martedì 15 gennaio 2019

PERCHE’ TANTE STRAGI E TERRORISMO IN ITALIA?



di Maurizio Barozzi

Nel Gruppo di studi sul caso Moro (“sedicidimarzo”), l’amico Andrea chiedeva ragione di tante stragi e terrorismo: «Portella delle ginestre, Avola, Modena, Reggio Emilia, golpe De Lorenzo, golpe borghese, piazza fontana, Enrico Mattei, pier Paolo Pasolini, argo 16, morte generale Mino, Strage Brescia, Strage Italucus, assassinio commissario calabresi, acca larentia, fratelli Mattei, Bologna, Ustica, Galvaligi, Varisco, Dalla Chiesa,Fausto e Iaio, Gelli, P2, Calvi, Ambrosoli, Pecorelli, Chichiarelli, Ambrosoli, Falcone , Borsellino e soprattutto Aldo Moro».

HO FORNITO QUESTA RISPOSTA
L’elenco di stragi e terrorismo, fatto da Andrea e che non può essere esaustivo, impone una domanda:
PERCHE’?
Perché questo disgraziato paese ha dovuto subire questo scempio?

E’ ovvio che molti episodi fanno storia a sé e possono avere motivazioni e origini eterogenee, ma vi è una costante che dimostra origini, cause e fini del terrorismo e si chiama GEOPOLITICA.
Ne ho parlato spesso con storici imporanti e, tranne diversità di interpretazioni secondarie, hanno sempre concordato.
Tutto è iniziato a metà del 1800 quando si stavano realizzando due grandi novità: l’utilizzo del petrolio da poco scoperto e lavorato per l’industria e i trasporti e la imminente apertura del canale di Suez.

Fu così che il nostro paese, da sempre “porterei naturale” nel mediterraneo divenne strategicamente importante per le future rotte tra il sud Europa, l’Africa e il vicino oriente.

Fu così che gli anglo francesi, ma soprattutto gli inglesi, passarono da un sostegno ideale, di stampo massonico, al progetto RISORGIMENTO, ad un sostegno concreto fatto di enormi finanziamenti dalle loro banche e forniture di armi. 
L’Italia doveva essere sottratta ai Borboni e agli Austrungarici. 

Questo comportò anche l’utilizzo di un certo terrorismo che venne conosciuto nel nostro paese.

Proiettiamoci ora al secondo dopoguerra, dove l’Italia venne sottratta alla atavica igerenza britannica e passò sotto quella statunitense, cosa questa che decretò la fine della Monarchia (casa Savoia, il giocattolino di Londra), la nascita della Repubblica e oggi sappiamo che gli americani, dovendo lasciare con le truppe il nostro territorio, si premunirono in vari modi. 


Per prima cosa J. J. Angleton , capo dell’Oss, futura Cia, rimise in piedi i nostri Servizi segreti, vi si aggiunse anche il famigerato “Anello” e vennero imposti accordi e protocolli particolari, per cui la nostra Intelligence e le ns. FF.AA restavano subordinate agli USA.
Anche il fatto che i nostri generali del tempo dovevano fare corsi e scuole di guerra in America, come fecero, per esempio Miceli e Maletti, e l’obbligo di rifornirsi di armi scelte da loro, contribuì ad una nostra evidente sottomissione.
Politicamente gli americani si garantirono la nostra suaboridnazione attraverso la rinata DC, e garante di questo fu il Vaticano. Nel 1949 con l’inserimento nel Patto Atlantico, spacciato per “alleanza” la nostra subordinazione divenne totale. Ma gli americani si garantirono anche frange di manovalanza, pescando a destra del nostro scacchiere politico. Il primo di cui Angleton si assicurò i servigi fu Valerio Borghese, da lui appositamente salvato da sicura fucilazione. Il Borghese ricambiò, mettendo a disposizione degli Usa i resti della Decima Mas, alcuni dei quali, riaddestrati dagli americani, vennero mandati in Sicilia. Altri furono spediti nel nascente Stato di Israele a formargli una marina di assalto. Tutte vicende note.
Anche la nascita del MSI, che da subito venne messo in mani massoniche (Michelini) e di dirigenti da tempo proni verso gli americani (per es. Romualdi e De Marsanich), consentì agli Usa di avere a disposizione anche una manovalanza di piazza. 
 Non irrilevante anche accennare alla Mafia, opportunamente rilanciata alla grande in Italia e la Massoneria altrettanto alla grande. Sappiamo come l’americano Frank Gigliotti impiantò Logge massoniche in tutti i gangli vitali del ns. paese.
Ed ecco ora che gli americani si erano garantiti la nostra subalternità, anche attraverso l’inserimento del nostro paese nel circuito liberista dei mercati e in quello finanziario.


Era necessario per gli Usa giocare su più tavoli, anche sporchi, violenti, perché il nostro paese, come detto delicata portaerei nel mediterraneo era problematico, in quanto:

1. aveva il più forte partito comunista d’Europa e un sindacato molto radicato. Partito comunista che per tutti gli anni ’50 era fortemente legato a Mosca

2. Contava la presenza del Vaticano, con tutti gli interessi che ne discendevano.

3. Il nostro ruolo geopolitico nel mediterraneo non ammetteva defezioni dall’inquadramento atlantico imposto, a nessun costo, e non solo questa nostra subordinazione e passività era indispensabile agli Usa, ma divenne ben presto indispensabile anche ad Israele, a noi concorrenziale nel trianogolo mediterraneo, Africa, Vicino oriente.

4. L’Italia dimostrò da subito grandi doti di ripresa economica che potevano innescare spinte centrifughe dalla suborindinazione imposta, come dimostrò il caso Mattei, che rilanciato l’Eni che gli americani avevano disposto di chiudere, si mise a fare concorrenza al cartello petrolifero occidentale, destabilizzando i mercati per la proposta ai paesi arabi di accordi convenienti.
Portella delle Ginestre, per il totale controllo della Trinacria che doveva essere esercitato dalla Mafia, su delega statunitense, e l’assassinio di Mattei furono i primi esempi di pratiche terroristiche nel nostro paese.

Fu però nel 1967 che gli americani scatenarono nel nostro paese le strategie Chaos, una variante di guerra non ortodossa e criminale, che scaturiva dalla dottrina di Westermoreland; 1967 anno di grave crisi occidentale nel mediterraneo, perché De Gaulle aveva sottratto la Francia dai comandi Nato, considerando umilianti certi accordi segreti (figuriamoci noi!), Cipro e Turchia non volevano più concedere scali agli americnai, la Grecia alle imminenti elezioni di Aprile si paventava che avrebbero vinto le sinistre le quali avevano in programma l’uscita dalla Nato.

E questo mentre l’imminente guerra dei sei giorni , a giugno, vide la abnorme espansione violente di Israele, che provocò l’intervento indiretto dei Sovietici per non far collassare del tutto gli stati arabi e relativa rottura delle relazioni dei paesi dell’Est con Israele.
Le navi sovietiche arrivarono nel mediterraneo e questo pose in allarme la Nato. Ad aprile, intanto gli americnai si erano premuniti, promuovendo un colpo di Stato in Grecia, quello dei Colonnelli, e in Italia, dove un Golpe non era possibile e avrebbe creato più problemi di quanti ne risolveva, vennero scatenate le strategie Chaos. 

Proprio nel 1967 scoppiarono le prima bombe nel nostro paese, che ebbero un crescendo di violenza: nel solo 1969 ci furono 26 attentati, e si finì in bellezza con Piazza Fontana. Obiettivo: destabilizzare per stabilizzare, per non consentire fughe centrifughe al nostre paese.

Da allora la violenza e le bombe non fu più possibile fermarle, come sempre avviene, ad azioni si aggiunsero azioni , uguali e contrarie, cause e concause, e tutto è andato avanti fino a che, primi anni ’90, liquidata Yalta, dissolto ogni residuo di PCI, eliminate le influenze dei partiti su base ideologica o sociale, è nata la Seconda Repubblica, con i suoi partiti bottega intercambiabili, e ci hanno definitivamente eroso ogni minima sovranità nazionale.

Oggi non solo sarebbe impossibile un tentativo economco modello Mattei, una politica pallidamente autonomista come quella di Moro, una reazione di orgoglio come quella di Craxi a Sigonella, ma neppure delle proteste di masse, come accadde per la installazione dei missili a Comiso.
Oggi le basi nucleari imposte nel nostro territorio si sono decuplicate, e nessuno protesta che a fine anno le testate atomiche saranno sostituite con altre più potenti e moderne. Ma addirittura è oramai invalso “l’obbligo” di varare governi, di qualsiasi colore poiltico, dopo il consenso con tanto di viaggio dei nostri statisti in Israele. Colonizzazione completa.

TRATTO DA:
https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=768044553552073&id=100010396061441


Corporativismo e Socializzazione


Two men shaking hands after a successful car purchase



I media di disinformazione di massa vogliono farci credere che esistano solo due vie percorribili, il liberal capitalismo di matrice anglosassone, in realtà ebraica
e il socialismo marxista, sempre di matrice ebraica
Ma la realtà è ben altra. Innanzitutto entrambi i sistemi hanno sempre cooperato insieme, ebrei capitalisti come Schiff e Warburg finanziarono la cosiddetta rivoluzione d’ottobre e i bolscevichi ebrei in cambio gli diedero le riserve auree della Russia. Ma, cosa ben più importante, esiste una terza via al turbo-capitalismo liberista ed al socialismo internazionalista: Il Socialismo Nazionale dei Fascismi. (tratteremo il socialismo tedesco in un articolo a parte.)
Americanismo e Bolscevismo sono due facce della stessa medaglia.
Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno

Le differenze principali tra il socialismo fascista e quello marxista sono 3:
1 Il socialismo fascista è di tipo nazionalista e non mira ad una socializzazione di tipo internazionale volta a sradicare particolarità etniche e tradizionali. (l’internazionale rossa)
2 il socialismo fascista non vuole l’abolizione della proprietà privata ma sollecita una “socializzazione” del proprio capitale per i beni della collettività, ad esempio l’apertura di nuove industrie o produzioni agricole che creino lavoro per il popolo.
3 Il socialismo fascista mira ad una progressiva abolizione dei ceti sociali in modo spontaneo e non aggressivo con delle riforme che mirino alla concordia delle classi e non ad una lotta di classe che inevitabilmente conduce ad inutili spargimenti di sangue ed al caos sociale.

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di Rutilio Sermonti

Tra i fogli degni di rispetto (in quanto rifiutano e disprezzano, nella disamina critica del fenomeno e dell’idea fascista, il grossolano manicheismo ricalcato tuttora sulla propaganda bellica «alleata» dell’ultimo conflitto mondiale) esistono due orientamenti contrastanti sul rapporto che intercorre tra corporativismo e socializzazione delle imprese. Di tale contrasto peraltro esistevano già tracce nella pubblicistica della Repubblica Sociale.
Secondo l’uno, i decreti del Duce del febbraio e dell’ottobre ’44 avrebbero rappresentato una svolta ed un cambio d’indirizzo rispetto al sistema corporativo (il famoso ritorno alle origini); secondo l’altro, la socializzazione delle imprese non sarebbe stata che lo sviluppo logico e lineare proprio dell’idea corporativa, tutt’al più con un leggera anticipazione nei tempi a seguito delle drammatiche vicende militari.
Metto subito le carte in tavola, dichiarando che la contraddizione è soltanto apparente, e tale mi è apparsa nei lontani anni ’40. Ciò, credo, non per mio merito ma per la fortuna che ho avuto di essere figlio, confidente e fervido collaboratore di un Uomo che fu uno dei maggiori e più lucidi teorizzatori e docenti di corporativismo e insieme uno dei più attivi artefici delle leggi sulla socializzazione, insieme a Tarchi, Sargenti, Cassiano, Conforto ed altri giuristi e sindacalisti della RSI.
Come tale, non potevo non partire da una constatazione per scienza diretta, in cui non posso quindi essere contraddetto: mio Padre, studioso ed assertore convinto del corporativismo e poi della socializzazione, non ha mai cambiato idea, neanche di una virgola. Come si spiega allora la pretesa contraddizione?
Il fatto è questo: l’espressione Corporativismo si usa in due significati diversi. L’uno è quello dell’idea ovvero del principio corporativo: concezione squisitamente politica ed etica che si pone in radicale alternativa sia al liberismo alla Adam Smith che dell’economicismo marxista. L’altro è l’ordinamento giuridico che ebbe vigore in Italia tra il ’26 ed il ’43, e relativa prassi.
Ora, è sin troppo ovvio che, usando il termine Corporativismo nel secondo significato, la svolta sia avvenuta. La nuova struttura della impresa produttiva configurata e parzialmente applicata tra l’ottobre del ’43 e l’ aprile del ’45 (sei soli mesi, col nemico alle porte) era certamente innovativa e del tutto incompatibile col contratto di lavoro anteguerra e col sindacato dualistico (e infatti la Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti prevista dalla RSI non conosceva più ripartizione in datori di lavoro e lavoratori). Ma l’innovazione è priva di pregio, come lo sarebbe una polemica tra «corporativisti» e «socializzatori». L’ordinamento introdotto a partire dalla legge 3 aprile 1926 n. 563 e successivamente modificato con la legge sulle corporazioni e con quella sulla camera del 1939 (altre «svolte»?) è stato infatti abrogato or sono 52 anni, e riproporlo oggi negli stessi termini sarebbe ridicolo, nella attuale situazione politica ed economica non solo italiana.
Coloro che, come me, sostengono oggi l’attualità del corporativismo, si riferiscono quindi al primo dei due significati della parola detti sopra: al principio, e potremmo dire all’impostazione corporativa dei problemi socio-politici. Ebbene, mi sembra che, proprio alla luce di quei principî, la socializzazione delle imprese non soltanto non sia in alcuna contraddizione col corporativismo, ma costituisca esattamente una ulteriore, importante tappa della sua attuazione. E parlo di tappa e non di arrivo in quanto -e invoco la testimonianza dell’amico Sargenti- fu ben chiaro sin da quei tempi tremendi e magnifici che la gestione paritetica capitale-lavoro era solo il primo passo verso la méta finale: tutta la gestione a tutto il lavoro.
Vediamo ora -molto succintamente- che cosa sia il corporativismo, inteso come idea e principio direttivo.
1) Visione spirituale della vita singola ed associata e quindi -dato che lo Spirito è attributo esclusivo dell’Uomo- collocamento dell’uomo al centro di ogni attività, quella produttiva inclusa che va quindi sottratta al dominio delle cose (capitalismo).
2) Concezione, quindi, dell’economia come funzione della politica, e non viceversa, e coerentemente concezione unitaria della economia nazionale e precisa finalizzazione di essa (programmazione).
3) Concezione della nazione come un sistema organico, composto dalle innumerevoli funzioni cui i cittadini si dedicano, degne di riconoscimento e tutela da parte dello Stato in quanto concorrono al miglioramento spirituale, morale ed economico della nazione stessa, da cui è inseparabile la salute mentale e fisica dei cittadini.
4) Valorizzazione sistematica e istituzionale dei corpi intermedi in cui i cittadini si raggruppano in rapporto alle dette funzioni.
5) Necessità di collaborazione tra tutte le funzioni, che può anche manifestarsi in dialettica, magari accesa, ma esclude le conflittualità. Tra uomini che perseguono un unico fine superiore e comune il conflitto è inconcepibile.
A tali principî vi sono molti corollari, ma tutti possono farsi rientrare in qualcuno di essi.
Sfido chiunque a trovare un contrasto tra qualcuna delle esposte concezioni e la socializzazione della RSI.
Ma in sistema corporativo -potrà dire qualcuno e lo dice- c’era ancora il contratto di lavoro e l’impresa dualistica, c’erano ancora le S.p.A., c’era ancora l’esclusione del lavoro dalla gestione dell’impresa. Qualcun altro appunta i suoi strali contro le nomine dall’alto anche nelle massime cariche sindacali. Su tal genere di critiche ho scritto e detto molto, ma poiché non ho la presunzione che tutti abbiano avuto il tempo e la voglia di leggermi, mi accingo, per concludere queste righe, ha sintetizzare le risposte, cominciando dalla prima.
Quando una fazione rivoluzionaria assume il controllo di una nazione -come fu per il Fascismo nel ’25 e per il Bolscevismo nel ’18- ha davanti due strade.
L’una (quella imboccata da Lenin) è quella di cancellare drasticamente tutte le strutture portanti preesistenti, dandosi ad applicare freneticamente (e senza alcuna esperienza pratica) le proprie dottrine ideologiche; l’altra -che fu di Mussolini- è quella di applicare riforme rapide ma graduali, tali da non inceppare i meccanismi produttivi che, tra l’altro, permettono al popolo di continuare quotidianamente a nutrirsi.
Quale sia la strada migliore ce lo insegna la storia.
Il primo metodo -oltre alla necessità di ammazzare in vari modi alcuni milioni di persone e alla instaurazione di un feroce regime di polizia- regalò alla Russia cinque lustri di fame e di stasi produttiva e costrinse i suoi dirigenti improvvisati a chiedere l’elemosina al capitalismo occidentale, senza i provvidenziali puntelli (non gratuiti) del quale ciò che è accaduto alla fine degli Anni Ottanta sarebbe accaduto a furor di popolo mezzo secolo prima.
Il secondo, senza ammazzare nessuno e senza chiedere elemosine pelose, permise all’Italia di aumentare la produzione, di nutrire quotidianamente 45 milioni di italiani, di superare in modo meno traumatico dei paesi ricchi la grande crisi del ’29, di risanare le finanze nazionali, di difendere vittoriosamente la propria moneta, di rispondere sprezzantemente all’assedio economico del ’35 e soprattutto di ottenere una concordia nazionale quale non si era mai conosciuta nella Penisola.
Una bella differenza, no?
Il fatto è che una nazione moderna è un meccanismo grosso e complicato assai, e tirar colpi all’impazzata è soltanto da incoscienti. Immaginate riformare un motore senza che questo cessi neppure un attimo di funzionare! Ebbene, uno statista rivoluzionario se ama veramente e soprattutto il proprio popolo, deve fare un miracolo del genere.
L’impresa dualistica? Ma essa non era nulla di «corporativo»! Era semplicemente l’elemento primario dell’economia nazionale capitalistica che il Fascismo trovò in atto allorché assunse la responsabilità gestionale. Né vi era altra classe imprenditoriale che quella capitalistica, e una classe imprenditoriale non si improvvisa a colpi di decreti. Far fuori Donegani, Valletta, Albertini sarebbe stato, oltre che iniquo, imbecille. Ma la rivoluzione, sempre la stessa, non si fermò mai ad onta delle resistenze di certi ambienti refrattari. Si cominciò col dare ai sindacati dei lavoratori, alla pari di quelli imprenditoriali, potere legislativo (i C.C.L. aventi valore di legge). Poi, con le corporazioni, essi parteciparono pariteticamente alla programmazione economica nazionale. Poi, con la riforma della Camera, i loro rappresentanti sedettero come tali nell’organo supremo legislativo. Contemporaneamente, la figura dell’imprenditore privato, andava slittando da quella di capitalista e padrone a quella di capo, responsabile di fronte allo Stato (si leggano gli articoli 2086 e 2088 del Codice corporativo del ’42). Il capo della impresa del 1944, qualificato dal proprio lavoro direttivo e non dalla titolarità del capitale non è che il passo successivo, logico e inevitabile, nella stessa direzione. Così pure la partecipazione dei lavoratori alla gestione. Essa era prevista, in prospettiva, fin dal programma fascista del 1921. Ma vi era aggiunta un’espressione di alto significato: «che ne siano moralmente e tecnicamente degni». Era una conditio sine qua non che doveva di fatto realizzarsi, e ci voleva tempo e maturazione. E nel ’44, nonostante l’anticipazione cui accennavo, quella condizione era già in atto, se è vero come è vero (per quanto personalmente mi risulta) che autentici operai parteciparono al Consiglio di gestione dell’Alfa Romeo con interventi tutt’altro che inutili e insignificanti.
Poi arrivarono i «paladini dei lavoratori» a sfasciare tutto. Quanto alle «nomine dall’alto», anch’esso non era un carattere derivante dai principî corporativi. Era semplicemente una precauzione politica, che può ritenersi essere stata necessaria o meno in quel tempo e in quelle situazioni, ma si tratta di considerazioni oggi del tutto sterili ai fini della continuità o meno tra corporativismo e socializzazione.
Essere più corporativisti o più socializzatori non ha quindi senso, e tanto meno vale a costituire tra noi una destra e una sinistra. Noi siamo un’altra cosa: siamo gli antesignani di un nuovo ciclo. Gli altri non sono che gli epigoni del vecchio che si chiude.
Questo soltanto importa davvero.

Corporativismo e Socializzazione 1°parte
https://www.youtube.com/watch?time_continue=313&v=dNGYHs1BXUQ

Corporativismo e Socializzazione 2°parte
https://www.youtube.com/watch?time_continue=315&v=0TcRkh2P7WU

STATO ORGANICO: Vera Democrazia 3°parte
https://www.youtube.com/watch?time_continue=351&v=7Vt1ZIANP-Y

TRATTO DA:

https://lupobianco14org.wordpress.com/2017/02/03/corporativismo-e-socializzazione/

martedì 8 gennaio 2019

Gli Zingari: un fenomeno da conoscere

di
 

Raimondo Gatto ha scritto un interessante libro intitolato Zingari antichi e moderni. Lo scandalo della verità (Reggio Emilia, Edizioni Radio Spada, 2016)1. Penso sia utile studiarlo per capire il “misterioso” mondo degli zingari che ci circonda, di cui poco si conosce e che in questi tempi di immigrazioni di massa può causare non pochi problemi di convivenza nei nostri Paesi già tanto provati da forti crisi economiche e dall’invasione continua di immigrati clandestini e di islamici, che stanno sconvolgendo la nostra esistenza.
Il libro è molto ben documentato, si basa su una vasta bibliografia scientifica per nulla influenzata da pregiudizi razziali e se l’Autore cita qualche studioso troppo partigiano o eccessivamente nemico del mondo zingaro lo dice chiaramente e fa capire che le loro asserzioni non possono essere prese senza il dovuto discernimento.
Il libro tratta della natura degli zingari, della loro origine geografica ed etnica, della loro venuta in Europa, delle espulsioni e persecuzioni che essi hanno subìto nel corso delle epoche. Inoltre studia la psicologia e la personalità degli zingari, i loro costumi morali, il problema dell’accattonaggio, il loro rapporto col lavoro, la stabilizzazione in un determinato luogo e le loro credenze religiose. A partire da questo quadro ci si può fare un’idea precisa dell’oggetto (“la questione degli zingari”) studiato nel libro, capirne meglio la reale natura ed eventuali distorsioni di comportamento, che potrebbero essere pericolose per chi è del tutto sprovveduto su tale argomento ed ingenuamente pensa di poter convivere pacificamente con un mondo che rifiuta i princìpi della nostra civiltà, come vedremo in séguito.

La natura del popolo zingaro
In Italia nella prima metà del Quattrocento comparvero le prime carovane di zingari provenienti dai Balcani, ma i nostri antenati non riuscirono a capire con precisione chi fossero realmente e cosa volessero (cfr. F. Predari, Origine e vicende degli zingari, 1841, II ed., Bologna, Forni, 1997).
Francesco Predari spiega che il fenomeno zingaro non è supportato da testimonianze storiche, né da documenti di qualsiasi genere. Essi non hanno posseduto una lingua scritta, ma solo un idioma parlato. Quindi quel poco di notizie che abbiamo su di loro sono state attinte dagli Annali delle varie Nazioni che li hanno ospitati come viandanti.
Conseguentemente Raimondo Gatto osserva che gli zingari non manifestano interesse per la loro storia e che le numerose leggende, raccolte dagli ziganologi, hanno un carattere favolistico e son prive di riferimenti cronologici e riscontri oggettivi (Zingari antichi e moderni. Lo scandalo della verità, cit., pp. 13-14).
La studiosa americana Isabel Fonseca, pur essendo filo-zigana, scrive che l’ostacolo principale, che impedisce di ricostruire una storia seria degli zingari attraverso le loro testimonianze è il seguente: “Gli zingari mentono. Mentono un sacco, più di frequente e con maggiore inventiva di qualunque altro popolo” (Seppellitemi in piedi. In viaggio lungo i sentieri del popolo Rom, Milano, Sperling & Kupfer, 1999, p. 12).
Inoltre gli zingari per difendersi da ogni possibile repressione fanno attenzione a “rivelare il meno possibile della propria lingua e dei propri costumi” (E. Robotti, Zingari e Galè al campo sosta di Molassana, Roma, Prospettiva Edizioni, 1996, pp. 28-29).
Vincenzo De Florio scrive: “Se ponete loro delle domande, ne otterrete spesso delle risposte fantasiose o false…, talora il silenzio” (Zingaro mio fratello, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1986, p. 45).

L’origine degli zingari
A partire dal XV secolo era comunemente diffusa l’opinione che gli zingari fossero d’origine egiziana, perché loro stessi lo avevano detto ai popoli dell’Europa centrale presso i quali iniziavano allora a penetrare. Tuttavia nel XVIII secolo quando gli inglesi si stabilirono nell’attuale India-Pakistan e Bangla Desh, “gli studiosi scoprirono numerose assonanze tra alcuni dialetti indiani e il frasario zingaresco” (R. Gatto, cit., p. 15).
Nella fine del Settecento lo studioso tedesco Heinrich Moritz Gottlieb Grellmann pubblicò il primo trattato (Historisher Versuch uber die Zigeuner, 1782; tr. francese Histoire des Bohémiens ou Tableau de moeurs, usage et coutumes de ce peuple nomade, Parigi, Chàumerot, 1810) completo e scientificamente documentato sull’origine e i costumi degli zingari. Secondo Raimondo Gatto quest’opera di Grellmann è ancora attuale e non si può prescindere da essa, se si scrive sul problema degli zingari; anche se il Grellmann è mal visto dai filo-zigani poiché il suo lavoro è oggettivo e scientifico e non contiene nessun elemento ideologico filo-zigano e terzomondista “politicamente corretto”.
Ciò che sembra storicamente più certo sull’origine degli zingari lo si deduce da due documenti di due autori persiani: lo storico Hamzah d’Isphan (950 d. C.) e il poeta Firdusi (1011 d. C.). “Entrambi narrano di una popolazione che in India praticava con perizia l’arte della metallurgia, ma ancor più eccelleva in maestria nella musica e nella danza” (R. Gatto, cit., p. 17). François de Vaux de Foletier, che è un’autorità in materia, scrive: “i testi di Hamzah e di Fidursi non devono essere considerati come testi storici, ma come letterari e leggendari. Tuttavia ci sono preziosi perché sono le prime testimonianze scritte riguardo ad un popolo venuto dall’India in Persia prima del X secolo” (Mille anni di storia degli zingari, Milano, Jaca Book, 1990, pp. 42-43).
Inoltre si sostiene che essi fuggirono dalla Persia, quando questa fu conquistata dai musulmani e si sarebbero diretti in parte nel Caucaso e in parte nell’Impero bizantino e siano giunti nei Balcani, stanziandosi nell’attuale Romania (R. Gatto, cit., pp. 18-19).


Pellegrini” egiziani?
Interrogati da dove venissero e chi fossero rispondevano di essere originari dell’Egitto e che Dio li aveva puniti, inviandoli quali “pellegrini errabondi nel mondo”, per espiare il peccato dei loro antenati di aver dato un’accoglienza poco ospitale a Gesù bambino e alla Sacra Famiglia. Ora questa risposta “è una fiaba, inventata apposta per ingannare i creduli cristiani. Comunque i preti ungheresi, i devoti cristiani, la regina Maria e il re Sigismondo si trovarono soddisfatti di questa risposta e vedendoli miserabili e bisognosi offrirono loro ospitalità e salvacondotti” (A. Colocci, Gli Zingari, storia di un popolo errante, II ed., Bologna, Forni, 1971, p. 47). In realtà gli zingari provenivano dall’India e dalla Persia ed avevano solo attraversato l’Egitto.
Nel 1500 un atto della Dieta di Augusta pose fine all’impunità che gli zingari godevano in Europa da almeno 50 anni invitando a non lasciar più passare le carovane dei nomadi e a non tener conto dei loro lasciapassare (cfr. F. Predari, Origine e vicende degli zingari, cit., p. 71).
Per attraversare le contrade europee gli zingari mostravano dei salvacondotti rilasciati loro dal Re Sigismondo d’Ungheria (divenuto Imperatore nel 1437), i salvacondotti permettevano loro di non pagare pedaggi e di spostarsi tranquillamente da un regno all’altro e così arrivarono in quasi tutte le Nazioni dell’Europa occidentale. Essi praticavano l’arte degli indovini, leggendo la mano delle persone e così ne ricavavano qualche sostentamento (cfr. A. Colocci, Gli Zingari, storia di un popolo errante, cit., p. 61).
Le popolazioni europee all’inizio furono molto generose con gli zingari reputati “pellegrini” dall’Egitto, ma col passar del tempo si avvidero che “questi erranti vestiti in modo miserabile, erano ben provvisti d’oro e d’argento, bevendo bene e mangiando meglio […] ed avevano anche una spiacevole tendenza, soprattutto le donne, di provvedersi furtivamente” (F. de Foletier, Mille anni di storia degli zingari, Milano, Jaca Book, 1990, p. 53).
 
Fine dell’accoglienza indiscriminata
Tuttavia dopo appena 50 anni dal loro ingresso in Europa, l’ingenuità dei cristiani nei confronti dei “pellegrini dell’Egitto”, che “andavano nelle botteghe, mostrando di voler comprare qualche cosa, mentre una delle loro donne rubava” (A. Colocci, Gli Zingari, storia di un popolo errante, cit., p. 56 e p. 61) iniziò a scemare. Inoltre “malgrado la loro miseria vi erano tra loro delle indovine, che leggevano le mani delle persone e così parlando alle genti, per arte magica vuotavano le borse altrui ed empivano la loro” (ivi) e “sfruttando il terrore che la loro presenza incuteva ai paesani, essi esigevano una specie di taglia per accamparsi altrove” (R. Gatto, cit., p. 31). Infatti l’iniziale tolleranza nei confronti degli zingari fu scambiata e trasformata da essi in impunità: “In Italia esisteva una legge generale che interdiceva agli zingari di passare più di due notti nel medesimo posto, ciò impediva che questi incomodi ospiti dimorassero lungamente nel medesimo luogo; ma appena l’ultimo zingaro era partito, se ne presentavano sùbito altri; per questo motivo essi circolavano senza posa” (H. M. G. Grellmann, Histoire des Bohémiens ou Tableau de moeurs, usage et coutumes de ce peuple nomade, cit., p. 42).
Krzysztof Wiernicki scrive: “Nel passato le autorità civiche, pressate dagli zingari, preferivano offrire a questi ultimi una somma di denaro pur di liberarsene […]. Si arrivava sovente ad una sorta di ricatto: gli zingari piantavano le loro tende alle porte della città, ben determinati a resistere lì finché non fossero riusciti a ottenere del denaro per proseguire il viaggio. Se la città cedeva si salvava dalla loro invasione, mentre i diretti interessati avevano così ottenuto i mezzi di sostentamento” (Nomadi per forza. Storia degli zingari, Milano, Rusconi, 1997, p. 165).
Adriano Colocci aggiunge: “Quando il mendico diventò ladro, il pellegrino malandrino, il calderaio incendiario, la fattucchiera ricattatrice […] la credulità sfumò intorno ad essi e il dispetto e l’odio ne presero il posto” (Gli Zingari, storia di un popolo errante, p. 74).
Raimondo Gatto scrive: “Gli zingari fecero della mendicità un vero e proprio mestiere, esercitato soprattutto dalle donne e dai bambini; l’insistenza, a volte minacciosa, con cui esigevano e tuttora pretendono l’elemosina, spesso si accompagnava (e si accompagna) a maledizioni per terrorizzare chi rifiutava l’obolo. […]. L’accattonaggio era tuttavia il minor male che opprimeva la popolazione. Reati, veri o presunti, furono attribuiti agli zingari; il più comune quello del furto, commesso soprattutto dalle donne, poiché gli uomini traevano profitto dai furti di esse” (cit., p. 33).
 
Le espulsioni
Editti che condizionavano la permanenza degli zingari al cambiamento dei loro costumi furono promulgati soprattutto in Inghilterra e nello Stato Pontificio” (R. Gatto, cit., p. 45). San Carlo Borromeo nel 1565 raccomandava all’autorità civile di far abitare gli zingari in un luogo stabile facilmente controllabile (ivi).
Tuttavia l’unico Paese che applicò con rigore (certe volte eccessivo) gli editti contro gli zingari fu l’Olanda, che sradicò totalmente la loro presenza. Nel resto dell’Europa essi riuscirono a sottrarsi all’espulsione e a sopravvivere rimanendo separati dal corpo sociale del Paese ospitante.

Tentativi di stabilizzazione
Nelle Nazioni in cui gli zingari erano più numerosi (Ungheria, Romania e Spagna) si cercò di civilizzare gli zingari. Maria Teresa d’Austria nel 1768 impose agli zingari di abbandonare il vagabondaggio, di rispettare le leggi civili e di integrarsi con i nativi. Fu così che in Ungheria un certo numero di zingari poté essere civilizzato, molti invece furono refrattari.
 
Gli zingari in Europa sino alla Prima Guerra Mondiale
Col XIX secolo e l’invenzione delle giostre meccaniche e la nascita dei circhi equestri gli zingari, particolarmente dediti a queste attività, poterono continuare a vagabondare per l’Europa. Tuttavia nel 1912 in Francia i veicoli dei nomadi dovevano avere delle targhe speciali e fu imposto loro di presentarsi ai commissariati di polizia per comunicare ogni spostamento in quanto “senza fissa dimora” e non per motivazioni razziali. Quando scoppiò la Grande Guerra gli zingari, che si trovavano nelle zone di confine tra due Nazioni nemiche, venivano internati per il timore di spionaggio. Anche la Bulgaria e la Germania emanarono provvedimenti simili.

 
La psicologia degli zingari
L’origine della in-assimilabilità o non-integrazione degli zingari va ricercata nei loro costumi, non è una questione di razza o di etnia, ma si tratta di una mentalità che vuol vivere liberamente al di fuori delle regole sociali. I motivi di questa mentalità sfuggono alla ragione umana. Quindi occorre limitarsi a prenderne atto e a descriverla per conoscere tutte le conseguenze che comporta.
Adriano Colocci fa un quadro sintetico abbastanza realistico della psicologia o mentalità degli zingari quando scrive: “Rigettano da sé ogni precetto imperativo della legge e le esigenze di ogni abitudine sociale e riducono al minimo la somma dei loro bisogni materiali, domandano a coloro con cui si trovano a contatto una sola cosa: l’arbitrio di vivere a modo proprio. […]. Lo zingaro, natura scaltra, superlativamente leggera, senza morale ma senza fiele, non fa mai il male per il male. È vero che non se ne astiene, se il male può essergli utile, poiché non conosce ostacoli quando si tratta di giungere a segno per soddisfare un suo desiderio, ma soddisfattolo si ferma da sé […]. Purché si senta libero e non abbia fame, nulla v’è da temere per lui. Ma questo anelito assoluto e ardente di una libertà selvaggia ingenerò in lui un’antipatia profonda e una decisa avversione al commercio. […]. L’uomo civilizzato parte dal principio che la sicurezza sia condizione fondamentale della felicità, la pace il suo principale elemento, l’abitudine il suo più dolce regalo, il benessere materiale il suo frutto più prezioso, la stabilità il suo indispensabile corollario. Lo zingaro ride della sicurezza, giacché non gli manca mai nelle sue caverne inaccessibili; è indifferente alla pace, poiché ama la lotta e si sottrae alla guerra; non sa cosa sia abitudine, ma intendendolo ne prova orrore; non si cura del benessere materiale e beffeggia la stabilità, esaltando i piaceri della sua vita mobile, incerta, perigliosa e gioconda. […]. Questa ricerca di una libertà selvaggia e sfrenata porta gli zingari a ricorrere a tutti gli espedienti, fossero pure della specie più ripugnante […]. Perciò essi scuotono ogni giogo morale, ogni sociale soggezione, ogni ostacolo interno per correre senza tregua dietro la scintilla elettrica di una sensazione” (Gli Zingari, storia di un popolo errante, pp. 150-156). Sarebbe un grave errore il sottovalutarli: sebbene asociali e vagabondi non mancano di qualità e abilità.
Gianfranco Azzolini scrive: “Individualmente lo zingaro sfugge alle difficoltà piuttosto che affrontarle (per questo è portato spesso alla menzogna e al furto). È individualista e istintivo; manca in lui il senso della previdenza; è instabile e da ciò deriva la necessità di movimenti continui […]. La sua posizione nei confronti della storia è quella di scordare il passato, vivere il presente, non considerare il futuro” (Zingari e nomadi problema sociale, Edizioni Opera dei Nomadi di Mori [Trento], 1971, p. 13-15)2.
 

L’esclusivismo degli zingari
Adriano Colocci afferma che “lo zingaro non si mescola con lo straniero. […] Dappertutto, malgrado le dissertazioni dei dotti, resta un segreto il perché di questa esistenza a parte” (Gli Zingari, storia di un popolo errante, cit., p. 150 e 154). Inoltre “È certo che gli zingari, anche se accettati nel Paese in cui vivono, vi si comportano abitualmente come una popolazione distinta e chiusa in se stessa, fiera della sua diversità, attaccata alle sue tradizioni” (F. de Foletier, Mille anni di storia degli zingari, cit., p. 226).
Raimondo Gatto scrive che “nei confronti degli estranei alla loro comunità, gli zingari manifestano comportamenti analoghi al razzismo; nonostante i pochi matrimoni misti con i residenti, Sinti, Rom e Kalé contraggono matrimonio quasi esclusivamente con i membri dei loro clan. L’esclusivismo degli zingari è dovuto ad una profonda considerazione che hanno di sé e al conseguente disprezzo per gli altri” (cit., pp. 119-120).
Isabel Fonseca scrive che il principio fondamentale degli zingari è il seguente: “Noi contro il mondo intero” (Seppellitemi in piedi. In viaggio lungo i sentieri del popolo Rom, cit., p. 9).
1990s, Berlin, Germany — Romanian Gypsy Women in Berlin — Image by © Gideon Mendel/CORBIS

Gli zingari e la donna
Emilio Robotti afferma che la vita della donna zingara è “fatta di sottomissione, fatica, e sofferenza” (Zingari e Gagé al campo di sosta di Moìassana, Roma, Prospettiva Edizioni, 1996, p. 60).
Inoltre dopo lo sposalizio le giovani zingare vanno a vivere con la tribù dei suoceri e debbono accudire anche ai genitori dello sposo. Le donne subiscono una forte condizione d’inferiorità e di sottomissione (cfr. E. Robotti, Zingari e Gagé al campo di sosta di Moìassana, cit., p. 62).
La zingara sposata più che la moglie è la schiava del marito, il quale la malmena spesso e volentieri (cfr. A. Colocci, Gli Zingari, storia di un popolo errante, cit., p. 228).
Raimondo Gatto scrive che “l’esercizio della mendicità e del furto è riserbato soprattutto alle giovani, che in molti casi si fanno accompagnare dai bambini” (cit., p. 137). Invece “il lavoro dell’uomo capofamiglia è destinato al ruolo delle esigenze sociali di prestigio o di rappresentanza: acquisto di auto, spese per feste, matrimoni, funerali” (E. Robotti, Zingari e Galè al campo sosta di Molassana, cit., p. 50). Inoltre “gli uomini non provvedono in nessun modo a procurare il cibo, questo compito spetta esclusivamente alle donne che a volte rubano” (K. Wiernicki, Nomadi per forza. Storia degli zingari, cit., p. 93).
Finito il puerperio le madri si mettono alla questua e si danno al ladroneccio […], e si portano il proprio lattante in braccio poiché contano d’impietosire meglio” (A. Colocci, Gli Zingari, storia di un popolo errante, cit., p. 229).

Gli zingari e la religione
Il Colocci più che di religione parla di superstizione: “Gli zingari sono di tutte le religioni o per meglio dire di nessuna. Per comodità, per non essere disturbati o per loro vantaggio personale si uniformano al culto dei Paesi in cui si trovano, senza che in ciò c’entri alcuna parte intima della loro coscienza. Si lasciano battezzare tra i cristiani, si fanno circoncidere tra i turchi” (A. Colocci, Gli Zingari, storia di un popolo errante, cit., p. 167).
Isabel Fonseca scrive: “Si dice che gli zingari siano senza religione, ma sempre pronti ad adottare qualsiasi fede nella speranza di evitare le persecuzioni e magari di arraffare gli eventuali vantaggi che ne derivano” (Seppellitemi in piedi. In viaggio lungo i sentieri del popolo Rom, cit., p. 47).
 
Tentativi di civilizzazione e conversione
Lo Stato Pontificio dal XVI al XIX secolo promulgò vari decreti riguardo agli zingari simili a quelli dei governi delle Nazioni cristiane dell’Europa. Tuttavia la legislazione dello Stato Pontificio tendeva specialmente a recuperare gli zingari cercando di educarli ad abbandonare il loro stile di vita e a perdere le loro abitudini girovaghe e asociali. Quindi, se alcuni zingari si lasciavano civilizzare ed eventualmente evangelizzare, le misure di espulsione non venivano applicate nei loro confronti (cfr. R. Gatto, cit., p. 225).
Il progressismo, che avversa la nozione evangelizzatrice del proselitismo cattolico, non accetta tale normativa ed esalta il modus vivendi degli zingari proprio perché asociale ed in continuo movimento.
Invece negli Stati cattolici si cercava di provvedere alla sicurezza dei cittadini senza escludere la civilizzazione e l’evangelizzazione degli zingari. Raimondo Gatto cita oltre l’Editto dello Stato Pontificio del 1631, il Sinodo di Trani del 1589, il Sinodo di Siena del 1599 e il Programma educativo di San Giuseppe Calasanzio del 1600 (cit. p. 225). Al di fuori dell’Italia si ritrova il medesimo spirito nelle legislazioni della Spagna, della Francia, dell’Ungheria, della Romania. Infine il papa Pio XII fondò in Italia l’Opera Assistenza Spirituale ai Nomadi d’Italia (OASNI) e l’Irlanda e la Francia ne seguirono l’esempio. “Purtroppo il relativismo culturale e religioso, infiltratosi nelle organizzazioni ecclesiali dopo il Vaticano II, trasformò l’apostolato tradizionale in una gitanizzazione buonista, giustificazionista dei costumi superstiziosi degli zingari” (R. Gatto, cit., p. 227). Oggi si assiste al capovolgimento della pratica missionaria della Chiesa, alla rinuncia del proselitismo e della civilizzazione di ogni uomo e quindi anche degli zingari.


Conclusione
Tutto ciò deve aiutarci a capire come affrontare il problema degli zingari senza cadere nei due errori opposti per difetto (buonismo) e per eccesso (crudeltà).
Stando così le cose non si può considerarli come i residenti di cui debbono essere tutelati tutti i diritti, compreso il rispetto delle loro tradizioni. Infatti la tradizione degli zingari rifiuta il modello di vita normale dei popoli civilizzati sedentari o stabili, le loro leggi e la loro cultura: si tratta di una mentalità che vuol vivere al di fuori delle regole sociali. Inoltre lo zingaro non si mescola con lo straniero. Quindi voler obbligare gli zingari a seguire l’istruzione statale è una forzatura controproducente per loro e per i nativi.
I loro costumi sono gli stessi di quando arrivarono in Europa. 

Tuttavia mentre ieri ci si difendeva da essi e si cercava di civilizzarli ed evangelizzarli, oggi si vorrebbe giustificarli, accettarli come sono ed esaltare il loro modus vivendi, che porta al vagabondaggio, allo sfruttamento dei minori, all’accattonaggio e al furto.
Questa è una mancanza di buon senso che produce conflitti inevitabili tra due entità totalmente diverse e persino opposte.

d. Curzio Nitoglia
1 Il libro (245 pagine; 15, 90 euro) può essere richiesto a questo link, oppure inviando richiesta a edizioniradiospada@gmail.com
 
2 Cfr. B. Nicolini, La famiglia zingara, Brescia, Morcelliana, 1969; L. Piasere, I Rom d’Europa, Bari, Laterza, 2004.

TRATTO DA:
https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2017/06/26/gli-zingari-un-fenomeno-da-conoscere/?fbclid=IwAR3FJdZE5x_bQ0CO_pK4OqUIuK3mFy5MGtgBfPHKRlEHpxNT4Cmb4NhVPs4


lunedì 7 gennaio 2019

DUE AUTENTICI CRIMINALI con prove provate



Maurizio Barozzi

Se interessa un thriller sotto forma di intercettazioni radio-telefoniche intercontinentali, del 29 luglio 1943, tra Roosevelt e Churchill, due criminali veri, ecco a voi.
Esse furono messe a disposizione da Heinrich Müller, Generale SS Capo della Gestapo dal 1939 al 1945, passato poi al servizio della CIA. Furono secretate per molti anni.
Si consideri che a luglio ‘43 in USA si era in piena guerra e l’anno successivo, nel 1944, ci sarebbero state delle delicate elezioni presidenziali dove Roosevelt avrebbe concorso per un quarto mandato, un prolungamento eccessivo che poteva creare problemi in America).
In Italia Mussolini, dopo la caduta del 25 luglio ’43, era da alcuni giorni in mano ai carabinieri di Badoglio, il quale, con la scusa di continuare la guerra a fianco dei germanici, stava giocando un infame e pericoloso gioco con i tedeschi avendo previsto il tradimento che poi avvenne l’8 settembre.
Le trascrizioni originali della conversazione tra Churchill e Roosevelt (che assume toni da autentici gangsters) furono fatte dall’Intelligence tedesca in lingua inglese e poi tradotte in tedesco. Non mancano numerosi errori di ortografia:
R.: è Roosevelt, mentre C.: è Churchill. - 29 luglio 1943 -
R.: Ho alcuni pensieri supplementari sulla situazione italiana che ho voluto discutere con te. Ho pensato alle nostre azioni concernenti Mussolini ed il suo destino finale. Dopo che egli si sia arreso a noi.
C.: Tu devi catturare il pesce prima di cucinarlo. Non ho alcun dubbio che finirà nostro prigioniero a meno che, naturalmente, essi (gli italiani N.d.R.: ) lo uccidano o egli si sottragga alla sua esatta ricompensa suicidandosi.
R.: C’è anche la possibilità che i Nazisti possano giungere a lui? Dov’è adesso?
C.: Gli italiani ci hanno avvertito che lui è attualmente al quartier generale della polizia a Roma. Essi lo vogliono trasferire direttamente perché sembra che i tedeschi potrebbero improvvisamente decidere di rafforzare i loro effettivi in Italia e Roma diventerebbe il loro bersaglio logico. Essi (gli italiani N.d.R.) lo sposteranno.
R.: Ma essi non lo vorranno mollare, e mi riferisco ai tedeschi? Per quale genere di quid pro quo (reciproco scambio di favori, N.d.R.)?
C.: Io penso di no. Gli italiani odiano i tedeschi ed il circolo reale è molto saldamente nella nostra tasca (notare questa asserzione. N.d.R.). Noi possiamo essere ragionevolmente certi che Mussolini finirà nostro prigioniero.
R.: Sarebbe una mossa saggia, Winston? Saremmo costretti ad istruire una specie di megaprocesso che si potrebbe trascinare per mesi e anche se lo controllassimo, ci arrecherebbe problemi con il popolo. E io devo osservare che molti italiani qui sono almeno suoi segreti ammiratori (lett.<>). Il che porterebbe problemi qui se noi lo processassimo. Naturalmente l’esito del processo non sarebbe mai in dubbio ed egli morirebbe appeso ad una corda. Ma nel frattempo, questi processi, e sto presumendo che noi avremmo un sacco di penosi amiconi anche disponibili per il processo e l’esecuzione, potrebbero trascinarsi all’infinito. Io posso prevedere vari aspetti negativi per questo affare (notare: questi americani, avrebbero fatto un processo farsa, scontato, ma avevano timore, N.d.R.).
C.: Naturalmente ci sono aspetti negativi in ogni affare, Franklin. Allora ritieni che egli (Mussolini N.d.R.: ) non si debba processare? Cosa penserebbero i nostri amici in Italia della nostra malposta generosità? Io ho ottime relazioni con certi elementi in Italia e quanto all’uomo, essi vogliono l’umiliazione pubblica e la morte di Mussolini. Sicuramente noi non siamo in un momento in cui qualche generosità è possibile. La sua morte avrebbe un salutare effetto sui nazisti.
R.: Io non dissento da questa tesi, ma, dal mio proprio punto di vista, un processo pubblico potrebbe avere connotazioni negative sulla situazione in questo Paese. Come ti ho detto c’è qualche solidarietà con la creatura (Mussolini, N.d.R.: ) all’interno della (locale) comunità italiana (negli Usa) e la domanda sarebbe che tipo di reazione avrebbe un tale processo su di essi (italiani N.d.R.: )? Io sto pensando essenzialmente alle prossime elezioni qui. Il processo certamente non finirebbe in una settimana e la chiusura coinciderebbe col periodo della presentazione delle candidature e, alla fine con le elezioni, ed il maggior pericolo sarebbe l’alienazione (delle simpatie N.d.R.: ) degli italiani che hanno, io sento, un certo significativo peso nella bilancia (dei voti N.d.R.: ).
C.: Non posso accettare che liberare Mussolini potrebbe favorire qualcuno dei nostri comuni scopi. A questo punto della storia, io credo che sia stato oltrepassato lo spartiacque ed è giunto per noi il momento adesso. Non ritengo che la guerra finirà subito, ma la percezione è che noi siamo sulla via Triumphalis ora, non sulla via Dolorosa come siamo stati per così tanto tempo (Churchill aveva capito male, Roosevelt non voleva liberare Mussolini, N.d.R.).
R.: Io non volevo dire che dovremmo rilasciare il diavolo. Niente affatto. Mi riferivo al processo pubblico. Se Mussolini morisse prima che un processo potesse aver luogo, penso che noi staremmo meglio in tutti i sensi.
C.: Tu suggerisci che noi semplicemente dobbiamo fucilarlo (l’espressione usata testualmente è <>, verbo (to shoot) che significa uccidere, fucilare, N.d.R.) quando gli italiani lo consegneranno a noi? Quale tipo di Corte Marziale per quest’affare? Celebrato a porte chiuse naturalmente. Potrebbe avere un salutare effetto sui fascisti duri a morire ancora attivi e forse perfino un effetto più grande sugli Hitleriti (Churchill, ancora non ha capito bene, il criminale intento di Roosevelt, ora appresso lo capirà, N.d.R.)
R.: No. Ho pensato in proposito e credo che se Mussolini morisse mentre è ancora agli arresti in Italia (<>), ciò potrebbe servirci assai più che se noi avviassimo un processo.
C.: Non credo che anche se io chiedessi un simile favore agli italiani essi lo asseconderebbero. È mia convinzione che essi vogliano avere la loro vendetta su lui in un modo prolungato e pubblico per quanto è possibile. Tu sai quanto gli italiani amino urlare e gorgheggiare intorno alla vendetta nelle loro opere. Puoi immaginarti loro rinunciare all’opportunità di gesticolare e parlare in pubblico?
R.: Io avevo in mente che, dopo che noi stessi troveremmo un accordo qui, potremmo eliminarlo mentre è ancora nella loro custodia (italiana N.d.R.: ). Allo stesso tempo potremmo fare pubbliche richieste per la sua consegna per un processo (finalmente l’americano svela il suo criminoso progetto, N.d.R.). Ciò sarebbe (un’evoluzione N.d.R.: ) un po’ più dolce rispetto all’affare Darlan (Jean F. Darlan, Ammiraglio e uomo politico francese, per gli equilibri tra Roosevelt e Churchill era culminato nell’uccisione di Darlan da parte di un giovane agente francese, Bonnier de La Chapelle, che era stato addestrato dal Soe britannico, N.d.R.).
C.: Non posso, ma faccio un’obiezione a quell’allusione, Franklin. Quello è tutto finito e non ha niente a che vedere adesso (<>) e la nostra gente non è per nulla interessata al destino ben giustificato di un ben noto leccapiedi dei Nazisti (Mussolini, N.d.R.)>>.
< C.: Come egli fu.
R.: …mentre era ancora in Francia, noi non avremmo alcun dubbio persistente. Se Mussolini fosse eliminato mentre è ancora in custodia italiana, non ci sarebbe mai un dubbio su chi lo ha ucciso. E questo dubbio non si alzerebbe più tardi a disturbare gli elettori italiani qui (negli Usa, unica preoccupazione di questo farabutto, N.d.R.).
C.: Non riesco a comprendere l’importanza vitale del voto italiano in America in relazione ai nostri scopi.
R.: Quando hai visitato Cockran (Bourke Cockran fu un politico irlandese-americano ed ex-deputato del Congresso Usa. Egli fu uno dei molti amanti di Jennie Churchill, madre di Winston, e fu famoso per la sua dizione e la presenza scenica. Winston lo visitò in America nel 1895 ed imparò da lui a preparare i discorsi, N.d.R.) non sei riuscito ad acquistare una conoscenza pratica del nostro sistema politico?
C.: Ho studiato l’uomo più che il sistema. Non riesco ad immaginare che un pugno di italiani nel tuo Paese possa avere una così seria influenza nelle tue decisioni.
R.: Io ti assicuro che è importante per me considerare non solo le implicazioni strategiche di tutte le nostre mosse, ma l’impatto di queste mosse sulla mia situazione (interna N.d.R.). Cose che a te potrebbero sembrare elementari non lo sono così sempre per me. Dal momento che siamo su questo argomento, io ho qualche commento sull’affare Sikorski (Władysław Sikorski, generale e politico polacco, dopo la caduta della Polonia si accorda con Churchill per costituire un governo polacco in esilio e continuare la guerra. Quando la Russia , che a sua volta aveva occupato la Polonia, entra in guerra con gli Alleati contro i tedeschi, Sikorski cerca di influenzare inglesi a americani perché intervengano presso Stalin. Dopo la scoperta delle fosse di Katyn e l’evidente massacro degli ufficiali polacchi eseguito dai sovietici, Sikorski assume posizioni fortemente antisovietiche e i russi riconoscono al suo posto un'altra autorità politica polacca. A luglio del 1943 l’aereo su cui viaggiava Sikorsky, precipitò misteriosamente presso Gibilterra, N.d.R), e dovrebbe illustrare il mio punto (di vista, N.d.R.)
C.: Anche questa faccenda è finita. Finita e messa a posto. Io ho pagato alla creatura un grande tributo alla Camera, come tu sai, e l’argomento è morto come lui.
R.: Morto e marcio. Non mi occorrono le frenetiche comunicazioni di Ed Kelly a Chicago circa gli atteggiamenti e le apprensioni degli elettori polacchi per sapere che l’eliminazione (removal) di Sikorski fu peggiore di un crimine. Parafrasando Talleyrand, questo fu un abbaglio.
C.: Tutto ciò è stato discusso prima..
R.: Permettimi di continuare. I polacchi votano in blocco ed io ho bisogno del loro sostegno nella prossima elezione. Mi occorre anche il sostegno degli italiani, degli ebrei e dei socialisti, eccetera. L’allontanamento di Sikorski sta causando ogni sorta di guai qui, credimi.
C.: Non vedo perché ciò debba esserne la causa. Entrambi concordiamo sul fatto che la persona stava provocando sgomento e rabbia nel Cremlino e stava, con questo atteggiamento, aprendo una breccia (divisoria, N.d.R.) tra noi tutti. Noi non possiamo permettere una tale rottura in questo momento. Essa sarebbe fatale. Lo Zio Joe (Stalin, N.d.R.) ha fatto scorrette advances ai Nazisti con un occhio verso un accordo negoziato e naturalmente è realmente impossibile accertare se egli stia usando ciò per imporre il secondo fronte o se egli stia facendo sul serio. Queste cose, per quanto possano essere spiacevoli, devono semplicemente essere sistemate a favore della comune piaga. Inoltre, io non posso credere che tu abbia dimenticato la nostra personale discussione su questo argomento quando io fui a Washington l’ultima volta. È stato solo due mesi addietro, dopotutto, e le tue personali vedute hanno combaciato perfettamente con le mie sulla faccenda.
R.: Non ho mai detto in alcun momento che Sikorski avrebbe dovuto essere destituito. Ho semplicemente concordato con te, e lo Zio Joe, che Sikorski era un agitatore intransigente che stava pescando in acque agitate. Certamente ho riconosciuto che tu lo tenessi a freno. Egli era, dopo tutto, totalmente dipendente dalla nostra liberalità per il prosieguo della esistenza. Ma, dal momento che ciò è venuto fuori, metterò più calore che io possa. Il voto polacco è importante a Chigaco. Mi occorrono tutti i voti che io posso ottenere.
C.: Non c’è un modo più largo per considerare ciò?
R.: Devo ridurre le questioni ai loro princìpî elementari, Winston?
C.: Oh ti prego di far così.
R.: Se io non vengo proposto come candidato, non posso essere eletto. Comprendi questo? E se io non sono eletto, il mio probabile avversario, che è nelle mani dei reazionari e della business community, vorrà, con tutta probabilità non essere dovunque vicino ed amico e cooperare con te, o specialmente, con lo Zio Joe. Se io fallissi, l’alleanza potrebbe…e probabilmente andrebbe in pezzi. Lo Zio Joe potrebbe ben stipulare una pace separata con Hitler (Nel 1943 le indiscrezioni su contatti tedesco-sovietici vennero riportate agli anglo-statunitensi dal Generale Castellano, N.d:R.) e dove finirebbe l’Inghilterra? Hitler potrebbe rivolgere la sua furia e la sua Luftwaffe su te con gli stessi effetti avuti con l’ultima incursione aerea su Amburgo. L’Inghilterra riuscirebbe a resistere da sola senza il nostro aiuto? Il mio pensiero qui è che tu dovresti usare un po’di senso comune quando affronti questioni che hanno più di una sfaccettatura (nota era la rabbia di Stalin contro Sikorski e sul tentativo di Roosevelt di placare le acque sovietico-polacche a vantaggio del Cremlino, N.d.R.).
C.: Io non voglio esprimere il mio giudizio richiesto in questa questione. Tu sai molto bene che noi discutemmo la faccenda Sikorski nel particolare (lett. <>) ed anche che tu fosti in pieno accordo colla mia soluzione. Tu certamente non puoi sminuire od ignorare la tua responsabilità. Non accetterò ciò.
R.: Tu puoi farlo molto bene. Ripeto che io non avevo alcuna conoscenza anticipata, e lasciami sottolineare, in anticipo, dell’inopportuno incidente che è accaduto a Sikorski mentre egli era sotto la Vostra protezione e controllo. Quella sua fine è stata provvidenziale ed io non lo contesto, ma non voglio che tu mi attribuisca una conoscenza anteriore di questo fortunato incidente. Uno dei miei più fidati consiglieri commentò, quando apprese della disgrazia (capitata a Sikorski, N.d.R.) che troppa gente che è in disaccordo con te sembra avere fatali incidenti aerei. Sicuramente la sequenza potrebbe essere interrotta? Le navi affondano dopo tutto. Io ricordo il Lusitania.
C.: Sì, ma uno potrebbe sempre nuotare distante da una tale tragedia. È piuttosto difficile abbandonare un aereo che precipita.
R.: Noi possiamo discutere ciò nel più grande dettaglio quando ci incontreremo il mese prossimo, ma mi piacerebbe dire che in alcune questioni è necessario rinviare le realtà delle battaglie politiche che io devo affrontare su base quotidiana. E adesso noi dobbiamo concentrarci sui meccanismi della consegna di un ufficiale italiano. Ed anche, concentrarci sulle mie vedute riguardanti Mussolini. Noi dobbiamo valutare le alternative molto attentamente adesso, specialmente alla luce del trambusto riguardo al problema polacco. Rifletterai su ciò?
C.: Forse la gente di Donovan potrebbe obbligarci a ciò. Un po’ per uno non fa male a nessuno è certamente il marchio dei sinceri alleati dopo tutto.
R.: Io non ho alcun problema nel considerare questo. Mantieni la tua sorveglianza sulla creatura (Mussolini, N.d.R.) e stai sicuro che i Nazisti non verranno a sapere dove egli sia. Non so quale situazione sarebbe peggiore. Un processo pubblico o il salvataggio o la fuga di Mussolini. Egli è ancora capace di fare danno. Io devo ora ritornare a letto ma ho voluto metterti una fissazione in testa.
C.: Io preferirei che tu non mettessi un nido di vespe sulla mia testa.
R.: Ciò non è affatto mia intenzione. Tutto sommato, è un peccato che Joe Kennedy (Joseph Kennedy, già ambasciatore a Londra, padre del futuro presidente americano, aveva creato non pochi problemi alla politica guerrafondaia di Roosevelt, N.d.R.) non faccia un viaggio in aereo in Inghilterra (come vedesi oramai la conversazione tra i due è assunto toni da gangsters, N.d.R.).
C.: Ciò sarebbe quasi necessario. Noi uccidiamo qui le spie e tu come ritieni Kennedy?
R.: Un uomo pericoloso, Winston, ma fin troppo influente per questi argomenti. Bene voi avete i vostri Duchi di Windsor e di Kent ed io ho Joe Kennedy. Io non dimenticherò mai ciò che quella creatura ha fatto e detto contro di me. Ed io non gli perdonerò mai che suo figlio mi abbia apertamente sfidato alla Convenzione (democratica, N.d.R.). Sono molto stanco, Winston, e devo augurarti una buona notte. Noi possiamo parlare più tardi il mese prossimo con minor fatica.
OGNI COMMENTO E’ SUPERFLUO

TRATTO DA:
https://www.facebook.com/maurizio.barozzi.7/posts/1027866217240247

AGGIUNTO DA SOCIALE

L'assassinio di Mussolini ed il gioco delle ombre.
https://cronologia.leonardo.it/storia/a1945ze.htm?fbclid=IwAR3e77qsgXPAX_uQamDD6NTl3l28vwTkGT_8ehpEp_jH6hXuHx01g0fZjRM