giovedì 30 giugno 2016

LE PROVE CHE IL REFERENDUM DEL 1946 E' NULLO

Con i documenti allegati qui sotto, che sono leggi pubblicate sulle GAZZETTE UFFICIALI, ho dimostrato che l'Italia non è legalmente una Repubblica.
A dimostrarlo ecco un estratto del Decreto Luogotenenziale di indizione del Referendum per la forma di stato (il famoso referendum Monarchia-Repubblica del 1946) , il quale stabiliva le modalità del voto, ma anche dove si votasse. Fra i vari collegi ve ne era uno per la terra di Dalmatia con Zara (la Venezia-Giulia), ma anche l'Istria era compresa fra le terre della "Venezia". Cliccando sull'immagine si può vedere la scansione ingrandita e verificare i collegi)


Queste zone erano territorio legalmente italiano, ma dato che erano occupati da Alleati (per Trieste e dintorni) , Titini (che attuavano un genocidio) ecc, si fece un decreto in cui il voto in quei collegi elettorali venne momentaneamente sospesi, MA CON LA CHIARA INDICAZIONE CHE ESSI AVREBBERO VOTATO IN SEGUITO APPENA RISTABILITO L'ORDINE. ( Clicca sull'immagine del decreto per ingrandirla)



Fra i territori che non poterono votare contiamo Bolzano, Udine (con Pordenone), la Venezia Giulia con l'Istria, Zara con la Dalmatia.
Ma dopo soli 9 mesi la neonata Repubblica Italiana cedette temporaneamente l' Istria e Dalmatia alla Jugoslavia, e non fece mai votare Bolzano, Udine, Pordenone e Trieste. Era certo infatti che essi avrebbero votato per la monarchia ribaltando il risultato.
In pratica, dato che MILIONI DI PERSONE AVENTI DIRITTO NON HANNO POTUTO VOTARE, il referendum del 1946 non è valido internazionalmente, e non può essere usato come scusa per conoscere la volontà 
del popolo. Il referendum del 1946 E' NULLO giuridicamente.
O meglio, non è ancora "terminato" , ma è oggi impossibile il suo completamento , per cui e' nullo , ( a meno che Istria e Dalmatia non tornino italiane e votino).
Tutto ciò rivoluziona i rapporti giuridici fra l'attuale Stato e i suoi cittadini.
Lo Stato "Repubblica Italiana"non rappresenta i cittadini italiani, anche quelli di Istria e Dalmatia, ma in pratica tutta la Venetia .
La stessa Costituzione Italiana non vale, in quanto l'assemblea costituente non era completa dei territori veneti, quindi i costituenti non rappresentavano l'intero popolo.
Perciò, la Repubblica Italiana NON ESISTE legalmente, è un mero fatto senza legalità, è un potere di fatto, ma i cittadini sono liberi di pensare ad altre forme di stato. L'unica certezza è che in base ai decreti legge del 1946, la repubblica italiana non è mai nata legalmente.
Scriverò sulle conseguenze giuridiche di questo, ma per intanto e' costituito nel Tribunale del Popolo Veneto la rappresentanza legale del popolo della Venezia Giulia.
Loris Palmerini Tribunale del Popolo Veneto
PS: vi consiglio di fare una ricerca in internet con repubblica italiana referendum 1946
Fonte :
http://www.palmerini.net/blog/le-prove-che-il-referendum-del-1946-e-nullo/
http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/2016/06/le-prove-che-il-referendum-del-1946-e.html

La storia vera della fine di Ceausescu e della dittatura in Romania. Altro che rivoluzione ... colpo di stato straniero ...

 

ROMANIA. CEAUSESCU VENNE FATTO FUORI PERCHE' VOLEVA LIBERARSI DALLE DIPENDENZE DELLA BANCA MONDIALE DEI ROTHSCHILD

La storia vera della fine di Ceausescu e della dittatura in Romania. Altro che rivoluzione ... colpo di stato straniero ...

 Ogni tanto incontro qualcuno che mi racconta qualcosa che finisce nei file obsoleti dell' hard disk per poi saltar fuori quando meno te lo aspetti, nello specifico tempo fà incontrai un meccanico Rumeno parecchio acculturato che mi disse che la storia raccontateci su Nicolae Ceausescu erano tutte palle. Perchè ne parlo ora ? Perchè gli attori son sempre gli stessi FMI, CIA, KGB e compagnia danzante. Ho raccolto una serie di articoli per raccontare la vera storia che non differisce da tante altre e ne è anche accomunata, una serie di articoli perchè ognuno tratta una parte della storia e preferisco in genere lasciare gli originali aggiungendo qualche commento quando serve.

La storia inizia il giorno che Ceausescu arriva a Teheran per incontrare Gheddafi e Khomeyni, a Timisoara in Romania il reverendo Laszlo Tokes diede il via alla rivolta, vedremo dopo i dettagli, quì stà il bello se così si può chiamare ...

14 Ottobre 2012
In generale ci fidiamo poco delle rivoluzioni. Prese di Palazzi d’Inverno, marce su Roma, primavere arabe sono più che altro colpi di Stato. Ci aveva già avvertito un pamphlet scritto nel 1931 da Curzio Malaparte, testimone del sorgere di comunismo e fascismo: le rivoluzioni moderne sono colpi di Stato. Dunque, non avevamo dubbi sul fatto che a quella categoria appartenesse anche la rivoluzione rumena del dicembre 1989, quella che culminò con la fucilazione del dittatore Nicolae Ceausescu e di sua moglie Elena.

Ciò che potevamo solo immaginare, tutto il contorno di tradimenti, complicità interne ed estere, opportunismi e crimini, lo ha raccontato con dovizia di particolari Grigore Cristian Cartianu, caporedattore del più letto quotidiano romeno, in un libro che ha interessato parecchio i suoi connazionali. Sono circa duecentomila le copie vendute in patria di “La fine dei Ceausescu”, un’accuratissima inchiesta giornalistica, frutto di una ricerca ventennale. Possiamo leggerla anche noi italiani grazie all’editore Aliberti e al traduttore e curatore Luca Bistolfi.


Il puzzle composto da Cartianu, che in Romania si è già arricchito di altri due volumi, mostra una realtà molto più squallida di quella propagandata dal nuovo corso rumeno. Il giornalista afferma che se ci fu una giusta rivolta popolare contro il dittatore, finì il 22 dicembre 1989, giorno della fuga in elicottero dei Ceausescu. Poi iniziò la controrivoluzione ben più sanguinaria, responsabilità non del despota in fuga ma degli esponenti del regime più vicini all’Urss. Cartianu chiama pesantemente in causa anche Ion Iliescu, primo ministro fino a pochi anni fa, il quale pare abbia replicato più con insulti che con argomenti.

Ma procediamo con ordine, torniamo a quel dicembre 1989: la perestrojka di Gorbaciov sta sgretolando la Cortina di Ferro, il Muro è appena crollato. Alla fine di novembre il “Conducator” Ceausescu è stato riconfermato ed idolatrato come duce del paese, ancora fresche sono dichiarazioni di stima di insigni personalità, anche italiane, come Giulio Andreotti e Nilde Iotti. Però il vecchio dittatore comunista non intende accettare le novità di Mosca, meno che mai mettere in discussione il suo potere ultra quarantennale, il culto della sua personalità e della compagna Elena (la scienziata che ha collezionato lauree in tutto il mondo senza aver finito le elementari). Un mese dopo i due finiranno “ammazzati come bestie selvatiche”.

Dato che la Romania non si sta adeguando alle riforme democratiche e liberali, Bush padre e Gorbaciov si son trovati d’accordo sulla necessità di detronizzare Ceausescu. Con ogni mezzo necessario. Non è una missione impossibile, l’Urss è penetrata da anni dentro la Romania, ha fedeli nell’esercito, presso il ministero dell’Interno, nella polizia segreta, la famigerata Securitate. Agli uomini del Cremino non era piaciuta affatto la presa di posizione di Ceausescu contro l’invasione della Cecoslovacchia del 1968, né l’ostentata rivendicazione di sovranità nazionale. Ecco il perché degli uomini fidati nei posti giusti, ora finalmente utili. Inoltre, in quel dicembre ’89 molti sovietici attraversarono il confine con la Romania, troppi per non destare dubbi: quasi settantamila (con visto turistico NdR). Il popolo non amava certo Ceausescu, voleva liberarsene, ma i moti popolari non furono del tutto spontanei. Qui potrebbero finire le responsabilità dirette del Cremino (con la complicità statunitense) e cominciare quelle di chi applaudiva fino a qualche giorno prima, di chi volle quasi un rito espiatorio per mondarsi mediaticamente dal peccato comunista.


La rivolta di Timisoara fece cadere Ceausescu nella trappola di ordinare la repressione più violenta, di imporre la legge marziale che lo porterà alla tomba. Salita la marea della protesta, non rimase ai due coniugi che un fuga penosissima, con tappa simbolica nella casa di un esperto in derattizzazioni. Catturati da chi fino a qualche ora prima ubbidiva loro, il dittatore e la moglie furono costretti a mangiare pane raffermo, dormire su letti di ferro e a fare i bisogni dentro un bidone di plastica. L’ultima notte la passarono dentro un mezzo anfibio, il giorno dopo, 25 dicembre, “primo Natale libero dopo quasi mezzo secolo di comunismo anticristiano”, i congiurati avevano già deciso la condanna a morte, lasciando cadere la proposta d’esilio avanzata da Washington.

La parabola dei Ceausescu si chiuse con la beffarda nemesi, un processo stalinista fuori da ogni minima tutela giuridica, risolto in poco più di un’ora. Come andò a finire si vide nella televisioni di tutto il mondo, anche se con qualche taglio nel montaggio: i loro cadaveri crivellati contro un muro.


Iniziava un’epoca di pace per la Romania? Mica tanto, se il buongiorno si vede dal mattino. E se il mattino fu quello del 14 giugno 1990, quando il governo finalmente “democratico” della Romania decise di sedare definitivamente gli spiriti di rivolta e libertà accora accesi.  
Spedì così a Bucarest dalla provincia remota ventimila minatori armati di sbarre di ferro, tutti convinti di dover sedare un complotto “fascista”. Per due giorni seminarono il terrore in città aggredendo oppositori, giornalisti e persone prese a caso. 
Eccola, la Rivoluzione..
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Abbiamo visto in linea di massima la storia, l'amico meccanico mi raccontò che la Romania aveva appena terminato di pagare il debito pubblico. Stralcio parti del prossimo articolo perchè veramente lungo, gli antefatti si possono leggere nell'originale..






Claudio Veltri eurasia-rivista
Romania 10 dicembre, 2009

 

1. La Romania entra nel GATT, nel FMI e nel BIRD

 

Tra il 1967 e il 1968, alcuni passi intrapresi dal governo romeno gettarono le basi per un cambiamento significativo nei rapporti di Bucarest con Washington. Infatti nel 1967 la Romania mostrò la propria autonomia nei riguardi di Mosca con un paio di iniziative che vennero positivamente apprezzate dagli Stati Uniti: all’inizio dell’anno Bucarest stabilì rapporti diplomatici con la Repubblica Federale Tedesca e, in seguito alla guerra dei sei giorni, rifiutò di rompere le relazioni diplomatiche con Israele, come invece avevano fatto le altre capitali del Patto di Varsavia. Sempre nel 1967, in marzo, Ceausescu organizzò una calorosa accoglienza per Nixon, che in quel momento vedeva declinare la propria popolarità negli Stati Uniti. Nell’agosto del 1968, Ceausescu rifiutò di allinearsi con gli altri paesi del Patto di Varsavia nella questione cecoslovacca; anzi, condannò energicamente l’intervento sovietico, annunciò la mobilitazione immediata del popolo romeno per difendersi da un eventuale intervento di quel genere, si oppose alle manovre militari del Patto di Varsavia sul territorio romeno.
In seguito a ciò, le relazioni tra gli Stati Uniti d’America e la Romania registrarono un cambiamento significativo. Eletto nel 1969 alla presidenza statunitense, Richard Nixon si recò in visita ufficiale a Bucarest e accolse Ceausescu negli Stati Uniti nell’ottobre 1970 e nel dicembre 1973. In occasione di questa seconda visita, i due presidenti firmarono una dichiarazione comune, nella quale si parlava di relazioni basate su uguaglianza di diritti, di rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale, di non ingerenza nelle faccende interne e di vantaggio reciproco, di rifiuto dell’uso della forza. Negli anni successivi, Ceausescu avrebbe citato spesso questi principi, allorché dovette respingere le richieste statunitensi relative ai “diritti umani”, appellandosi al fatto che esse rappresentavano un atto di ingerenza nelle faccende interne della Romania.
Il presidente Gerald Ford ricevette Ceausescu nel giugno 1975 e restituì la visita nell’agosto di quel medesimo anno. Nel periodo della presidenza di Ford, come già al tempo di Nixon, i ministri degli esteri romeni e i segretari di Stato statunitensi, ma anche altri membri dei due governi, effettuarono visite reciproche quasi ogni anno.
Le relazioni tra i due paesi, a parte le manifestazioni di amicizia, ebbero anche una certa sostanza. Per esempio, il governo romeno fu utile all’amministrazione Nixon nell’instaurazione di rapporti confidenziali tra Washington e Pechino, nel periodo che precedette la visita di Henry Kissinger in Cina del 1969.
I due paesi firmarono numerosi accordi economici e culturali. La Romania diventò membro di diverse istituzioni economiche e finanziarie internazionali, come l’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRD) e fu bene accolta dappertutto in Occidente, essendo considerata un paese indipendente nel quadro del Patto di Varsavia.
Il commercio tra gli Stati Uniti e la Romania crebbe fino a superare, nel 1974, i 400 milioni di dollari; ma questa crescita era ostacolata dalla mancanza del trattamento speciale che viene accordato dagli Stati Uniti con la clausola della nazione più favorita. Tale clausola, che come è noto comporta un vantaggio nelle tariffe doganali, venne accordata alla Romania per la prima volta nel 1975, quando il Congresso statunitense adottò la “Legge del Commercio del 1974” e permise al presidente degli Stati Uniti di estendere al campo comunista la concessione della clausola della nazione più favorita. La clausola diventò così il simbolo delle relazioni speciali tra gli Stati Uniti e la Romania, essendo la più importante concessione fatta a Bucarest dalle amministrazioni Nixon e Ford. Il Congresso di Washington approvò l’accordo commerciale con la Romania alla fine del luglio 1975 e le nuove tariffe entrarono in vigore il 3 gennaio 1976, in applicazione della clausola della nazione più favorita. Grazie alle basse tariffe doganali, le esportazioni della Romania negli Stati Uniti passarono, tra il 1975 e il 1977, da 133 milioni di dollari a 233,3 milioni di dollari. Nel 1985 ammontavano a 949,7 milioni di dollari.
Inoltre, la clausola della nazione più favorita rese possibile che la Romania beneficiasse dei crediti della Banca di Export-Import.
In una misura considerevole, il rinnovo annuale della clausola diventò il principale strumento dell’amministrazione statunitense per influenzare il comportamento della Romania. La Sezione 402 della “Legge del Commercio del 1974”, nota come emendamento Jackson-Vanik, vietava l’estensione della clausola a un paese che non avesse un’economia di mercato, come era appunto il caso della Romania, e negava ai propri cittadini la possibilità di emigrare; tuttavia, l’emendamento prevedeva che il presidente statunitense potesse ricevere assicurazioni che “le procedure di emigrazione porteranno in futuro, in modo considerevole, a realizzare lo scopo proposto circa la libertà di emigrazione”. Gli Stati Uniti usarono la Sezione 402 per convincere il governo romeno a consentire l’emigrazione di oltre 180.000 persone nel periodo compreso tra il 1975 e il 1988 – anno, quest’ultimo, in cui la clausola della nazione più favorita cessò di essere applicata alla Romania. In questi quattordici anni l’emigrazione dalla Romania si diresse essenzialmente verso tre paesi: Repubblica Federale Tedesca, Stati Uniti, Israele. L’emigrazione ebraica dalla Romania (soprattutto verso la Palestina e gli Stati Uniti) era già cominciata negli anni cinquanta; Ceausescu lasciò che proseguisse, “in cambio di molto denaro, s’intende, e dell’aiuto della comunità ebraica americana per ottenere la famosa clausola di nazione più favorita negli scambi commerciali con gli Stati Uniti” (1).
In questo periodo gli Stati Uniti cominciarono a legare il mantenimento della concessione della clausola non solo alla questione dell’emigrazione, ma anche ad altri aspetti della dottrina dei “diritti umani”: la libertà religiosa, la liberazione dei dissidenti in stato d’arresto, le privazioni economiche.
Inoltre, la “Legge del Commercio del 1974” consentì all’amministrazione statunitense di estendere il Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) non solo ai paesi in via di sviluppo, ma anche a quei paesi comunisti che erano membri del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dell’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT), beneficiavano della clausola della nazione più favorita e non erano controllati dal “comunismo internazionale”. Il Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) consentiva in maniera legale agli Stati Uniti di godere di tariffe bassissime per certe importazioni provenienti dai paesi in via di sviluppo.
La Romania si inquadrava nella definizione prevista per i paesi in via di sviluppo, perché il governo degli Stati Uniti aveva stabilito che l’indipendenza della Romania nei confronti di Mosca era sufficiente per non considerarla come un paese controllato dal comunismo internazionale. D’altra parte, la Romania era membro dell’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT) e del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Una volta ricevuta la concessione della clausola della nazione più favorita, la Romania si candidò a beneficiare del Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) e a tale regime essa venne ammessa per un periodo di dieci anni a partire dal 1 gennaio 1976.
Un ostacolo nelle relazioni tra i due paesi insorse nell’ottobre 1982 (all’epoca della presidenza Reagan), quando il governo di Bucarest decretò che i cittadini romeni che desideravano emigrare dovevano pagare allo Stato una somma in valuta equivalente al costo della loro scolarizzazione media e superiore. Il decreto contrastava apertamente con quanto previsto dall’emendamento Jackson-Vanik, che escludeva dalla concessione della clausola della nazione più favorita quei paesi i quali imponevano ai loro emigranti una tassa che non fosse puramente simbolica. Dopo mesi di negoziati confidenziali che non diedero alcun risultato, nel marzo 1983 Reagan annunciò che non avrebbe rinnovato alla Romania la concessione della clausola, che sarebbe scaduta il 30 giugno di quell’anno, se la tassa per la scolarizzazione si fosse trovata ancora in vigore a quella data. Dopo oltre due mesi di intense discussioni, il governo romeno dovette cedere alle pressioni statunitensi e rinunciò all’applicazione della tassa. Così il 3 giugno 1983 Reagan annunciò che la clausola veniva prorogata alla Romania per un altro anno e il Congresso statunitense non si oppose alla decisione del presidente.
La Romania conservò la clausola fino al 1988. Quando si trattava di prorogarla “il gran rabbino di Bucarest Moses Rosen dava l’impressione di essere un ministro degli esteri aggiunto (…) Rosen descrisse il proprio atteggiamento con il proverbio yiddish ‘Den Ganef vor die Tir stelln‘: mettere il ladro a guardia della porta” (2).
La crescita del debito estero della Romania aggiunse un nuovo motivo di irritazione nei rapporti di Bucarest con Washington. Nel corso del 1982 il debito estero romeno oltrepassava gli undici miliardi di dollari, sicché il Fondo Monetario Internazionale (FMI) intervenne ripetutamente presso Ceausescu, per spiegargli che per far fronte a tale debito e risollevare le sorti dell’economia romena era indispensabile accettare un credito a interessi crescenti. Si riproduceva così, nel caso della Romania, quello che John Kleeves ha descritto come il copione di prammatica nei rapporti tra FMI e dittatori quali Marcos, Mobutu, Batista, Duvalier, Somoza ecc.:
“… la figura del dittatore filoamericano pazzo è importante: con i suoi progetti megalomani di ‘sviluppo economico’ egli giustifica l’accensione del megaprestito da parte del suo paese, in genere finanziariamente poverissimo. Ma la sua parte non è finita. Egli sa che il prestito non deve mai essere restituito: il FMI, nonostante le raccomandazioni sulla carta, non lo vuole; vuole solo – e su ciò è intransigente – il pagamento in dollari degli interessi annui. E’ chiaro il perché: solo finché c’è il debito ci sono le condizioni capestro sull’economia interna. Egli sa anche che il prestito non deve assolutamente servire per scopi utili, per far decollare l’economia del paese: sarebbe di nuovo la fine del gioco. Quindi il dittatore cosa fa? Ciò che veniamo a sapere dai giornali: usa una quota del prestito per le sue opere inutili (i cui appaltatori sono in genere ancora le multinazionali); un’altra per soddisfare l’entourage locale di militari e politici che lo sostengono al potere, e il resto viene versato sui suoi conti all’estero, in genere negli Stati Uniti” (3).
A un certo punto, Ceausescu non volle più stare al gioco. E ciò determinò la sua fine.
1. Richard Wagner, Il caso romeno, Manifestolibri, Roma 1991, p. 98.
2. Ibidem.
3. John Kleeves, Finanziatori Militar Imperialisti, “Lo Stato”, 30 giugno 1998.

2. Chi volle la caduta di Ceausescu?

Il 22 novembre 1989 si apriva a Bucarest il XIV congresso del Partito Comunista Romeno. Il messaggio di felicitazioni inviato da Gorbaciov al “partito fratello” assomigliava, più che a una dichiarazione di solidarietà, a una sprezzante ingiunzione di cambiamento. Ma il 23 novembre, nel discorso di chiusura che precedette la sua trionfale rielezione alla segreteria del Partito Comunista Romeno, Nicolae Ceausescu rispose per le rime, ricordando che il patto tedesco-sovietico, denunciato qualche settimana prima a Mosca per quanto riguardava la Polonia e i paesi baltici, sanciva anche un’ingiustizia commessa ai danni della Romania interbellica, alla quale erano state strappate e inglobate nell’URSS la Bucovina del Nord e la Bessarabia (che l’URSS trasformò “Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia”).
Ma, oltre a questo, il Conducator metteva l’accento sull’indipendenza nazionale romena, ottenuta a prezzo di pesanti sacrifici che avevano portato finalmente al saldo del debito contratto con la Banca Mondiale.
E’ qui che deve essere cercata la causa della caduta di Ceausescu?
Nel corso di un’intervista giornalistica, venne rivolta a Marian Munteanu (capo del Movimento per la Romania e animatore delle lotte studentesche di Piazza dell’Università) la seguente domanda: “In che misura si deve credere alla versione che ha presentato la caduta di Ceausescu come l’effetto di un moto insurrezionale partito dal popolo? E in che misura si può invece legittimamente parlare di un colpo di Stato? In altre parole: non sarà che la fine di Ceausescu debba essere ricondotta, principalmente, alla sua volontà di liberare la Romania da ogni dipendenza nei confronti della Banca Mondiale?” Risposta di Marian Munteanu: “E’ per me una gradita sorpresa constatare che Lei ha avuto un’intuizione rara” (1).
La rara intuizione dell’intervistatore di Munteanu si fondava semplicemente sull’osservazione dei fatti. I personaggi che si erano insediati al potere dopo l’eliminazione di Ceausescu rappresentavano, in maniera evidente, la convergenza di due linee. La prima era quella degli interessi statunitensi (Petre Roman, Silviu Brucan, Dumitru Mazilu, l’ex diplomatico Bogdan ecc.), la seconda era quella più propriamente “gorbacioviana” (Ion Iliescu, Nicolae Militaru ecc.). Gorbaciov voleva la fine di Ceausescu perché questi era contrario ad accettare il programma di liquidazione dei regimi socialisti, sicché le esigenze del Cremlino in relazione alla Romania coincidevano con quelle degli ambienti usurocratici e mondialisti, danneggiati dalla politica autarchica di Bucarest. Veniva quindi spontaneo pensare che l’eliminazione di Ceausescu fosse stata decisa da Bush e Gorbaciov nell’incontro di Malta, sui contenuti del quale è stato d’altronde osservato il massimo segreto. Fatto sta che la campagna per la demonizzazione di Ceausescu, effettuata dalla stampa e dalle televisioni di tutto l’Occidente, ebbe inizio circa un anno prima della “rivoluzione” romena. Anche dall’osservatorio italiano era possibile, considerando i fatti con una certa attenzione, comprendere quali fossero le forze che ispiravano l’attacco contro “il Dracula di Bucarest”. Non è un caso, ad esempio, che in Italia l’avvio alla campagna di stampa sia stato dato dal noto sionista Wlodek Goldkorn sulle pagine dell’ “Espresso”.
Marian Munteanu non poté negare che “effettivamente esisteva da tempo una congiura, ispirata da centrali politiche estere per rovesciare il regime”, anche se, ovviamente, ci tenne ad aggiungere che “è esistita un’azione parallela, spontanea e indipendente, svolta da giovani che non disponevano di nessun supporto organizzativo”. Insomma: “l’insurrezione scoppiò in maniera, per così dire, naturale: solo in un secondo tempo venne utilizzata e strumentalizzata da gruppi già preparati che agivano secondo intendimenti propri. E questi gruppi avevano legami col capitalismo internazionale e con gli Stati Uniti: è un fatto che non è possibile negare” (2).
Tali legami, infatti, emergono evidenti dalle biografie di alcuni protagonisti della “rivoluzione” del dicembre 1989. Vediamone un paio.
Silviu Brucan, (alias Samuil Bruekker o Bruckenthal), era l’ideologo del Fronte di Salvezza Nazionale. Nato nel 1916 da famiglia ebraica, si iscrisse al partito comunista nel corso degli anni trenta. Nel settembre 1944, quando apparve il primo numero ufficiale di “Scanteia”, organo del Comitato Centrale del Partito Comunista Romeno, Silviu Brucan fu segretario generale di redazione. Dopo la guerra, prese parte all’allestimento dei processi per la liquidazione degli uomini politici rivali del PCR. Secondo fonti dell’emigrazione romena, ebbe il compito di architettare artificiosamente una campagna antisemita pretestuosa (3). Dal 1956 al 1958 fu ministro plenipotenziario della legazione della Repubblica Popolare di Romania negli Stati Uniti d’America (fino al 1964 la Romania non ebbe un ambasciatore a Washington). Quindi, fino al 1962, fu a New York, dove rappresentò la Romania presso le Nazioni Unite. In seguito a uno scontro con il ministro degli esteri Corneliu Manescu, dovette andarsene dal ministero e accettare l’incarico di vicepresidente del Comitato di Stato per la Radio e la Televisione, incarico che tenne dal 1962 al 1967. Con l’arrivo al potere di Ceausescu, l’uomo che aveva sostenuto Ana Rabinsohn Pauker e Gheorghe Gheorghiu-Dej venne allontanato dalle funzioni politiche; benché privo di diploma universitario, ricevette un posto di docente di Scienze Sociali e di Sociologia all’Università di Bucarest. Pubblicò diversi libri di taglio politologico, che a partire dal 1971 sono stati sistematicamente editi negli Stati Uniti: The Dissolution of Power (Alfred Knopf, New York 1971), The Dialectic of World Politics (Macmillan, New York and London 1978), The Post-Brezhnev Era (Praeger, New York 1983), World Socialism at the Crossroads (Praeger, New York 1987), Pluralism and Social Conflict (Praeger, New York 1990, prefazione di Immanuel Wallerstein), The Wasted Generation. Memoirs (West View Press, Boulder 1993). All’inizio del 1988 fu messo agli arresti domiciliari per una dichiarazione che aveva rilasciata a Radio Europa Libera. Nel 1989 però era di nuovo in circolazione: era spesso ospite dell’ambasciatore statunitense Roger Kirk e di Michael Parmly, consigliere politico dell’ambasciata degli USA. Al momento degli eventi che portarono alla caduta di Ceausescu, Brucan rientrava dagli Stati Uniti, dopo aver fatto scalo a Mosca e incontrato Anatoli Dobrynin, vecchia spia del KGB.
Petre Roman, anch’egli di famiglia ebraica, si era tenuto nell’ombra fino ai giorni della “rivoluzione”. Suo padre Walter Roman (vero nome: Neuländer), “era stato uno dei veterani delle Brigate Internazionali in Spagna, per poi rifugiarsi, nel periodo della guerra, in Unione Sovietica. Ritornato in Romania, diventerà l’uomo di fiducia di Gheorghe Gheorghiu-Dej, predecessore di Ceausescu. E’ uno dei fondatori della Securitate, dove aveva il grado di generale, al quale aggiungeva quello di colonnello del KGB. (…) Dopo il fallimento della rivolta ungherese del 1956, per ordine di Gheorghiu Dej incontrò Imre Nagy e lo persuase a rifugiarsi in Romania… da dove sarà consegnato all’Unione Sovietica. Walter Roman muore nel 1983, lasciando a suo figlio Petre un’eredità sociale e politica. Quest’ultimo conosce tutti i vertici della nomenclatura, tra i quali anche i figli di Ceausescu. Ma è soprattutto un intimo di Brucan e di Iliescu” (4).
Il verbale5 della riunione tenuta la sera del 17 dicembre 1989 dall’ufficio esecutivo del Comitato Centrale del Partito Comunista Romeno, alla vigilia della partenza del Conducator Nicolae Ceausescu per Teheran, è fondamentale per interpretare la “rivoluzione” romena del 1989 come un vero e proprio colpo di Stato. Da questo verbale risulta che Ceausescu rimproverò il ministro dell’interno Postelnicu, il ministro della difesa generale Milea, nonché il comandante in capo della Securitate generale Vlad, perché non avevano riportato l’ordine a Timisoara, dove si trovavano solo poche unità, equipaggiate semplicemente con manganelli o con armi da fuoco sprovviste di munizioni.
Il prof. Claude Karnoouh, specialista di problemi ungheresi e romeni, ha dedotto che “i ‘massacri’ del 17 dicembre non furono niente altro che una montatura architettata dai mezzi di comunicazione: le agenzie di stampa e le stazioni radiofoniche jugoslave, ungheresi e sovietiche se ne fecero immediatamente strumenti, moltiplicando i dispacci sulla violenza degli scontri tra l’esercito e le truppe della Securitate. Ora, se veramente vi fossero stati a Timisoara i 4.800 morti di cui si parlò, si sarebbero dovuti pure contare, come minimo, dai 25.000 ai 30.000 feriti! In condizioni del genere, non si sarebbe più trattato di una rivolta popolare, ma di una vera e propria guerra tra fazioni contrapposte che usavano armi pesanti e forze aeree – cosa che evidentemente non è stata. Inoltre, mentre il 22 e il 23 dicembre i dispacci dell’agenzia sovietica Tass segnalavano combattimenti con armi pesanti a Brasov, il bilancio tracciato poco dopo da un giornalista di ‘Le Monde’ si limitava a contare 61 morti e 120 feriti. A Cluj si sono avuti 20 morti; nessun morto a Iasi, capoluogo della Moldavia romena, né a Târgu Mures, capoluogo della regione ungherese, né a Ploiesti e a Pitesti, le due grandi città industriali vicine a Bucarest. Nella stessa Bucarest, nessuno ha mai potuto vedere, né in televisione né altrove, i famosi pretoriani del regime. Tutt’al più si indovinava la presenza di qualche franco tiratore isolato, mai identificato, al quale soldati, miliziani e civili rispondevano con un autentico diluvio di fuoco” (6).
Quanto ai “mercenari” (libici, palestinesi, siriani, iraniani e addirittura nordcoreani) di cui si favoleggiò inizialmente, in capo a qualche giorno non se ne parlò più. Erano stati inventati per confermare il concetto che il tiranno era estraneo al popolo romeno (gli vennero attribuite origini turche o zingare) e quindi poteva essere difeso soltanto da pretoriani stranieri. Inoltre, la leggenda dei “mercenari arabi” serviva perfettamente a collegare tra loro due equazioni: “securista=terrorista” e “terrorista=arabo”. D’altronde la demonizzazione di Ceausescu, che nel corso di più d’un anno di propaganda mondiale era stato paragonato a Bokassa, a Idi Amin Dada e al vampiro Dracula, aveva predisposto gli animi, in Romania e altrove, ad accettare anche le menzogne più grossolane.
Ma vi sono anche altri elementi, secondo il prof. Karnoouh, che rafforzano l’ipotesi del colpo di Stato. “Bisogna insistere a questo riguardo sulla cronologia della giornata del 22 dicembre, che suggella la caduta di Ceausescu. Alle dieci e mezzo del mattino il capo dello Stato fugge. Un quarto d’ora più tardi Petre Roman, accompagnato da un gruppo di studenti, penetra nell’edificio del Comitato Centrale, considerato una delle fortezze della Securitate a Bucarest. Si può constatare, oggi, che l’immobile non reca alcuna traccia di proiettili. Chi era dunque a sparare? E su chi sparava? Nello stesso momento, con un sincronismo perfetto, Ion Iliescu, capo del consiglio del Fronte di Sicurezza Nazionale, arriva alla sede della radiotelevisione; qui il poeta Mihai Dinescu annuncia ai microfoni la caduta del tiranno. Strano sincronismo, per una guerra civile! In realtà, se davvero ci fosse stata una guerra civile, avremmo assistito a scene simili a quelle dell’invasione di Panama City da parte degli Americani, o ai bombardamenti di Beirut, cosa che invece non è avvenuta. Inoltre, se davvero una frazione dell’esercito e schiere di civili insorti si fossero trovati a combattere contro la Securitate, Ceausescu e sua moglie non sarebbero fuggiti immediatamente su un elicottero dell’aviazione militare (e non su un aereo della Securitate) per atterrare poi a 40 chilometri da Bucarest e farsi immediatamente arrestare. Infine, qualora una tale ipotesi fosse reale, non si spiegherebbe come mai gli uomini del consiglio del Fronte di Salvezza Nazionale, che erano costretti alla residenza coatta o comunque sottoposti a una sorveglianza speciale, non siano stati giustiziati, o per vendetta o per privare il potere futuro delle sue élites potenziali, politiche o intellettuali. Al contrario, fin dal momento in cui fu dato l’annuncio della caduta di Ceausescu, i poliziotti incaricati di vigilare su di loro sparirono come per incanto” (7).
L’interpretazione del prof. Karnoouh ha trovato una sostanziale conferma, con l’aggiunta di dati ulteriori, nelle dichiarazioni rilasciate nel corso di un’intervista giornalistica da Gelu Voican Voiculescu, l’uomo del Fronte di Salvezza Nazionale che organizzò il processo sommario contro Nicolae ed Elena Ceausescu e che successivamente diventò vice primo ministro.
“La Securitate – ha detto Voican Voiculescu – era una forza molto compatta e capace di reprimere ogni insurrezione. Il suo ruolo fu provvidenziale, perché essa non sparò, ma si tirò da una parte e lasciò Ceausescu privo di protezione. Anzi, il 18 dicembre il generale Vlad, capo del Dipartimento di Sicurezza dello Stato, con un atto di sua propria iniziativa aveva liberato tutti i detenuti politici che si trovavano agli arresti presso la Securitate – e si trattava di un certo numero di persone. Dunque esistono prove evidenti che la Securitate aveva ricevuto l’ordine di non immischiarsi nei moti di piazza. Di più: il piano che mirava a contrapporre la Securitate all’Esercito venne sventato per iniziativa degli stessi generali che dirigevano la Securitate, i quali intorno al 22 dicembre disposero che la Securitate si subordinasse all’Esercito. Non fu un atto impensabile, perché era previsto che in una situazione di guerra la Securitate si integrasse nell’Esercito. Ma negli eventi in questione, tale decisione fu presa il 22 dicembre; e a Timisoara non fu la Securitate a sparare contro i dimostranti, ma, purtroppo, l’Esercito. Questo è anche il motivo per cui, in una crisi di coscienza e di colpa, il capo dell’Esercito generale Milea si suicidò – se non fu assassinato. E’ un enigma irrisolto della nostra rivoluzione” (8).
Insomma, la “rivoluzione” romena non sarebbe riuscita senza l’apporto decisivo della Securitate.
*
La tesi del colpo di Stato guidato da potenze straniere venne enunciata dallo stesso Ceausescu nel corso del processo sommario cui venne sottoposto da parte degli uomini del Fronte di Salvezza Nazionale. “La mia sorte è stata decisa a Malta”, ebbe a dire Ceausescu in quella circostanza, alludendo all’incontro tra Bush e Gorbaciov; e aggiunse che quelli che a Timisoara avevano sparato sulla folla erano agenti segreti stranieri.
Gelu Voican Voiculescu ha dichiarato nel corso della medesima intervista:
“Noi non possiamo sapere che cosa sia stato deciso a Malta. Però è un dato di fatto che la rivoluzione romena fu innescata dai servizi di diverse potenze straniere. Nella misura in cui il terreno operativo era di pertinenza dell’URSS, la presenza effettiva e la manodopera furono fornite dal KGB. Nello stesso tempo, la CIA aveva installato una sua centrale operativa a Budapest. Tra i due organismi spionistici vi fu una stretta collaborazione. L’operazione prese il nome di ‘Valacchia 89’ e richiese l’impiego di mezzi cospicui. La Cia partecipò più che altro con piani e fondi, il KGB con la logistica. Le posso dire, sulla base di informazioni provenienti da fonti autorevoli, che dopo il 6 dicembre il numero dei turisti sovietici crebbe bruscamente di dieci volte e a partire dal 16 dicembre vi furono in Romania 67.000 turisti sovietici. Sono cifre esatte, che provengono dai punti di frontiera. In genere, entravano in Romania automobili Lada, ciascuna con quattro uomini a bordo, di età giovane o media. Sono significative, poi, le registrazioni effettuate nelle camere d’albergo, anche se non tutti questi strani turisti alloggiavano in albergo. La maggior parte entrò dalla Jugoslavia e dall’Ungheria. A Timisoara forse operarono agenti jugoslavi di nazionalità croata, sicuramente vi furono agenti ungheresi. La TV ungherese praticamente diresse le operazioni.
“Adesso, disponendo delle informazioni cui ho avuto accesso, posso formulare un’ipotesi: il 16-17 dicembre a Timisoara e il 21-22 a Bucarest, questi servizi che preparavano il rovesciamento di Ceausescu vollero fare una prova generale per valutare la situazione. Siccome ritenevano che il popolo romeno fosse inerte e che gli organi repressivi fossero fedeli a Ceausescu, gli ispiratori dell’operazione volevano sapere quale sarebbe stata l’adesione della popolazione, come sarebbero entrati in azione la Milizia, l’Esercito, la Securitate, il Partito, i mezzi di comunicazione. Pensarono quindi di fare una prova a Timisoara e nella capitale. Orbene, questo tentativo diede il via a un processo che sfuggì loro di mano e li colse di sorpresa. Essi avrebbero voluto fare scoppiare la rivolta il 30 dicembre o anche in gennaio, e invece furono colti all’improvviso da un incendio generale che oltrepassava le loro aspettative. Fu questo a paralizzarli, oltre al nostro comportamento atipico. Noi infatti, nel nostro dilettantismo e confusionismo, demmo a questi superprofessionisti l’impressione di agire secondo un piano prestabilito che a loro sfuggiva. In realtà, procedevamo alla cieca. Allora si bloccò qualcosa nel meccanismo degli agenti stranieri. Essi fecero qualche provocazione, ma poi tutto acquisì una sua dimensione e prese una sua via. Così Ceausescu cadde in maniera assai rapida, praticamente in un giorno solo”.
Secondo l’ex vice primo ministro, “i servizi segreti stranieri avevano lo scopo di smembrare la Romania come entità statale: il caos avrebbe dovuto creare le premesse per l’ingresso di truppe straniere che smembrassero il paese. Una proposta del genere, d’altronde, era stata fatta da James Baker al Patto di Varsavia. L’URSS si sarebbe presa il Delta del Danubio e la Moldavia fino ai Carpazi, la Bulgaria avrebbe preso il Sud della Dobrugia, la Jugoslavia il Banato, l’Ungheria la Transilvania. E’ normale che non sia stato previsto un successore a Ceausescu, proprio perché si voleva produrre il massimo disordine. Nel caos, inoltre, era prevedibile lo scoppio di una guerra civile tra la Securitate e l’Esercito: si sapeva che sotto Ceausescu tra queste due istituzioni c’era una certa rivalità.
“Inoltre gli eventi romeni di dicembre, monopolizzando gli schermi televisivi di tutto il mondo, costituirono la cortina fumogena dietro cui gli USA poterono tranquillamente commettere quell’abuso che fu il rapimento di Noriega, il quale era comunque un capo di Stato, fosse o non fosse un narcotrafficante; gli americani violarono la sovranità di Panama con un vero e proprio atto di pirateria, approfittando dell’intensa mediatizzazione dei fatti romeni” (9).
Da parte sua, l’ultimo ministro degli Esteri del governo comunista, Ion Totu, nel periodo si trovava detenuto nel carcere di Jilava dichiarò testualmente: Gli eventi del dicembre 1989 facevano parte di un vasto programma di azione degli Stati Uniti e dell’Occidente (in primo luogo l’Inghilterra) per destabilizzare l’URSS e gli altri paesi socialisti e per attrarli nella sfera d’influenza del capitalismo; lo scopo principale era che gli Stati Uniti dovevano restare l’unica superpotenza mondiale, che decidesse a proprio piacimento. In questo programma, le prospettive della Romania avevano come obiettivi principali: a) la trasformazione del nostro paese in un avamposto militare, in una base militare nell’Est europeo, ai confini con l’URSS; b) la trasformazione del nostro paese in una semicolonia economica sottoposta agli stimoli e alle richieste del capitale finanziario internazionale” (10).
1. Una conversazione con Marian Munteanu, intervista a cura di Claudio Mutti, “Orion”, dicembre 1992.
2. Ibidem.
3. Traian Golea, How the Condamnation of a Nation is staged, Romanian Historical Studies, Hallandale 1996, p. 12.
4. Radu Portocala, România. Autopsia unei lovituri de stat. In tara în care a triumfat minciuna, Agora Timisoreana, Bucuresti 1991, p. 97.
5. Pubblicato il 10 gennaio 1990 dal quotidiano “Romania libera” (Bucarest) e parzialmente ripreso il 17 gennaio 1990 da “Le Nouvel Observateur” (Parigi).
6. A l’Est, du nouveau. L’exemple roumain, Entretien avec Claude Karnoouh, “Krisis”, n. 5, aprile 1990.
7. Ibidem.
8. Claudio Mutti, Quale fine per Ceausescu?, “Storia del XX secolo”, n. 9, gennaio 1996.

martedì 28 giugno 2016

I simboli massonici della Repubblica Italiana

emblema-repubblica
Il bozzetto finale, scelto in via definitiva come emblema della Repubblica, fig 1
I simboli hanno molta più importanza di quello che si creda nella realtà, ce ne sono ovunque e spesso ricordano una proprietà di fondo, in una nazione dove non si muove una foglia senza che il Vaticano non voglia questi fatti prendono un significato rilevante che fa pensare. Da non dimenticare un altro fatto inquietante che avevamo rilevato: LA MENORAH IN PIAZZA MONTECITORIO. “PER CHI LAVORANO I NOSTRI POLITICI”, a questo punto credo che molte cose che sembrerebbero misteriose prendano dei significati molto più chiari ed appunto inquietanti, forze semi oscure giocano con i nostri destini ed il grave è che buona parte della popolazione difende questo stato di cose perchè volontariamente ignorante o in malafede.

 
Arturo Navone 
La stella a cinque punte presente sullo stemma della Repubblica Italiana è un simbolo massonico

In un articolo dal titolo "L’Italia Turrita e lo Stellone fraterno o Pentalfa massonico" apparso sulla rivista massonica "Il Laboratorio" (organo del Collegio Circoscrizionale toscano dei Maestri Venerabili del Grande Oriente d’Italia), articolo che tratta anche l’emblema della Repubblica Italiana, che come abbiamo visto poco fa ha come autore Paolo Paschetto, troviamo scritto che Paolo Paschetto era un massone:
"Passiamo ora allo stellone, altro emblema della nostra attuale repubblica e a noi massoni sommamente caro. Nonostante che lo stellone sia presente massivamente in cima ad ogni documento ufficiale del Capo dello Stato, dei ministeri, dei comandi militari, della burocrazia imperante, e di mille altre istituzioni stataleggianti. Sebbene lo si legga, in filigrana, nelle lettere del Governo e perfino nelle nostre vecchie banconote (lira), lo stemma della Repubblica: stellone a cinque punte, ruota dentata, due rami: uno di quercia ed uno d’olivo al di sopra a chiudere il disegno, pochi sanno della sua nascita. Meno che meno se ne ricorda il padre. Rispondiamo quindi a questa domanda: com’è nato, chi l’ha disegnato, e quale autentica avventura sottostà alla sua introduzione, poiché ciò interessa da vicino noi massoni. Gli italiani, orfani dello stellone dei Savoia, scaramantico e mistico, decidono quando ancora la monarchia non aveva abdicato, di dotare il Paese di uno stemma. La decisione nasce subito: il 19 giugno 1946 un decreto autorizza De Gasperi ad istituire una commissione, e Ivanoe Bonomi, che la presiedeva, bandisce un concorso. I bozzetti dovevano contenere la stella d’Italia, ed ispirarsi al senso della terra e dei Comuni. Arrivarono 637 disegni: a guardarli ora, alcuni davvero assai buffi. Un carroccio, bilance della giustizia, fiaccole perenni; contadini con vanghe; mamme con bimbi in braccio, spirali; e torri, ancora torri, stelle e spighe in quantità. Ma nessuno piacque a sufficienza alla commissione, in cui vi sono anche Duilio Cambellotti e Pietro Toesca. È l’inizio di una lunga sciarada. Umberto Terracini, che presiedeva la Costituente, in tono arrabbiato affermava: È veramente assai strano dal punto di vista morale, e dal punto di vista delle esigenze pratiche, che un popolo non sia riuscito in oltre un anno e mezzo ad esprimere di sé qualche simbolo della sua nuova volontà, e proponeva perfino d’incaricare Duilio Cambellotti, un creativo dell’epoca (art nouveau) a produrre qualcosa di serio. A rincarare la dose ci furono anche i dubbi di De Gasperi, il quale visionando i bozzetti affermò: sono molto perplesso a proporre un simbolo certo non molto ben riuscito. Occorsero oltre due anni prima che l’Italia abbia il suo nuovo emblema, in una ridda di commissioni esaminatrici (almeno tre), di perplessità, e critiche anche accese. Già la prima commissione aveva ristretto a cinque artisti la rosa dei prescelti, sui 341 disegni che avevano i requisiti rispondenti al concorso. Anche se poi, nel 1948, la Costituente bandirà un altro concorso ancora, e altri 96 artisti redigeranno 197 nuovi disegni. Alla fine, la Commissione, presieduta dall’On. Giovanni Conti, approvò proprio il disegno di uno dei cinque partecipanti già prescelto la prima volta, quello di Paolo Paschetto (1885- 1963), docente all’Accademia di Belle Arti di Roma, già decoratore nei ministeri dell’Agricoltura e della Pubblica istruzione e autore anche di francobolli e di vetrate nella Casina delle Civette a Villa Torlonia, com’è riportato nella Storia dell’arte italiana del 900 (edizioni Bora) da Giorgio Di Genova. Così, il Paese che ha per capitale la città dei papi, si ritroverà con uno stemma ideato da un artista valdese e per di più massone. Paschetto, infatti, era di Torre Pellice, e decora anche la chiesa valdese di piazza Cavour in Roma. Alla fine, nemmeno lo stemma adottato va però esente da rilievi. Il cancelliere della Consulta araldica precisa che i rami d’olivo e quercia hanno valenza quasi funeraria, mentre è l’alloro a raffigurare la gloria. Il consigliere delegato delle Costruzioni meccaniche Riva rileva: “i raggi della ruota sono disegnati al contrario, con sezione maggiore alla periferia anziché al mozzo, tanto che nella prima classe di una scuola industriale il disegno sarebbe stato bocciato, e via elencando. Dunque un emblema errato? Interessa poco: più che un’opera d’arte da scrutare al microscopio, è un simbolo. Se vogliamo un simbolo emblematico. Forse, non c’è mai piaciuto, soprattutto quando lo ravvisiamo nella corrispondenza a noi diretta dell’Ufficio delle Entrate; ma, come prevedeva Terracini, ha finito per apparirci caro. Ed è soprattutto questo che importa. L’Assemblea Costituente approvò tale proposta, con votazione avvenuta il 31 gennaio 1948. A noi c’è particolarmente caro poiché fu creato da un massone e soprattutto perché rappresenta il Pentalfa massonico’
(‘Il laboratorio’, n. 78, Ottobre, Novembre, Dicembre 2007, pag. 7-8 – www.goilombardia.it/ – il corsivo in grassetto è mio – vedi la foto in fondo a questa sezione )
emblema
Il primo bozzetto a colori di Paolo Paschetto approvato dalla Commissione per l’emblema, fig. 2
A proposito del pentalfa massonico (la stella a cinque punte) presente nell’emblema della repubblica italiana, facciamo notare che esso era presente anche nel bozzetto iniziale di Paschetto che poi fu modificato dalla commissione, infatti si legge sul sito del CISV (Centro Italiano Studi Vessillologici):

"Con il decreto legislativo del 5 maggio 1948, n. 535, dopo un complesso iter prolungatosi per oltre venti mesi, veniva finalmente adottato l’emblema ufficiale della Repubblica Italiana. Quasi due anni prima, il 27 ottobre 1946, in esecuzione di un decreto legislativo presidenziale del 19 giugno precedente, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi aveva infatti nominato una specifica Commissione, incaricata di «studiare l’emblema della Repubblica». Il successivo 5 novembre la Commissione (presieduta da Ivanoe Bonomi e della quale facevano parte, tra gli altri, il celebre storico dell’arte Pietro Toesca e lo scultore Duilio Cambellotti) emanò il bando per il concorso. Agli artisti fu raccomandato di proporre simboli semplici e facilmente intellegibili, svincolati da qualsiasi riferimento a singoli partiti politici. Si decise anche di «introdurre tra i simboli la stella d’Italia, escludendo le personificazioni allegoriche e traendo ispirazione dal senso della terra e dei comuni». I risultati del concorso apparvero presto deludenti: i disegni presentati furono 637, opera di 341 concorrenti, ma nessuno di essi sembrò soddisfare le aspettative. La Commissione non si diede per vinta e selezionò un ristrettissimo gruppo di artisti (cinque) al quale decise di affidare lo sviluppo di un preciso tema grafico, stabilito il 14 dicembre: l’elemento principale avrebbe dovuto essere una «cinta turrita con porta aperta che abbia forma di corona, ma apparenza anche di nobile edificio», completata dalla «figurazione del mare», da una «stella raggiante di cinque punte» ed eventualmente dal motto UNITÀ, LIBERTÀ. Ai partecipanti venne pure suggerita l’opportunità di «non trascurare le norme del Regolamento tecnico-araldico». La Commissione scelse, nella seduta del 13 gennaio 1947, uno dei tre bozzetti presentati da Paolo Paschetto. Nei giorni successivi vennero via via fornite all’artista altre minuziose indicazioni (riguardanti per esempio le precise tonalità dei colori) fino a che si pervenne al definitivo disegno, così descritto: «Campo di cielo alla corona di otto torri, al naturale, accompagnata in capo dalla stella d’Italia, raggiante, d’oro, e in punta dal mare ondoso. Il tutto incorniciato da due rami d’olivo con le scritte in basso (sinistra) Libertà (destra) Unità» (Fig. 2). Ogni elemento ebbe il suo preciso significato: l’olivo sottolineava la volontà di pace del popolo italiano mentre la cinta turrita ne doveva rappresentare la forza di resistenza e la dignità. La stella, infine, fu indice di «speranza nella nostra Resurrezione». Nonostante gli sforzi compiuti, il bozzetto, esaminato dall’Assemblea Costituente quasi un anno dopo, nella seduta del 19 gennaio 1948, non venne ritenuto soddisfacente e si procedette dunque alla istituzione di una nuova Commissione e al bando di un secondo concorso, questa volta a «tema libero». Nel fulmineo volgere di una settimana giunsero 197 bozzetti, inviati da 96 artisti. La Commissione scelse, ancora una volta e all’unanimità, uno dei disegni presentati da Paolo Paschetto. Si trattava di una grande stella accollata ad una ruota dentata e posta tra due rami di olivo e di quercia. Il 31 gennaio l’emblema – con qualche modifica cromatica e non senza accesissime discussioni – fu definitivamente approvato dall’Assemblea Costituente (Fig. 1). Il 5 maggio successivo fu promulgato il decreto ufficiale di adozione (pubblicato, insieme al disegno, sulla «Gazzetta Ufficiale» del 28 maggio), che descrisse così lo stemma: «L’emblema dello Stato, approvato dall’Assemblea Costituente con deliberazione del 31 gennaio 1948, è composto di una stella a cinque raggi di bianco, bordata di rosso, accollata agli assi di una ruota dentata, tra due rami di olivo e di quercia, legati da un nastro rosso, con la scritta di bianco in carattere capitale ‘Repubblica Italiana’»" (www.cisv.it/azzurro/emblema.html)

A proposito delle due commissioni stabilite per scegliere l’emblema della Repubblica è molto significativa questa coincidenza: sia Ivanoe Bonomi, presidente della prima Commissione incaricata di «studiare l’emblema della Repubblica», che Giovanni Conti, presidente della seconda Commissione, che scelse di nuovo un disegno di Paschetto, erano massoni! (cfr. Aldo A. Mola, Declino e crollo della monarchia in Italia, Mondadori Editore, 2009, pag. 345-352; Aldo Mola, Storia della Massoneria Italiana, pag. 496, 737,739). Peraltro della seconda Commissione faceva parte anche il massone Mario Cevolotto (cfr. Aldo A. Mola, Declino e crollo della monarchia in Italia, pag. 348; Storia della Massoneria Italiana, pag. 517, 581)!
Secondo la Massoneria, la stella a cinque punte che, sotto forma di PENTALFA FIAMMEGGIANTE, arde – nella Camera di Compagno – all’oriente di tutte le Logge Massoniche, è l’astro che indica la via ai Compagni Liberi Muratori; è la stella a cui quotidianamente si rivolgono per avere sicuro orientamento nella lenta ascesa.
Pare che la stella nell'origine veniva letta cosi, niente spirito (NdR)
E questa stella chi può essere se non Lucifero, che secondo i Massoni è il portatore di luce (ovviamente della luce massonica) nonchè lo strumento che porta la libertà, ovviamente la libertà secondo la carne? Osservate infatti la stessa stella a cinque punte su questa vecchia rivista anarchica dal titolo ‘Lucifero – Il Portatore di Luce’, che promuoveva la libertà sessuale.
lucifero
E già, perchè il pentalfa ‘è il significativo emblema della Libertà’ (Albert Pike, Morals and Dogma, Edizione Italiana, Vol. 1, pag. 38 – 1° Apprendista) e dato che per i Massoni il diavolo "è lo strumento della Libertà" (Ibid., pag. 143 – 3° Maestro Massone), è evidente il significato diabolico del pentalfa.

In questa foto potete vedere il pentalfa massonico nella Freemasons’ Hall, che è il quartiere generale della United Grand Lodge of England (Gran Loggia Unita d’Inghilterra).
Foto tratte da www.flickr.com/photos/mermaid99/5178463429/in/photostream/
L’artista massone Ernesto Saquella (1958-2008) ha affermato a riguardo del pentalfa:

"Nell’antichissima simbologia egiziana – madre di tutte le simbologie – la stella a cinque punte raffigurava anche Horus che, ricordiamolo, è figlio di Iside e di Osiride. Il Pentalfa inscritto contiene al suo interno i segreti della sezione aurea, dell’infinita generazione e del numero cinque. Il «5» è un numero che, nel mondo profano, ha di per sé avuto una parte di rilievo in quasi tutte le arti e le scienze dell’uomo. Dopotutto 5 sono le dita della mano e 5 sono le punte della stella marina. Artisticamente ed esotericamente il cinque è stato interpretato da Leonardo da Vinci – anch’egli un iniziato – con il pentagramma, perfetta fusione fra microcosmo e macrocosmo, concreto e trascendentale. Il celebre disegno leonardesco Homo ad circulum, ad esempio, può essere letto ed interpretato con una chiave ermetica che trascende – meglio sublima – la semplice valenza artistica. La stella a cinque punte, formata dall’incrocio delle diagonali del pentagono, è dunque anche il simbolo del rapporto armonioso consentito dalla sezione aurea. Il rettangolo, avente i lati che rispettano la proporzione aurea, è detto rettangolo aureo ed esso si può originare tantissime volte nel Pentalfa (infinita generazione del numero 5). Il Pentalfa è un simbolo ideato da Pitagora, dopo che ebbe risolto il problema del segmento aureo. Il termine significa «cinque alfa», ossia cinque principi. Ai quattro già convalidati da Empedocle, Pitagora ne aggiunse un quinto che è unitario, ovvero la natura. Il Pentagramma era dunque il simbolo dei pitagorici, ed era tracciato con una circonlocuzione che significava un triplice triangolo intrecciato. Nella Massoneria il numero cinque è inestricabilmente intrecciato con l’operatività del Compagno, come ho ben potuto assimilare sin dal rito in cui sono stato iniziato al Grado. Così mi piace ricordare di come, in quell’indimenticabile giorno i quattro punti cardinali erano «segnati» con altrettanti cartelli che riportavano cinque scritte: ad Occidente, VISTA – UDITO – OLFATTO – GUSTO – TATTO; ad Oriente, GRAMMATICA – GEOMETRIA – FILOSOFIA – POESIA – MUSICA; a Meridione, EGIZIO – ELLENICO – ETRUSCO – ROMANICO – GOTICO; a Settentrione, MOSÈ – PLATONE – ERMETE TRISMEGISTO – PITAGORA – PARACELSO. Per tutti questi motivi il Pentalfa simboleggia l’uomo risvegliato, l’iniziato che espande il proprio cosmo divaricando le gambe ed innalzando le braccia al cielo…’ (http://www.fuocosacro.com/).

Lo storico della Massoneria Aldo Mola, nel suo libro Declino e crollo della monarchia in Italia scrive a proposito di questo simbolo che:
"sin dal Settecento la massoneria aveva adottato la stella fiammeggiante. Anche la massoneria Italiana la fece sua: tardi, ma con fervore. In taluni casi a sei punte (stella di Davide), altre volte a cinque (luciferina, atta a incorniciare l’ «uomo di Leonardo», ma anche il capro o il baphomet) …"
(Aldo A. Mola,Declino e crollo della monarchia in Italia, pag. 60). Il pentalfa massonico, infatti fu presente, ma capovolto, nell’emblema del Regno d’Italia dal 1870 al 1890, come si può vedere in questa foto, http://it.wikipedia.org/,
regno-italia
e dietro la sua presenza c’era un influenza massonica. Come dice lo studioso Massimo Leone nel suo scritto "È di scena l’Italia: vicende storiche e semantiche dell’‘Italia turrita"
"… ancora si discute del fatto, altrettanto misterioso, d’introdurre nello stemma di casa Savoia una stella a cinque punte rovesciata — ovvero con la parte a tre punte rivolta verso il basso anziché verso l’alto — tanto più che in araldica l’inclusione di segni rovesciati è sovente interpretata quale marchio di fellonìa. Sempre una matrice massonica sarebbe stata, secondo alcuni esperti, alla base di questa scelta al momento di sanzionare lo stemma del Regno d’Italia con deliberazione della Consulta Araldica del 4 maggio 1870, poi abrogata dopo accesa discussione alla Camera il 4 marzo 1893, giorno a partire dal quale, con buona pace di garibaldini e mazziniani, la stella scomparve dallo stemma d’Italia"
(pag. 15 – http://unito.academia.edu/MassimoLeone/).
Il Viminale copia il logo della massoneria
Il ministero dell'Interno riprende il simbolo delle celebrazioni dei 70 anni della Repubblica del Goi. Bisi: «Ci fa piacere».
07 Giugno 2016
Per celebrare i 70 anni della Repubblica Italiana il ministero dell'Interno ha copiato il simbolo inventato dal Goi, il Grande Oriente d'Italia, la comunione massonica più grande del nostro Paese.
Per scoprirlo basta andare sul sito del Viminale.
Stefano Bisi, da due anni Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, lo conferma:

«Ci fa piacere che il ministero degli interni abbia copiato il logo ideato e diffuso fin da gennaio dal Grande Oriente d'Italia, per celebrare i 70 anni della Repubblica: Siamo impegnati da mesi nelle celebrazioni della Repubblica», dice. «L'8 aprile eravamo alla Mosche di Colle Val d'Elsa per parlare di libertà e democrazia, poi siamo stati a Torre Pellice per un convegno su Eugenio Paolo Paschetto, massone valdese, autore dello stemma della Repubblica, poi ancora a Terni e Piombino, dove la crisi industriale è molto pesante».

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LA MENORAH IN PIAZZA MONTECITORIO. “PER CHI LAVORANO I NOSTRI POLITICI”

http://unmondoimpossibile.blogspot.it/2016/06/i-simboli-massonici-della-repubblica.html

giovedì 23 giugno 2016

MA L’ANTI-FASCISMO DA DOVE TRAE ORIGINE ? E PERCHE’ RESTA SEMPRE COSI’ ATTENZIONATO ?



Ezra Pound



Non è affatto vero, come spesso si sente affermare dai vari media, che l'attuale Costituzione italiana sia caratterizzata dall'antifascismo come scopo o valore.
Nei 139 articoli che formano il dettato costituzionale non ce n'è uno, infatti, che tratti di fascismo e/o antifascismo.

Per rintracciare il vocabolo "fascista" all'interno della Costituzione occorre andare alla XII° norma transitoria o finale che, nell'animo dei costituenti proprio in quanto non-articolo costituzionale - bensì norma transitoria - avrebbe dovuto esaurirsi in non più di un quinquennio.
Sempre i c.d. "padri costituenti" ebbero l'accortezza di numerare diversamente le norme con numeri romani, rispetto ai veri e propri articoli che furono distinti con numeri arabi, giusto perché non si venissero a creare equivoci o mescolanze fra le norme transitorie e gli articoli costituzionali propriamente detti.
Certo, la XII° norma stabiliva transitoriamente e in parziale (e non costante) deroga all'art. 48 della Costituzione, il divieto di ricostituzione del passato PNF, legando specificatamente ciò alla limitazione, per non oltre un quinquennio, del diritto di voto attivo e passivo nei confronti degli esponenti dell'ex regime fascista.
Fra l'altro, mentre i "padri costituenti" trattavano ancora di questa materia, nasceva ufficialmente, e quindi legalmente, il Msi che nel 1948 partecipò regolarmente alle elezioni politiche ottenendo fra l'altro diversi parlamentari e tutto questo senza particolari obiezioni giuridico-legali da parte delle allora vigenti autorità costituite.

Se all'epoca ci fosse stata veramente la volontà di dare una qualsivoglia valenza antifascista alla nascente Costituzione, i soliti "padri costituenti" avrebbero certamente provveduto con un apposito articolo e non certo tramite una norma transitoria; norma transitoria che non avrebbe comunque potuto confliggere eternamente (e nemmeno per vari decenni) con il già richiamato art. 48 dedicato ai diritti politici di tutti gli italiani, nessuno escluso.
Se questo ancora non bastasse, vi è poi un altro aspetto costituzionale che dimostra a priori l'infondatezza del presunto assioma di un antifascismo sancito in eterno dalla nostra Costituzione.
Essendo prevista la revisione di quasi tutti gli articoli costituzionali, sia tramite referendum promosso da 500 mila elettori oppure con voto di maggioranza assoluta da parte delle Camere  (50% + 1 dei parlamentari eletti) si potrebbe in ogni momento, e solo manovrando i predetti strumenti costituzionali, ricreare tale e quale storicamente è stata a suo tempo perfino la RSI.

Fra l'altro, proprio nella nostra Costituzione vi sono alcuni articoli, in particolare il 3° comma dell'art. 38 (personalità giuridica del sindacato) e l'art. 46 (diritto dei lavoratori a collaborare nella gestione delle aziende in cui essi operano) che, per quanto sviliti e finora del tutto disattesi, richiamano pienamente la legislazione sociale che fu appunto della RSI.

Quanto sopra esposto deriva evidentemente dal fatto che la nostra attuale Costituzione è una Costituzione Repubblicana e non già antifascista.

Infatti, l'unico limite imposto alla revisione costituzionale è solo ed unicamente la forma repubblicana (art. 139) e questa forma istituzionale è l'unico aspetto che non può essere messo in discussione da alcuno indipendentemente dal fatto che qualcuno possa rappresentare finanche la più totalizzante volontà popolare o politica.

Sarebbe quindi ben più corretto affermare che la nostra Costituzione è fermamente antimonarchica e tuttavia, ciò nonostante, sono stati liberamente autorizzati a costituirsi nell'Italia di questa Costituzione così fermamente repubblicana, vari gruppi, partiti politici e associazioni apertamente e dichiaratamente monarchici (PNM; PMP, UMI ecc.) e questi ovviamente tendevano, al contrario di quelli più o meno fascisteggianti, ad attentare di fatto alla Costituzione Repubblicana col solo riproporre, neppure troppo velatamente, la restaurazione dell'istituto monarchico.

Ed allora dove viene l'ANTIFASCISMO del quale fanno di tutto per tenerlo nascosto altrimenti la gente potrebbe capire ?
Viene da due norme del vile trattato di pace di Parigi. L'articolo 16 e il 17.


Tanto per far capire bene cosa è stato il trattato di pace di Parigi.

Ovvero da paese sovrano siamo diventati una colonia anglo-USA.
E siamo ancora occupati con oltre 110 basi militari e dal loro nucleare che non è consentito.  

http://pocobello.blogspot.it/2010/01/ratifica-del-trattato-di-pace-benedetto.html

Come Garibaldi ed i garibaldini si vendettero agli inglesi con la spedizione dei mille per distruggere gli stati italici ed in particolar modo il Regno delle due Sicilie, all’avanguardia nel mondo, per fare una Italia unita ma svuotata ed impoverita per conto degli interessi inglesi; 


https://www.youtube.com/watch?v=ukXFuHZd7_I

 
così i politici che continuano ad imporci l’antifascismo si vendettero agli anglo-americani.

E dopo 70 anni anche il più ingenuo degli italiani si rende conto che siamo una colonia anglo-USA.

Come nessuno ci fa caso che
la tassazione dei Borbone di Napoli e del ventennio fascista, che non erano, per fortuna democratici-liberisti, la tassazione non superava il 5%.
Ed ora fate voi la differenza con la tassazione che ci impongono i nostri colonizzatori anglo-USA tramite questi nostri politici antifascisti loro servi che ci impongono l’antifascismo.
Cifre nella loro differenza pazzesche.
Con una imbecillità del popolo, tenuto all’oscuro, stratosferica.
E ciò significa che ci rapinano tutto il costrutto ed i sacrifici che facciamo con il nostro lavoro.
Senza aggiungere la continua riduzione dello stato sociale e del debito pubblico abissale del quale molti non sanno che oltre il 60% è usura sull’euro e che lasceremo da pagare ai nostri figli e nipoti.

https://www.youtube.com/watch?v=ic7CnpbTtZc

PER QUANTO DETTO VA DA SE’ CHE L’ANTI-FASCISMO NON E’ ALTRO CHE  L’IMPOSIZIONE DEI NOSTRI VINCITORI DELLA GUERRA (DA LORO VOLUTA), COME DAI BANCHIERI USURAI. 

 http://pocobello.blogspot.it/2011/02/la-guerra-di-hitler-o-dei-banchieri.html

MA SE VOGLIAMO RIPRISTINARE LA SOVRANITA’ MONETARIA, CHE RIPRISINIREBBE ANCHE QUELLA POLITICA, NON E’ PIU’ POSSIBILE RESTARE SERVILI AI POTENTI DELLA TERRA CON L’ANTIFASCISMO MA URGE ASSOLUTAMENTE  E SEMPLICEMENTE ESSERE A-FASCISTA.

 Con la speranza di essere stato chiaro e restando disponibile ad eventuali domande.

Antonio Pocobello

FOTO AGGIUNTE DA "SOCIALE"


Dal DIO-RE al DIO-DENARO ma quello costruito dal niente e con la complicità di governanti e banchieri prestato ad usura.
Non a caso nel regno delle due Sicilie come nel ventennio la tassazione non superava il 5%.
Fatevi i conti di quanti soldi pagate di tasse e capirete l'usura sul denaro. Usura che si "mangia" tutto il nostro lavoro.
Questa è la democrazia-liberista e per questo i banchieri se la inventarono con la falsa rivoluzione per il loro dominio.
La foto parla da sola.  Una conoscenza la materia dell'emissione monetaria che va recuperata e fatta conoscere dall'intero popolo e smetterla di tenerla silenziata.



La storia che ci fanno studiare dal "risorgimento" alla prima e seconda guerra mondiale è totalmente falsa.
Provi a seguire la storia delle emissioni monetarie ed avrai la vera storia.