venerdì 27 maggio 2016

L’infame linciaggio di Donato Carretta


di Fernando Ricci

18 settembre 1944: in una Roma controllata dagli anglo-americani inizia, dopo una serie infinita di rinvii, il processo contro Pietro Caruso, già questore capitolino durante il periodo dell’occupazione tedesca. Il dibattimento si tiene nell’aula magna della Corte di cassazione, all’interno del Palazzo di Giustizia, il cosiddetto “Palazzaccio”, in pieno centro cittadino.
Fin dalle prime ore della mattina una folla agitata e tumultuante staziona numerosa nei pressi dell’edificio covando sentimenti di vendetta e di rabbia, a stento tenuta a freno da un servizio d’ordine precario ed insufficiente.
L’attesa è spasmodica. Quello contro Caruso è il primo dei processi politici che si tengono a Roma dopo la liberazione. Tra i testimoni che ci accingono a rilasciare la loro deposizione c’è anche Donato Carretta, già direttore delle carceri romane di regina Coeli prima dell’arrivo degli alleati, che l’accusa ha chiamato a deporre contro l’ex questore.
All’improvviso la gente assiepata nei pressi dell’edificio, dopo aver rotto l’esile cordone delle forze dell’ordine, entra inarrestabile nel palazzo di giustizia, sciama per i corridoi fino a giungere nell’aula dove deve svolgersi il processo. Nella stanza si trova Donato Carretta che, tranquillo, sta aspettando di rilasciare la sua dichiarazione.
In un batter d’occhio la turba scalmanata si avventa su di lui, lo afferra brutalmente e lo sommerge con una impressionante gragnuola di calci, schiaffi, pugni, sputi ed insulti.
Un ufficiale americano tenta di sottrarre il malcapitato dalle mani della folla ma ben presto, travolto dall’impeto, deve desistere.
Il poveretto, spogliato dai vestiti, è trascinato fuori dal palazzo, in strada, dove viene pestato a sangue.
Alcuni carabinieri cercano di intervenire e ad un certo momento l’operazione sembra andare a buon fine. Dopo sforzi titanici riescono a caricarlo di peso su di un’automobile che, però, non si mette in moto e resta così alla mercé della folla inferocita.
Per il povero Carretta non c’è più scampo. Un ultimo tentativo lo compie il colonnello Pollock, comandante del corpo di polizia alleata a Roma.
Egli cerca di impedire il compimento del misfatto ma le sue parole rimangono inascoltate.
Le forze dell’ordine, del resto, già esigue ed impreparate, si erano letteralmente volatilizzate.
La folla sempre più padrona del campo afferra Carretta ormai stravolto e tumefatto e lo colloca sulle rotaie del tram mentre sta per sopraggiungere il mezzo.
L’autista prontamente aziona il freno per non investire il corpo.
Alcuni scalmanati salgono sul tram e minacciano il conducente intimandogli di proseguire la corsa.
L’autista, tale Angelo Salvatori, si rifiuta e, al grido di “morte al fascista”, viene gonfiato di botte.
I facinorosi sono fermamente intenzionati ad andare avanti e così si mettono alla guida del mezzo.
Non riuscendo a dirigerlo sull’obiettivo cercano di spingere il vagone con la sola forza delle braccia addosso al Carretta che intanto giaceva inanimato a terra.
Neanche questa manovra, però, ha buon esito in quanto il coraggioso autista, nel tentativo di salvare la vita a quell’uomo, aveva bloccato i freni mettendosi in tasca la manovella.
E in effetti rischia di grosso perché la folla, sempre più imbestialita, rivolge le sue ire contro di lui.
Riesce a salvarsi dal linciaggio mostrando ai giustizieri la tessera di iscrizione al partito Comunista.
Fallito il tentativo la gente torna ad impossessarsi di Carretta. Le opinioni sono discordanti.
C’è chi vuole ucciderlo sul posto, chi vuole farlo letteralmente a pezzi.
Poi prevale la risoluzione di gettarlo nel Tevere che scorre lì nei pressi.
Compiuto il breve tragitto, tra improperi, insulti e manrovesci, salgono su di un ponte e gettano il Carretta ormai privo di sensi nelle acque limacciose del fiume.
Il poveretto a contatto con l’acqua fredda si rianima e tenta disperatamente di aggrapparsi ad uno steccato per non annegare.
La folla, però, insiste perché l’opera venga portata a compimento.
Un paio di persone scendono sul greto e colpendo con violenti calci il Carretta lo inducono a mollare la presa.
A quel punto la corrente lo trasporta al centro del fiume.
Il pover’uomo che aveva riacquistato una certa lucidità prova a nuotare nel tentativo di mettersi in salvo.
Non aveva fatto i calcoli, però, con la ferocia della marmaglia capitolina, degna discendente di quei signori che, affascinati dalla vista del sangue, affollavano festanti e goduriosi le arene della Roma antica.
Qualcuno salta su una barca, raggiunge il Carretta e lo percuote con una serie violenta di colpi di remi.
Sfinito dalla fatica e tramortito dalle botte Carretta tenta disperatamente di aggrapparsi al bordo della barca, implorando pietà.
Il barcaiolo, però, non si fa intenerire e con alcune tremende remate lo sospinge sott’acqua.
Ormai è finita. Il corpo privo di vita viene trascinato dalla corrente e recuperato più giù, presso ponte Sant’Angelo.
Ma la folla non è ancora sazia.
Qualcuno grida di portarlo a Regina Coeli.
Il corpo allora viene trascinato lungo il selciato lasciando una copiosa scia di sangue.
Giunti al carcere al cadavere completamente nudo e irriconoscibile a causa delle percosse, viene legato un cappio al collo e appeso a testa in giù ad un’inferriata vicino al portone d’ingresso.
Quindi è preso di mira da una sassaiola che, via via, si fa sempre più fitta, condita di sputi, calci ed insulti vari.
Qualcuno trova persino il “coraggio” di orinare sul corpo privo di vita.
Il tutto accadeva mentre la moglie del Carretta, che abitava in un appartamento all’interno di regina Coeli, assisteva alla scena dalla finestra che dava sulla strada.
Soltanto a questo punto la polizia interviene e provvede a disperdere la folla.
Il cadavere viene recuperato, caricato su di una ambulanza e trasportato all’istituto di medicina legale.
L’orrore era stato perpetrato e un uomo barbaramente massacrato da una folla inferocita ed avida di giustizia sommaria.
Né quello di Carretta rimase un caso isolato.
Nel corso dei mesi seguenti tante altre persone, il più delle volte colpevoli soltanto di non essersi omologate, faranno la stessa fine ad opera e per mano di chi diceva di lottare per la liberazione del nostro paese.
Ma perché l’odio violento della gente si rivolse proprio contro Donato Carretta? Ancora oggi, a tal riguardo, permangono molti dubbi.
Alcuni affermano che si trattò di un tragico errore di persona. Carretta potrebbe essere stato scambiato per il questore Caruso che quel giorno si trovava nel palazzo di giustizia ma in un’altra stanza.
Altri, invece, collegano il fatto alla sua mansione di direttore del carcere romano: qualcuno, mosso da risentimento personale, potrebbe aver infiammato la folla e determinato l’infame linciaggio.
Non a caso il corpo del Carretta venne portato a Regina Coeli e lì pesantemente oltraggiato.
Chi non ha dubbi è Giorgio Pisanò che nella sua “Storia della guerra civile in Italia”, così scrive: “Solo molto tempo dopo si venne a sapere che la donna in gramaglie non era affatto la vedova di uno dei trucidati delle Ardeatine ma solo un’attivista del Pci che era stata istruita per provocare l’incidente”.
La donna alla quale fa riferimento Pisanò era quella popolana che, entrata nell’aula del palazzo di giustizia, con le sue grida rivolte contro Carretta, accusato di aver consegnato il marito ai tedeschi dopo l’attentato di Via Rasella, aveva provocato la sollevazione della folla.
E invece non si trattava che di una volgare montatura, di una macchinazione, di una subdola messa in scena per costringere i giudici romani ad accelerare i lavori processuali contro l’ex questore Caruso che, secondo l’opinione generale, procedeva molto a rilento.
Eppure, ironia della sorte, Donato Carretta si era molto adoperato, giovandosi del suo ruolo, in direzione diametralmente opposta.
Una commissione d’inchiesta stabilirà che lo stesso aveva aiutato la resistenza partigiana, liberato dalle carceri i detenuti politici nell’imminenza dell’arrivo delle truppe alleate e collaborato con il Comitato di Liberazione Nazionale.
Si riconobbe, in parole povere, che la folla, sbagliando clamorosamente bersaglio, aveva trucidato una persona innocente.
L’evento finì per provocare un feroce dibattito all’interno della sinistra.
I socialisti con Nenni e Pertini in prima fila, presero immediatamente le distanze esprimendo tutto il loro dolore “per il truce assassinio del Carretta che era stato sempre favorevole agli incarcerati antifascisti e li aveva in molti modi aiutati”.
Molto più duro fu Benedetto Croce che riferendosi a quell’evento definì i comunisti “macchine senza luce intellettuale e senza palpiti di cuore”.
L’unica voce fuori dal coro fu quella di Palmiro Togliatti che, a quel tempo, era ministro del governo Bonomi. Egli, come suo costume, fece un pubblico e disgustoso elogio dell’episodio a dimostrazione della bontà del giudizio del Croce.
Anche Churchill restò molto impressionato “dall’orribile oltraggioso linciaggio” che, però, le sue forze di polizia non vollero o non seppero evitare.
Prima di concludere due parole sulla fine del questore di Roma Pietro Caruso.
Egli doveva essere assolutamente condannato a morte e così, in effetti, andò a finire.
Il 22 settembre del 1944, appena quattro giorni dopo l’assassinio di Carretta, venne fucilato all’interno di Forte Bravetta.
Caruso affrontò il plotone d’esecuzione con grande coraggio e vigorosa forza d’animo.
Morì crivellato dai proiettili gridando “Viva l’Italia”.
Nelle mani stringeva il rosario che qualche ora prima aveva ricevuto in dono dal pontefice Pio XII.

Articolo tratto da STORIA del NOVECENTO Anno VII n. 108

tratto da: http://www.italiasociale.net/storia13/storia-13-03-02.html
 

LE “FAVOLOSE RICCHEZZE DI MUSSOLINI NASCOSTE ALL’ESTERO”


di Maurizio Barozzi
 
«Il mito che Mussolini morì senza una lira è stato smentito dalla rivista “Oggi” con la scoperta nel dicembre 2000 negli archivi statunitensi di un rapporto declassificato dell’OSS, scritto da Allen Dulles a Berna il 4 aprile 1945 e indirizzato al Dipartimento di stato (sic!), intitolato Flight of Italian Capital. Il rapporto (650.3/SH-O) descrive il modo nel quale Mussolini aveva trasferito ingenti somme fuori dall’Italia prima e durante la Seconda guerra mondiale nascoste in conti cifrati presso banche svizzere. Secondo il Bulletin de Crédit et de Finance, banche svizzere accumularono 300 milioni di franchi svizzeri in settanta conti segreti di italiani dei quali 2500 miliardi in lire (di oggi) nel conto a nome di Mussolini».[1]
Con queste apodittiche e infami parole (in quanto appunto non dimostrate) uno scrittore, che con molta superficialità alcuni vogliono far passare per storico, ex agente dell’Oss in Italia, tale Peter Tompikins, che noi nelle nostre ricerche ne abbiamo da tempo cancellato i testi da consultare, dopo averne riscontato la ricorrente inattendibilità, volle riallacciarsi ad un servizio del settimanale, di certo non “storico” (anzi palese rotocalco anche sensazionalistico e scandalistico) “Oggi”, [2] per rilanciare questa che, a nostro avviso, non era altro che una diceria nata all’estero, forse per supportare a latere una campagna di stampa internazionale (probabilmente ispirata dal World Jewish Council) e inerente presunti ingenti fondi ebraici occultati dai nazisti in banche svizzere e di cui si voleva poi chiedere la restituzione.

Con il tempo infatti questa “diceria” su Mussolini non ha avuto riscontri concreti, ed è stata abbandonata da molti storici, tranne ovviamente quelli che si rifanno alle tesi, o per meglio dire, a quelli che per noi sono “teoremi”, dello storico Mauro Canali da tempo impegnato a sostenere presunte tangenti che venivano riscosse da Mussolini & Co. e che, secondo lui furono la causa del delitto Matteotti. [3]

Ma andiamo per ordine e consideriamo prima questa diceria, rilanciata dal Tompkins e ripresa dal servizio del settimanale “Oggi”, ovvero la vicenda dei segreti “arricchimenti” di Mussolini nascosti all’estero, una inchiesta però con omissioni nel fornire precisi riferimenti, tante assurdità, imprecisioni e sballati riferimenti storici, secondo la quale il Duce, secondo certa stampa americana, costituì una fortuna all’estero, ma non ebbe modo di utilizzarla né poterono farlo i suoi discendenti.

Secondo i denigratori di Mussolini e antifascisti vari:
«Verrebbe a cadere, così, una delle apologie che il postfascismo ha sempre coltivato: Mussolini, fucilato a Dongo e poi appeso a testa in giù in piazzale Loreto, morì povero, tanto che dalle sue tasche non cadde neppure un centesimo».
A nostro avviso non vale neppure la pena di riassumere questa storia così campata in aria, oltretutto sarebbe una fatica improba dovendo contestare tutto quello – ed è molto - che non ha chiari riferimenti, quindi inattendibile o quello che è palesemente inesatto, bastano e avanzano le considerazioni di uno storico serio come Alessandro De Felice, parente del più noto Renzo, che in un suo eccezionale e voluminoso lavoro: “Il gioco delle ombre”, [4] gli ha dedicato alcune pagine ridimensionandola ed evidenziando i tanti dati carenti, errati e riferimenti sballati che finiscono per renderla inattendibile.

Rimandiamo quindi al citato lavoro di Alessandro De Felice, il quale dopo aver rilevato che la ricostruzione di Tompkins appare alquanto confusa e piena di inesattezze e per il citato documento o rapporto “650.3/SH-O del 4 aprile 1945”, indirizzato al segretario di Stato americano, nel quale si legge: “Il Dipartimento ha ordinato una indagine per confermare un rapporto dell’agenzia sovietica Tass, riguardante una grossa somma di danaro e altri valori che sono stati trasferiti nelle banche svizzere da Mussolini e dai suoi complici”, ha fatto giustamente notare:
«Il tasso di veridicità ed attendibilità dei lanci della Agenzia russa Tass in tempo di guerra (e di guerra fredda) è, secondo noi, per usare un eufemismo, molto “approssimativo”, opinabile quando non unicamente politico, cioè inquinato di notizie manipolate ad arte o inventate di sana pianta» [A. De Felice, op. cit.].

Quindi dopo aver ampiamente riassunto il servizio di De Stefano, correlato alle tesi Canali, riportate dal settimanali “Oggi” e fatto notare varie inesattezze e incongruenze, Alessandro De Felice osserva giustamente:
«Sul sentito dire di un rapporto dell’intelligence USA, Canali e De Stefano costruiscono un castello accusatorio di sabbia che assume poi la forma di un edificio farinoso e friabile esclusivamente basato sul “collante” del fumus persecutionis quando il De Stefano parla di fantomatici conti cifrati, di cui non si forniscono i numeri, di fantomatiche banche svizzere (quali?) che avrebbero consegnato agli archivi statunitensi fantomatici documenti inerenti i presunti conti cifrati.

De Stefano dice poi che le banche svizzere sarebbero “state messe colle spalle al muro”, e per questo – affermazione altrettanto grave ed arbitraria – gli stessi imprecisati istituti di credito elvetici, attraverso loro emissari-sabotatori occulti, avrebbero provocato negli Stati Uniti gli incendi e la distruzione di “ben ottomila casse di documenti” conservate negli archivi americani (quali?). E, ci chiediamo noi, il governo di Washington nulla avrebbe sospettato e nessuna inchiesta avrebbe aperto?». [A. De Felice, op. cit.].

Ogni ulteriore commento è superfluo.

Le “favolose” ricchezze di Mussolini

Era per tutti ovvio che l’affermazione: “dalle tasche del Duce, appeso per i piedi a Piazzale Loreto , non cadde una lira”, stava a significare che Mussolini non si era appropriato di denaro pubblico o altrui, per tutti tranne che per coloro che con queste storie sguazzano nelle dicerie.

Rivediamo allora, con precisione storica, quali erano i beni, di sua proprietà, che risultavano a Mussolini nel momento in cui si allontanava dalle zone dove stavano per arrivare gli Alleati, al fine di restare libero e poter trattare una dignitosa resa, forte anche di importanti documentazioni che gli furono sottratte e fatte sparire. [5]

Come noto, invece, venne catturato a Dongo, la mattina del 27 aprile 1945.

En passant, facciamo notare, come oramai l’altra diceria, quella che voleva Mussolini in quelle ore in fuga verso la Svizzera, è stata abbandonata dalla storiografia seria, dopo che il ricercatore storico Marino Viganò, di certo non di parte fascista, ne ha dimostrato l’inconsistenza [6].

Dunque: i beni di Mussolini riscontrabili, al momento della sua morte (a parte la residenza della Rocca delle Caminate vicino Predappio, che negli anni venti, fu totalmente restaurata con un “prestito littorio”, una sottoscrizione indetta fra i cittadini della Romagna, per poi essere donata a Mussolini che la elesse sua residenza estiva migliorandola poi con fondi propri), erano costituiti dai proventi della cessione degli stabilimenti e macchinari del Popolo d’Italia, avvenuta in quei giorni, all’industriale Riccardo Cella (che li comprava per conto di terzi) e che il Duce aveva diviso con i suoi parenti, eredi del fratello, del figlio Bruno e la sorella Edvige), e dalla rimanenza di una liquidazione appena riscossa per i diritti d’autore di suoi scritti. La moglie Rachele inoltre, aveva con sé (oltre parte di questi proventi) gioielli di famiglia e molti regali, anche di valore, avuti dal Duce nel ventennio, che gli furono sequestrati dagli Alleati e poi restituiti riconoscendogli la proprietà.

Noto è che durante la Rsi, Rachele, protestò più volte con il marito, perché con il modesto stipendio di Stato che percepiva, non ce la faceva, a far fronte alle spese di una famiglia allargata a vari rifugiati, ma lui si rifiutava di farsi concedere altro che pur gli poteva spettare. Nel dopoguerra poi non sembra proprio che Rachele Guidi vedova Mussolini e i suoi figli, abbiano condotto una vita lussuosa, anzi tutt’altro e neppure che abbiano rivendicato beni nascosti al’estero, cosa che non poteva restare nascosta e si sarebbe risaputa.

Vediamo adesso, un altro aspetto a questo correlato re legato anche al delitto Matteotti, ovvero le presunte tangenti riscosse da Mussolini e le ricostruzioni storiche, o meglio la metodologia usata dallo storico Mauro Canali su questo argomento, e che noi definiamo un “teorema”, rimandando anche alla nostra inchiesta sul delitto Matteotti, reperibile nel sito:
https://www.facebook.com/sharer/sharer.php?app_id=309437425817038&sdk=joey&u=http%3A%2F%2Ffncrsi.altervista.org%2FIl_delitto_Matteotti.html&display=popup&ref=plugin.

Il teorema di Canali

Riflettendo attentamente sui lavori e le analisi di Mauro Canali (dei quali, per carità, apprezziamo le ricerche documentali) possiamo, in definitiva sostenere che questo storico, che si vuol sostenere sia andato più in là di Renzo De Felice, ha scoperto l’acqua calda: il partito fascista, il Popolo d’Italia, e ambienti dell’entourage del governo di Mussolini, intascavano tangenti (oltre ad articoli e interviste, questo tema è sviluppato nei suoi: Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Il Mulino, 1997, e la sua riedizione del 2004, più snella, elisa di alcune documentazioni, ma sostanzialmente uguale; e in Mussolini e il petrolio iracheno. L'Italia, gli interessi petroliferi e le grandi potenze, Einaudi, 2007.

Ma si ritiene veramente che Renzo De Felce non conosceva questo andazzo, che si pratica dalla notte dei tempi, che era, ed è ancora, mezzo consueto di finanziamento dei partiti anche della Repubblica democratica del dopoguerra, tanto da causare la famosa “tangentopoli” che portò alla Seconda Repubblica (un “mani pulite” i cui veri fini non potevano di certo essere la fine di questo atavico sistema di finanziamento, visto che, infatti, è proseguito imperturbabile anche nella attuale Seconda Repubblica e nonostante che ora i partiti abbiano lauti finanziamenti di Stato.

Certo che De Felice conosceva queste cose, ma non ha scavato in tali ambiti come ha fatto Mauro Canali, perchè da buon storico sapeva perfettamente che non è in questo modo che si possono sciogliere certi dubbi e interpretare le vicende storiche.

Per altri versi sarebbe come stabilire che siccome Lenin prese ingenti finanziamenti da Wall Strett e dal servizio segreto tedesco, se se deducesse che Lenin era un uomo dell’Alta finanza e uno strumento del Kaiser. Oppure che Hitler avendo avuto finanziamenti anche da banche ebraiche era uno strumento dell’ebraismo; o ancora che Mussolini, siccome prese finanziamenti per creare il Popolo d’Italia da tutti quegli ambienti, in genere massonici, interessati a portare l’Italia in guerra a fianco dei franco britannici, e durante la guerra venne anche finanziato dagli inglesi per tenere il “fronte interno” del paese, questi era uno strumento al servizio della massoneria e un agente inglese.

Chi ragiona in questo modo dimostra di non conoscere le leggi storiche, leggi che attestano che sempre e comunque ci sono poteri e interessi che hanno convenienza a finanziare “qualcosa” o “qualcuno” e uomini e movimenti che hanno necessità di farsi finanziare.

Per la verità le presunte tangenti che Mauro Canali pretende di aver scoperto a vantaggio di Mussolini, il fratello, il Popolo d’Italia e il partito fascista, di fatto passano qui quale un interesse personale, un arricchirsi, sfruttando la raggiunta posizione di potere e questo assume un diverso aspetto, finendo per configurare Mussolini e il suo governo come una specie di Al Capone e il suo sistema gangsterico.

A parte che tutti questi illeciti arricchimenti, per la famiglia Mussolini, non si sono poi evidenziati ovvero non ci sembra che siano stati usufruiti né da lui, né dagli eredi, ci si chiede: ma come può lo storico Canali (ben noto anche all’estero, già allievo di Renzo De Felice e che è stato professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Camerino), preso da fazioso furore nel dimostrare la corruzione del Duce, corruzione che lo farebbe diventare l’assassino di Matteotti, come può dedurne, dicevamo, solo perché alcuni documenti gli fanno presupporre che una certa ricevuta, un certo versamento, un certo finanziamento, passato per le mani di Mussolini o comunque secondo lo storico, non poteva essere estraneo al Duce, la sua corruzione e tutto un sistema corruttore da questi messo in auge?

Quando invece evidenti prove e vicende dimostrano che Mussolini non poteva essere stato il mandante di quel delitto, che anzi quel delitto lo danneggiava enormemente, molto più di una denuncia per presunte tangenti; che il contesto politico del tempo dimostra che Mussolini non ha alcun interesse a far fuori Matteotti, mentre ci sono poteri forti che hanno interesse a tacitare Matteotti e far cadere Mussolini; che l’attitudine di potere di Mussolini, non è quella di un Al Capone, ma è chiaramente finalizzata a curare gli interessi della nazione; che il suo dirigismo nella prassi governativa dà enormemente fastidio ai suddetti poteri forti; che il Duce, non a caso, si è rimangiato certe promesse che aveva fatto all’Alta Banca che lo aveva finanziato nell’ascesa al potere, come quelle di creare uno Stato non ferroviere, non postelegrafonico, ecc., quindi una stato totalmente liberista, ingolosendo gli interessati alle “privatizzazioni” e invece ora mira a rafforzare lo Stato, a riportare gli interessi privati nell’interesse pubblico, e così via.

Non è questa della corruzione la prassi, l’ideologia e l’essenza politica di un uomo che poi realizzerà lo Stato del Lavoro e lo Stato sociale, la costituzione, al tempo rivoluzionaria, dell’IRI, la società socialista con la RSI, e la formulazione dottrinaria del “tutto nello Stato, niente fuori dello Stato e soprattutto niente contro lo stato”, e che invece, praticamente, si sottende, che avrebbe preso il potere per il potere, per arricchirsi, per sviluppare un sistema di corruzione e tangenti per se, per il partito, per i suoi uomini e affiliati.

Da storico accorto il Canali come può non considerare, per esempio, che la lettera - memoriale di Dumini, rimasta negli archivi statunitensi e secondo lui la prova regina che indicherebbe Arnaldo Mussolini quale fruitore di una tangente petrolifera, è una prova inattendibile, tanto più per metterla in relazione alla volontà omicida di Mussolini che freddamente organizzerebbe e dirigerebbe la soppressione di Matteotti?

Intanto il Dumini, super, reiterato e comprovato bugiardo, non è certo un teste attendibile; che le circostanze e le necessità che lo indussero a scriverla non garantiscono di certo che quanto riportato sia veritiero; che se Mussolini se la portava dietro in quelle sue ultime e pericolose ore di vita, molto probabilmente, anzi sicuramente, questa lettera era in un contesto di documenti che la confutavano e che, infatti, antifascisti nostrani e Alleati, fecero poi sparire [7]; che la presunta tangente passava per Arnaldo Mussolini, ma non è detto che era per lui personalmente; che il tutto infine, va poi contestualizzato all’epoca, e così via.

Il Canali però sorvola su tutto questo e afferma che quel reperto è la prova del coinvolgimento del Duce nel delitto.

E la stessa sicumera “tangentista” la ripete quando afferma in una intervista di aver trovato almeno tre prove di tangenti a Mussolini, una delle quali consisterebbe nella lettera delle ferrovie circa la vendita di residuati bellici, che Mussolini riceve e sigla “riservatissimo”.

Orbene, riportiamo da uno stralcio del citato servizio su “Oggi”, proprio questo passaggio, perché evidenzia bene le forzature e le congetture usate dal Mauro Canali, il quale riscontrando “ricevute” passate per Mussolini, le interpreta come una riscossione personale di tangenti.
«“Nel mio libro sulla genesi del delitto Matteotti”, precisa lo storico [Mauro Canali, n.d.r.], “sono riuscito a dimostrare almeno tre tangenti sicure e non è certo facile trovare le prove materiali della corruzione…

C’è poi una lettera del commissario straordinario delle Ferrovie, incaricato di vendere i residuati bellici della prima guerra mondiale, che scrive a Mussolini: “Le 250 mila lire (circa 400 milioni attuali, n.d.r) che ebbi a consegnarvi poche sere or sono provengono da una vendita di materiali esistenti in magazzini di corpo d’armata”. E Mussolini, sull’appunto, verga la parola “riservatissimo”. Vi sono poi altre sicure tangenti, come una di 750 mila lire (circa un miliardo di oggi, n.d.r.) fatta passare per donazione a un istituto per ciechi”».

Anche qui, commenta lo storico Alessandro De Felice, nella sua opera citata:
«Si tratta in questo caso di un leit motiv caro a Canali, il quale, nel suo saggio sul delitto Matteotti teso a dimostrare la colpevolezza di Benito Mussolini nell’omicidio del deputato socialista veneto avvenuto nel giugno 1924, cerca di costruire un circuito storico univocamente monocorde con non poche forzature interpretative legate ad episodi per nulla inerenti l’oggetto della sua – peraltro apprezzabile – ricerca»
E non potrebbe avere, per esempio, aggiungiamo noi, quel versamento, finalità che non si conoscono, al limite anche tangenti, ma non necessariamente intascate personalmente dal Duce, tanto che sigla “riservatissimo, ma a quanto pare non lo fa
E comunque quante storie di questo genere potevano girare attorno ad un capo di governo e capo del partito fascista al potere? Molte ovviamente, ma andrebbero tutte contestualizzate al particolare momento storico, andrebbero messe in relazione con la politica pluriennale di Mussolini e allora ci si accorgerà facilmente che quella del Duce è una politica finalizzata allì’interesse nazionale, non a quello privato!
Uno “storico” veramente singolare questo Mauro Canali, nonostante gli indubbi meriti nelle sue ricerche, visto che costruisce un vero teorema, al pari di un giudice inquirente, laddove prima interpreta la eventuale tangente, l’eventuale finanziamento, da lui scoperto, come un interesse privato della famiglia Mussolini (in primis il fratello Arnaldo) e dei suoi intimi, quindi eleva, questa che è più che altro una sua congettura, in un movente perchè asserisce che Matteotti, sarebbe a conoscenza di questi scandali e li sta per denunciare.
Ma che Matteotti intendeva denunciare varie malversazioni, in particolare le tangenti petrolifere e quelle per il gioco d’azzardo (e neppure si sa fino a che punto e in che termini le avrebbe denunciate), sembra indiscutibile, ma che il parlamentare socialista voleva chiamare in causa personalmente Mussolini non risulta da nessuna parte.
E quindi il Canali, presupponendo di avere il movente, chiude il suo teorema e indica anche il mandante dell’omicidio di Matteotti, incurante del fatto, che smentisce la sua ipotesi, che poi questo “mandante”, cioè Mussolini, prima, durante e dopo il delitto da lui ordito si comporterebbe come un imbecille (Cfr.: Maurizio Barozzi, Il delitto Matteotti, op. cit.).
E dove sta poi scritto, ammesso e non concesso, che Mussolini avesse avuto personalmente paura di eventuali denunce di Matteotti alla Camera e quindi decida di risolvere il problema con il mezzo, l’assassinio, più pericolo e deleterio per lui, e non invece di confutarlo, di negarlo, di batterlo sul terreno a lui più consueto quello della abilità dialettica, del carisma, della forza che gli conferiva una inattaccabile maggioranza, come è ovvio e logico che sia?
Oltretutto era prevedibile fosse molto improbabile che Matteotti pubblicasse documenti “esplosivi”, tali da non poter essere confutati, discussi, tanto è vero che poi questi “documenti esplosivi” nessuno ha mai tirato fuori! E semmai ci fossero stati, non potevano di certo essere in mano solo a Matteotti e quindi era perfettamente inutile sopprimerlo.
Ci meravigliamo quindi che, tranne coloro che sono andati pedissequamente dietro al Canali nell’ottica cdi sviluppare temi antifascisti e dietrologie sul Duce, tanti altri hanno fatto spallucce e hanno considerato il “teorema” di Canali, come tale, come forzature e congetture?
Ma vediamo infine questa storia del fratello del Duce, Arnaldo Mussolini.

Arnaldo Mussolini
 
Un “cavallo di battaglia” dello storico Mauro Canali è infatti l’asserzione che il fratello del Duce Arnaldo, amico di Filippo Filippelli (giornalista, affarista e faccendiere implicato nel delitto Matteotti, n.d.r.), dovrebbe intascare una tangente petrolifera di 30 milioni (dalla americana Sinclair Oil per aver ottenuto la famosa “Concessione” nel nostro paese), cosa che non poteva essere ignorata dal Duce (se non ne fosse anche lui cointeressato) e quindi saputo che Matteotti avrebbe denunciato il malaffare, diede ordine di uccidere il parlamentare socialista.

Arnaldo Mussolini (11 gennaio 1885 – Milano, 21 dicembre 1931), di due anni più giovane di Benito, era una delle pochissime persone di cui, il malfidato Mussolini, si fidava e apprezzava, facendone il suo uomo di fiducia e confidente. Gli aveva affidato la carica, importante di direttore amministrativo del Popolo d’Italia e poi, dopo la marcia su Roma, quella di Direttore del giornale.

Si dice che fosse sensibile a qualche intrallazzo e quindi, facilmente, si facesse coinvolgere in qualche giro, ma intanto bisognerebbe distinguere tra possibile interesse personale e necessità di finanziamento del giornale di cui dirigeva l’amministrazione, perché quello che si conosce della vita e della personalità di Arnaldo non attesa che questi sia un furfante.

Si parla anche di interessi sulla Legge che doveva istituire le bische e il gioco d’azzardo (che poi Mussolini in qual che modo bloccò) e che lui avrebbe avuto alcune azioni, ma non ci sembrano comunque “traffici” di eccessiva importanza, né facilmente provabili e da giustificare un omicidio per non farli venire a galla.

Costituiscono, tutto al più, degli “scheletri nell’armadio” che potevano frenare Mussolini in qualche dura polemica con avversari facenti parte di poteri forticome infatti avvenne dopo il delitto Matteotti.

Per la presunta tangente petrolifera da 30 milioni ovviamente la cosa sarebbe diversa.

Per prima cosa però che Arnaldo abbia veramente intascato, lui personalmente, tutta o rate di questa tangente è da dimostrare, e l‘accusa si basa più che altro su delle congetture.

Ma per un momento diamolo per scontato e vediamo come potrebbero stare le cose, perché l’esame di tutti gli elementi, con confermano le asserzioni del Canali.

Dunque, Arnaldo intascherebbe questa grossa tangente (per lui personalmente o per il giornale?) la prima cosa che viene in mente sono due domande di non poco conto:

primo, come mai che poi, una volta morto Matteotti, che si sostiene ne aveva le prove e voleva denunciarle, nessuno presentò più queste prove, eppure il Matteotti da qualcuno doveva per forza averle avute, almeno che non fosse solo una “voce”, ma allora la cosa sarebbe quasi insignificante, una diceria.

Secondo, sappiamo che poi a novembre del 1924, Mussolini fece cadere gli accordi e la convenzione raggiunta dal suo governo con la Sinclair Oil: ebbene cosa fece Arnaldo, restituì la tangente? E i petrolieri che videro saltare il loro affare, a cui tanto avevano penato, cosa fecero, restarono zitti e buoni?

Come si vede siamo nel campo di illazioni e congetture, neppure troppo realistiche.

Ma quello che comunque smentisce questa ricostruzione del Canali, è l’assurdità complessiva di tutta la faccenda.

Consideriamo infatti che Mussolini al momento del delitto Matteotti era saldamente a cavallo di un governo che nelle recenti elezioni aveva vinto alla grande e quindi la maggioranza che ne scaturiva poteva vivere giorni quasi tranquilli. La stesa faccenda delle denunce di brogli e violenze fatta da Matteotti il 30 maggio alla camera, era stata brillantemente parata da Mussolini con il suo discorso del 7 giugno nel quale anzi aveva rilanciato offerte di partecipazione governativa ai socialisti.

L’unico cruccio che assillava Mussolini, infatti, oltre alla necessità di normalizzare l’ordine pubblico, era come poter raggiungere una intesa e portare al governo i socialisti moderati e i Confederali, al fine di dare al suo governo una spinta sociale e una saldezza morale che gli consentissero di varare riforme e programmi che, viceversa, avrebbero sollevato evidenti reazioni tra i conservatori e i poteri speculativi. E’ questa una fotografia di quel momento storico, ben dettagliata da Renzo De Felice e da testimonianze, sulla quale non si possono avere dubbi.

Ebbene dovremmo, invece, ritenere ora che Mussolini informato che Matteotti avrebbe denunciato la faccenda delle tangenti alla Camera e quindi coinvolto il fratello Arnaldo, se non lui stesso, ha pensato di farlo ammazzare e, detto fatto, darebbe l’ordine omicida, senza curarsi oltretutto, di nascondere minacce e acrimonia contro la sua vittima e poi, a delitto consumato, farsi travolgere dallo scandalo.

Intanto non si comprende da chi o cosa Mussolini avrebbe avuto la certezza e il dettaglio di questa specifica denuncia che Matteotti si stava accingendo a fare, perché tutto sta a indicare che Matteotti, nel suo imminente discorso, non avrebbe attaccato Mussolini direttamente, ma la sua politica che, come scrisse in quei giorni, stava facendo degenerare il fascismo in uno strumento del capitalismo e delle speculazioni.[8]

Anzi, era questo di Matteotti, quasi un invito a cambiare rotta, di cui Mussolini, intento a trovare un approccio con il PSU, passato il momento a caldo di reazione collerica, poteva benissimo apprezzare ed agganciarsi, anche perché sapeva che Matteotti stava dicendo il vero.

Ergo le minacciate denunce di Matteotti, solo relativamente potevano preoccupare Mussolini, ma preoccupavano di certo gli ambienti interessati a quelle speculazioni.

Ma anche ammettendo che invece Mussolini si sia veramente preoccupato di un possibile scandalo che coinvolgeva magari lui, il partito e il fratello, cosa farebbe, risolverebbe il caso con un omicidio del segretario del partito socialista, uomo noto anche all’estero e che passa come un irriducibile avversario de fascismo?

Ma non scherziamo! Intanto Mussolini, se pure si preoccupava di eventuali prove che poteva pubblicare Matteotti, doveva ben sapere che non è con il liquidarlo e sottrargli le sue documentazioni che risolverebbe il problema, anzi, con un delitto, metterebbe in condizioni, chi ha la copia di quelle prove, di sbandierarle con ancora più forza devastante. Quindi Mussolini, da uomo intelligente e buon tempista com’è, sa bene che non dovrebbe fare altro che prepararsi alla eventuale buriana, perché lui abile oratore ed esperto manovratore, forte di una inattaccabile maggioranza di governo, in qualche modo riuscirà a negare o tamponare queste denunce al parlamento, mentre invece, facendo assassinare Matteotti, gli crollerebbe il mondo addosso.

Come si vede quindi queste ricostruzione del Canali sono più che altro teoremi, che in alcuni punti non stanno né in cielo né in terra e vanno decisamente ridimensionate.

 
NOTE
 
[1] Peter Tompkins, Dalle carte segrete del Duce, Momenti e protagonisti dell’Italia fascista nei National Archives di Washington, Marco Tropea Editore, Milano, 2001.
[2] Gennaro di Stefano, “Matteotti fu ucciso perché scoprì le mazzette di Mussolini” “Oggi” n. 51, 13 dicembre 2000].
[3] Oltre ad articoli e interviste, Mauro Canali sviluppa questo suo leit motiv in: “Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini”, Il Mulino, 1997, e riedizione del 2004, più snella, elisa di alcune documentazioni; e in “Mussolini e il petrolio iracheno. L'Italia, gli interessi petroliferi e le grandi potenze”, Einaudi, 2007.
[4] Alessandro De Felice: “Il Gioco Delle Ombre” Verità sepolte della IIª guerra mondiale. Acquistabile tramite il Sito: www.alessandrodefelice.it
[5] Sulle imporanti vicende delle carte egrete di Musslini si veda: Fabio Andriola: “Mussolini Churchill carteggio segreto“, Sugarco 2007.
[6] Marinò Viganò “Mussolini, i gerarchi e la "fuga" in Svizzera”; e l’articolo “Quell’aereo per la Spagna”, in Nuova Storia Contemporanea" N. 3-2001, nel sito: http://www.italia-rsi.org/miscellanea/nuovastoriacontemporaneafugacosiddetta.htm
[7] Il fatto che, tra il 26 e 27 aprile 1945, vennero requisiti uno o due importanti dossier che Mussolini aveva seco, proprio sul delitto Matteotti, e che furono poi fatti letteralmente sparire, attestano che quei dossier dimostravano l’assoluta innocenza di Mussolini su quel delitto. Erano carte che aveva potuto attentament4e visionare il socialista Carlo Siulvestri, il quale ha raccontato dopo, deponendo anche al processo Matteotti bis di Roma del 1945, che in quelle carter vi era una inchiesta, commissionata da Mussolini, sul delitto Matteotti e portata avanti da Nicola Bombacci, a cui vene affiancato l’ex giovane prefetto Luigi Gatti, dalla quale risultava che Matteotti venne fatto ammazzare da personaggi risalenti ad un ambiente di putrido capitalsmo e finanza corrotta.
[8] Sia nel’articolo pubblicato su Echi e Commenti, del 5 giungo 1924, in forma anonima, ma di Giacomo Matteotti, che l’articolo pubblicato postumo a luglio, sulla rivista inglese, English Life, si evince che Matteotti denunciava il malaffare sul petrolio e i traffici per la legge sul gioco d’azzardo, criticava la conduzione del governo di Mussolini, ma non chiamava in causa direttamente il Duce, al quale anzi, quegli articoli, potevano anche Essere interpretati come un “invito” a cambiare lo spartito, se non voleva affossare la nazione e il fascismo stesso consegnandoli nelle mani di capitalisti e affaristi.

 

Mussolini fu ucciso nella notte al massimo all'alba del 28 aprile

La scienza non mente, e l'analisi medico-legale di Aldo Alessiani va posta all'attenzione della storia

Mussolini fu ucciso nella notte, al massimo all'alba del 28 aprile

Il rigor mortis, la dinamica dei fori dei proiettili: ecco lo studio di uno scienziato e le prove di ciò che afferma
Abbiamo cominciato a parlare, qualche giorno fa, del dossier Alessiani, documento di estremo interesse per chi si dimena tra i misteri di quell'aprile del 1945 quando Benito Mussolini venne assassinato insieme a Claretta Petacci. Abbiamo già visto come l'epoca della morte sia da farsi risalire al mattino, e non al pomeriggio come all'epoca si tentò di far credere, e abbiamo anche visto come Alessiani abbia basato questa sua affermazione su dati scientifici fondati sui tempi (certi, è scienza) del rigor mortis. Vi sono poi altri elementi che mettono in discussione la versione data all'epoca: l'integrità, per esempio, degli indumenti che il Duce indossava a piazzale Loreto. Non vi sono fori nel cappotto, non vi sono sulla maglia intima né sui pantaloni. Inoltre lo stivale destro ha la cerniera rotta sin da prima dell'appendimento, "come se - dice la dottoressa Conti, collaboratrice di Luciano Garibaldi - già in preda alla rigidità cadaverica, lo avessero calzato a forza incontrando resistenza per una postura viziata del piede", appunto a causa della rigidità. Dunque le due deduzioni che scaturiscono inevitabilmente: uno, che Mussolini è morto prima del pomeriggio del 28 aprile (e Alessiani, sempre poggiando ciò che dice sulla scienza, individua il momento nella notte o all'alba del 28); due, che quando è morto era privo di indumenti. L'indagine continua quindi con l'esame dei nove colpi d'arma da fuoco che sull'autopsia sono verbalizzati come "colpi vitali". Per "colpi vitali" si intendono i colpi inferti quando il soggetto era in vita. La scienza è cosa esatta, e la medicina legale è infatti in grado di definire con precisione se un colpo è stato inferto in vita o post mortem. L'esame delle lesioni su un corpo dice tante cose, bisogna solo sapere come queste lesioni si interpretano, le regole sono certe, non siamo nell'ambito delle ipotesi. I nove colpi, così come sono ben visibili nelle molte foto di quelle ore, escludono la dinamica della fucilazione e fanno invece propendere per la dinamica della colluttazione. Si tratta di esaminare foro di entrata, foro di uscita e tramite, cioè il tragitto che il proiettile compie nel corpo. I colpi provengono da due armi diverse: nella foto che proponiamo al lettore (e che ci proviene dalla documentazione fornita da Alessiani a Luciano Garibaldi), si possono evidenziare i nove colpi "vitali", numerati: 1, 2, 3, 4 e 5 sono stati sparati da pistola, a distanza ravvicinata, presentano orletto escoriativo emorragico e affumicatura. La presenza dell'orletto escoriativo emorragico e della affumicatura lasciano comprendere senza ombra di dubbio che sono stati esplosi sul corpo privo di indumenti. Se infatti Mussolini avesse indossato un indumento, esso indumento avrebbe trattenuto l'affumicatura, che dunque non sarebbe presente sulla pelle. La lesione si presenterebbe diversa da quella che si può osservare sulle foto esaminate da Alessiani e che il lettore può facilmente reperire anche in rete. Noi abbiamo scelto di non pubblicare mai quelle immagini, esse sono destinate infatti ai libri e alle riviste specializzate: lì sono necessarie per la comprensione anche scientifica di come sono andate le cose, libri e riviste specializzate forniscono lo spazio necessario per un esame completo della vicenda, spazio che qui non abbiamo per ovvie ragioni di struttura. La decisione di non pubblicarle su questo organo di stampa (il lettore non trova infatti qui le immagini di piazzale Loreto), che è un quotidiano, deriva da una precisa scelta di rispetto per quelle persone orrendamente trucidate dopo morte in un piazzale di Milano. I colpi contrassegnati invece con i numeri 6, 7, 8 e 9 sono stati sparati da mitraglietta automatica, a distanza ravvicinata. Infatti se fossero stati sparati da una distanza maggiore sarebbero più distanti l'uno dall'altro, perché i proiettili sventagliando divaricano. Altri dati che possiamo rinvenire dai fori sono i seguenti: il tramite del foro 4 è verticale, dal basso verso l'alto, e uscendo ha sfondato la teca cranica; se si osservano le immagini di Mussolini sul tavolo autoptico si può vedere che anche se il corpo è stato lavato, presenta il "tatuaggio" tipico dei colpi a bruciapelo: parliamo del foro che abbiamo contrassegnato con il numero 5. Quando si presenta il "tatuaggio" significa che il colpo ha raggiunto il corpo senza elementi ostativi tra il proiettile e il corpo stesso, e a bruciapelo, appunto. In buona sostanza non vi erano ostacoli intercettanti, cioè il corpo era privo di vestiti. Viceversa, il foro numero 1 non presenta segno di affumicatura, nessun "tatuaggio": evidentemente indossava le mutande di flanella. E infatti osservando le foto di piazzale Loreto, queste mutande sono ben visibili nella parte in cui fuoriescono dai pantaloni, all'altezza della vita, e si presentano fortemente stropicciate, come se qualcuno avesse trascinato il corpo tirandolo proprio dalle mutande di flanella.
Per oggi siamo costretti a fermarci qui, lo spazio a nostra disposizione è terminato. Ma domani proseguiremo nella nostra indagine, perché è giusto e sacrosanto che i lettori sappiano che c'è stato un uomo, che si chiamava Aldo Alessiani, che ha dedicato anni della sua vita alla ricerca di una verità evidentemente ancora scomoda, ma che deve emergere, che deve essere raccontata. Una verità basata non su ipotesi o fantasiose congetture ma su dati scientifici inequivocabili.
emoriconi@ilgiornaleditalia.org

LE PROBABILI MOTIVAZIONI DI TANTE MENZOGNE

 
Tutte le ricostruzioni e le testimonianze sulla morte di Mussolini e la Petacci (a cominciare dalle versioni riportate da Pisanò, Lonati e Lazzaro) concordano almeno su cinque punti chiave:

1- Mussolini e la Petacci furono uccisi in un orario diverso da quello “ufficiale” delle 16:10, riconducibile  certamente al mattino.
2- La fucilazione è avvenuta nelle vicinanze della casa dei De Maria, di fatto sbugiardando la ricostruzione “ufficiale” del cancello di villa Belmonte.
3- La morte della Petacci non è stata un incidente, ma un atto voluto.
4- Ad uccidere Mussolini e la Petacci non è stato Walter Audisio, ma qualcun altro.
5- Davanti al cancello di villa Belmonte, alle 16:10 è stata inscenata una finta fucilazione.

Perché dunque mentire per tutto questo tempo e costruire ad hoc una versione “ufficiale” da passare per sempre alla storia?
Forse per i due probabili seguenti motivi:

1° MOTIVO

Ad uccidere Mussolini è stato qualcuno che non doveva esporsi pubblicamente e che probabilmente non aveva neppure previsto di essere l’esecutore materiale dell’omicidio, fino a quando gli eventi stavano precipitando e si vide allora “costretto” ad intervenire in prima persona, onde evitare che il prigioniero sfuggisse loro di mano. Infatti gli Alleati, venuti a conoscenza della cattura del Duce, avevano già predisposto l’invio di un aereo per portarlo via. I messaggi radio che il Comando Alleato invia al CLNAI e CVL nella serata del 27 aprile sono eloquenti:

Messaggio n° 1: 
Il Comando Alleato desidera immediatamente informazioni su presunta locazione di Mussolini. Se è stato catturato, si ordina egli venga trattenuto per immediata consegna al Comando Alleato.

Messaggio n° 2: 
Fateci sapere esatta posizione Mussolini. Invieremo aereo per rilevarlo.

Messaggio n° 3: 
L’aereo che verrà a ritirare Mussolini, atterrerà ore 18:00, domani, all’aeroporto di Bresso. Preparare segnali d’atterraggio.

Intanto i principali membri della 52^ Brigata partigiana “Garibaldi”, ovvero il comandante Pier Luigi Bellini delle Stelle “Pedro”, Urbano Lazzaro “Bill”, Luigi Canali “Capitano Neri” e Michele Moretti “Pietro”, che avevano in custodia Mussolini, dopo il suo fermo a Dongo, rivolgendosi al CLNAI per avere disposizioni sulla gestione del prigioniero, ricevono un preciso ordine dai loro superiori:

Custodite bene il prigioniero, con tutti i riguardi. Non gli sia torto un capello: piuttosto di fargli violenza, in caso di fuga, lasciatelo fuggire….”.

A quel punto il comandante “Pedro” e il “Capitano Neri” decidono di portare al sicuro Mussolini, prima nella caserma della guardia di finanza di Germasino, poi nella notte trasferendolo a Bonzanigo di Mezzegra nella casa dei coniugi De Maria, amici fidati del “Neri”.

Evidentemente però ai comunisti e all’ala più violenta e fanatica della resistenza, questa cosa non andava bene, tanto che Luigi Longo (il presunto vero esecutore materiale dell’omicidio di Mussolini, capo del Comitato Insurrezionale Antifascista e futuro n° 1 del P.C.I.) disse anni dopo in un’intervista, a proposito dell’ipotesi che il Duce fosse stato processato da un tribunale angloamericano:
…Ho molti dubbi che in questo caso Mussolini sarebbe stato condannato a morte…

Appunto per questo membri importanti del P.C.I. decisero di intervenire in prima persona ed in tutta fretta, al fine di eliminare fisicamente il prigioniero, nel timore di vederselo togliere dalle mani dagli Alleati… Necessitando poi di nascondere la propria responsabilità diretta, attribuendo ad un fantomatico Colonnello Valerio il ruolo di esecutore materiale, attraverso una versione di comodo.
A conferma di tutto questo c'è la preziosissima testimonianza di Francesca De Tomasi, cugina proprio di quel Walter Audisio che "ufficialmente" viene considerato l'autore del duplice omicidio Mussolini-Petacci, e che all'epoca lavorava presso il comando generale delle brigate partigiane “Garibaldi”.
Fu lei l’incaricata di trascrivere a macchina tutto il rapporto che si decise di far pervenire al giornale di partito “L’Unità” inerente alla descrizione dei fatti del 28 aprile.
Quel giorno erano presenti nell’ufficio in cui lavorava la De Tomasi, oltre a suo cugino Audisio, che appunto le dettò il resoconto, anche l’altro protagonista "ufficiale", ossia Aldo Lampredi.
Nella sua più che attendibile testimonianza, riporta come molto spesso suo cugino esitava nella descrizione dei fatti, tra dubbi e inceppamenti, leggendo di continuo dei foglietti pieni di appunti, il che tutto faceva chiaramente supporre che ciò che veniva raccontato era stato inventato, tanto che più volte Audisio chiese l’approvazione di Lampredi, inerente ad un particolare o ad un fatto accaduto.
Cosa che, se uno fosse stato realmente protagonista di quegli avvenimenti, non aveva certo bisogno di chiedere l'approvazione ad altri....
A conclusione del racconto, Audisio rivolgendosi a sua cugina disse con tono minaccioso che quella doveva esser la versione che sarebbe per sempre passata alla storia; poco dopo Lampredi, dando una pacca sulla spalla ad Audisio esclamò: “Allora d’accordo? La sopporti tu adesso la parte dell’eroe…
Dimostrazione emblematica: dovevano proteggere il nome di qualcun altro all'interno del loro partito, qualcuno di molto in alto, qualcuno forse come Luigi Longo?

2° MOTIVO

La morte della Petacci non era stata prevista, tanto che quando avvenne, i membri del CLNAI dovettero inventarsi una versione che ne giustificasse in qualche modo l’accaduto, facendola passare alla storia come un incidente.
Si può supporre che non siano stati i partigiani ad ucciderla, ma qualcun altro, ovvero qualcuno che aveva tutto l’interesse a tappargli la bocca per sempre. Qualcuno, come gli agenti dei servizi segreti britannici, in cerca della documentazione in possesso di Mussolini (a cominciare dal carteggio con Churchill) e che sapevano benissimo che la donna era al corrente di tutti i segreti di quegli anni, specie la corrispondenza scottante tra i due statisti…
Anche la dinamica della morte (come testimonierà Dorina Mazzola al giornalista Giorgio Pisanò) e come dimostrano poi anche i fori di proiettile (d’uscita sul petto che sanciscono una fucilazione alla schiena) fanno supporre che qualcuno degli agenti segreti, arrivati sul posto e trovato già morto Mussolini, decisero di finire il “lavoro sporco” iniziato dai partigiani, eliminando colei che poteva testimoniare molti dei segreti che inchiodavano il premier britannico alle sue responsabilità. Infatti la fucilazione della Petacci avvenne improvvisamente, tanto da far imbestialire i partigiani presenti sul posto che inveirono contro l'oscuro responsabile di quell'atto, che evidentemente agì con una tattica "mordi e fuggi" stile servizi segreti....(a tal proposito rileggersi versione Pisanò e testimonianza Dorina Mazzola, negli attimi immediatamente successivi alla fucilazione avvenuta alle spalle della povera Claretta...).
A conferma ulteriore della presenza sul luogo quel giorno di agenti dei servizi segreti mandati da Churchill, esistono nei registri pubblici inglesi della Public Record Office di Londra due precisi documenti ufficiali:
- Nel primo si dimostra l’esistenza di una specifica operazione dei servizi segreti britannici per uccidere Mussolini, designando come capo dell’operazione un certo Capitano John (quello di cui parla Bruno Lonati).
- Nel secondo documento, datato aprile 1945, si fa riferimento all'urgente necessità di recuperare la documentazione in possesso del Duce, tanto che ad un certo punto si legge esplicitamente:
Negli archivi di Mussolini c’è molto materiale che dovremmo recuperare al più presto…. Molto di questo materiale è compromettente per gli Alleati e per alte personalità italiane….

Da tutto ciò si può allora supporre che è stata solo una questione di tempistica: chi per primo è arrivato quella mattina a Bonzanigo di Mezzegra, ha eliminato il Duce; gli altri, giunti soltanto dopo sul posto, si sono “accontentati” di finire il lavoro sporco, eliminando anche la povera Claretta.
La pista inglese, almeno nel caso dell'omicidio di Claretta sembra sostanzialmente appurata, ma non si può neppure escludere l’ipotesi della cattiva gestione degli avvenimenti da parte di chi aveva Mussolini e la Petacci in custodia, degenerata col passare delle ore (in tal caso la versione di Urbano Lazzaro sarebbe plausibile).
Ad ogni modo i partigiani si ritrovarono a gestire la morte irruenta del Duce avvenuta in tutta fretta nella mattinata del 28 aprile, e poi a dover fare i conti con l’uccisione della Petacci un paio d’ore dopo, ad opera di sicari inglesi giunti sul posto nelle stesse ore in cui Luigi Longo, Aldo Lampredi & C. procedettero all’esecuzione spiccia e senza alcun processo di Mussolini.

Possiamo quindi stabilire che potrebbero essere questi i motivi che hanno portato a raccontare una colossale menzogna sulla morte del Duce e della Petacci, inventandosi la fucilazione di villa Belmonte, dove alle 16:10 spararono “in nome del popolo italiano” su due cadaveri…..

Il Comitato Verità e Giustizia per Mussolini

tratto da: http://comitatovgxmussolini.blogspot.it/2016/03/le-probabili-motivazioni-di-tante.html