuna la Lega Nord al Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, definendolo come “l’unico fattore di rinnovamento nel decadente panorama politico italiano”. Sono le stesse settimane in cui Mario Chiesa, esponente socialista e presidente del Pio Albergo Trivulzio, è arrestato per aver intascato una bustarella: è il primo atto di quell’inchiesta giudiziaria, Mani Pulite, destinata a travolgere il Pentapartito e la Prima Repubblica.
Non c’è dubbio che la Lega Nord debba “completare”, nei piani angloamericani, l’inchiesta di Tangentopoli: il pool di Mani Pulite è incaricato di smantellare la DC ed il PSI, mentre il Carroccio ha lo scopo di intercettare i voti in fuga dai vecchi partiti prossimi al collasso. Il trait d’union tra il palazzo di giustizia milanese e la Lega Nord è fisicamente incarnato dal console americano Peter Semler: il funzionario statunitense che alla fine del 1991, un paio di mesi prima dell’arresto di Mario Chiesa, “’incontra” Antonio di Pietro nei suoi uffici per discutere delle imminenti inchieste giudiziarie. Lo stesso funzionario che, quasi contemporaneamente, “incontra” i dirigenti della Lega Nord. Ha affermato Semler in un’intervista a La Stampa del 20124:
“Ricordo che un primo gennaio (del 1992, Ndr) ebbi un pranzo con due leader della Lega e quello che mi colpì di più era un ex poliziotto, ex militare. Giocammo al golf club di Milano e mi dissero: “Cambierà tutto”. Ma a Roma Secchia continuava a dirmi: “Basta perdere tempo con queste storie”.
C’è da scommettere che non siano stati i due leader della Lega Nord ad avvertire il console americano che tutto sarebbe cambiato, bensì l’opposto. Il Carroccio, infatti, con la sua corrosiva e talvolta violenta retorica contro la partitocrazia, la vecchia classe dirigente della Prima Repubblica, lo Stato clientelare ed assistenzialista (si ricordi il cappio sventolato nel 1993 a Montecitorio, per “appendere” i politici corrotti), è parte integrante della manovra angloamericana per smantellare il PSI e la DC.
Perché, però, l’attacco è sferrato “su base regionale”, attraverso una formazione che inneggia alla Padania onesta e laboriosa, contro la Roma corrotta e la ladrona, sede di “un Parlamento infetto”? Perché la stessa funzione non è assolta da un partito di protesta “nazionale”, come il Movimento 5 Stelle? Compito della Lega Nord è anche quello di attuare il piano geopolitico che l’establishment atlantico ha in serbo per l’Italia in questa drammatica fase della vita nazionale: passare dall’Italia unita all’unione, o confederazione, di tre macroregioni. La Repubblica del Nord (o Padania), una repubblica del Centro ed una del Sud: è il periodo, infatti, delle “stragi mafiose” e Cosa Nostra ed il Carroccio sembrano lavorare all’unisono (d’altronde, la regia a monte è comune) per ritagliarsi ognuno il proprio feudo, cannibalizzando lo Stato nazionale.
Veniamo così ad una figura chiave della Lega Nord delle origini, il personaggio politico che avrebbe dovuto essere “la mente” del processo di secessione della Repubblica dal Nord: Gianfranco Miglio (1918-2001). Allievo del filosofo liberale Alessandro Passerin d’Entrèves (a lungo docente all’Università di Oxford e quella di Yale) e del giurista Giorgio Balladore Pallieri (primo giudice italiano alla Corte europea dei diritti dell’uomo), professore all’Università Cattolica di Milano, teorizzatore del decisionismo, studioso del federalismo ed ascoltato consulente in materia di riforme costituzionali, “giacobino di destra”, Gianfranco Miglio è un intellettuale molto gettonato dai politici e dagli alti manager della Prima Repubblica in cerca di consigli: comincia coll’assistere Eugenio Cefis ( presidente dell’ENI dal 1967 al 1971 e della Montedison dal 1971 al 1977), per poi diventare consulentedel premier Bettino Craxi.
Nei tumultuosi anni che seguono la caduta del muro di Berlino, il professor Miglio compie  una spettacolare e singolare metamorfosi: nel giugno del 1989, constata la precarietà delle finanze pubbliche e del panorama politico italiani, suggerisce nientemeno che “sospendere le prove elettorali per un certo periodo, dar vita a un lungo Parlamento, bloccare il ricambio parlamentare, che so, per 8-10 anni.5”, affidando quindi poteri speciali al Pentapartito per fronteggiare le emergenze. Dopo nemmeno due anni, Miglio è invece diventato “l’ideologo” della costituenda Lega Nord ed il più severo e spietato censore della partitocrazia, dello Stato parassitario e della deriva mafiosa del Meridione: è difficile spiegare questo repentino cambiamento ed il suo “affiancamento” a Umberto Bossi, se non come un’operazione studiata a tavolino, concepita da quegli “ambienti liberali ed anglofoni” che Miglio frequenta sin dalla gioventù.
Gianfranco Miglio è l’architetto di quelle riforme costituzionali che dovrebbero scardinare l’assetto geopolitico dell’Italia, servendosi della Lega Nord e di Umberto Bossi come semplici grimaldelli. Esisterebbero, secondo il professore, due Italie: una europea, da agganciare alla nascente Unione Europea, ed una mediterranea, da abbandonare alla deriva verso il Levante ed il Nord Africa. Lo Stato unitario ha fatto il suo tempo e sulle sue macerie bisogna edificare uno Stato federale, o meglio ancora confederale, costruito da tre entità separate: una Repubblica del Nord, una del Centro ed una Sud. Al governo centrale della neo-costituita Unione Italiana, spetterebbero soltanto più la difesa esterna e parte della politica estera (“perché una certa autonomia in questo campo dovrà spettare ai singoli membri della federazione”). Il disegno sottostante alle ricette di Miglio è chiaro: sfruttare l’inchiesta di Tangentopoli che sta sconquassando la politica, il crollo del Pentapartito, la strategia della tensione e l’emergenza finanziaria, per cancellare l’Italia unitaria come soggetto geopolitico. Un’Italia che, con Enrico Mattei, Aldo Moro e le politiche filo-arabe di Bettino Craxi e Giulio Andreotti, ha dimostrato di poter infastidire gli angloamericani nello strategico bacino mediterraneo.
Le elezioni politiche del 5 aprile 1992 vedono la Lega Nord raccogliere una discreta percentuale dei voti in uscita dalla DC e dal PSI: in Lombardia il Carroccio raccoglie il 23% delle preferenze, ad un solo punto dai democristiani, ma si ferma all’8,65% a scala nazionale e le varie leghe del Sud non decollano. “Non è andata così bene, dovevamo essere determinanti” commenta Bossi: già, perché la secessione della Repubblica del Nord dal resto dell’Italia, implica una forza elettorale che la Lega Nord, all’atto pratico, dimostra di non avere. I 55 deputati e 25 senatori sono comunque un prezioso patrimonio, utile per portare a compimento la demolizione della Prima Repubblica ed il rapido smantellamento dell’economia mista, come auspicato dai croceristi del Britannia.
Non c’è una singola mossa del Carroccio, infatti, che si discosti dall’agenda che l’establishment atlantico ha in serbo per l’Italia: la Lega è decisiva per bloccare l’elezione di Giulio Andreotti al Quirinale, si schiera contro l’ipotesi di una presidenza del Consiglio affidata a Bettino Craxi, è favorevole ad un aggressivo piano di privatizzazioni (“Gli economisti di Bossi credono nella Thatcher6 titola la Repubblica, riportando che la Lega vuole “privatizzare tutte le imprese di Stato dall’ Iri all’ Eni all’ Efim. Senza risparmiare le banche pubbliche come Bnl, Comit, Credito italiano, San Paolo di Torino. Largo ai privati anche per le Ferrovie, l’ Enel e le Poste”), è fautrice di un liberismo spinto contrapposto allo Stato-padrone, definito ovviamente come “parassitario, bizantino, romano-centrico, corrotto, ladrone, etc. etc. Non solo, il Carroccio gioca di sponda con “le menti raffinatissime” che stanno attuando una spietata strategia di destabilizzazione per meglio saccheggiare i risparmi degli italiani e l’industria pubblica: mentre i servizi segreti “deviati” piazzano bombe in tutt’Italia e gli squali dell’alta finanza si accaniscono sui Btp, la Lega Nord getta altra benzina sul fuoco, incitando allo sciopero fiscale, sconsigliando di comprare i titoli di Stato, evocando la separazione del Sud mafioso dal resto dell’Italia, gridando all’imminente secessione della Padania.
Ma se la casa crolla, il Nord deve andarsene…” è un sintomatico titolo di la Repubblica del 31 dicembre 19927. Nell’articolo il professor Miglio dipinge un futuro a tinte fosche per l’Italia e pronostica un prossimo drammatico peggioramento della situazione economica, anticamera della secessione della Repubblica del Nord: Se si arrivasse a non riuscire a controllare più niente, se non si riuscisse più ad avere i servizi, se la sicurezza e le garanzie crollassero è evidente che ciascuno penserebbe a se stesso. Probabilmente anche il Sud se ne andrebbe per conto suo”. Le parole dell’ideologo del Carroccio sono musica per chi, a Washington e Londra, lavora per tenere l’Italia in costante fibrillazione.
Siamo ora nel 1993 e l’inchiesta di Mani Pulite ha sortito gli effetti sperati: la DC ed il PSI, i vincitori morali della Guerra Fredda, sono stato spazzati via dal pool di Milano. L’unico grande partito risparmiato dalle inchieste giudiziarie è stato il PCI, riverniciato ora come PDS, cui gli angloamericani contano di affidare il governo facendo affidamento sulla sua ricattabilità (nella Russia allo sfascio si comprano gli archivi del KGB a prezzo di saldo). Se dalle prossime elezioni uscisse un Nord saldamente in mano al Carroccio ed un Centro-Sud in mano alla sinistra, si concretizzerebbe lo scenario di una secessione de-facto della Padania dal resto dell’Italia.
Per la Lega Nord non che resta, a questo punto, che ricevere la benedizione “ufficiale” da parte dell’establishment atlantico, dopo lunghi rapporti reconditi ed opachi: il 18 ottobre 1993 una delegazione del Carroccio si reca in visita al Quartiere generale della NATO a Bruxelles ed il 23 ottobre è la volta degli Stati Uniti, con una prima tappa a New York per incontrare il milieu dell’alta finanza e di Wall Street ed una seconda tappa a Washington, dove sono in programma pranzi di lavoro con deputati e senatori repubblicani ed esponenti della National Italian American Foundation (sic!)8.
In questo quadro, “la discesa in campo” di Silvio Berlusconi annunciata nell’autunno del 1993 è un evento non previsto dall’establishment atlantico: la neonata Forza Italia si impone alle elezioni politiche del 27-28 marzo 1994, drenando buona parte dei voti in uscita dal PSI e dalla DC ed imponendosi come primo partito del Nord Italia. La Lega Nord, ferma all’8% delle preferenze su scala nazionale, dimostra ancora di non avere una forza sufficiente per strappare la secessione della Padania ed attuare gli ambiziosi cambiamenti costituzionali sognati da Gianfranco Miglio. Forte di 122 deputati e 59 senatori, la Lega Nord dispone però di manipolo di parlamentari sufficienti per staccare la spina al primo governo Berlusconi, di cui è entrata a far parte nella cornice del Popolo della Libertà. Riemerge quindi la natura della Lega Nord come strumento politico nelle mani di Londra e Washington: quando Berlusconi, durante la conferenza mondiale dell’ONU contro la criminalità organizzata, riceve un invito a comparire dal pool di Milano, Umberto Bossi completa l’operazione per disarcionare il Cavaliere, togliendogli la fiducia ed avvallando “il ribaltone” che insedia l’ex-Bankitalia Lamberto Dini a Palazzo Chigi.
Si marcia così rapidamente verso nuove elezioni ed ancora una volta il Carroccio agisce in perfetta sintonia con l’establishment atlantico: scegliendo di correre da solo e di non rinnovare l’alleanza col Popolo della Libertà, spiana la strada ai governi di Romano Prodi e Massimo D’Alema: seguirà “il Contributo straordinario per l’Europa”, la scandalosa privatizzazione della Telecom, “la marchant bank” di Palazzo Chigi, la liquidazione finale dell’IRI, il vergognoso cambio di 2.000 lire per ogni nuovo euro, l’avvallo alle operazioni militari della NATO contro la Serbia. E così, mentre quel rimane dell’economia mista è smantellato a prezzi di saldo ed i risparmi degli italiani sono immolati sull’altare della moneta unica, Umberto Bossi continua a blaterare di secessione, di camice verdi, di milizie armate del Nord, di rivolta fiscale, etc. etc.: utile idiota manovrato dall’oligarchia atlantica. La Lega Nord tornerà al governo solo dopo le elezioni politiche del 2001, quando i giochi “europei” sono ormai fatti.
Le vicende della Lega Nord, di Gianfranco Miglio e di Umberto Bossi sono legate a doppio filo alla nascita Seconda Repubblica, alla perdita di qualsiasi sovranità nazionale ed all’avvento della moneta unica. Il Senatur ne è in fondo perfettamente cosciente e, intervistato dal Corriere della Sera, ha recentemente affermato9:
Se venisse giù l’euro, verrebbe giù tutto, una situazione che nessuno saprebbe gestire. Tra l’altro, pagheremmo di più le materie prime, cosa che per un Paese di trasformazione come l’Italia sarebbe un disastro. Berlusconi parla di doppia moneta, il che è una presa per il culo. Ma non è che Berlusconi non sia in grado di capire le cose…”
Sono le ultime battute dell’ennesima “stampella del potere”.

VIDEO -
Gianfranco Miglio parla di Secessione ospite di Gad Lerner
https://www.youtube.com/watch?time_continue=346&v=kz3ZIVI3Dug&feature=emb_logo

Bibliografia
Il vento della Padania, Guido Passalacqua, Mondadori, 2009
Dalla Liga alla Lega, Francesco Jori, Marsilio, 2009
Come cambiare, Gianfranco Miglio, Mondadori, 1992

1http://www.repubblica.it/politica/2016/11/27/news/lega_bossi_chiede_congresso_base_stufa_salvini-152955314/
2http://www.corriere.it/politica/17_marzo_14/bossi-la-lega-nazionale-morira-1392067c-082d-11e7-b69d-139aae957b51.shtml
3http://www.ilgiornale.it/news/politica/attacco-frontale-bossi-segretario-secessione-resto-sono-1308152.html
4http://www.lastampa.it/2012/08/30/italia/cronache/di-pietro-mi-preannuncio-l-inchiesta-su-craxi-e-la-dc-DOydQU77k6yZcRwHkpJc9I/pagina.html
5http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1989/06/01/miglio-ha-una-proposta-dieci-anni-senza.html?ref=search
6http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/01/30/gli-economisti-di-bossi-credono-nella-thatcher.html?ref=search
7http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/12/31/ma-se-la-casa-italia-crolla.html?ref=search
8http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1993/10/15/Politica/LEGA-NORD-DAL-18-VISITA-ALLA-NATO-POI-NEGLI-USA_130800.php

mercoledì 25 dicembre 2019

I FINANZIAMENTI DI WALL STREET ALLA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA




UNA OSCURA PAGINA DI STORIA, SU CUI ALBERGA MOLTA DIETROLOGIA CHE FINISCE PER NON FAR BEN COMPRENDERE QUANTO INVECE E’ ACCADUTO; I FINANZIAMENTI DI WALL STREET A LENIN E LA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA.


I FINANZIAMENTI DI WALL STREET ALLA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA


di Maurizio Barozzi


https://vk.com/doc476559165_528513488?hash=a58d46b6ac765e84ba&dl=d5c58c4d0ebcb3c3c&fbclid=IwAR2raqBVxh1i0C66hH3vOTNnUyqpiJPBhqCSkHDBW8d1FZHB5wIdJnJ1zkE