venerdì 4 agosto 2017

Lezione di Storia: Mussolini non portò l’Italia volontariamente alla Seconda Guerra mondiale e l'attuazione delle famose "leggi razziali"



Principalmente tratto da un articolo di 
Filippo Giannini del 21 Maggio 2013 (per il 25 Aprile 2013).


Proviamo a dimostrare quanto sostengo.
Come e perché si giunse alla Seconda Guerra mondiale. : 

"La risposta poteva essere una sola: perché esse volevano un generale conflitto europeo quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e, soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla realtà storica: soprattutto dell’Italia".
Lo storico Rutilio Sermonti ne "L’Italia nel XX Secolo" Edizioni All’Insegna del Veltro, 2001.
“Se la Germania facesse ancora affair (business) nei prossimi 50 anni, avremmo combattuto questa Guerra (la prima Guerra mondiale) inutilmente”.
– Winston Churchill nel The Times (1919)
“Condurremo Hitler in guerra, sia che lo voglia o meno”. 
– Winston Churchill (1936 trasmissione radio)
“La Germania diventa troppo potente. Dobbiamo schiacciarla”.
– Winston Churchill (Novembre 1936 parlando al Generale US Robert E. Wood)
“Questa guerra è una guerra inglese e il suo scopo è la distruzione della Germania”.
– Winston Churchill (Trasmissione radiofonica dell’autunno 1939)

Nella Conferenza di Ginevra sul disarmo nel febbraio 1932, alla quale parteciparono sessantadue Nazioni, l’Italia era rappresentata da Dino Grandi e da Italo Balbo. Grandi, a nome del popolo italiano, sostenne il progetto di una parificazione al livello più basso degli armamenti posseduti dalle singole Nazioni. Venne inoltre esposto il progetto mussoliniano tendente all’abolizione dell’artiglieria pesante, dei carri armati, delle navi da guerra, dei sottomarini, degli aerei da bombardamento, in altre parole la mes¬sa al bando di tutto ciò che avrebbe potuto portare ad una guerra di distruzione.
Di fatto, la Conferenza non trovò sbocco alcuno per le opposizioni di Francia e Germania.

Mussolini propose il Patto a Quattro il 7 giugno 1933, proprio per integrare, con un patto politico, l’Europa, mediante un direttorio delle quattro Potenze: Inghilterra, Francia, Germania e Italia? Il documento propositivo di Mussolini cominciò a circolare nei tre Stati interpellati. Il documento ebbe successo di siglatura, ma fallì quando, presentato per l’approvazione ai parlamenti inglese e francese, la siglatura non fu rispettata e decadde definitivamente a Stresa nel 1935. Mussolini camminava nella tradizione romana: aspirazione antica sempre delusa. Mussolini aveva ammonito con lungimiranza:

“Fare crollare la pace in Europa significa fare crollare l’Europa”.
Mussolini, quale Capo del Governo italiano si fece, ancora una volta, promotore di un incontro che si svolse a Stresa, nei pressi del Lago Maggiore, tra l’11 e il 14 aprile 1935, con i rappresentanti delle tre Potenze alleate della prima guerra mondiale: Mussolini in rappresentanza dell'Italia, MacDonald, J. Simon per la Gran Bretagna, e Laval Flandin rappresentava la Francia.
Al termine dei lavori, fu stilato un documento nel quale i tre Governi constatarono che il ripudio unilaterale posto in essere dal Governo tedesco, nei suoi obblighi per il disarmo, avrebbe potuto pregiudicare la pace in Europa e si dichiararono in perfetto accordo di opporsi con ogni mezzo a qualsiasi ulteriore disconoscimento unilaterale degli obblighi previsti nei Trattati e si impegnarono per una continuazione dei negoziati per il loro riesame. Rinnovarono anche il loro impegno per la sicurezza e l’indipendenza dell’Austria. Perché decaddero quegli accordi?

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I detentori della maggior parte delle ricchezze della terra, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, perché pretesero e ottennero le sanzioni contro l’Italia nel 1935?
Per difendere l’Etiopia? L’Etiopia, forse sobillata proprio da questi Paesi fu responsabile dell’attacco al consolato italiano di Gondar, l’11 novembre 1934 (dove rimase ucciso un militare di colore fedele all’Italia) e :
"Ancora nel 1924 l’Italia che ha appoggiato lealmente l’accoglimento dell’Etiopia nella Società delle Nazioni riceve festosamente a Roma Ras Tafari, firma con lui un Patto di amicizia accompagnato dalla offerta di un aiuto finanziario. Tutto ciò non disarma la boria e la malvagità del governo abissino che respinge sistematicamente le domande di concessioni e turba il libero commercio tra Eritrea e Etiopia con una tacitamente organizzata guerriglia di rapina. Gli incidenti scoppiano a catena e non si sa più come giustificarli o come accettarne le giustificazioni. Dal maggio ’28 all’agosto ’35 si allineano 26 offese a rappresentanti diplomatici, 15 aggressioni a cittadini italiani, 51 razzie: tutto ciò avviene in territorio italiano e i morti italiani non mancano".
Paul Gentizon, giornalista e storico svizzero in "Difesa dell’Italia".
La tensione nei rapporti italo-etiopici si aggravò alla fine del 1934, quando un contingente abissino si accampò davanti al fortino di Ual-Ual difeso dai Dubat, soldati somali fedeli all’Italia, al comando del capitano Roberto Cimmaruta. Lo storico Rutilio Sermonti in "L’Italia nel XX Secolo", attesta che le truppe assalitrici erano al comando del colonnello inglese Clifford.
Ual-Ual era una località posta al confine, sin da allora incerto, fra Somalia ed Etiopia, ma mai rivendicato dal Governo Abissino.
II 5 dicembre di quell’anno, dopo che i Dubat rifiutarono la richiesta abissina di sgombero, questi scatenarono l’assalto e lo scontro si concluse all’alba del giorno seguente con la vittoria italiana, ma le nostre truppe coloniali lasciarono sul terreno 120 morti. Si è scritto che dietro questo grave incidente ci fosse la mano di Londra e Parigi; ma questo non è provato.
Bruno Barrella su Il Giornale d’Italia del 18 luglio 1993, rammentando i fatti di Ual-Ual, scrive:

"È l’ultimo di una catena di episodi di sangue che avvenivano lungo uno dei confini più labili dell’epoca".
Per risolvere pacificamente il dissidio creatosi a seguito degli incidenti di Ual-Ual, venne istituita una commissione arbitrale italo-etiopica, presieduta dallo specialista greco di diritto internazionale, Nicolaos Politis. La commissione, il 3 settembre 1935, emetteva la sentenza attribuendo le cause degli scontri agli atteggiamenti ostili di alcune autorità locali abissine, escludendo, di conseguenza, ogni responsabilità italiana.

L’alleanza con il nazionalsocialismo?

"Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi nell’altro campo, la Germania non era più sola"
Winston Churchill in "La Seconda Guerra Mondiale", 1° volume, pag. 209). E con un significato simile:
"E l’Italia che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatto con l’Austria e i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania".
George Trevelyan in “Storia d’Inghilterra”, a pag. 834.
E il più noto studioso del fascismo: 
"Sulla ineluttabilità dell’alleanza con Hitler e quindi della necessità di eliminare tutti i motivi non solo di frizione, ma anche solo di disparità con la Germania"
Renzo De Felice in "Storia degli Ebrei sotto il Fascismo", pag. 137. Mussolini era conscio che l’antisemitismo occupava uno spazio preminente nell’ideologia nazionalsocialista, di conseguenza se voleva eliminare le ultime diffidenze tedesche, anche nel ricordo del “tradimento italiano del 1915” e giungere ad una reale alleanza militare, doveva adeguarsi alle circostanze. Riteniamo che fosse questa e non altre la ragione della scelta del Duce.

Tanto, ma tanto ci sarebbe ancora da scrivere per condannare i veri criminali dello scorso secolo, e mi riferisco a Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill, personaggi abominevoli che galleggiano su un mare di sangue.
“La guerra non serviva soltanto ad abolire il fascismo, ma per conquistare mercati di vendita. Se avessimo volute, avremmo potuto evitare lo scoppio della guerra, senza neanche sparare un colpo, ma decidemmo di fare diversamente.”
– Winston Churchill a Truman (Fultun, USA March 1946)
“Il crimine imperdonabile della Germania prima della seconda guerra mondiale fu quello di cercare di sganciare la propria economia dal sistema internazionale di commercio e costruire un sistema di scambi indipendenti dal quale la finanza internazionale non avrebbe potuto più trarre profitto. …Abbiamo macellato il maiale sbagliato.”
-Winston Churchill (The Second World War – Bern, 1960)

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La conferenza di Monaco del 1938, da mesi la Germania nazista aveva innescato quella che divenne nota come la “crisi dei Sudeti”, cioè la minoranza di lingua tedesca che all’epoca abitava la Cecoslovacchia.
In una serie di discorsi durante tutta l’estate del 1938, Hitler aveva raccontato le sofferenze e le angherie a cui erano sottoposti i sudeti dal governo cecoslovacco. Al culmine della crisi, il 24 settembre, Hitler presentò al governo Cecoslovacco un ultimatum che conteneva una serie di durissime condizioni: se non fossero state soddisfatte entro il 28 settembre, Hitler avrebbe invaso il paese.
Quando venne a sapere dell’ultimatum tedesco, il primo ministro inglese Neville Chamberlain si rivolse all’unica persona che credeva avrebbe potuto persuadere Hitler: Benito Mussolini. Alle 10 di mattina del 28 ottobre, quattro ore prima che scadesse l’ultimatum, Chamberlain, tramite l’ambasciatore a Roma, contattò il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano che a sua volta informò il Duce.
Il governo inglese chiedeva la mediazione del governo italiano per persuadere la Germania a concedere altre 24 ore di tempo alla Cecoslovacchia e ad organizzare una conferenza per evitare la guerra. Mussolini, lo sappiamo dai diari di Ciano e da quelli di altri suoi collaboratori, fu molto felice di acconsentire alla richiesta inglese, soprattutto perché dava a lui e all’Italia il ruolo di importanti mediatori in faccende europee di primo piano. Mussolini si mise in comunicazione con Hitler e in poche ore riuscì ad ottenere un rinvio di 24 ore dell’ultimatum e a organizzare una conferenza a Monaco di Baviera. Gli accordi furono presi, la pace proseguì, Mussolini fu portato agli onori delle cronache come eroe mondiale della pace.

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L’argomento più infame: l’accusa di essere Mussolini la concausa della reale, o bugiarda accusa del massacro degli ebrei.
Ci si può spiegare come mai negli anni 1938-1942 gli ebrei che fuggivano dai Paesi occupati dai tedeschi anziché rifugiarsi in Russia o in Inghilterra o negli Stati Uniti si rifugiavano in Italia, ed erano decine di migliaia? Eppure in Italia vigevano le leggi razziali.
Ci si può provare: Gli inglesi non usarono solo le parole, ma la violenza contro gli israeliti. Rosa Paini, storica ebrea, ne "Il cammino della speranza" riferisce che:

"nel ’41 un folto nucleo di famiglie fuggito da Bratislava, imbarcato sul piroscafo “Pendeho”, composto da 510 profughi cechi e slovacchi, dopo aver navigato sul Danubio giunse nel Mar Nero. Qui, e precisamente a Sulina, salì a bordo il console britannico e informò i malcapitati che il suo governo li considerava immigranti illegali: di conseguenza, se si fossero avvicinati alle coste della Palestina, sarebbero stati silurati. Dovettero quindi ripartire e, superati diversi incidenti, giunsero all’isola disabitata di Camillanissi dove non c’era nemmeno acqua. Sbarcati, assistettero impotenti all’affondamento del battello. Dopo cinque giorni di sofferenze, sopraggiunse una nave della Croce Rossa Italiana che imbarcò i profughi per trasferirli a Rodi, dove rimasero alcuni mesi e quindi imbarcati e trasferiti in Italia".
Fra i tanti vale la pena di ricordare un altro dramma:
"nel febbraio del 1942 lo “Struma”, una nave di profughi proveniente dalla Romania, si vide rifiutare dagli inglesi il permesso di sbarcare, e, respinta anche dai turchi, affondò nel Mar Nero: settecentosettanta persone annegarono"
Paul Johnson, in "Storia degli ebrei", pag. 582.
Lo storico israelita Léon Poliakov ne “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pag. 63, accusa apertamente il governo britannico ricordando che qualche convoglio clandestino, formato con l’aiuto di Eichmann, tentò di discendere il Danubio su barche, mirando alla Palestina, ma le autorità inglesi rifiutarono il passaggio di questi viaggiatori perchè sprovvisti di visto. 

"Così si assiste al paradosso che la “Gestapo” spinge gli ebrei verso il luogo della salvezza, mentre il governo democratico di Sua Maestà britannica ne preclude l’accesso alle future vittime dei forni crematori".
L’esperto di sondaggi Elmo Roper osservò:
"Gli Stati Uniti avrebbero certamente potuto accogliere un gran numero di profughi ebrei. Invece, durante il periodo bellico, ne furono ammessi soltanto 21 mila, il 10% del numero concesso secondo la legge delle quote. La ragione di questo fatto era l’ostilità dell’opinione pubblica. Tutti i gruppi patriottici, dall’American Legion ai Veterans of Foreign Wars, invocavano un divieto totale all’immigrazione. Ci fu più antisemitismo durante il periodo della guerra che in qualsiasi altro della storia americana (…). Negli anni 1942-44, ad esempio, tutte le sinagoghe di Washington Heights, New York, furono profanate".
Un’altra testimonianza ci viene offerta dal “Neue Zürcher Zeitung”, il quale il 18 gennaio 2000 ha pubblicato una lettera a firma di Susi Weill che, fra l’altro, ha scritto:
"I miei genitori avevano tentato invano di emigrare in America, ed oggi è un fatto stabilito che le rappresentanze diplomatiche americane in Europa avevano ricevuto l’ordine di respingere tali domande".
Quando fu necessario, il governo americano usò la forza, come ricorda il giornalista Franco Monaco in “Quando l’Italia era ITALIA”, pag. 175:
"Allorchè a un piroscafo carico di ebrei, partito da Amburgo, fu vietato l’attracco a New York, quei fuggiaschi vennero accolti in Italia e poi dislocati in varie zone della Francia, della Dalmazia e della Grecia".
Non è sufficiente? E allora andiamo avanti.
Ha scritto Daniele Vicini su “L’Indipendente” del 20 luglio 1993:
"Ebrei e comunisti sciamano verso il Brennero, frontiera che possono varcare senza visto a differenza di altre (americana, sovietica, ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze".
Dello stesso parere è Klaus Voigt che in “Rifugio precario” osserva quanto fosse strana la dittatura fascista. Infatti scrisse:
"Fino all’entrata in guerra dell’Italia non risulta neppure un caso di condanna o allontanamento di un emigrante per attività politica (…). Eppure dal 1936, la Germania è il principale alleato e quegli “emigranti” sono suoi nemici. Polizia e carabinieri ricevevano disposizioni dal Duce, chiare ed essenziali, anzi ridotte ad una sola parola: “Sorvegliare”. Non arrestare".
In Italia vigevano le leggi razziali. Tutti pazzi?
"Mentre, in generale, i governi filofascisti dell’Europa asservita non opponevano che fiacca resistenza all’attuazione di una rete sistematica di deportazioni i capi del fascismo italiani manifestarono in questo campo un atteggiamento ben diverso. Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico (…). È significativo il fatto che i tedeschi non sollevarono mai il problema degli ebrei in Italia. Certamente temevano di urtare la suscettibilità italiana (…). Appena giunte sui luoghi di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei (…)"
Léon Poliakov, “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pagg. 219-220. Andiamo avanti? Poliakov scrive: 
"Mentre i Prefetti (francesi) ordinavano arresti e internamenti, allestivano convogli per la Gestapo, le autorità militari italiane, a dispetto delle minacce, ordinavano l’annullamento di tali ordini. Tra le autorità d’occupazione tedesche e il Governo di Berlino, tra il governo di Berlino e il Governo di Roma, tra le autorità di Vichy e i generali italiani vi era un continuo scambio di note nervose e impazienti. La Germania chiedeva all’Italia di agire nello spirito delle disposizioni tedesche. L’Italia rifiutava e resisteva".
Non solo, ma il Governo italiano ottenne che gli ebrei italiani residenti nelle zone occupate dall’esercito tedesco fossero esentati dall’obbligo di mostrare la stella gialla. Lo stesso accadeva nella Legazione di Bruxelles. Addirittura, secondo quanto scrive Martelli, che include un documento nel quale descrive come:
il Consolato Italiano di Bruxelles esigeva che venissero esentati dall’imporre la stella gialla e dai lavori forzati, anche gli ebrei greci perché le truppe italiane occupavano parte del territorio greco. Questo, evidentemente era troppo, infatti un ordine del Conte Blanco Lanza d’Ajeta, del Ministero degli Esteri di Roma, con un telegramma datato agosto 1942, imponeva di "sospendere tutte le iniziative prese in merito ai cittadini ebrei greci"

Lo stesso docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, George L. Mosse, nel suo libro “Il razzismo in Europa”, a pag. 245 ha scritto:
"Il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo. Le leggi razziali introdotte da Mussolini nel 1938 impedivano agli ebrei di svolgere molte attività e si tentò anche di raccogliere gli ebrei in squadre di lavoro forzato; ma mentre in Germania Hitler restringeva sempre più il numero di coloro che potevano sottrarsi alla legge, in Italia avveniva il contrario: le eccezioni furono legioni. Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio “discriminare non perseguire”. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini (…). Ovunque, nell’Europa occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero gli ebrei in grado di chiedere e ottenere la nazionalità italiana. Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta di Mussolini, quando i tedeschi occuparono l’Italia".
Perché tanta vigliaccheria verso l’unico statista onesto e capace che l’Italia abbia avuto da secoli? Mi permetto di esporre la mia idea riferendomi a quanto ha scritto Rutilio Sermonti, e riportato all’inizio di queste pagine:
"La risposta poteva essere una sola: perché esse volevano un generale conflitto europeo quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e, soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla realtà storica: soprattutto dell’Italia".
E la risposta viene per bocca dello stesso Benito Mussolini; nel corso di una intervista che il Duce concesse nel suo studio presso la Prefettura di Milano a Gian Gaetano Cabella, direttore del Popolo di Alessandria, nel pomeriggio del 20 aprile 1945, cioè sei giorni prima del suo assassinio:
"RICORDATEVI BENE: ABBIAMO SPAVENTATO IL MONDO DEI GRANDI AFFARISTI E DEI GRANDI SPECULATORI (…)".
E quel mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori, oggi è il padrone incontrollabile e il mondo è una loro colonia.
E l’abbiamo voluto noi, salvo pochi…e fra questi pochi, non ci sono i vari ...

Filippo Giannini è nato a Roma. Architetto, ha lavorato oltre che in Italia, in Libia e in Australia, viveva a Cerveteri . Era collaboratore di numerosi quotidiani e periodici.
Tanto ci sarebbe ancora da aggiungere ma proseguirò in un altro momento, quanto segue l'ho scritto in un altro articolodove Mussolini stesso la notte prima di morire dice qualcosa, ed in modo più ampio una settimana prima, ma va benissimo anche quì:
Riconosciuto universalmente come uno statista eccelso e un patriota fantastico poi completamente diffamato ed oscurato, come mai ? Semplice, i colpevoli del massacro planetario, ed è fatto pubblico se si vanno a cercare le dichiarazioni ufficiali ed i fatti antecedenti, dovevano trovare dei capri espiatori ed in patria tutti i traditori e sono stati milioni, ma non traditori del Duce o del fascismo, ma dell'Italia, dovevano mistificare la realtà e nascondere la verità che è sotto gli occhi di tutti, occupati, colonizzati, massacrati. Tradita l'Italia dai militari perchè erano quasi tutti massoni filo britannici con cui avevano fatto la prima guerra mondiale, stessa storia per il Re che pur era stato uno dei principali promotori della discesa in guerra, tradita dagli avversari politici solo per una mera ricerca del potere e lo vediamo ancor oggi come ne paghiamo le conseguenze, tradita dal popolo perchè gli era stata garantita l'impunità con delle Psychological operations (PSYOP) , operazioni psicologiche di propaganda in cui gli veniva garantita l'immunità se fossero stati eliminati i leader, ovvio altrimenti si apriva il vaso di pandora.
Ben ripagato il popolo per quel che mi ricordo bombardamenti sulle città, stragi in sicilia durante e dopo lo sbarco, marocchinate dalla sicilia almeno fin verso Roma, partigiani che ammazzavano i tedeschi poi fuggendo così per le regole della Convenzione di Ginevra ed il diritto di rappresaglia se non si consegnano i responsabili diritto di esecuzione dei civili, 1 a 10, gli alleati han fatto ben di peggio. Per concludere nel dopo guerra decine di migliaia di morti e violenze senza fine sempre grazie ai partigiani comunisti per instaurare uno stato socialista, oh ma già ce l'avevamo, si ma era un pò diverso dall'URSS tanto cara a Stalin e Togliatti. Per finire in bellezza decenni di stragi di stato e terrorismo orchestrati dai "liberatori" per mantenere lo "status quo", questa è stata l'immunità. Oh cazzo dimenticavo la deindustrializzazione e svendita dell'Italia sempre orchestrata degli anglo sionisti, conseguenze milioni di nuovi poveri e centinaia se non di più di suicidi.
Ecco perchè bisogna nascondere le responsabilità dei tradimenti, da non dimenticare che costoro, gli eredi, fanno lezioni di moralità, ma crepa !! Se non si fosse ancora capito questo è il problema nazionale, stiamo seduti su un letamaio esplosivo di balle colossali e di fatto la guerra civile non è mai finita, ha solo preso altre forme ed è unilaterale, indovinate un pò chi la fa ?


Più approfonditamente le cause che portarono alla guerra, Come le potenze capitalistiche costrinsero l'Italia alla guerra di Filippo Giannini e Le vere motivazioni della seconda guerra mondiale e dell’intervento italiano, 10 giugno 1940

Fonte  europadellaliberta

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TRATTO DA:
https://unmondoimpossibile.blogspot.it/2016/04/lezione-di-storia-mussolini-non-porto.html

venerdì 14 luglio 2017

La lettera di Palmiro Togliatti a Vincenzo Bianco


Caro direttore,

Nel 1992, qualche anno dopo l’apertura degli Archivi di Mosca, lo storico Franco Andreucci, scopre una lettera scritta da Palmiro Togliatti (alias "Ercoli") il 15 febbraio 1943 a Vincenzo Bianco (allora funzionario del Komintern).

Nella lettera, suddivisa in vari capitoli, Togliatti risponde alle varie questioni politiche sollevate dal Bianco. Al terzo capitolo (vedi pagine 7, 8 e 9) della lettera, dove Bianco evidentemente chiedeva a Togliatti di fare qualcosa per i tanti prigionieri italiani nei Gulag russi, la risposta di Togliatti è agghiacciante: 
"…L’altra questione sulla quale sono in disaccordo con te, è quella del trattamento dei prigionieri. Non sono per niente feroce, come tu sai. Sono umanitario quanto te, o quanto può esserlo una dama della Croce Rossa. La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso la Unione Sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero dei prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi e ti spiego il perché. Non c’è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantista del fascismo. Non nella stessa misura che il popolo tedesco, ma in misura considerevole. Il veleno è penetrato tra i contadini, tra gli operai, non parliamo della piccola borghesia e degli intellettuali, è penetrato nel popolo, insomma. Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti. Quanto più largamente penetrerà nel popola la convinzione che aggressione contro altri paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l’avvenire d’Italia…".

Roberto

TRATTO DA:
http://www.varesenews.it/lettera/la-lettera-di-palmiro-togliatti-a-vincenzo-bianco/

lunedì 10 luglio 2017

EquaCoin: la nuova generazione delle monete virtuali di Marco Saba


1) Negli ultimi anni, dal 2014, abbiamo assistito a dei fatti notevoli: varie banche centrali, per la prima volta dopo SECOLI, hanno cominciato a dire la verità. La maggior parte della moneta è creata dalle banche prestandola, un’altra parte viene creata quando le banche, centrali e non, comprano immobili, mobili, o pagano dipendenti e fornitori. La Banca d’Italia ha confessato, tra gennaio e maggio di quest’anno, che le banche creano moneta, creano depositi e non pagano le tasse perché “occorrerebbe una tassa apposta…”. In realtà le banche non pagano tasse sulla creazione di denaro poiché questa moneta scritturale viene creata fuori bilancio e per di più allocata sulla base di scelte arbitrarie spesso discutibili.

2) Sempre in questi anni, le banche sono state accusate di manipolare i mercati, le materie prime, i tassi interbancari, e chi più ne ha più ne metta. Nessun banchiere è andato in prigione, se si esclude l’Islanda e, in Italia, l’ex patron di Carige, Berneschi. Ma lo scandalo della contabilità bancaria tenuta come se la banca fosse un intermediario, invece che una fabbrica di moneta, è ancora lontano da fare le prime pagine. Le sanzioni per lo più, quando arrivano, sono pecuniarie: pagate dalle banche con quello stesso denaro creato fuori bilancio ! Una barzelletta. E intanto i manager delle banche, la governance, riceve i bonus a pioggia – senza “malus”.

3) Al di fuori di questo sistema in cui la politica, la magistratura, gli accademici e i media fanno da compari (ignari?), si sta sviluppando il nuovo mondo delle criptovalute che oggi capitalizzano 100 miliardi di dollari. Il BitCoin ha rappresentato la fase 1.0, seguita da Ethereum che, con i contratti-astuti (smart contracts) inventati da un programmatore di 24 anni che si era stufato dei giochi online, rappresenta la fase corrente, la 2.0.

4) Le criptovalute sono servite, se non altro, a definire meglio per contrasto che cos’è il denaro elettronico che abbiamo nei depositi bancari. Il sistema attuale di creazione di queste monete digitali è abbastanza primitivo e pretende di dare valore al mezzo di scambio attraverso concetti medioevali come la scarsità programmata ed i costi di “conio” (il consumo di risorse energetiche e di hardware). Il BitCoin avrebbe valore perché è difficile crearlo e la sua quantità è predeterminata dall’inizio (limitata a 21 milioni di BitCoin). Queste due caratteristiche comuni anche alle criptovalute successive rappresentano il limite intellettuale del sistema. Di contro, però, ci sono delle innovazioni molto interessanti: il blockchain, che rappresenta la traccia della catena di titolarità di ogni BitCoin dalla sua nascita fino alla posizione attuale, e la caratteristica dei registri distribuiti per cui ogni utente si porta dietro il registro di tutte le transazioni effettuate, che oggi pesa circa 100 MB. Ma anche queste innovazioni però sono inficiate dall’anonimato, da una parte, e dai tempi di elaborazione e validazione di ogni singola transazione che può superare i 15-30 minuti. Di questi limiti teorici già ne parlavo con il compianto prof. Gianni Degli Antoni nel 2008 in occasione della discussione di una tesi di cui ero suo correlatore. Una nuova valuta dovrebbe riassumere i vantaggi dei due sistemi precedenti – quello bancario e quello delle criptovalute – e correggerne i difetti.

5) Nasce così l’idea di EquaCoin, la terza generazione della moneta elettronica, che riassume i progressi fatti fino ad oggi: non è centralizzata, non è anonima, lascia una traccia catastale nominativa, è una commodity dichiarata contabilmente alla creazione, viene creata attraverso un processo di votazione democratica diretta da parte degli utilizzatori (una testa un voto), realizza la democrazia liquida ed i mezzi per attuarla, non ha costi di transazione e gestione per i partecipanti, non prevede né interessi né prestiti perché viene appunto creata on demand. La gestione tecnologica di EquaCoin è trasparente, economica, open source e verificabile facilmente da chiunque. L’idea di fondo è che la natura della moneta che una comunità usa – o è costretta ad usare – ha un effetto riflessivo sul comportamento stesso della società. E viceversa. Se una moneta corrotta mantiene corrotta la società, una moneta onesta dovrebbe avere un effetto emendatore a livello sociale. Se una società è corrotta, promuoverà un sistema monetario corrotto. Quest’ultima frase è talmente vera che si sono fatte e si fanno numerose guerre proprio per obbligare altre nazioni ad adottare il sistema gerarchico bancario corrotto che abbiamo oggi. L’EquaCoin, di contro, non è una moneta obbligatoria ma verrà scelta autonomamente da chi vorrà dare il suo centesimo per adottare un sistema alternativo equitativo che stabilizza la società distribuendone ad ogni membro il potere di farla evolvere. EquaCoin è la prima moneta evolutiva che contiene in sé il seme del cambiamento scelto democraticamente. La globalizzazione della democrazia per scelta e per convenienza individuale. Un nuovo sistema di pagamento e di finanziamento di iniziative che saranno proposte e votate direttamente dalla comunità, disintermediando il più possibile le fatiscenti organizzazioni crepuscolari che ci stanno portando al caos totale. Un sistema auto-ordinato dove è la parte che fa il tutto e non un qualcuno che decide chi ne fa parte. Una conventio ad includendum invece che ad excludendum come fino a oggi è stato il fine dell’organizzazione piramidale della società. Una internet dell’economia realizzata attraverso la progettazione intelligente del mezzo di scambio che plasmerà i rapporti sociali. La moneta filosofale sarà EquaCoin, la moneta all-inclusive che compete-senza-competere con le nuove monete digitali delle banche centrali (che verranno lanciate – oramai si sa – nel 2018). Una specie di piattaforma Rousseau evoluta che contiene in sé il potere esecutivo di finanziare le proposte votate creando automaticamente le risorse monetarie necessarie per attuarle – by-design.

6) Conclusione. EquaCoin rappresenta una scommessa autoverificante in cui partecipando si determina il successo stesso dell’iniziativa. Con un cambio iniziale uno a uno con l’Euro, basterà possedere una EquaCoin per avere il potere di votare e proporre le iniziative da votare, previa identificazione. Il valore del mezzo di scambio è dato dalla completa trasparenza e distribuzione del potere tra i partecipanti. Il sistema di sicurezza implicito permette la segregazione dei wallet fin da subito: anche in caso di attacco nucleare, i server ridondanti connessi in cloud permetteranno di mantenere intatto e salvo il network degli utenti e del loro wallet. Tutti i dettagli tecnici dell’operazione verranno rilasciati in occasione della prossima ICO (Initial Coin Offering).

Marco Saba

TRATTO DA:
https://scenarieconomici.it/equacoin-la-nuova-generazione-delle-monete-virtuali-di-marco-saba/

venerdì 7 luglio 2017

Le sinistre colonialiste dell’Italia repubblicana

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Se l’Etiopia tornò all’imperatore Hailé Selassié subito dopo la cacciata degli italiani nel 1941, ben diverso e più incerto sembrava, nell’immediato dopoguerra, il destino delle altre colonie del nostro Paese, ovvero Somalia, Eritrea e Libia.
Decisa a non perdere i domini d’oltremare, sia per tutelare gli interessi dei propri coloni, sia per scongiurare il rischio di vedere quelle zone affidate alla Gran Bretagna, l’Italia democratica avviò così un’incessante azione diplomatica, già a patire dal 1943.
I primi passi in tal senso furono la creazione dell’Amministrazione coloniale del Sud (prima a Salerno, poi a Bari e infine a Roma una volta ritiratisi i tedeschi) e in seguito la ricostituzione del Ministero dell’Africa italiana, nel 1945, dopodiché Roma chiese in modo formale ed esplicito sia alla Conferenza di pace di Potsdam (1945) che a quella dei Ventuno (1946) il riottenimento delle colonie. Vista tuttavia sfumare questa possibilità per l’intransigenza alleata, l’Italia, dopo aver firmato a Parigi tramite il suo plenipotenziario Meli Lupi di Soragna l’atto formale di rinuncia all’Impero, ripiegò allora sulla richiesta di un’amministrazione fiduciaria, contando sulla mancata definizione dei destini di Somalia, Eritrea e Libia nei trattati di pace.
Entrambe le istanze erano state formalizzate tramite memorandum nei quali si sottolineava, da un lato, come la permanenza italiana nel Continente Nero sarebbe stata garanzia di stabilità per quei territori e per la stessa Europa 1, mentre dall’altro si poneva l’accento sulle opere costruite dal nostro Paese nei vecchi domini 2.
Sarà interessante notare come anche il PCI e il PSI fossero favorevoli al mantenimento della presenza italiana in Africa e l’utilizzo, da parte della DC come dei socialisti e dei comunisti, di un registro concettuale comunicativo a riguardo non dissimile da quello del Fascismo.
Se ad esempio per il democristiano Domenico Lattanza il popolo italiano aveva “acquistato pieno titolo per il ritorno in quei territori attraverso una lunga opera di civilizzazione”, il ministro Brusasca, sempre democristiano, ricordava come il governo avesse inviato alla commissione d’inchiesta dell’ ONU “tutto il materiale occorrente per la dimostrazione della nostra opera d civiltà”. Sempre dal fronte democristiano, il deputato nonché docente di diritto costituzionale e poi giudice costituzionale Gaspare Ambrosini parlava di “opere veramente grandi” dell’Italia nelle colonie, non soltanto nella “trasformazione e valorizzazione del territorio ma anche nella “elevazione della personalità umana degli indigeni” nel “campo del diritto pubblico, per quanto si attiene agli affari religiosi, alle amministrazioni locali e dell’amministrazione della giustizia”.
Gli faceva eco il collega di partito Vittorio Menghi, che ricordava con queste parole i coloni italiani: “gente tenacemente laboriosa, capace e onesta cui si è sempre associato con fraternità quel elemento indigeno che, se non artificiosamente frastornato, ha costantemente invocato il ritorno dell’Italia”.
pietro-nenniCome anticipato, è però l’atteggiamento di socialisti e comunisti, in palese rottura con i dettami del marxismo leninismo e dell’internazionalismo proletario, a destare maggiore curiosità. Per Nenni, infatti, “l’opera di civilizzazione da loro compiuta (dai coloni italiani, ndr) al lato o ai margini degli orrori delle guerre coloniali, pone o ripropone il diritto della nostra permanenza in Africa”, mentre il comunista Giuseppe Berti auspicava l’aiuto sovietico in sede ONU “per la difesa degli interessi italiani”, e rilanciava : “spetta al governo dire dateci le colonie in amministrazione fiduciaria”.
Il contributo non vuole certamente forzare con temerarietà ingenua i limiti dei quella contestualizzazione che è imperativo di ogni analisi storiografica che guardi al metodo scientifico, dunque non si potrà che riconoscere, nei passaggi citati e nelle azioni dell’establishment del tempo, la giusta e comprensibile volontà di tutelare gli interessi vitali di una fetta dei cittadini italiani e, quindi, del Paese.
È comunque utile mettere in luce un aspetto poco noto del dopoguerra, ossia la sopravvivenza, anche in epoca repubblicana, di un’architettura concettuale, ideologica e politica che si voleva superata ma in realtà ben evidente anche in quella sinistra che solamente più tardi avrebbe maturato una più genuina coscienza terzomondista. L’imperialismo, con tutto il suo carico politico e culturale non era, in buona sostanza, prerogativa del solo Ventennio o dell’Italia monarchica.

di © Davide Simone – Tutti i diritti riservati
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NOTE
1 – Si paventava l’idea di una reazione violenta e incontrollabiledelle destre nazionaliste, qualora l’Italia fosse stata spogliata delle colonie
2 – Roma faceva leva anche sul tema dei soldi spesi e investiti per queste opere

TRATTO DA:
https://italiacoloniale.wordpress.com/2017/07/07/le-sinistre-colonialiste-dellitalia-repubblicana/

mercoledì 28 giugno 2017

Comunicato MFL in merito allo scioglimento della commissione elettorale di Salò


lunedì 26 giugno 2017

In merito allo scioglimento della commissione elettorale di Salò, successiva alla elezione di nostri tre consiglieri comunali a Mura (Brescia), pubblichiamo il comunicato della Nostra Segreteria Nazionale.

Preg.mi Dottori Pasquariello, Longhi e Monni, mi scuso per l'invio di questa comunicazione, ma non essendo riuscito a trovare un indirizzo mail riferibile al Sig. Preftto, Dott. Vardè, ho deciso di scrivere a Voi, suoi stretti collaboratori, nella speranza che possiate inoltrargli la presente.

Inizio con il presentarmi: sono il Dott. Carlo Gariglio, Segretario Nazionale del Movimento Fascismo e Libertà - Partito Socialista Nazionale (MFL-PSN). Ho deciso di scriverLe dopo avere visionato la notizia della scioglimento della Sottocommissione elettorale di Salò, "rea", a dire dei giornali (ed evidentemente anche del Dott. Vardè), di avere ammesso la nostra lista alle elezioni di Mura (BS), ove abbiamo eletto 3 consiglieri comunali, ottenendo circa il 12% dei consensi.
Ora, non parlo per il povero parlamentare PD Lacquaniti, che non perde occasione per lanciare grida di giubilo e per vantare una certa frequentazione del Sig. Prefetto, nonchè per sfruttare lo spazio concessogli da giornalisti asserviti (che regolarmente cestinano le nostre repliche) al fine di minacciarci, diffamarci e addirittura paragonarci al terrorismo neofascista degli anni passati (per questo ed altri reati verrà a breve denunciato, anche se correrà a nascondersi dietro la sua immunità parlamentare); ma da alti funzionari dello Stato come Voi, con titoli di studio ed esperienza in questioni ministeriali, mi sarei aspettato una maggiore cautela ed una maggiore aderenza ai fatti.
Il nostro movimento, fondato da Giorgio Pisanò nel lontano 1991, da ben 26 anni fa attività politica ed elettorale (dove può) senza essere mai incorso in alcuna condanna, nonostante le ormai centinaia di denunce presentate dai tanti piccoli Lacquaniti, nipotini di Stalin, dalla sua fondazione ad oggi; la Magistratura penale ha più e più volte riconosciuto la nostra totale estraneità a qualsiasi reato riconducibile alla XII Disposizione Transitoria della Costituzione ed alla Legge attuativa cosiddetta "Scelba". Gli stessi Tribunali penali hanno riconosciuto del tutto legittima l'esposizione dei nostri simboli (un Fascio Repubblicano rosso che nulla ha a che fare con il Fascio littorio simbolo del disciolto PNF), nonchè della dicitura abbreviativa che lo accompagna, ovvero "Fascismo e Libertà". Sul nostro sito chiunque può visionare le varie Sentenze e/o Decreti di Archiviazione emessi nel corso di questi 26 anni (http://fascismoeliberta.info/legalita-del-m-f-l-p-s-n/).
Ora, il sottoscritto non è né un alto funzionario ministeriale, né un parlamentare lautamente stipendiato, ma pur da umile cittadino arriva a comprendere un'evidenza: se un movimento politico è legale, e sono legali la sua denominazione ed il suo simbolo, impedirgli di prendere parte alle competizioni elettorali, o obbligarlo a farlo con altri simboli, rappresenta un chiaro reato di abuso di potere in vero stile stalinista (Lacquaniti sarà felicissimo), nonchè una vergognosa limitazione dei diritti politici (art. 294 PC) e costituzionali di noi cittadini facenti parte del MFL-PSN. Questo è un fatto.
Oggi apprendiamo che, mentre non si puniscono mai i vari magistrati del TAR e del CdS, o i Vice Prefetti presidenti di Commissioni elettorali che da decenni ci boicottano illecitamente, si puniscono i funzionari della Sottocommissione di Salò per avere applicato la Legge, ovvero per avere ammesso una lista di un movimento legale, avente come logo un simbolo che lo stesso CdS, nel lontano 1994, ritenne del tutto legittimo!
Allego alla presente quella Sentenza, emessa da quelli che ancora si comportavano da Magistrati, e non da stipendiati del PD, pronti a stravolgere le Leggi e ad abusare del proprio potere, tentando di sostituirsi alla Magistratura Penale. Da essa mi permetto di estrarne un paio di punti significativi:
"(...) La Sezione sottolinea, innanzi tutto, che il quesito non riguarda gli aspetti penali e in particolare il punto se le linee statutarie e programmatiche del Movimento integrino o meno la fattispecie della ricostituzione del partito fascista, o quella di manifestazioni fasciste, ipotesi entrambe contemplate dalla legge del 1952. Dal punto di vista penale, invero, non vi è che da prendere atto delle pronunce intervenute nella sede competente; (...) E questa è anche l’opinione di questo Collegio. Il fascio, usato nell’antica Roma come insegna dei magistrati elettivi dotati di potere di comando (imperium), ha assunto nel tempo il valore di simbolo della forma repubblicana dello Stato - e in particolare di una repubblica non oligarchica né aristocratica, ma retta dalla volontà popolare espressa mediante libere elezioni. Così è stato adottato dalla Rivoluzione francese, ed è tuttora l’emblema ufficioso di quella Repubblica; ed è stato adottato anche dalla Repubblica romana dei Giuseppe Mazzini, e anche da qualche altro Stato (es.: il cantone elvetico di San Gallo). È vero che di questo emblema si è appropriato anche il partito mussoliniano, dapprima solo con riferimento ad una ispirazione genericamente rivoluzionaria, poi con l’intenzione - tanto insistitamente declamata, quanto arbitraria e ingiustificata nei fatti - di accreditare il regime mussoliniano come l’erede e il continuatore della Roma repubblicana ed imperiale. Ed è anche vero che all’occhio dell’osservatore italiano l’emblema del fascio non può non richiamare alla memoria, primariamente, proprio il regime fascista. Ma non si può dire che quel simbolo, in sé e per se, abbia un significato unico ed univoco - e forse si dovrebbe anche distinguere a seconda delle varie elaborazioni grafiche, diversificate dalla forma della scure e dalla sua posizione rispetto alle verghe: solo alcune versioni, infatti possono dirsi tipicamente fasciste. In conclusione, l’emblema del fascio romano, disgiunto dalla parola "fascismo", si può considerare ammissibile, ai fini contemplati dal quesito del Ministero dell’interno".
Ora, pur considerando un abuso ai nostri danni anche questa Sentenza, in quanto ci vieta la dicitura "Fascismo e Libertà" che la Magistratura Penale ci ha invece autorizzato, mi piacerebbe, capire quali violazioni ravvisi il Sig. Prefetto nella presentazione di un logo largamente riconosciuto legittimo dal CdS ed usato nel mondo e nel corso della Storia per rappresentare Stati retti da istituzioni repubblicane e democratici (a quanto citato nella suddetta Sentenza, mi permetto di aggiungere la Repubblica dell'Ecuador ed il Camerun, come Stati che tuttora adottano un Fascio Repubblicano come simbolo), nonchè disgiunto dalla parola "Fascismo", esattamente come richiesto dalla Sentenza del 1994.
Fra l'altro, mi permetto di ricordare che nel corso degli anni allo stesso Ministero dell'Interno sono giunte decine di interpellanze parlamentari da parte di "onorevoli" nipotini di Stalin (Lacquaniti, povero lui, è anche in questo caso in ritardo di una ventina d'anni!) contro il nostro movimento, le quali hanno avuto praticamente la stessa risposta, ovvero: "Non spetta al Ministero dell'Interno decidere della legittimità di un movimento politico, ma alla Magistratura Penale, che si è più volte pronunciata a favore del MFL".
Quindi, dal momento che i fatti che espongo dovrebbero essere ben noti ad alti funzionari dello Stato facenti capo al Ministero dell'interno, torno a chiedermi il senso di certe decisioni del Sig. Prefetto e dei suoi colloqui con il Lacquaniti; non vorrei che si trattasse di un chiaro messaggio ai funzionari della Prefettura, per invitarli a non applicare la Legge in occasioni di future elezioni, aggiungendo abusi ad abusi contro il MFL-PSN.
Chiudo questo mio lungo messaggio allegandovi una sostanziosa documentazione inerente alcune delle nostre passate partecipazioni a competizioni elettorali, che fin dal 1993 ci videro in campo, con l'elezione nel corso degli anni di numerosi consiglieri comunali. Come potrà verificare il Sig. Prefetto, nonostante in molti casi le autorità abbiano abusato dei loro poteri per farci eliminare la parola "Fascismo" (ed al volte anche la sola sigla MFL!), quello che ha caratterizzato sempre le nostre liste è il logo del Fascio della Repubblica Romana di Mazzini, ovvero quello che oggi il Sig. Prefetto ha ritenuto illecito, tanto da sciogliere la Sottocommissione di Salò.
Conscio del fatto che con ogni probabilità nessun alto funzionario perderà il suo tempo prezioso per rispondere al sottoscritto, colgo comunque l'occasione per porgere i miei più distinti saluti al Sig. Prefetto ed ai collaboratori a cui invio la presente.
-- 
Dott. Carlo Gariglio - Segr. Naz. MFL-PSN
www.fascismoeliberta.info
www.lavvocatodeldiavolo.biz

TRATTO DA:

http://chessaandrea.blogspot.it/2017/06/comunicato-mfl-in-merito-allo.html

mercoledì 21 giugno 2017

Illuminati: documento secretato sulla manipolazione dei popoli





(QUESTO DOCUMENTO FU TRASCRITTO E TENUTO SECRETATO DAI DETENTORI DEL GOVERNO OCCULTO (CHIAMATI ILLUMINATI).
 LA VERIDICITÀ DI QUANTO LEGGERETE SARA A VOSTRA DISCREZIONE, TUTTAVIA LE COSE CHE SONO SCRITTE SONO IN FASE DI REALIZZAZIONE E LE POTETE OSSERVARE NELLA REALTA).

* Un’illusione che sarà, cosi vasta da sfuggire alla loro percezione. Coloro che la vedranno, saranno percepiti come folli.
* Noi creeremo fronti separati per impedire loro di vedere la connessione con noi.
* Ci comporteremo come se non fossimo collegati al mantenimento dell’illusione. Il nostro obbiettivo sarà raggiunto una goccia alla volta così da non fare cadere mai il sospetto su di noi. Questo impedirà loro di vedere i cambiamenti cosi come si verificano.

* Noi staremo sempre sopra al campo relativo della loro esperienza conoscendo i segreti dell’assoluto.
* Noi lavoreremo sempre insieme e saremo legati dal sangue e dalla segretezza. La morte arriverà su chi parla.
* Manterremo la durata della loro vita breve e le loro menti deboli, con la scusa di fare l’opposto.
* Noi useremo la nostra conoscenza della scienza e della tecnologia in modi sottili cosicchè loro mai vedranno cosa stia succedendo.
* Useremo teneri metalli, acceleratori di invecchiamento e sedativi nel cibo e nell’acqua, ed anche nell’aria.
* Saranno ricoperti di veleni, ovunque essi si gireranno.
* I metalli teneri causeranno loro la perdita delle loro menti. Prometteremo di trovare una cura dai nostri molti fronti, ma gli faremo mangiare ancora più veleno.
* I veleni saranno assorbiti attraverso la loro pelle e bocche, distruggeranno le loro menti e i sistemi riproduttivi.
* Da tutto questo, i loro bambini nasceranno morti, e noi nasconderemo questa informazione.
* I veleni saranno nascosti in ogni cosa che li circonda, in quello che bevono, mangiano, respirano e indossano.
* Dobbiamo essere geniali nel dispensare i veleni perché loro guardino altrove.
* Insegneremo loro che i veleni sono buoni, con immagini divertenti e toni musicali.
* Coloro che mirano ad aiutare Noi li arruoleremo a spingere i nostri veleni.
* Vedranno i nostri prodotti essere usati nei film, si abitueranno ad essi e non conosceranno mai il loro vero effetto.
* Quando partoriranno inietteremo veleni nel sangue dei loro bambini e li convinceremo che è per il loro aiuto.
* Inizieremo presto, quando le loro menti sono giovani, ci rivolgeremo ai loro figli con ciò che i loro figli amano di più, le cose dolci.
* Quando i loro denti carieranno, li riempiremo con metalli che uccideranno le loro menti e porteranno via il loro futuro.
* Quando la loro capacità di comprensione sarà danneggiata, creeremo medicine che renderanno loro ancora più malati e causeranno danni per i quali noi creeremo ancora più medicine.
* Renderemo loro docili e deboli di fronte a noi attraverso la nostra potenza.
* Diventeranno depressi, lenti ed obesi, e quando verranno da noi per chiedere aiuto, daremo loro ancora più veleno.
* Focalizzeremo la loro attenzione verso il danaro e i beni materiali in modo che non si connettano mai con il loro io interiore. Distrarremo loro con la fornicazione, coi piaceri esterni e con i giochi, così che essi non potranno mai essere un tutt’uno con l’unità del tutto.
* Le loro menti ci apparterranno e faranno ciò che noi diremo. Se rifiutano noi troveremo modi per implementare la tecnologia di alterazione mentale nelle loro vite. Useremo la paura come nostra arma.
* Stabiliremo i loro governi e stabiliremo le opposizioni al loro interno. Possederemo entrambi le fazioni.
* Nasconderemo sempre il nostro obiettivo ma porteremo a termine il nostro piano.
* Eseguiranno il lavoro per noi e noi prospereremo dalla loro fatica.
* Le nostre famiglie mai si mescoleranno con le loro. Il nostro sangue dovrà essere sempre puro, poiché questa è la via.
* Faremo si che si uccidano a vicenda quanto questo ci fa comodo.
* Li terremo disuniti attraverso il dogma e la religione.
* Controlleremo tutti gli aspetti delle loro vite e diremo loro cosa pensare e come.
* Li guideremo gentilmente e delicatamente lasciando credere loro che siano loro stessi alla guida.
* Fomenteremo animosità tra di loro attraverso le nostre fazioni.
* Quando una luce splenderà tra di loro, noi la estingueremo con il ridicolizzarla, o con la morte, a seconda di cosa sia meglio per noi.
* Faremo loro reciprocamente strappare i cuori di ognuno e uccideranno i loro stessi figli.
* Otterremo questo usando l’odio come nostro alleato, la rabbia come nostra amica.
* Faranno il bagno nel loro sangue e uccideranno i loro vicini per tutto il tempo noi lo riteniamo necessario.
* Beneficeremo grandemente da tutto questo, perché non ci vedranno, non possono vederci.
* Continueremo a prosperare dalle loro guerre e dalle loro morti.
* Dobbiamo ripetere questo più e più volte fino a che il nostro obiettivo finale sarà ultimato.
* Continueremo a farli vivere nella paura e nella rabbia attraverso immagini e suoni.
* Useremo tutti gli strumenti che abbiamo per adempiere a ciò.
* Gli strumenti saranno forniti attraverso il loro lavoro.
* Noi faremo loro odiare sé stessi ed i loro vicini.
* Noi nasconderemo loro la verità divina, che siamo tutti uno. Questo non devono mai saperlo!
* Non devono mai sapere che il colore è un’illusione, devono sempre pensare che sono diversi.
* Goccia dopo goccia, goccia dopo goccia avanzeremo verso il nostro obiettivo.
* Prenderemo sopra la loro terra le risorse e la ricchezza per esercitare il controllo totale su di loro.
* Li inganneremo nel farli accettare leggi che ruberanno loro quel poco di libertà che hanno.
* Creeremo un sistema del danaro che imprigiona loro per sempre, tenendo loro e i propri figli nel debito.
* Quando si dovranno escludere a vicenda, li accuseremo di crimini e presenteremo una storia diversa al mondo poichè possediamo tutti i media.
* Useremo i nostri media per controllare il flusso di informazioni e i loro sentimenti in nostro favore.
* Quando si alzeranno contro di noi, li schiacceremo come insetti, poiché sono meno di questi.
* Saranno impotenti a fare qualsiasi cosa, poiché non avranno armi.
* Recluteremo alcuni di loro per realizzare i nostri piani, prometteremo loro la vita eterna, ma la vita eterna non l’avranno mai, poiché loro non sono dei nostri.
* Le reclute saranno chiamate “iniziati” e saranno indottrinati a credere a falsi riti di passaggio verso livelli più elevati. I membri di questi gruppi penseranno di essere uno con noi senza mai conoscere la verità. Non devono mai conoscere la verità poiché si rivolteranno contro di noi.
* Per il loro lavoro saranno premiati con beni materiali e grandi titoli, ma mai diventeranno immortali congiungendosi a noi, mai riceveranno la luce e viaggeranno tra le stelle.
* Non raggiungeranno mai i più alti livelli, poiché l’uccisione dei propri simili impedirà il passaggio al regno dell’illuminazione. Questo non dovranno mai saperlo.
* La verità sarà nascosta cosi vicina alle loro facce che non saranno in grado di focalizzarsi su di essa fino a quando sarà troppo tardi.
* Oh Sì, cosi grande sarà l’illusione della libertà, che non sapranno mai che sono nostri schiavi.
* Quando tutto è al suo posto, la realtà che avremo creato per loro li possederà. Questa realtà sarà la loro prigione. Vivranno in una auto-illusione.
* Quando il nostro obiettivo sarà raggiunto, inizierà una nuova era di dominazione.
* Le loro menti saranno vincolate delle loro convinzioni, le convinzioni che abbiamo stabilito da tempo immemorabile.
* Ma semmai dovessero sapere che ci sono eguali, noi periremo. QUESTO NON DEVONO MAI SAPERLO.
* Se mai dovessero scoprire che insieme ci possono vincere, si metterebbero in azione.
* Non dovranno mai scoprire cosa abbiamo fatto, poiché se lo facessero, non avremmo nessun posto dove andare, poiché sarà facile vedere chi siamo una volta che il velo è caduto. Le nostre azioni porteranno alla luce chi siamo, e ci cacceranno e nessuna persona ci darà riparo.
* Questo è il patto segreto attraverso il quale vivremo il resto del nostra presente e delle future vite, poiché questa realtà trascenderà molte generazioni e la durata della vita.
* Questo patto è scritto nel sangue, il nostro sangue. Noi, quelli che dal cielo alla terra siamo venuti.
* Questo patto non DEVE MAI, MAI essere conosciuto di esistere. Non deve MAI, MAI essere scritto o parlato poiché se questo avviene, la coscienza che provvede a creare rilascerà la furia del CREATORE PRIMO su di noi e saremo gettati negli abissi da dove veniamo e rimarremo la fino alla fine del tempo stesso infinito.
FONTE: EC PLANET

martedì 6 giugno 2017

Napoli nel “periodo africano”


Napoli nel “periodo africano”

La vita economia di Napoli nel Ventennio resta poco analizzata. Proviamo ad introdurre degli elementi di studio sicuri di riscuotere la curiosità del lettore.


Nell’aprile del 1959 al Teatro di Corte del Palazzo Reale di Napoli si tenne il primo convegno dell’Istituto Nazionale di Studi Politici ed Economici dedicato al tema “I problemi del Mezzogiorno continentale ed insulare nell’Italia d’oggi”. Riportiamo alcuni passi della relazione sulla “Funzione di Napoli nell’economia italiana” dell’avv. Giovanni Roberti (Napoli 1909 – Napoli 2010), internato nel Campo di concentramento di Hereford in Texas, sindacalista CISNAL, poi deputato per il M.S.I., ritiratosi dalla politica nel 1979. Di queste riflessioni politiche e geopolitiche, riteniamo interessante il contenuto documentativo su Napoli nel Ventennio, tema spesso ignorato o non sufficientemente discusso.
***

[…] Roma ha la sua funzione di capitale dello Stato e di capitale del consumo; Milano è la capitale dell’industria; Torino anch’essa ha rinunziato dopo il ’60 ad essere capitale di un regno, ma ha saputo trovare la sua nuova funzione nell’economia generale dello Stato attraverso lo sviluppo portentoso dello studio e dell’industria meccanica; Venezia, già penosamente decaduta nel secolo XIX, va coraggiosamente creandosi una sua nuova funzione attraverso il meraviglioso richiamo artistico e turistico, strumentato dalla Biennale e dal Festival Cinematografico, da un lato, e con i nuovi poderosi impianti industriali di Porto Marghera dall’altro; e lo stesso dicasi per altri particolari motivi, di Genova, Bologna, Firenze. Nello stesso Mezzogiorno, Bari ha, con notevole intraprendenza, trovato una sua funzione nella espansione mercantile e culturale verso i paesi dell’altra sponda adriatica e di qui vero il Levante continentale; Palermo stessa, attraverso l’istituto della Regione, va faticosamente ma decisamente enucleando la propria funzione.
Napoli no! Ed è l’unica grande città d’Europa rimasta in questa posizione puramente negativa.
Cessata infatti nel 1860 la sua funzione giuridica e politica di capitale del Reame, essa l’ha tuttavia proseguita ancora, quasi per forza di inerzia, per circa un cinquantennio, continuando ad essere la capitale morale, economica, culturale dell’intero Mezzogiorno.
Napoli non era già più capitale, ma egualmente dalle Puglie, dalle Calabrie, dalla Lucania e dagli Abruzzi, la gioventù studiosa di tutto il Mezzogiorno d’Italia, numerosa e fervente, affollava il grande e glorioso Ateneo napoletano che da sette secoli illuminava con la luce della sua cultura le provincie del Mezzogiorno; e del pari gli avvocati, i magistrati, i giuristi da tutte le città meridionali puntavano alla Corte di Napoli, che formava giurisprudenza ed orientamento per tutti i Tribunali del Sud Italia; il credito e il risparmio dell’intero Mezzogiorno veniva ad alimentare il commercio napoletano e la tumultuosa via di Toledo, che tanto aveva colpito il grande viaggiatore francese, costituiva l’emporio di tutte le provincie meridionali; per il porto di Napoli transitavano a centinaia di migliaia ogni anno gli emigranti dell’intero Mezzogiorno, nella loro coraggiosa e disperata espansione oltre mare.
Tutto ciò, dicevamo, è durato per 50 anni, sino alle soglie del primo conflitto mondiale; ed è stato forse proprio questa continuazione fittizia della funzione di capitale che non ha dato a Napoli la vera consapevolezza sostanziale del mutamento avvenuto nel ’60 ed ha concorso ad impedirle di trovare una propria permanente funzione nella nascente economia del nuovo Stato Italiano.
[…] nel decennio che precedette la seconda guerra mondiale, quando la Nazione italiana, giunta per ultima nella penetrazione coloniale in Africa, polarizzò tutti i propri sforzi politici, militari ed economici verso il continente africano nell’intento di riguadagnare febbrilmente il tempo perduto, fu proprio Napoli che costituì la grande testa di ponte di quella gigantesca operazione che non fu soltanto spedizione militare ma addirittura l’inizio di una trasmigrazione di popolo. Ed il periodo che chiameremo africano e che va dal 1935 al 1940 fu il più florido per la città di Napoli dopo il ’60; e ciò non solo per l’affluenza straordinaria di uomini e mezzi, per il ritmo febbrile degli imbarchi e degli sbarchi, per il polarizzarsi degli interessi, delle energie e direi quasi dell’intera anima nazionale intorno alla città di Napoli, ma per quel necessario fervente sviluppo di tutta l’attrezzatura industriale ed economica della città che andava adeguandosi alacremente a questo suo nuovo compito.
Giova ricordare, a conferma di quanto andiamo esponendo, taluni sviluppi e realizzazioni concrete.
Nell’aprile del 1936 si aprono gli Stabilimenti calce e cementi di Castellammare di Stabia; nel settembre ’36 le Industrie meccaniche aeronautiche meridionali (IMAM); nell’aprile del ’37 inizia il nuovo grande sviluppo dell’Ente Autonomo Volturno, come produttore di energia; nel novembre del ’37 si apre la Società Raffinerie; nell’aprile del ’38 l’Istituto per i Motori; nel novembre dello stesso anno si dà inizio concreto ai lavori della grande Mostra d’Oltremare ed al risanamento del Rione Fuorigrotta, arioso polmone oltre le colline ad occidente della città. I tempi stringono: nell’aprile del ’39 si inaugurano i grandi stabilimenti Aeronautici di Pomigliano d’Arco e la Società Navalmeccanica per le industrie cantieristiche e navali, complemento industriale necessario per lo sviluppo del Porto; si affronta il nuovo piano regolatore, che adegua la planimetria urbanistica della città di Napoli alla sua nuova grande funzione; si crea l’ISVEIMER per un sistematico piano di sviluppo dell’Italia Meridionale. Nello stesso periodo l’ILVA di Bagnoli attua un immenso lavoro di produzione siderurgica, la Società Ansaldo adegua gli stabilimenti di Pozzuoli alle nuove esigenze dell’industria, i Cantieri Metallurgici sviluppano gli stabilimenti di Castellammare mentre il Porto di Napoli, costituito ad Ente Autonomo e generosamente alimentato, con lungimirante programma, sin dal 1924 con il finanziamento allora colossale di 200 milioni (pari a circa 20 miliardi in valuta attuale) completa la propria attrezzatura con la costruzione di nuove dighe e darsene, dei sylos, degli impianti meccanici, dei nuovi bacini di carenaggio, della grande stazione marittima.
Gli anni dal 1936 al 1940 hanno costituito il periodo aureo della economia napoletana nella nuova funzione che la città andava assumendo, di centro vitale, di metropoli per la propulsione dell’Italia verso il continente africano.
Nel 1940 Napoli sembrava avviata verso la sua grande ripresa economica, il tono generale di vita della città andava elevandosi, la disoccupazione, piaga cancrenosa della vita napoletana, andava riducendosi, la città svolgeva finalmente una sua propria funzione permanente nella cita della Nazione Italiana.
La guerra, duramente combattuta e conclusasi tragicamente con la sconfitta dell’Italia, è stata particolarmente disastrosa per Napoli perché ha distrutto non soltanto le migliaia di edifici rasi al suolo da centinaia di bombardamenti ma anche questo promettente inizio di realizzazione di una funzione mediatrice di Napoli tra l’Europa e l’Africa; ed io credo che sia stato forse per l’indefinita ma pur viva sensazione di quello che l’Africa rappresentava per Napoli, che i combattenti napoletani si sono tanto disperatamente battuti in  terra d’Africa ove essi quasi inconsapevolmente sentivano di difendere gli interessi stessi permanenti, quasi la carne viva, la vita e l’avvenire della loro città.
Oggi, ad oltre quindici anni dalla sconfitta, l’Africa Italiana rappresenta soltanto un ricordo nostalgico, che si manifesta quasi in una forma patologica: il mal d’Africa.
Tuttavia il continente africano resta e gli Stati africani sono sempre al di là del mare, dinanzi a noi; anzi questi Stati nuovi ed antichi che vediamo pervasi da una febbre di indipendenza forse troppo rapida ma certo gravida di speranze, di eventi e di sviluppi, pur negli eccessi temporanei di xenofobia che sono dovuti alla necessaria fase nazionalistica della loro formazione, hanno più che mai bisogno dell’azione complementare del continente europeo.

TRATTO DA:
http://www.historiaregni.it/napoli-nel-periodo-africano/