sabato 21 gennaio 2017

COME L'ELITE INTERNAZIONALISTA HA VINTO SULL'EUROPA






La chiave del potere ebraico si basa principalmente su due cose: il controllo delle banche e della finanza e il controllo dei mass media. Uno è utilizzato come strumento per renderci schiavi fisicamente, l’altro mentalmente. Nel corso degli ultimi cento anni essi hanno guadagnato quasi un monopolio completo in tutto il mondo, specialmente in Occidente. Al fine di cogliere la reale portata del potere ebraico odierno e capire come l’hanno acquisito si ha la necessità di guardare brevemente alla storia delle banche a cominciare dalla Banca d’Inghilterra.


Gli Ebrei vennero cacciati dall’Inghilterra nel 1290 da re Edoardo I a causa del prestito di denaro. Il re diede loro una scadenza temporale e dichiarò che qualsiasi Ebreo che si trovasse in Inghilterra dopo questa scadenza sarebbe stato giustiziato. Furono poi emanate delle leggi per garantire che non tornassero mai più.

Senza gli Ebrei l’Inghilterra prosperò per centinaia di anni fino a quando finalmente, nel 1656, Oliver Cromwell permise loro di ritornare. 38 anni dopo, nel 1694, essi istituirono la Banca d’Inghilterra.

La banca ebraica utilizza la pratica immorale e storicamente condannata dell’usura ed è progettata per ridurre in schiavitù intere nazioni attraverso l’accumulo di interessi che non potranno mai essere ripagati (signoraggio bancario ndr). Nel giro di un secolo in cui gli Ebrei hanno dominato la finanza, il debito nazionale inglese è salito da un mero 1,5 milioni ad un astronomico 848 milioni.

Con la famiglia Rothschild in prima linea, uno per uno hanno cominciato a creare banche di questo tipo nei paesi di tutta Europa. In Russia lo zar rifiutò una banca centrale ebraica e per questo Nathan Rothschild si promise di distruggere lui e la sua famiglia. L’America tentò di resistere ma nel 1913, grazie al presidente fantoccio Woodrow Wilson e a un Congresso tutto esaurito, gli Ebrei finalmente stabilirono la propria banca privata: la Federal Reserve.






Dopo aver istituito una loro banca in America, la superpotenza più importante del mondo, l’ordine del giorno ebraico andò avanti a pieno ritmo e, attraverso una serie impressionante di eventi manipolati, sono stati in grado di assicurarsi sia uno stato sovrano pesantemente finanziato, sia una morsa mortale sulle potenze occidentali in pochi decenni.
Gli eventi furono, principalmente:
1914: la Prima Guerra Mondiale
1915: la distruzione dell’Impero Ottomano (al fine di destabilizzare il Medio Oriente e pavimentare la strada a Israele)
1917: la Rivoluzione Bolscevica in Russia
1929: l’ingegnoso crollo ebraico dei mercati e la Grande Depressione (che provocò un massiccio trasferimento di ricchezza dalla gente comune ai banchieri d’elite)
1945: la Seconda Guerra Mondiale
1948: la fondazione dello Stato ebraico d’Israele
Le due Guerre Mondiali furono necessarie per mantenere il controllo ebraico. Non potevano permettersi di consentire a nessuna nazione europea di diventare troppo indipendente e liberarsi dal loro controllo ancora una volta, perché altrimenti ciò avrebbe mostrato la natura corrosiva della loro influenza al mondo intero. Inoltre avevano bisogno di uno stato, che sarebbe servito come quartier generale militare e come rifugio sicuro, dove le loro azioni criminali non venissero mai scoperte.

Così, i principali obiettivi della Prima Guerra Mondiale furono i seguenti:

  • Destabilizzare l’Europa e il mondo,
  • Distruggere la maggior concorrente dell’Inghilterra sotto controllo ebraico, ovvero la Germania
  • Assassinare più Gentili possibil
  • Creare lo Stato di Israele
Ci sono volute due guerre per raggiungere questi obiettivi.



Durante la Prima Guerra Mondiale, un gruppo di Ebrei radicali rivoluzionari guidarono una violenta rivoluzione comunista in Russia che divenne il più brutale regno di terrore e di omicidi di massa di tutta la storia.


Un reparto di cosacchi

 Accompagnarono questa rivoluzione al lavaggio del cervello del proletariato, ovvero della classe contadina, grazie alla propaganda comunista, costringendoli a una violenta rivolta contro la classe media e contro il governo, che dichiararono come intrinsecamente responsabili per tutti i gli ipotetici mali che affliggevano la Russia in quel tempo. Conosciuti come bolscevichi, i principali leader comunisti, Leon Trotsky (Braunstein) e Vladimir Lenin (Ulyanov) furono finanziati da 10 milioni di dollari da banchieri ebrei di New York. La parte resistente della nazione, ovvero i Cosacchi, non furono capaci di respingere l’armata bolscevica per insufficienza di manodopera causata dalla Prima Guerra Mondiale e per i traditori interni.

Appena presero il potere gli ebrei bolscevichi macellarono ritualmente lo Zar insieme alla moglie al figlio e a quattro figlie (cfr. The Jewish Role in the Bolshevik Revolution and Russia’s Early Soviet Regime) e iniziarono immediatamente ad assassinare il popolo russo.
In primo luogo perseguirono l’intellighenzia, gli avvocati, medici, poeti, insegnanti, studiosi, scienziati e anche gli studenti universitari, che credevano avessero il potenziale per diventare i futuri leader. Chiunque avesse potuto liberare il popolo russo dalla stretta mortale comunista fu frettolosamente liquidato.





Lo zar Nicola II con la sua famiglia




 
La stanza in cui la famiglia dello Zar fu uccisa,notare il muro trivellato dai colpi



I leader comunisti erano afflitti da una paranoia estrema perché il sistema che stavano tentando di implementare era intrinsecamente impraticabile. Essi capirono che chiunque avesse una mente critica fosse capace di percepirne la truffa. Questa paranoia patologica, insieme al disprezzo di lunga data degli Ebrei verso gli slavi, fu la causa principale delle atrocità comuniste.

Alexander Solzhenitsyn, un Russo che visse in quegli anni di terrore, scrisse nel suo libro Gulag Archipelago che i comunisti uccisero in totale 66 milioni di Russi nei loro gulag – campi di morte. I prigionieri di questi campi lavorarono fino alla morte o furono assassinati.
Il livello di crudeltà, sadismo e sete di sangue degli Ebrei che dirigevano questi campi di morte è incredibile.



L'ebreo Lenin



Un ex funzionario sovietico di nome Mikjail Voslensky scrisse di alcuni dei metodi di tortura e omicidio nel suo libro Nomenclature:

“AKharkov, la gente era scalpa. A Vorenezh le vittime di tortura venivano chiuse in barili in cui venivano posizionati dei chiodi in modo da sporgere nella parte interna, su questi chiodi venivano posti i barili rotolanti. Un pentacolo (di solito una stella a cinque punte usata in magia) veniva bruciata sulla fronte della vittima. A Tsaritsyn e Kamyshin le mani delle vittime venivano amputate con una sega. A Poltava e Kremenchug, le vittime venivano impalate. A Odessa, venivano bruciate vive nei forni o fatte a pezzi. A Kiev, le vittime venivano collocate nelle bare affianco ad un corpo in decomposizione e sepolte vive, solo per essere liberate di nuovo dopo mezz’ora.”
L’American Rohrbach Commission descrisse alcune delle carneficine nella rivista Defender (Ottobre, 1933):

“L’intero pavimento di cemento della sala di esecuzione della Cheka ebraica di Kiev fu inondato di sangue; formava un livello di diversi centimetri. Era un orribile miscuglio di sangue, cervella e pezzi di cranio. Tutte le pareti erano sporche di sangue. Pezzi di cervello e di scalpi erano attaccati ai muri. Una grondaia di larghezza di 25×25 centimetri in profondità e di circa 10 metri di lunghezza era ricoperta totalmente di sangue per tutta la sua lunghezza.”

“Alcuni corpi furono sventrati, altri avevano membra mozzate, alcuni furono letteralmente fatti a pezzi. Alcuni avevano gli occhi fuori dalla testa; viso, collo e tronco erano ricoperti di ferite ancora più profonde. Più avanti, trovammo un cadavere con un cuneo conficcato nel petto. Alcuni non avevano lingua. In un angolo scoprimmo una quantità di braccia e gambe smembrate appartenenti a nessun corpo che avemmo potuto individuare.”
Anche molte nazioni confinanti percepirono l’ira di questo regime omicida ebraico in Russia. Gli Ebrei sovietici Lazar Kaganovich, Genrikh Jagoda e Nikolai Yezhov orchestrarono lo spietato genocidio di 7-10 milioni di Ucraini nel 1932-33 in uno sconosciuto terrore-carestia chiamato l’Holomodor. La minaccia comunista fu creata per commettere omicidi e stupri in tutta Europa e per schiavizzare l’intero continente allo stesso modo in cui avvenne in Russia.


Nel frattempo, la Germania fu colpita da un terribile collasso economico dovuto agli intrighi ebraici bancari e anche alla Prima Guerra Mondiale. Questo collasso, e la grande minaccia interna ed esterna dovuta al subentro comunista, fu il motivo principale che portò Adolf Hitler, l’uomo su cui si è più mentito in tutta la storia umana,  a salire al potere.







Hitler fu l’avversario più efficace alla supremazia ebraica di tutti i tempi. Egli capì come agiva la mano ebraica dietro le sofferenze della Germania e del resto del mondo, e rese piuttosto chiaro nel suo libro Mein Kampf che aveva intenzione di risolvere il problema quando sarebbe salito al potere. Ciò allarmò l’Ebreo Internazionale, così quando Hitler fu nominato Cancelliere nel 1933, gli Ebrei dichiararono collettivamente guerra alla Germania boicottandola economicamente a livello mondiale. Questo fatto da solo nega l’affermazione scandalosa su Hitler che cominciò la Seconda Guerra Mondiale.



Gli ebrei internazionalisti dichiarano guerra alla Germania,con l'ordine di boicottare i prodotti della Germania.


Hitler lottò disperatamente per impedire la guerra e raggiungere una pace con gli Alleati. Basta leggere alcuni dei suoi discorsi di quel periodo per dimostrarlo, molti di questi sono disponibili on-line.

Hitler fu essenzialmente costretto ad entrare in guerra contro la Polonia. Questo fornì la scusa necessaria alla Gran Bretagna e alla Francia a dichiarare guerra alla Germania con il pretesto di “proteggere la Polonia”. L’Unione Sovietica invase la Polonia da est quasi contemporaneamente alla Germania, ma questo fatto non viene mai menzionato.
La macchina da guerra della Germania conquistò la Polonia occidentale in circa un mese con una Blitzkrieg. Questo è in realtà un modo molto umano di combattere rispetto al tradizionale modo di trascinare la guerra nel tempo, che provoca la morte di molti più civili e molte difficoltà economiche.


Gli ufficiali tedeschi successivamente scoprirono le fosse comuni di quelli che poi calcolarono quasi 22.000 cittadini polacchi sepolti nella foresta di Katyn vicino Smolensk, in Russia. Così come fecero in Russia, dopo aver conquistato la Polonia, i comunisti avevano ingannato tutta l’intellighenzia compiendo la loro esecuzione con un solo proiettile nella nuca.
 
Questa atrocità fu attribuita, e spesso ancora oggi viene attribuita, ai Tedeschi. Le bugie propagandate su questo periodo sono infinite e comprendono, naturalmente, la più grande menzogna di tutte, che è quella del cosiddetto Olocausto ebraico.
 
L’idea che i “Nazisti” furono in grado di uccidere sei milioni di Ebrei, di trasportarli nei campi di concentramento in Polonia, di gasarli, bruciare i cadaveri facendo sparire la cenere, mentre combattevano una guerra su tutti i fronti contro tutte e tre le superpotenze mondiali, è assurda. Combattere i nemici interni ( i comunisti) facendoli lavorare per alimentare l’enorme macchina da guerra è un’idea molto più plausibile ed è infatti la vera storia dei cosiddetti “campi di sterminio”.

Non solo coloro che fanno questa affermazione dei sei milioni di Ebrei gasati non forniscono una sola prova, a parte qualche foto modificata e/o ingannevole e le testimonianze oculari contraddittorie fornite da bugiardi confermati, ma la storia, insieme alle scienze forensi e alle prove scientifiche, ha dimostrato senza ombra di dubbio che è una cosa totalmente impossibile.

Nel 1995 il numero delle vittime presumibilmente uccise ad Auschwitz è stato ufficialmente ridimensionato da 4 milioni a 1.5 milioni. Anche se un ridimensionamento cambierebbe la cifra ufficiale dei 6 milioni, metterlo in discussione rimane ancora illegale in 16 paesi europei e in Canada. Queste leggi passeranno molto probabilmente anche in America, le potenti lobby ebraiche sanno come farlo.


 
Targa posta davanti all'entrata di Auschwitz




La maggior parte delle persone sono consapevoli di queste leggi oppressive; chiunque sollevi semplici domande circa le versione ufficiale di questo cosiddetto evento storico, in qualsiasi parte dell’Unione Europea o in Canada, è suscettibile di essere portato in tribunale e in carcere fino a cinque anni. Ciò la dice lunga sulla vera natura di questa storia, perché la verità non ha bisogno di leggi per difenderla.

Un’altra grande bugia di quest’epoca è che Hitler fu un tiranno malvagio che oppresse il popolo tedesco. Niente potrebbe essere più lontano dalla realtà. La Germania sotto Hitler fu un’utopia virtuale, e gli Ebrei furono trattati abbastanza giustamente considerate le circostanze. Hitler concesse personalmente la grazia a ben 10.000 Ebrei, purché si dimostrassero fedeli alla Germania e non agitatori comunisti o etnocentrici criminali immorali come la maggior parte di loro effettivamente fu.


La Germania era sull’orlo della distruzione quando Hitler prese il potere. C’era diffusa disoccupazione, iperinflazione e la gente moriva di fame per le strade e commettevano suicidi su larga scala. Hitler fu in grado di unificare la Germania e di trasformarla in una nazione praticamente priva di criminalità, altamente produttiva e con piena occupazione, in soli 18 mesi. Che Hitler abbia liberato il suo popolo e abbia trasformato la Germania in un impero in piena espansione e in una potenza economica è forse il segreto più gelosamente custodito dei tempi moderni, e senza dubbio uno dei motivi delle tante bugie raccontate su di lui nei media, sia mainstream che alternativi.
Come arrivò a ciò è molto semplice: smantellò il sistema bancario ebraico e emise moneta esente da debito. Cacciò gli Ebrei dai media e da ogni altra posizione di potere.




Ipersvalutazione del marco tedesco,crisi economica devastante,povertà e fame,disoccupazione elevata,suicidi di massa,sfiducia nel futuro,prostituzione delle donne,criminalità diffusa,per una crisi creta  ad arte dai banchieri ebrei internazionalisti,gli stessi che hanno creato la stessa crisi economica nel 2008.


svalutazione del marco tedesco




 
Un reduce tedesco delle 1 guerra mondiale,costretto a chiedere l'elemosina per mancanza della sussistenza,durante la repubblica di weimar.



L’Ebreo Internazionale non poteva permettersi di lasciare che Hitler insegnasse al mondo che il segreto per costruire una nazione libera e prospera era quello di sbarazzarsi degli Ebrei parassiti, così, ai loro occhi, la Germania doveva essere distrutta e la memoria delle gesta eroiche di quest’uomo doveva essere spietatamente repressa per sempre.

E distruggere la Germania è esattamente quello che gli Ebrei hanno fatto, usando quelle nazioni che, per i loro intenti e loro propositi, avevano già sovvertito e conquistato dall’interno.
Gli Ebrei sono stati i responsabili di questa guerra disastrosa che causò più di 80 milioni di morti, oltre la metà dei quali furono civili, ma convincere il mondo intero che sono stati loro le prime vittime, è assolutamente sorprendente. La chutzpah (impertinenza) degli Ebrei non conosce limiti.




Le principali vittime della Seconda Guerra Mondiale furono in realtà i Tedeschi. Ciò che ci viene insegnato su questa guerra è l’esatto contrario della realtà. Milioni e milioni di innocenti civili tedeschi – donne, bambini e anziani – sono stati violentati, sono morti di fame e sono stati bombardati nel dimenticatoio, in alcuni dei crimini di guerra più spregevoli che si possano immaginare, persino dopo che la guerra era ufficialmente finita.

Invece ci viene detto che questa fu una guerra “morale”, combattuta dalla più “grande” delle generazioni.
Morti accumulati durante il bombardamento della città di Dresda,da parte della Royal Air Force britannica e della United States Army Air Force statunitense ,avvenuto tra il 13-14 febbraio 1945,a guerra praticamente finita,un massacro voluto a scopo punitivo,in una Germania gia in ginoccchio,contro chi si era ribbelato alla tirannia finanziaria dei banchieri globalisti.





 
Dresda completamente distrutta



La perdita della Germania è stata la perdita di tutti noi. Ma fu una vittoria per gli Ebrei. Una grande vittoria. Da allora essi sono diventati i padroni indiscussi del mondo. Hanno preso il sopravvento su ogni grande istituzione, praticamente senza opposizione, grazie alla loro storia dell’“Olocausto”, come scudo contro ogni critica, e un ariete contro il mondo dei Gentili.




Chi li fermerà? Con il loro monopolio dei mezzi di comunicazione, qualsiasi opinione che non segue le linee guida ufficiali ebraiche del “politicamente corretto” viene ridicolizzata, demonizzata o semplicemente ignorata.

Gli Ebrei stanno lavorando per bene dalla Seconda Guerra Mondiale. Hanno ottenuto il loro stato di Israele, dopo aver brutalmente compiuto un genocidio sui Palestinesi e aver rubato la loro terra per “fuggire alle persecuzioni” e l’hanno usata come base per devastare il Medio Oriente e il mondo intero.

Noi Gentili, d’altra parte, siamo stati trascinati nelle sfere più buie della depravazione. L’omosessualità e la degenerazione sessuale dilagano e stanno per essere normalizzate, i nostri confini sono aperti, siamo schiavi di uno stato di polizia tecnologico: il mondo musulmano è stato distrutto grazie alle guerre ingegnerizzate ebraiche che ci stanno portando verso un altro conflitto mondiale e i Bianchi non possono guardare ai propri interessi senza essere etichettati come “nazisti”, “odiatori”, “razzisti” e “Suprematisti Bianchi”.

Questi fatti vi suonano allo stesso modo de: i vincitori di una guerra “morale”, combattuta dalla più “grande” generazione?

http://whitewolfrevolution.blogspot.it/2014/10/come-lelite-internazionalista-ha-vinto.html?m=1 


venerdì 13 gennaio 2017

Il 25 agosto 1939 Inghilterra e Francia avevano già deciso la guerra alla Germania!

La notizia è sconvolgente per gli educati alla “guerra del Bene contro il Male” e all’olocredenza ed idiozie simili (ma non per noi, mai pentiti “assassini della memoria” )  ! 
Lentamente (troppo lentamente!) la verità viene a galla!
Chi non ha sentito che la Gran Bretagna (e la Francia di) avevano dichiarato guerra alla Germania il 3 settembre del 1939, perché Hitler aveva invaso Polonia?
La bozza del discorso
La bozza del discorso

Ma abbiamo appreso oggi sul sito del quotidiano britannico “The Daily Mail “, che sarà messo all’asta un vecchio documento di 74 anni, che è la prima bozza della dichiarazione di re Giorgio VI, che annuncia l’avvio di guerra, ed è datato 25 agosto 1939 vale a dire, una settimana PRIMA che lo zio Adolfo intraprendesse l’occupazione della Polonia.
Il progetto di dichiarazione, ritenuto troppo lungo dal consigliere del re, venne riscritto e divenne la dichiarazione di guerra anglo-francese alla Germania del 3 settembre.
Questa prima bozza del discorso del Re, che annuncia lo scoppio della guerra, è stato scritto almeno nove giorni prima Giorgio VI si rivolse alla nazione! Quindi cade miseramente, con documento originale inglese , la motivazione della guerra del “Bene”  in risposta al “male” !
Seguirà un testo più dettagliato…

Fonte: http://www.dailymail.co.uk/news/article-2512662/Its-long-winded-What-George-VIs-adviser-thought-early-draft-Kings-Speech.html

http://olodogma.com/wordpress/2013/12/04/0495-il-25-agosto-1939-inghilterra-e-francia-avevano-gia-deciso-la-guerra-alla-germania/


venerdì 30 dicembre 2016

Perché lo Stato dei Borbone veniva chiamato Regno delle «Due Sicilie»

La storia parola che il Vico rese magica e anche Dr. Ubaldo Sterlicchio da il suo contributo affinché lo spirito del filosofo napoletano si mantenga sempre vivo, di seguito un bel articolo,

 Perché lo Stato dei Borbone veniva chiamato Regno delle «Due Sicilie»

La notte di Natale dell’a.D. 1130, nella cattedrale di Palermo, Ruggero II d’Altavilla, detto il Normanno, venne incoronato «Re di Sicilia». Questa incoronazione, riconosciuta dall’antipapa Anacleto II e, successivamente (25 luglio 1139), anche dal papa Innocenzo II, costituì, unitamente alla Bolla pontificia del 27 settembre 1130, l’atto politico ufficiale della creazione di uno Stato unitario, denominato «Regnum Siciliae», che comprendeva i territori della Sicilia e di tutta l’Italia meridionale, sino ai confini settentrionali con il Ducato di Spoleto e con lo Stato Pontificio.
Il Regno, infatti, era composto dalle attuali regioni dell’Abruzzo, del Molise, della Campania, della Puglia, della Basilicata, della Calabria e della Sicilia, oltre che da gran parte dell’odierno Lazio meridionale (distretti di Sora e Gaeta) ed dall’area orientale dell’attuale provincia di Rieti (distretto di Cittaducale). Al reame apparteneva anche, incluso amministrativamente nella provincia di Capitanata, l’arcipelago di Pelagosa, oggi parte della Croazia. Le città di Benevento (oggi in Campania) e Pontecorvo (oggi nel Lazio) erano invece delle enclavi pontificie.
Si trattò del «primo modello di Stato moderno in Europa», e lo storico Vittorio Glejeses individua, proprio nella dominazione normanna l’origine di «un Regno che, tranne una breve parentesi repubblicana, vivrà fino alla venuta del dittatore Garibaldi e, quindi, per oltre sette secoli». I suoi confini rimarranno infatti immutati per ben 730 anni.
Al momento della sua istituzione, la capitale fu fissata in Palermo, ma già l’anno successivo fu spostata a Napoli. Tuttavia, Palermo, almeno formalmente, conservò la dignità di capitale, essendo considerata, appunto, «città capitale» dell’isola di Sicilia.
Sin dalle sue origini, quindi, il Regno di Sicilia individuava tutta l’Italia meridionale, mentre il toponimo «Due Sicilie» (in latino «Utriusque Siciliae») è una denominazione storico-politica, acquisita successivamente ed individuabile soprattutto sulla base di marcati aspetti di comunanza socio-culturale. Allorquando, papa Clemente IV incoronò re Carlo I d’Angiò, chiamò sia quello dell’Isola che il Regno di Napoli con un solo nome, specificando comunque che il nobile francese era stato investito quale «Rex utriusque Siciliae, citra et ultra Pharum», vale a dire «Re delle Due Sicilie, al di qua ed al di là del Faro», distinguendo quindi le parti continentale ed insulare di uno Stato comunque unitario. Sebbene non ufficiale e giuridicamente decretata – cosa questa che avverrà in distinti tempi successivi – tale denominazione risalirebbe ai «Pontefici romani, i quali cominciarono ad introdurre che il Regno di Napoli si chiamasse Sicilia».
I termini «citra» (al di qua) ed «ultra» (al di là) si riferiscono alla posizione dei relativi territori rispetto al «Farum», cioè il Faro di Messina. Ciò si perpetuerà nei secoli, tanto che, anche durante la dominazione dei Borbone delle Due Sicilie (1734-1861), nei documenti, verrà comunemente fatto riferimento ai «dominii al di qua e al di là del Faro».
L’iniziale unità politico-geografica del Regno di Sicilia, così come costituito sotto lo scettro di Ruggero II e comprendente i territori dell’antico Stato normanno-svevo, durerà solamente 152 anni, poiché la sanguinosa rivoluzione del 31 marzo 1282, nota con il nome di «Vespri Siciliani», portò al distacco dell’Isola dall’Italia meridionale continentale. Nacquero, in tal modo, due entità statali distinte ed autonome: il «Regnum Siciliae citra», o Regno di Napoli (territorio peninsulare) ed il «Regnum Siciliae ultra», o Regno di Trinacria (territorio insulare). Questa separazione si protrarrà fino al 1442. Durante questi 160 anni, mentre il Regno di Napoli fu governato da Sovrani appartenenti alla casa d’Angiò (a cominciare da Carlo I), il Regno di Sicilia (o di Trinacria) ebbe Re della casa d’Aragona (a cominciare da Pietro III). Nel 1442, Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, conquistò anche il Napoletano, ricongiungendo le due unità statali attraverso una «unione personale». Si ebbe nuovamente un Regno unito di Napoli e di Sicilia sotto la dinastia Aragonese. Il titolo ufficiale era di «Re delle Sicilie di qua e di là del Faro», ma comunemente la monarchia fu detta di Napoli, quantunque i due governi fossero separati. Tuttavia, dopo un breve periodo, i due Regni tornarono ad essere nuovamente indipendenti, uno con capitale Napoli, l’altro con capitale Palermo. Alla morte di Alfonso I, infatti, sui due troni salirono due regnanti diversi e le due corone vissero alterne vicende in cui si inserirono anche i tentativi dei re francesi di occupare il Regno di Napoli, rivendicandone il diritto d’annessione. Ma, mentre Carlo VIII fallì nell’impresa, Luigi XII riuscì a cingere, dal 1501 al 1503, la corona di «rex Neapolis». Nel 1503 il Re di Sicilia Ferdinando II d’Aragona, detto il Cattolico, sconfisse le truppe francesi (battaglia del Garigliano) scacciandole dall’Italia meridionale ed unificò nuovamente il Sud peninsulare con l’Isola. Il medesimo, tuttavia, considerando i nuovi territori acquisiti una sua eredità legittima, unì i titoli regi di Sicilia e di Napoli nella corona d’Aragona, istituendo a Napoli e Palermo due vicereami distinti.
Alla morte di Ferdinando il Cattolico, avvenuta nel 1516, il re di Spagna, Carlo I d’Asburgo (che nel 1520 diverrà anche Imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo V), unì alla corona iberica quelle di Sicilia e di Napoli. Per 200 anni, quindi, la Sicilia fu retta dai «viceré di Sicilia» ed i domini peninsulari dai «viceré di Napoli».
Il 7 luglio 1707, l’esercito austriaco entrò in Napoli senza spargimento di sangue ed il Regno restò sottomesso all’Impero fino al 1734, anno in cui verrà liberato da Carlo di Borbone.
Dopo la guerra di successione spagnola, in forza del trattato di Utrecht (1713), mentre Vittorio Amedeo II di Savoia ricevette la Sicilia e, con essa, il titolo di Re, l’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo VI d’Asburgo ebbe pieno titolo sul Regno di Napoli. Sette anni dopo, con il trattato dell’Aia (1720), Carlo VI, cedendo la Sardegna ai Savoia, ottenne in cambio la Sicilia. In virtù di questi due trattati, le Due Sicilie furono riunite all’interno della Monarchia asburgica, pur rimanendo governate separatamente, ciascuna da un proprio viceré nominato da Vienna.
Nel corso della guerra di successione polacca, grazie ad una vittoriosa campagna militare, conclusasi con la battaglia di Bitonto (25 maggio 1734), la Spagna riconquistò le Due Sicilie, le quali però non furono riannesse alla corona iberica, ma cedute da Filippo V al primo figlio avuto dall’italiana Elisabetta Farnese, l’infante don Carlo, il quale fondò la dinastia dei Borbone di Napoli. Occupato il Regno di Napoli, il nuovo re adottò inizialmente il titolo di «rex Neapolis», ma dopo aver conquistato anche la Sicilia ed essere stato incoronato nella cattedrale di Palermo il 3 luglio 1735, utilizzò in tutti i suoi atti la titolatura: «Carlo per la Grazia di Dio Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, etc. Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro, etc. Gran Principe Ereditario di Toscana, etc.».
I due Regni, tuttavia, rimasero sempre distinti, quantunque uniti sotto la persona di un unico sovrano, ancora per 80 anni circa.
Dopo la parentesi napoleonica, in seguito al Congresso di Vienna (1815) ed al Trattato di Casalanza, il sovrano Borbone, che prima di allora assumeva in sé la corona napoletana (al di qua del Faro) come Ferdinando IV e quella siciliana (al di là del Faro) come Ferdinando III, revocò la costituzione siciliana del 1812 (che teneva giuridicamente separati i due Stati) e riunì in un’unica entità statuale i territori dei due Regni, proclamandosi quindi Re, con il nome di Ferdinando I, del Regno delle Due Sicilie (Regni utriusque Siciliae Rex); questo titolo venne ufficialmente assunto con la «Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie» dell’8 dicembre 1816.
Tuttavia, per un’evidente continuità fra le diverse entità statali, nella trattazione storica del Regno delle Due Sicilie, si suole comunque inserire tutto il periodo di sovranità borbonica sui regni di Napoli e Sicilia, a partire quindi dal 1734.
La principale suddivisione del Regno (sebbene non avesse carattere amministrativo) rimase sempre quella fra la parte continentale, i «Reali Dominii al di qua del Faro», e la Sicilia, i «Reali Dominii al di là del Faro», con riferimento al Faro di Messina. Tuttavia, alcuni atlanti storici di autorevoli editori indicano l’opposto, ovvero la Sicilia come dominio al di qua del faro, dimostrando così l’ufficiosità dell’uso di questi termini fino al regno di Carlo di Borbone. In questa sede, ci si è attenuti alla versione desunta dagli «Atti ufficiali, Leggi e Decreti» del periodo borbonico, contenuti nella «Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie», in particolare quella dell’anno 1852, semestre II da luglio a tutto dicembre.
Sotto il profilo prettamente amministrativo, invece, il Regno era suddiviso in 22 province, di cui 15 nella Sicilia citeriore (Regno di Napoli) e 7 nella Sicilia ulteriore (Regno di Trinacria). Le province, a loro volta, erano suddivise in distretti (unità amministrative di secondo livello) e circondari (unità amministrative di terzo livello).

– I Reali Dominii al di qua del Faro comprendevano le seguenti province:

– I Provincia di Napoli (capoluogo: Napoli)
– II Terra di Lavoro (capoluogo: Caserta, fino al 1818 Capua)
– III Principato Citra (capoluogo: Salerno)
– IV Principato Ultra (capoluogo: Avellino)
– V Basilicata (capoluogo: Potenza)
– VI Capitanata (capoluogo: Foggia)
– VII Terra di Bari (capoluogo: Bari)
– VIII Terra d’Otranto (capoluogo: Lecce)
– IX Calabria Citeriore (capoluogo: Cosenza)
– X Calabria Ulteriore Prima (capoluogo: Reggio)
– XI Calabria Ulteriore Seconda (capoluogo: Catanzaro)
– XII Contado del Molise (capoluogo: Campobasso)
– XIII Abruzzo Citeriore (capoluogo: Chieti)
– XIV Abruzzo Ulteriore Primo (capoluogo: Teramo)
– XV Abruzzo Ulteriore Secondo (capoluogo: Aquila)

I Reali Dominii al di là del Faro comprendevano le seguenti province:

– XVI Provincia di Palermo (capoluogo: Palermo)
– XVII Provincia di Messina (capoluogo: Messina)
– XVIII Provincia di Catania (capoluogo: Catania)
– XIX Provincia di Girgenti (capoluogo: Girgenti, oggi chiamata Agrigento)
– XX Provincia di Noto (capoluogo: Noto, fino al 1837 Siracusa)
– XXI Provincia di Trapani (capoluogo: Trapani)
– XXII Provincia di Caltanissetta (capoluogo: Caltanissetta)
Al re Ferdinando I di Borbone si deve anche la definizione, con il decreto del 21 dicembre 1816, del composito Stemma araldico-dinastico che appariva, non solo sulla candida Bandiera, ma anche sulle monete, sui bolli e sigilli, sui documenti ufficiali, sugli edifici pubblici del Regno delle Due Sicilie. È lo Stemma che sopravvive fino ai nostri giorni, il cui disegno originale si trova riprodotto presso l’Archivio di Stato di Napoli, Archivio Borbone, Inventario sommario (Vol. I, Roma, 1961, Tavola 1). Esso racchiude, in un continuum storico, l’araldica di tutte le Dinastie che hanno governato il Sud d’Italia fino ai Borbone (il cui stemma gentilizio – costituito da uno scudo con tre Gigli d’oro in posizione 2-1 in campo d’azzurro, bordato di rosso – prende posto al centro della composizione) ed è la testimonianza di oltre sette secoli di storia non provinciale, ma europea, mediterranea ed ultraoceanica. Questa storia, con gli ultimi Borbone, è la vicenda di un regno indipendente, pacifico e civile, che, pur tra mille insidie e tradimenti, prende il suo posto di lotta contro la sovversione generale e si schiera a difesa, soffocato però da un’Europa che ha smarrito, tra rivoluzioni e tirannidi, ogni regola di diritto delle genti.
Il compianto Gabriele Marzocco, giustamente, ha affermato che «Il nostro stemma rappresentava, anzi rappresenta l’identità e l’indipendenza delle genti del Sud, alle quali non tutti hanno rinunciato per sempre».
Il Regno delle Due Sicilie, come Stato sovrano dell’Europa meridionale, cessò di esistere il 13 febbraio 1861 e, con l’unificazione d’Italia, la furia iconoclastica del regime sabaudo si abbatté su tutto quanto costituisse testimonianza dei Borbone, ivi naturalmente compresi i loro stemmi, che furono scalpellati e divelti dagli edifici pubblici. Solamente nella seconda metà del XX secolo, per iniziativa di sovrintendenti, sindaci e privati cittadini, si è recuperato e messo in onore qualche reperto dell’antica Dinastia. Il compianto Silvio Vitale ebbe a riferire ed osservare che «nel 1980, nell’ambito di una rivalutazione complessiva del periodo borbonico, si procedette anche al restauro del più antico teatro lirico del mondo, il San Carlo di Napoli, costruito nel 1737, quarantuno anni prima della Scala di Milano. Sul maestoso arco scenico comparvero allora, nell’emblema che si trova al centro, alcune crepe al dipinto della Croce dei Savoia. A di sotto fu intravisto intatto lo Stemma borbonico. La sovrintendenza decise di riportare completamente in luce l’antico emblema araldico, che ora trionfa al centro dell’arco. I restauratori non si accorsero però che lo stemma era circondato dal Collare della Santissima Annunziata, famosa onorificenza savoiarda, che lasciarono intatta. Quel collare, del tutto estraneo alle Due Sicilie, per una negligenza forse involontaria, sembra simboleggiare il “cappio” che, con la forzata unificazione, fu messo al collo di un popolo sopraffatto».

Ubaldo Sterlicchio

 

martedì 27 dicembre 2016

Il comunismo è una malattia mentale?

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manicomioGorizia, 17 mag – Prendo spunto dall’atmosfera creata dalla sinistra contro il corteo di CasaPound a Gorizia per analizzare lo stile di pensiero di quella ideologia che va genericamente sotto il nome di “comunismo”. Vladimir Bukovskij disse molto tempo fa che non può esistere un comunista intelligente e in buona fede: se è in buona fede, è un cretino, se è intelligente ha interessi personali sufficientemente loschi per esserlo. Il grande dissidente russo non era a conoscenza di un’altra variabile, oltre alla sua condivisibile interpretazione.
La terza alternativa veniva proposta nel 1996 dal professor Raffaele Vizioli, ordinario di Neurologia all’Università “La Sapienza” nonché vive-presidente della Società italiana di Psichiatria biologica, in un saggio dal titolo “Psicopatologia del comunismo”. Al di là delle specificazioni didattiche, e valutando soltanto il comportamento verbale e non verbale dei vari comitati antifascisti e pacifisti, si può facilmente arrivare ad una diagnosi di psicosi paranoide con ragionevole certezza.
Il pensiero del comunista è organizzato su uno schema esclusivamente emotivo, che nega qualsivoglia parametro di realtà e che agisce sugli strati pulsionali e primitivi del sistema rettile del cervello.
Il meccanismo psicopatologico è facilmente comprensibile con alcuni esempi. “Il comunismo ha sempre combattuto per la democrazia, la libertà e il benessere dell’uomo”. Ora, c’è qualcuno che possa documentare questa affermazione in un qualunque paese del mondo – dalla Rivoluzione di ottobre ad oggi? C’è qualche popolo che possa testimoniare sulla prosperità ottenuta e sui diritti individuali esercitati in un potere comunista? Nessuno.

I disastrati apologeti ti risponderebbero che quello non era il “vero” comunismo, e che il vero comunismo è altro e altrove. “Il comunismo è il difensore delle minoranze e delle ragioni personali”. Dove? In Italia, dove il PCI espelleva l’omosessuale Pasolini per indegnità morale? In Spagna, paese europeo che ha conosciuto la più sanguinaria eliminazione degli anarchici alleati? All’Est? Dove in nome dell’ateismo di Stato vennero imprigionati e soppressi decine di migliaia di cristiani e le chiese trasformate in granai?
“Il comunismo è per la pace tra i popoli”. È un po’ difficile da sostenere questa tesi da parte di una ideologia che ha procurato oltre cento milioni di morti, a meno che per pace non si consideri quella eterna cimiteriale di tutti gli oppositori attivi, e quella della censura poliziesca che ha riempito carceri e gulag di dissidenti di ogni tipo.
Gli esempi potrebbero continuare, ma una domanda sorge spontanea: se questa è una malattia, quale potrebbe essere la cura? È qui che la questione si fa scottante.

Il problema clinico è talmente grave che rientra in quei disturbi che vengono considerati non solo incurabili, ma addirittura intrattabili. L’ideal-tipo comunista è un narcisista talmente invischiato nella propria falsa identità che non può tollerare un confronto con la realtà.
I suoi meccanismi difensivi sono quelli primitivi: la negazione, che allontana ogni responsabilità e presa di coscienza, e la proiezione, che rinvia ad altri ogni causa dei fallimenti e delle frustrazioni. Mentre da un lato c’è una percezione inconscia, e inammissibile razionalmente, del fallimento personale e politico, dall’altro subentra una compensazione patologica per affrontare il senso di impotenza e di delusione.
La sua debolezza, la sua incompetenza e la sua disgrazia esistenziale scatenano delle reazioni eccessive che, alla fine, diventano un vero e proprio abito mentale ed una struttura caratteriale. Il comunista non accetta l’incertezza, quindi la dialettica ragionata, ma vive e si relaziona con l’altro e il mondo circostante solo attraverso il filtro del sospetto e della diffidenza, perché le sue difese psicotiche – fondamentali per sostenere una pur distorta immagine idealizzata di sé – gli impediscono di confrontarsi con punti di vista altrui, di accettare un livello di fiducia, di condividere ipotesi e prospettive.
Il mondo comunista è una “pseudocomunità paranoide”, cioè un sistema immaginario dentro al quale c’è la verità e la giustezza, mentre fuori prevale un dispositivo persecutorio e cattivo.
Tale stato psichico comporta necessariamente un unico sentimento: l’odio. In altre parole, se tutto è interpretato contro di lui, tutto è nemico, quindi da odiare e da distruggere. All’interno di questa logica perversa e regressiva, il contraddittorio non può essere tollerato e l’unica azione possibile è tacitare chiunque sia percepito come un pericolo per la propria identità contraffatta e malata.
Stravolgimento della realtà, negazione della stessa e presunzione di verità assoluta da imporre con ogni mezzo. Questa è la dinamica paranoica e comunista. Si racconta da parte di Trockij che di fronte ad un progetto velleitario e inconcludente Lenin questi abbia risposto: “Se il mio piano contrasta con la realtà, peggio per la realtà”. Lenin ha fallito, il comunismo è miseramente finito, l’unica cosa certa – al di la dell’impossibile dialogo – che questi relitti rimasti moriranno pazzi.
Adriano Segatori

http://www.ilprimatonazionale.it/cultura/il-comunismo-e-una-malattia-mentale-23582/

domenica 25 dicembre 2016

Come siamo scaduti così in basso (riflessione su Montepaschi)

Caro contribuente.  Visto che  la cricca che vi governa per conto terzi vi ha accollato  altri  20 miliardi di debito per  salvare la “sua” banca,  ricordatevi almeno questa foto:

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e’ una grande storia d’amore. Lui è  Giuliano Amato, l’immarcescibile e il mai imputabile,  oggi elevato a giudice costituzionale, ossia topo nel formaggio, dal Napolitano.  Quello fra le sue braccia è Giuseppe Mussari, capo di Monte dei Paschi, e messo dalla cricca alla presidenza dell’ABI, Associazione Bancaria Italiana.
Risale al 2010, quando – da intercettazioni di telefonate pubblicate da Corriere e Repubblica – risulta che Giuliano Amato disse  a Mussari: “Io ti aiuto a prendere la presidenza ABI”, poi gli chiese dei fondi per il Tennis Club di Orbetello, di cui l’Intoccabile e Immarcescibile è presidente.
Roba da poco, 150 mila euro. 
Però pensate solo quel che succederebbe se una telefonata simile venisse fuori che l’ha fatta Virginia Raggi: apriti cielo,  la magistratura “apre un dossier”, i giornali impazzano, il PD urla:  disonesti, incapaci!
Invece, allora,  niente. Amato era, come sempre, l’Impunibile.  Mussari era dato “vicino a D’Alema”. Che infatti,   sprezzante, sulla donazione al tennis club di Orbetello, sibilò: “Era uno dei compiti istituzionali della Fondazione”.
Provare che è stato Amato a mettere  Mussari al vertice della potentissima Associazione Bancaria è ovviamente impossibile. Fatto sta che è stato a quel vertice  –  la confindustria di tutte le banche italiote, –   finché il bubbone Montepaschi è scoppiato.
E’ un bravo banchiere,  Mussari? Degno della raccomandazione dell’Immarcescibile?  Accettato dagli altri banchieri perché ne aveva conquistato  il rispetto  le sue capacità tecniche e professionali?
Vediamo. A quel tempo era già noto che Mussari, per Montepaschi, aveva acquistao la banca Ambroveneta da Santander, che l’aveva pagata 9 miliardi, per 16,7: un sovrapprezzo clamoroso, incomprensibile, che ha fatto subito pensare  che nascondesse qualche tangente miliardaria…
Forse c’era  anche questa.  Ma quel che ha scoperto l’indagine, era che Mussari  e il vertice intero di Montepaschi non avevano capito a quanto ammontava  la spesa. Ai magistrati, Piero Mantovani che era  capo  di Antonveneta,  testimonia che al primo colloquio con Mussari e Vigni (il vice) “Ho colto in costoro uno smarrimento […]  Forse solo in quel momento realizzarono che l’esborso   sarebbe stato ben più  elevato” di 9 miliardi.  Per 9 miliardi   Santander aveva rifilato Antonveneto a Mussari, ma  il gran banchiere senese non s’è accorto che Antonveneto ha un passivo da 7,9 miliardi. Che si somma dunque al  prezzo d’acquisto.
Quando glielo dicono, “ha un momento si smarrimento”.  Montani se ne va chiedendosi – e   lo dirà  ai magistrati: “Ma questi  han capito veramente quel che devono pagare?”.

Mussari, il  gran tecnico, il futuro presidente dell’ABI, apparentemente non sa leggere i bilanci. O  almeno così ci hanno fatto credere:  perché  questa è l’estrema linea di difesa, quella cui è  ricordo un altro fallito politico, Gianfranco Fini in Tulliani: “Sono stato coglione, non disonesto”.   
Ma io tendo a credere nella incompetenza assoluta. Lo dimostra il fatto che  Mussari e  l’intero vertice della banca chiedono soccorso alle banche d’affari internazionali, Deutsche  Bank, JP Morgan, Nomura  per nascondere il buco, e si mettono nelle  loro mani. Queste capiscono al volo  i gonzi con cui hanno a che fare, e gli propongono dei derivati,  “Alexandria”, “Santorini”, “Fresh”  che produrranno perdite miliardarie a Montepaschi, e lucri miliardari a loro… quelli non sanno leggere un bilancio, figurarsi se sanno come funziona un derivato di DB o Morgan il Pirata.  Sono infatti i derivati di salvataggio che Montepaschi adotta, la causa  a cascata della sua rovina. Incompetenza su incompetenza.
Ricordo questi vecchi fatti – per cui dovrete pagare voi  contribuenti – perché questo è il motivo radicale del degrado italiano: l’accurata e sistematica selezione e promozione di ignoranti nei posti-chiave  che esigono competenza, responsabilità, esperienza.  Attratti dal fatto che quei posti sono strapagati, la “politica” li ha occupati tutti  –  impedito che ci andassero quelli che sanno il mestiere,  e ci ha messo i suoi – scelti precisamente in quanto incapaci.
Come dimostra Amato con Mussari, ma  il fenomeno è visibilissimo anche nel  privato: Vivendi sta per papparsi Mediaset, e Berlusconi, il grande imprenditore,  è smarrito anche lui, s’è fatto cogliere di sorpresa, non ha capito i giochi del sagace energico Bolloré: in una parola, è un inadeguato al mondo moderno.   Come aveva già dimostrato facendosi ammazzare il suo Gheddafi e poi espeller dal governo italiota da Draghi, Merkel e Sarko,  è sotto il livello intellettuale e culturale che occorre non dico per vincere, ma per sopravvivere. Anche lui s’è scelto solo yes men. Non è un caso.  E’ quel che han fatto Amato e D’Alema mettendo Mussari dove non doveva. Il risultato è il conto che siete chiamati a pagare voi, mica loro.
E’ così che l’apparato pubblico, anche e soprattutto quello tecnico – la “macchina amministrativa” –  non risponde nemmeno più alle direttive del  governante.  E la sua sola occupazione è farsi  strapagare, specie a livello dirigenziale.
Potreste credere che “lo Stato” sia sempre stato così. Non è del tutto vero.  Io che sono vecchio, ricordo anni in cui la dirigenza pubblica era alquanto competente, sapeva progettare il futuro collettivo, e aveva stipendi più bassi.  La “politica” ha eroso queste competenze, le ha sostituite con i suoi scherani con la tessera del partito. Ma lo scadimento decisivo è avvenuto in tempi abbastanza recenti,  diciamo una ventina di anni fa.
Una foto emblematica del livello della politica
La storica  foto, emblematica del livello della politica.  Poletti oggiè il noto ministro.
Quando cioè, l’Occidente decreta la globalizzazione. Gli intoccabili e immarcescibili come Giuliano Amato o Napolitano, capiscono benissimo cosa questo significa:  che il sistema Italia,  da loro reso poco efficiente per mangiarne il grasso che cola, sarà investito dai venti tempestosi della concorrenza globale; il lavoratore tessile   da 1,7 milioni di lire al mese sarà  messo in  concorrenza col messicano a 450 mila, col pakistano a 150 mila; la Fiat crollerà perché arrivano le auto giapponesi, che sono – semplicemente – di qualità migliore e più  economiche.  Insomma l’intera industria italiana, anzi l’intero settore produttivo viene esposto alla competizione globale; molti  cadranno, alcuni lotteranno  per sopravvivere, nel tremendo darwinismo tecnologico e sociale che sta per profilarsi. Ci saranno estinzioni di massa, riduzioni di paghe e di posti  nel crudele clima di darwinismo sociale che sta per abbattersi sul sonnacchioso paese.
Con una sola eccezione: l’impiego pubblico. Quelli che gli economisti chiamano “servizi non vendibili” all’estero.  Puoi importare un computer cinese, ma non un impiegato cinese da mettere al posto dell’impiegato comunale,  del tranviere dell’ATAC, un messicano al posto dell’impiegato della Regione Sicilia o Calabria.  Non puoi  comprare un servizio pubblico dall’estero anche se costa un decimo.
Lorsignori l’han capito benissimo, ed è stato – ne sono convinto – in quel  preciso momento che   han deciso di farsi un ricco riparo  di privilegi intangibili,  mentre gettavano noi nella tormenta   della competizione globale. Si son costruiti l’Isola Meravigliosa, il Castello di Cristallo  delle Istituzioni:  si sono decretati paghe altissime,  si sono scritti loro le leggi che eterizzano il loro potere e privilegio, hanno imbarcato qualche milione di complici con paghe più alte che nel privato;  sono saliti nella  Arca di Noè  dorata fra le nuvole, ed hanno tirato su la scala.
Il nostro destino non li riguarda,  ormai hanno separato il loro dal nostro.  Il calo del nostro prodotto interno lordo non li allarma, dato che loro aumentano l’esazione fiscale e si prescrivono gli aumenti.  Sempre più ignoranti, sempre più incompetenti,  sempre più inadeguati anche intellettualmente  al mondo moderno –  non fanno che ricevere ordini dalla  centrali del pensiero unico americo-anglo –  e sempre più ricchi.  Nomina dopo nomina,  scadimento dopo scadimento, siamo alla ministra della Pubblica Istruzione   che ha fatto le elementari, al ministro del Lavoro che sputa sui giovani disoccupati e mostra il suo odio per gli  intelligenti: “Vadano all’estero, così non rompono i coglioni qui”.  Il  che significa: non abbiamo bisogno di culture, esperienze, professionalità, perché al vostro posto abbiamo già messo nostri figli scemi, e i nostri Mussari.  E sono stati loro, direttamente loro, a lasciare che l’Italia abbia perso il 25% della sua produzione industriale – negli stessi anni in cui i loro emolumenti e privilegi crescevano.
E avete visto  come reagiscono appena si profila un pericolo dal basso, dal popolo, al loro potere inadempiente e indebito. Il Comune di Roma ha accumulato 13 miliardi di debito sotto i loro  compari e scherani; non si sono mai nemmeno occupati di riscuotere gli affitti dell’immenso patrimonio immobiliare, tanto lo Stato ripaga da sempre  tutti i loro buchi e furti.
Ma appena viene insediata la sindaca del5 Stelle, compare improvvisamente un Organo di Revisione  che boccia il bilancio  della Raggi: “E’ la prima volta!”, esultano i giornali:  infatti.   Prima, nessun organo aveva rivisto i conti di nessuno. La Regione Calabria non fa nemmeno bilanci scritti – così non sbaglia. “A casa, a casa!”, urlano le opposizioni.  Quelle opposizioni  che prima erano al potere e mai, dico mai, sono state disturbate da una “bocciatura”  dei loro bilanci da parte di “revisori dei conti”.
E non basta. La magistratura apre dei dossier, dice e non dice,  intercetta, e  taglia uno dopo l’altro i personaggi di fiducia della sindaca. E lei, poverina, è culturalmente inadeguata –    un po’ meno di Mussari però  sì.
E viene intercettata notte e giorno, lei. “Dalle intercettazioni dello  scandalo Campidoglio spunta una relazione tra la Raggi e il suo braccio destro ora rinnegato, Raffaele Marra”.  Sulle loro “relazioni”, mai è stato sollevato tanto scandalo. La  magistratura è stata discretissima sul grande amore che ha unito Amato a Mussari.
Finisce che voto 5 Stelle. Anche se so che non basterà.  E’ tardi.  Ormai l’italiota, dopo decenni di selezione darwiniana a rovescio, sta assumendo le fattezze e i costumi del selvaggio,  tatuaggi, linguaggio belluino  e inarticolato, nessuna tradizione né memoria del passato,  incapacità di tenere in piedi una produzione industriale,  espulsione rituale dei “cervelli” come qualche millennio fa il capro espiatorio. 

Maurizio Blondet

TRATTO DA:
http://www.maurizioblondet.it/scaduti-cosi-basso-riflessione-montepaschi/



venerdì 23 dicembre 2016

Blanqui. La borghesia alla sbarra


Romano Guatta Caldini


Parigi, 1832. Processo dei 15



Giudice: professione?

Blanqui: proletario

Giudice: domicilio fisso?

Blanqui: prigione

Giudice: perché è insorto?

Blanqui: «la prova più significativa del fatto che quest’ordine di cose non è istituito se non in vista dello sfruttamento del povero da parte del ricco, che non si è ricercata altra base se non quella di un materialismo ignobile e brutale, è che l’intelligenza è colpita da ilotismo; effettivamente, essa è una garanzia di moralità, e la moralità introdotta inavvertitamente in un simile sistema non potrebbe entrarvi se non come elemento infallibile di distruzione.»(1)

Mentre la sinistra più o meno antagonista  ha continuato a relegarlo fra gli eterni quarantottisti la destra radicalmente intesa lo ha cancellato dal suo DNA.
Ma se Babeuf è stato l’antesignano dell’egualitarismo sociale, Blanqui fu senza dubbio il precursore del volontarismo che dai Fasci d’Azione Internazionalista (1914) in poi caratterizzò gli ambienti nazionalrivoluzionari italiani e non.
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Nato a Puget-Théniers  l’otto  febbraio 1805, Louis-Auguste Blanqui [nel ritratto a fianco] si laureò in medicina a soli diciannove anni.
Di formazione repubblicana, approdò al socialismo attraverso l’assimilazione babouvista dell’ineluttabilità della “guerra tra sfruttati e sfruttatori”.

Prima di essere teorico Blanqui fu uomo d’azione, nel 1830 partecipò alla cacciata di Carlo X e nel ’39 venne condannato all’ergastolo per sollevazione armata.
Amnistiato, fu protagonista dei moti del ’48 in cui tentò un nuovo colpo di stato per destituire il monarca Luigi Filippo.
Riuscì a sottrarsi alla cattura rifugiandosi in Belgio.

E’ durante il soggiorno belga che riesce a dedicarsi alla stesura dei principi dell’ insorgenza rivoluzionaria.
Non la massa ma un pugno di cospiratori avrebbero posto in atto la rivolta, preparando la strada alla lotta di popolo per l’edificazione di un  Socialismo di stampo libertario.
In seguito, i firmatari del Manifesto gli rimproverarono la concezione dell’élite rivoluzionaria, che non avrebbe guidato le masse, ma avrebbe offerto a queste le basi necessarie per l’avvento rivoluzionario.
Teoria questa, che in Italia troverà discepoli del calibro di Pisacane e per certi versi Mussolini.

E’ quest’ultimo a offrirci un’accurata descrizione di Blanqui: «Piccolo, esile, con la testa rasata come quella di un monaco, degna del pennello di Holbein. Occhi perduti nelle occhiaie fonde dardeggianti lampi fulvi. Viso ammantato di un pallore malaticcio. Corpo piegato sotto il triplice peso delle sofferenze fisiche, delle torture morali e della costituzione rachitica. Nulla era in Blanqui che rivelasse il cospiratore tenace e l’oratore indomabile dei clubs rossi.
La rivoluzione in lui era un culto.
Egli non attirava, dominava.
La sua voce non affascinava. Era stridente, acuta, sibilante, metallica.
Comunicava tuttavia la febbre. Sentiva di lui, del suo carattere, aspro, selvaggio, enarmonico.
Voce che segava sovente i nervi.
La sua caratteristica era la violenza fattistica. Vale a dire nutrita di fatti. Faceva discorsi energici, presentava mozioni virulente. Era sempre e dovunque freneticamente applaudito. Aveva un’immaginazione furiosa, uno spirito turbolento». (2)

Tornato in patria, tra una carcerazione e l’altra, tanto da  guadagnarsi  l’appellativo d’Infermo, continuò l’opera di sovversione.
Il 31 ottobre 1870 guidò l’occupazione della sede municipale a  l’Hôtel de Ville, instaurando un governo di rivoltosi da lui presieduto. La reazione non si fece attendere e per ritorsione l’esercito trasformò una manifestazione operaia in una carneficina.
Ma se l’alternativa alla repressione monarchica era la dittatura borghese, c’era poco da stare allegri.

E questo Blanqui lo denunciò ripetutamente: «La repubblica sarebbe una menzogna se dovesse essere la sostituzione di una forma di governo a un’altra. Non basta cambiare le parole, bisogna cambiare le cose. La repubblica è l’emancipazione degli operai, è la fine del regime dello sfruttamento, è l’avvenimento di un ordine nuovo che libererà il lavoro dalla tirannia del capitale. Libertà, uguaglianza, fraternità, questo motto che brilla sui frontoni dei nostri edifici non deve essere una vana decorazione teatrale. Non più illusioni!
Non vi è libertà quando si muore di fame. Non vi è uguaglianza quando l’opulenza fa scandalo a fianco della miseria. Non vi è fraternità quando l’operaio coi suoi figli affamati si trascina alle porte dei palazzi. Del lavoro e del pane! L’esistenza del popolo non può rimanere alla mercé dei terrori e dei rancori del capitale.»(3)

Scagliò le  sue principali invettive durante i processi che lo vedevano protagonista, trasformandosi da accusato in accusatore.
Precursore  del “processo di rottura”, Blanqui fece  dell’aula giudiziaria una tribuna dell’agitazione rivoluzionaria. Il suo processo in un’azione di propaganda.
Tra i vari primati di Blanqui c’è quello di essersi occupato  di una branca della scienza allora inesplorata, forse sarebbe meglio dire “gaia scienza”.
Dieci anni prima dell’uscita del capolavoro nietzscheano, durante la prigionia a Fort du Taureau, Blanqui scrive un opuscolo dal titolo, L’ eternité par les astres: «Ogni astro, qualunque astro esiste un numero infinito di volte nel tempo e nello spazio, non in una soltanto delle sue forme, ma così com’ è in ognuno dei momenti della sua esistenza, dalla nascita alla morte. E tutti gli esseri sparsi sulla sua superficie, grandi e piccoli, vivi o inanimati, condividono il privilegio di questa perennità. La terra è uno degli astri.
Ogni essere umano è dunque eterno, in ognuno dei momenti della sua esistenza. Quello che io ho scritto in questo momento nella mia cella , l’ ho scritto e lo scriverò per l’ eternità, sullo stesso tavolo, con la stessa penna, vestito degli stessi abiti, in circostanze uguali. Tutte queste terre sprofondano, una dopo l’ altra, nelle fiamme che le rinnovano, per rinascere e sprofondare ancora, scorrimento monotono di una clessidra che si gira e si svuota eternamente da sola».(4)

Il 27 marzo del 1871, viene eretta la Comune di Parigi. All’elezione del consiglio sono i blanquisti ad avere la meglio, ma il sogno di una repubblica sociale ha vita breve.
Le forze governative approfittando della disorganizzazione dei rivoluzionari entrano dalle porte sguarnite della città a nord-est. A opporre resistenza ci pensano i militi della Guardia Nazionale: studenti, operai,artigiani piccoli commercianti, che abbracciati fucili e bastoni tentarono di difendere la Comune fino all’ultimo uomo.  Schiacciato nel sangue ogni vagito rivoluzionario, Blanqui si trova nuovamente rinchiuso.

La svolta avviene nell’aprile del 1879 con la sua  elezione a  deputato nella circoscrizione di Bordeaux. Il governo decide di non convalidare la nomina del pericoloso comunardo che viene comunque liberato grazie alle pressioni del mondo operaio.
Stanco e malato, l’uomo che coniò il motto “né dio né padrone” morì libero all’età di 76 anni di cui 32 passati in carcere. Oggi lo spirito inquieto riposa al Père Lachaise, fra le anime ribelli di tutte le epoche.

Note
(1) Blanqui: “Textes choisi” – Editions Sociales, Paris l955. pp. 85-92
(2) Benito Mussolini – L’eminente rivoluzionario del frontone
(3) Ibidem
(4) Giovanni Mariotti – Un Visionario dell’ Eternità

TRATTO DA:
http://www.mirorenzaglia.org/2009/04/blanqui-la-borghesia-alla-sbarra/