martedì 30 settembre 2014

Come ti addormento il popolo: l’equivoco del razzismo


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L’Uomo Libero n° 67, maggio 2009
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di Ida Magli
Il termine “razzismo” è stato deliberatamente sostituito da alcun anni nel linguaggio politico e giornalistico a quello di “straniero”. Dico “deliberatamente” perché l’Europa, e soprattutto, l’Italia, stanno vivendo, in una strana forma di dormiveglia della quale non sono quasi per nulla consapevoli, la formazione di una nuova storia, di cui essi sono passivamente “oggetto”.
È una storia in cui lo sterminio nazista degli Ebrei, invece di allontanarsi nel tempo assumendo il profilo doloroso di un passato, da studiare e da capire, ma Passato, è stato a poco a poco trasformato in un mito fondante di una nuova storia, la “memoria della Shoah”. La Shoah ha sostituito, dunque, il peccato originale, mai cancellabile e mai perdonabile (nell’ebraismo, come si sa, il Salvatore non è arrivato e non può arrivare), in cui gli uomini sono sempre a rischio di ricadere.
Nella sua qualità di peccato d’origine lo sterminio degli Ebrei è diventato onnivalente, ossia tutto quello che succede nei rapporti fra gli uomini è riconducibile alla sua causa prima : il razzismo; e al tempo stesso, per poter essere sempre vivo ed agente, il mito deve trovare, nel ripetersi delle colpe, continue conferme alla sua verità.
Dunque, per prima cosa, sono state abolite tutte le forme che potevano anche lontanamente essere considerate analogiche al razzismo, ma tanto più quelle che, essendo giuste e naturali, non avrebbero potuto essere condannate. Prima fra tutte il possesso del proprio territorio, della propria casa, da parte dei diversi popoli d’Europa, individuando come “stranieri” gli abitanti di un altro territorio.
Ho già pronunciato un termine vietato: “Diversi”. Il concetto di diversità è stato abolito in quanto erroneamente ritenuto implicito in quello di razzismo, e dunque, contro qualsiasi evidenza e contro l’uso della ragione e della logica, nessuno deve vedere delle diversità fra un individuo e l’altro, tanto meno fra un popolo e l’altro. A questo scopo è stata costruita l’Unione Europea.

Costringendo con la forza del potere politico i popoli di Europa a fingere che non esistessero diversità di lingue, di costumi, di religioni ed eliminando i confini fra le Nazioni e fra gli Stati, l’Europa è diventata oggetto e testimone di eterna punizione; e affinché ai suoi popoli, geneticamente a rischio di peccato, non possa mai succedere di ricadervi, sono state dispoticamente cancellate le possibili diversità.

Come conseguenza di questo nuovo assetto politico nessuno è più “straniero”, né individuo né popolo, e non deve essere “visto” come straniero. In Italia, poi, data la quasi totale complicitàdei giornalisti con i politici, imperversano termini strani per sostituire quello di “straniero”, come per esempio quello di “extracomunitario” o di “immigrato” o di “clandestino”, tutti di per sé drammaticamente offensivi per gli stranieri, spogliati della loro identità nazionale, civile e politica.
Naturalmente è proprio qui che, volendo, potremmo individuare qualche principio di “razzismo”, ma anche questo è proibito rilevarlo: ha provveduto la legge del “politicamente corretto”, in logica connessione con la paura del razzismo, ad impedirlo.
Mettiamo in chiaro, perciò, i principali connotati del concetto di “razzismo” e le sue attualidistorsioni.
Prima di tutto: le razze esistono ed è perlomeno stupido, oltre che non scientifico, negarlo. Lanatura ha provveduto a fornire carnagioni, capelli, struttura ossea adatte al territorio poco soleggiato del Nord così come ha provveduto a quelle adatte al sole del Sud. Il giudizio sulla loro maggiore o minore bellezza dipende esclusivamente dall’uomo, al quale appaiono di solito più belle le cose che gli somigliano perché le riconosce, gli sono più familiari, le sente più “sue”. E di fatto sono più sue; nessuno lo può negare e nessun potere politico può imporre di non vederlo.
I figli somigliano ai genitori, i parenti si somigliano fra loro, i membri di un popolo pure.Punto e basta. Sono simili, pur in un’immensa varietà, anche le caratteristiche psichiche, intellettuali, caratterologiche dei membri di un popolo. Solo il dispotismo del Potere può imporre di non accorgersene.
Perfino nell’estrema individualità dei “Geni” si riconoscono infallibilmente i tratti culturali di ogni popolo: soltanto la Tedeschità può produrre un Bach o un Wagner, così come soltanto l’Italianità può produrre un Dante o un Michelangelo. Il sussulto orrido del “razzismo” lo si percepisce quando, come è successo qualche mese fa, i giornalisti hanno annunciato al telegiornale che erano tre “europei” i vincitori del premio Nobel. Perché non dire “i banchi”, allora?
Nell’intento di impedire qualsiasi forma di razzismo e giungere a formare ovunque popolazionimistesi è forzato l’ingresso in Europa, ma soprattutto in Italia, di moltissimi stranieri. Il silenzio tollerante, anche se tanto sofferto, del popolo italiano di fronte a questa invasionedovrebbe suscitare stupore e ammirazione, tanto più che il territorio della penisola è ristretto e fragile, la densità demografica altissima, l’inquinamento del traffico al limite di guardia, il peso economico che l’immigrazione comporta non compatibile con un bilancioprogressivamente in rosso.
Invece, No. Nessuno, a cominciare dal Papa, richiama all’ordine o condanna gli invasori della casa altrui, ma al contrario tutti se la prendono con gli Italiani ed evocano il razzismo di fronte al più piccolo episodio d’impazienza o di conflitto. Gli scatti della violenza individuale sono sempre possibili e non esistono leggi che possano impedirli del tutto perché fanno parte della normalità di qualsiasi convivenza, tanto più pesante da sopportare, quando non appartiene agli obblighi e agli affetti familiari e connazionali.
È chiaro, è naturale che si trovi più facilmente qualche motivo di scusa in una famiglia per i reati commessi dai propri parenti così come si trova più facilmente in un popolo per i reati commessi dai propri connazionali, piuttosto che per gli stranieri.
È giusto che sia così, salvo che si vogliano distruggere tutti i legami che hanno costruito fino ad oggi le parentele, i gruppi, i popoli, per cadere nel vuoto di una universalità senza volto e senza nome, questa sì “razzista” (o se si vuole “animalesca”) in quanto affidata alla biologia,alla identità di specie.
(L’Uomo Libero n° 67, maggio 2009, p. 77-81)
Fonte: https://www.facebook.com/notes/germana-ruggeri/come-ti-addormento-il-popolo-lequivoco-del-razzismo-di-ida-magli/441025842655404
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domenica 28 settembre 2014

Segreti anarchici


Opera, 5 settembre 2014

Vincenzo Vinciguerra
Sono passati quarantacinque anni dall’eccidio di piazza Fontana, a Milano, del 12 dicembre 1969 e si è giunti ad una verità solo parziale grazie all’impegno profuso dal giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, negli anni Novanta.
Oggi, è processualmente accertata la responsabilità degli uomini di una struttura paramilitare e spionistica dello Stato, denominata “Ordine nuovo”, collegata ai servizi segreti civili e militari degli Stati uniti.
Il coinvolgimento degli appartenenti al “Fronte nazionale” di Junio Valerio Borghese, nell’operazione del 1969 e negli attentati del 12 dicembre dello stesso anno a Roma e a Milano, non è stato ancora ufficialmente accertato sul piano processuale per il rifiuto dei magistrati della procura della Repubblica di Milano di svolgere le necessarie e doverose indagini, ma sul piano storico la loro responsabilità è ampiamente documentata.
Manca del tutto, viceversa, almeno fino ad oggi, la verità sulle responsabilità dell’ambiente anarchico che si fece coinvolgere in un’operazione che avrebbe dovuto sventare l’avvento di un regime clerico-marxista, con l’ingresso del Partito comunista italiano nella maggioranza governativa.
Abbiamo già documentato, sulla base di fatti e di comportamenti concreti, il ruolo di Pietro Valpreda suscitando reazioni isteriche e scomposte che non ci turbano né ci dissuadano dal proseguire nella ricerca e nell’affermazione della verità.
Sarebbe, però, errato ritenere che Pietro Valpreda abbia rappresentato il “cavallo di Troia” subdolamente inserito nella città della dell’anarchia italiana per poi poterla espugnare senza eccessive difficoltà.

La verità storica ci suggerisce di affermare, non sulla base di personali opinioni ma di indizi convincenti e convergenti, che furono numerosi gli anarchici che consapevolmente si lasciarono coinvolgere in un’operazione politica di cui non conoscevano gli strateghi né le reali finalità.
Un’operazione che mirava a colpire il Partito comunista italiano attraverso la figura dell’editore Gian Giacomo Feltrinelli, legato in quel periodo più ai servizi segreti militari sovietici che al partito diretto da uno dei massacratori degli anarchici in Spagna, Luigi Longo.
Le smanie guerrigliere di Feltrinelli erano note ai servizi segreti italiani, americani ed atlantici così come l a sua disponibilità a finanziare “compagni” disposti ad impegnarsi in una lotta che non fosse condotta solo con le parole, i manifesti, i volantini, ma anche con l’esplosivo.
Arrestare ed incriminare Gian Giacomo Feltrinelli avrebbe permesso ai servizi segreti italiani ed occidentali di “provare” che a manovrare la “sovversione rossa” in Italia era l’Unione sovietica e che, per logica conseguenza, si sarebbe potuto affermare che il Pci conduceva il doppiogioco presentandosi ufficialmente come il difensore di quell’ordine democratico che in realtà minava attraverso gli uomini del suo apparato clandestino.
D’altronde, i conti con la “quinta colonna” sovietica in Italia (il Pci) il governo costituito dopo la proclamazione dello stato di emergenza non avrebbe potuto farli se le indagini sull’eccidio di piazza Fontana, a Milano, e su quello fortunosamente fallito a Roma avessero indicato come responsabile un ambiente anticomunista com’era quello anarchico del tempo.
Gian Giacomo Feltrinelli, comunista “eretico”, miliardario e rivoluzionario, lo stesso che Gian Carlo Pajetta aveva definito, non a caso, “l’occhio di Mosca”, non avrebbe potuto essere coinvolto se non avesse effettivamente intrattenuto rapporti con uomini e gruppi anarchici e dell’ultrasinistra, tutti debitamente infiltrati da informatori, provocatori e agenti dei servizi segreti militari e civili italiani e stranieri.
Perchè la storia della strage di piazza Fontana è quella di una operazione di polizia segreta condotta dalla raffinata intelligenza di uno specialista della Cia come James Jesus Angleton, punto di riferimento dell’estrema destra italiana.
Operazione non difficile in un ambiente come quello anarchico che non aveva la capacità di difendersi da infiltrati, informatori e provocatori.
E’ impressionante rilevare come attorno a Giuseppe Pinelli e al circolo milanese de “Il Ponte della Ghisolfa” ruotassero personaggi come Enrico Rovelli, informatore della divisione Affari riservati del

 ministero degli Interni con il criptonimo “Anna Bolena”; Gianfranco Bertoli, confidente del Sid con il criptonimo “Negro”; Aldo Bonomi “anarchico sospettato d’essere confidente della polizia e collegato con i servizi segreti”, scriverà il giudice istruttore Antonio Lombardi nella sua sentenza ordinanza del 18 luglio 1998; Bevilacqua, informatore del Mossad israeliano e del Sid incaricato, scriverà lo stesso giudice Lombardi, “di infiltrarsi tra gli anarchici e fornire notizie sulla loro attività”; Pietro Valpreda; Nino Sottosanti.
La decisione dei giudici romani, Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo, di indagare solo su quell'”armata Brancaleone” che era il circolo “22 marzo”, e quella successiva dei giudici milanesi, Gerardo D’ Ambrosio ed Emilio Alessandrini, di escludere addirittura la possibilità che anarchici fossero coinvolti negli attentati del 12 dicembre 1969 e in quelli che li avevano preceduti nel corso dello stesso anno ha rappresentato un colpo mortale per la verità.
Pressati dalla necessità di “provare” che la strage di piazza Fontana aveva rappresentato l’ultimo atto, il più tragico, di un’azione intrapresa dall’estrema destra, manco a dirla “fascista”, contro lo Stato, i giudici romani e milanesi hanno condizionato anche le indagini condotte successivamente dai loro colleghi di Catanzaro, ritardando l’accertamento della verità di oltre un ventennio.
La morte di Giuseppe Pinelli “volato” dalla finestra della Questura di Milano nella notte del 15 dicembre 1969, ha paralizzato la volontà di indagare sugli ambienti anarchici milanesi considerati estranei all’azione stragista, così che gli unici a finire alla sbarra sono stati Pietro Valpreda e gli appartenenti al circolo “22 marzo” di Roma, peraltro già proclamati innocenti dalla stampa e, soprattutto, dal Parlamento italiano che, per la prima volta, aveva approvato una legge ad personam per consentire a costoro di uscire dal carcere, come difatti è avvenuto il 29 dicembre 1972, senza nemmeno attendere lo svolgimento del primo grado di giudizio.
Viceversa, sarebbe stato sufficiente focalizzare la propria attenzione sul fenomeno dell'”infiltrazione” a sinistra condotta dai gruppi di destra per pervenire a ben diverse e più pregnanti conclusioni.
Tanto non è stato fatto perchè si è preferito strumentalmente considerare il solo Mario Merlino l’unico “infiltrato” fra gli anarchici romani, l’ingannatore dell'”anarchico” Pietro Valpreda che, viceversa, lo ha sempre difeso e insieme a lui ha impostato la propria difesa processuale e il proprio atto di accusa contro gli anarchici.
Ma i magistrati romani e milanesi hanno anche escluso, aprioristicamente, la possibilità di una collusione fra gruppi di estrema destra, anarchici e dell’estrema sinistra consapevole e contingente, tattica e non strategica. E lo hanno fatto ignorando tutti gli elementi che provavano il contrario.
L’ufficio politico della Questura di Roma aveva indagato sugli attentati compiuti nella Capitale a partire dal 28 febbraio 1969 e aveva, di conseguenza, rilevato che ad alcuni avevano partecipato insieme anarchici e “fascisti”.
Non può, pertanto, destare meraviglia che il questore di Roma, il 15 dicembre 1969, dichiari ai giornalisti:
“I gruppi extraparlamentari sono come i due rami di una forcella. Partono da direzioni diverse ma alla fine si uniscono”.
Il funzionario non stava rilanciando la tesi, tanto cara alla Democrazia cristiana, degli “opposti estremismi” che finiscono per combattere insieme contro lo Stato, ma parlava con cognizione di causa. E la conferma viene dalle dichiarazioni pubblicate da “Compagni”, nel mese di aprile del 1970, rese da Gian Giacomo Feltrinelli.
L’editore, difatti, riferendosi agli eventi del 1969, parla dell’esistenza di una “congiura” che aveva coinvolto “giovani più o meno anarchici”, sul conto dei quali prosegue affermando:
“Infiltrati pesantemente da agenti provocatori e fascisti, di giovani che amano con facilità parlare di bombe, che di tanto in tanto possono anche far esplodere, dimostrativamente, qualche bomba carta che fa più rumore che danni. Di giovani che forse violano qualche disposizione legislativa e quindi prestano facilmente il fianco per essere indiziati di atti criminosi come gli attentati di Milano e di Roma”.
In altre parole, Gian Giacomo Feltrinelli ammette il coinvolgimento di giovani “più o meno anarchici” negli attentati compiuti nel corso del 1969, anche se ne addossa la responsabilità ad “agenti provocatori e fascisti” che li hanno, evidentemente, utilizzati per i loro fini.
L’editore, miliardario e rivoluzionario, sa bene quel che dice perchè gli innocenti non scappano, specie se possono contare su ottimi legali e poderose protezioni politiche, come invece ha fatto lui nel mese di dicembre del 1969.
Cosa temeva Feltrinelli per sentirsi in dovere di espatriare clandestinamente in Svizzera?
Un indizio viene fornito da un anarchico sul conto del quale non si è mai indagato, o almeno non lo si è fatto a sufficienza: Ivo Della Savia.
Il 26 gennaio 1970, Della Savia è colpito da un mandato di cattura per detenzione di esplosivi, provocato dalle dichiarazioni accusatorie di Pietro Valpreda.
Della Savia ripara in Belgio, dove lo rintraccia un uomo del Sid, il giornalista de “Il Corriere della sera” Giorgio Zicari che, il 25 febbraio 1970, sul quotidiano milanese pubblica l’intervista che gli è stata concessa dall’anarchico latitante, sotto il titolo “Ho scoperto a Bruxelles Ivo Della Savia”.
L’anarchico conferma i sospetti dei servizi segreti italiani sul ruolo ricoperto da Gian Giacomo Feltrinelli. Lo fa in maniera esplicita, omettendo il nome dell’editore che traspare chiaramente da quanto lui dichiara:
“C’è qualcuno che ha interesse a fare la rivoluzione e che desidera si determini un certo clima, che si vendano certi prodotti, un certo tipo di letteratura, e che è disposto ad aiutare coloro che diano garanzie materiali che certe cose si facciano. Al limite non sono altro che profittatori…gente che appartiene a un altro ambiente sociale, che ha altre esigenze e che vede in questi giovani degli strumenti.”
“E li finanzia?” – chiede il confidente del Sid Giorgio Zicari.
“Sì. In una certa maniera ma mai chiaramente. In forma indiretta”.
Il giorno successivo, 26 febbraio, il ministero richiede l’arresto di Della Savia alle autorità belghe che, però, negheranno l’estradizione.
Il 15 gennaio 1973, Ivo Della Savia è arrestato a Wiesbaden (Germania federale) su segnalazione dell’Interpol, ma anche le autorità tedesche negheranno l’estradizione.
Un uomo fortunato Ivo Della Savia, mentre suo fratello Piero Angelo non è lo stato. Difatti, nel mese di giugno del 1971, all’interno della sua abitazione milanese satura di gas, viene rinvenuto morto con varie escoriazioni alla testa ed ecchimosi al volto.
Nessuno ha posto la sua attenzione sulle figure degli anarchici Ivo e Piero Angelo Della Savia, che nel 1969 hanno operato a Roma e a Milano.
Forse è tardi, ma si può almeno parzialmente rimediare a questa omissione investigativa oggi che, finalmente, si accetta come rispondente al vero che all’epoca ci fu una convergenza, dettata da ragioni politiche, fra certi gruppi anarchici e l’estrema destra al soldo dei servizi segreti.
Non sono i soli, i fratelli Della Savia, a richiedere attenzione sul loro operato perchè, ad esempio, risulta interessante la figura di un altro anarchico milanese, Chicco Gerli.
Per depistare occorre conoscere in tutto o in parte la verità, quindi nel momento in cui Chicco Gerli, in un comunicato del 16 dicembre 1969, firmato “Anarchici di Milano”, definisce Giuseppe Pinelli “comunista anarchico”, mente consapevolmente, perchè sa bene che il responsabile del circolo “Il Ponte della Ghisolfa” era un anticomunista anarchico allineato a quella che era la posizione ufficiale della Federazione anarchica italiana che, al termine del congresso di Carrara del 31 agosto-3 settembre 1968, aveva ribadito la sua posizione ed individuato i suoi nemici, rispettivamente, nella Chiesa, nel militarismo e nel comunismo:
“Siamo stufi di morire per rivoluzioni che danno il potere a chi poi ci stermina”, aveva dichiarato Alfonso Pailla alla rivi sta “Panorama” che ne aveva pubblicato l’affermazione il 12 settembre 1968.
Cosa sa Chicco Gerli? La domanda è pertinente perchè il 17 dicembre 1969, nella sede del circolo anarchico “Il Ponte della Ghisolfa” a Milano, c’è anche lui che, singolarmente, si presenta con il nome di Luigi Pianosa, per una conferenza stampa nella quale qualcuno, mai identificato, afferma:
“Non sapete che lo stesso giorno della strage ci furono altre due imprese terroristiche a Milano? Contro una caserma e un grande magazzino”.
Il ruolo degli anarchici è rimasto un “buco nero” per scelte politiche e giudiziarie, anche se gli elementi per comprendere ed accertare che avevano consapevolmente partecipato all’operazione destabilizzante del 1969 erano in bella vista, alla luce del sole.
La partecipazione degli anarchici agli attentati del 1969 è rimasta un segreto da tutelare ad ogni costo anche perchè la loro azione potrà essere ricondotta all’iniziativa di quel Randolfo Pacciardi che, per aver combattuto nella guerra di Spagna, era stato testimone diretto del massacro degli anarchici organizzato dai comunisti.
Chi meglio di lui, ormai ferreamente anticomunista, poteva sollecitare gli anarchici italiani ad agire per impedire che i massacratori di Spagna potessero sedersi sui banchi del governo?
E concludiamo con una domanda: il commissario di Ps Luigi Calabresi all’interno dell’ufficio politico della Questura di Milano si occupava della sinistra, anarchici compresi. Alla moglie Gemma aveva detto, riferendosi all’eccidio di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, “menti di destra, manovali di sinistra”.
Quante cose conosceva Luigi Calabresi che si  ponevano in netta contraddizione con quella che era la “verità” ufficiale della politica e della magistratura? Ad esempio, il funzionario conosceva bene il ruolo di Pietro Valpreda, ormai divenuto “anarchico” ed “innocente”.
E molto altro ancora, forse troppo se qualcuno dal ministero degli Interni lo ha dato in pasto ad Adriano Sofri ed ai suoi compagni di “Lotta continua” con false informazioni che lo spacciavano addirittura per agente della Cia.
Mentre, invece, ad avere rapporti con la Cia erano propri i “lottatori continui” come dimostrano, fra l’altro, gli scomposti attacchi al presidente cileno Salvador Allende pubblicati sul loro giornale.
Sappiamo che sono stati loro ad uccidere, il 17 maggio 1972, il commissario di Ps Luigi Calabresi.
Oggi vogliamo sapere perchè lo hanno ucciso.
http://www.archivioguerrapolitica.org/?p=5693

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venerdì 26 settembre 2014

Recensione del libro Prima di Israele



Antonella Ricciardi: recensione del libro
"Prima di Israele"


Un’opera di seria revisione storica, documentata, di!olodogma_olomiscredente,olocausto_mai_avvenuto, scrittura chiara, lineare, immediata, per qualunque lettore. Un “punto di vista” decisamente “assassino” della versione standard della “questione sionista”… politicamente molto scorretto.
Olodogma
.
Recensione del libro Prima di Israele
 La prima caratteristica che non può passare inosservata dell’ottimo libro di Piero Sella Prima di Israele di Piero Sella“Prima di Israele”, dal sottotitolo “Palestina Nazione Araba, Questione Ebraica” (Edizioni dell’Uomo libero, prima edizione Milano 1996) è il suo anticonformismo, inquadrato in una visione di ampio respiro.
L’autore infatti, giornalista e scrittore, analizza la vicenda del popolo ebreo da poco dopo la preistoria alla contemporaneità. Citando puntualmente le fonti, e rielaborando in modo personale, Sella riesce a dimostrare una questione di profondo spessore: il conflitto israelo-palestinese non deriva da sfortunate circostanze locali, ma è parte della molto più ampia questione ebraica, essendone la più recente ed una delle più significative manifestazioni. Infatti, il libro mette in luce le reazioni di rifiuto e di ostilità che ovunque accompagnarono la comparsa degli israeliti in Europa, Asia, Africa e non solo. Questa ostilità, manifestatasi nelle epoche e nei luoghi più diversi, e considerata dagli ebrei una incomprensibile ingiustizia nei loro confronti, è invece per Piero Sella il frutto dell’esclusivismo razzista e suprematista ebraico, di radice veterotestamentaria e talmudica soprattutto.
Quello che impropriamente viene definito antisemitismo, e che in realtà è antiebraismo, non è quindi una inspiegabile follia, ma è una reazione razionale di fronte ad una gratuita ostilità del Giudaismo verso i goyim, cioè i non ebrei, ed èconnaturata agli stessi princìpi della religione giudaica,
circostanza immediatamente evidenziata nei testi religiosi ebraici riportati nel libro.
A proposito di questa reazione di rigetto diffusa, dall’Egitto faraonico ai nostri giorni, è opportuno ricordare proprio un autore israelita, che ammette: “[...] un parere così universale [...] fiorito in tutti i paesi ed in tutti i tempi, prima e dopo l’era cristiana, ad Alessandria, a Roma e ad Antiochia, in Arabia ed in Persia, nell’Europa del Medioevo e nell’Europa moderna, in una parola in tutte le parti del modo in cui ci sono stati o ci sono degli ebrei, mi sembra che un tale parere non possa essere il risultato di una fantasia o di un capriccio, e che debba la sua natura e la sua persistenza a ragioni profonde e serie” (Da Bernard Lazare, “L’antisèmitisme, son histoire et ses causes”, La Vieille Taupe, Parigi 1985, mentre la prima edizione è del 1894).
E’ importante anche l’analisi portata avanti da Piero Sella sulla sopravvalutazione attuata da molti studiosi sui risultati raggiunti dal popolo ebreo, che nell’antichità già non fu maiparticolarmente importante, e venne superato anche da molte civiltà coeve, basti ricordare agli alti sviluppi raggiunti dalle culture cananee nelle stessa Palestina, ed in particolare il profondo valore della civiltà fenicia, presente anche nella Palestina del Nord, oltre che in Libano ed altrove nel Mediterraneo. Comunque, gli esempi in questa direzione continuano per molto nel libro. Un’altra questione cardine in “Prima di Israele” è la considerazione che l’alta spiritualità del Cristianesimo sia per diversi importanti aspetti intrinsecamente fondata sulla contrapposizione ai principali fondamenti dell’Ebraismo: ad esempio, al Cristianesimo è estranea la concezione di popolo eletto, e di conseguenza dalla religione cristiana sono!g_ott_mit_uns,versione_israelita_ebraica_guerre_stragi_bibbia_ebreicondannate le stragi compiute dagli israeliti fin dall’antichitànella conquista della Palestina e di altre terre vicine, che essi compivano in nome di Dio. Coloro i quali, anche nominalmente cristiani, e specie ultimamente, che non mettano in luce il rifiuto cristiano dell’idea del popolo eletto e delle sue implicazioni discriminatorie, per il Sella compiono dei cedimenti dottrinari in realtà anticristiani, e ciò accade anche con coloro che non mettano in evidenza la differenza tra il seguire il precetto della vendetta sistematica dell’ ”occhio per occhio dente per dente” propria della religione israelita, e l’importanza data all’amore nel culto cristiano. E’ molto interessante anche l’affinità tra l’idea cristiana del Cristo morto e risorto e quella pagana di vari dèi morenti e risorgenti, tra cui Dioniso. Questa commistione con culti salvifici pagani è per il Sella un frutto di ricchezza culturale dell’incontro tra Oriente ed Europa. Nel culto di Maria, madre di Gesù, viene poi ravvisata un’affinità con la spiritualità di una dea Madre, molto diffuso soprattutto nell’antico Mediterraneo indoeuropeo. In “Prima di Israele”, poi, Piero Sella mette in luce l’idea ebraica di dominio sulla natura, disgiunta però dall’amore per questa: ciò mentre soprattutto il paganesimo valorizza il valore spirituale della natura, che è qualcosa di vivo e non di morto ed inerte. Il Sella, inoltre, mette in rilievo l’importanza storica dell’alleanza tra numerose avanguardie dell’Islam rivoluzionario ed il Terzo Reich, in funzione anticolonialista, durante gli anni ’30 e ’40 (e l’alleanza comprese anche altri movimenti anticolonialisti, ad esempio quello di Chandra Bose, leader nazionalista indiano induista, il quale fu in buoni rapporti anche con un altro importante leader anticolonialista, il Muftì islamico palestinese El Husseini). Inoltre, nel volume del Sella viene evidenziata in modo magistrale l’espropriazione violenta della Palestina da parte di un’infima ma potentissima minoranza di stranieri ebrei, che in un primo tempo avevano cercato addirittura di comprare letteralmente la Palestina, ottenendo però il nobile rifiuto del sultano turco ottomano che all’epoca governava su quelle contrade. Ecco precisamente cosa rispose il sultano al sionista Herzl nel 1901:
“Non posso cedere neppure un metro quadrato di terra perché non appartiene a me, bensì al mio popolo. […] Gli ebrei risparmino i loro milioni. Forse, quando il mio impero sarà smembrato, la Palestina la otterranno gratis. Ma faranno a pezzi il nostro corpo solo dopo che sarà morto; non acconsentirò alla vivisezione”.
Così, il libro di Sella evidenzia l’abile mimetismo di tanti ebrei, con la diffusa abitudine di cambiare i cognomi ed anche di tradurli rendendoli spesso irriconoscibili: ad esempio molti ebrei, il cui cognome era Cohen, trasferitisi in Italia, nell’arco di una generazione tradussero questo cognome con “Sacerdoti”. Gli esempi di questi cambi sono numerosi ed inquietanti, dando quale risultato che molti ebrei sembrino profondamente radicati in un territorio, mentre il più delle volte non è così. A volte cambi e traduzioni di cognomi non avvengono con una o qualche generazione, ma sono adottati da uno stesso individuo anche diverse volte nell’arco della vita. A questo proposito viene ad esempio citato il caso di Ugo Stille, apparentemente italianissimo, un tempo direttore del Corriere della Sera, e che in realtà si chiamava Misha Kamenetzky, ed era un askenazita (quindi un ebreo dell’Europa dell’Est), giunto al Corriere al seguito dei militari USA con la Seconda Guerra Mondiale. Ancora a proposito di questa tematica, in “Prima di Israele” è citato il libro “Ebrei erranti”, edito da Adelphi nel 1987, scritto dall’israelita Roth, da cui viene riportato: “Non ci si meravigli dell’irriverenza degli ebrei nei confronti dei loro nomi. Con una leggerezza che risulta stupefacente essi cambiano i loro nomi, e così pure i nomi dei loro padri [...] Se uno si chaima Nachman e il suo nome è trasformato in un Norbert europeo, non sarà proprio “Norbert” il travestimento, lo pseudonimo? E’ solo mimetismo o qualcosa di più? Il camaleonte sente forse pietà per i colori che deve continuamente mutare? L’ebreo in America scrive Greenboom anzichè Gruenbaum. Non si cruccia certo per le vocali mutate”. Inoltre Piero Sella evidenzia il doppio ruolo ebraiconell’essere in prima fila nel capitalismo più abile ed allo stesso tempo di avere egemonizzato tanta parte del movimento bolscevico all’epoca della rivoluzione russa del 1917 (all’epoca gli ebrei erano in quel Paese attorno al 2% della popolazione, ma rappresentarono fino a molta parte dello stalinismo l’80% della classe dirigente bolscevica in U.R.S.S.). Sella svela inoltre la reale identità di tanta parte dell’antifascismo, in numerosi casi rappresentato da ebrei. Come si spiega questo doppio ruolo? La soluzione è per Sella data dal fatto che l’ebreo sia stato di solito sovversivo pro domo sua, nei Paesi dove veniva emarginato anche a causa di suespeculazioni capitalistiche e della diffusa pratica dell’usura: un esempio tra i tanti è dato dalla Russia della dinastia dei Romanov, connotata da una posizione decisamente non favorevole agli ebrei. Inoltre, Sella sostiene studi revisionistici sul nazionalsocialismo, specie nel periodo bellico, citando non poche fonti e con lo scopo di una base più scientifica e più rigorosa per la storia, ed illumina il ruolo tutt’altro che di vittima inerme rappresentato dallo Stato ebraico, realizzato anche con la complicità dell’Alto Commissario dell’impero coloniale inglese, Herbert Samuel, esponente della comunità ebraica in Inghilterra…. Inoltre, tra le tante circostanza simili, viene ricordato che nella prima guerra arabo-israeliana del 1948-’49, presentata solitamente come una vittoria di un David-Israele contro un Golia rappresentato dai militati siriani, transgiordani (in seguito detti giordani), libanesi ed egiziani (più alcuni contingenti irakeni e sauditi), ci fu però però, da un punto di vista numerico, lo scontro di 20.000 arabi contro 60.000 ebrei. I sionisti avevano inoltre l’appoggio del presidente americano Truman e del georgiano sovietico Stalin, ed avevano armi molto maggiori, fornite soprattutto dagli statunitensi ma anche, tra gli altri canali, da quello cecoslovacco, scaturito dall’infiltrazione, da parte di individui ebrei sionisti, del partito comunista cecoslovaccoLa macchina propagandistica sionista ha inoltre generato una serie di autocensure in diverse persone anche razionali su altri argomenti, suscitando dei riflessi condizionati che inibiscono l’analisi di queste storie, che hanno bisogno di profonda libertà di pensiero e d’indipendenza di giudizio. Una vicenda che torna in mente a questo riguardo è quella in particolare dell’invasione israeliana del Libano del giugno-agosto 1982, quando i soldati ebrei uccisero circa 20.000 arabi, sia palestinesi sia libanesi, quasi tutti civili (dei quali circa 8000 palestinesi e 12.000 libanesi), ma i dirigenti israeliani presentarono quel crimine (condannato anche dalle Nazioni Unite), comeun’autodifesa, denominando l’operazione “Pace in Galilea”, cioè presentando l’invasione quale tentativo di difendere il Nord d’Israele (la Galilea palestinese) dai guerriglieri palestinesi, che cercavano di rientrare nella Patria dalla quale erano stati ingiustamente cacciati. Inoltre, in quei drammatici giorni erano avvenuti innumerevoli episodi particolarmente gravi, tra cui la distruzione da parte dell’esercito ebraico (guidato da Sharon) del campo palestinese di Ain El Halwy con bombe al fosforo, che aveva causato la morte di circa 1000 profughi palestinesi. Il modo con cui queste vicende vengono tristemente coperte dal vittimismo dei persecutorinon deve purtroppo stupire, dal momento che i primi protettori d’Israele sono gli imperialisti americani, senza i cui aiuti Israele neppure potrebbe continuare ad esistere. Questi imperialisti neoconservatori non hanno evidentemente particolari problemi di coscienza, dati i loro modi spesso alquanto “spicci”, che non si possono limitare a semplici “mele marce”. Ecco una delle innumerevoli testimonianze in proposito, tratta questa volta dal giornale americano New York Times del 4 marzo 2004, e riferita a delle torture USA delle quali si è detto di meno rispetto a quelle ai danni degli irakeni: si tratta di quelle americane ai danni dei prigionieri afghani. Ecco un estratto del testo: “A Bagram l’uso della forza e dell’umiliazione è moneta corrente: i prigionieri vengono costretti a stare nudi in stanze ghiacciate, con le braccia sospese al soffitto da pesanti catene e le caviglie bloccate da anelli di acciaio“. [Questo articolo è stato pubblicato sui seguenti giornali: Avanguardia, Rinascita, il Quotidiano di Caserta, Ciaoeuropa] (http://www.antonellaricciardi.it/articoli.asp?id=16)
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