giovedì 19 settembre 2019

Il successo del modello IRI



di GILBERTO TROMBETTA (FSI Roma)

La Cina supera per la prima volta gli Stati Uniti nel numero di aziende presenti nella lista delle migliori 500 stilata da Fortune: 129 contro 121. Di queste 129, l’80% è costituito da aziende di proprietà dello Stato, +4% rispetto all’anno precedente*.

Il successo della Cina si basa praticamente su modello copiato da quello italianissimo dell’IRI. Ma la Cina non è un’eccezione, molti altri Paesi, la maggior parte di quelli industrializzati, vantano un’importante presenza dello Stato nell’economia, soprattutto quando si parla di grandi aziende. Guardando i dati viene fuori che dietro la Cina (96% delle aziende più grandi a guida statale), ci sono gli Emirati Arabi Uniti (88%), la Russia (81%), l’Indonesia (69%) e la Malesia (68%) (grafico 1).

Guardando invece ai settori, non deve sorprendere che tra quelli con i rapporti più alti di partecipazione pubblica – tra il 20% e il 40% – ci siano quelli legati all’estrazione o al trattamento di risorse naturali, energia e industrie pesanti.

Tuttavia, alcuni settori dei servizi – come le telecomunicazioni, l’intermediazione finanziaria, il deposito, le attività di architettura e ingegneria e alcuni settori manifatturieri, registrano anche azioni delle imprese statali superiori al 10% (grafico 2)**.

L’Italia era il Paese più moderno e all’avanguardia, su questo fronte. Nel gennaio 1934, l’IRI deteneva circa il 48,5% del capitale azionario in Italia (James e O’Rourke, 2013, p. 59). Nel marzo 1934, rilevò anche il capitale delle principali banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma) e, alla fine del 1945, controllò 216 società con oltre 135.000 dipendenti. Negli anni 80, ha moltiplicato le sue quote e ha raggiunto un numero di 600.000 dipendenti.

L’IRI è stato protagonista della ricostruzione industriale postbellica, intraprese interventi volti allo sviluppo economico delle regioni meridionali, al potenziamento della rete autostradale, del trasporto in genere e delle telecomunicazioni, al sostegno dell’occupazione.
L’IRI ha inoltre realizzato grandissimi investimenti nel Sud Italia, come la costruzione dell’Italsider di Taranto e quella dell’AlfaSud di Pomigliano d’Arco e di Pratola Serra in Irpinia; altri furono programmati senza mai essere realizzati, come il centro siderurgico di Gioia Tauro.
Per evitare gravi crisi occupazionali, l’IRI venne spesso chiamato in soccorso di aziende private in difficoltà: ne sono esempi i “salvataggi” della Motta e dei Cantieri Navali Rinaldo Piaggio e l’acquisizione di aziende alimentari dalla Montedison; questo portò ad un incremento progressivo di attività e dipendenti dell’Istituto.

Poi è arrivata la presidenza Prodi che ha portato a:
– la cessione di 29 aziende del gruppo, tra le quali la più grande fu l’Alfa Romeo, privatizzata nel 1986;
– la diminuzione dei dipendenti, grazie alle cessioni e a numerosi prepensionamenti, soprattutto nella siderurgia e nei cantieri navali;
– la liquidazione di Finsider, Italsider e Italstat;
– lo scambio di alcune aziende tra STET e Finmeccanica;
– la tentata vendita della SME al gruppo CIR di Carlo De Benedetti

Le entrate della privatizzazione per l’Italia tra il 1993 e il 2003 sono state stimate a 110 miliardi di euro, l’importo più elevato nell’UE a 15 in termini assoluti e tra i più alti come percentuale del PIL (Clifton et al. 2006).

Siamo quelli che più degli altri si sono fregati con le proprie mani.
Oggi le società pubbliche o partecipate, in Italia, sono circa 8 000 e impiegano circa 500 000 persone, ovvero il 2,1% dell’occupazione totale (Istat, 2015). Nel 2013, il 5% delle 1.523 principali imprese italiane era controllato da un’entità pubblica – centrale o locale. Il loro valore aggiunto aggregato corrisponde al 17% del PIL italiano (1,62 miliardi di euro a prezzi correnti nel 2013).

Numeri ridicoli se paragonati al peso che l’economia di Stato ha in altri Paesi, sia sul fronte della dimensione delle aziende (grafico 3) che su quello dell’impiego (grafico 4)***. Insomma mentre molti Paesi, Cina in primis, hanno costruito la loro fortuna copiando il modello IRI, noi invece ce ne siamo liberati per entrare nell’Unione Europea e adottare l’euro.
Probabilmente l’operazione più tafazziana che si sia vista in epoca moderna.
[* “In a first, China has more companies on Fortune Global 500 list than the
US” https://www.scmp.com/…/first-china-has-more-companies-fortu… via https://twitter.com/deidesk/status/1153363506286272524

La strategia della tensione



di Vincenzo Vinciguerra

Aldo Giannuli è certamente lo storico meglio preparato per quanto riguarda la storia dell’estrema destra e dei servizi segreti italiani, palesi e occulti, come prova ancora una volta il libro da lui scritto, La strategia della tensione, edito da Ponte alle Grazie, nel giugno del 2018.
Per giungere alle vicende degli anni Sessanta e Settanta, lo storico inizia, giustamente, dagli anni della guerra e dal patto di Jalta per proseguire in una acuta disanima degli eventi internazionali succedutisi sullo scenario mondiale nel corso di una «guerra fredda» che ha provocato milioni di morti in tutti i continenti.
L’Italia ha pagato – e continua a pagare – la criminale scelta del governo democristiano, diretto da Alcide De Gasperi, di inserirsi nel Patto atlantico, di schierarsi cioè in posizione subordinata sul piano politico, economico, militare e culturale con gli Stati uniti, invece di fare la sola scelta possibile per una Nazione sconfitta: mantenersi neutrale ed equidistante sia da Mosca che da Washington.
In questa scelta – ha ragione Giannuli – il patto di Jalta non c’entra nulla perché nessuno obbligava l’Italia a trasformarsi in una portaerei geografica al servizio degli americani.
Se la «strategia della tensione» si configura come politica della paura essa nasce già il 26 aprile 1945 e continua fino a oggi come ritengono, a ragione, Morgan Menegazzo e la sua bellissima compagna, Mariachiara Pernisa, perché la paura paga in termini elettorali e di rafforzamento del potere.
Per provocare paura nella popolazione i detentori del potere sul piano nazionale e internazionale si sono serviti di «nemici» costruiti a tavolino, i «terroristi neri», e di altri veri, ma debitamente infiltrati e strumentalizzati, i «terroristi rossi».
Come hanno potuto farlo?
Lo spiega in maniera limpida, cristallina e convincente proprio Giannuli che torna sulla definizione di «doppio Stato», scrivendo:
«[…] Il doppio Stato non è un secondo Stato nascosto, ma lo stesso Stato in una doppia funzione: quella prevista dall’ordinamento e quella dei suoi apparati burocratici e politici, quella della Costituzione formale e quella di una Costituzione materiale retta su un’ampia sfera secretata».
Non esiste un altro Stato, magari deviato, ma è sempre lo stesso Stato per cui quello che fa la sua mano sinistra è a conoscenza e legittimato da quello che fa la sua mano destra.
Una realtà che spiega bene perché ancora oggi non ci sia una verità univoca sulla strategia della tensione e sui fatti che l’hanno contraddistinta.
La propaganda che attribuisce alla magistratura grandi meriti nella scoperta di certe verità su determinati episodi è mendace.
Sui fatti che contano, quelli nei quali non bisognava individuare solo i «portatori di valigia», la magistratura ha bloccato ogni accesso alla verità, come nel caso del «golpe Borghese» del 7-8 dicembre 1970.
In quella occasione, i magistrati romani – e non solo il sostituto procuratore Claudio Vitalone – dinanzi alla certezza che quelli di Avanguardia nazionale erano entrati nel ministero degli Interni prelevando alla sua armeria un mitra Mab, omisero di interrogare i poliziotti che quella notte erano di guardia, piantoni e funzionari.
Ed è solo un episodio che spiega bene come la «mano destra» dello Stato abbia coperto quello che ha fatto la sua «mano sinistra».
Così per la strage di Ustica, quando la magistratura penale ha stabilito che il Dc-9 Itavia è caduto per l’esplosione di una bomba, come indicato dal servizio segreto militare, per poi essere smentita da quella civile che ha riconosciuto che l’aereo è stato abbattuto da un missile.
Stesso copione per l’attentato di Peteano, per il quale il Felice Casson ha inventato che era stato ideato dalla P2 che aveva poi depistato le indagini quando, viceversa, è stata la P2 a far riaprire l’inchiesta nel 1978 e a dirigere le indagini affidate al vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2, con il consenso dello stesso Casson.
Tre esempi per dire che tutte le responsabilità risalgono allo Stato, non doppio né trino, e se Aldo Giannuli ha il coraggio di scriverlo, altri continuano a cianciare di «deviazioni» e di «misteri».
Amara e perfettamente condivisibile la conclusione dello storico che lo Stato, questo Stato,
«è un modo di essere del sistema politico. E il nostro sistema è ancora fortemente caratterizzato da questo modo di essere che, nella strategia della tensione, ha avuto la sua originaria spinta propulsiva».
Come a dire che la «strategia della tensione» è ormai istituzionalizzata in questo sistema politico che nessuno ancora ha osato portare alla sbarra.
Non ancora, almeno.
Opera, 22 luglio 2019

Tratto da: https://ivoltidigiano.tumblr.com/post/187815056742/la-strategia-della-tensione?fbclid=IwAR3G5197dSqJPVzKPr_Na58DAY416YdoNI-o9iMDoa9asVY0j_IqzCSTBNQ


AGGIUTA DI MAURIZIO BAROZZI

Puntuale e precisa analisi di Vinciguerra (e di Giannuli).
Soprattutto nell’addossare alla Magistratura il mancato svelaare delle stragi, insabbiando, deviando i relativi processi verso “verità di comodo”.
Vinciguerra accenna ai processi del Golpe Borghese, Peteano, Ustica, tutti incanalati verso la non verità, ma ci sarebbe da aggiungerne tanti altri, a cominciare dalla strage di Piazza Fontana per arrivare ai Processi Moro. Cosa hanno prodotto: NIENTE. MA SER VOGLIMO RIDERE RICORDIAMOCI IL PROCESSO PER LA MORTE DI PINELLI, CAUSA "MALORE ATTIVO" STABIII' D'AMBROSIO
Solo la favoletta che dietro a tramare c’erano dei Servizi infedeli, infeduati dalla P2, come non si sapesse che la P2 era un “braccio” Atlantico e i veritci dei Servizi avevano il doppio riferimento: agli organi dello Stato e agli alti veritici Atlantici, poi la favoletta di una massoneria deviata, come se potesse esistere una Massoneria buona e democratica, ed infine la scempiaggine di una “eversione nera” laddove i “neri” erano tutti sotto controllo dello Stato e quindi cosa “evertevano”?
Con queste idiozie, ancora oggi ripetute da giornlisti e scrittori che non vogliono compromettersi, ci hanno fatto carriere gli epigoni del PCI, Commiossioni stragi e così, bastava accuare i “corrotti” e vai, perchè lo Stato non incrimina se stesso.

giovedì 12 settembre 2019

Così la Cia creò l’Lsd (per controllare le menti)



L’intelligence usò la droga per condurre test su detenuti, spie e psicopatici con l’obiettivo di alterare la personalità. Senza volerlo contribuì alla rivolta generazionale degli anni 60

Così la Cia creò l'Lsd (per controllare le menti)
 
NEW YORK La Seconda guerra mondiale è finita da pochi anni. L’Europa, ancora distrutta, è spaccata in due. L’Unione Sovietica, ormai potenza nucleare, fa paura. L’America continua a vivere nel terrore anche quando doma il maccartismo e mette fine alla «caccia alle streghe». È l’alba della Guerra fredda e la Cia, convinta che gli scienziati russi stiano cercando di trasformare l’essere umano in un’arma controllando la sua mente e attribuendogli una nuova personalità, decide di giocare d’anticipo affidando a un brillante chimico, Sidney Gottlieb, un progetto che ha gli stessi obiettivi: scoprire se è possibile sopprimere il carattere di un individuo sostituendolo con un altro creato artificialmente.
Gottlieb, un uomo inquieto, scosso da pulsioni etiche che lo spingono a rifiutare la religione ebraica, quella della sua famiglia, per battere altre strade, dall’agnosticismo al buddismo zen, accetta di guidare un programma segreto che lo porterà a usare molti uomini come cavie (alcuni moriranno, altri impazziranno) convinto che, per quanto alto, questo sia un prezzo che vale la pena pagare per difendere la libertà dell’America e dell’Occidente. Ottenuta carta bianca e molti soldi, privo di controlli, Gottlieb investe 240 mila dollari nell’acquisto di tutte le scorte di una nuova droga, l’Lsd, che trova in giro per il mondo. Può essere la materia prima per trasformare la personalità: il chimico decide di sottrarla ai russi (e alla Cina di Mao, ancora isolata ma già temuta).
Inizia, invece, a sperimentare lui l’Lsd: prima in centri di detenzione sotto controllo americano in Germania, Giappone e nelle Filippine. Serve a tenere i test lontani da occhi Usa indiscreti, ma anche a ottenere l’aiuto di medici e chimici nazisti: la Cia usa i dati degli esperimenti fatti nei campi di concentramento tedeschi e giapponesi. Anche i metodi ricordano quelli degli abissi del dottor Mengele, l’«angelo della morte»: detenuti non protetti (spie nemiche, assassini psicopatici) torturati e drogati per misurare fino a che punto può arrivare la resistenza della mente umana.
Poi Gottlieb trasferisce, in modo meno cruento, i suoi esperimenti negli Stati Uniti: distribuisce l’Lsd a penitenziari e ospedali psichiatrici per esperimenti di varia intensità. Questa storia agghiacciante della quale rimangono poche tracce (gli archivi del programma, chiamato MK-Ultra, furono distrutti quando Gottlieb lasciò la Cia) non è inedita: alla fine degli anni Settanta il caso venne fuori durante le indagini del Congresso sulle attività clandestine dell’intelligence Usa. Ormai sepolto da decenni, riemerge ora nella ricostruzione di un giornalista, Stephen Kinzer, che, dopo anni di ricerche, ha appena pubblicato Poisoner in Chief (avvelenatore capo), un libro nel quale ricostruisce questa pagina tragica della storia americana.
Tragica e paradossale: il programma che la Cia aveva ideato per cercare di mettere sotto controllo l’umanità finì, invece, per alimentare involontariamente la ribellione generazionale della controcultura californiana degli anni Sessanta e Settanta: gli hippy e i tanti giovani che cercavano la libertà nella droga. L’Lsd di Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, veniva da un esperimento sponsorizzato dalla Cia. E anche la droga di Robert Hunter dei Grateful Dead o quella di Allen Ginsberg, il poeta della beat generation e dell’Lsd, arrivò, indirettamente, dai massicci acquisti dell’intelligence.
Ormai consapevole di poter distruggere una mente, ma di non poterne creare un’altra, Gottlieb, che per i servizi segreti produsse anche veleni — regali tossici per Fidel Castro, un fazzoletto avvelenato per uccidere un colonnello iracheno, una freccia avvelenata per eliminare un leader congolese, tutti attentati falliti — si ritirò nel 1972 quando andarono via i capi della Cia che lo avevano coperto. Passò i suoi ultimi anni creando comuni dedite alle danze folk e alla pastorizia e facendo il filantropo: gestore di un lebbrosario in India e poi a fianco dei malati terminali in un hospice.

TRATTO DA:
https://www.corriere.it/esteri/19_settembre_11/04-esteri-documentoicorriere-web-sezioni-e22027d4-d4d2-11e9-8dcf-5bb1c565a76e.shtml?fbclid=IwAR0UmvNvC-3J9ZK1JmOPyPJsDrIc908rYRu8QCacyJYXSwuNa3NQ4CGMo_E

VITTIME DELL'ODIO COMUNISTA NEL "TRIANGOLO ROSSO"

La locuzione “triangolo della morte” (o “triangolo rosso”), di origine giornalistica, indica un'area del nord Italia in cui alla fine della seconda guerra mondiale, tra il 1945 ed il 1948, si registrò un numero particolarmente elevato di uccisioni a sfondo politico, attribuite a partigiani ed a militanti di formazioni di matrice comunista.
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Il territorio  su cui ha imperversato l’odio comunista, attraverso gli omicidi e le efferatezze compiute da schiere di partigiani assassini e carichi di odio, è compreso tra le città di Bologna, Reggio Emilia, e Ferrara.
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Anche nei territori del nostro comune (Minerbio – BO) e di quelli vicini o adiacenti, la ferocia e l’odio che da sempre contraddistinguono il vorace mostro sanguinario comunista, si sono manifestati con palese evidenza in tutta la loro drammaticità.
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I rancori e le vendette personali, così come, a volte il semplice delirio di onnipotenza dei partigiani comunisti, hanno prodotto un abisso di orrore sui cittadini inermi dei nostri territori, compiendo vere e proprie stragi a guerra già finita.
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Elenco solo alcune delle vittime che sono riuscito a identificare dopo un paziente lavoro di ricerca, e prego chiunque fosse in grado di fornire dettagli o di completarne la stesura di contattarmi.
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Lo scopo non è quello di alimentare l’odio verso coloro che si sono macchiati di tali nefandezze, ma quello di restituire alla verità storica la giusta dimensione della realtà che i comunisti hanno tentato di nascondere per decenni.
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Ho riscontrato infatti grande difficoltà nel riassemblare i frammenti di verità precedentemente nascosti dall’opera sistematica di disinformazione messa in atto dal PCI prima, e dai suoi eredi metamorfizzati in seguito.
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Ad esempio, non è stata data alcuna risonanza, infatti, riguardo al fatto che dal 24 aprile al 5 dicembre 1945 la media dei preti assassinati dai comunisti nell’arcidiocesi di Bologna sia stata di un martire al mese.
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Nonostante il processo di revisione storica innescato dal crollo del comunismo mondiale, dopo la caduta del “Muro di Berlino”, pochissimo è stato scritto su queste vittime, a cui non è stata dedicata nemmeno una via o una piazza.
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Ecco quindi alcuni dei nominativi delle vittime dimenticate, che in concomitanza dell’anniversario del 25 Aprile è giusto e doveroso ricordare.
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Onoriamo citandoli, il loro estremo sacrificio, insieme a tutti coloro che non sono qui elencati, abbracciandoli idealmente.
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Isacco Mantovani di Pietro, nato a Baricella 26/08/1903.
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Fu trovata la salma in una fossa comune a Marrana (FE) il 23/05/1945.
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Da un primo esame del corpo risultò evidente che era stato torturato.
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Don Corrado Bortolini, nato a Minerbio il 27/08/1892, ex parroco di Santa Maria in Duno (Bentivoglio).
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Il I° marzo 1945 i partigiani irruppero nella canonica, e dopo aver rubato orologi, scarpe, stoffe, portafogli, e un prosciutto, sequestrarono lui ed il fratello Ettore.
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Secondo la testimonianza di Don Silvano Stanzani, Don Corrado fu evirato da una donna partigiana, in pubblico, poi fu trascinato con un camioncino per oltre un chilometro, e infine fu impiccato ad un albero.
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La salma non è mai stata ritrovata.
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Voglio citare l’eccidio di Argelato, compiuto dai partigiani comunisti a guerra finita, tra l’8 e l’11 maggio 1945, in cui furono torturate, seviziate e uccise 17 persone tra cui i 7 fratelli Govoni, sequestrati a Pieve di Cento e la famiglia Costa di San Pietro in Casale.
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Più belve delle belve,i partigiani della "2 Brigata Paolo" infierirono con una crudeltà ed un sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero, a colpi di roncole, per poi strangolarli ad uno ad uno.
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Alcuni anni dopo, nel 1949, Caterina Govoni, la mamma dei fratelli, allora 80 enne, si imbattè in un partigiano del luogo, tale Filippo Lanzoni, che si era vantato di saperla lunga a proposito del massacro, e gli chiese quindi, supplicandolo, di rivelarle dove fossero sepolti i suoi figlioli.
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Il Lanzoni, "eroico partigiano", le rispose testualmente :
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Vuoi trovarli ?  Ti procuri un cane da tartufi.”
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Non contento le aizzò contro due donne comuniste, che si lanciarono su di lei e la picchiarono a sangue.
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Devo segnalare inoltre quanto accaduto alcuni giorni fa a Pieve di Cento, in occasione del 67° anniversario della morte proprio dei fratelli Govoni.
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La famiglia aveva fatto affiggere dei manifesti commemorativi, ma la memoria di questi martiri è stata infangata e vilipesa da qualche anonimo comunista, che ha imbrattato i manifesti stessi, vergandoli con offese e lasciando come firma una stella a cinque punte e la solita falce e martello.
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Ciò sta ad indicare che l’odio comunista non si è ancora sopito ma anzi, dopo tanti anni, riemerge con accanimento feroce.
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Il Sindaco del paese minimizza il fatto e la sua enorme gravità, collocandolo tra gli innumerevoli altri episodi di imbrattamento di muri avvenuti sul territorio.
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La colpevole superficialità del Primo Cittadino la dice lunga sui reali sentimenti covati dai seguaci della falce e martello …
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Vorrei anche stigmatizzare la palese vigliaccheria degli autori del fatto, che non hanno neanche avuto il coraggio di manifestarsi apertamente, nascondendosi dietro l’anonimato e la loro stessa codardia tipicamente comunista.
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Il 5 febbraio 1951 in un fondo della tenuta Talon località Quattro Portoni a S.Giacomo di Argelato viene scoperta una fossa comune contenente i resti privi di indumenti, della famiglia Costa di S.Pietro in Casale (Sisto, la moglie Adelaide Taddia, il figlio Vincenzo, e la cognata Laura Emiliani.)
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Pare che gli uccisi dopo il 21 aprile 1945 nel bolognese ammontino a 773 di cui 334 civili fra cui 42 donne.
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Dai martirologi stilati successivamente dagli storici desumiamo il numero delle vittime scaturito dalla violenza dei partigiani comunisti nelle nostre zone.
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Le cifre parlano di 112 vittime nella zona di Pieve di Cento (il paese dei Covoni), mentre solo a Pieve i giustiziati furono 38.
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A San Matteo della Decima i partigiani ammazzarono 17 persone, mentre a San Giorgio di Piano le vittime furono 14.
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Il macabro rituale interpretato dai partigiani ricalcava sempre il medesimo modus operandi : una ferocia assassina con la quale i criminali comunisti si accanivano sui corpi delle vittime, arrivando anche a seppellire vivi i malcapitati, oppure sventrando le donne incinte, dopo averle stuprate e amputate sadicamente.
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La vigliaccheria comunista si è poi palesata anche a causa dell’intervento di Togliatti, che grazie alla sua posizione di Ministro della Giustizia, stabilì l'amnistia per tutti i delitti commessi in azioni configurabili, anche dopo il 25 aprile, come militari.
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La tendenza della Magistratura, nel giudicare i responsabili degli eccidi partigiani, andò quindi in questa direzione, amnistiando i feroci assassini comunisti, lordi del sangue di centinaia di vittime innocenti.
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Le belve comuniste assetate di odio (i partigiani), torturarono, seviziarono, stuprarono, rubarono, e uccisero, con la complicità quindi di colui per il quale avrebbero poi coniato il termine di : “Il Migliore”.
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Ancora una volta emerge dai risvolti di una delle pagine di Storia più tristi dell’Italia il coinvolgimento e la responsabilità del criminale Togliatti, artefice di nefandezze storicamente comprovate, e idolo ancora oggi dei nostalgici comunisti e dei loro seguaci metanorfizzati.
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Il subdolo tentativo di mistificare la realtà, occultandola, tacendola, e dando spazio a giustificazioni  parossistiche di una violenza fuori controllo, ha trovato terreno fertile nell’accondiscendenza che per troppi anni ha imperato nel substrato intellettuale creato ed alimentato ad arte dai comunisti italiani.
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In questa ottica, la ricorrenza del 25 aprile, assume un significato ben diverso da quello propostoci dagli eredi di Togliatti, enfatizzato e stigmatizzato dalla riproposizione ciclica e nauseante delle note di "Bella Ciao".
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Il significato auspicabile non è dissimile da quello che dovrebbe assumere la ricorrenza, nell’ipotesi di assunzione di responsabilità e di colpa che i comunisti dovrebbero fare propria in tale contesto.
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Occorre  che ci sia, da parte degli eredi del “Migliore”, una presa di coscienza del sangue innocente versato, un ripudio dell’odio dimostrato dai comunisti verso le vittime innocenti, e il distacco da uno stereotipo che caratterizza la simbiosi tra il sangue e la bandiera rossa.
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Il comunismo, mostro vorace che si è nutrito del sangue anche dei suoi stessi figli, come ci insegna la Storia, deve una volta per tutte chiedere scusa, e riconoscere la nefandezza e la perniciosità del suo operato.
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Ma ciò metterebbe in discussione l’essenza stessa della dottrina di Marx, a cui loro guardano trasognati…
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Pubblicato da:Dissenso
  
TRATTO DA:
http://www.italian-samizdat.com/2012/05/vittime-dellodio-comunista-nel.html

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Vincoli di Bilancio: ecco lo prove della truffa della Germania



di Francesco Amodeo

“I media sono il braccio armato con cui i potenti assoggettano il popolo”.  Quando usai questa espressione nel mio libro/inchiesta era da poco passato il 2011, periodo in cui i media, come un plotone di fuoco al servizio del Cartello finanziario europeo, avevano mitragliato con kalashnikov caricati a pallottole di spread i poveri italiani, messi spalle al muro dalla crisi economica.
Oggi la storia si ripete, le nuove munizioni portano il nome di “deficit” ma il co
pione è lo stesso. 
Il segnale di aprire il fuoco è arrivato dall’alto. I media hanno cominciato a sparare all’impazzata e con sempre meno lucidità. 
Lo scopo: Radere al suolo la verità, occupando militarmente la coscienza degli italiani, con la strategia del terrore. 
Ma questa volta si sta rivelando un boomerang contro i loro burattinai. Il lavoro degli attuali partiti di Governo e di molti blogger indipendenti sulla rete ha permesso agli italiani di intercettare quelli che il nostro nuovo Presidente Rai chiama gli “stregoni della notizia”. 

Allora è il momento di fare chiarezza e di denunciare, una volta per tutte, le truffe subite dal nostro paese sul tema dei vincoli di bilancio.
Facciamo un passo indietro di qualche anno, indispensabile, per capire come si è arrivati alla situazione odierna.
La crescita economica tedesca fra il 2000 e il 2003 era stata nulla mentre la disoccupazione cresceva. Nel primo decennio dell’euro (1999-2008) il debito pubblico tedesco è aumentato dal 61% al 67% del Pil al contrario di quello di molti Piigs, Italia compresa, il cui debito nello stesso periodo scendeva dal 113% al 106% del Pil.
Questo perché dal 2000 al 2005 (badate bene), prima dello scoppio della crisi del 2007 la spesa pubblica tedesca è aumentata di circa 120 miliardi di euro, una cifra che fu allocata per circa 2/3 (90 miliardi di euro complessivi) in sussidi alle imprese e in politiche attive per il mercato del lavoro. Le spese per l’istruzione, invece, aumentarono di soli 8 miliardi e quelle per l’edilizia popolare di 3.
In pratica la Germania che per 4 anni di seguito sforò la regola del 3% nel rapporto deficit/pil aveva finanziato a deficit le proprie imprese, in aperta violazione del Trattato di Maastricht,
spendendo soldi pubblici per rendersi competitiva con le scorrette riforme Hartz – che quindi vanno inquadrate come il classico aiuto di Stato vietato dai trattati – che porteranno ad un abbattimento del costo del lavoro tedesco, a colpi di precarietà, con la flexicurity e i mini job, che determinarono un declino dei salari nominali e reali tedeschi che scesero fra il 2003 e il 2009 di circa il 6%.
Una svalutazione reale finanziata con sussidi diretti e indiretti al sistema produttivo tedesco. Queste azioni di vero e proprio dumping sociale, avviate in Germania, furono decise unilateralmente, senza consultare “i fratelli europei” violando palesemente l’articolo 119 del Trattato di Funzionamento dell’UE (TFUE).
Che la Germania giocasse sporco lo avevamo già intuito quando un ex Ministro delle finanze greco Nicos Christodoulakis, denunciò a suo tempo, che il Governo tedesco non aveva incluso gli ospedali nel settore pubblico, falsando quindi i suoi conti dell’entrata nell’euro. E visto che il lupo perde il pelo ma non il vizio, la Germania non ha mai smesso di finanziare le sue imprese in violazione dei trattati europei. In pochi sanno – dato che i media e i politici tendono a glissare su questo argomento – che la banca pubblica tedesca creata nel dopoguerra dagli alleati, per gestire i fondi del piano Marshall, è stata il più importante strumento di politica industriale del paese ed una delle più grandi e potenti banche del mondo la Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, (KfW) cioè Istituto di credito per la ricostruzione.
La KfW ha da decenni il ruolo di motore e finanziatore dello sviluppo, ossia quel ruolo che i falchi di Berlino e di tutta l’Eurozona non vogliono attribuire alla Banca Centrale Europea.
A trarne vantaggio è il solo sistema tedesco. Il rating di questa banca è ottimo, pari a quello dei Bund tedeschi, per cui alla KfW non è difficile approvvigionarsi a tassi bassissimi quasi esclusivamente sui mercati mondiali, dove in un recente passato, ha realizzato in media emissioni per circa 80 miliardi di euro, come riportato in un articolo di Repubblica del 11 Febbraio 2013 dal titolo “così funziona il motore della Germania”.
La KfW appartiene per l’80% alla Repubblica federale e al 20% ai Lander (ossia i 16 stati federati della Germania, sempre soggetti pubblici) e svolge molti compiti di finanziamento del settore pubblico, non solo finanziando le piccole-medie imprese, ma rendendosi artefice di salvataggi di aziende e banche come nel caso della Ikb collassata a causa dei mutui subprime. Salvataggi che ad altri paesi non sarebbero stati permessi ma che Berlino per anni ha fatto passare come interventi non pubblici, a dispetto della proprietà al 100% pubblica dell’Istituto, e sostenendo dei costi che restano al di fuori del perimetro del bilancio federale, e che quindi, non figurano nel debito pubblico tedesco.
Compiti e operazioni che, invece, in un paese come il nostro, figurerebbero nei conti statali incidendo nel rapporto debito/pil in maniera considerevole. Conteggiando, infatti, le spese di questa che può essere definita la Cassa Depositi e Prestiti tedesca, la Germania avrebbe più volte sforato il 100% nel rapporto deficit/Pil – come fece notare l’economista e attuale Presidente della Commissione Tesoro e Finanze, Alberto Bagnai su “Il Fatto Quotidiano”- spiegando che “questa operazione è consentita dai criteri contabili Esa95, che escludono dal computo del debito pubblico quello delle società pubbliche che coprono i propri costi per oltre il 50% con ricavi di mercato. La KfW rientra in questo criterio, ma ciò non toglie che se qualcosa le andasse storto, sarebbe il governo federale a garantire le sue obbligazioni, esattamente come gli altri Bund.”
In pratica, anche se i tedeschi hanno trovato il modo per aggirare le norme, resta il fatto che si tratta di operazioni estremamente scorrette e di vere e proprie falsificazioni dei conti. Alla luce di queste nuove realtà cambia completamente l’immagine dell’Italia definita un paese spendaccione, che vive al di sopra delle proprie possibilità, nei confronti della Germania, definita invece, oculata e sempre attenta alla propria spesa per tenere i conti in ordine. Se andiamo a vedere qualche grafico ufficiale ci rendiamo conto che dal secondo trimestre del 2007, ossia quando è ufficialmente scoppiata la crisi dei subprime e delle banche, che negli anni successivi hanno chiesto aiuto agli Stati, facendo quindi incrementare il debito pubblico (che nell’Eurozona è passato dal 60 all’80%) l’Italia è stato il paese che ha visto crescere meno di tutti, nell’area euro, il debito pubblico nominale (quello che comprende anche il tasso di inflazione). Dalla metà del 2007 a metà 2013, ha avuto un incremento del 27%. Nello stesso periodo il debito pubblico della Germania, dove come abbiamo visto, non viene conteggiata l’ingente quota della KfW ha avuto, invece, un incremento del 34%. Questo nonostante negli stessi anni la Germania abbia generato un’inflazione inferiore di cinque punti rispetto all’Italia e abbia pagato tassi sul debito molto più bassi rispetto al nostro paese (da qui lo spread). E la Francia? Nel frattempo ha visto crescere lo stock di debito del 57%, anch’esso vicinissimo ai 2 mila miliardi di euro. Ha mantenuto un elevato e continuo sforamento del vincolo del 3% senza subire alcuna procedura d’infrazione. Attualmente il rapporto debito/pil francese ha sfiorato il 100%, ed è la Francia ad essere il paese finanziariamente più esposto. Molto più dell’Italia, ma questo né i nostri media né i tecnocrati europei, sempre pronti a bacchettare il nostro paese, ce lo racconterebbero mai.
E’ vero che calcolando il rapporto debito/pil, seguendo il metodo truffaldino che adotta l’Unione Europea, restiamo ancora noi quelli con il rapporto più alto ma questo solo perché per convenienza dei paesi egemoni in Europa, non “si amplia lo sguardo al debito aggregato – come fa notare Vito Lops su Il Sole 24 Ore – ovvero ai livelli di indebitamento di tutti gli attori economici (Stato, imprese, banche e famiglie). Se cosi facessero, come la logica imporrebbe, l’Italia risulterebbe avere un’esposizione nella media mentre la Francia schizzerebbe verso numeri insostenibili che farebbero cadere la maschera del paese virtuoso.
Ecco perché la misure del Governo del cambiamento alla luce del nuovo DEF vanno finalmente nella direzione giusta, mirando a risollevare il Pil piuttosto che concentrarsi unicamente sulla riduzione del debito. Eppure, media e politici italiani servili al Cartello finanziario europeo provano a sviare l’attenzione unicamente sul debito, come se fosse quella la chiave di volta, ignorando invece, ciò che è già stato drammaticamente dimostrato in questi anni di austerity, ossia, che provare a ridurre il debito facendo perdere colpi al PIL, non può che causare un drastico peggioramento del parametro Debito/Pil.
Ma perché il nostro Prodotto interno lordo e le nostre esportazioni non sono cresciuti ? Ancor una volta, per rispondere a questa domanda, bisogna esaminare il ruolo scorretto dei tedeschi a guida Merkel.
Proprio la Germania, che intima agli altri paesi di rispettare i parametri europei, ha mantenuto un ampio surplus di conto corrente durante tutta la crisi finanziaria dell’area euro, eccedendo la soglia [del 6%] ogni anno a partire dal 2007.
Addirittura nel 2012 il surplus nominale di conto corrente della Germania era maggiore di quello della Cina, ignorando ogni raccomandazione a ridurlo e a stimolare lo sviluppo della domanda interna, per contribuire a portare gli altri paesi fuori dalla crisi. Inaccettabile è che la critica a tale operato sia arrivata dal Governo Usa e da ambienti di ricerca e non dalla Commissione Europea, sempre pronta a bacchettare il nostro paese, dimostrando palesemente come queste procedure seguano una ingiustificata logica asimmetrica e totalmente arbitraria.
La Germania non ha fatto altro che sfruttare a danno di altri paesi gli enormi vantaggi avuti dalla moneta unica, una moneta troppo forte per i paesi come l’Italia, che hanno quindi perso competitività nei confronti della Germania, che invece ha giovato anche del regime di cambi fissi evitando che proprio il tasso di cambio riflettesse il suo ampio surplus considerato un freno per la ripresa dei paesi dell’Eurozona, che infatti, fronteggiano un corrispondente deficit commerciale.
Il palese piano di dominio dei paesi egemoni in Europa (Germania e Francia) con la complicità della nostra classe politica e dei nostri media, trova evidenza nel fatto che i maggiori acquirenti di aziende italiane, indebolite dalla recessione e dal credit crunch siano proprio le imprese tedesche e francesi, che al contrario di quelle tricolori nuotano nella liquidità per le ragioni che abbiamo ampiamente spiegato.
Come ha riportato il Financial Times, “sono ben 23 le Pmi italiane passate in mani tedesche nel 2013, dopo le 20 acquisizioni registrate nel 2012. E quasi sempre si tratta di gioiellini con conseguente perdita di posti di lavoro in Italia e l’addio definitivo a pezzi strategici della struttura industriale italiana. Con pesanti conseguenze, nel lungo termine, per il nostro Paese”. Come testimoniato da un articolo del Sole 24 Ore dal titolo“ così la Germania sta facendo incetta delle migliori pmi italiane a prezzi di saldo”.
La Bundesbank, tra l’altro, elude il divieto di acquisto di titoli di Stato sul mercato primario, come dimostrato da diversi economisti e spiegato nell’articolo dal titolo “ l’eccezione tedesca nel collocamento dei titoli di Stato”.
Per concludere possiamo dire che la realtà che i media ed i politici, espressione del Cartello finanziario, cercano di far passare è che la Germania sia virtuosa mentre noi siamo dei Piigs.
Ma la verità è che i nostri governanti, fino ad oggi, sono stati dei Piigs permettendo alla Germania, a nostre spese, di fingersi virtuosa.
La storia è finalmente cambiata.
Parte del testo è tratta dal libro/inchiesta “La Matrix Europea” di Francesco Amodeo:
https://www.ebay.it/itm/La-Matrix-Europea/382570075941?hash=item5912f41725:g:E5UAAOSw2JxbpRhN

TRATTO DA:
https://scenarieconomici.it/vincoli-di-bilancio-ecco-lo-prove-della-truffa-della-germani-di-francesco-amodeo/?fbclid=IwAR0HuDyO-DsC_5ITA4tteYpvFZzk5Ihh-bnk8KVlmIRO2X3EJfGNROiirNo



mercoledì 11 settembre 2019

Giorgio La Malfa attacco alla Lira


Giorgio La Malfa su Il Corriere della Sera dell’11 settembre 2019 ”Settembre 1992, attacco alla Lira”


https://www.giorgiolamalfa.it/nuovo/wp-content/uploads/2019/09/Corriere-della-sera-11-settembre.pdf

IL GOLPE CILENO e l'assassinio di Allende.



Maurizio Barozzi

Premessa
IN AMERICA LATINA, DEPREDATA E CONSIDERATA GIARDINO DI CASA DAGLI YANKEE, TUTTI I PATRIOTI SONO SU POSIZIONI RIBELLI E DI INDIPENDENZA NAZIONALE, COMUNISTI COMPRESI.
TUTTI GLI ALTRI SONO SERVI SCIOCCHI E CRIMINAI DEGLI USA E DELLE LORO MULTINAZIONALI



• Il colpo di Stato in cile, 11 settembre 1973, venne progettato da Kissinger ed eseguito attraverso la CIA che si avvalse di organizzazioni di destra e lobby varie come i camionisti che misero in ginocchio il paese con gli scioperi.

• Il Golpe venne affidato ad un generale ambizioso e fellone, Augusto Pinochet, che si dimostrò un autentico criminale. 
Con la scusa di reprimere il comunismo, in realtà vennero colpiti e massacrati tutti i patrioti che anelavano alla indipendenza cilena. 
Come sempre in America Latina gli interessi veri del popolo sono contrari a quelli delle politiche statunitensi che considerano quel continente il loro giardino di casa. 
Il fronte pattriottico conta anche i comunisti, ma non solo.

• Salvador Allende, defenestrato, era un politico e uno statista democraticamente eletto, Pinochet un rozzo militare al servizio dei vampiri della sua nazione. 
Entrambi erano stati massoni, in America Latina la massoneria è di casa, un fatto storico e culturale, ma Allende in qualche modo si era affrancato, o comunque mise al al primo posto lo Stato, Pinochet lasciò la massoneria in seguito per sposare il Vaticano (altro tradimento), nell’interesse del suo potere.

• Per il mantenimento degli assetti politici, economici, e militari funzionali agli interessi Usa, il Cile rientrò nella operazione CONDOR, varata dall'establishment dei servizi segreti statunitensi, la CIA e vari governi sud americani. 
Fu così che per anni si dispiegò in sud America e nel mondo intero una caccia agli oppositori, spesso conclusa con omicidi , sequestri e torture. Prassi da gangsters.

• Dietro l’alibi dell’anticomuunismo, ci sono stati neofascisti che hanno contribuito a varie fasi delle operazioni Condor. 
Di fatto questi figuri hanno agito contro il popolo sud americano a vantaggio degli Usa e di classi dirigenti ad essi asservite. 

Nella storia si sono pertanto squalificati da soli replicando all’estero quello che hanno sempre fatto in Italia.