giovedì 15 febbraio 2018

Mafia e potere


     
 
dal Cd "Opera Omnia", Nuovi Orizzonti Europei
                               
                      1ª parte
 La mafia, per essere tale, deve controllare il territorio; ciò vuole dire necessariamente «fare politica». Per poter realizzare i suoi «affari» -che sono alla base della esistenza stessa di questo tipo di criminalità- deve instaurare rapporti con quella che viene definita «società civile» e con il mondo politico ed economico. I rapporti con la «società civile» del territorio controllato sono basati sulla forza attraverso la quale si ottiene l'omertà o anche il consenso. I rapporti politici ed economici sono fatti di legami palesi ed occulti, di scambi di favori, di controllo del voti, di minacce, di infiltrazioni, di condizionamenti. Quando i rapporti politici ed economici si rompono e gli apparati dello Stato combattono veramente la mafia, essa va in crisi perché incomincia e perdere il controllo dei territorio e quindi il consenso e l'omertà. La storia della mafia e del suo sviluppo è quindi, soprattutto, storia dei suoi legami con il mondo politico ed economico. Già nel primi anni dell'Unità d'Italia la Mafia ha i suoi legami con il potere politico ed economico, ma essi sono di sudditanza: il nobile o il borghese, con i voti dei mafiosi va a fare il deputato a Roma, mentre i mafiosi, con l'appoggio del nobile e del borghese, vanno a fare i consiglieri nei paesi della Sicilia. In quel periodo l'opera della mafia è essenzialmente legata all'agricoltura: impone guardiani nel campi, tangenti sulle greggi e, soprattutto, cerca di monopolizzare il controllo delle acque, indispensabili all'agricoltura stessa. Alle elezioni dei 1876 l'opposizione ottiene in Sicilia ben 43 deputati su 48 e c'è l'avvento al potere della sinistra, con il governo De Pretis, proprio grazie al voti determinanti dei deputati siciliani. Si comincia a dire che la vittoria della sinistra è stata agevolata proprio dal mafiosi e che con la vittoria della sinistra ha vinto l'opposizione mafiosa. «Nel 1895 (età di Giolitti) -scrive il giudice Rosario Minna in "Breve storia della mafia"- il generale Mirzi, su ordine del governo, parte da Palermo e va ad Alcamo per far scarcerare un mafioso la cui famiglia è essenziale per l'elezione a deputato dei candidato governativo». In Sicilia le elezioni tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 -anche se non esiste il suffragio universale- non hanno nulla di diverso da quelle dei giorni nostri: ciechi che votano, fucilate e attentati. Nel 1905, a Grammichele, la mafia spara sul contadini: 18 morti e 200 feriti. Tra la fine del '800 e l'inizio dei '900, vengono assassinati anche alcuni sindacalisti. Nel 1909 la mafia uccide a Palermo il poliziotto italo-americano Joe Petrosino impegnato in indagini proprio sulla mafia. Dell'omicidio viene accusato il boss don Vito Cascio-Ferro. Al processo, però, don Vito si salva perché un deputato palermitano testimonia che all'ora dell'omicidio il mafioso era a pranzo in casa sua. Nel maggio del 1924, Mussolini -capo di un governo di coalizione- va in Sicilia e, a Piana dei Greci, il sindaco Francesco Cuccia sull'auto gli dice che non c'era bisogno di tutti quei carabinieri e poliziotti mobilitati in quanto, essendo sotto la sua protezione, non avrebbe potuto avere «dispiacenze». Mussolini interruppe la visita e tornò a Roma. Nella capitale convocò i suoi collaboratori e chiese un uomo da mandare in Sicilia a combattere la mafia. Venne fuori il nome di Cesare Mori che, da Prefetto di Bologna, aveva ordinato al carabinieri di sparare sugli squadristi. Bocchini, capo della polizia, disse che Mori non era fascista e non capiva niente di politica. Mussolini gli ribattè che non voleva un politicante e chiuse il discorso dicendo: «Spero che sia duro con i mafiosi come lo è stato con i miei squadristi». Mori venne nominato Prefetto di Trapani e dopo pochi giorni era già in Sicilia. Nell'ottobre del 1925, venne quindi spostato a Palermo con l'incarico preciso di combattere la mafia. Sull'opera di Mori in Sicilia si è molto discusso nel dopoguerra e si continua a discutere ogni qualvolta il problema mafioso si ripresenta nella sua drammaticità: alcuni -come la televisione di Stato- hanno messo in risalto una eccessiva durezza del «Prefetto di ferro»; altri hanno cercato di accreditare la tesi secondo cui Mori avrebbe colpito solo personaggi secondari (tesi sostenuta anche su "la Repubblica" del 26 luglio). Si tratta quasi sempre di affermazioni dettate da interessi di parte, al fine di impedire una seria discussione sul perché del rinascere della mafia e del suo continuo espandersi nel dopoguerra. Gli studiosi più seri -anche se antifascisti- sono, però, di tutt'altro parere. Il giudice Minna, nella citata "Breve storia della mafia", scrive: «Mori, abile anche nel chiedere ai siciliani di muoversi per primi per liberarsi dai mafiosi, assesta alla mafia una botta tremenda. Migliaia sono i mafiosi che se non vengono incarcerati, almeno finiscono per un buon periodo in una caserma dei carabinieri o in un commissariato di pubblica sicurezza, e i mafiosi vanno a piedi da casa loro alle caserme, ammanettati per le strade dei loro paesi, così essi perdona la faccia [...] Mori colpisce duramente i sindaci e i consiglieri comunali mafiosi che numerosi vanno in galera o al confino (a cominciare da Cuccia di Piana dei Greci) sotto l'accusa di associazione per delinquere di tipo mafioso. [ ... ] Anche preti mafiosi è avvocati capimafia seguono in galera i loro complici mafiosi. [...] Dal 1925 al 1931 numerosi sono i processi che si celebrano contro la mafia, con oltre 100 imputati per volta, e si concludono con pesantissime condanne». In galera fino alla morte finisce anche don Vito Cascio-Ferro. «E la prima volta -prosegue Minna- che lo Stato italiano, con Mussolini, usa la violenza specificamente e direttamente contro la mafia. [...] Tanti sono allora i mafiosi che, secondo la leggenda che comincia a sorgere su Mori, si danno spontaneamente nelle mani del prefetto, dopo anni e anni di impunità e di comoda latitanza». Sergio Turone, nel libro "Corrotti e corruttori" scrive: «Sul finire degli anni venti il regime fascista -il cui autoritarismo ferreo ovviamente, non poteva tollerare l'esistenza di un contropotere quale quello della mafia aveva profuso molte energie nella lotta contro questo tipo di criminalità organizzata, e la quale aveva inferto molti duri colpi». Lo storico e giornalista Arrigo Petacco è ancora più chiaro. Ha infatti scritto: «La mafia [...] ha sempre vinto. Tranne una volta. [...] Accadde in epoca fascista e l'operazione vittoriosa fu personalmente sponsorizzata dallo stesso Mussolini». Mori «con alle spalle, oltre che un'eccezionale carriera di polizia, tre clamorose operazioni antimafia naufragate al momento giusto per i soliti intrighi tra mafia e politica, [...] ai suoi uomini assegnò poche semplici direttive.
1) Ottenere subito un successo clamoroso (e lo ottenne deportando nelle isole migliaia di sospetti, impiegando anche l'esercito e ponendo l'assedio a interi paesi dominati dai briganti.
2) Seminare il terrore: se la mafia fa paura, lo Stato deve farne di più.
3) Distinguere fra «pesci grossi» e «pesci piccoli»; massima durezza con i primi, tolleranza con i secondi.
4) Riaprire tutti i processi di mafia precedentemente archiviati.
La valanga, di uomini e di mezzi che Mori rovesciò sulla Sicilia diede immediatamente i suoi frutti [...]». «Per il quarto punto in programma fu grande alleato di Mori il Procuratore generale Luigi Giampietro  Rinunciando alla legittima suspicione ("devono essere i siciliani a giudicare i loro persecutori") Mori e Giampietro organizzarono nell'isola colossali processi cui veniva data la massima pubblicità. Le condanne furono naturalmente moltissime e sempre pesanti. Le assoluzioni assai poche. Per gli assolti c'era comunque il confino di polizia. I due "Torquemada", come li chiamavano i siciliani, non si fermarono davanti a nulla. Per esempio: scoperto che molti mafiosi avevano trovato rifugio nelle file fasciste, Mori sciolse addirittura la Federazione dei fasci di Palermo e rinviò a giudizio il segretario [...] fu certo un atto molto coraggioso. Assai più coraggioso di quello -mai accaduto- di sciogliere, tanto per fare un esempio, la DC palermitana di Ciancimino».  Quest'ultima affermazione taglia corto anche sulle sciocchezze dette nella trasmissione televisiva "Lezione di mafia". Provino i partiti antifascisti, provi lo Stato democratico a sciogliere le sezioni di partito in cui sono non solo infiltrati ma palesemente presenti e ben accolti i mafiosi!
Il fascismo non operò soltanto sul piano della repressione. Se ai primi del '900 la nobiltà siciliana possedeva i tre quarti delle terre, alla fine della IIª Guerra Mondiale tale possesso era ridotto al 27%; se la mafia aveva cercato di monopolizzare il controllo delle acque, lo Stato fascista operò per garantire l'acqua ai siciliani. Caduto il fascismo per la sconfitta militare, la mafia torna prepotentemente alla ribalta, torna ad acquisire potere; quel potere che è la ricompensa per la collaborazione fornita agli americani prima, durante e dopo l'invasione dell'Italia. Scrive Sergio Turone: «[Gli americani] per agevolare il successo dello sbarco in Sicilia, sollecitarono tramite la mafia USA la collaborazione dei mafiosi locali. [...] Il più noto degli intermediari Lucky Luciano, viene così liberato dal penitenziario, graziato e rispedito in Italia. La mafia aveva già conosciuto momenti di splendore, ed altri ne avrebbe avuti negli anni successivi, tuttavia sempre in una posizione di marginalità rispetto al potere ufficiale. Nel 1943, dopo lo sbarco americano, ebbe per la prima volta nella sua storia l'onore di essere portata alla ribalta come struttura politico-amministrativa riconosciuta, garantita dalle truppe d'occupazione. I vecchi padrini poterono dunque aggiungere alla forza della tradizione il fresco prestigio che procurava loro la protezione dei vincitori». Anche il giudice Minna sottolinea il legame fra la caduta dei fascismo e la riconquista del potere da parte dei mafiosi. Infatti scrive: «Scomparso il fascismo, i mafiosi riapparirono prepotentemente, come è nel loro stile, in pubblico. [...] Il generale dei Carabinieri Castellano, nel gennaio del 1945, presenta agli americani la possibilità di mettere insieme separatisti, mafia e partiti per governare la Sicilia contro il banditismo e la violenza generale». Interessante in proposito una lettera del console americano a Palermo, Alfred T. Nester, del 27 novembre 1944. In essa si legge: «[...] Durante gli incontri segreti tra il generale Castellano e i capi della mafia, il cav. Calogero Vizzini aveva con sé, come consigliere, il dr. Calogero Volpe, medico [...] Vizzini è il padrone della mafia in Sicilia». Dal canto suo, Arrigo Petacco scrive: «[La mafia] si risvegliò infatti soltanto nel 1943 in coincidenza con l'arrivo degli americani. Molti mafiosi poterono così rientrare dal confino vantando addirittura improbabili meriti antifascisti. Don Calogero Vizzini, capo supremo della nuova mafia, fu visto percorrere l'isola a bordo di una carro armato americano: indicava agli alleati gli uomini giusti da mettere alla guida dei comuni e delle province. Anche Genco Russo, altro boss mafioso di grande avvenire, rientrò dal comodo confino di Chianciano dove Mori lo aveva fatto "deportare". Anche lui si disse vittima del fascismo ed ottenne in premio la croce di cavaliere della Repubblica. La "Onorata Società" era dunque tornata in sella. Per la mafia cominciava una nuova era». E che la mafia sia ritornata con la "democrazia" lo ammette anche il comunista Malagugini il quale, nella dichiarazione di voto che accompagna la relazione di minoranza del PCI sulla mafia -relazione che reca come prima firma quella di Pio La Torre- dice: «La Commissione Antimafia doveva offrire una risposta alla seguente domanda: come mai la riconquista della libertà e della democrazia nel nostro Paese ha consentito, e secondo taluni giudizi agevolato, la rinascita dell'attività palese della mafia? Come, perché, ad opera di quali forze politiche e sociali è stato possibile un fatto di questo genere?». Ma non basta! Giuseppe Niccolai ricordava spesso che l'art. 16 del Trattato di pace firmato dall'Italia alla fine della IIª Guerra Mondiale stabilisce l'impegno dello Stato italiano a non perseguire penalmente coloro che avevano collaborato con gli «alleati». Quando la Commissione Antimafia -di cui Niccolai era attivissimo componente- chiese di prendere visione dell'elenco dei nomi di «collaboratori» allegato al Trattato, quell'elenco non si riuscì più a trovarlo. Ma noi sappiamo che a collaborare con gli «alleati» erano stati sicuramente moltissimi mafiosi: Lucky Luciano, appositamente liberato dal carcere; Calogero Vizzini, nominato sindaco di Villalba; Giuseppe Genco Russo, nominato capo dell'Ufficio Assistenza Civile del mandamento di Mussomeli; Vito Genovese -che diventerà poi il «capo dei capi»- nominato interprete di fiducia del colonnello Charles Poletti; Max Mugnani -trafficante di droga- nominato depositario dei magazzini farmaceutici americani in Sicilia. I mafiosi, tornati ad operare in modo palese, instaurarono subito rapporti con il mondo politico. Negli allegati alla relazione della Commissione Antimafia si legge: «[...] Già verso la fine del 1944 Calogero Vizzini orientò le sue scelte politiche verso la DC. Questo partito, nelle sue sfere provinciali e regionali, ben comprese il grande apporto che alle fortune politiche dei dirigenti e del partito stesso poteva arrecare l'orientamento di Calogero Vizzini e perciò della mafia in generale, e non esitò ad accogliere i mafiosi nelle sue file. [...] A Villalba, praticamente, l'intera mafia entrò nella DC; a Vallelunga Lillo Malta passa alla DC con tutto il suo seguito: i Madonia, i Sinatra ecc.; anche il gruppo Cammarata passò alla DC. A Mussomeli Genco Russo e tutto il suo seguito si iscrissero alla DC assumendo la direzione della sezione». La compenetrazione, l'unicità di interessi ed intenti fra mafia e poteri dello Stato che si realizzano con l'arrivo degli americani, appaiono evidenti fin dai primi anni della Repubblica ed esplodono con il «caso Giuliano». Salvatore Giuliano non era un mafioso, era diventato bandito perché aveva ucciso un carabiniere che lo aveva fermato con un sacco di farina sulle spalle. Il primo maggio del 1947 la banda di Giuliano spara, a Portella delle Ginestre, contro i contadini che manifestano. È la prima "Strage di Stato». Beppe Niccolai ricordava che gli ispettori-capi della polizia, Ettore Messana e Ciro Verdiani, andavano a fare visita a Giuliano latitante; che Ciro Verdiani consegnava a Giuliano i nomi dei carabinieri infiltrati nella sua banda, e che lo stesso Verdiani portava al bandito il panettone per Natale, brindava insieme a lui e lo accompagnava ai grandi magazzini di Palermo a comprarsi il vestito. Il 5 luglio del 1950, un comunicato del Ministero dell'Interno annunciava che Salvatore Giuliano era morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Nella relazione del colonnello Luca si diceva che il mitra dei bandito si era inceppato dopo il dodicesimo colpo -caricatore da 40- «forse per la eccessiva compressione della molla rimasta per troppo tempo inoperosa», e si elencavano i carabinieri che avevano partecipato al conflitto e il numero dei colpi di mitra sparati da ciascuno di essi.
 
Non era vero niente!
Due giorni dopo il quotidiano "l'Unità" -in un articolo di Maurizio Ferrara- avanzava l'ipotesi che i carabinieri per liquidare Giuliano avevano fatto ricorso alla mediazione e all'aiuto della mafia. Sergio Turone ricorda che la ricostruzione completa dell'intera vicenda apparve sul "l'Europeo". Fu proprio "l'Europeo" a rivelare che Giuliano non era stato ammazzato dal carabinieri, ma era stato assassinato, su commissione, mentre dormiva, da suo cugino Gaspare Pisciotta. Beppe Niccolai raccontava, poi, che solo dopo morto Giuliano era stato colpito da una raffica di mitra per dare credito alla relazione dei carabinieri. Gaspare Pisciotta fu arrestato il 9 dicembre del 1950 e nel processo che si tenne a Viterbo, per la strage di Portella delle Ginestre, ammise di avere ucciso Giuliano nel sonno; dichiarò che l'incarico gli era stato affidato personalmente dal Ministro dell'Interno, il democristiano siciliano Mario Scelba (quello della legge contro la ricostruzione dei partito fascista!), e che la strage di Portella delle Ginestre era stata ordinata dal democristiano Bernardo Mattarella e dai monarchici Alliata di Montereale e Cusumano Geloso. La dichiarazione su Mario Scelba fu giudicata estranea al processo. Mattarella, Alliata di Montereale e Cusumano Geloso furono prosciolti in istruttoria. Pisciotta -che nel corso del processo aveva dichiarato che banditi, polizia e mafia erano un corpo solo, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo- fu condannato per la strage di Portella delle Ginestre, ma il 9 febbraio del 1954 veniva assassinato in carcere con un caffè avvelenato. Scrive in proposito Sergio Turone -sempre nel libro "Corrotti e corruttori": «[...] Mario Scelba non era più Ministro dell'Interno dal 16 luglio 1953. In quel delicato ministero gli era succeduto uno dei più abili e dinamici delfini di De Gasperi: Amintore Fanfani. Fanfani restò all'Interno fino al 18 gennaio 1954, giorno in cui per la prima volta fu designato alla Presidenza dei Consiglio e formò un monocolore democristiano. Nella nuova compagine governativa il Ministero dell'Interno fu affidato a Giulio Andreotti, allora legatissimo a Scelba. Quel governo durò in carica solo 23 giorni e cadde per la mancata fiducia alle Camere, il 10 febbraio». A proposito delle responsabilità politiche del delitto («le quali potrebbero coincidere o non con quelle penali»), Turone prosegue: «Qualora si ritenga che per ottenere e progettare un delitto fra le mura di un carcere occorra una preparazione più lunga di tre settimane, il ministro responsabile deve essere indicato nel predecessore di Andreotti: Fanfani. Se invece si ritenga, in teoria, che a un ministro furbo e spregiudicato venti giorni siano sufficienti per fare organizzare la liquidazione fisica di un testimone pericoloso carcerato, allora l'oggettiva responsabilità politica dei fatto ricade su Andreotti. [...] Il 10 febbraio 1954 (coincidenza curiosa: proprio il giorno successivo alla morte di Pisciotta) divenne Presidente del Consiglio Mario Scelba, che assunse, guarda caso, anche il Ministero dell'Interno e conservò la carica per un anno e mezzo».

2ª parte
Nonostante gli avvenimenti connessi all'arrivo degli angloamericani, nonostante il «caso Giuliano» negli anni Cinquanta e Sessanta non sono pochi i politici e i magistrati che negano perfino l'esistenza della mafia che, invece, agisce e celebra i suoi riti alla luce dei sole. Da "Il venerdì di Repubblica": «Anche in quell'anno, il '61, la festa della Madonna della Catena cadeva nella seconda domenica di settembre [...] La processione in onore della patrona all'improvviso si fermò, la folla voltò le spalle alla matrice e mille occhi guardarono il vecchio sul balcone. Dietro c'era il figlio, il primogenito. Era poco più di un ragazzo. Il vecchio lo abbracciò davanti a tutti e tutti capirono. A Riesi, case di tufo sparse intorno alle miniere di zolfo della Sicilia profonda, quel giorno era nato un nuovo capomafia. Da tre generazioni i Di Cristina si tramandavano il potere, da un secolo si passavano lo scettro dei comando sulla piazza del paese [...]». Sergio Turone, da un volume-inchiesta sulla mafia, desume questa descrizione di Palermo agli inizi degli anni Sessanta: «Sindaco è Salvo Lima, un giovane fanfaniano protetto da Giovanni Gioia; e assessore ai lavori pubblici è Vito Ciancimino, pupillo di Bernardo Mattarella. È con Lima e Ciancimino che si accolgono numerose «osservazioni» al piano regolatore (e se ne avvantaggiano notissimi mafiosi) e che l'80% delle licenze edilizie vengono rilasciate a prestanome. È il periodo di massima ascesa di Angelo e Salvatore La Barbera che trovano tutte le porte aperte al Comune; ed è quello dell'affermazione del costruttore miliardario "don" Ciccio Vassallo». A proposito di Giovanni Gioia, Nando Dalla Chiesa ha scritto: «Lo scrittore Michele Pantaleone, nel suo libro "Antimafia, occasione mancata", aveva dato a Gioia del mafioso [...] Gioia querelò sia Pantaleone sia l'editore Einaudi. Le prove vennero fuori [...] Pantaleone ed Einaudi furono assolti. Per la prima volta un tribunale della Repubblica aveva riconosciuto che un ministro della Repubblica era un mafioso». Per quanto riguarda la mappa del potere in Sicilia negli anni immediatamente successivi, Nando Dalla Chiesa così prosegue: c'è «poi Attilio Ruffini, ex-doroteo, già ministro della Difesa e degli Esteri In prima fila [...] al funerali di don Calogero Volpe e poi ospite di gala a una cena elettorale organizzata nel '79 dalla banda delinquenziale (traffico di droga) degli Spatola e degli Inzerillo, allora membro come Lima della direzione nazionale democristiana. [...] Il maggior potere economico è invece detenuto dal costruttore Cassina [...] ma soprattutto dai cugini Salvo Lima e Antonio Ardizzone, proprietario del "Giornale di Sicilia", la cui famiglia è a sua volta in rapporti di amicizia con Michele Greco, il boss mafioso condannato all'ergastolo per l'assassinio dei giudice Chinnici. Altri personaggi dotati di potere reale sono Aristide Gunnella e l'avvocato Vito Guarrasi. A proteggere Lima e Ciancimino non ci sono solo i democristiani. Ciancimino viene eletto Sindaco di Palermo nel novembre del 1970; viene subito presentata una mozione per le immediate dimissioni del Sindaco «mafioso»; ma Ugo La Malfa -segretario nazionale del Partito Repubblicano, con fama di moralizzatore- invia un telegramma in cui si dice in sostanza: «Se fate dimettere Ciancimino io provoco la crisi su tutto il territorio nazionale ...». Gli anni Settanta, quelli in cui i personaggi anzidetti accrescono il loro potere, sono anni cruciali per lo sviluppo della mafia. Luciano Leggio (detto Liggio), dopo avere eliminato don Michele Navarra, dà inizio all'era dei Corleonesi (a proposito di Liggio, nel 1974, il giornalista Zuffino manifestò il sospetto che questi sapesse qualcosa sulla bomba di piazza Fontana del 12 dicembre 1969). Anche se proprio durante gli anni Settanta Liggio, Alberti, Coppola, Badalamenti ecc. finiscono o al confino, o in galera, o uccisi, la mafia non perde potere ma, anzi, si espande, cresce, si modernizza -anche su consiglio di "Cosa Nostra" americana- e i delitti eccellenti che prima erano stati rarissimi (quattro in un secolo) diventano pane quotidiano.
E proprio negli anni '70 scoppia uno dei casi più clamorosi che mette in evidenza i legami tra mafia, alta finanza e poteri politici: il "caso Sindona". Sindona era appena un giovanotto negli anni in cui gli americani -con l'aiuto della mafia- sbarcavano in Sicilia. Negli anni in cui nasceva la Repubblica, Sindona lasciava l'isola per raggiungere Milano, con in tasca alcune lettere di presentazione per influenti personaggi dello stato post-fascista. Ambizione, intelligenza ed "amicizie giuste" facevano in pochi anni di Michele Sindona un potentissimo finanziere con le mani in pasta in numerose società finanziarie e banche in Italia e in America. Nel 1973 Sindona organizzava all'Hotel Regis di New York un pranzo in onore di Giulio Andreotti che, proprio in quella occasione, gli attribuì il titolo di "salvatore della lira". Pochi mesi dopo, però, l'impero finanziario del banchiere italo-americano è allo sfascio. Guido Carli, governatore della Banca d'Italia, chiama l'avvocato Giorgio Ambrosoli per rimettere ordine in quell'impero. Beppe Niccolai, nella rubrica "Rosso e Nero" sul "Secolo d'Italia" del 1 giugno 1984, scriveva: «C'è una lettera di Michele Sindona. È del settembre 1976. È indirizzata all'allora Presidente del Consiglio in carica, Giulio Andreotti, capo di un governo retto anche dai voti del PCI. Proviene dall'America. La busta reca il recapito: Hotel Pierre Nuova York. Il bancarottiere, inseguito da un mandato di cattura della magistratura italiana, traccia per il Presidente del Consiglio, un vero e proprio programma di azione. Eccolo: contrastare l'estradizione richiesta dai giudici milanesi; esercitare pressioni sull'apparato giudiziario e amministrativo perché recedano dal comportamenti contrari a lui, Sindona; sistemare gli affari delle banche dichiarate fallite; opporsi alla sentenza di insolvenza [...]». Il 17 dello stesso mese su "OP", l'agenzia di Mino Pecorelli, si poteva leggere per come riportato da Turone: «Siamo entrati in possesso di un documento relativo all'istruttoria Sindona - in particolare della parte che si riferisce al professionista che percepì dal salvatore della lira il miliardo da girare al Presidente dei Consiglio [Giulio Andreotti]. Esistono le prove documentali che il Presidente del Consiglio ha percepito un miliardo da Michele Sindona -che un altro miliardo è stato pagato ad un ex-segretario politico di un partito- che ben quindici miliardi sono stati versati nelle casse di un partito politico (lo stesso del Presidente del Consiglio e dell'ex-segretario politico in questione)». Nella citata rubrica "Rosso e Nero", Niccolai riportava quanto scritto da "il Corriere della Sera": «il 15 e il 25 luglio '78 Rodolfo Guzzi (avvocato di Sindona arrestato per estorsione in questi giorni) viene ricevuto a Palazzo Chigi da Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio. Lo mette al corrente del piano di salvataggio delle banche di Sindona. Andreotti spiega all'interlocutore che la persona più adatta per valutarlo è il ministro dei Lavori Pubblici Gaetano Stammati. Il nome di Gaetano Stammati risulterà poi nell'elenco degli iscritti alla P2. È lo stesso on. Andreotti che fissa l'incontro Guzzi e Stammati. Il 20 settembre '78 il ministro dei Lavori Pubblici presenta il progetto di salvataggio a Carlo Ciampi Governatore della Banca d'Italia. È bocciato. Il parere negativo viene riferito tanto all'on. Andreotti che all'avvocato Guzzi». Prosegue Niccolai: «[...] Infatti Andreotti non ce la fa. Nemmeno Enrico Cuccia, Consigliere delegato di Mediobanca, che, minacciato di rapimento dei figli, collabora alla stesura di un piano di salvataggio. A dire "no" ai piani di salvataggio è ancora Giorgio Ambrosoli [...]». Dagli atti del processo per l'assassinio dell'avvocato Ambrosoli risulta che lo stesso avvocato il 9 gennaio '79 ricevette nel suo studio una telefonata in cui l'interlocutore diceva che tutti davano la colpa a lui (Ambrosoli); «sia il Grande Capo sia il Piccolo, il signor Cuccia»; e l'anonimo telefonista spiegava all'allibito avvocato che il Grande Capo altri non era che Andreotti. L'11 luglio, alle ore 23,30, Ambrosoli veniva assassinato appena sceso dalla sua auto. Ai suoi funerali nemmeno una corona dello Stato. Qualche giorno prima aveva confessato ad un amico: «Mi minacciano di morte. Ho sinceramente paura. Ma non posso tirarmi indietro: ne andrebbe della credibilità dello Stato».
Anche lui, come Dalla Chiesa, come Falcone, come Borsellino, credeva in uno Stato che non si identifica con le istituzioni e con gli uomini che le rappresentano! Assassinato finirà anche Mino Pecorelli. Alcuni anni dopo, Michele Sindona -che in precedenza, per sfuggire al processo, aveva inscenato un suo finto rapimento con l'intervento della mafia e della massoneria- verrà estradato in Italia per essere processato. Durante le prime battute dei processo cercherà di mandare segnali rassicuranti per i suoi amici e protettori; cercherà di far capire che non ha intenzione di parlare. Non verrà creduto. Finirà assassinato in carcere con una tazzina di caffè avvelenato. Come Pisciotta. Proprio in quegli anni (gli anni 70) la Sicilia è ancora una volta terra di esperimenti politici: si tesse la tela del «compromesso storico» che porterà poi i comunisti nella maggioranza che sostiene il governo Andreotti ai tempi del «caso Sindona». A guidare il PCI siciliano è Achille Occhetto; e il PCI tesse la sua tela con il partito più imbevuto di mafia. In quegli anni si indaga sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, ma il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, impegnato nelle indagini viene assassinato (agosto '77) insieme al suo amico prof. Filippo Costa. Sul settimanale "il Candido" sta scritto: «In quel momento non solo i dirigenti politici romani, ma anche i ras DC-PCI dell'isola (Giovanni Gioia, Salvo Lima, Attilio Ruffini, Nino Gullotti, Achille Occhetto, Pio La Torre) possono finalmente convenire che sull'affare De Mauro-Scaglione è stata posta definitivamente la parola "fine". È vero che restano ancora in vita e in attività di servizio gli antichi dirigenti della squadra omicidi della questura di Palermo, Bruno Contrada e Boris Giuliano, che ai tempi dell'inchiesta sulla sparizione di De Mauro erano stati i più decisi accusatori della banda Verzotto-Guarrasi e, di riflesso, del loro grande protettore Eugenio Cefis [ex-capo partigiano]». Il 30 maggio '78 viene assassinato anche Giuseppe Di Cristina, il pezzo da 90, «uomo di mano del democristiano Graziano Verzotto» il quale è recentemente rientrato in Sicilia dopo un lungo periodo di latitanza, in quanto amnistie varie hanno annullato la condanna a suo carico. Di Giuseppe Di Cristina -quello delle consegne in piazza durante la processione- parlava anche Giovanni Falcone, ricordando quanto gli aveva detto il pentito Antonio Calderone: «Per esempio, il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, deluso dalla mancanza di aiuto concreto da parte della Democrazia Cristiana per alleggerire le misure di sorveglianza di pubblica sicurezza, si è rivolto al repubblicano Aristide Gunnella. Di Cristina è stato poi anche assunto in un Istituto regionale su proposta dello stesso Gunnella». «C'è da meravigliarsi se il Partito Repubblicano ha raccolto "una valanga di voti" alle elezioni di Riesi, per dirla con Calderone?»
 
Ma torniamo agli esperimenti politici
Ha scritto Nando Dalla Chiesa, uomo di sinistra: «La mafia, è bene ricordarlo, diventa più potente proprio nel decennio in cui cresce -e non di poco- la forza della Sinistra. Spiegazioni a iosa, d'accordo. Ma c'è un interrogativo inquietante. Quali sono i princìpi che regolano tattiche, strategie, formule e soprattutto alleanze della sinistra in quel periodo? Forse le leggi della politica che essa pratica sono le stesse in cui può navigare il potere mafioso? [...] c'è a sinistra un approccio al potere che va criticato impietosamente. Senza di che la denuncia delle responsabilità democristiane resterà sacrosanta quanto inefficace».
 
Questo approccio non riguarda solo la Sicilia
Franco Martelli, in "La guerra mafiosa", scrive: «C'era comunque, e soprattutto nelle forze di sinistra, un difetto di origine: le organizzazioni mafiose, laddove esistevano, non essendosi ovunque caratterizzate come sostegno agii agrari (ciò era avvenuto più nella zona di Gioia Tauro, di meno nella lonica e sull'Aspromonte) venivano viste pur sempre come forma di ribellione e di reazione, quasi che il riscatto potesse passare anche, dopo tutto, attraverso questa prima fase per così dire grezza della rivolta. La cosiddetta "repubblica" di Caulonia del marzo '45 ne era stata illuminante testimonianza». E a questo punto Martelli riporta quanto sostenuto da Sharo Gambino nel suo libro "Mafia. La lunga notte della Calabria", proprio a proposito della "Repubblica rossa" di Caulonia: «È certo comunque che presero parte alla rivolta anche i mafiosi, ovvero i braccianti aderenti alle "ndrine" locali. È altrettanto certo che la rivolta si nutrì di comportamenti e persino di rituali mafiosi». E che la sinistra -e i comunisti in prima fila- avessero attenzioni a dir poco benevole nei confronti della mafia lo dimostra quanto scritto il 26 aprile '44, sul settimanale della Federazione Provinciale di Palermo del PCI, in un articolo intitolato "La mafia".
 
Ecco una significativa parte:
«I componenti della vecchia mafia nelle lotte per la conquista delle terre non avranno più bisogno di mettersi fuorilegge: solo adattandosi ai nuovi tempi e al nuovi bisogni di unione con tutti i lavoratori essi potranno realizzare le loro aspirazioni ed emanciparsi economicamente come tutti i contadini. Il separatismo e la mafia hanno interessi diametralmente opposti: se questa oggi è allettata dai latifondisti con lauti stipendi e larghi utili per il concorso al contrabbando, è perché essa è utile; ma se per caso domani i latifondisti si dovessero di nuovo consolidare, troverebbero un altro Mori per reprimere nuovamente i loro alleati». Quale sia stato poi l'approccio dei comunisti alla politica e soprattutto al potere è dimostrato dal fatto che perfino Pio La Torre nel dicembre dei '74, in tempo di compromesso storico e di crescita mafiosa, dichiarava: «Do atto che in questi ultimi tempi nella DC siciliana c'è stato un processo critico, autocritico, di ripensamento e quindi c'è uno sforzo di rinnovamento che si tenta (in mezzo a mille difficoltà di portare avanti [...] Non vi è dubbio che la presa della mafia e il suo potere sull'elettorato in Sicilia si siano ridotti e si sono ridotti per tutto quello di progresso e di sviluppo che in Sicilia c'è stato». Mentre la mafia cresceva ed aumentava il suo potere, Pio La Torre diceva, al contrario, che la sua forza e il suo potere si riducevano.
 
Tutto ciò perché Il PCI e la DC si erano messi d'accordo
Lo stesso Pio La Torre nella relazione dei PCI nella Commissione antimafia -che è una relazione di compromesso- difendeva Vito Guarrasi, il cui nome compariva più volte negli atti della Commissione stessa. Per difenderlo -diceva- «dagli attacchi della destra fascista». Chi sia Vito Guarrasi lo dice -oltre alle numerose citazioni negli atti dell'Antimafia- anche una pagina dei memoriale di Giuseppe Insalaco, il sindaco di Palermo assassinato dalla mafia. Insalaco scriveva che Guarrasi, quale inviato dal conte Cassina, lo voleva convincere a scegliere la trattativa privata per «quell'appalto»; in questo modo avrebbe evitato di essere travolto da una vicenda giudiziaria che stava maturando al Palazzo di Giustizia contro di lui, e di cui Guarrasi era misteriosamente a conoscenza. Nel diario di Rocco Chinnici -il magistrato assassinato dalla mafia- c'è un appunto in data 17 aprile '81. Eccolo:
«Ore 18, viene a trovarmi il marchese De Seta; dopo avermi raccontato delle sue vicende con l'avvocato Guarrasi, mi fa presente che costui è intimo amico dei senatore Emanuele Macaluso. Mi riferisce che alla galleria d'arte "La Tavolozza" (il cui proprietario effettivo è Renato Guttuso) si recava spesso il dott. Boris Giuliano, il quale in quella sede, parlando con Leonardo Sciascia e qualche altro, si riteneva certo che responsabile del sequestro Di Mauro era proprio il Guarrasi [Boris Giuliano era il vice-questore di Palermo poi assassinato dalla mafia]». Scriveva Niccolai: «Importante Vito Guarrasi per il PCI. Al punto che il 30 maggio '74 [...] Emanuele Macaluso, direttore de "l'Unità" inviò al ministro dell'interno un'interrogazione, chiedendo, in modo perentorio, l'allontanamento dal servizio dei questore Angelo Mangano perché costui, in dichiarazioni rese davanti alla Corte di Assise di Palermo, aveva osato dire, sul conto di Guarrasi, quello che oggi si trova scritto sui diari di Rocco Chinnici: Vito Guarrasi, la testa pensante della mafia in Sicilia». Macaluso, chiamato in causa dalla pubblicazione dei diari di Chinnici, fece emanare una precisazione in cui affermava che la sua amicizia con Guarrasi era conseguenza dei rapporti che lo stesso Guarrasi intratteneva con tutto il gruppo dirigente comunista siciliano, e ricordava che Guarrasi era stato candidato nel '48 nelle liste del Fronte Popolare, era stato poi amministratore del «giornale democratico di Palermo "l'Ora" e consigliere giuridico di Enrico Mattei e dell'ENI». I rapporti di Guarrasi con il PCI -secondo Macaluso- si sarebbero poi interrotti dopo l'esperienza del governo di Milazzo. Peccato che l'interrogazione dello stesso Macaluso, prima riportata, sia successiva di quasi quindici anni a quel governo siciliano. Pio La Torre finirà poi massacrato dalla mafia e Niccolai invitava ad andare a guardare all'appalto del Palazzo dei Congressi di Palermo, («un appalto di diversi miliardi. Una ditta cara a sinistra, data per vincente, e che poi non ce la fa») e al racconto che si fa nella relazione di minoranza dei MSI -redatta dallo stesso Niccolai e definita «una cosa seria» da Leonardo Sciascia- «della convenzione che il Comune di Palermo stipula con la ditta Vaselli negli anni '60, per il rinnovo dell'appalto della nettezza urbana. E si troverà che anche Pio La Torre si portava dietro i suoi peccatucci, tipici di una situazione, quella siciliana, dove il PCI è stato sempre non forza di opposizione, ma di potere, niente altro che forza di potere».
Altri fatti ancora mostrano quale sia stato -e quale sia ancora- l'approccio dei PCI (e della sinistra in generale) al potere e alla politica. Fatti che fanno capire e che fanno apparire «naturale» quello che è successo in questi anni in Sicilia, a Milano (tangentopoli) e in ogni angolo d'Italia. Anni fa Niccolai scriveva -tramite il "Giornale di Sicilia" e "l'Unità"- una lettera (mai pubblicata perché il destinatario non ne volle sapere di rispondere) indirizzata ad Emanuele Macaluso, «per sapere se il PCI non partecipasse almeno in Sicilia al sistema di potere DC», e chiedeva: «che cosa ci faceva, nel febbraio del '72, nel Consiglio di Amministrazione della finanziaria GEFI, proprietaria del pacchetto di maggioranza dell'ex-Banca Loria, poi Banco di Milano di Michele Sindona, l'avvocato Calogero Cipolla, all'epoca presidente del giornale (comunista) "l'Ora" di Palermo, consigliere di amministrazione del quotidiano (comunista) "Paese Sera", fratello del senatore (comunista) Nicolò Cipolla, già membro della Commissione Antimafia [...]». Quello di non rispondere quando è in difficoltà è per Macaluso un vizio. Infatti non ha mai voluto rispondere nemmeno alle richieste di spiegazioni sul passaggio delle vecchie miniere baronali dalla mano privata a quella pubblica. Un «affare» a proposito del quale Leonardo Sciascia ha scritto che «nulla capiremo della mafia finché non metteremo in luce gli aspetti di questa vicenda». C'è poi una dichiarazione di Maria Fais, amica della famiglia La Torre, rilasciata dopo l'assassinio del parlamentare comunista, che si salda perfettamente con quanto detto: «Pio sospettava che "l'Ora" e "Tele l'Ora", testate del PCI fossero finanziate da imprenditori siciliani vicini alla mafia». Che l'approccio alla politica dei PCI fosse uguale a quello della DC anche fuori dalla Sicilia lo dice poi il democristiano Cirino Pomicino in una dichiarazione del 1982. Eccola: «Gli sviluppi dell'ultimo periodo a Napoli presentano un dato di continuità: quello dei rapporto tra gruppo doroteo della DC ed amministratori comunali del PCI. Per essere più precisi, tra Andrea Geremicca deputato ed assessore di punta comunista e Raffaele Russo, gaviano. La gestione di ventimila alloggi da costruire e distribuire in base alla legge Andreatta è stata manipolata da un cosiddetto comitato politico che è la sede della spartizione fra PCI e dorotei». La fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta sono caratterizzati da una lunga serie di delitti «eccellenti». Cadono, tra gli altri, il già citato Boris Giuliano, Cesare Terranova, Michele Rejna, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Piersanti Mattarella. Nell'aprile del 1982 muore anche -come già detto- Pio La Torre, segretario regionale del partito Comunista. Questo delitto precede di soli quattro mesi un altro delitto «eccellente», che è anche un delitto annunciato: quello di Carlo Alberto Dalla Chiesa
 
3ª parte
Dalla Chiesa, reduce dal successo contro il terrorismo, viene nominato Prefetto di Palermo. Sembra un segnale importante. Si crede che il governo voglia combattere davvero la mafia.  Ma è solo apparenza. Il figlio del generale, Nando, racconta nel suo libro "Delitto imperfetto" che, prima di partire per la Sicilia, il padre ebbe un incontro che sarebbe stato «(...) per il suo destino un incontro cruciale: quello con Giulio Andreotti». Dopo questo incontro il Generale avrebbe detto: «Sono andato da Andreotti e quando gli ho detto tutto quello che so dei suoi in Sicilia è sbiancato in faccia». Andreotti, dal canto suo, ha smentito che in quell’incontro si sia parlato dei rapporti mafia-politica. Però, nel suo diario, nella pagina del 6 aprile 1982, il Generale ha lasciato scritto: «Poi ieri anche l’on. Andreotti mi ha chiesto di andare e naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato, per via indiretta, interessato al problema. Sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardo per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori». Chi ha mentito?  Comunque, appena Dalla Chiesa arriva in Sicilia incominciano le polemiche sui poteri da conferirgli. E a schierarsi contro di Lui sono proprio gli uomini e i partiti di governo che li avevano promessi e che, secondo Nando Dalla Chiesa, erano stati posti dal padre come condizione per l’accettazione della nomina. Comincia il socialdemocratico Carlo Vizzini ricordando che il compito affidato al neo-prefetto era quello di «Spezzare le pericolose collusioni tra la delinquenza organizzata e l’eversione». (Quindi non i legami tra mafia e politica). I giornali del 13 agosto riportano la notizia che il Ministro degli Interni Rognoni e il Presidente del Senato, Fanfani, sono contrari all’idea di un Dalla Chiesa nazionale. Scrive il giudice Minna: «Qualcuno del governo non vuole che Dalla Chiesa faccia il suo dovere ...». Sul "Giornale di Sicilia" del 18 agosto il vicario episcopale Padre Francesco Michele Stabile dichiara: «La gente comincia a pensare che i gruppi di potere una direzione operativa a Dalla Chiesa non vogliono dargliela perché il Prefetto potrebbe davvero sconfiggere la mafia (...). Troppe complicità fra i pubblici amministratori. Troppe collusioni ed anche troppe omissioni ...». E quali fossero le collusioni lo diceva lo stesso Generale il quale, secondo il figlio, dichiarava: «Ora sono stato mandato in Sicilia. Non ci posso far niente se lì i più legati alla mafia sono democristiani». Ma i problemi per lui sarebbero stati non solo con la DC, ma anche con i partiti laici. In un’intervista a "Il Mondo", Angelo Sanza, uomo di governo democristiano, legato a De Mita, delegato ai problemi della polizia, affermava che Dalla Chiesa non poteva avere a Palermo compiti che sono propri di organizzazioni centrali.  Secondo Nando Dalla Chiesa il messaggio lanciato da Sanza sarebbe stato questo: «Dalla Chiesa è un prefetto come gli altri, non ha e non avrà nessun potere in più ...» e «Di fatto significa, ancora, che lo Stato, se sarà toccato Dalla Chiesa, non riterrà di essere stato colpito al cuore, di doversi mettere in guerra con la mafia». Lo stesso Nando così commenta: «Se non sbaglio, quel messaggio ha trovato orecchie attente». In questo clima, mentre la mafia continua ad uccidere e a far sapere che è cominciata "l’operazione Carlo Alberto", si arriva quasi a negare l’esistenza stessa della mafia, o almeno la collusione con i politici: il sindaco di Palermo, Martellucci, dichiara: «Io non conosco collusioni mafiose al Comune di Palermo», e il prefetto di Catania, Abatelli, afferma: «Qui la mafia non esiste». Dalla Chiesa cerca allora di utilizzare la stampa per costringere il governo ad uscire allo scoperto e a muoversi. Concede a Giorgio Bocca la famosa intervista in cui dichiara di essere stato lasciato solo e di essere, per questo, un facile bersaglio per la mafia. Ma il Presidente del Consiglio, il Ministro degli Interni e tutto il governo non si muovono.  Il 2 settembre, il Generale viene assassinato insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro. Si pensa ad una talpa che avrebbe informato il commando mafioso dell’uscita del Generale dalla Prefettura e dell’itinerario seguito. Nando Dalla Chiesa afferma che in Prefettura lavoravano -tra gli altri- Antonio Miceli, fratello del famigerato Joseph Miceli Crimi, il medico che aveva ospitato Sindona all’epoca del suo falso rapimento e Ciro Lo Prato, segretario comunale di Mariano, democristiano, nipote del boss mafioso Vincenzo Catanzaro coinvolto nell’indagine sull’assassinio del colonnello Russo. Ma il successore di Dalla Chiesa smentisce la possibilità di infiltrazioni. Subito dopo il delitto, su "Il Giornale", Indro Montanelli scrive: «Chi siano i capi mafiosi e da chi siano protetti, a Palermo lo sanno anche le pietre. È ora che vengano stanati a qualunque prezzo e con qualunque mezzo. Chi cercherà di opporvisi non potrà che essere considerato un (...) favoreggiatore». E ancora: «Inchiesti il Parlamento, se vuole, ma su sé stesso» e, riferendosi alla Regione Sicilia: «Sappiamo benissimo quanto di mafia è permeata e succube». Ai funerali i figli di Dalla Chiesa notano la presenza, davanti alla bara, della corona inviata dalla Presidenza della Regione Sicilia. Quella presenza -scrive Nando- fa tornare loro in mente la frase detta dal padre: «Nei delitti di mafia la prima corona ad arrivare è quella del mandante». La morte del Generale è un colpo per tutta l’Italia. É chiaro a tutti che le istituzioni -governo in prima fila- non hanno fatto nulla per permettergli di combattere sul serio la mafia. Accanto alla ribellione nasce allora la sfiducia. La convinzione che la mafia non può essere vinta perché la classe politica è troppo legata ad essa. Dal canto suo il Governo cerca di inventare qualcosa di nuovo; e mentre tutti coloro che avevano osteggiato Dalla Chiesa da vivo ne tessono le lodi da morto e negano qualsiasi disaccordo con esso, quei poteri che Lui aveva continuamente richiesti, che gli erano stati promessi prima e negati poi, vengono concessi -forse ancora più ampi- al suo successore. E dal cilindro dei politicanti nasce una nuova figura, quella dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia. La mafia continua, però, ad operare senza grossi problemi. Ad operare e ad uccidere. Cadono: il procuratore della Repubblica di Trapani, Giacomo Ciaccio Montalto; il capitano dei carabinieri, Mario D’Aleo; il giudice Rocco Chinnici; il giornalista Giuseppe Fava; il commissario di polizia Giuseppe Montana; il vicedirigente della squadra mobile, Antonio Cassarà; il magistrato Giuseppe Giacomelli; il presidente della Corte d’Appello di Palermo, Antonio Saetta; il giudice Livatino. Cadono anche politici ed imprenditori, e non solo in Sicilia. In Calabria viene assassinato un politico eccellente: l’ex-onorevole democristiano Lodovico Ligato. Sempre in Calabria, dove anni prima era stato assassinato un alto magistrato, Francesco Ferlaino, viene assassinato, nell’agosto del '91, Antonio Scopelliti, sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Unico fatto di grande importanza nella lotta alla mafia, negli anni ottanta, il processo che un gruppo di magistrati riesce a mettere in piedi in Sicilia, contro pesci piccoli e grossi della mafia, e che resiste fino alla Cassazione. Di questo gruppo di magistrati fanno parte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Giovanni Falcone raccontava che il pentito Tommaso Buscetta gli aveva detto che Cosa Nostra, prima di arrivare all’eliminazione fisica di un nemico esterno (come può essere un magistrato), cerca di screditarlo. Questa tecnica viene puntualmente attuata contro di Lui: prima i veleni del palazzo di Giustizia di Palermo, con le lettere del corvo, poi il fallito attentato del giugno del 1989 che viene usato per screditare il magistrato. Si arriva infatti a sostenere che esso non era opera della mafia e che serviva come mezzo pubblicitario. Intanto, il gruppo di magistrati che ha portato a termine gli importanti processi di mafia -per uno di quei tanti misteri italici- è stato sciolto. Il 13 marzo '91, Falcone viene nominato Direttore degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia e trasferito a Roma. L’allontanamento da Palermo non pone però il giudice al riparo da Cosa Nostra. Il 23 maggio '92, mentre in Parlamento si susseguono le inutili votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica, Giovanni Falcone viene fatto saltare in aria insieme alla moglie Francesca Morbillo e a tre uomini di scorta sull’autostrada che porta dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Poco tempo prima, sempre a Palermo, era stato assassinato Salvo Lima, europarlamentare della Democrazia Cristiana, ritenuto uno degli uomini più potenti della Sicilia e personaggio di spicco degli atti della Commissione Antimafia. Le indagini dei magistrati palermitani sull’uccisione dell’europarlamentare e le confessioni di alcuni mafiosi pentiti sembrano oggi avere confermato quello che tutti sapevano: Salvo Lima era il difensore politico della mafia ed esercitava il suo compito appoggiandosi a Giulio Andreotti. Il giudice Giuseppe Ayala ha detto che Cosa Nostra non lascia niente al caso. La morte di Lima avrebbe quindi dovuto far capire che all’interno dell’organizzazione si stava giocando (e ancora si sta giocando) una partita importante, ma avrebbe -ancor di più- dovuto fare riflettere su un dato importantissimo: se Lima è stato eliminato vuol dire che ci sono già altri politici di non minore importanza e potere pronti a sostituirlo nelle sue funzioni. Lo Stato non è però riuscito a salvare Falcone. Morto Falcone, chiunque avrebbe dovuto capire che il bersaglio immediatamente successivo sarebbe stato Paolo Borsellino.  Puntualmente, due mesi dopo la strage di Capaci, anche Borsellino salta in aria insieme agli uomini della sua scorta. Se l’attentato a Falcone era difficile da prevenire -nelle condizioni attuali-, quello contro Borsellino era talmente ovvio e prevedibile, da manuale, che lascia increduli per come si è potuto attuare. Scontato l’obiettivo: il Magistrato; possibilissimo come obiettivo -anche a prescindere dalla presenza dello stesso- il luogo dell’attentato: il palazzo in cui abita la madre del giudice, lasciato senza alcuna protezione; da manuale la tecnica usata: un auto-bomba; tecnica già usata per assassinare il giudice Chinnici.  Perché, allora, chi doveva non ha preso le necessarie precauzioni? Aveva detto Falcone: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno». Anche Falcone e Borsellino erano dunque stati lasciati soli. Come Dalla Chiesa. Ma anche Falcone e Borsellino erano diventati troppo potenti. Ed infatti uno dei magistrati che con Falcone e Borsellino aveva lavorato a lungo -Giuseppe Ayala-, subito dopo la strage, ha detto: «Dire mafia è troppo poco per spiegare questa strage». La morte di Falcone, e poi quella di Borsellino, assumono un significato politico. Perché, per esempio, per trasferire i mafiosi dall’Ucciardone (il carcere di Palermo) si è aspettato che fossero assassinati i due magistrati più impegnati nella lotta a Cosa Nostra; i due magistrati che più di ogni altro avevano capito la mafia. E se, ufficialmente, Buscetta aveva detto a Falcone che non avrebbe parlato dei rapporti tra mafia e politici, perché le cose che avrebbe potuto dire erano tali che avrebbero reso incredibili tutte le altre accuse, è possibile che lo stesso non avesse lanciato ai giudici di cui si fidava almeno un segnale su quali erano i politici da cui avrebbero dovuto guardarsi maggiormente? Il giudice Caponetto ha confermato, in un intervista televisiva, che Buscetta, fuori verbale, aveva fatto il nome di Salvo Lima. Adesso, secondo un settimanale, viene fuori che lo stesso Buscetta avrebbe fatto a Falcone i nomi dei politici che ordinavano di uccidere, proprio pochi giorni prima della morte del magistrato. La morte di Falcone e Borsellino suscita nuove ondate di emozione e di rabbia in tutta Italia e, come al solito, il Governo cerca di varare misure che plachino l’opinione pubblica: i mafiosi dell’Ucciardone vengono trasferiti e in Sicilia arriva l’esercito. Ma la mafia non è un problema di ordine pubblico. Il giudice Ayala, in una trasmissione televisiva, ha detto che la mafia non si combatte mandando per le strade di Palermo ragazzi di vent’anni con il fucile in mano e che i provvedimenti del governo sono solo di facciata e non serviranno a combattere quella mafia che è cresciuta grazie ai governi che si sono succeduti e di cui quello attuale prosegue la politica. Certo la presenza di militari fa diminuire scippi, furti e rapine; ma non si sconfigge la mafia se non c’è una volontà politica per farlo. Diceva Giovanni Falcone: «Diversi anni fa, a Palermo fu consumato uno degli ormai tanti omicidi eccellenti. Mentre ero immerso in amare riflessioni squillò il telefono. Era l’Alto commissario per la lotta alla mafia del tempo: "E ora cosa possiamo inventare per placare l’allarme del Paese?" mi chiese». L’Alto commissario non si preoccupava tanto di combattere la mafia, ma di cosa inventare per placare l’opinione pubblica.  Questo ed altri episodi danno, secondo Falcone, il quadro realistico dell’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dalla impressione suscitata da un crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull’opinione pubblica. É quello che sta scritto anche in un messaggio fatto pervenire al giudice Caponetto -padre del pool antimafia di cui avevano fatto parte Falcone e Borsellino- da un vecchio compagno di scuola: «... I vari Martelli non mirano a bonificare né a migliorare, pensano solo al proprio interesse, gli basta una mossa indovinata per l’opinione pubblica. Anche perché non è gente cui preme che la verità venga tutta a galla o sia perseguita". Ed infatti Cosa Nostra ha continuato a colpire. Si è salvato per miracolo un collaboratore di Borsellino e, proprio a Palermo, è stato tranquillamente assassinato uno dei potentissimi in odore di mafia: Ignazio Salvo. Ma questo Stato può combattere davvero e fino in fondo la mafia?
Secondo me, no! Non può combatterla perché esso nasce non dalla resistenza -come si dice comunemente-; nasce nel 1943 dagli accordi degli americani con i mafiosi. Quel Vito Guarrasi di cui ho parlato era, nel 1943, ad Algeri, insieme al generale Castellano, a trattare la resa dell’Italia. Ma Vito Guarrasi era soltanto un sottotenente. Chi rappresentava? E poi c’è quell’articolo 16 del Trattato di pace. Non può combattere la mafia perché i mafiosi albergano all’interno delle istituzioni e degli onnipotenti partiti che le occupano, e perché essa ha un potere economico enorme. Diceva Falcone: «Cosa Nostra non è un anti-Stato, ma piuttosto un organizzazione parallela ...». Dopo la morte di Dalla Chiesa, Alberto Cavallari, su "Il Corriere della sera" aveva scritto: «Dalla Chiesa muore perché spedito al fronte senza tenere conto che dietro le sue spalle la mafia ha invaso le retrovie, gli stati maggiori, l’intendenza, il territorio nazionale. Che può fare Dalla Chiesa se Milano è mafiosa come Palermo, se Torino ha più cosche di Agrigento, se Roma è una grande Bagheria?». Dopo l’assassinio di Falcone, Claudio Magris, sullo stesso quotidiano: «(...) la mafia è diventata parte del corpo che dovrebbe combatterla, si è intrecciata con gli organi dello Stato e del mondo politico fino a rendersi indistinguibile da esso». Giuseppe Fava, il giornalista assassinato dalla mafia, aveva scritto: «I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono Ministri, i mafiosi banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione». Su "l'Espresso" del 5 aprile, Giorgio Bocca ha scritto che quasi la metà dei giudici riuniti in assemblea dopo l’assassinio del giudice Livatino «(...) hanno firmato un documento in cui si dice che la mafia vince non solo per l’insufficienza dello Stato, ma per un preciso disegno volto a disarticolare ogni tipo di controllo istituzionale e a mantenere gli attuali equilibri economici basati su un intreccio sempre più potente tra attività legali e illegali su cui si fonda il consenso al potere politico attuale». Falcone raccontava che Buscetta gli aveva detto: «Ho fiducia in lei, giudice Falcone, come ho fiducia nel vicequestore Gianni Di Gennaro  Ma non mi fido di nessun altro. Non credo che lo Stato italiano abbia veramente intenzione di combattere la mafia». Nel dicembre del 1983, in un convegno tenuto a Reggio Calabria sul tema "Mafia-Stato-Società", Raffaele Bertone, allora presidente della sezione antimafia del Consiglio Superiore della Magistratura, aveva detto: «(...) mentre l’attacco del terrorismo alle istituzioni aveva radici ed origini esterne ad esse, quello mafioso trova sostegno oggettivo all’interno delle istituzioni, tra coloro che in misura più o meno significativa le rappresentano e le esprimono».
Beppe Niccolai, nelle conclusioni della sua relazione quale componente della Commissione Antimafia, così scriveva: «La battaglia contro la mafia si combatte sul fronte dei partiti, debellando prima l’omertà, o meglio l’equilibrio dei ricatti che si è stabilito fra i partiti per poi passare, con mezzi rigorosi e alla piena luce del sole, alla pulizia interna, senza la quale, per dirla con Leonardo Sciascia, grazie al canale putrescente delle correnti partitocratiche, si darà sempre il caso che l’uomo politico di statura europea, moderno, di idee avanzate, ritenuto, in Italia e fuori, capace di guidare le sorti del governo e dello Stato, in Sicilia risulti di fatto il più efficiente protettore degli uomini politici indiziati di mafia, o addirittura, della mafia». Ma i partiti si sono guardati bene dal fare pulizia, dal recidere i rapporti con la criminalità, organizzata o meno. Diceva Giovanni Falcone: «La mafia, è un fatto notorio, controlla gran parte dei voti in Sicilia. Il pentito Francesco Marino Mannoia ha parlato di decine di migliaia di voti sotto influenza nella sola Palermo. E le elezioni politiche del 1987 hanno peraltro messo in luce massicci spostamenti di voti nei seggi elettorali più significativi». Questo spostamento di voti «è stato provocato da Cosa Nostra per lanciare un avvertimento alla Democrazia Cristiana, responsabile di non avere saputo bloccare l’inchiesta antimafia dei magistrati di Palermo».
I voti sottratti alla DC -secondo Falcone- «sono confluiti verso quei partiti che avevano assunto una posizione fortemente critica nei confronti della magistratura: il Partito Socialista e il Partito Radicale». Sempre secondo Falcone, alla mafia i problemi politici «non interessano più di tanto fino a che non si sente minacciata nel suo potere o nelle sue fonti di guadagno. Le basta fare eleggere amministratori e politici amici e a volte addirittura membri dell’organizzazione. E ciò sia per orientare il flusso della spesa pubblica, sia perché vengano votate delle leggi idonee a favorire le sue opportunità di guadagno e ne vengano invece bocciate altre che potrebbero esercitare ripercussioni nefaste sul suo giro d’affari». E che i mafiosi sappiano bene quali uomini e quali partiti far votare lo dimostra questo quadro della collusione e dei rapporti politica-criminalità, riferito alla Calabria, tratto dal libro di Franco Martelli: «Scrivevano di don Mommo Piromalli i carabinieri di Gioia Tauro, in un rapporto del 1970: "Gode delle amicizie in seno al personale di governo, con i quali si mantiene in buoni rapporti e dei quali gode anche protezione (...)". Tre anni dopo, nel corso di una perquisizione nella villa Piromalli, venivano trovati i biglietti da visita di alcuni deputati calabresi della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista». I De Stefano, in varie occasioni hanno fatto campagna elettorale per il PSDI; i boss mafiosi del reggino hanno fatto il giro della Calabria per un parlamentare democristiano; decine di mafiosi sono stati graziati al tempo in cui era sottosegretario alla giustizia un parlamentare repubblicano.  Nel giugno 1980 «La DC al comune di Reggio ha presentato un cugino dei De Stefano (...) risultato al secondo posto fra gli eletti. Nel periodo elettorale, Paolo De Stefano, rimasto a capo della famiglia dopo l’uccisione dei due fratelli, aveva ottenuto la sospensione del soggiorno obbligato dovendo essere sottoposto ad un processo a Reggio. (...) Nella stessa occasione, di uguale trattamento ha goduto il boss di Rosarno Giuseppe Pesco, in permesso nel suo comune dove era attivamente impegnato nella campagna elettorale per il PSI. (...) Casi altrettanto clamorosi si sono registrati nel PRI che ha eletto alla Regione Pietro Araniti, cugino del boss Santo Araniti. (...) Sempre i repubblicani hanno fatto eleggere alla provincia di Reggio il genero di don Antonio Macrì, Pietro Ligato. (...) Il PSI, da parte sua, aveva candidato al comune di Montebello Ionico il latitante Paolo Fati, risultato poi primo degli eletti. L’infiltrazione non ha risparmiato in questi anni neanche il PSI».
 
Francesco Mastroianni

TRATTO DA:
http://www.beppeniccolai.org/Mafia_potere.htm

lunedì 29 gennaio 2018

Il Risorgimento fu una guerra coloniale

di Enrico Montermini

Il Risorgimento fu una guerra coloniale

Le origini di molti mali dell’Italia di oggi risiedono nelle particolari circostanze in cui il sogno dell’unità nazionale fu raggiunto. Se vogliamo accantonare il mito risorgimentale e guardare ai fatti, dobbiamo parlare di una spietata guerra di conquista e di saccheggio scatenata dal Piemonte contro i floridi stati preunitari.

 
La storiografia più recente ammette che tra gli obbiettivi di Cavour c’era quello di garantire alla nascente industria del Nord i capitali per il suo sviluppo e un mercato per i suoi prodotti. A questo punto, se vogliamo chiamare le cose col loro nome, si deve parlare di una guerra coloniale: un’espressione che gli storici si rifiutano di usare per una sorta di riserva mentale, che del resto è facilmente comprensibile.

Parlare di guerra coloniale impone l’uso di determinate categorie di analisi, che risultano politicamente scomode ancora oggi. Per convincersene basta constatare che i più importanti documenti governativi sul Risorgimento sono tuttora coperti da segreto di Stato.

Colonialismo e neocolonialismo

Nell’epoca dell’imperialismo il capitale monopolistico ruppe gli argini ristretti dello Stato nazionale per espandersi all’Estero. È questo il filo rosso che lega il colonialismo al neocolonialismo.

Nella fase coloniale la potenza imperialista interviene direttamente per garantire la sicurezza degli investimenti e lo sfruttamento del territorio. Nella fase successiva dell'emancipazione nazionale il grande capitale arruola tra gli indigeni il personale di cui ha bisogno: tecnici, amministratori, sbirri. Sebbene in modo più sfumato, la potenza imperialista continua anche in questa fase a condizionare la ex colonia ora indipendente: attraverso i programmi di assistenza economica, militare e culturale, ma ricorrendo anche alla corruzione, all’intimidazione, al colpo di stato e all’intervento militare diretto. Il tutto nell’interesse del grande capitale, che nel frattempo è diventato cosmopolita.

Nel caso italiano il Regno del Piemonte si sostituì, semplicemente, all’Austria come potenza coloniale. L’unità d’Italia segnò il punto di transizione dall’epoca coloniale al neocolonialismo. Abbiamo infatti la fine di una dominazione straniera – piemontese, in questo caso – e il sorgere di uno Stato unitario e formalmente indipendente sul piano politico, ma pur sempre aggiogato al carro del grande capitale.

La borghesia compradora

La resistenza delle strutture tribali alle strutture del capitalismo avanzato hanno provocato un fenomeno di reazione, che è possibile osservare nella storia di ogni Paese toccato dal colonialismo. Questa situazione si può trovare anche nel Mezzogiorno italiano e prende il nome di brigantaggio.

Le strutture economiche del capitalismo hanno prodotto, nei Paesi di recente indipendenza, anche nuove strutture sociali che si sono sovrapposte a quelle tradizionali. Mi riferisco all’affermazione di una particolare classe sociale, chiamata borghesia compradora. Essa non è la borghesia produttiva che fa impresa. Non è la piccola borghesia cittadina dedita al commercio spiccio né quella rurale dei piccoli proprietari terrieri. La borghesia compradora può essere descritta come l’agente del grande capitale nei Paesi in via di sviluppo oppure come l’intermediario tra il capitalismo cosmopolita e la popolazione indigena. E’ la classe sociale degli amministratori, degli ufficiali dell’esercito, degli impiegati di banche straniere e multinazionali, dei liberi professionisti. L’unica ragion d’essere della borghesia compradora è la difesa degli investimenti stranieri sul territorio minacciati dalle rivendicazioni sociali delle masse indigene oppresse. Da ciò i suoi membri traggono una rendita di posizione, che si esprime nelle forme del potere personale, del prestigio e della ricchezza.

La borghesia compradora comparve in Italia alla vigilia dell’unità nazionale col preciso compito di saccheggiare il Paese per sé e per i propri padroni: i potenti banchieri israeliti di Parigi, Londra e Ginevra guidati dai Rothschild. Furono costoro, infatti, che finanziarono le guerre d’indipendenza e il processo di modernizzazione del Paese. Considerati gli interessi che la borghesia compradora difende, non sorprende che governi di diverso colore politico si alternino tra loro senza che nulla cambi.

La massoneria

La grande protagonista dell’unità d’Italia fu la massoneria. Il Grande Oriente d’Italia sorse ufficialmente come estensione della Loggia Ausonia, fondata nel 1859 a Torino con la benedizione di Cavour. Vi entrarono in massa personaggi che poco o nulla sapevano dell’Arte Muratoria, ma che occupavano posizioni sociali di rilievo ed erano ardenti patrioti. Fu la massoneria a selezionare la borghesia compradora italiana, che sostituì gli amministratori e gli sbirri austriaci e assorbì al proprio interno quelli borbonici.

Esiste quindi una continuità nella trasmissione del potere da una generazione all’altra, attraverso i meccanismi ben noti del nepotismo, della raccomandazione e della corruzione. Tale continuità è assicurata dalla massoneria. È l’Ordine a garantire l’impunità della casta al potere, poiché controlla contemporaneamente il potere legislativo, esecutivo e giudiziario e perché mette in relazione il magistrato col il malavitoso, il politico corrotto col faccendiere corruttore, l’élite italiane e con quelle straniere.

Finanza, massoneria e borghesia compradora

Lo schema che abbiamo delineato si palesa chiaramente nella storia di Adriano Lemmi, il “banchiere del Risorgimento”, Gran Maestro della Massoneria negli anni tra il 1885 e il 1896. Egli fu il punto di congiunzione tra il mondo dell’alta finanza e la borghesia compradora italiana. Lemmi fu l’eminenza grigia dietro il primo ministro Francesco Crispi, che era a sua volta un “33” del Rito Scozzese. Confrontando le date, possiamo dire che l’epoca della Destra storica coincide interamente con la gran maestranza di Lemmi.

Fu Lemmi a creare una Loggia supersegreta, la Loggia di Propaganda, per nascondere l’affiliazione massonica dei personaggi più autorevoli e influenti del tempo: banchieri e uomini politici. Quando il Venerabile Licio Gelli assurse a eminenza grigia della Prima Repubblica, non fece altro che ricopiare i metodi di Lemmi creando la Loggia Propaganda 2 (o più semplicemente P2).

Come ogni borghesia compradora, anche quella italiana è tradizionalmente corrotta, inefficiente e arrogante. Il primo scandalo dell’Italia unita fu quello delle Ferrovie meridionali, nel quale Lemmi figura come l’organizzatore di un giro di mazzette che coinvolse faccendieri, uomini politici e avvocati. Poco più di un secolo dopo, la storia si è ripetuta con lo scandalo della metropolitana di Milano, per il quale il Presidente del Consiglio Bettino Craxi e altri furono condannati per corruzione. Possiamo aggiungere che Craxi e Martelli, nel 1981, avevano letteralmente comprato il Partito Socialista con i soldi messi a disposizione dalla P2 secondo le dichiarazioni dell’on. Cicchitto.

La super-loggia di Gelli fu coinvolta anche nello scandalo del crack del banco Ambrosiano, al quale va collegata l’uccisione del banchiere massone Roberto Calvi. Pure qui nulla di nuovo sotto il sole: nel 1893 il governo Giolitti cadde a causa dello scandalo della Banca romana, una truffa colossale di cui Lemmi era – di nuovo – il regista. Pure negli odierni scandali bancari si può leggere, dietro alle collusioni tra politica e finanza, la lunga mano della massoneria.

Certi fenomeni criminogeni si ripetono periodicamente nella storia italiana proprio a causa del peccato originale della genesi dell’Italia unita: un’operazione colonialista condotta in nome del grande capitale, nel quale la massoneria ha giocato un ruolo decisivo.

I Rothschild e i loro agenti

Fu la grande finanza ebraica a spingere i governi europei a intraprendere le iniziative coloniali dell’Ottocento. Ciò accadde perché il grande capitale non trovava più sufficientemente remunerativi gli investimenti nelle loro nazioni d’origine. Il caso italiano non fa eccezione.

Furono i Rothschild di Parigi e i loro agenti a Parigi, Londra e Ginevra a finanziare le guerre d’indipendenza, la costruzione di cantieri navali, ferrovie e fabbriche di armi, l’allestimento di una moderna flotta. Re Vittorio Emanuele II e Cavour contrassero con la finanza ebraica debiti di tali proporzioni da rendere necessario il saccheggio sistematico del resto della Penisola. Questo fu il meccanismo criminale che portò all’unificazione della Penisola.

L’Italia è sempre stata una terra ricca grazie ai suoi porti, alla sua collocazione geografica, alla fertilità della pianura padana, all’ingegnosità dei suoi abitanti: c’era tanto da predare in Italia, allora come oggi.

Il sacco d’Italia iniziò accentrando in un’unica mano la leva della fiscalità a partire dal 1861 e fu condotto per mezzo di un esercito di amministratori corrotti, sbirri e soldati. Così, servendosi della borghesia compradora selezionata e arruolata dalla massoneria, il grande capitale instaurava le sue strutture economiche nella Penisola. Il risultato fu un’ondata di miseria quale non se ne ricordava da secoli: fu a quel punto che milioni di compatrioti iniziarono a emigrare in America con le famose valige di cartone. Oggi il fenomeno si ripete: sono giovani diplomati e laureati che partono per Londra, per Sidney e per Berlino in cerca di opportunità di lavoro che in Italia mancano, piccoli imprenditori che chiudono le loro fabbrichette in Italia per delocalizzare le produzioni, pensionati che fuggono in Portogallo, in Romania o in Tunisia per poter vivere dignitosamente gli ultimi anni della loro vita con quel poco di pensione che si ritrovano. Tutto questo accade perché esiste una casta che nulla produce, ma depreda, dilapida e si vende le ricchezze che dovrebbe amministrare in nome del popolo sovrano.

Cleptocrazia

Dal 1861 la borghesia compradora che governava il Paese impose al Sud la pesante tassazione che già gravava sul Nord, aggiunse nuovi balzelli come l’odiosa tassa sul macinato, confiscò i palazzi e le tenute fondiarie della Chiesa, che i soliti faccendieri si accaparrarono a prezzi stracciati. Tutto ciò serviva ad alimentare la corruzione, la speculazione e il clientelismo mentre prestiti sempre crescenti venivano richiesti sui mercati alimentando la spirale del debito pubblico. Fu così l’Italia si configurò, fin dall’inizio, come una cleptocrazia ossia un governo basato sul malaffare.

Sia ben chiaro, dove c’è la politica vi è sempre corruzione, in qualunque Paese: tuttavia, tra tutti i Paesi più evoluti, solo in Italia si è affermato un sistema democratico basato sulla corruzione sistematica e il clientelismo gestito dai partiti. Se infatti venissero meno gli aspetti corruttivi e clientelari del sistema, i partiti imploderebbero su sé stessi perché non hanno alcun seguito popolare e la democrazia in Italia collasserebbe.

Storia d’Italia in pillole

La storia d’Italia potrebbe dividersi agevolmente in tre periodi storici caratterizzati dalla sudditanza nei confronti di diversi comitati d’affari. Questi comitati sono formati da grandi famiglie di banchieri israeliti.

Il primo periodo potremmo chiamarlo rothschildiano ed è già stato analizzato: è il periodo delle guerre risorgimentali, finanziate da una cordata di banchieri israeliti parigini, londinesi e ginevrini guidati dal ramo francese dei Rothschild.

Il secondo periodo ha inizio con la gran maestranza di Adriano Lemmi e copre gran parte dell’epoca dell’Italia liberale. È il momento in cui i grandi banchieri mitteleuropei irrompono con i loro capitali in Italia, orientando le scelte strategiche dei nostri governi in senso autoritario, filo-germanico e antifrancese. Nel 1894 viene fondata dall’israelita polacco Otto Joel la Banca Commerciale Italiana con la benedizione del figlio di Bismark, che militava nella stessa loggia massonica del Kaiser. La BCI operò come cavallo di troia per la penetrazione dei capitali tedeschi nei Balcani e nell’Impero ottomano. Sotto la regia dell’israelita e massone Giuseppe Volpi, del patrizio veneziano Pietro Foscari e di Bernardino Nogara la banca organizzò il colpo di stato dei Giovani Turchi contro il sultano Memhet V, che fu tenuto prigioniero nella filiale di Istanbul. Durante il fascismo Volpi diventò ministro. Foscari entrò in politica e negli ultimi mesi di vita sostenne Mussolini promuovendo la fusione tra nazionalisti e fascisti. Bernardino Nogara fondò e diresse lo IOR, la potente banca vaticana sorta per amministrare le immense ricchezze che Mussolini offrì alla Santa Sede in occasione dei Patti lateranensi: 1.200 miliardi di euro in monete d’oro più altri 900 miliardi in titoli di stato. E’ proprio a cavallo tra Otto e Novecento che nei circoli politici e finanziari tedeschi nasce l’idea di comprare l’Italia, che è l’obbiettivo segreto del progetto europeista della Germania.

Il dominio della finanza mitteleuropea in Italia ha fine durante la Prima guerra mondiale. Infatti nell’agosto 1914 Alfred Rothschild sollecita la rottura tra l’Italia e gli Imperi centrali e invita il nostro governo a unirsi alla Francia e alla Gran Bretagna nella Prima guerra mondiale. Da quel giorno ha inizio una lotta senza esclusioni di colpi per estromettere Otto Joel dalla direzione della Banca Commerciale Italiana, che era il principale canale del grande capitale in Italia. Lo scontro si conclude con la sostituzione di Otto Joel con il cugino Joseph Toeplitz e l’ingresso in guerra dell’Italia. Durante la Prima guerra mondiale ingenti capitali inglesi e francesi sostituiscono provvisoriamente quelli tedeschi.


Per effetto degli affari conclusi durante la guerra gli uomini più ricchi al mondo si trovavano in America e si erano organizzati in un comitato d’affari gestito da poche famiglie ebraiche originarie della Germania e imparentate tra loro e cioè i Warburg, gli Schiff, i Loeb, i Khan, i Lamont e i Guggenheim; ai quali vanno aggiunte le famiglie anglosassoni dei Morgan e dei Rockefeller. In queste famiglie troviamo i soci fondatori della Federal Reserve. Nel 1919 gli anglo-francesi ritirano i loro capitali dall'Italia e subentrano i capitali di Wall Street. E' Thomas W. Lamont, junior partner della JP Morgan Bank, che sostiene il fascismo dalla metà degli anni Venti fino al secondo conflitto mondiale. Inizia il periodo dell’egemonia finanziaria e politica americana in Italia, che viene rinnovata col Piano Marshall e che dura ancora oggi. Infatti durante la Prima repubblica fu l'alleanza strategica tra Cuccia e Mayer a subordinare nuovamente i destini d'Italia alla finanza ebraica americana.

Gli apparati di sicurezza

Un ultimo aspetto va analizzato e riguarda l’intima natura del potere esercitato dalla casta che si è imposta in Italia. Prima di affrontare il problema occorre spostare il nostro orizzonte un po’ più lontano e fare un confronto tra due grandi potenze: gli USA e la Russia. Grazie ai loro porti naturali sugli oceani, ai grandi laghi del Nord e ai fiumi navigabili gli americani furono in grado di sviluppare il commercio interno e internazionale: una florida economia fu sempre il collante della società americana. La Russia al contrario è sempre stata una nazione in gran parte autarchica, con pochi contatti col resto del mondo poiché la maggior parte dei suoi porti sono coperti dai ghiacci per molti mesi all’anno. I suoi territori asiatici sono in gran parte disabitati e sono stati sfruttati economicamente in modo assai limitato finora, malgrado siano ricchi di materie prime di ogni tipo. Ciò accade a causa dei grandi fiumi siberiani, che sfociano nel Mar Glaciale Artico e perciò non sono navigabili per gran parte dell’anno essendo coperti dai ghiacci. Tutto ciò ha concorso a rendere difficili e molto costosi gli spostamenti di uomini e merci sulle grandi distanze e questo spiega perché in Russia, a differenza degli Stati Uniti, non si è mai sviluppata una florida economia. In mancanza di questo, il regime zarista ha sviluppato imponenti apparati di sicurezza che sono giunti fino ad oggi passando attraverso l’esperienza sovietica.

Questa divagazione si è resa necessaria per spiegare come, date le particolari circostanze del processo di unificazione nazionale, attuata mediante la conquista militare e la repressione armata, l’Italia abbia basato a lungo la sua coesione interna sugli apparati di sicurezza. Esercito, marina, aviazione, carabinieri, polizia, guardia di finanza, un servizio segreto militare e ben due servizi segreti civili, più un’organizzazione di controllo e coordinamento dei servizi, garantiscono oggi la sopravvivenza della casta al potere e gli investimenti del grande capitale cosmopolita. Ogni volta che un rivolgimento politico (1922 e 1943) ha avuto luogo in Italia, è stato per il crollo degli apparati di sicurezza: non certo per una crisi economica.

Date queste premesse, occorrerebbe rivedere la storia del fascismo come una fase di un processo storico di lungo periodo che ha certe caratteristiche consolidate nel tempo. Si dovrebbe ammettere, ad esempio, che i governi dell’Italia liberale non hanno esitato a usare l’esercito per reprimere gli scioperi, che le carceri sabaude erano piene di oppositori politici chiamati briganti e che la lotta al brigantaggio si combatteva anche bruciando i villaggi e deportando la popolazione. Si dovrebbe ammettere, ad esempio, che la polizia ai tempi di Scelba non agiva in modo diverso dalle camicie nere nel periodo 1921-22 per reprimere il dissenso, che, in questi casi, aveva un colore politico: quello del comunismo. L’intera storia di questo Paese andrebbe riscritta per smascherare il sistematico ricorso alla coercizione armata degli apparati dello Stato per perpetuare il potere della borghesia compradora asservita al grande capitale cosmopolita e del suo partito: la massoneria.

Conclusione

Per effetto della modernizzazione, delle spese improduttive per le guerre e della corruzione diffusa l’Italia piombò nella spirale senza fine del debito fin dal giorno della sua nascita. Questa continuità storica dovrebbe convincerci che il problema del debito pubblico può essere risolto solo tagliando il nodo gordiano che lega l’Italia alla finanza sionista. Inutile dire che gli sforzi vanno concentrati contro gli agenti indigeni del grande capitale: quella rapace borghesia compradora che sistematicamente depreda gli italiani per mezzo di una fiscalità insostenibile, della svendita degli asset nazionali (le famigerate “privatizzazioni”) e della supina accettazione dei ricatti dei burocrati di Bruxelles. Impossibile disarticolare questo reticolo di interessi, che ha in mano il potere economico, politico e culturale, senza colpire le collusioni tra mafia, politica e affari, che avvengono sotto le volte dei templi massonici. Tutto ciò implica, naturalmente, un’azione rivoluzionaria e non certo democratica. La democrazia, infatti, è una mera recita e presuppone che certi argomenti non possano essere nemmeno discussi.

Senza gli interventi auspicati credo che sarà impossibile sciogliere l’ultimo e il più difficile dei nodi: riconquistare quella sovranità monetaria, di cui Cavour fece gentile dono ai banchieri italiani e stranieri. Solo allora, forse, non saremo più costretti a emigrare da una Patria ingrata perché quella Patria sarà, finalmente, la nostra Patria – e non la nostra galera!

sabato 27 gennaio 2018

Quando la Vandea divenne un lager a cielo aperto


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Testi tratti da: Reynald Secher, Il Genocidio vandeano, ed. Effedieffe, Milano 1988.

«Per tutto il 1793 vi sono distruzioni e massacri, ma in generale avvengono durante i combattimenti. L’esercito di Magonza non è senza colpa; si fa precedere all’uscita da Nantes da carriaggi di zolfo e annienta diversi villaggi. Westennann non perde occasione per bruciare e per massacrare e il suo soprannome di “macellaio di Vandea” è anteriore alla battaglia di Savenay. Si possono menzionare diversi massacri, come quello di Noirmoutier, dal 3 al 6 gennaio, quando Haxo ha dato la sua parola che avrebbe lasciato la vita a tutti coloro che si fossero arresi. Non bisogna dimenticare l’incendio di Machecoul da parte degli uomini dell’aiutante generale Guillaume, il 17 o 18 dicembre 1793, a causa dell'”indisciplina della truppa”; la distruzione di Saint-Christophe-du-Ligneron il 7 gennaio e dei dintorni di Légé l’l I dello stesso mese. I rappresentanti Choudieu e Bellegarde confessano, in una lettera alla Convenzione del 15 ottobre, che l’esercito della Repubblica era ovunque preceduto dal terrore: “Il ferro e il fuoco sono le sole armi di cui facciamo uso”.
Il progetto di distruzione totale infatti fu applicato soltanto con la proposta del piano di Turreau, nuovo generale in capo dell’armata dell’Ovest. Fin dal suo arrivo in Vandea, all’indomani di Savenay, scrive al Comitato di Salute Pubblica perché venga deliberato il piano che conta di seguire e per sollecitare un documento che lo copra: “Vi chiedo un’espressa autorizzazione o un decreto per bruciare tutte le città, villaggi e frazioni della Vandea che non sono ormai più nell’alveo della Rivoluzione e che forniscono senza posa nuovo alimento al fanatismo e alla monarchia”.
Nessuna risposta. Lo stesso Carrier, messo al corrente, si rifiuta di dargli la copertura con un ordine; il nuovo generale in capo aveva fatto una domanda simile il 28 dicembre. Non solo, i Rappresentanti in missione, Louis Turreau e Bourbotte, desiderando evitare ogni responsabilità e ogni compromissione, si fanno richiamare a Saumur con il pretesto di una malattia “derivante dalle fatiche della loro troppo lunga missione”.
Il generale Turreau ritorna tuttavia alla carica il 17 gennaio: “La mia intenzione è proprio di incendiare tutto, preservando solo i punti atti a stabilire gli acquartieramenti necessari all’annientamento dei ribelli, ma questa importante risoluzione deve essere prescritta da voi. Io sono solo un agente passivo. Dovete pavimenti pronunciarvi in anticipo sulla sorte delle donne e dei bambini. Se bisogna passarli tutti a fil di spada, io non posso adottare una simile misura senza un ordine che metta al riparo la mia responsabilità”.
Lo stesso giorno, dopo aver scritto di suo pugno in testa alla sua carta da lettere il motto: “Libertà, Fraternità, Eguaglianza o la Morte”, Turreau manda le seguenti istruzioni ai suoi luogotenenti: “Tutti i briganti che saranno trovati armi alla mano, o rei di averle prese, saranno passati a filo di baionetta. Si agirà allo stesso modo con le donne, le ragazze e i bambini. Neppure le persone semplicemente sospette dovranno essere risparmiate. Tutti i villaggi, i borghi, le macchie e tutto quanto può essere bruciato sarà dato alle fiamme”.
Ciononostante, inquieto per il silenzio di Parigi, indirizza una nuova supplica al Comitato di Salute Pubblica: “La passeggiata militare che medito sarà finita il 4 o il 5 febbraio. Lo ripeto, considero indispensabile bruciare città, villaggi e poderi, altrimenti non potrò rispondere dell’annientamento di quest’orda di briganti, che sembrano trovare ogni giorno nuove risorse”.
Da Cholet, nel Maine-et-Loire, il 31 gennaio, aveva informato “dello stato di perplessità in cui lo si lascia”.
Soltanto l’8 febbraio 1794 il Comitato fa pervenire a Turreau il suo assenso tramite Carnot: “Ti lamenti, cittadino generale, di non aver ricevuto dal Comitato un’approvazione formale alle tue misure. Esse gli sembrano buone e pure, ma, lontano dal teatro delle operazioni, attende i risultati per pronunciarsi: stermina i briganti fino all’ultimo, ecco il tuo dovere”.
L’11 febbraio Turreau accusa ricevuta: “Ho ricevuto con piacere l’approvazione che avete dato alle misure che ho preso” , e il 15 febbraio confida al rappresentante Bourbotte: “Tu sai che, senza alcuna autorizzazione, ho preso e messo in esecuzione le più rigorose misure per porre fine a questa orribile guerra. Il Comitato di Salute Pubblica ha certo voluto darmi la sua sanzione, ma io ero tranquillo, mi appoggiavo, mi sia permesso dirlo, sulla purezza delle mie intenzioni”.
Quello stesso giorno, il Comitato di Salute Pubblica scrive al Rappresentante Dembarère: “Uccidete i briganti invece di bruciare le fattorie, fate punire i fuggitivi e i vigliacchi e distruggete totalmente questa orribile Vandea. Concorda con il generale Turreau i mezzi più sicuri per sterminare tutto di questa razza di briganti.
Dalla lettura di questo dichiarazione si può vedere fino a che punto la responsabilità sia interamente del Comitato di Salute Pubblica.
Il 17 gennaio, il generale Grignon, capo della prima colonna, arringa i suoi soldati in questi termini: “Compagni, entriamo nel paese insorto. Vi dò l’ordine di dare alle fiamme tutto quanto sarà suscettibile di essere bruciato e di passare a filo di baionetta qualsiasi abitante incontrerete sul vostro passaggio. So che può esserci qualche patriota in questo paese; è lo stesso, dobbiamo sacrificare tutto”.
Il 19 gennaio Cordelier redige, a uso dei suoi comandanti di corpo, istruzioni relative all’esecuzione degli ordini dati da Turreau. Il generale deve “occuparsi personalmente” della riva destra della Loira. “Sarà comandato giornalmente e a turno un picchetto di cinquanta uomini con i suoi ufficiali e sottufficiali, che sarà destinato a scortare i pionieri a fare il loro dovere. L’ufficiale comandante di questo picchetto prenderà tutti i giorni gli ordini dal generale prima della partenza e sarà responsabile difronte a lui della loro esecuzione. A questo scopo, agirà militarmente nei confronti di quei pionieri che mostreranno di non eseguire ciò che comanderà e li passerà a filo di baionetta”.
“Tutti i briganti che saranno trovati con le armi in pugno o indiziati di averle prese per rivoltarsi contro la loro patria, saranno passati a filo di baionetta. Si agirà nello stesso modo con le fanciulle, le donne e i bambini. Neppure le persone solamente sospette dovranno essere risparmiate, ma nessuna esecuzione potrà essere fatta senza che il generale l’abbia preliminarmente ordinata.
“Tutti i villaggi, i poderi, i boschi, le macchie e in genere tutto quanto può essere bruciato sarà dato alle fiamme, ma dopo che si saranno portate via dai luoghi, ove sarà possibile, tutte le derrate che vi saranno; ma, lo si ripete, queste esecuzioni potranno essere effettuate solo quando il generale lo avrà ordinato. Il generale designerà quegli oggetti che devono essere risparmiati”.
Garantiti da questo programma, i repubblicani di stanza in Vandea si scindono in due armate: la prima si dispone da Saint Maixent a Les Ponts-de-Cé e il generale Turreau, da Cholet, ne prende il comando; la seconda va da Les Sables a Paimboeuf ed è affidata a Haxo (213) . Tutta la Vandea Militare si trova così accerchiata. Queste due armate contano ciascuna sei divisioni: Dufour a Montaigu, Amey a Mortagne, Huché a Lugon, Grignon a Argenton-le-Cháteau, Cordelier a Le Loroux; Beaufranchet, Grammont, Dalliac, Commaire, Charlery, Caffin, Chalbos sono scaglionati dall’est all’ovest del dipartimento della Vandea. Ciascuna di queste divisioni comprende due colonne suddivise in dodici corpi che devono avanzare l’uno verso l’altro da est o da nord-est, da ovest o da sud-ovest. In realtà la seconda armata è formata di sole otto colonne, ciascuna di circa 800 uomini, non sdoppiate e rinforzate di reclute.
Il paese insorto deve essere traversato in sei giorni. Anche la via da seguire è precisata dettagliatamente, come pure la località da raggiungere. La partenza è fissata per il 21 gennaio, giorno anniversario dell’esecuzione del re, l’arrivo per il 27. Di conseguenza, bisogna marciare “ora di giorno, ora di notte” .
E difficile fare un racconto globale di “questa passeggiata militare”. Alcuni passaggi dei rapporti giornalieri indirizzati dai comandanti di divisione al loro generale in capo non richiedono commenti .
Da Maulévrier, Caffin scrive il 25 gennaio 1794 a Turreau: “Per il bene della Repubblica, Echaubrognes non esiste più: non ne resta una sola casa. Niente è sfuggito alla vendetta nazionale. Nel momento in cui ti scrivo, ho fatto fucilare quattordici donne che mi sono state denunciate “.
Lo stesso giorno un altro comandante di colonna, Grignon, che opera un po’ più lontano, nelle Deux-Sèvres, commenta da Cerizay: “Continuo sempre a far portar via le derrate, a bruciare e a uccidere tutti quelli che hanno preso le armi contro di noi. Tutto va bene, ne uccidiamo più di cento al giorno. Dimenticavo di dirti che mi hanno arrestato una decina di fanatici … andranno al quartier generale”.
Il 26 gennaio, da Maulévrier, Caffin prosegue: “Un distaccamento di centocinquanta uomini rimasto a La Tessouale ha fatto evacuare e incendiare tutte le fattorie sulla strada di Saint Laurent. Prima di stasera mi aspetto più di duecento fra buoi e vacche. Tutto il bestiame è sparso nei campi. Ieri ho fatto bruciare tutti i mulini che ho visto. Oggi posso far bruciare, senza correre. rischi, i tre quarti della città di Maulévrier”.
Il 27 gennaio, da Jallais, Cordelier insiste: “Avevo ordinato di passare afil di baionetta tutti gli scellerati che si sarebbero potuti incontrare e bruciare le fattorie e le frazioni nei dintorni di Jallais; i miei ordini sono stati puntualmente eseguiti e, in questo momento, quaranta fattorie rischiarano la campagna “.
Il 31 gennaio, da Maulévrier, Caffin interviene ancora: “Ti informo che tutto il villaggio di Yzernay è stato incendiato ieri senza avervi trovato né uomo né donna. Restavano quattro mulini a vento che mando a incendiare stamattina, perché non voglio lasciarne nemmeno uno. Ho fatto bruciare questa mattina tutte le case che restavano a Maulévrier, senza eccettuarne nessuna, salvo la chiesa dove vi sono ancora molti beni che sarebbe opportuno mandare a cercare in seguito. Il borgo di Toútlemonde è stato incendiato l’altro ieri”.
Il I’ febbraio, a Saint-Laurent, sempre Caffin: “A mezzogiorno ti scrivo ancora da Saint-Laurent. Poiché voglio assolutamente recarmi a La Verrie questa sera, temo di non poter incendiare tutto come desidererei. Ho fatto condurre a Cholet trentadue donne che erano nel convento. Ho trovato ancora una ventina d’uomini, che ho fatto fucilare prima di partire. Se ne trovo altri sulla mia strada, subiranno la stessa sorte “.
Il 3 febbraio, a La Verrie, Caffin termina: “Ti informo che andrò domani mattina, con la mia colonna, a bruciare quel borgo (La Gaubretière), a uccidere senza alcun riguardo quanti vi incontrerò, essendo il covo di tutti i briganti. Tutto sarà passato a ferro e a fuoco”.
Turreau non rimane indietro, come spiega nei suoi resoconti indirizzati al Comitato di Salute Pubblica e al ministero della Guerra.
Il 22 gennaio: “Le nostre truppe immolano ai mani dei nostri fratelli i resti sparsi di questa esecrabile armata”.
Il 24 gennaio: “Le mie colonne hanno già fatto meraviglie; non un ribelle è scampato alle loro ricerche. Se le mie intenzioni sono ben assecondate, non esisteranno più nella Vandea, entro quindici giorni, né case, né viveri, né armi, né abitanti. Bisogna che tutti i boschi, tutti gli alberi di alto fusto che esistono in Vandea siano abbattuti “.
Il 31 gennaio: “Esse (le colonne) hanno passato a filo di baionetta tutti i ribelli sparsi che attendevano solo un nuovo segnale di ribellione. Si sono incendiate fattorie, villaggi, borghi. Non si può concepire l’enormità di granaglie e di foraggi che si è trovata nelle fattorie e nascosta nei boschi.
“Ho dato gli ordini più precisi perché tutto sia portato via da questo maledetto paese e portato nei magazzini della Repubblica. E partito questa mattina per Saumur un convoglio di quasi due leghe di lunghezza”.
Gli ufficiali subalterni, spesso disgustati, testimoniamo anche loro: “Amey – scrive l’ufficiale di polizia Gannet in un rapporto -fa accendere i forni e quando sono ben caldi, vi getta le donne e i bambini. Gli abbiamo fatto delle rimostranze; ci ha risposto che proprio così la Repubblica voleva far cuocere il suo pane. Inizialmente si sono condannate a questo genere di morte le donne briganti e non abbiamo detto molto; ma oggi le grida di queste miserabili hanno tanto divertito i soldati e Turreau che hanno voluto continuare questi piaceri. Mancando le femmine dei monarchici, si rivolgono alle spose dei veri patrioti. A nostra conoscenza, già ventitré hanno subito questo orribile supplizio ed erano colpevoli soltanto di adorare la nazione [ ]. Abbiamo voluto interporre la nostra autorità e i soldati ci hanno minacciato della stessa sorte”.
Il presidente del distretto, il 25 gennaio, se ne stupisce: “I tuoi soldati sedicenti repubblicani si abbandonano alla dissolutezza, allo sperpero e a tutti gli orrori di cui neppure i cannibali sono capaci”.
Il capitano Dupuy, del battaglione della Libertà, invia a sua sorella, il 17 e il 26 nevoso – gennaio 1794 -, due lettere molto esplicite: “I nostri soldati percorrono per sentieri spaventosi i tristi deserti della Vandea. Dovunque passiamo, portiamo le fiamme e la morte. L’età, il sesso, niente è rispettato. Ieri, uno dei nostri distaccamenti bruciò un villaggio. Un volontario uccise di sua mano tre donne. È atroce ma la salvezza della Repubblica lo esige imperiosamente. Che guerra! Non abbiamo visto un solo individuo senza fucilarlo. Dappertutto la terra è ricoperta di cadaveri; dappertutto le fiamme hanno portato la loro distruzione “.
“I delitti non si sono limitati al saccheggio – aggiunge Lequinio -. Lo stupro e la più sfrenata barbarie si sono ripresentati in ogni luogo. Si sono visti militari repubblicani violentare donne ribelli su pietre ammucchiate al bordo delle strade principali e fucilarle e pugnalarle uscendo dalle loro braccia; si sono visti altri portare lattanti sulla punta della baionetta o della picca che aveva trafitto con lo stesso colpo madre e figlio”.
“Ho visto bruciare vivi uomini e donne – scrive il chirurgo Thomas -. Ho visto centocinquanta soldati maltrattare e violentare donne, ragazzine di quattordici e quindici anni, massacrarle subito dopo e lanciare di baionetta in baionetta teneri bambini rimasti a fianco delle loro madri stese a terra”.»