martedì 5 maggio 2015

CULTURA E ISTRUZIONE NEL REGNO DELLE DUE SICILIE (1734-1860)



Lorenzo Terzi

Cominciamo dalla fine.
Io stesso ho tenuto che nel comunicato stampa con il quale è stata diffusa la notizia di questa conferenza fosse pubblicata una frase citata dallo storico Alfredo Zazo nella sua monografia del 1927 L’istruzione pubblica e privata nel napoletano (1767-1860), a tutt’oggi l’unica opera che affronti in maniera organica la questione dell’insegnamento primario e secondario nel Regno napoletano continentale. Zazo cita uno dei più illustri fra i cosiddetti “padri della patria”, ovvero Luigi Settembrini (1813-1877), il quale, dopo l’unificazione, ebbe a scrivere: “Noi altri Napoletani paghiamo la pena di una nostra bugia: abbiamo gridato per tutto il mondo che i Borboni ci avevano imbarbariti e imbestiati e tutto il mondo ci ha creduto bestie, specialmente il Piemonte, che non aveva tutta la colpa quando ci mandò i sillabari e le grammatiche italiane”.
In verità, la storiografia corrente sembrerebbe dar ragione a quanti ritenevano, e tuttora ritengono, che il Regno delle Due Sicilie fosse abitato da genti semibarbare e ridotte a uno stato poco più che primitivo dai suoi governi, in modo particolare da quello borbonico. A tale proposito, infatti, viene puntualmente tirato in ballo il censimento della popolazione del Regno d’Italia effettuato all’indomani dell’unità, nel 1861, e pubblicato pochi anni dopo, secondo il quale gli abitanti del Mezzogiorno avrebbero presentato una percentuale di analfabetismo pari al 90%. Prego i miei ascoltatori di porgere particolare attenzione al dato che stiamo esaminando. Al momento dell’arrivo di Garibaldi, i “regnicoli” ammontavano a 9.180.000 unità all’incirca (6.950.000 nel Sud “continentale”, 2.230.000 in Sicilia). Il 90% di questa cifra corrisponde a 8.262.000: un numero semplicemente esorbitante! Se il censimento del 1861 fosse da considerare veritiero, risulterebbe che solo 918.000 tra gli abitanti delle ex Due Sicilie erano alfabetizzati.
Trattandosi di affermazioni il cui peso e le cui conseguenze sono di grande rilievo - innanzitutto, ma non solo, sul piano storiografico - si vorrebbe indagare più a fondo per scoprire se i rilievi di cui abbiamo parlato sono effettivamente attendibili.
Noi Neoborbonici, ovviamente, ci siamo posti il problema e, come è nostro costume, abbiamo tentato di verificare il famigerato dato del 90% sulle fonti. Già qui, però, è sorto il primo ostacolo. I documenti più importanti da analizzare, per gli scopi della nostra ricerca, sarebbero le schede che venivano mandate ai Comuni per la compilazione del censimento, e che - una volta riempite - erano rispedite agli organi preposti perché ne elaborassero una sintesi.
Ora, l’istituzione che si occupava dei censimenti della popolazione, a quell’epoca, era la Direzione generale di statistica, a sua volta dipendente dal Ministero di agricoltura, industria e commercio, le cui carte, come quelle prodotte da quasi tutti gli organi centrali dello Stato unitario, si trovano depositate presso l’Archivio centrale dello Stato di Roma, all’EUR. Ebbene, a precisa domanda di chi vi parla, formulata per iscritto all’Archivio centrale, il sovrintendente di esso, Dott. Agostino Attanasio, ha risposto, il 18 ottobre 2012, confermando quanto il sottoscritto aveva già appreso per altra via: ovvero che fra gli archivi del Ministero di agricoltura, industria e commercio conservati presso l’Archivio centrale di Roma non vi sono serie della Direzione generale di statistica. In altre parole, le carte di quest’ultimo organo dello Stato sono andate perdute, molto probabilmente in maniera irrimediabile. Esse, infatti, non si trovano nemmeno presso l’Archivio storico dell’ISTAT, dove pure chi vi parla aveva ipotizzato che potessero essere andate a finire, per un eventuale “richiamo” di documentazione precedente. Anche in questo caso, riscontro negativo.
Ci sarebbe un’altra via, che pure è stata tentata, per arrivare a una stima del grado di alfabetizzazione delle nostre popolazioni: la consultazione e l’aggregazione dei dati riportati all’interno dei registri dello Stato Civile e dei registri parrocchiali nel periodo considerato, dal momento che in essi viene rilevato se uno o più sottoscrittori degli atti sono analfabeti. Ma si tratta di una strada assai lunga, e per giunta accidentata. Una volta raccolti i dati, occorrerebbe infatti capire, per esempio, quale percentuale significativa rappresentino dell’intera popolazione di un Comune - poniamo, nel 1861 - le persone che hanno sottoscritto proprio in quell’anno un atto di nascita, di matrimonio o di morte. Inoltre non si può essere sicuri che la semplice apposizione della firma sia, di per sé, garanzia del possesso della lingua scritta e parlata da parte del firmatario. C’erano senz’altro - a Sud come a Nord - uomini e donne che sapevano firmare, ma che nello scrivere non andavano oltre la propria firma.
Vano, anzi scorretto, sarebbe anche tentare una sovrapposizione tra i dati - peraltro anch’essi difficilmente quantificabili - della scolarizzazione al momento dell’unità con quelli dell’alfabetizzazione nel medesimo periodo. All’epoca moltissime persone erano in grado di leggere e scrivere, pur non possedendo titoli di studio; tra di esse si annoverano, non di rado, insigni protagonisti della cultura umanistica e scientifica. A titolo esemplificativo citeremo il caso di Giacomo Leopardi, anche se questi morì un po’ prima dell’arco temporale da noi considerato, precisamente nel 1837. Ebbene, il grande Recanatese era, com’egli stesso ironicamente ebbe a dichiarare, “dottorato in nessun facoltà”: non possedeva, cioè, alcun titolo di studio, nemmeno elementare. Dovremmo forse, per questo, rubricarlo tra gli analfabeti?
Un ulteriore motivo di perplessità sorge allorché consideriamo la data cui il primo censimento si riferisce: il 1861, appunto. A quell’epoca era già cominciata la lotta di resistenza antiunitaria comunemente definita “brigantaggio”, la quale determinò certamente enormi disordini, ritardi e inadempienze sul piano amministrativo. Quanto si possono considerare attendibili statistiche effettuate in un’età così remota, nella quale gli strumenti a disposizione dei rilevatori erano tanto più imperfetti di quelli odierni, che pure non di rado risultano fallibili? È davvero possibile, poi, ritenere che quegli strumenti elementari fossero almeno efficaci in una situazione caratterizzata da una continua guerriglia per bande e dalle occupazioni dei comuni meridionali, ora da parte dei “briganti”, ora a opera delle truppe dello Stato italiano?
Come se non bastasse, infine, le testimonianze degli uomini politici contemporanei ai fatti di cui stiamo parlando denotano spesso una certa sfiducia nelle metodologie di censimento all’epoca utilizzate, e a maggior ragione nei risultati da esse raggiunti. A tale proposito faremo menzione di due tra i molti esempi che potremmo addurre, entrambi tratti da una pubblicazione ufficiale postunitaria, ovvero i Rendiconti del Parlamento italiano. Sessione del 1870-71. Seconda edizione ufficiale riveduta. Discussioni della Camera dei Deputati. Volume secondo. Dal 22 marzo al 20 maggio 1871. Nella tornata del 24 marzo 1871, la Camera dei Deputati si trovò a discutere un progetto di legge per ordinare e regolare il secondo censimento generale del Regno d’Italia, dopo quello - appunto - del 1861. Nel corso della discussione prese la parola Ascanio Branca, potentino, ex comandante della Brigata Lucana sotto Garibaldi, assolutamente insospettabile di pur vaghe simpatie “legittimiste”. Ebbene, a un certo punto Branca dice:
Noi abbiamo fatto un censimento nel 1861, quando non tutte le provincie d’Italia erano riunite al regno, come lo sono ora. Si sono fatte le statistiche, si è detto che nelle tali e tali altre provincie ci sono tanti analfabeti, ci sono delle provincie appunto del Mezzogiorno, a cui io appartengo, in alcuna delle quali questa massa di analfabeti si è fatta elevare fino all’89 per cento. Ebbene, occorre verificare se quest’asserzione, che spesso si ripete, e che io credo fallace, sia o pure no esatta.
Poco dopo, nell’ambito della stessa tornata, il deputato friulano Gabriele Luigi Pecile rincara la dose:
Nel censimento del 1861, si è rilevato che gli analfabeti ammontavano a 17 o 18 milioni, il che certo deve essere stato effetto di un equivoco, equivoco che fu anche rilevato dall’onorevole Messedaglia in occasione che [sic] presentò una relazione alla Camera.
Ciò avvenne per essersi calcolato il numero degli analfabeti sottraendo il numero di quelli che sanno leggere dal numero totale della popolazione.
Io non intendo di fare che una semplice raccomandazione, ed è che, nel procedere al nuovo censimento, si abbia cura di mettere nelle schede una colonna, nella quale appariscano chiaramente le persone che sanno leggere e quelle che no, ommessi [sic] i bambini ed i lattanti, i quali in nessun paese del mondo si calcolano fra gli illetterati. È cosa che disonora il nostro paese, il far figurare nelle statistiche un numero eccessivo d’analfabeti che per il fatto non abbiamo.
Terminando questa lunga premessa, desideriamo affermare con tutta sincerità che il nostro intento non è quello di cavillare a ogni costo sui fatti storici per dimostrare questa o quella tesi, ovvero “fare le pulci alla nostra storia nazionale”, come ebbe a dire, a proposito dei Neoborbonici, un commentatore (pseudo) autorevole. Da quanto abbiamo sopra esposto emerge, al contrario, l’opportunità - e, direi, il dovere civico e morale - di studiare con attenzione la storia del Mezzogiorno, senza preconcetti dettati - magari - da atavici quanto ingiustificati complessi di inferiorità.
Ma ormai è ora di ripartire dall’inizio logico e naturale della nostra conversazione, ovvero dall’età “carolina”.
La cura per l’istruzione pubblica primaria e secondaria costituisce un tratto decisivo dell’epoca che va da Ferdinando IV in poi. Carlo di Borbone - una volta divenuto sovrano di un Regno indipendente, dopo i secoli del Vicereame spagnolo e i pochi decenni di quello austriaco - prestò piuttosto attenzione a quella che, con espressione moderna, definiremmo “istruzione tecnica”.
Ricordiamo alcune fra le istituzioni culturali e scolastiche create dal primo re Borbone, che tanta importanza ebbero nel favorire e promuovere quello che gli scrittori coevi definirono “incivilimento” del Regno:
-    Le Scuole del Regio Ospedale degli Incurabili di Napoli, dirette dal regio Protomedicato, dotate di sette cattedre: Anatomia e dimostrazioni anatomiche, Medicina pratica, Chirurgia pratica, Ostetricia, Malattie degli occhi e della vescica, Fisica sperimentale, Dimostrazione nella Cattedra di Fisica. Queste scuole costituirono gli antecedenti di una gloriosa istituzione regnicola, il Collegio medico-chirurgico, fondato da Gioacchino Murat nel 1810 e chiuso inopinatamente nel 1871.
-    La “Scuola de’ Mutoli”, retta fino al 1798 da un Maestro nel locale del SS. Salvatore, dove aveva sede anche l’Università napoletana.
-    La Reale Accademia Ercolanese, fondata da Carlo di Borbone nel 1755 allo scopo di pubblicare e illustrare gli oggetti rinvenuti nel corso degli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano. Venne ripristinata nel 1787, dopo un periodo di inattività, da Ferdinando IV, che ne approvò gli statuti. Esiste ancora oggi.
-    La Reale Biblioteca Borbonica, il cui primo nucleo fu costituito da Carlo di Borbone con i fondi librari a lui pervenuti dalla Casa Farnese. La Biblioteca - collocata nel 1782 dentro il palazzo dei “Regi Studii”, l’edificio che attualmente ospita il Museo Nazionale di Napoli - si accrebbe sempre più grazie ai nuovi acquisti di libri promossi dallo Stato napoletano. Fu aperta al pubblico nel 1804.
-    L’Accademia del Disegno e del Nudo, istituita nel 1755 e diretta da un Soprintendente e da due Direttori. La frequenza da parte degli alunni veniva sistematicamente motivata attraverso concorsi pubblici e gratificazioni accordate agli studenti meritevoli. In questa scuola gli allievi apprendevano il disegno del nudo, ma venivano precedentemente istruiti nella Scuola del Disegno del Gesso, la quale costituiva la piccola Accademia del Disegno.
-    Il Laboratorio delle Pietre dure, il cui organico era formato da un Direttore, due Restauratori delle statue antiche e un Contadore e Fiscale. Questo laboratorio fu eretto nel 1738, dopo che vennero chiamati appositamente a Napoli, da Firenze, dieci professori di Piano e Bassorilievo. Conobbe un notevole sviluppo grazie alle commesse che riceveva dal sovrano, fino a contare ventuno allievi, una parte dei quali annoverava giovani nati nel Regno, l’altra i figli di quei primi professori fiorentini.
-    La Stamperia Reale, retta da un Direttore coadiuvato da un Aiutante e da un Fonditore di caratteri, che a sua volta si avvaleva di due Aiutanti, sorse presso il Palazzo reale, essendo inizialmente destinata principalmente alla stampa delle opere di antichità di Ercolano e Pompei.
-    La Real Fabbrica della Porcellana - fondata da Carlo di Borbone nel 1737 all’interno del Palazzo reale - passò tre anni dopo nel bosco di Capodimonte. Quando il re partì alla volta della Spagna, nel 1759, volle che essa fosse trasferita nel suo nuovo regno. Ferdinando IV la ristabilì, nel 1772, a Portici; poi la collocò nei pressi del Palazzo reale.
-    La Reale Accademia di Artiglieria, creata nel 1744 e affiancata, dieci anni più tardi, da una Scuola d’Ingegneri. Costituì il primo nucleo di quella che sarebbe diventata, nel 1787, la Reale Accademia Militare, ovvero la Nunziatella.
-    L’Accademia de’ Guarda-stendardi, nella quale gli allievi erano istruiti sulla navigazione e su quelle parti della matematica che con essa hanno più stretta relazione. L’Accademia sorse nella Darsena di Napoli nel 1735. Qualche decennio più tardi, nel 1779, essendo ministro segretario di Stato di Guerra e Marina il celebre John Acton, questa scuola venne interamente riordinata. Da essa nacque la Reale Accademia di Marina.
Come avevamo accennato poco fa, l’interesse del Governo napoletano per l’assunzione della responsabilità relativa all’istruzione pubblica, primaria e secondaria, dei cittadini si delinea con chiarezza solo dopo l’età carolina, inserendosi nell’alveo del pensiero “giurisdizionalista”, volto a rivendicare le prerogative dello Stato rispetto a quelle della Chiesa.
Con un dispaccio indirizzato al principe di Campofiorito don Stefano Reggio, capitano generale dell’esercito e colonnello delle Guardie italiane, Ferdinando IV di Borbone ordinò che fosse attuato il provvedimento del 31 ottobre 1767 per mezzo del quale la Compagnia di Gesù veniva espulsa dal Regno di Napoli. Nella notte del successivo 20 novembre, in effetti, si eseguirono minuziosamente le istruzioni per lo sfratto e il sequestro delle proprietà dell’Ordine. Due giorni dopo “i reali trombetti”, percorrendo le strade di Napoli, resero nota la prammatica regia con cui i beni degli espulsi erano incamerati e devoluti a opere di pietà e di utile pubblico e all’istituzione e riordinamento dei collegi. Tale prammatica - commenta Alfredo Zazo - “segna una pagina notevole nella storia della scuola del mezzogiorno d’Italia e l’affermazione in essa contenuta del diritto e del dovere dello Stato di provvedere all’istruzione dei cittadini, non verrà più meno anche quando le vicende politiche ne offuscheranno o ne indeboliranno il valore”.
L’intento governativo - ispirato ai dettami del riformismo illuminista e vigorosamente incoraggiato da Bernardo Tanucci, allora segretario di Stato di Casa reale - era quello di creare una nuova scuola, regia e pubblica, sulla falsariga - peraltro - del precedente sistema scolastico; si trattava, insomma, di fondare istituzioni educative “le più simili alle scuole, che facevano li Gesuiti, riguardo al sistema, e migliori riguardo al metodo”, come leggiamo in una nota di segreteria del dicembre 1767. Il posteriore impegno legislativo conferma, anche a un esame superficiale, l’impegno e la determinazione dell’autorità sovrana nel realizzare questo progetto, difendendo le proprie prerogative in materia di istruzione. I Padri Gesuiti scacciati dal Regno vi lasciarono, con le relative cospicue rendite annesse, ventinove floridissimi collegi, “tutelati fino a quell’anno nel loro decoro e nell’esterna disciplina da rigorose disposizioni di legge”: in Napoli il Collegio Massimo - destinato a ospitare, a partire dal 1777, l’Università degli Studi - e i collegi di Sant’Ignazio, di S. Francesco Saverio, dei Nobili e di San Giuseppe a Chiaia; in Campania i collegi di Capua, Castellammare di Stabia, Massalubrense, Nola; nei Principati quelli di Benevento e di Salerno; negli Abruzzi e nelle Puglie quelli di Aquila, Atri, Chieti, Sulmona, Bari, Barletta, Brindisi, Lecce, Molfetta, Monopoli, Taranto; nelle Calabrie, infine, quelli di Amantea, Catanzaro, Cosenza, Monteleone, Paola, Reggio, Tropea.
Di lì a poco l’insigne giurista Giacinto Dragonetti, che era stato chiamato a presiedere l’Archiginnasio del Salvatore, elaborò un piano - reso pubblico da Ferdinando IV con dispaccio emesso da Caserta il 12 marzo del 1768 - per il riordinamento scolastico in tutte le province del Regno. Vi erano previste scuole per l’istruzione primaria “di leggere scrivere ed abbaco”, e scuole secondarie - i veri e propri “collegi” - che assumevano il titolo di “regie”, afferma lo storico Donato Cosimato, “in virtù appunto del governo regio sia nella organizzazione sia nell’amministrazione di esse”.
Il 26 novembre del 1768 il re approvò inoltre l’apertura di ventuno scuole “minori” - cioè “scuole secondarie con cattedre di leggere, scrivere e abbaco, di lingua latina e qualche volta di greco o matematica” - e di collegi-convitti in ogni città in cui risiedeva la Regia Udienza, ovvero Aquila, Bari, Capua, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Lecce, Matera, Salerno. Dall’aprile al luglio del 1769 il provvedimento fu reso esecutivo. Le scuole minori sorsero all’inizio in Paola e in Amantea; subito dopo analoghe istituzioni videro la luce in Acerno, Atri, Barletta, Benevento, Brindisi, Campobasso, Castellammare di Stabia, Latrònico, Massa, Modugno, Molfetta, Monopoli, Monteleone, Nola, Reggio, Sora, Sulmona, Taranto e Tropea.
Il sistema d’istruzione in tal modo delineato non mutò sostanzialmente la propria struttura nel successivo quindicennio, fino - quindi - alla metà degli anni Ottanta del ’700. L’unica novità consistette nella maggiore affluenza conosciuta in quel periodo dalle scuole degli ordini religiosi, logica conseguenza, peraltro, dell’espulsione dei membri della Compagnia di Gesù. In particolare i collegi provinciali degli Scolopi godettero di una fioritura inusitata nelle Puglie, in Terra di Lavoro, in Abruzzo e nella stessa Napoli, dove quei padri diressero i collegi Ferdinandiano, di S. Carlo alle Mortelle, di S. Maria di Caravaggio e della Duchesca. Dal canto loro i Somaschi governarono il Collegio dei Nobili e quello Macedonio, sempre nella capitale, mentre anche i Liguorini - ovvero i Redentoristi di Sant’Alfonso de’ Liguori - aprirono con successo scuole in Nocera, Terra di Corani, Caposce e Iliceto. A questo quadro complessivo si deve aggiungere la rete, certamente molto vasta e di grande richiamo, costituita dalle “scuole private dei primi rudimenti”, gestite quasi sempre da preti e disseminate in tutto il Regno, delle quali è praticamente impossibile calcolare il numero, anche perché i titolari tendevano a svolgere la loro opera sottraendosi al controllo, sempre più pressante e vigile, dell’autorità governativa, vale a dire evitando di chiedere allo Stato il prescritto permesso di esercitare la professione d’insegnante.
Il secondo momento di svolta nella storia dell’istruzione pubblica nel Regno di Napoli si colloca nel corso dell’ottavo decennio del secolo XVIII, con l’introduzione del cosiddetto “metodo normale”. Quest’ultima espressione, derivante dal latino norma, ovvero “regola”, “unità di misura”, è da attribuirsi a Johann Julius Hecker, teologo e pedagogista pietista noto come organizzatore del Paedagogium di Halle, e fondatore della Realschule economico-matematica di Berlino. Accanto alla Realschule Hecker creò una scuola normale per la formazione degli insegnanti, destinata a ottenere rapida e chiara fama. Il suo esempio fu seguito da Johannes Ignaz von Felbiger, canonico agostiniano, nonché abate dell’abbazia di Sagan nella Slesia; quest’ultimo titolo gli conferiva anche l’autorità sulle scuole cattoliche situate nel territorio di giurisdizione della suddetta abbazia. Nel 1765 Felbiger ricevette da Federico II di Prussia l’incarico di riformare tutte le istituzioni scolastiche cattoliche della Slesia, recentemente strappata all’Austria; da autentico “despota illuminato” Federico aveva infatti colto con prontezza la preziosa opportunità che il nuovo metodo, con il suo carattere “uniforme”, offriva per esercitare un controllo governativo sulla scuola pressoché assoluto, impossibile da attuare in una situazione di grande pluralità di iniziative e di strutture.
L’abate Felbiger era un entusiasta del procedimento cosiddetto “letterale e tabellare”, e lo applicò sostituendo l’insegnamento individuale con quello simultaneo, per classi, trasformandolo così nel vero e proprio “sistema normale”. Il metodo, da allora in poi, conobbe un’enorme diffusione in tutta Europa, e finì con l’essere adottato anche nelle scuole per l’istruzione dei soldati. Fu proprio nel Collegio militare di Neustadt (ovvero l’Accademia Militare Teresiana) che il conte Gentile, inviato da Ferdinando IV a osservare le tattiche militari austriache, ebbe notizia della rivoluzionaria metodologia d’insegnamento; essendone rimasto entusiasta, non mancò, una volta tornato a Napoli, di farla conoscere a corte.
In conseguenza di ciò, il 21 agosto del 1784 Ferdinando IV dispose l’invio a Rovereto dei monaci celestini Alessandro Gentile, fratello del proponente, e Ludovico Vuoli, perché apprendessero il nuovo metodo in vista di una sua introduzione nel Regno. Il dispaccio del 21 agosto del 1784 costituisce una delle più limpide e felici espressioni del Ferdinando IV “illuminista”. Vale la pena, pertanto, di riportarne un estratto:
Considerando il Re lo stretto, ed intrinseco rapporto, che la qualità de’ costumi, e dell’educazione de’ Popoli ha colla felicità de’ medesimi; persuaso, che il pubblico costume sia in ragione specialmente della maggiore, o minore estensione, e della più, o meno facile comunicazione de’ lumi, che circolano nella Nazione e ne stabiliscono l’opinioni, e le massime; ed intento a migliorare anche su questo importante oggetto la condizione de’ suoi amatissimi sudditi in quella guisa, che vi si sono utilmente applicati ne’ loro Domini quasi tutti i Sovrani, e Principi dell’Europa, ha meditato di stabilire sull’esempio di questi anche ne’ suoi felicissimi Regni le Scuole normali, rendutesi omai comuni altrove, per istruzione della Gioventù di ogni ceto nelle lettere umane di prima necessità. In vista di questa sua Real benefica determinazione ha sovranamente disposto, che il P. Religioso Celestino D. Alessandro Gentile, il quale si è offerto di servire per la sua parte alla realizzazione di questi magnanimi disegni, e di cui S. M. conosce i talenti, e non ignora anche la distinta nascita, passi per un’anno [sic] con un altro Compagno del suo ordine a sua scelta in Roveredo, per prendervi positiva, ed esatta idea di quella scuola di questo genere, che vi si trova stabilita, e ricondursi successivamente in questa Capitale.
Subito dopo, infatti, vennero aperti numerosi istituti, secondo due tipologie fondamentali: le scuole dette Normali Capitali, destinate alla formazione dei maestri, e quelle soprannominate Normali urbane e Normali rurali, dette anche Scuole Normali per la pubblica educazione. Particolare prestigio raggiunse la Scuola Capitale di San Pietro a Maiella, aperta in Napoli nel 1789 e subito molto frequentata - sino all’affollamento - anche per gli arricchimenti che il metodo normale andava ricevendo dalla profondità e dalla ricchezza della cultura regnicola del secolo.
A riprova di ciò, nel 1875 Giuseppe Carignani espose in un brevissimo saggio alcuni risultati delle ricerche da lui compiute studiando il contenuto di undici volumi conservati presso l’Archivio comunale di Napoli - purtroppo andati, a quanto pare, dispersi - che riguardavano esclusivamente la materia dell’istruzione normale. Secondo l’autore, l’anno 1789 “fu per le scuole di Napoli il tempo del loro maggior splendore e può dirsi che fosse la sola occupazione della Corte e de’ ministri”. Nell’aprile di quell’anno si prescrisse l’obbligo per ogni monastero, convento, casa religiosa di qualunque ordine di aprire scuole maschili e femminili, o in alternativa di versare il dieci per cento delle proprie rendite all’Azienda di Educazione. Fu quasi un segnale di riscossa: il mese seguente vennero aperte le scuole nella contrada Avvocata dagli Scolopi a Caravaggio, dagli Antoniani a Tarsia, da’ Domenicani in San Domenico Soriano; e poi man mano a San Carlo all’Arena, a San Giovanni a Carbonara dagli Agostiniani, in Santa Maria della Mercede da’ PP. Trinitari e a Monte Santo. Nel luglio poi di questo stesso anno aderivano alle proposte del Governo molti ordini religiosi; e i Domenicani cominciarono a stabilire scuole in San Pietro Martire, in San Severo ai Mannesi, a Santa Caterina a Formello, a Gesù e Maria, a San Tommaso d’Aquino, in Santa Maria della Libera sul Vomero e al Rosario di Palazzo.
Contemporaneamente una convenzione stipulata fra la Delegazione delle scuole normali e i monaci di Santa Maria in Portico portava all’apertura degli istituti d’istruzione normale nel borgo di Chiaia, mentre i Francescani - che già mantenevano una scuola nel convento dell’Ospedaletto - si assunsero l’onere di fondarne di nuove in San Severo ai Vergini, a Sant’Efrem, nel bosco di Capodimonte, a Sant’Anna a Capuana e in Santa Maria della Salute. Durante quel cruciale 1789, su richiesta dei cittadini, vennero create altre scuole nella parrocchia di Santa Maria in Cosmedin, in Santa Maria della Rotonda e in Sant’Anna di Palazzo, e altre ancora, femminili, in via San Mandato e a Sant’Efrem, per tacere di quelle serali, destinate agli operai della zona “tra Fontana Medina e la strada di Porto”, e inaugurate dal parroco dell’Incoronatella, Carlo Penna, definito dal Carignani “di quegli uomini che nel cammino della civiltà segnano gli stadi del suo corso”.
Non si deve peraltro ritenere che il rinnovamento della pubblica istruzione abbia tagliato fuori la Sicilia, dove anzi esso ebbe un propugnatore instancabile in Giovanni Agostino De Cosmi. Questi, dopo aver frequentato con altri quaranta religiosi isolani il corso sul nuovo sistema educativo tenuto a Napoli, nel 1788, da Gentile e Vuoli, forte dell’appoggio del Caracciolo - primo Segretario di Stato di Ferdinando IV - e del viceré Caramanico, agì con indipendenza fino a scontrarsi con gli stessi istruttori per rivendicare l’autonomia scolastica della Sicilia, operando alcune significative riforme all’interno del metodo normale. Il suo esperimento riscosse il vivo consenso di molti comuni e di non pochi benefattori, disposti a fornire i mezzi per la fondazione delle scuole. Alla munificenza di privati cittadini fu dovuta, infatti, l’apertura delle scuole di Augusta e Randazzo; l’abate Santacolomba creò a sue spese un centro d’istruzione nel seminario di S. Lucia del Mela; due scuole vennero attivate dentro il Palazzo reale di Palermo grazie a un finanziamento del Caramanico e altre cinque videro la luce a carico delle rendite della Real Magione in Prizzi, Palazzo Adriano, Chiusa Sclafani, Giuliana e Palermo. I municipi, dal canto loro, si adoperarono con impegno nell’istituire scuole normali, in una nobile gara che coinvolse tanto piccoli comuni - come, fra gli altri, Aci S. Antonio, Gagliano, Tortorici, Viagrande - quanto grossi centri urbani delle dimensioni di Caltagirone, Caltanissetta, Marsala, Noto, Termini.
Negli ultimi anni del Settecento l’incalzare di drammatici eventi internazionali distolse l’azione governativa dalla cura dell’apparato scolastico, che infatti conobbe, alla vigilia del 1799, una drammatica decadenza. La Repubblica napoletana, dal canto suo, non ebbe modo di recare contributi tangibili alla scuola e ai problemi scolastici; né, d’altra parte, sarebbe potuto essere altrimenti, considerato che ebbe vita brevissima e tumultuosa. Le poche disposizioni del semestre in materia di pubblica istruzione, rileva Zazo, “rimasero manifestazioni formali di un riordinamento che ricalcava con fedeltà ed ampiezza più o meno grandi i progetti di Talleyrand, del Lauthenas, del Lepelletier, del Lakanal e l’opera di ricostruzione compiuta dalla Convenzione nel campo della scuola”. Più che alle realizzazioni pratiche del Governo provvisorio, pertanto, è opportuno guardare alle enunciazioni di principio sostenute dagli intellettuali e dagli uomini politici filorepubblicani durante quel convulso periodo.
Nel Proclama del 24 febbraio 1799 redatto dal ministro dell’Interno Francesco Conforti - già “Deputato per li Catechismi” per conto della borbonica Delegazione delle Scuole Normali, e Nautiche - l’educazione della gioventù veniva fondata sulle medesime basi ideologiche sopra le quali Gaetano Filangieri aveva fatto poggiare l’educazione pubblica nel quarto libro della sua Scienza della legislazione; perfino il lessico e le espressioni usate dai due autori nel trattare lo stesso oggetto mostrano concordanze impressionanti. “In una Repubblica” scrive Conforti “i giovanetti non appartengono solamente alle loro famiglie, ma benanche alla Patria, giacché domani essi saranno cittadini, e Magistrati, e dalla loro buona o cattiva educazione dipende la felicità, o la infelicità del popolo, del quali essi formano una parte”. Il ministro dell’Interno, dunque, proponeva la conservazione di “tutte le case di educazione presentemente esistenti”, sempre che, tuttavia, si esercitasse in esse il più vigile controllo sull’ortodossia rivoluzionaria:
[le scuole] siano poste sotto l’ispezione particolare de’ funzionarj pubblici, ed in particolare degli Amministratori di dipartimento, e delle Municipalità. È molto importante d’invigilare, che si allevino i ragazzi, speranza della Repubblica, ne’ principj della Libertà, e dell’Eguaglianza, nell’amore de’ loro simili, e della Patria. […] Che i loro Maestri facciano rilevare il contrasto del distrutto regime, dove bisognava essere schiavo, ed avvilirsi per ottenere il tristo privilegio di opprimere il popolo, col Governo Repubblicano, dove tutti gl’impieghi saranno il premio delle virtù, de’ talenti, del patriottismo, e procureranno la dolce soddisfazione di beneficare, e di concorrere alla felicità degli uomini.
Non diversamente il Progetto di Costituzione della Repubblica Napoletana di Mario Pagano delineava al titolo X, Della educazione ed istruzione pubblica (articoli 292-318), un ideale pedagogico il cui carattere di “pubblicità” si identificava in modo essenziale e irrinunciabile con l’indottrinamento nelle virtù repubblicane sotto l’assidua sorveglianza dello Stato:
293. L’educazione fisica, morale, ed intellettuale privata, che debbono i padri di famiglia dare a’ loro figliuoli fino all’età di sette anni, è prescritta dalla legge.
294. L’educazione pubblica comincerà alla età di sette anni compiti.
[…]
298. In giorno festivo i giovanetti maggiori di 7 anni intervengono ne’ luoghi dalla legge stabiliti a sentire la spiega del catechismo repubblicano.
Essi si conformeranno a tutte le pratiche morali che la legge stabilisce.
299. Vi sono de’ teatri repubblicani, in cui le rappresentazioni son dirette a promuovere lo spirito della libertà.
300. Vi sono ancora stabilite le feste nazionali, per eccitare le virtù repubblicane.
301. Vi sono delle scuole primarie, nelle quali i giovanetti apprendono a leggere, a scrivere, gli elementi dell’aritmetica, ed il catechismo repubblicano.
[…]
303. In diverse parti della Repubblica vi sono delle scuole superiori alle scuole primarie, il cui numero sarà sì fattamente regolato che ve ne sia almeno una per ogni dipartimento.
304. Per tutta la Repubblica vi è un istituto nazionale incaricato di raccogliere le nuove scoverte, e di perfezionare le arti e le scienze, e di sopravvigilare e dirigere tutte le scuole.
Le insormontabili difficoltà dovute al travagliatissimo momento politico impedirono qualsiasi tentativo volto a mettere in pratica gli ideali educativi propugnati dai legislatori rivoluzionari.
Le drammatiche condizioni in cui venne a trovarsi il ramo della “pubblica uniforme educazione” subito dopo la tragica fine dell’esperienza rivoluzionaria sono attestate e descritte in uno “Stato del Fondo Normale” anonimo e senza data - ma risalente con ogni probabilità all’anno 1800 - conservato nell’archivio della Segreteria e Ministero di Stato dell’Ecclesiastico. Il relatore vi traccia un brevissimo profilo storico dell’istruzione normale, ricordando che molte tra le scuole aperte fra grandi speranze ed entusiasmi a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta del Settecento erano decadute poco tempo dopo “per diversi motivi, e particolarmente per non aver avuto da principio fondi convenienti, e per non essersi giammai fissato un regolamento capace per la scelta de’ soggetti, e a contenerli nel loro dovere”. Pochi istituti rimanevano al presente in vita, e questi pochi grazie all’espressa volontà di Ferdinando IV, il quale “assicurato dalla propria oculare ispezione dell’efficacia, ed eccellenza del metodo”, non aveva permesso, due anni prima, che esso venisse abolito, “come il Delegato Caporuota Peccheneda avea proposto, cedendo alle vociferazioni del Ceto Monastico, de’ Maestri privati, e de’ Loro seguaci”. Le scuole normali ancora esistenti si erano quindi ridotte a tre nella capitale: due di esse - quelle della Trinità degli Spagnoli e di Santa Maria dell’Incoronatella, nella chiesa di Visitapoveri - erano maschili; la terza, sita nella “Parocchia di Fonseca”, era una “Scuola di Ragazze”. In provincia l’istruzione normale continuava a essere impartita a Marsicovetere, Corato, Luzzi, L’Aquila e Roccaraso, mentre nella Diocesi di Castro una “Università di Studj” dipendeva dalla Delegazione che era stata presieduta da Francesco Peccheneda fino alla sua morte, avvenuta nel 1798 e che in seguito, a titolo provvisorio, fu diretta dall’avvocato fiscale Azzariti, sino al luglio del 1801. A Piano di Sorrento, infine, la Scuola di Nautica continuava a vivere una vita tutto sommato florida.
Gli immensi problemi economici e politici apertisi dopo la parentesi repubblicana, l’urgenza di altre angosciose priorità, più impellenti della riorganizzazione dell’istruzione pubblica, le dolorose conseguenze della repressione seguita alla fine della Repubblica - basti pensare all’esilio di Vuoli e alla condanna a morte eseguita contro Francesco Conforti e Marcello Scotti - contribuirono a frenare l��opera di ricostruzione del sistema scolastico del Regno di Napoli, in particolare di quello normale. Tuttavia, sia pure in maniera lenta e faticosa, nel corso della prima restaurazione si cominciò a risalire la china. Un “Elenco di tutti gl’Individui addetti alle Scuole di Pubblica Educazione colla loro antichità, e soldi, che godono, inclusi quelli, che si trovano impiegati nella Delegazione”, risalente al 1805, testimonia, infatti, qualche progresso compiuto in tal senso, e offre nel contempo un’interessante fotografia delle condizioni in cui versava l’istruzione normale nel Mezzogiorno poco tempo prima dell’arrivo di Giuseppe Bonaparte.
Nel febbraio del 1806 l’esercito francese invase la parte continentale del Regno di Napoli. Il mese successivo Napoleone Bonaparte dichiarò l’annessione all’impero francese dello Stato meridionale, nominandovi quale sovrano suo fratello Giuseppe; in seguito questi, richiamato dall’imperatore a Bayonne, venne qui da lui proclamato re di Spagna e delle Indie, mentre la corona di Napoli passò, nel luglio del 1808, a Gioacchino Murat - marito di una sorella di Napoleone, Carolina Annunziata Bonaparte - che conservò il trono sino al maggio del 1815. La vasta opera di riorganizzazione e di riforma della vita amministrativa del Reame di Napoli avviata durante il cosiddetto “Decennio francese” conobbe un primo momento significativo allorché Giuseppe Napoleone, in nome dell’imperatore suo fratello, emanò in data 31 marzo 1806 una Determinazione con la quale fu istituito il Ministero dell’Interno e se ne fissarono le attribuzioni; tra queste, a norma dell’articolo 10, si sarebbero dovuti annoverare: “L’istruzione, le scuole pubbliche ed Università degli Studi, i Musei, le Biblioteche pubbliche, che non fanno parte delle case e dominii reali, le Società Letterarie, i depositi letterarii, i premii e le ricompense per le scoverte, ed i soccorsi ai letterati”. Era così sancito definitivamente il principio dell’intervento e del controllo statale sulla pubblica istruzione, già affacciatosi al tempo dell’espulsione dei Gesuiti e della fondazione delle scuole normali.
Il 15 agosto del 1806 Giuseppe Napoleone, ufficialmente insignito del titolo di “Re di Napoli e di Sicilia”, pubblicò un decreto in virtù del quale “tutte le città, terre, ville ed ogni altro luogo abitato” del Regno sarebbero stati obbligati a mantenere un maestro “per insegnare i primi rudimenti, e la dottrina cristiana a’ fanciulli” ed una maestra “per fare apprendere, insieme colle necessarie arti donnesche, il leggere, scrivere e la numerica alle fanciulle”. Il provvedimento disponeva inoltre che nei luoghi con una popolazione minore di 3000 residenti si sarebbe potuto permettere agli insegnanti “di serbare il metodo ordinario antico”, mentre in quelli con un numero maggiore di abitanti i docenti avrebbero dovuto applicare il metodo normale. Fra lo scorcio del 1806 e gli inizi del 1807 nella capitale vennero inaugurate le prime scuole primarie maschili con settecento alunni che nel settembre del 1808, scrive Zazo, “raggiunsero il numero di millecinquecento sessanta nei ventiquattro conventi aperti in Napoli in seguito ai decreti del 9 febbraio, 14 luglio e 16 ottobre 1807, con cinquantuno maestri religiosi e ventiquattro prefetti, destinati pure a supplire i maestri assenti”. Analogamente nelle province si assisté a una generale ripresa dell’istruzione primaria: nei primi mesi del 1808, infatti, ben millecinquecento comuni avevano già eseguito il decreto del 15 agosto 1806.
Lo stesso Zazo dà poi conto degli sforzi attuati in questo periodo per apportare alcuni miglioramenti al metodo normale e, in generale, a tutto il sistema dell’insegnamento elementare. A tal scopo, nel giugno del 1807 fu creata una Commissione - poi rinnovata nel 1809 - per vigilare sulla compilazione dei libri di testo, a norma del decreto dato in Napoli il 24 febbraio 1807 da Giuseppe Napoleone, che stabiliva perentoriamente quanto segue:

ART. 1. Non potrà stamparsi, introdursi, né pubblicarsi nel Regno alcun libro senza il permesso del Ministro della Polizia.
2. Non potrà farsi uso per l’insegnamento pubblico di verun libro, che non sia approvato dal Ministro dello Interno.
3. Non potrà servire all’uso de’ Seminarii, e delle chiese alcun libro che non sia approvato dal Ministro del Culto.

Durante il successivo governo di Gioacchino Murat l’istruzione fu oggetto di una profonda e qualificata riflessione da parte delle migliori energie riformatrici del Regno di Napoli (un nome per tutti: quello di Vincenzo Cuoco), sicché la nuova restaurazione borbonica conservò, anche in questo particolare ramo di amministrazione, una sostanziale continuità di metodi rispetto al Decennio.
Durante la cosiddetta “seconda restaurazione”, infatti, il Governo, riprendendo le riforme murattiane, abolì la Direzione d’istruzione pubblica, istituendo il 2 agosto 1815 una Commissione d’istruzione pubblica sempre alle dipendenze del Ministero dell’interno, la quale Commissione ereditò le funzioni dell’abolita Direzione, con compiti di vigilanza scientifica e disciplinare sugli stabilimenti di istruzione. Tale Commissione si componeva di nove membri, successivamente ridotti a sette. Nel 1816 furono inoltre approvati, con decreto del 14 febbraio, gli Statuti per i Reali Licei del Regno di Napoli, per i Collegi e per le scuole secondarie (il cosiddetto “Codice della pubblica istruzione”).
Nel 1821, la nuova Giunta di scrutinio per la pubblica istruzione, istituita con decreto del 12 aprile, fu incaricata di formulare un uniforme metodo di insegnamento per tutte le scuole: pubbliche e private.
Con altro decreto del 12 settembre 1822, abolita la Giunta di scrutinio, fu istituita una nuova Giunta di pubblica istruzione, sempre alle dipendenze del Ministero dell’Interno. La Giunta, con a capo il presidente dell’Università degli Studi, era composta da sei professori di nomina regia e aveva soprattutto compiti di vigilanza e facoltà di proporre soluzioni affinché tutte le leggi e i regolamenti in materia di pubblica istruzione venissero rispettati.
Più di due decenni più tardi, sotto Ferdinando II, il 6 marzo 1848 fu istituito il Dipartimento (non ancora “Ministero”) della pubblica istruzione; con decreto del 16 aprile dello stesso anno ne venne approvato il piano organico. Nello stesso 1848, fu nominata, il 22 marzo, una Commissione provvisoria, della quale fece parte Francesco De Sanctis, con il compito di elaborare un progetto di riforma dell’insegnamento secondario, che, datato 7 marzo 1849, non diventò mai esecutivo.
Con il decreto istitutivo del 6 marzo 1848 Ferdinando II intese rinnovare l’intero assetto governativo nominando i nuovi ministri segretari di Stato; affidò quindi il Dipartimento di pubblica istruzione prima a Carlo Poerio e subito dopo a Paolo Emilio Imbriani. Il vero e proprio Ministero fu dunque provvisto di un piano organico approvato con decreto del 16 aprile 1848 e venne articolato in tre ripartimenti, a loro volta suddivisi in primo e secondo “carico”. Il primo ripartimento curava gli affari di “Segretariato Contabilità Archivio”, con compiti relativi alla tenuta dei registri della corrispondenza, allo smistamento delle pratiche presso i vari uffici, alla spedizione dei decreti, al personale del Ministero e alla disciplina, agli affari riservati, alla corrispondenza particolare con il ministro, alla tenuta dell’archivio, alla  redazione dello stato discusso e alla cura di tutta la contabilità del Ministero; il secondo ripartimento si occupava in maniera specifica della pubblica istruzione curando gli affari relativi alle istituzioni d’istruzione superiore quali ad esempio l’Università degli studi di Napoli, i Gabinetti scientifici, l’Orto botanico e gli affari relativi a licei, collegi, scuole primarie e secondarie; aveva anche competenza sulle società letterarie e sulle accademie, sulla Biblioteca Brancacciana e su quella del Ministero medesimo. Il terzo ripartimento, infine, curava gli affari relativi ai “Musei Antichità e Belle Arti”, con competenze sulle Reali accademie di archeologia, di scienze e di belle arti, sulla Società, sulla Biblioteca e sul Real Museo Borbonico, sulle Soprintendenze per i papiri ercolanesi e per gli scavi di Pompei e Ercolano, sull’Istituto di belle arti, sul Laboratorio delle pietre dure, sul Collegio di musica, sui teatri e sulle scuole di canto e di scenografia. Dipendevano inoltre dal Ministero della pubblica istruzione le scuole tecniche e i seminari, per la regolamentazione e la vigilanza sulla parte scientifica e didattica, e infine tutti gli archivi del Regno, “considerati come stabilimenti letterari”.
L’autonomia del nuovo Ministero durò poco: esso, infatti, fu soppresso con decreto del 17 novembre 1849. La pubblica istruzione venne quindi riunita al Ministero degli affari ecclesiastici, costituendone il secondo ramo, articolato in due ripartimenti. In base al piano organico del Ministero degli affari ecclesiastici approvato con decreto dell’8 agosto 1859, il primo ripartimento della pubblica istruzione ebbe competenza su “archivi, biblioteche, accademie, istituti di belle arti e teatri”; il secondo ripartimento si occupava in maniera specifica della pubblica istruzione. Con decreto emesso da Giuseppe Garibaldi il 12 settembre 1860 fu istituito nuovamente il Ministero della pubblica istruzione, che si vide riassegnare le competenze stabilite dal decreto del 1848, tra cui anche quelle sugli scavi di Pompei e Ercolano, passate fin dal 1852 alla Soprintendenza generale della Real Casa Borbonica.
Torniamo un decennio indietro, per ricordare brevemente un’altra istituzione che svolse un ruolo non marginale nell’ambito della storia della scuola e della cultura del Regno napoletano. Con decreto del 28 giugno 1849 Ferdinando II istituì, alle dipendenze del Ministero della pubblica istruzione, il Consiglio generale di pubblica istruzione. Ne facciamo cenno, qui, non per un puro e semplice gusto di “erudizione” o, peggio ancora, di ostentazione di conoscenza storica, ma perché il suo archivio rappresenta una fonte documentaria preziosa. Il fondo archivistico del Consiglio generale di pubblica istruzione, infatti, contiene carte di grande interesse, complementari e, in qualche caso, addirittura sostitutive rispetto alla documentazione prodotta dagli altri enti dello Stato borbonico che, a vario titolo, si occupavano di istruzione.
Formato da un presidente e da un segretario, “scelti fra i personaggi più reputati per dignità e per lettere”, e da sette membri, eletti in parte fra i più quotati professori universitari e in parte fra i soci della Società Reale Borbonica, il Consiglio ebbe competenza su tutti i settori dell’istruzione, ereditando comunque anche le funzioni di vigilanza degli organi che lo precedettero. Il Consiglio generale di pubblica istruzione, abolito con decreto del 20 agosto 1860, fu sostituito prima da una Commissione provvisoria di pubblica istruzione e successivamente dal Consiglio superiore di pubblica istruzione, istituito con decreto luogotenenziale del 16 febbraio 1861. Suo precipuo compito fu quello di governare “l’insegnamento pubblico in tutti i rami”, con funzioni di promozione dell’insegnamento statale e di vigilanza su quello privato, “a tutela della morale, della igiene e delle istituzioni dello Stato, e dell’ordine pubblico”.
Ma siamo arrivati già in pieno periodo postunitario; e questa, nel bene e nel male, è un’altra storia.

domenica 3 maggio 2015

Basi statunitensi in Italia. Occupazione della penisola e strategia Usa nel Mediterraneo

di Federico Dal Cortivo

Con il trattato di pace di Parigi del 1947, veniva sancita la fine della sovranità politica ed economica dell’Italia. Sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale ad opera di Stati Uniti e Gran Bretagna, per essa si aprivano scenari di totale sudditanza agli Stati Uniti, mentre la Gran Bretagna spossata da una guerra durata ben 6 anni, cedeva il controllo di questa aerea del Mediterraneo al potente allenato d’oltre oceano.

Le truppe statunitensi che erano sbarcate in Sicilia nel luglio del 1943, con la complicità della Mafia, da allora non lasceranno più il territorio italiano, installando comandi militari, basi aeree,terrestri e navali, depositi logistici e centri di controllo radar, che superano le 100 unità.

Nel 4 aprile 1949 nasceva la Nato che nelle intenzioni avrebbe dovuto difendere l’Europa Occidentale dalle mire dell’Unione Sovietica e poi successivamente dal Patto di Varsavia costituito nel 1955. Ve tenuto presente che l’Unione Sovietica, assieme agli Stati Uniti si era spartita l’Europa con il Trattato di Yalta nel 1945, le zone d’influenza e occupazione militare erano ben delimitate e tali rimarranno fino al all’implosione dell’Unione Sovietica.

Sulla carta quindi si trattava di un alleanza militare tesa a difendere le democrazie occidentali, nei fatti si trattava di uno strumento in mano alla potenza egemone gli Usa, che di fatto la comandavano e ne dirigevano i settori più importanti, secondo le necessità della politica estera di Washington. Le recenti guerre nel Vicino Oriente lo dimostrano in maniera eloquente.

Per l’Italia la Nato ha significato solo il radicarsi dell’occupazione militare, sotto le mentite spoglie dell’alleato e con la totale accondiscendenza dei vari governi italiani che si sono succeduti nel secondo dopo guerra, gli Stati Uniti hanno progressivamente occupato la penisola italiana da Nord a Sud.

Tra le principali basi aeree, troviamo Aviano nell’Italia Nord Orientale, unica base aerea Usa a Sud della Germania, sede del 31° Fighter Wing su F 16, del 31° Maintenance Group. 31° Mission Support Group - Medicale Group - e 724 Air Mobility Squadron. La missione principale del 31° Wing, che fa parte del 5° Allied Tactical Air Force con sede a Vicenza (ITA), è quella di condurre operazioni aeree nel Sud Europa, anche strike nucleari, perché ad Aviano sono custodite anche armi nucleari tattiche bombe B-61. Ha fornito appoggio aereo durante l’attacco Nato alla Serbia nel 1999.

Ghedi, situata in Lombardia è - dopo Aviano - la seconda base che ospita bombe nucleari tattiche B-61, sede del 7402 Munitions Support Group.

Capo Teulada in Sardegna è invece utilizzato come poligono di tiro per le forze aeree Usa e Nato, nonché VI Flotta dell’Us Navy.

Come supporto logistico per le forze militari Usa nel Mediterraneo abbiamo Camp Darby, tra Pisa e Livorno, sede del 31st Munition Squadron.

A Vicenza vi è la sede della Setaf-Southern European Task Force, che controlla reparti italiani, greci e turchi e fornisce appoggio terrestre al nuovo comando dedicato all’Africa-Africom.

Extraterritorialità basi Usa
Le basi statunitensi pongono un problema non solo politico, ma anche giuridico perché e sono sottratte di fatto alle leggi italiani e quindi coprono le attività in esse svolte con segreto militare e di Stato. Gli stessi militari statunitensi non possono essere processati da tribunali italiani, ma solo da quelli militari delle loro Forze Armate. Un episodio su tutti, la strage del monte Cermis 3 febbraio 1998, quando un velivolo dei Marines EA 6B Prowler volando al di sotto delle quota di sicurezza trancia i cavi della funivia che da Cavalese porta al monte Cermis. Nello schianto muoiono 19 turisti di varie nazionalità europee. Uno studio del settore affari internazionali del Senato italiano ha evidenziato come questo problema sia tutt’ora aperto.


29/03/2015


venerdì 1 maggio 2015

UN PACCO VUOTO Dalla guerra civile alla realtà istituzionale

Di Mario Consoli

da L’UOMO LIBERO

Le commemorazioni del 25 aprile – La valutazione storica – La valutazione militare – Le rappresaglie – Il ruolo dei comunisti – Le valutazioni politiche – Il Giudizio morale – La realtà istituzionale e l’esigenza della piena sovranità.


In occasione dello scorso 25 aprile si è assistito, ancora una volta, alla pantomima messa in scena dai soliti figuranti – diversi come persone, ma assolutamente identici nei ruoli ricoperti – che hanno celebrato questa ricorrenza tutti gli anni – sessantaquattro! – dal dopoguerra ad oggi.

Tutto si è sempre ridotto ad una – sostanzialmente generica – glorificazione della Resistenza, cioè della cosiddetta “guerra di liberazione”, presentata come summa salvifica di tutta la storia e la politica d’Italia.

In questi riti commemorativi il ruolo dei sacerdoti è ricoperto dalle associazioni partigiane e dai partiti di sinistra, e non manca mai chi tenta di coprire il ruolo di “conciliatore”. La posizione di questi “generosi” è quella, sfruttando la sempre maggior lontananza degli avvenimenti, di chi è disposto a tendere una mano a quei “poveracci” che hanno sì fatto la scelta “sbagliata”, che hanno sì combattuto al fianco dei cattivi per antonomasia – i tedeschi -, che sì non meriterebbero nulla, ma in fondo, bisogna riconoscerlo, potevano essere in “buona fede” e sono morti senza rendersi conto di quali “tremendi” errori erano stati corresponsabili.

I “riconciliatori” sono stati molti, nel corso degli anni, ma tutti si sono affrettati a compiere repentine e strategiche ritirate al primo stormir di fronde provocato dai “sacerdoti” della Resistenza. Tanto per ribadire, ogni volta, che i buoni e i generosi in democrazia esistono, ma la Verità, in fin dei conti, è una e a questa tutti debbono inchinarsi.

In quest’ultima tornata celebrativa del 25 aprile il tentativo – anche questa volta andato subito abortito – di onorare i caduti di entrambe le parti della guerra civile è stato fatto da Silvio Berlusconi. Il presidente del Consiglio, a Onna, in Abruzzo, ha affermato: “Sono convinto che siano maturi i tempi perché la festa della Liberazione possa diventare la festa della Libertà, e possa togliere a questa ricorrenza il carattere di contrapposizione che la cultura rivoluzionaria le ha dato e che ancora divide piuttosto di unire”.

Ma poi, dopo il consueto borbottio resistenziale, sono giunte puntuali le rassicurazioni che nessuna equiparazione sarebbe stata fatta, di nessun tipo; sulla questione nessun disegno di legge sarebbe stato presentato né caldeggiato.

Quei morti – quelli dalla “parte sbagliata” – potevano dunque continuare a vagare nell’oscuro spazio dell’oblio.

E’ arrivata infine, in occasione dell’anniversario dell’8 settembre, col tono della sentenza definitiva, la parola del presidente della Repubblica, Napolitano, con l’abituale sicumera dei comunisti, ha affermato: “La Resistenza fu guerra e guerra di popolo. Ci ha ridato dignità. I suoi sono i valori fondamentali”. Come dire: l’Italia è una Repubblica fondata su un patto – la Costituzione – che è stato redatto “traducendo” i valori fondamentali della Resistenza; tutto ciò che si discosta da tali valori, dunque, non può avere diritto di cittadinanza.

Nessuno, a questo punto, ha insistito nel dibattito. Non lo ha fatto il presidente-pacificatore – evidentemente convinto che il gioco non valesse la candela - che ha preferito riservare le polemiche col presidente-resistente per altri argomenti. Nessun intervento c’è poi stato da parte di quella destra ex-neofascista tutta preoccupata di non turbare il clima istituzionale, tornando su questioni dalle quali ha da tempo preso le distanze.

D’altronde - è stato il pensiero condiviso da tutta la classe politica – son passati sessantaquattro anni; il grosso dei testimoni è deceduto, i parenti prossimi dei caduti e delle vittime anche, quelli di seconda generazione non hanno vissuto, non hanno conosciuto, non hanno sofferto, non nutrono, salvo rarissime eccezioni, sentimenti revanscisti.

Non c’è nessuno in Parlamento che s’impegni per l’indipendenza dell’Italia – e dell’Europa – e si ribelli allo status di colonia americana cui siamo ridotti, nonostante i decenni che ci separano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Anzi, rimarcare il mito della Resistenza come valore fondamentale della nostra Repubblica, come “lotta di liberazione” che ha ridato dignità al popolo italiano, inevitabilmente rivaluta anche il mito – che è poi quello che ha reale valenza di attualità – della guerra degli “alleati” come guerra di liberazione e non di occupazione.

Torna in mente l’arguta ironia di Giorgio Gaber quando, nel suo monologo L’America, diceva:

“A noi ci hanno insegnato tutto gli americani! Se non c’erano gli americani a quest’ora noi…eravamo europei!”

Ecco dunque il presidente del Consiglio non perdere occasione per ribadire il “debito di gratitudine” per i soldati americani che “versarono il loro sangue nella campagna d’Italia. Senza di loro, il sacrificio dei nostri partigiani avrebbe rischiato di essere vano”.

Un debito di gratitudine condiviso da tutti gli schieramenti politici e da tutte le istituzioni e che si sostanzia in una completa sudditanza ai disegni del mundialismo, ai condizionamenti culturali e al dominio monetario, politico e militare degli Stati Uniti d’America.

Il problema dei caduti nella guerra civile e dei valori della Resistenza non è dunque una questione del passato, un argomento buono solo per commemorazioni, ma è un tema politico di grande attualità. Un tema di cui è doveroso occuparsi senza complessi o pregiudizi.

Innanzitutto occorre sgombrare il campo dall’equivoco della “buona fede” dei combattenti dell’una e dell’altra parte. E’ un argomento capzioso, usato con doppi fini, secondo la convenienza del momento. Un argomento che non può aggiungere nulla al dibattito sulla Resistenza e sui suoi “valori” o sull’esperienza della Repubblica Sociale Italiana e dei suoi combattenti.

Noi possiamo attribuire, nell’analisi storica, ai singoli fenomeni sociali e politici, valenze positive o negative, ma evidentemente questo non può implicare un automatico giudizio per chi può aver aderito a quello schieramento con uno spirito idealmente rispettabile e disinteressato. Viceversa, il rispetto doveroso per qualsiasi combattente motivato da ideali “puliti”, di per sé non è sufficiente a ipotecare positivamente il giudizio sul fenomeno nel suo insieme. Si può onorare il sacrificio di un partigiano, ma criticare la Resistenza, così come un giudizio negativo sulla RSI non può essere considerato titolo sufficiente a criminalizzare o condannare all’oblio le decine di migliaia di volontari che caddero combattendo a fianco dei tedeschi e le decine di migliaia di fascisti che furono assassinati dopo il 25 aprile del 1945.

Nel commentare il film di Giuseppe Tornatore, Baarìa, un siciliano che aderì al Partito Comunista negli anni Cinquanta ha dichiarato candidamente: “Noi volevamo ribellarci al potere mafioso. Vicino alla mafia c’era la DC, quindi andammo a iscriverci al PCI. Ma non avevamo mai letto Marx; non sapevamo nemmeno chi fosse”.

In una recente ricerca storica sulla prima metà dell’800, che si riferiva al centro Italia, mi sono stupito nel riscontrare un numero di adesioni alla Massoneria molto più alto di quello accertabile in altre regioni del Nord e del Sud; numero che nei decenni successivi diminuiva vistosamente.

Nell’approfondire la ricerca ho trovato la spiegazione del fenomeno. Nel centro Italia dominava lo Stato della Chiesa, esercitando un potere molto più assoluto, dispotico e oscurantista di quello degli altri stati d’Italia. O subivi il Papa, cardinali e vescovi e tutte le loro angherie, o cercavi di collegarti con altri “ribelli”, e in quegli anni, sulla piazza, non si trovava altro che la Massoneria. E c’era, per questo motivo, chi vi aderiva anche senza sapere di Logge e di Officine, di Grand’Oriente, d’Inghilterra o di Francia, salvo distaccar visi, una volta caduto il potere temporale, dando vita a nuove correnti politiche.

E’ chiaro che nessun disegno eversivo e alcuna responsabilità storica può essere attribuita a quel bracciante siciliano o a quel ribelle antipapalino. Certo non a loro possono essere imputati i milioni di vittime dei quali il comunismo si è macchiato nel mondo, né i disastri sociali, politici ed economici provocati dai regimi marxisti. Né i disegni sovvertitori, contro le nazioni ed i popoli, a favore di quelle forze che nel corso della loro storia sono approdate al dominio mondialista, messi in atto dai complotti massonici.

Si può certamente trattare di individualità indocili, in ottima fede, che, rischiando la vita, sono, a prescindere dallo schieramento scelto, degne di ogni rispetto. E di queste individualità ve ne sono state indubbiamente anche all’interno del movimento partigiano, e – come vedremo, in ben diverso numero – tra i combattenti della Repubblica Sociale.

Rientra del resto nell’antica tradizione dei popoli civili rispettare anche il nemico che si è battuto con valore ed è caduto in battaglia.

Quello dei militanti in “buona fede” non è dunque un tema che si può sollevare a intermittenza, secondo la convenienza del momento. Il rispetto per loro è dovuto per un atto di civiltà e non può essere oggetto di trattative o opportunistiche concessioni. Quando invece si insiste su questo tema vuol dire che si vuole nascondere qualcosa e che lo si utilizza come “specchietto” per le allodole per non affrontare il nocciolo della questione.

Poi, oltre ai “puri”, in ogni schieramento, ci sono sempre stati anche i profittatori, e spesso anche i banditi. Gente che arraffa quando c’è da arraffare, e scappa quando vede la mala parata. E poi c’è la gran massa di quelli che attendono fino all’ultimo, osservano il vento che tira, cambiano bandiera e si accodano a chi vince.

Nel luglio del 1958, al porto di Genova, sbarcò dal transatlantico Cristoforo Colombo, proveniente da New York, il poeta Ezra Pound, dopo essere stato internato per dodici anni nel manicomio criminale di St. Elizabeth, per “motivi politici”, dai buoni e democratici americani.

Pound trovò ad accoglierlo una schiera di giornalisti, tutti ormai rigorosamente antifascisti. Il poeta, provocatoriamente, dedicò loro un saluto romano e sorrise, riconoscendo molti volti che aveva visto prima della fine della guerra nelle redazioni dei giornali fascisti. Si avvicinò a uno di loro in particolare, un piemontese che nel frattempo era diventato la “voce dei partigiani” e che ancora oggi siamo abituati a vedere nel ruolo di sentinella della Resistenza, uno che nel 1942 aveva accusato gli ebrei di avere scatenato la seconda guerra mondiale: “Lei ha meritato la fama di veggente”, gli disse Pound. Il giornalista in questione su La Provincia Granda – Sentinella d’Italia, il 14 agosto 1942 aveva scritto: “Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. () A quale ariano, fascista e non fascista, può sorridere l’idea di dovere in un tempo non lontano essere lo schiavo degli ebrei?”.

Quello dei voltagabbana è sempre stato un mestiere praticato da molti. Questi individui però difficilmente li possiamo trovare negli elenchi dei caduti e degli eroi; trovano quasi sempre il modo di cavarsela.

I ragazzi della Repubblica Sociale cantavano:

“Le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera. L’amore con i fascisti non conviene; meglio un vigliacco che non ha bandiera, uno che non ha sangue nelle vene, uno che serberà la pelle intera”

Al tempo della RSI certamente nella bilancia fascista il piatto dei rischi pesava molto di più di quello dei vantaggi. Ciò nonostante, il numero dei volontari che seguirono Mussolini al Nord fu sostanzialmente costante fino alla fine, mentre quello dei partigiani aumentava man mano si avvicinava la vittoria degli “alleati”: dagli 8-10.000 del 1943 si giunge agli 80-90.000 della primavera del 1945. Poi, con l’arrivo degli anglo-americani le piazze si riempirono di fazzoletti rossi: erano tutti diventati partigiani. Ma questo è un fatto che accade sempre, e non può avere alcuno spessore né storico, né politico.

L’Italia invece, durante il regime fascista, andava bene, le prospettive apparivano ottime e, conseguentemente, di profittatori ne circolavano.

Chi ha studiato quel periodo conosce quanta insofferenza trapelasse tra i giovani fascisti, quelli “veri”, quelli che venivano dai GUF, che si erano formati nei Littoriali ed erano approdati a esperienze come la Scuola di Mistica Fascista di Niccolò Giani.

Guido Pallotta aveva sottotitolato il suo Vent’anni, Giornale di bonifica integrale, e non si riferiva certo né a paludi, né a terreni incolti. Da quelle colonne partirono violente battaglie contro i profittatori del regime, quelli che chiamavano i “cumulisti” di cariche che, invece di servire lo Stato e perseguire gli interessi del popolo, inseguivano “quattro paghe per il lesso”.


Ma questi “puri”, coerentemente, una volta scoppiata la guerra, andarono a servire la Patria in armi e la gran parte di loro morì eroicamente, risparmiandosi il tragico scenario della sconfitta. Pallotta cadrà a Sidi el Barrani, in Egitto, sulle dune di Alam el Nibeiwa, nello scontro con i carri armati britannici il 9 dicembre del 1940. Berto Ricci, il fondatore de l’Universale, morì il 2 febbraio 1941 a Bir Gandula in Cirenaica. Niccolò Giani cadde combattendo sul fronte greco-albanese, verso la Punta Nord del Mali Shendeli, a quota 1.700 metri, il 14 marzo 1941.


* * *

Fatto salvo dunque il pieno rispetto per tutti quei partigiani che sono caduti combattendo, convinti di averlo fatto per valori di giustizia, riscatto e libertà, è opportuno occuparci senza pregiudizi della Resistenza italiana e verificare se sia stata o no guerra, guerra di popolo e, soprattutto, se abbia rappresentato una realtà storica talmente trainante da trasformare una sconfitta bellica e un’occupazione militare – che si è prolungata in sessantaquattro anni di asservimento politico, culturale ed economico – in “guerra di liberazione”.

E’ necessario affrontare l’argomento sotto ogni angolazione: storica, militare, politica e morale.


La valutazione storica

La Resistenza non sarebbe mai riuscita a prendere il potere se non fossero arrivate le truppe angloamericane e se la guerra non fosse stata persa da Italia e Germania. Prima del 25 aprile 1945 nessuna vera e propria insurrezione ebbe luogo.

Nelle città e nelle zone d’importanza militare, e quindi presidiate, i partigiani si manifestarono solamente attraverso azioni terroristiche, uccisioni e sabotaggi. Inizialmente di disturbo che potevano infastidire le autorità della RSI e i comandi tedeschi, ma certamente non influire sullo svolgimento degli eventi bellici.

Le popolazioni, ben lontane dall’offrirsi ad avventure insurrezionali e già sufficientemente provate dalle ristrettezze, soprattutto alimentari, imposte dalla situazione generale e dal clima di terrore creato dai bombardamenti aerei anglo-americani, vivevano con giustificata angoscia le conseguenze degli attentati partigiani. Era ben noto a tutti che ad ogni azione di quel genere sarebbero seguite rappresaglie ed era ormai consolidata la certezza che nessun terrorista si sarebbe mai presentato alle autorità per rispondere del proprio operato ed evitare sanguinose ripercussioni sulla popolazione. E’ emblematico il caso di Via Rasella – e della conseguente rappresaglia delle Fosse Ardeatine – e, in senso opposto, quello del sacrificio del carabiniere Salvo d’Acquisto, autoaccusatosi, innocente, di un attentato compiuto a Torre di Polidoro, una località tra Fiumicino e Ladispoli, per scongiurare la fucilazione di 22 ostaggi che i tedeschi si preparavano ad eseguire per rappresaglia.

Le cosiddette “repubbliche partigiane”, tanto glorificate dalla storiografia ufficiale, sorsero nell’estate del 1944 , in zone dove mancavano o erano scarsi gli insediamenti militari tedeschi e della Repubblica Sociale, poco abitate, senza importanza strategica, facilmente controllabili perché territori prevalentemente montani e dotati di ridotta rete stradale.

Più che di “repubbliche” quindi, tranne qualche piccola, effimera eccezione, sarebbe più corretto parlare di zone non controllate dalle truppe italo-tedesche. In ogni caso durarono poche settimane; sparirono all’arrivo dei primi reparti fascisti o tedeschi e non riuscirono mai a consolidarsi.

In Friuli i partigiano scorazzarono indisturbati in zone della Carnia e dell’alto bacino del Tagliamento, Tolmezzo escluso, dal luglio al settembre. Fu questa la regione dove con maggiore evidenza si manifestò lo scontro tra fazioni all’interno della Resistenza. La vicinanza con la Jugoslavia e le brigate di Tito alimentavano, nei partigiani comunisti, una tracotanza maggiore che nelle altre regioni d’Italia. Questa lotta non si esaurì nelle poche settimane di vita della “repubblica carnica”; continuò in un crescendo di sopraffazioni e di violenze, fino a sfociare nell’eccidio di Porzus.

Il 7 febbraio del 1945, presso le malghe di quel villaggio, i comunisti gappisti guidati da Mario Toffanin, detto Giacca, decapitarono il vertice della Brigata Osoppo, uccidendone 17 elementi. La Osoppo raccoglieva i partigiani cattolici e laico-socialisti ed era accusata di osteggiare il predominio dei GAP (Gruppi d’Azione Patriottica controllati direttamente dal partito Comunista Italiano) e di non accettare la prospettiva – caldeggiata invece dai “rossi” – dell’annessione di Friuli e Venezia Giulia alla Jugoslavia.

Tra i partigiani massacrati in quell’occasione ci furono anche Guido Pasolini, fratello del più noto Pier Paolo, e Francesco De Gregori, detto Bolla, zio dell’omonimo cantautore.

In Veneto, nelle settimane estive, i “resistenti” si illusero di controllare l’altopiano del Cansiglio, un territorio quasi totalmente boscoso e disabitato, ma a settembre svanì ogni velleità e tutta la regione tornò sotto l’autorità della Repubblica Sociale, senza che si manifestasse alcun tentativo insurrezionale da parte dei cansigliesi.

In Lombardia ci fu un solo episodio sfociato in un periodo – ottobre-novembre – di controllo territoriale da parte dei ribelli, ed è quello di Varzi, Godiasco e della Bassa Valle Staffora, nei pressi di Voghera.

Sul sito internet dell’Associazione Nazionale Partigiani, sezione di Voghera, nel rievocare quell’episodio, si legge un involontario giudizio d’insieme di tutto il fenomeno delle “repubbliche partigiane”: “La liberazione di Varzi assume una rilevanza storica in quanto è uno dei pochi casi, negli avvenimenti della Resistenza, in cui una cittadina di fondo valle è conquistata dai partigiani a seguito di uno scontro aperto e non per abbandono da parte dei nazifascisti (come accade nella piemontese Alba, ad esempio)”.

In Emilia, nonostante nel dopoguerra proprio questa fosse la regione dove i partigiani spadroneggiarono più a lungo - quattro anni di incontrastata impunità – perpetrando assassinii e stragi, i tentativi insurrezionali furono pochi e di scarsissimo rilievo.

Sei settimane durarono le azioni nella valle del trebbia (repubblica di Bobbio), cinque nelle montagne di Modena e Reggio (repubblica di Montefiorino), e nella val d’Enza e val di Parma. Quattro settimane in val Ceno e in val Taro.

Nonostante dal 25 aprile 1945 l’Emilia abbia ricoperto il ruolo di regione “rossa” per antonomasia, fu proprio qui che i rapporti tra popolazione e partigiani risultarono ancor più problematici che altrove. Si legge in un rapporto del comandante partigiano Ferrarini della Brigata Garibaldi operante in val Ceno: “I sacrifici di lunghi mesi di montagna, la mancanza di una buona preparazione politica, l’eterogeneità delle forze, hanno reso un po’ acri i rapporti tra i garibaldini e la popolazione civile. La povertà dei mezzi dei nostri patrioti, la scarsa sensibilità politica dei montanari della zona, la loro paura per un eventuale rastrellamento non hanno permesso una cordiale convivenza e quindi la liberazione si è trasformata in una vera occupazione”.

In val Taro la situazione fu anche peggiore: i partigiani che avevano preso provvisoriamente il controllo del territorio non riuscirono nemmeno a formare un qualcosa che assomigliasse a una giunta. Il 13 luglio 1944 su La Nuova Italia, Giornale del territorio libero del Taro, si constata: “Elementi iscritti e militanti tra le file del Partito fascista repubblicano sono ancora nelle amministrazioni comunali della zona. Un provvedimento radicale, per evidenti ragioni di necessità pratica non è stato opportuno attuare”.

In Liguria la cosiddetta “repubblica di Imperia”, comprendente una decina di piccoli comuni dell’entroterra, durò da settembre all’inizio di ottobre.
Ma la regione che più d’ogni altra fu teatro di esperimenti di questo genere fu il Piemonte. Sette le zone interessate: l’alto Monferrato (un gruppo di paesi attorno a Nizza Monferrato – durata due mesi), l’alto Tortonese (dalla val Borbera alla val Curone – durata due mesi), le Langhe (la striscia che collega il Tanaro e il Bormida al nord-ovest di Mondovì – durata due mesi), la val Maira a la val Vairata (durata un mese e mezzo), le valli di Lanzo (durata poco più di due mesi), la Valsesia (da Romagnano fino ad Alagna – durata quattro settimane) e la val d’Ossola (durata cinque settimane).

Quella dell’Ossola è stata la più celebre tra le “repubbliche partigiane”. Si tratta di un territorio semplice da occupare e da difendere, fuori dalla mappa degli interessi strategici imposti dagli sviluppi bellici. Quando i partigiani decisero di passare all’azione, il territorio era in realtà difeso solo in pochi presidi militari (Piedimulera, Masera e Santa Maria Maggiore) con scarsi reparti territoriali austriaci e poche decine di militari della GNR e della Guardia di Finanza, e quando entrarono a Domodossola, il dieci settembre, le truppe fasciste e tedesche si erano già allontanate.

Quanto alla geografia della zona, se andate in Ossola, potrete osservare come il territorio abbia la forma di un grande catino con al centro Domodossola. Da lì si diramano, come in una tela di ragno, strade strette che finiscono contro le montagne della Valle Anzasca, del gruppo del Monte Rosa, della Valle Antrona, della Cairasca, del Devero e della Formazza.

Collegati con l’esterno ci sono solo il Passo del Sempione, la via delle Centovalli svizzere, la Cannobina e la strada di Mergozzo. Ancora oggi basta una piccola frana per bloccare queste carreggiate.

Un0unica apertura vera e propria collega l’Ossola ed è quella di Ornavasso, attraverso la quale si raggiunge Gravellona Toce e il Lago Maggiore. Fu facile ai partigiani dichiarare quel territorio “libero” e istituirvi anche un Governo provvisorio.

Ma le forze armate della RSI, più per principio che per motivazioni strategiche, decisero di intervenire.

Il 9 ottobre reparti di volontari si organizzarono ad Arona. Il 12 entrano in Ossola. Il 14 ottobre la Repubblica dell’Ossola è sparita. Partigiani e governo provvisorio scappano lungo la valle Antigorio, raggiungono la Formazza e di lì, attraverso il passo San Giacomo (un sentiero d’alta montagna utilizzato quasi solo dai contrabbandieri), riparano in Svizzera dove aspettano al sicuro la fine della guerra. Tra questi c’è anche il futuro presidente della Costituente, l’ebreo comunista Umberto Terracini che, già in territorio elvetico dall’agosto 1943, aveva raggiunto l’Ossola dove divenne, per quel fugace periodo di attività partigiana, segretario della Giunta di governo.

La storia delle cosiddette “repubbliche partigiane” è dunque molto istruttiva perché chiarisce, in modo inequivocabile, coma la Resistenza non abbia mai rappresentato una forza combattente capace di imporsi militarmente e di gestire un qualsiasi territorio, fino all’arrivo delle truppe anglo-americane. La durata di quelle “repubbliche” – queste sì repubblichine! – coincide esattamente con il tempo in cui le truppe italo-tedesche trascurarono di occupare quei territori.

Inoltre, per quei brevissimi periodi, i partigiani riscontrarono grosse difficoltà nel rapporto con le popolazioni, e questo è molto importante sottolinearlo, giacché è un fatto che stride violentemente col concetto di “liberazione” che fa da ritornello in tutta la storiografia e nelle celebrazioni resistenziali.

Quasi sempre alle azioni partigiane risponde una istintiva ostilità popolare – sono gli stessi storici della resistenza ad ammetterlo – legata soprattutto a due elementi: paura per le conseguenze dell’inasprimento della guerra, che ben sapevano non sarebbero mancate, e insofferenza per le immancabili razzie di beni alimentari – e non solo alimentari – che i partigiani facevano per sopperire alle proprie necessità. E già, perché, oltre al fatto di trovarsi d’improvviso in zone chiuse, dove ogni possibilità di approvvigionamento dall’esterno veniva preclusa, la popolazione doveva anche farsi carico del mantenimento delle bande che avevano preso il momentaneo controllo del territorio.

Dopo solo nove giorni dalla costituzione della “repubblica”, in Ossola i civili cominciarono ad avere fame. Riferisce sulla stampa svizzera – 29 settembre 1944 – il consigliere del Canton Ticino Guglielmo Canevascini: “Ho visitato l’Ossola liberata. La situazione alimentare è tragica. La popolazione civile della regione (60 mila persone, esclusi i militari) è ridotta alla fame. Nelle valli da quasi due settimane è cessata la distribuzione del pane. Nei centri industriali di Domodossola, Villadossola e Pieve Vergonte, le ultime riserve saranno esaurite domani. Non ci saranno più neppure patate, le cui razioni sono già state ridotte a 200 grammi; 500 grammi per gli operai. Mancano i vestiti per l’inverno. Si comincia a soffrire il freddo. Mancano i legumi, il riso, i grassi. Negli ospedali mancano il sapone e i medicinali. Manca tutto; si incontra ovunque, fra una nobile e dignitosa fierezza che è nel comportamento del popolo, lo squallore e la miseria. I bambini (da 10 a 12 mila) sono denutriti. Il latte è insufficiente; lo zucchero è totalmente assente (un esempio: Domodossola con 14 mila abitanti, dispone di soli 538 litri di latte al giorno)”.

Il prof. Massimo Legnani, docente di storia del XX secolo all’Università di Bologna, specializzatosi nella storia della Resistenza, ha affermato: “…l’atteggiamento della maggioranza della popolazione è molto circospetto, soprattutto per ragioni di carattere economico: le formazioni partigiane avevano ovviamente problemi di approvvigionamento è ciò presupponeva la spartizione delle limitate risorse esistenti…questa dialettica legata alle condizioni materiali spesso determinava climi psicologici che incidevano negativamente sui rapporti politici”.

Ed i problemi non si esaurivano solo al livello alimentare, ma riguardavano tutte quelle risorse di cui le bande “venute giù dalla montagna” certo non disponevano.

Emblematico ciò che avvenne nel Monferrato: per l’aspetto finanziario, la giunta della nuova “repubblica” decise di imporre nuove pesanti tasse a tutti i viticultori e, per risolvere la questione dei trasporti, requisì gli autocarri e le automobili delle aziende private. Per il carburante si provvide alla fabbricazione di alcool sequestrando, a questo scopo, le famose distillerie di Nizza e Canelli.

Parlare, a questo punto, di consenso e collaborazione da parte delle popolazioni, appare quanto meno avventato.
La Resistenza storicamente non fu una guerra, ma, tutt’al più, una guerriglia di disturbo che peraltro fu la causa di quelle rappresaglie oggi così ingigantite e pubblicizzate, operate dalle Forze Armate della RSI e, principalmente, dai reparti tedeschi.

La Resistenza dunque non solo non fu guerra, ma soprattutto non fu guerra di popolo. Non aggiunse nulla al determinarsi degli avvenimenti bellici e aggravò le condizioni di vita delle popolazioni.

Come sempre avviene, i vincitori, nel redigere la storiografia ufficiale, allargano, s’inventano, romanzano e l’immagine finale che giunge alla pubblica opinione, soprattutto a quelle generazioni che non hanno vissuto nulla di quegli avvenimenti, diventa tutt’altra cosa rispetto alla realtà dei fatti.

Nella colonna sonora delle rievocazioni resistenziali si ascoltano sempre le note di Bella ciao. Ebbene, molti storici affermano che nessun reparto partigiano cantò mai quella canzone. Le parole sarebbero state scritte nel 1948 in occasione di un congresso comunista tenutosi a Praga e furono abbinate alla musica di un canto ottocentesco delle mondine padane. C’è addirittura chi afferma che si tratta di una musica ancora più antica, di origine yiddish.

A Milano, nei giorni immediatamente successivi al 25 aprile, lo studio fotografico Publifoto reclutò un gruppo di comparse, le dispose agli incroci delle strade e sui tetti, facendo loro imbracciare mitra e fucili, truccandoli cioè da partigiani, per immortalare, ad uso dei posteri, quegli scontri armati che in realtà non ci furono. Il titolare di Publifoto, Vincenzo Carrese, è presente in molti di questi scatti con faccia truce e mitra spianato. Si tratta di foto che hanno fatto il giro dei giornali e dei libri di storia: una di queste è stata usata – ancora nel 2000 – da Einaudi per la sovra copertina e il cofanetto del Dizionario della Resistenza.

Il cinema fu subito a disposizione delle nuove necessità propagandistiche. Il primo a mettersi in mostra fu Roberto Rossellini che sfornò tre film antifascisti di grande successo: Roma città aperta, Paisà e Germania anno zero. Poi seguirono tutti gli altri, registi bravi e no, in una sequela di rappresentazioni che ancor oggi non si è conclusa e che si è anzi arricchita del nuovo mezzo di comunicazione, quello televisivo.

Rossellini, l’apripista dei film antifascisti – è opportuno ricordarlo -, grande amico di Vittorio Mussolini, iniziò la sua carriera alla fine degli anni Trenta, partecipando come sceneggiatore al film Luciano Serra pilota, vincitore, alla Mostra del cinema di Venezia del 1938, della Coppa Mussolini. Prima della fine della guerra, come regista, fece in tempo a realizzare una trilogia di film esaltanti i valori fascisti e dell’Italia in armi: La nave bianca, L’uomo della croce e Un pilota ritorna, la cui sceneggiatura era dello stesso figlio del Duce che si firmava con l’anagramma Tito Silvio Mursino.



La valutazione militare

Ci sono tre criteri di valutazione oggettivi per definire una forza combattente e un reparto militare. Occorre essere riconoscibili a distanza, inquadrati in un organico e conformarsi alle leggi ed agli usi di guerra.

I partigiani, a differenza dei combattenti della RSI, operavano in clandestinità, in borghese, imboscando le armi, usando falsi nomi – enfatizzati come nomi di battaglia -, erano pochi e si nascondevano, prevalentemente in montagna. Evitavano lo scontro aperto e si dedicavano soprattutto al sabotaggio e ad attentati terroristici.

L’attore Giorgio Albertazzi, volontario nella RSI, nel suo libro di memorie, Un perdente di successo, scrive: “Forse non dovrei dirlo – non sta bene! – ma io i partigiani li ho sempre visti scappare, le poche volte che li ho visti”.

Militarmente nessuno può dare dignità di esercito o di forza belligerante alla Resistenza o negarla ai combattenti della RSI. Questo giudizio è confortato da una sentenza del 26 aprile 1954 del Tribunale Supremo Militare Italiano che afferma: “Non può negarsi, alla stregua dell’articolo 40 che gli appartenenti alle Forze Armate della RSI abbiano conservato la qualità di belligeranti, né è possibile concepire che tali Forze avessero detta caratteristica solo di fronte agli alleati e non al cospetti dei cobelligeranti italiani”.

“Ecco come si spiega il trattamento di prigionieri di guerra concesso dagli alleati ai militari delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana, sin dai primi mesi del 1944. Ciò vale a smentire quelle teorie unilaterali che, ormai, sono del tutto superate, con cui si vuole negare il carattere di belligeranti ai combattenti della Repubblica Sociale Italiana, argomentando in maniera erronea e fallace, in base alle norme della legislazione italiana post-fascista, che, come si è rilevato, non ha, sotto il profilo del diritto internazionale, alcuna veste e alcuna autorità al riguardo”.

“Ma pure da un altro punto di vista si conferma la tesi suesposta. Accertato che la Repubblica Sociale Italiana concretava un governo di fatto, soggetto di diritto internazionale, entro certi limiti, non poteva, sotto questo riflesso, negarsi ai suoi combattenti la qualifica di belligeranti. Anche (…) perché, comandati da capi responsabili, portavano segni distintivi e riconoscibili a distanza, apertamente le armi, e si conformavano, per quanto era possibile, nei confronti dell’avversario belligerante, alle leggi ed agli usi di guerra” (…) Infatti il n. 2 del detto articolo 4 (…) precisa che “sono prigionieri di guerra i membri delle altre milizie e i membri degli altri corpi volontari, ivi compresi quelli dei movimenti di resistenza organizzati, appartenenti ad una parte in conflitto e agente fuori e all’interno del loro territorio, anche se questo territorio è occupato, purché queste milizie o corpi volontari, ivi compresi i movimenti di resistenza organizzati, adempiano alle condizioni seguenti: a) avere a capo una persona responsabile per i suoi subordinati; b) avere un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza; c) portare apertamente le armi; d) conformarsi, nelle loro operazioni, alle leggi e agli usi di guerra”.

“I partigiani invece, non possono essere considerati belligeranti, non ricorrendo nei loro confronti le condizioni che le norme di diritto internazionale cumulativamente richiedono”.

Il giudizio militare poi, non può esimersi da una, storicamente corretta, valutazione numerica dei due schieramenti.

Alla fine del 1943 i partigiani erano, in tutto il Nord Italia, poche migliaia. Le fonti di tendenza fascista riferiscono di 3-4.000 terroristi, le fonti resistenziali, più celebrative e “ottimistiche”, arrivano ad indicare il numero di 10.000.

Nel corso del 1944, soprattutto a partire dalla primavera, la consistenza del movimento partigiano arrivò a cifre maggiori. Mentre, infatti, si moltiplicavano le adesioni ai reparti della RSI, si verificava anche l’incremento di renitenti alla leva. Alcuni di questi decidevano di collegarsi con i membri della Resistenza, molti altri si nascosero, pensando solo a far salva la pelle, aspettando senza rischi il trascorrere degli avvenimenti. Le cantine e le soffitte si popolarono e furono mimetizzate grazie a porte nascoste, stratagemmi e “opportune” opere murarie, come oggi siamo abituati a vedere nei telegiornali, quando vengono scoperti i rifugi dei latitanti di mafia e camorra.

Nonostante non si trattasse di combattenti, il loro conteggio finì spesso ad ingrossare la cifra degli aderenti alla Resistenza. Si arriva così ad ipotizzare, nella primavera-estate del 1944, numeri che vanno dai 30.000 ai 70.000. Il capo partigiano Ferruccio Parri parla di 40.000; Luigi Longo, in un suo rapporto a Mosca, riferisce la cifra di 38-50.000 (dei quali dai 30 ai 40.000 i comunisti), Giorgio Bocca si spinge ad ipotizzare una consistenza di 50-70.000 partigiani.

A seguito della repressione operata dai reparti fascisti e tedeschi, nell’inverno 1944-45, quei numeri si ridimensioneranno drasticamente: c’è chi afferma addirittura che la Resistenza, in quel momento, poteva contare solo su 10.000 uomini. A determinare questo risultato contribuirono certamente i caduti negli scontri a fuoco e il numero dei prigionieri fatti dalle forze dell’Asse, ma anche la fuga di parecchie migliaia di loro all’estero. Dalla sola Ossola ripararono in Svizzera oltre 3.000 partigiani.

Ebbe anche il suo peso il Proclama Alexander del 13 novembre 1944. Il messaggio, trasmesso via radio dalla emittente Italia combatte, rivolto alle formazioni del Comitato di Liberazione Nazionale, ordinava di “cessare le operazioni organizzate su larga scala, di conservare le munizioni e i materiali, (…) di continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico, studiare le intenzioni, gli spostamenti e comunicare tutto a chi di dovere”.

Gli “alleati” dunque, mentre si ripromettevano di utilizzare la Resistenza italiana per facilitare l’arrivo delle loro truppe al Nord, con azioni di sabotaggio e la conquista, all’ultimo momento, di posizioni chiave, nelle città, nelle fabbriche, negli snodi ferroviari, giudicavano militarmente inutili le attività partigiane dei mesi precedenti, tanto da ordinarne la sospensione e sollecitare esclusivamente un’attività di spionaggio.

Con l’avvicinarsi della fine, il numero dei resistenti tornò a crescere. I rischi erano diminuiti e il vento che tirava indicava chiaramente quale fosse il carro del vincitore sul quale conveniva saltare. Alla vigilia del 25 aprile 1945 si può parlare di una cifra di 90.000 unità.

Dalla parte della RSI i numeri sono ben diversi.

E inesatto affermare che dopo l’8 settembre la totalità dell’esercito italiano si dissolse. “Tutti a casa” non riguardò tutti. Anche se questo è un fatto subdolamente ignorato dalla storiografia ufficiale, di fronte al tradimento del Re e di Badoglio, nonostante Mussolini fosse ancora tenuto agli arresti in una località segreta, nonostante il Partito fascista sembrasse dissolto come neve al sole, non tutti abbandonarono le armi o voltarono le spalle all’alleato tedesco. Questa “rivolta alla resa” avvenne in modo massiccio nei reparti di stanza in Germania, in Francia, nel Baltico, ma rappresentò un fenomeno consistente anche in Italia. A La Spezia si costituì immediatamente un’unità di fanteria di marina che successivamente divenne la famosa Divisione “Decima” con i suoi battaglioni e i suoi mezzi d’assalto, comandata dalla medaglia d’oro Junio Valerio Borghese.

Rimasero in campo, nonostante tutto, anche reparti della Nembo e della Folgore. Centinaia di piloti da caccia, bombardieri e ricognitori, eliminati i simboli sabaudi dalle carlinghe degli aerei, continuarono a volare e combattere.

Quando fu costituita la Repubblica Sociale Italiana e fondato il nuovo esercito, già 80-90.000 soldati italiani erano in campo “per l’Onore d’Italia”, automobilitatisi a proseguire la guerra accanto alle truppe del Terzo Reich.

La leva volontaria – indetta subito dopo la costituzione del governo repubblicano presieduto da Mussolini, la fondazione del nuovo Partito fascista diretto da Pavolini e la formazione dell’esercito repubblicano sotto la guida del maresciallo Graziani – incontrò un’adesione massiccia, superiore ad ogni più ottimistica previsione.

La stragrande maggioranza di chi indossò le uniformi dei reparti delle Forze Armate della RSI era composta da volontari. Il numero totale di questi combattenti superò la cifra di 800.000. Senza comprendere quei fascisti che avevano scelto i reparti delle Waffen SS – che organizzavano i volontari provenienti da tutta Europa -, le forze di Polizia e la Guardia di Finanza.

L’esercito aveva 405.000 effettivi; la GNR (la Guardia Nazionale Repubblicana) 150.000; la Marina 26.000; la Decima Mas 25.000; l’Aviazione 79.000; le Brigate Nere (la struttura militare del PFR comandata da Pavolini) 110.000; la Legione autonoma Ettore Muti 3.500; il Servizio Ausiliario Femminile 5.500; le Fiamme Bianche (i volontari giovanissimi, dai 13 ai 17 anni) 5.000.

Nonostante per molti mesi si fosse diffusa la convinzione della ineluttabilità della sconfitta, nonostante il grande caos dei giorni finali – aprile 1945 -, le Forze Armate della RSI tennero fino alla fine. Abbracciando quella bandiera, i volontari avevano compiuto una scelta ideale e non dettata da interesse egoistico. Non erano in cerca di benemerenze, né speravano in futuri benefici, quei ragazzi erano lì per testimoniare l’idea di una rivoluzione nazionalpopolare, per tutelare l’onore della Patria, per adempiere al proprio dovere di italiani e di fascisti.

“Ce ne freghiamo! La signora morte
fa la civetta in mezzo alla battaglia,
si fa baciare solo dai soldati.
Forza ragazzi! Facciamole la corte,
diamole un bacio sotto la mitraglia,
lasciamo le altre donne agli imboscati”.

E 100.000 di loro trovarono la morte. Altri 400.000 finirono nei campi di concentramento e nelle carceri.


Le rappresaglie

Quello delle rappresaglie è un discorso che merita un particolare approfondimento e necessità di considerazioni storicamente oggettive. Innanzitutto perché nella storiografia propagandistica le rappresaglie sono state ingigantite e messe in primo piano, artatamente ignorandone o minimizzandone le cause scatenanti. Poi perché lo studio di queste tristi pagine consente di osservare nella giusta luce quella che fu la strategia messa in atto dai partigiani, soprattutto nella sua maggioritaria componente comunista.

Quando, l’8 settembre 1943, il re e Badoglio proclamano l’armistizio e il cambio di fronte, in Italia erano presenti numerosi reparti tedeschi, fino a quel momento come alleati. Era presumibile che i soldati del Reich, traditi sul campo, avrebbero mutato il loro atteggiamento nei confronti dell’Italia e degli italiani. Vittorio Emanuele e il governo del Sud, oltre a compromettere l’onore della nazione e macchiarsi d’infamia con il precipitoso abbandono di Roma e la fuga a Brindisi, si assunsero la grave responsabilità di lasciare le popolazioni in mano ad un esercito che legittimamente si sentiva tradito e non più sicuro sul nostro territorio.

A parte le considerazioni di ordine politico e ideale che si possono fare circa la Repubblica Sociale, va riconosciuto che, a fronte dell’atteggiamento scellerato della monarchia, la formazione al Centro-Nord di un governo fedele ai patti, con un esercito belligerante a fianco dei tedeschi, ha ricoperto anche un ruolo di mediazione e tutela verso la sicurezza e gli interessi della popolazione.

Di segno diametralmente opposto la strategia della Resistenza. L’obiettivo cui si puntava era la caduta del Fascismo e la candidatura dei partiti antifascisti a partecipare al governo che, a guerra finita, le forze vincitrici avrebbero imposto all’Italia; anche se il prezzo da pagare era rappresentato dall’aumento delle sofferenze e dei lutti per i cittadini.

C’erano antifascisti che, ascoltando il rombo dei bombardieri anglo-americani sopra le nostre città e gli schianti provocati dai grappoli di bombe, si fregavano le mani: “più distruzioni, più morti sotto i bombardamenti, maggiore diventa l’odio contro Mussolini che ha dichiarato la guerra, prima cadrà il Fascismo”.

Le tristemente note rappresaglie, prevalentemente eseguite dall’esercito tedesco, furono l’obiettivo di questa mentalità. La Resistenza, come abbiamo visto, non fu una forza belligerante, evitò puntualmente lo scontro aperto, ma si dedicò ad attività terroristiche, ad agguati proditori e sabotaggi indiscriminati.
Gli attentati furono il risultato di una pianificazione fatta dai partigiani, soprattutto dai GAP comunisti, finalizzata ad ottenere proprio una reazione da parte dei tedeschi, che quindi non si può considerare “effetto collaterale”, ma conseguenza voluta di un calcolo scellerato. Attraverso la sofferenza della popolazione per le fucilazioni eseguite per rappresaglia, i GAP intendevano diffondere l’odio contro i fascisti e tedeschi. Ed è qui che si dimostra quanto sia irreale la tanto sbandierata Resistenza come guerra di popolo.

Nei civili, infatti, certo gravemente colpiti da questi fatti, oltre ad aumentare l’insofferenza per le devastazioni prodotte dalla prosecuzione della guerra, cresceva anche l’indisponibilità a collaborare con i partigiani che apparivano chiaramente come i responsabili dell’ulteriore peggioramento della situazione.

Giorgio Bocca, in merito, è molto chiaro: “Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie, per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. E’ una pedagogia impietosa, una lezione feroce”.

La scelta terroristica fu fatta fin dall’inizio.

Il giornalista fascista Enzo Erra, raccontando le circostanze del suo arruolamento come volontario, ricorda: “A chi vi parla, una di queste pedagogiche lezioni venne impartita per così dire all’istante, mentre stavo firmando il foglio di arruolamento nel cortile di una caserma romana della Milizia a Monte Mario, e vide rientrare con un morto e due feriti un plotone che si era appena formato, ed era uscito per l’addestramento, senz’armi, in maglietta, pantaloncini e scarpe da ginnastica. Era il 30 settembre 1943. Il caduto, quasi certamente il primo delle forze repubblicane, aveva 17 anni e si chiamava Salvatore Morelli. I suoi coetanei, che lo videro tornare senza vita, e che si stavano arruolando per combattere contro gli anglo-americani, appresero così che sarebbero stati coinvolti in una guerra civile. Tuttavia, a quella prima aggressione terroristica non seguirono ritorsioni, e nemmeno ve ne furono dopo altri agguati dello stesso tipo. Quando però i fascisti videro cadere – per citarne solo due tra i tanti – il federale di Ferrara Igino Ghisellini a novembre, e un mese dopo quello di Milano, Aldo Resega – anche loro finirono per reagire. Le loro ritorsioni, tuttavia, non si potevano nemmeno paragonare a quelle dei tedeschi, ben più violente e indiscriminate. Questo portò i GAP, pur senza trascurare gli obiettivi fascisti, a preferire quelli tedeschi, nella convinzione che lo sdegno e l’orrore si sarebbero riversati anche contro la RSI e contro chi ne portava le insegne”.

Tutti conoscono la tragica rappresaglia delle Fosse Ardeatine, ma pochi sono informati sui dettagli dell’attentato che scatenò la pesante risposta tedesca. Il 23 marzo 1944 una bomba, esplosa a Roma, in via Rasella, uccise 32 militari del battaglione Bozen, composto da altoatesini in servizio di leva nella polizia, e ne ferì 50, dei quali, nei giorni successivi, ne morirono 14. I soldati stavano tornando in caserma ed erano senza armi. Rimasero uccisi anche 5 passanti, tra cui un bambino, e 20 furono ricoverati con gravi lesioni.

Dalla Germania giunse l’ordine di rappresaglia – 10 italiani per ogni tedesco – se non fossero stati individuati gli autori della strage.

La radio trasmise ripetutamente appelli affinché gli attentatori si consegnassero per scongiurare l’esecuzione degli ostaggi, ma nessuno si presentò. Il giorno successivo fu eseguita la rappresaglia.

Molti conoscono – per le celebrazioni periodiche – la fucilazione di 15 antifascisti avvenuta a Milano, in piazzale Loreto, il 10 agosto 1944. Quasi nessuno è invece al corrente dell’attentato di due giorni prima che fu all’origine della rappresaglia. Una bomba, collocata su un camion tedesco, era esplosa provocando la morte di cinque soldati tedeschi e 13 civili italiani, tra i quali una donna e tre bambini.

Il camion era carico di generi alimentari destinati alla popolazione. Tra i morti tedeschi c’era un maresciallo ben noto ai milanesi – che lo avevano soprannominato el Carlùn – perché ogni mattina distribuiva in quella zona latte per i bambini e viveri per gli indigenti, in quei tempi, molto numerosi.

A Marzabotto, la rappresaglia più drammatica – 770-780 morti che nella propaganda resistenziale sono diventati 1.830, 3.000, “quasi 5.000” e persino 8.000 – si arrivò dopo una sequela di attentati antitedeschi durata mesi. Il comando germanico si decise così – siamo nel settembre del 1944 – a effettuare un rastrellamento su vasta scala. L’operazione fu annunciata dall’affissione di manifesti in tutti i borghi del circondario.

Gli abitanti di Marzabotto, spaventati, avrebbero voluto scendere a valle e allontanarsi dalle località piene di quei partigiani verso i quali si sarebbe indirizzato il rastrellamento, ma i comunisti della Stella Rossa li dissuasero: stanno per arrivare gli americani; aspettate, siete più sicuri qui, se arriveranno i tedeschi vi difenderemo noi.

Il comando tedesco decise di inviare una pattuglia a parlamentare con i comandanti di Stella Rossa per arrivare a una tregua: voi sospendete ogni forma di terrorismo e di guerriglia, noi fermiamo il rastrellamento. Per tutta risposta i partigiani trucidarono i parlamentari nei pressi di Rioveggio.

I tedeschi a questo punto sono inferociti. Partono i reparti verso la zona di Marzabotto e il territorio viene ispezionato palmo a palmo. I partigiani scappano verso le montagne, lasciando, dopo averla inutilmente trattenuta, isolata e indifesa la popolazione civile.

E questi sono alcuni dei molti esempi che si potrebbero ricordare. Dietro le rappresaglie di quegli anni esiste un numero altissimo di agguati e sabotaggi il cui unico scopo – peraltro, come abbiamo visto, apertamente dichiarato – era quello di inasprire la situazione. Solo tra i tedeschi i morti per attentati furono circa 5.000. E poi c’erano gli italiani, i soldati della RSI e i civili che passavano per caso in quel posto e in quel momento.

Albertazzi ricorda: “Altri atti di guerra a Sestino: con un filo di acciaio teso sotto un ponte fecero sbandare un altro nostro autocarro, che fu attaccato da ogni parte: otto morti, tutti ritrovati con la M rossa (che la “Tagliamento” portava sulle mostrine) infilata negli occhi (la M era quella della firma di Mussolini, con la prima gamba, come si dice, più grande e staccata dalle altre due: un gioco da “ragazzi” infilarla nell’occhio e farlo schizzare fuori)”.

Nel novero degli orrori della Seconda Guerra Mondiale non ci si può certo fermare al ricordo delle rappresaglie tedesche, come la storiografia ufficiale vorrebbe. Furono queste, infatti, azioni militari eseguite su ogni fronte, da tutti gli eserciti, applicando rapporti numerici ben più feroci di quelli usati da italiani e tedeschi. I francesi usarono una proporzione di uno a ottanta, gli americani di uno a centodieci, i russi di uno a centoventi.

Ci furono anche le stragi senza nessuna diretta causa scatenante, cioè senza nessuna possibile giustificazione. Esempio indicativo può essere il massacro di Biscari. Il generale americano Patton, comandante della Settima Armata, prima dello sbarco nel sud della Sicilia, arringò ufficiali e soldati ordinando loro di non fare prigionieri, non fossa’ltro per non dovergli dare da mangiare.

Appena giunti nella zona dell’aeroporto di Biscari, Santo Pietro e Piano Stella – l’attuale Acate – tra Ragusa e Gela, gli americani applicarono gli ordini e lasciarono per terra e nei fossi, ai bordi delle strade, 81 italiani e 3 tedeschi; si trattava di inermi braccianti e di soldati che si erano già arresi e avevano gettato le armi. Alcuni di loro erano in borghese.

Il presidente Napolitano, sollecitato da un senatore del PDL che sull’argomento ha appena scritto un libro, ha ricevuto, alla fine di settembre, l’ultimo sopravvissuto di quel massacro. L’avvenimento è stato segnalato solo da qualche attimo di telegiornale e ignorato da quasi tutta la stampa. I morti per mano dei vincitori, evidentemente, non meritano di essere onorati e neppure ricordati. Quelli dei vincitori non sono mai “crimini di guerra”. Si è saputo addirittura che il nome di alcune di quelle vittime era stato inserito negli elenchi dei disertori.

E poi c’è la tremenda pagina dei bombardamenti terroristici contro le nostre città e le popolazioni inermi, che provocarono ovunque devastazione e morte. Ci limiteremo qui a ricordare alcuni episodi, scegliendoli a simbolo dei sistemi usati – ancora oggi – per “liberare” i popoli ed “esportare” la democrazia.

Alla mattina del 25 settembre 1944 due aerei inglesi bombardarono un quartiere di Intra, il Cassinone, provocando 11 morti e numerosi feriti. Successivamente i piloti si diressero verso il lago e si misero a mitragliare, di fronte a Baveno, il battello Genova adibito al trasporto passeggeri tra i paesi del Lago Maggiore. Molti i feriti e 34 i morti; tutti civili, in maggioranza donne e bambini.

Il giorno dopo gli aerei tornarono e ricominciarono il loro macabro tiro a segno. Questa volta se la presero col battello Milano in rotta da Laveno a Intra. Morirono 10 militari e un numero imprecisato di civili dei quali furono recuperati 17 corpi, mentre altri rimasero sul battello che si inabissava. Cinque anni fa una spedizione di sub ha individuato sul fondale del lago il relitto; dalle foto effettuate si vedono chiaramente numerosi resti umani.

Il 20 ottobre 1944 un gruppo di bombardieri B24 e B27 “alleati”, partito dall’aeroporto di Foggia, era diretto alla zona industriale tra Milano e Sesto San Giovanni. Alcuni di questi aerei arrivarono sull’obiettivo, dove sganciarono il loro carico distruttivo, colpendo gli stabilimenti della Breda, altri proseguirono sull’abitato di Gorla.

Il tempo era bello, la quota di volo era bassa, la visibilità ottima, mentre i bombardieri sganciavano 342 bombe da 500 libbre sulle case e sulla popolazione, I piloti non si persero nulla dello spettacolo. 703 morti, 481 feriti, 300stabili di abitazioni distrutti. Erano le 11,24. La scuola elementare Francesco Crispi, in piena attività, fu tra i primi edifici ad essere colpiti. Una strage terrificante: 174 scolari dai 6 ai 12 anni; 20 tra insegnanti e mamme corse per prendere i figli; 18 bambini – il più piccolo aveva 11 mesi, il più grande 5 anni – che erano assieme a quelle donne.

Nel Mediterraneo facevano rotta tra le zone di guerra e i porti italiani le navi della Flotta Bianca. Ventidue ospedali viaggianti gestiti dalla Croce Rossa della quale portavano in modo estremamente visibile il simbolo (croce rossa su fondo bianco) sia sulle fiancate che sui fumaioli.

Gli aerei inglesi si divertirono ad attaccare, mitragliare e silurare queste navi, contro ogni convenzione internazionale ed ogni comportamento umanitario e civile. Una di esse, la Po, il 14 marzo 1941, di fronte a Valona, fu affondata da un aerosilurante inglese. Pochi riuscirono a salvarsi gettandosi in mare e raggiungendo la costa a nuoto: tra loro la figlia di Mussolini, Edda che svolgeva sulla Po il servizio di crocerossina. Solo due navi di questa flotta, alla fine della guerra, rimasero indenni.


* * * *

La Seconda Guerra Mondiale si proiettò sull’Europa con un’ombra di morte e distruzione senza eguali. Le rappresaglie, indubbiamente, fanno parte di questo quadro, e la Resistenza ha la responsabilità incontestabile di avere voluto, con il proprio terrorismo, l’inasprimento della situazione con grave danno per le popolazioni civili.


Il ruolo dei comunisti

Nell’ambito della Resistenza convissero due componenti politiche: una più moderata – monarchici, cattolici, i radicali di Giustizia e Libertà e i socialisti delle Brigate Matteotti – e una rivoluzionaria, egemonizzata dal Partito comunista.

Tra le due componenti non regnò mai l’armonia, non solo per le differenti radici culturali e ideologiche, ma soprattutto per le scelte strategiche e gli obiettivi perseguiti. I moderati, coscienti della debolezza del movimento partigiano nel suo insieme e dello scarso seguito presso la pubblica opinione, spingevano verso scelte attendiste: la loro attività non poteva andare altre la preparazione del fiancheggiamento agli eserciti anglo-americani nel momento dell’offensiva finale.
Il Partito comunista invece era per la linea terroristica e, come abbiamo visto, tutta la storia della Resistenza è caratterizzata dalla spregiudicata azione dei GAP, Gruppi di Azione Patriottica, strutturati militarmente, alle dirette dipendenze del PCI. Gli altri venivano appena tollerati, tanto per dare una patinatura di “ampio schieramento antifascista” alla loro lotta. Comparse ininfluenti in una strategia tutta ispirata agli interessi comunisti. Giovanni Guareschi era solito chiamarli “l’esercito degli utili idioti”.

Gianpaolo Pansa, giornalista di sinistra, oggi indicato come “revisionista”, ma che iniziò le sue indagini proprio nell’ambito della resistenza, ha scritto: “E’ indubbio che senza il PCI non ci sarebbe stata nessuna guerra partigiana. E la Resistenza si sarebbe svelata un’impresa modesta. Ma con il PCI la guerra di liberazione è diventata anche una guerra rivoluzionaria, per la conquista del potere in Italia. E questo progetto eversivo ha autorizzato un succedersi di errori, di menzogne, di intrighi, di soprusi, di delitti e di misteri: tutta robaccia occultata da una storiografia succube degli interessi di quel partito”.

Quando poi il dissidio sulle scelte strategiche si manifestava con troppa evidenza, i GAP non andavano troppo per il sottile. Ne è testimonianza la strage di Porzus cui abbiamo accennato.

Praticamente tutta la Resistenza finì per essere dominata dai comunisti. Si agiva in Italia, ma si decideva a Mosca. I partigiani cantavano Fischia il vento sull’aria della canzone russa Katiuscia. E cantavano anche:

“Noi siamo la canaglia pezzente,
noi siam chi suda e lavora,
finiam di soffrire che è l’ora.
Ai soviet stringiamo la mano,
l’Italia farem comunista,
a morte il regime fascista,
insorgiamo, che giunta è la fin.
Evviva la Russia, evviva Stalin”.

Fino all’inizio del 1944 la posizione dell’U.R.S.S., e conseguentemente del PCI, fu nettamente ostile alla monarchia italiana e al suo governo. Nella notte tra il 4 e il 5 marzo Palmiro Togliatti – allora noto come “il compagno Ercoli” – incontra nella capitale sovietica Giuseppe Stalin. Cosa si siano detti appare chiaro dalle scelte che nelle settimane successive vengono rese pubbliche.

Il 14 marzo il governo Badoglio viene riconosciuto dall’Unione Sovietica. Togliatti era già partito alla volta dell’Italia del sud – 6 marzo – intraprendendo un viaggio lungo e difficoltoso. E’ costretto a raggiungere in aereo prima Baku in Azerbaigian, poi Teheran e di lì il Cairo. Quando arriva a Napoli, sono passate tre settimane. Viaggia con la nave da carico Ascania scortata dagli inglesi che avevano amichevolmente organizzato quest’ultima parte del viaggio.

L’arrivo, il 27 marzo, è funestato da una violenta eruzione del Vesuvio. Così lo ricorda: “Già da molte ore, anche prima di arrivare in vista delle coste, una enorme massa di fumo che si addensava sul mare per decine di chilometri annunciava l’Italia (…) Il volto della Patria, di nuovo raggiunta dopo diciotto anni di esilio, aveva qualcosa di apocalittico”.

Si presenta nella sede della federazione partenopea del PCI che è quasi notte e si fa riconoscere dai dirigenti comunisti ancora presenti a quell’ora. In seguito questi ricorderanno le cose che li avevano più colpiti nel primo incontro con il compagno Ercoli: il buffo maglione a strisce orizzontali e il suo modo di parlare, “l’inflessione piemontese e le cadenze del russo”.

Il primo aprile rende nota, in una conferenza stampa, la nuova linea del Partito, che passerà alla storia come la Svolta di Salerno. “Bomba Ercoli” la definì Nenni: “Occorre mettere fine ad una situazione – affermò Togliatti – che vede da una parte un governo con potere ma senza autorità; dall’altra un movimento popolare che ha autorità senza il potere”; occorre perciò “creare un nuovo governo che abbia la simpatia delle masse attraverso l’appoggio dei partiti antifascisti”.

Di qui la decisione di accettare Badoglio e di far entrare il PCI nel suo governo. Commentò Benedetto Croce: E’ certamente un abile colpo della Repubblica dei soviet vibrato agli anglo-americani, perché, sotto colore d’intensificare la guerra contro i tedeschi, introduce i comunisti nel governo, facendoli iniziatori di una nuova politica sopra e contro gli altri partiti, che si troveranno costretti a seguirli, senza che quelli provino il minimo imbarazzo”.

Con la Svolta di Salerno appaiono chiari due elementi destinati ad ipotecare la storia italiana per parecchi decenni. Il PCI agiva come cordone di trasmissione delle decisioni e degli interessi del Cremlino. Da Mosca arrivavano le linee politiche, gli ordini e i finanziamenti. Contemporaneamente, i comunisti si inserirono nella lotta per il potere occupando, senza perdere tempo, posizioni privilegiate rispetto agli altri partiti. Al Sud al governo, al Nord motore della Resistenza. Avevano “messo il cappello” sulla realtà politica del “dopo” ancor prima che finisse la guerra e nonostante risultasse già chiaro come l’Italia fosse destinata alla sfera di occupazione occidentale. Gli anglo-americani erano già nel sud dell’Italia e l’Armata Rossa non poteva certo raggiungere il nord.

Questa situazione aiuta a comprendere il fatto che, nonostante l’Italia nella spartizione di Yalta fosse assegnata alla sfera USA, il PCI – il più forte partito comunista dell’occidente – da noi continuasse a ipotecare politica e cultura. Cominciò a farlo con la Costituente, col referendum istituzionale, coi primi governi della Repubblica, poi con le amministrazioni locali e i sindacati, sempre occupando posizioni chiave nel mondo della cultura, dello spettacolo e dell’informazione.

Essendo stati i motori della Resistenza – ed essendo stata la Resistenza beatificata e scelta come scrigno dei valori fondanti della Repubblica – i comunisti hanno goduto di un’immunità particolare, riuscendo a sopravvivere alle rivelazioni sui Gulag e sulle purghe staliniane, ai milioni di morti, ai fatti di Ungheria, a quelli della Cecoslovacchia, al crollo del muro di Berlino, alla stessa implosione dell’Unione Sovietica. Ecco perché, unico caso in Occidente, una parte politica completamente squalificata e compromessa con un passato di cui sempre più si conoscono i fatti tragici, criminali e fallimentari, è riuscita a riciclare i propri uomini tanto che ancor oggi, dopo averli visti a Palazzo Chigi, li ritroviamo ai vertici del secondo partito italiano e addirittura al Quirinale.

Occorre dunque risalire al ruolo del PCI nella Resistenza e nella Costituente per comprendere come siano ancora possibili, in Italia, fatti a dir poco sconcertanti: un presidente comunista, Napolitano, che non mostra alcuna vergogna nel commemorare il ventennale della caduta del Muro di Berlino, mentre il governo dichiara il proprio appoggio alla candidatura di un altro comunista, D’Alema, addirittura al ruolo di ministro degli esteri d’Europa.

Inoltre, dopo più di sessant’anni, lo spirito gappista serpeggia ancora. Quando le tensioni politiche aumentano esce dai suoi nascondigli pitturati di vittimismo e perbenismo.

Negli anni Sessanta e Settanta, nei tempi dei cosiddetti “anni di piombo”, i muri erano pieni di scritte tipo “uccidere un fascista non è reato”. E si uccideva. Ogni tanto si vedono ancora slogan di quel genere.

Il 16 ottobre 2006, a Reggio Emilia, un gruppo di comunisti impedì a Giampaolo Pansa la presentazione di un suo libro sulla guerra civile. Sventolavano un lenzuolo rosso sangue con la scritta: “Triangolo rosso, nessun rimorso”.

Lo spirito bolscevico esiste ancora e non solo a livello di base, dei “trinariciuti” come li chiamava Guareschi. Il leader del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, parlando del buon vicinato della sinistra con i “poteri forti” si è lasciato scappare (Corriere della Sera, 19 settembre 2009): “Se non ci fosse il suffragio universale vinceremmo sempre noi”.

Giorgio Bocca, in una recente intervista televisiva, per esternare tutta la sua contrarietà per l’esistenza del governo Berlusconi, mostrando la sua alta vocazione democratica, ha detto: “gli italiani (che lo hanno votato, cioè la maggioranza) sono imbecilli”.

La testa bifronte della politica antifascista – da una parte la spudoratezza americana, dall’altra la logica bolscevica – ha sempre evidenziato questa caratteristica: quando le elezioni premiano la parte avversa sono soliti giudicare cretini gli elettori, giustificando ogni forma di sabotaggio verso il nuovo governo e, se il caso, arrivano a bombardare il malcapitato paese, per “liberarlo”.

Forse è proprio questa la democrazia.


Le valutazioni politiche

Oltre a quella storica e militare è opportuno, per individuare il reale spessore e la fisionomia della Resistenza, approfondire i contenuti politici di cui era portatrice e rapportarli a quelli del mondo che combatteva.

Le varie componenti del movimento partigiano – liberale, socialista, radicale, cattolica, monarchica – si ricollegavano alle ideologie ottocentesche e a modelli politici ed economici già proposti e spesso già sperimentati con esiti deludenti. Non c’era nessuna idea nuova, nessuna rivoluzione, eccezion fatta per la componente comunista che proiettava nell’agone politico il miraggio della lotta di classe e della dittatura del proletariato. Un obiettivo che si concretava nell’azione sovversiva, violenta e sanguinaria, ma era destinato, almeno in Italia, a rimanere un’utopia. Il PCI, fin dai tempi della resistenza, come si è visto, si esauriva nel ruolo di longa manus sovietica in un paese ad influenza USA.

Praticamente tutte le forze politiche rappresentate nel movimento partigiano, chi per un verso, chi per l’altro, erano subordinate alle nazioni che stavano vincendo la Seconda Guerra Mondiale. Da una parte ci si affidava agli anglo-americani, dall’altra si parlava con una “vistosa cadenza russa”. Innanzitutto per un discorso militare (unica possibilità di vincere era che prima vincessero gli “alleati”) poi per una sudditanza politica (l’unica possibilità di entrare nei parlamenti della nascente repubblica era quello di scegliere o il partito americano o quello sovietico). La Resistenza dunque era una piccola minoranza, senza un progetto politico unitario e originale, tenuta assieme solo dall’odio al fascismo e dal desiderio di proporsi come nuova classe dirigente al servizio dell’invasore. Non c’erano grandi contenuti politici da offrire per ottenere consensi da parte della popolazione. Unica idea-forza da poter sfruttare e che il 25 aprile 1945 consentì di riempire le piazze, era quella della “fine della guerra”. Un’immagine certamente vincente, dato che le popolazioni, dopo cinque anni di tragedie, difficoltà e sacrifici, erano allo stremo. Ma si trattava di un’idea-forza senza particolari colorazioni politiche, che poteva essere cavalcata da chiunque in quel momento fosse stato il latore del messaggio: americani, inglesi o partigiani poco importava.

Dall’altra parte il Fascismo, nonostante il breve periodo nel quale era stato al potere – vent’anni in Italia; il nazionalsocialismo in Germania solo dodici – aveva rappresentato, esso sì, una vera rivoluzione, sia con il superamento della democrazia partitocratica e la mobilitazione delle masse nella costruzione della nazione – il popolo come baricentro del potere e il lavoro come cardine dell’economia -, sia con la realizzazione di grandi opere pubbliche, sia con la fondazione di un nuovo tipo di assetto societario – lo Stato sociale -, sia con la scelta di riscattare la libertà dei popoli dal giogo del monetarismo e della grande usura internazionale.

E l’obiettivo delle forze demo plutocratiche – centri della finanza cosmopolita e giudaismo – che scatenarono il secondo conflitto mondiale era proprio questo: bloccare queste rivoluzioni e, con ciò, impedire il riscatto e la libertà dell’Europa.

Joseph Goebbels scrisse sul Das Reich del 28 aprile 1944: “Durante le campagne nei diversi paesi d’Europa, il soldato tedesco ha potuto rendersi conto quanto sia progredita la Germania nel campo delle previdenze sociali di fronte agli altri Stati. Ancor più stridente è il contrasto con le condizioni sociali assolutamente retrograde che si riscontrano in Inghilterra e in America”.

In Italia lo Stato sociale fu realizzato ancor prima.

Sono del 1923 le leggi per la tutela del lavoro di donne e bambini, l’assistenza ospedaliera per i poveri, l’assicurazione contro la disoccupazione, l’assicurazione invalidità e vecchiaia, l’assistenza maternità e infanzia.
Sono del 1927 le leggi per l’assistenza agli illegittimi e abbandonati e l’assistenza contro la tubercolosi.

E’ del 1928 l’esenzione tributaria per le famiglie numerose; del 1929 l’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali e l’Opera nazionale orfani di guerra.

L’INAIL, l’Istituto nazionale Infortuni sul lavoro, è stato fondato nel 1933.

Nel 1935 è istituito il libretto di lavoro e l’INPS, Istituto nazionale per la Previdenza Sociale.

Nel 1937 la settimana lavorativa è ridotta a 40 ore, sono introdotti gli assegni familiari e fondate le Casse rurali ed artigiane.

Nel 1939 è introdotta la tessera sanitaria per gli addetti ai servizi domestici e nel 1943 è fondata l’INAM, Istituto nazionale per le Assicurazioni contro le Malattie.

Un capolavoro sociale, dunque, in gran parte sopravvissuto sino ad oggi, sessant’anni di regime antifascista sono riusciti solo a demolirne parti, anche fondamentali, e non hanno aggiunto nulla di sostanzioso.

In molte nazioni ancora oggi si è molto lontani da quelle conquiste sociali che il Fascismo aveva realizzato in pochi anni. Basti pensare al presidente USA Obama che, nonostante le promesse elettorali, non è ancora riuscito a introdurre nello Stato americano l’assistenza gratuita ospedaliera per tutti. In Italia Mussolini l’ha realizzata 86 anni fa.

Il discorso delle opere pubbliche e urbanistiche è ugualmente fondamentale per comprendere che tipo di Stato si stava realizzando. Dopo 64 anni di democrazia ci ritroviamo con un’Italia dove, in un primo momento, si è dato libero sviluppo all’edilizia selvaggia, poi si è costruita una fitta, spesso inutile, ragnatela di autostrade e infine sono sorti ovunque, come funghi, centri commerciali d’ogni tipo, vere e proprie città del consumismo. I beneficiari di queste operazioni sono stati: nel primo caso gli speculatori, nel secondo la famiglia Agnelli e tutti gli altri costruttori d’auto, nel terzo le multinazionali agevolate nel piazzare i prodotti della globalizzazione. Non certo il popolo.

Le opere del fascismo sono state di tipo diverso. Le bonifiche delle zone paludose e incolte: più di cinque milioni di ettari, prima inutilizzabili, consegnati al lavoro dei contadini. Paludi pontine, Tavoliere delle Puglie, latifondo siciliano, aree insalubri del Veneto, dell’Emilia Romagna, della Maremma, del Garigliano, del Volturno, del Sele, della Basilicata, di Sibari, della Sila, del Neto e della Sardegna.

Oltre 100 (cento!) città, borghi e villaggi realizzati ex novo per ospitare le nuove comunità agricole, minerarie ed artigiane. Acilia, Littoria (l’attuale Latina), Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Guidonia, Pomezia, Carbonia, per citare solo le più note. E si costruiva bene: durante il recente terremoto dell’Aquila le case edificate durante il regime fascista sono rimaste tutte in piedi; a venir giù sono state quelle “democratiche”, anche quelle recentissime, nonostante il fatto che, in teoria, la moderna tecnologia possa oggi offrire all’edilizia maggiore qualità, affidabilità e controlli.

In campo legislativo, in quegli anni, è stata realizzata una monumentale rivoluzione. L’intera impalcatura dei quattro codici, penale e di procedura penale, civile e di procedura civile, viene ricostruita completamente e nascono il codice forestale e quello di navigazione.

In campo economico fascismo e nazionalsocialismo avevano individuato il fulcro della lotta di potere che si stava sviluppando a livello planetario – che poi ha raggiunto le follie di cui oggi stiamo vivendo le conseguenze – cioè il progetto mondiali sta di governare l’intero globo attraverso il monetarismo, l’usura bancaria e la speculazione finanziaria.

“Contro Giuda, contro l’oro, sarà il sangue a far la storia”, cantavano i volontari della RSI.

Il governo Mussolini aveva realizzato un saldo controllo della rete bancaria, aveva contrapposto Banche di Stato a quelle della speculazione privata e aveva istituzionalizzato la diffusissima, capillare struttura delle Casse di Risparmio, costringendole a rigidi vincoli statutari no profit. Aveva inoltre collegato strettamente la Banca d’Italia agli Enti statali, raggiungendo l’obiettivo del suo controllo ed evitando che divenisse – come oggi invece è avvenuto – terra di pascolo di gruppi privati.

E’ sempre opportuno ricordare che il governo della Germania, in quegli anni, nazionalizzava la Banca Centrale, affermando in modo in equivoco che il proprietario della moneta deve essere il popolo. Contemporaneamente Stalin privatizzava l’Istituto di emissione sovietico, vendendolo alla finanza ebraico-americana.

I combattenti della RSI, ovviamente con un’ampia gamma di differenziazioni individuali, erano portatori di un’idea nuova ed erano i testimoni attivi di una rivoluzione che aveva cominciato a realizzarsi, con successo. Dall’altra parte, nella resistenza, quelli che combatterono in buona fede, erano spinti da una generica voglia di libertà che, come abbiamo visto, spesso si confondeva con il prorompente desiderio di vedere la fine della guerra.

Il fascismo fu politicamente una fucina di idee, culturalmente un’eccezionale esplosione di creatività, scientificamente un opificio di ingegni ed inventiva. Ancora oggi l’architettura e il design prendono le mosse dalle correnti che in quegli anni si formarono. Il Futurismo ha condizionato tutto il mondo artistico.

L’aviazione italiana era ammirata nel mondo. A New York fu dedicato un viale a Italo Balbo, in onore della transvolata atlantica del 1933, nella quale il quadrumviro della Marcia su Roma comandò uno squadrone di 25 idrovolanti.

Erano gli anni di Guglielmo Marconi e delle sue invenzioni. I primi studi sulla fissione nucleare furono fatti all’Università di Roma.

Durante il Fascismo si formò una gioventù estremamente ricca di idee e cultura. Una parte di questa visse quest’esperienza anche come scelta di militanza politica e si mise in prima fila in ogni opportunità che la rivoluzione le offriva. Scrive Alberto Bairati, redattore di Vent’anni, il giornale di Guido Pallotta, “per noi il Fascismo doveva essere un qualcosa che rendesse gli uomini migliori, più puri, più onesti, più generosi, che li facesse mettere a disposizione del Paese”.

Erano i giovani entusiasti, quelli destinati a divenire la nuova classe dirigente del fascismo. Ma da militanti, sin dall’inizio della guerra, coerentemente partirono volontari e furono tra i primi a morire.

D’altra parte, per la Repubblica nata dalla resistenza non esisteva una classe dirigente alternativa che si fosse preparata vivendo un’altra rivoluzione, frequentando altre scuole, forgiandosi ad un’altra cultura.

Quasi tutti i nuovi governanti erano cresciuti nell’Italia fascista esattamente come i Pallotta, Giani, Ricci, Pavolini, Mezzasoma. La nuova classe dirigente era dunque formata da individualità che, per scelte che si sono differenziate nel corso delle esperienze, degli avvenimenti, degli anni, o – la maggioranza – per convenienza, aveva preso le distanze dal Ventennio, ma si erano preparati nelle università del fascismo, nei GUF – i gruppi universitari -, nei Littoriali, nelle redazioni dei tantissimi giornali fascisti. Mi riferisco, tanto per fare qualche nome, nel mondo della politica, a personaggi come Andreotti, Fanfani, Ingrao, Moro, Preti, Spadolini e Taviani. Nel mondo del giornalismo, a Biagi, Bocca, Gorresio, Orlando, Rusconi, Montanelli e Zangrandi. Nel mondo della cultura a Quasimodo, Ungaretti, Montale, Gatto, Dessì, Pasolini, Pratolini, Pavese, Vittorini e Guttuso. Nel mondo del cinema a Rossellini, Antonioni, Comencini, lattuada, Lizzani, Zavattini e Blasetti.

Nonostante fosse dichiarata pregiudizialmente “antifascista”, la realtà che si andava delineando necessariamente pescava uomini e idee proprio nel mondo che voleva negare. Togliatti, dietro le quinte, invitava i dirigenti del PCI a imparare dal Fascismo; egli arrivò, nei suoi rapporti di partito, a indicare l’ideologia fascista come “un fattore essenziale nella formazione della sua base di massa”.

Affermò inoltre: “Se l’industria italiana è ancora un’industria debole in paragone con altri paesi, specialmente per la mancanza di materie prime, dal punto di vista della sua organizzazione interna è stata portata dai fascisti a un grado di sviluppo che si avvicina a quello dei paesi avanzati”. Togliatti individuava nel sindacato e nel dopolavoro fascista le organizzazioni di massa da studiare ed emulare. E’ molto chiaro nel definirli non meri fiori all’occhiello propagandistici del regime, ma “istituzioni effettivamente funzionanti e dinamiche della società civile”.

La Resistenza dunque, oltre a non aver avuto un suo patrimonio di idee nuove, non disponeva neanche di una propria classe dirigente. Le strade che si offrivano per il “dopo” erano caratterizzate principalmente dal servilismo ai blocchi dei vincitori della guerra – Occidente e URSS – coll’aggiunta di un forte condizionamento del Vaticano e della sua capillare rete clericale, ansiosa, dopo vent’anni di Stato forte, di tornare a muoversi con quella libertà e invadenza, come già goduta nei lunghi secoli del suo potere temporale.

Due mondi si stavano scontrando dunque, uno realmente rivoluzionario, sociale, popolare, ricco di idee, di creatività, di intraprendenza e di ardimento, battuto ma non rassegnato; un altro che nasceva dalla sconfitta – accettata con soddisfazione -, che rinunciava ad ogni sovranità ed era apertamente servile verso i nuovi padroni. Un mondo portatore di una concezione della politica, dello Stato e della partecipazione grigia, opaca, triste e deludente.

Oggi, dopo 64 anni, la politica è praticamente morta, le idee sono uscite dal dibattito e il confronto si esaurisce nel gossip e nelle contrapposizioni personali. La gente si disinteressa, le sedi di partito sono vuote, quando non sono addirittura chiuse. Sono rarissimi i libri che trattano la storia di questi decenni, ancor meno quelli che propongono le idee di questi tempi democratici, mentre sono usciti, e continuano a uscire con ritmo incalzante, migliaia di libri, film, documentari, sull’Europa fascista e nazionalsocialista di quei pochi anni tra le due guerre mondiali.


Il giudizio morale

Abbiamo svolto considerazioni sui combattenti della RSI e sui partigiani dal punto di vista storico, militare e politico e abbiamo anche affrontato il tema del rispetto dovuto a chi, in buona fede, combatte per un’idea e offre la vita per la sua affermazione.

Ma c’è una fetta della storia della guerra civile che rappresenta un capitolo a sé, non trova giustificazioni e, anzi, configura una questione morale insormontabile e ineludibile. Ci riferiamo agli assassinii perpetrati, a guerra finita, dopo il 25 aprile 1945, su fascisti o presunti tali e parenti di fascisti. I casi di persone fatte oggetto di vendette personali, o di famiglie benestanti massacrate per saccheggiarne i beni furono all’ordine del giorno.

Non si tratta di episodi marginali, provocati da qualche esaltato, di casi sporadici e isolati; si tratta di una mattanza sistematica, che ha insanguinato il nord Italia per mesi e, in alcune zone, per anni. E’ un’infamia che coinvolge tutta la cosiddetta “guerra di liberazione”: la Resistenza interna – sia nella base che nelle dirigenze, perché, anche quando non furono coinvolte direttamente nei crimini, tutti trattarono la questione con estrema disinvoltura, spregiudicatezza e omertà – e anche le Forze Armate “alleate” che lasciarono volutamente mano libera ai massacratori. Basti pensare a ciò che avvenne a Trieste dopo la cosiddetta liberazione: i partigiani di Tito arrestavano, uccidevano e deportavano gli italiani nonostante la presenza in città delle truppe neozelandesi.

L’istruzione operativa n. 5 del quartiere generale “alleato”, inviata il 4 aprile 1945 ai comandi della Quinta e Ottava Armata, definisce i comportamenti da tenere nei confronti delle formazioni partigiane per quanto riguarda il trattamento da riservare ai prigionieri fascisti: “E’ certo che al loro arrivo nell’Italia settentrionale, gli alleati troveranno una situazione nella quale i partigiani avranno già intrapreso azioni violente contro militari e funzionari fascisti, azioni che potranno prendere la forma di esecuzioni, pestaggi, imprigionamenti o destituzione dagli incarichi. L’atteggiamento degli alleati sarà il seguente:
a) nessuna azione verrà intrapresa rispetto a esecuzioni, pestaggi o destituzioni decise dai partigiani prima del loro arrivo,
b) i fascisti precedentemente imprigionati dai partigiani non saranno, salvo casi eccezionali, liberati dalle autorità alleate, ma rimarranno a disposizione delle autorità italiane per i processi di epurazione che essi vorranno intraprendere”
Roberto Battaglia, comandante di Giustizia e Libertà e primo “storico” della resistenza, affermò: “L’epurazione dobbiamo farla adesso, ché dopo la liberazione non si farà più, perché in guerra si spara, finita la guerra non si spara più”.

Il coinvolgimento dei comandi “alleati” e di tutta la Resistenza ha indotto la storiografia ufficiale a minimizzare, nascondere e negare. Lo fece, spudoratamente, Mario Scelba, allora ministro dell’Interno, l’11 giugno del 1952, affermando in Parlamento che il numero delle vittime accertate era solo di 1.732. Lo hanno continuato a fare gli storici “accreditati”, i registi in cerca di successo e i giornali compiacenti.

Afferma Giampaolo Pansa: “Una grande bugia nasce da un insieme di reticenze, di omissioni, di piccole menzogne ripetute mille volte, di distorsioni della verità. Tutte giustificate dal pregiudizio autoritario che la storia di una guerra la possono raccontare solo i vincitori. Anzi, uno solo dei vincitori. Mentre i vinti debbono continuare a tacere”.

“I vincitori – afferma Pansa – si sentono gli unici custodi del solo racconto autorizzato e legittimo del conflitto interno che insanguinò l’Italia fra l’autunno del 1943 e l’aprile del 1945. Per poi sfociare in una dura resa dei conti sui fascisti sconfitti. E tutto ciò contraddice il racconto da loro difeso deve essere smentito o, meglio ancora, taciuto, ignorato, cancellato”.

La congiura del silenzio è stata così massiccia che spesso l’individuazione dei numeri esatti è risultata quasi impossibile. Stiamo infatti parlando di un censimento che riguarda anche corpi che sono stati fatti sparire e fosse comuni che non sono ancora state rintracciate.

Sul numero degli zeri invece non ci sono più dubbi. Il giornalista Carlo Simiani, uomo della Resistenza, fece un’onesta indagine e la pubblicò in un volume ormai introvabile – I giustiziati fascisti nell’aprile 1945 – in cui riferiva di 40.000 uccisioni. Giorgio Pisanò, a seguito delle sue preziose e meticolose indagini, arrischiò la cifra di 46.000. Livio Valentini, dell’Istituto storico della RSI, arriva a 30.000, Giampaolo Pansa a 31.500, Gianantonio Valli ad un minimo di 35.000. Per rendersi conto della dimensione della mattanza dei fascisti effettuata nella settimana successiva al 25 aprile 1945 basta raffrontare queste cifre con il numero – 2.500 – delle uccisioni della mafia in dieci anni.

Insomma, decine di migliaia di delitti, assassinii inutili, esecuzioni feroci, tutti compiuti a guerra finita, a danno di persone disarmate, che non opponevano resistenza e non rappresentavano un pericolo per alcuno.

Esistono molti libri sull’argomento, che indichiamo nella bibliografia, cui rimandiamo i lettori interessati ad approfondire in modo esaustivo questi avvenimenti. Ci limiteremo qui ad una sintetica – e sicuramente incompleta – trattazione e a citare solo alcune delle stragi più efferate.

In Friuli si ebbe la decimazione del Battaglioni volontari Bersaglieri “Benito Mussolini”, soldati prima rinchiusi in caserma a Tolmino, poi prelevati a gruppi e trucidati sul greto dell’Isonzo, a Fiume, a Gorizia. I superstiti furono internati nel campo di prigionia jugoslavo di Borovnica nel quale molti trovarono la morte per fame, epidemie, torture. Solo 150 di loro, dopo il giugno 1947, rividero l’Italia; molti erano ridotti in tali condizioni fisiche che, nonostante il ricovero in ospedale, morirono nelle prime settimane del loro rientro in Patria.

La ferocia dei partigiani comunisti di Tito si scatenò contro le popolazioni italiane in Istria. Furono gettati, a gruppi di centinaia, nelle tristemente note foibe carsiche migliaia di italiani. Molti venivano “infoibati” ancora vivi. In Friuli e Venezia Giulia si raggiunse il tragico primato di uccisioni dopo il 25 aprile 1945, circa 12.000.

Anche in Veneto le vittime furono migliaia; i picchi si ebbero nelle provincie di Vicenza e Treviso.

A Oderzo 126 giovani della GNR e della Scuola allievi ufficiali arresisi al CLN il 28 aprile, dietro promessa di aver salva la vita, furono trasportati a Ponte della Priula e sul fiume Monticano e massacrati.

In quella zona, per festeggiare il matrimonio del capo partigiano Adriano Venezia, detto Biondo, con l’augurio di avere 12 figli, vengono prelevati 12 fascisti e fucilati lungo l’argine del Piave.

Sempre in provincia di Treviso, nei pressi della cartiera Burgo di Mignagola di Carbonera, tra la fine di aprile e la prima settimana di maggio furono sterminate 3.400 persone.

Scrive Antonio Serena, autore di una recente, dettagliata ricostruzione storica, La cartiera della morte: “Delle vittime – fascisti rastrellati nella zona e civili uccisi per motivi di vendetta e rapina – solo un centinaio furono riconosciute perché quasi tutti i corpi, come dichiareranno diversi testimoni a guerra finita, furono gettati nelle acque del fiume Sile, bruciati nei forni della cartiera o sciolti nell’acido. Le maggiori efferatezze avvennero all’interno della cartiera, dove imperava Gino Simionato, detto Falco”.

A Codevigo, vicino Padova, furono massacrate centinaia di persone. Parte dei corpi gettati in fosse comuni che solo in parte sono state rintracciate. Altri buttati nelle acque del fiume Brenta. Dopo ricerche durate fino al 1962 i parenti degli uccisi sono riusciti a recuperare i resti di 114 vittime: 77 a Cedevigo, le altre a S. Margherita e Brenta d’Abbà. E’ stato realizzato un ossario comune, anche a ricordo di tutti coloro i cui resti non saranno mai più ritrovati.

Nella notte fra il 6 e il 7 luglio i partigiani entrarono nel carcere di Schio dove erano rinchiuse 99 persone, 8 detenuti comuni e 91 fascisti o presunti tali. Per alcuni di loro appurata l’estraneità a fatti delittuosi, era già pronto l’ordine di scarcerazione. I partigiani raggruppano i prigionieri in uno stanzone e li mitragliano. Sopravvissero solo quelli che, caduti per primi, furono protetti dai cadaveri che gli erano finiti addosso. Morirono 54 persone, tra cui una ragazza di 16 anni e altre 13 donne. Ai cittadini che, richiamati dal frastuono degli spari prolungati, avevano raggiunto il carcere, si presentò uno spettacolo raccapricciante: il sangue, colato attraverso la scala e il cortile, era arrivato alla strada.

In Lombardia le vittime furono 8-10.000, con la punta massima nella provincia di Milano dove gli assassinii furono calcolati in 5.000 (3.500 in città). Sono state testimoniate esecuzioni sommarie di gruppi di militi disarmati a Pescarenico (Lecco), Lovere (Bergamo), S. Eufemia e Botticino Sera (Brescia), Varese, Como, Brescia, Pavia.

A Sondrio fu riempito il carcere di fascisti. I partigiani ogni giorno andavano a prelevarne un gruppo (una trentina per volta), che conducevano fuori e fucilavano. Fece particolare scalpore l’uccisione di due capitani medici e del sottotenente Alfredo Paganella che, portato in cima ad un campanile, fu gettato sulla piazza sottostante.

A Rovetta, in provincia di Bergamo, la Sesta compagnia della Legione Tagliamento al comando del sottotenente Roberto Panzanelli, di presidio al Passo della Presolana, il 26 aprile tentò la resa con i responsabili locali del CLN. Erano 47 ragazzi dai 14 ai 22 anni. Ricevuta l’assicurazione di essere trattati conformemente alle convenzioni internazionali, consegnarono le armi e furono rinchiusi nei locali della scuola elementare.

Sopraggiunsero da Lovere 160 partigiani al comando dello slavo comunista Paolo Poduie, che si faceva chiamare il Moicano. Sbrigativamente, i prigionieri furono sottratti alla custodia dei dirigenti di Rovetta e si stabilì che dovessero essere fucilati. A chi avanzava qualche perplessità in considerazione della giovane età dei prigionieri e del fatto che uno di loro, il ventenne vicebrigadiere Giuseppe Mancini, fosse il nipote di Mussolini, il Moicano rispose: “Abbiano un anno, due anni, siano figli anche del Papa, devono essere tutti fucilati”.

Il giovane Mancini, anzi, fu fucilato per ultimo, per farlo assistere alla morte di tutti i suoi camerati: come ultimo gesto salutò il mucchio dei 42 cadaveri riversi a terra, lungo il muro esterno del cimitero, poi si aprì la camicia, rivolgendosi con dignità alle canne da fuoco partigiane. Solo in quattro, alla fine, furono “graziati”, perché avevano meno di 16 anni.

La notte precedente, nell’attesa dell’esecuzione, i prigionieri furono trasportati – come riferisce Grazia Spada nel suo approfondito libro Il Moicano e i fatti di Rovetta – “in una zona di baite nei pressi del paese, ufficialmente per evitare che una colonna di tedeschi in ritirata lungo la provinciale li veda, ma più probabilmente perché sanno ciò che la Brigata “Camozzi” sta preparando e forse vogliono evitare che, qualora la situazione precipiti, l’irreparabile accada in paese”.

Il partigiano Buchi (Angelo Rossi di Giustizia e Libertà), con alcuni altri partigiani “decide di prendersi qualche svago: a suon di botte allinea i legionari lungo le pareti di due cascinali vicini, pretendendo di voler procedere alla loro fucilazione con le armi puntate nell’attesa dell’ordine di fuoco. Poi pare ripensarci e fa condurre i giovani nella vicina baita Gratarola dove li ammassa nella stalla al piano terra mentre lui e gli altri partigiani si sistemano al piano superiore. Inizia così una lunga notte di violenza. “Il Buchi e tutti gli altri presero a gozzovigliare e si divertivano a immaginare di quale morte ci avrebbero ucciso, se tramite fucilazione o per impiccagione o ambedue, per il giorno successivo: queste le affermazioni che dal sovrastante locale ci venivano trasmesse a squarciagola. A ore alterne scendevano a maltrattarci, bastonarci e depredarci, tanto che a me fu strappata un’armonica a bocca regalatami dal compianto capitano Alberto Martinola, comandante della mia compagnia d’appartenenza, la quinta, caduto sul Mortirolo, cui tenevo moltissimo, e con la quale stavo tentando di rialzare il nostro morale” (testimonianza di uno dei quattro sopravvissuti, Ferdinando Caciolo). La ricompensa del Buchi per quella nottata sono gli orologi, i portafogli e le catenine dei ragazzi”.

A Milano la mattanza fu lunga e indiscriminata. Alcuni camion, ogni giorno, giravano la mattina per recuperare i cadaveri dei fascisti dai bordi delle strade. Molti avevano gli occhi strappati dalle orbite.

Il cieco di guerra, medaglia d’oro, Carlo Borsani venne assassinato in piazzale Susa, insieme a don Tullio Calcagno, il sacerdote direttore di Crociata Italica. Il cadavere fu gettato su un carretto della spazzatura e portato in giro con un cartello su cui era scritto “ex medaglia d’oro”.

Nel solo Campo 10 del cimitero di Musocco, nella periferia nord ovest di Milano, sono sepolti oltre 1.000 fascisti uccisi dopo il 25 aprile.

La storica immagine di piazzale Loreto con i cadaveri di Mussolini, di Claretta Petacci e dei dirigenti fascisti assassinati a Dongo appesi a testa in giù alla pensilina di un distributore di benzina è l’orrido simbolo di una città preda di folli bande armate, abbandonata ad animaleschi istinti e spoglia di qualsiasi valore morale e civile.

In Piemonte il numero dei delitti non fu minore. Nella sola provincia di Torino se ne contarono 5.000.

Si ricordano le esecuzioni “a gruppi” di Avignana e Cigliano dove, il 27 aprile, si arresero 24 ufficiali del 2° RAU (Reparti Arditi Ufficiali) che furono rinchiusi nell’albergo Cavallino Bianco assieme a cinque ausiliarie e due donne, una delle quali incinta. Successivamente furono trasferiti tutti a Graglia dove per giorni, senza mangiare e bere, furono sottoposti a percosse e sevizie d’ogni genere. Il 2 maggio, infine, furono fucilati a gruppi nella campagna circostante.

Nel biellese la ferocia partigiana toccò limiti estremi. Sono innumerevoli le storie di uccisioni, così come quelle di sevizie e stupri. In quella zona operò Francesco Moranino, detto Gemisto, al comando del distaccamento Pisacane delle brigate Garibaldi. Ma Moranino non infierì solo sui fascisti. A guerra finita fu processato e condannato all’ergastolo dal Tribunale di Firenze per la strage della missione Strassera, l’eliminazione di sette partigiani “non comunisti”. Il PCI lo fece eleggere senatore e Giuseppe Saragat, una volta divenuto Presidente della Repubblica, lo graziò, nonostante non avesse fatto un solo giorno di galera.

Il 27 aprile, nei pressi di Vercelli, si arresero tutte le forze della RSI della zona, circa 2.000 soldati. Furono rinchiusi nello stadio di Novara allestito, per l’occasione, come campo di concentramento. Il 12 maggio arrivarono i partigiani di Gemisto che prelevarono un cospicuo gruppo di prigionieri e li condussero nell’Ospedale Psichiatrico di Vercelli. Qui si scatenò una mattanza da film dell’orrore; riferiscono i testimoni: 51 militi delle Brigate Nere furono straziati vivi; ad un camion attaccavano la testa con un fil di ferro e ad un altro le gambe, li squartavano e poi ci passavano ancora con le ruote; alle cave di Lozzolo ci fu un’esecuzione di un altro gruppo, fra cui un ragazzo di 19 anni; all’interno dell’ospedale le pareti erano sporche di sangue per un’altezza di due metri. Si trovarono cadaveri anche nell’orto, vicino alla lavanderia e anche a Larizzate, una frazione a sud di Vercelli; altri, caricati su due autocarri e una corriera, furono portati sul ponte di Greccio, sul canale Cavour e, a quattro a quattro, fucilati e gettati in acqua. Nei giorni seguenti, nei fossati d’irrigazione collegati con quel canale, furono ripescati oltre 60 cadaveri.

Nel cuneese le uccisioni, seguite a violenze d’ogni genere, furono talmente numerose da indurre il Vescovo, Giacomo Rosso, a far affiggere, in città e nei borghi limitrofi, un manifesto nel quale si chiedeva ai partigiani di dar fine a “giudizi sommari” e “vendette”, lasciando il compito di far giustizia alle Autorità costituite.

Riferisce il partigiano Lino Toselli, in un suo libro di memorie, di parecchie azikoni compiute in quei giorni, come, ad esempio, lo sterminio dei componenti della famiglia Giordano-Giraudo avvenuta a Sant’Antonio Aradolo. La madre e la figlia, risparmiate, furono costrette, assieme ad altre ragazze del posto e una decina di ausiliarie della Divisione Littorio, a rimanere nelle loro case trasformata in “bordello per partigiani”. Dopo una settimana di “questo trattamento” furono portate lontano dal paese e fucilate.

Tristissime anche le cronache di quei giorni provenienti dalla Liguria. A Genova si contarono 1.500 vittime. Il servizio recupero cadaveri fu per molti giorni svolto da autocarri targati Città del Vaticano.

1.0 furono gli uccisi a Savona, 1.000 a Imperia, 300 a La Spezia.

Nel savonese, sul Monte Manfrei, tra i comuni di Vara e Sassello, furono massacrati, i primi di maggio, 200 ragazzi della divisione San Marco che avevano consegnato le armi alle autorità della zona. Età media 18 anni. I partigiani li trasportarono nella zona tra la località La Romana e il Passo del Faiello. Denudati e legati mani e piedi, furono falciati dalle mitragliatrici e sepolti, alcuni ancora vivi, in fosse scavate nel sottobosco e poi ricoperte da foglie.

Nel 1948 il sindaco di Urbe, sollecitato dall’Associazione familiari caduti e dispersi della RSI, iniziò la ricerca delle fosse. Un lavoro che durò otto anni, ottenendo il recupero dei resti di 61 vittime. Nel 1957 bi carabinieri, con due documenti, dichiararono l’impossibilità di proseguire le ricerche a causa del terreno scosceso e impervio. Alcuni partigiani, interpellati all’epoca sull’eccidio, si giustificarono affermando che i prigionieri erano troppi per poterli internare e “dover pure dar loro da mangiare”.

A Cadibona, sopra Savona, al km 142 della provinciale 29, trentasette prigionieri furono fatti scendere dalla corriera sulla quale erano trasportati, condotti all’interno della boscaglia, spogliati e abbattuti con colpi sparatigli alla testa. I cadaveri, rotolati nella scarpata, furono trovati nelle settimane successive. Nella zona si parla ancora della “corriera della morte”.

A Guidobono di Legino, alla periferia di Savona, il 27 aprile tre partigiani prelevarono Giuseppina Gersi, una bambina di 13 anni che nello svolgimento di un tema aveva scritto di “ammirare Benito Mussolini”. La portarono nei locali della scuola media, la stuprarono per ore e poi la uccisero. C’è, ancora oggi, qualche mano anonima che lega al cancello di quell’edificio un fiore con una fettuccia tricolore.

Un orrido scenario si apre anche approfondendo ciò che avvenne in Emilia e in Romagna. Le vittime furono oltre 10.000. La mattanza durò molto più a lungo che nelle altre regioni: ci furono assassinii fino al 1949.

A Ferrara, nel carcere Piangipane, l’8 giugno entrò una squadra di partigiani. Individuarono i prigionieri politici e li radunarono al fondo di un corridoio; cominciarono a falciare i fascisti con ripetute raffiche di mitra. Nell’eccitazione provocata dall’esecuzione, continuarono a sparare, a lungo, sopra i cadaveri. Il capo guardia del carcere, siccome si era dimostrato visibilmente turbato, fu ucciso nel cortile. Prima di uscire, i partigiani fecero evadere i reclusi per reati comuni.

La zona delimitata dalle provincie di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara, fu denominata “il triangolo della morte”. I giornalisti e gli storici che si sono occupati della questione sono arrivati a redigere un elenco di 3.976 vittime con un nome; oltre 550 sono i corpi non identificati, parecchie centinaia gli scomparsi di cui non si è mai trovata traccia.

Si tratta di uno stillicidio di storie maledette dove le vendette politiche si intersecano con faide tra famiglie, questioni personali e razzie di cose e beni.

Un solo esempio per tutti: la strage dei fratelli Govoni. Scrive Giorgio Pisanò: “Uno dei fatti più atroci compiuti nel bolognese dopo la liberazione, accadde la sera dell’11 maggio 1945 allorché, in una casa colonica della campagna presso Argelato, un gruppo di partigiani, in maggioranza comunisti, seviziarono e strangolarono ad una ad una 17 persone: sette di queste appartenevano alla stessa famiglia. Erano i fratelli Dino, Marino, Emo, Giuseppe, Augusto, Primo e Ida Govoni. Il massacro di questi sette fratelli costituisce di certo una delle pagine più spaventose di tutta la guerra civile. Dei sette Govoni solo due, Dino e Marino, erano iscritti al Partito Fascista Repubblicano. Gli altri cinque non si erano mai interessati di politica; la più giovane, Ida, appena ventenne, si era sposata da poco ed era mamma di una bambina di solo due mesi”.

* * *

Oltre alle decine di migliaia di omicidi gratuiti ed efferati commessi dai partigiani dopo la fine delle ostilità, vanno ricordati anche i 400.000 prigionieri trattenuti in condizioni spesso disumane e alle 500.000 epurazioni durate sino alla svolta delle amnistie del 22 giugno 1946 dell’allora ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti, e del 7 febbraio 1948 proposta da Giulio Andreotti, all’epoca sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Nel corso dei processi istituiti sull’onda delle “giornate radiose della liberazione” non fu risparmiato nessuno. Si portarono alla sbarra anche le vedove di guerra, colpevoli di essersi dichiarate orgogliose del sacrificio eroico dei propri mariti e, coerentemente, di aver aderito alla Repubblica Sociale.

A Varese fu portata dinanzi alla Corte d’Assise la vedova della medaglia d’oro Niccolò Giani. Il processo si concluse con la condanna dell’imputata a tre anni, sette mesi e otto giorni di reclusione.
Certamente, per concludere, a carico della Resistenza esiste una pesantissima e incancellabile questione morale determinata da una infamante pagina di violenza e sangue che si è cercato in ogni modo di nascondere, negare e dimenticare. Si è persino inserito nel codice penale – nell’articolo 290 – il reato di “vilipendio delle forze armate della liberazione”.

Una questione morale che è impossibile non ricordare tutte le volte che si parla di “valori” della Resistenza.


La realtà istituzionale e l’esigenza della piena sovranità

E’ chiaro, concludendo l’osservazione dei fatti attinenti la guerra civile e la Resistenza, che l’attuale assetto politico italiano ed europeo è direttamente collegato, nonostante i sessantaquattro anni trascorsi, proprio a quegli avvenimenti, alle scelte fatte o subite allora, alle situazioni di subalternità accettate e alle quali non ci si è ancora ribellati.

I famosi “valori” della Resistenza, che si indicano ancora oggi come l’elemento condizionante della realtà istituzionale italiana e della legittimità politica, dopo le considerazioni che abbiamo fatto, assumono quanto meno un tono indefinito ed approssimativo, il riflesso di una storia che, se ha qualche luce, sicuramente ha molte ombre; si rivelano spesso “valori” costruiti a posteriori, ad uso dei vincitori: un francobollo raffazzonato, appiccicato ad un pacco, quello della Repubblica “antifascista”, completamente vuoto di ogni forma di sovranità.

Ma la mancanza di sovranità non è cosa da poco: rappresenta una gabbia che preclude ogni reale cambiamento, una gabbia dalla quale occorre uscire in fretta per dare libere prospettive all’Italia e all’Europa di domani.

Libertà di avere un’autonoma politica estera, di gestire il proprio sviluppo economico, di proporre originali scelte monetarie, di andare a cercare, dove più conviene, l’approvvigionamento delle fonti energetiche e delle materie prime.

Libertà di scrivere un nuovo Patto, una nuova Costituzione non più soggetta a condizionamenti e vecchie suggestioni ideologiche.

Il sistema politico Italia, così come è regolamentato dalla Carta – e i recenti scontri tra Palazzo Chigi, Quirinale e Consulta lo hanno ben evidenziato – prevede un potere politico debole, impossibilitato a innescare profonde ristrutturazioni e sempre sottoposto alle pressioni dei cosiddetti “poteri forti” che continuano a dominare e situarsi sopra le leggi.

Si tratta della caratteristica, sempre ricorrente, delle moderne democrazie occidentali. Anche in America il potere politico risulta essere sotto tutela della Federal Reserve e delle lobbies.

Il ministro delle Finanze Tremonti, nell’interesse dei cittadini, ha ripetutamente previsto nuove regole per gli Istituti di Credito e per la Banca Centrale, ma si è scontrato con la spavalderia di questi poteri i quali, come nulla fosse, hanno continuato a fare ciò che vogliono, ignorando le nuove leggi. Dopo aver provocato la crisi, il sistema bancario – indisturbato – si sta organizzando per speculare sulle conseguenze della ridotta liquidità. Nathan Rothschild ammoniva: “Compra quando il sangue scorre nelle strade, e vendi al suono delle trombe”.

Finché la politica sarà debole, sarà molto difficile cambiare il corso delle cose. E finché ci sarà questa Costituzione e perdurerà la sudditanza ai poteri internazionali che si sono “alloggiati” da noi fin dal 1945, la politica continuerà a rimanere debole.

Il popolo è libero di eleggere i camerieri, ma i padroni nessuno è legittimato a sceglierli, a contraddirli, a rimuoverli.

Occorre rifondare lo Stato, ritrovare i valori del nostro popolo e della nostra civiltà, riscrivere il Patto, riconquistare, ad una ad una, tutte le sovranità di cui ha bisogno una nazione per essere veramente libera. E per farlo è necessario che il popolo accetti di guardarsi, con estrema onestà, nello specchio della propria storia.

01/09/2010

http://www.italiasociale.net/storia07/storia010910-1.html