martedì 24 febbraio 2015

IMMIGRATI: COME FARLI RESTARE IN AFRICA E RISPARMIARE DENARO PUBBLICO


di Antonio de Martini

Nel link sottostante troverete un pre-progetto che ho predisposto qualche anno fa’. Per il progetto l’Unione Europea si dichiarò pronta a stanziare due miliardi di lire.
Un detenuto costa alla D.A.P. (Amministrazione Penitenziaria) 123 Euro al giorno. Quando feci il progetto costava 125.
Il secondo elemento costitutivo del progetto è che esiste nel Sud della Tunisia una depressione ( territorio sotto il livello del mare) – in Arabo Chott – grande quanto metà del Lazio: Chott el Djarid.
Esiste una legge che consente ad un detenuto di scontare la sua pena in patria.
Utilizzando questi tre elementi e basandosi su una vecchia idea di un geografo dell’Esercito Francese, avallata da Ferdinando Lesseps, si potrebbe creare nel Sud della Tunisia un progetto di sviluppo, da realizzarsi a bassa intensità tecnologica (pala e carriola), che consente di strappare duemila chilometri quadrati di territorio sfruttabile turisticamente al deserto, creare un mare interno di 5.000 kmq con al centro la terra di riporto che creerebbe un’isola grande il doppi dell’Elba ed un’altra minore da adibire a zona faunistica per gli stormi che al cambio di stagione sostano in quelle zone.  oltre a zone propizie per l’itticultura etc.
Il criterio strategico è che con il costo giornaliero di un detenuto in Italia, si remunerano 5 lavoratori in Tunisia a salario sindacale.
Non vi voglio rovinare la sorpresa. Leggete il testo e qualcuno lo passi a Matteo (Renzi e/o Salvini). 

Apri link
https://corrieredellacollera.files.wordpress.com/2015/02/tunisia-finale.pdf


Tratto da:
http://corrieredellacollera.com/2015/02/23/immigrati-come-farli-restare-in-africa-e-risparmiare-denaro-pubblico-di-antonio-de-martini/






sabato 21 febbraio 2015

Alcuni esempi del "terrorismo razziale" negli Stati Uniti dal 1877 al 1950



Ardere vivi prigionieri: una storia recente (anche) occidentale

Alcuni esempi del "terrorismo razziale" che si è scatenato negli Stati Uniti dal 1877 al 1950

di Diego Angelo Bertozzi

Il New York Times apre un piccolo squarcio su di una delle tante rimozioni che riguardano la storia della democrazia statunitense (quindi occidentale): la pratica sistematica del linciaggio contro le razze inferiori, accusate sovente di essere agenti patogeni della sovversione dell'ordine costituito. Una macabra via - non certo la sola - per risolvere, attraverso l'esempio e con la tolleranza delle autorità, l'emergere del conflitto di classe.
 
Racconta il giornale: dal 1848 al 1928, veri e propri pogrom di massa hanno portato all'uccisione di migliaia di messicani in Stati come l'Arizona, la California, il Nuovo Messico, il Texas, il Nebraska e l'Wyoming.
 
Nel 1910 in Texas, una folla preleva da una prigione un lavoratore messicano di 20 anni, Antonio Rodríguez, accusato di aver ucciso la moglie di un allevatore: viene legato ad un albero, cosparso di cherosene e bruciato vivo. 
Nella primavera del 1922, sempre in Texas, tre uomini afro-americani - due dei quali quasi certamente innocenti - sono accusati di aver ucciso una donna bianca e, sotto lo sguardo di centinaia di spettatori, vengono castrati, accoltellati, picchiati, legati a un aratro e arsi vivi.
 
Sono questi solo due esempi del "terrorismo razziale" che si è scatenato negli Stati Uniti dal 1877 al 1950 e che ha portato all'uccisione di circa 4.000 uomini e donne, secondo lo studio condotto dalla Equal Justice Initiative.

Fonte: lantidiplomatico.it

http://informatitalia.blogspot.it/2015/02/ardere-vivi-prigionieri-una-storia.html

giovedì 19 febbraio 2015

IL PADRE DI TUTTI I FALSI SU CEFALONIA


Per gentile concessione.

Il Comunicato del Governo Parri del 13 settembre 1945
di Massimo Filippini
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Il 13. 9. 1945 l'Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Presidente del Consiglio l'on. Prof. Ferruccio Parri) diramò il seguente comunicato:
  Appena oggi, in base alle documentate relazioni dei pochi superstiti e della diligente inchiesta condotta dall' Ufficio informazioni del Ministero della Guerra, si è in grado di fornire le prime notizie ufficiali circa l'eroica resistenza opposta nell'isola di Cefalonia ai tedeschi dalla Divisione Fanteria 'Acqui' nel settembre 1943.
  Un laconico comunicato straordinario tedesco emesso in data 24 settembre 1943 diceva: "La Divisione 'Acqui', che presidiava l'isola di Cefalonia, dopo il tradimento di Badoglio, aveva rifiutato di deporre le armi e aveva aperto le ostilità. Dopo azione di preparazione svolta dall' arma aerea, le truppe tedesche sono passate al contrattacco e hanno conquistato la città portuale
di Argostoli. Oltre 4000 uomini hanno deposto le armi. Il resto della Divisione ribelle, compreso lo Stato Maggiore di essa, è stato annientato in combattimento".
  In quel periodo la 'Acqui', forte di 11.000 uomini di truppa e 525 ufficiali, unitamente ad effettivi della R. Marina, presidiava l'isola di
Cefalonia (Grecia).
  L'annuncio dell'armistizio risvegliava nei soldati i loro veri sentimenti che si manifestavano nella decisione di dar guerra al tedesco.
  Il 13 settembre 1943, mentre il Generale Antonio Gandin, Comandante la Divisione, continuva ancora le trattative con il presidio tedesco dell' Isola, forte di 3.000 uomini, una iniziativa traduceva in atto l'eroica e ferma volontà dei soldati della 'Acqui', creando il 'fattaccio compiuto': tre batterie la 1°, la 3°, la 5° del 33° artiglieria, aprivano il fuoco contro i tedeschi al grido di 'Viva l'Italia'. Ad esse si affiancavano due batterie della marina ed alcuni reparti minori della fanteria.
  Il 14 settembre giungeva anche dal Comando Supremo italiano l'ordine di opporsi colle armi ai tedeschi. La battaglia, iniziatasi ufficialmente il  15, si protraeva con alterne vicende fino al 22 settembre. Fanti, artiglieri, marinai, carabinieri si prodigarono a gara in atti di valore; interi reparti si facevano annientare sul posto pur di mantenere le posizioni assegnate. Alcuni Ufficiali si toglievano la vita piuttosto di cadere in mano al nemico.
  Due intimazioni di resa non venivano neppure prese in considerazione, nonostante che la seconda, firmata dal generale Lanz, concludesse "Chi verrà fatto prigioniero non potrà più ritornare in Patria".
  Dal mattino del 21 settembre alle prime ore del pomeriggio del 22, tutti i reparti o militari isolati che cadevano in mano al nemico, venivano immediatamente passati per le armi mediante esecuzioni sommarie. Lasciavano in tal modo la vita: 4750 uomini di truppa, 155 ufficiali.
  Alle ore 16 del 22 settembre, veniva firmata ufficialmente la resa. Il mattino del 24 settembre, dalle ore nove alle tredici e trenta, venivano fucilati presso capo S. Teodoro, mediante regolari plotoni di esecuzione, gli ultimi 260 Ufficiali superstiti.
  Gli Ufficiali affrontarono la morte con superba dignità e fermezza.
  Nel trasporto dei soldati prigionieri dall'isola al continente greco, tre navi urtavano su mine e colavano a picco. I tedeschi mitragliavano i naufraghi. Perivano in tal modo altri 3000 uomini di truppa.
  Totale delle perdite inflitte al nemico: uomini di truppa 1500, aerei 19, mezzi di sbarco 17.
  Totale delle perdite subite: uomini 9000, ufficiali 406.
  Il Comando tedesco proibiva di dar sepoltura ai caduti, perché ".i ribelli e traditori non hanno diritto a sepoltura".
  La 'Acqui' rappresenta la continuità tra l'epopea della prima guerra
mondiale e quella dell'attuale guerra di liberazione: FEDELE AL SUO RETAGGIO DI GLORIA ED ONORE, SI E' SILENZIOSAMENTE IMMOLATA A CEFALONIA ED A CORFU'.
  SI ADDITA LA DIVISIONE 'ACQUI' CON I SUOI 9000 CADUTI E CON I SUOI GLORIOSI SUPERSTITI ALLA RICONOSCENZA DELLA NAZIONE.
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BREVE COMMENTO:

Dal suddetto Comunicato 'Ufficiale' dell'allora Consiglio dei Ministri -i cui falsi contenuti ancora oggi fanno stato sulla vicenda- si evince tuttavia:
- che il gen. Gandin stava trattando con i tedeschi la cessione delle artiglierie e delle armi pesanti (non di propria iniziativa ma in seguito a ordini ricevuti il 9 settembre dal Comando d'Armata di Atene NdA);
- che ci fu "un'iniziativa" avente lo scopo di dar luogo ad un 'fatto compiuto' da cui non fosse possibile recedere e da cui derivasse lo scontro con i tedeschi - il c.d. "fattaccio compiuto"- che, a detta del comunicato avrebbe dato origine alla battaglia che -secondo quell'ignobile cricca di falsificatori della storia- avrebbe portato alla morte di circa 10.000 soldati;
- che tale "iniziativa" fu presa da alcune batterie dell'artiglieria e della Marina, (al di fuori e contro gli ordini dei propri Superiori. NdA);
- che "solo dopo" sopraggiunse l'ordine di resistere ai tedeschi 
che non fu, quindi, determinante, tale essendo stata SOLTANTO
la "unanime" volontà dei soldati "di dar guerra al tedesco" di cui detto ordine fu, evidentemente, un corollario
.
  In tale menzognera ricostruzione dei fatti si omise però di precisare che la tanto celebrata APERTURA DEL FUOCO contro i tedeschi fu solo un proditorio attacco contro due INERMI motozattere che portavano -come di consueto-. viveri e rifornimenti al locale distaccamento tedesco di Argostoli di circa 500 ( e non 3.000) uominie come è provato dalla circostanza riferita allo scrivente dal Reduce Alfredo Reppucci (v.http://www.cefalonia.it/Il_Reduce_Alfredo_Reppucci_racconta....html ) che i due natanti tedeschi, vistisi presi a cannonate mentre stavano per approdare spararono in aria dei razzi colorati per farsi.... riconoscere.
  Questa dunque sarebbe stata la "potente flotta da sbarco" contro cui gli "eroici" cannoneggiatori spararono a tradimento, provocando 5 morti e vari feriti contro i quali, a quanto riferito dai resoconti tedeschi, spararono anche in mare. No
n solo ma il tanto strombazzato "eroico gesto" non portò ad alcun risultato, come si è voluto far credere, in quanto i tedeschi, stranamente pazienti, tentarono di proseguire le trattative con il Comandante italiano ed anzi, se non fosse giunto - la notte del 13 settembre- l'infame ORDINE DI RESISTERE  inviato SENZA UNA PREVIA DICHIARAZIONE DI GUERRA ALLA GERMANIA' con la conseguenza di far assumere ai nostri soldati la qualifica di 'franchi tiratori' -come tali passibili di fucilazione al momento della cattura-  le stesse si sarebbero certamente concluse, come provato anche dal tentativo compiuto dal gen. Gandin addirittura il mattino del giorno 15  che i "ribelli" si vantarono di aver fatto fallire come scrisse in un OSCENO articolo sul "Momento Sera" del 15.09.1945 (v. foto) l'allora s.ten medico (!) Pietro Boni  -  GRANDE AMICO E SOSTENITORE DELLE MASCALZONATE COMMESSE DAGLI 'SPARATORI' ed in particolare dall' APOLLONIO  il quale -COLMO DEI COLMI !-  dopo la fine degli inutilissimi combattimenti SI MISE ADDIRITTURA (!!) al servizio dei tedeschi con un gruppo di 1286 VIGLIACCHI che non ebbero scrupoli nel passare a SERVIRE la causa di questi ultimi nel 'famigerato' Raggruppamento Banditi Acqui' su cui sarebbe ora che le FFAA rompano l'ultrasettantennale silenzio per definire costoro con il nome di INFAMI TRADITORI da loro ampiamente meritato
(v 
http://www.miradouro.it/node/10460 )
  Onore e Gloria, dunque, ai Caduti che si videro 'costretti' -nella stragrande maggioranza- ad una lotta impari e segnata in partenza, da uno scellerato Ordine Superiore e non certo da una iniziativa sediziosa i cui autori rimasti in vita avrebbero meritato ben altra sorte e non le ricompense ed i riconoscimenti ottenuti.
Ma la Storia va avanti ed anche le presenti note redatte dal sottoscritto "A FUTURA MEMORIA" resteranno pur sempre nella mente di qualcuno che le trasmetterà ad altri e così via.
I pochi responsabili ancora in vita e coloro che ancora li sostengono non sperino quindi nella dimenticanza o   nell'indulgenza dei posteri: ci sarà sempre qualcuno che urlerà la Verità e passerà il testimone alle future generazione.
NON E' POSSIBILE CHE TALI INFAMIE POSSANO CONTINUARE AD ESSERE CELATE ALL'INFINTO

Massimo Filippini
Ottobre 2002
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N. B. Quanto sopra fu da me scritto quando ancora non avevo 'SCOPERTO' l'imbroglio COLOSSALE sui dati numerici delle VITTIME che, malgrado i funambulismi e le isteriche piroette di taluni 'prestigiatori' tra cui uno dei più accaniti fu l'insegnante di tedesco -e storico 'onorario' della Sinistra- Paolo Paoletti, non esitò a scrivere ( v 
http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=14482) in termini penosamente calunniatori contro di me alla RAI colpevole di aver citato -una volta tanto !-  le mie ricerche nel tg2 del 15 novembre 2007, 
da cui derivò la CONFERMA -sulla base dei Tabulati dei Caduti da me reperiti all'AUSSME-  dei seguenti DATI dei Caduti e Fucilati a Cefalonia:
Caduti e Fucilati nei combattimenti (15-22 sett.): circa 1.300
Fucilati dopo la resa (24 e 25 sett.): 136 Ufficiali e 17 Marinai utilizzati per trasportarne a mare i corpi e poi vilmente fucilati
.
Totale: circa
  Attendo da allora smentite fondate su Documenti e non su giochi di prestigio alla Paoletti di cui ricordo la faccia di bronzo con cui è passato dalla seguente affermazione: "DEI 12.500 MILITARI DELLA DIVISIONE ACQUI, A FINE GUERRA NE ERANO CADUTI 10.500" (pag. 18 del suo libro 'I Traditi di Cefalonia') a quella più recente che ne riassume il numero in  'OLTRE 4000".
  Ed è proprio da questo abilissimo ballerino di can can su Cefalonia che ho ricevuto nel suo capolavoro inteso alla celebrazione del suo idolo Apollonio il serioso invito: "Non si gioca con i numeri" !! su cui non so se ridere o piangere di compassione per il predetto.

  Dimenticavo: i Tedeschi in tutta la loro permanenza a Cefalonia ebbero in tutto CIRCA 35 - 40 MORTI addirittura meno di quanto critto nella famosa "Relazione Picozzi" da me scoperta all'AUSSME -dopo un cinquantennio di 'insabbiamento' altrimenti detto 'archiviazione' da parte delle FFAA-  in cui l'Autore, il ten. col. Livio Picozzi colà inviato nel 1948 dallo SME - Ufficio Storico- aveva quantificato lo stesso in 120 unità
(V http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=10283 )
 
  NON AGGIUNGO ALTRO: CREDO CHE BASTI

Massimo Filippini

mercoledì 18 febbraio 2015

IL DELITTO MATTEOTTI di Maurizio Barozzi

Roma - Febbraio 2015 – Testo non in vendita – Ai soli fini di studio



IL DELITTO MATTEOTTI di Maurizio Barozzi

Una inchiesta sul caso Matteotti e una analisi critica della tesi, oggi di “moda”, avanzata dallo storico Mauro Canali.



http://fncrsi.altervista.org/il_delitto_matteotti_150218.pdf

venerdì 13 febbraio 2015

SECONDA GUERRA MONDIALE: I CRIMINI DI GUERRA DEGLI ALLEATI

Brani tratti da WITNESS TO HISTORY
(testimonianza di storia) Michael Walsh

Fonte: Michael Walsh News Services
             Independent White European International News
             euroman_uk@yahoo.co.uk

Durante la Guerra furono sganciate più tonnellate di bombe sulla città di Berlino di quelle sganciate sull’intera Gran Bretagna durante tutta la Guerra. Tutte le città e cittadine tedesche con oltre 50.000 abitanti furono distrutte dal 50 all’80%.
Dresda fu incenerita assieme a 30.000 civili arsi o sepolti fra le rovine.
Amburgo fu totalmente distrutta e 70.000 civili morirono nei modi più orrendi. Mentre Amburgo bruciava, i venti che alimentavano le fiamme alte tre miglia, raggiunsero il doppio della velocità di un uragano superando le 150 miglia all’ora. Alberi con un diametro di 3 piedi (circa 90 centimetri) nelle periferie cittadine furono risucchiati dalla terra dall’innaturale forza di questi venti e scaraventati lontano nell’inferno urbano, e così anche veicoli, uomini, donne….e bambini.
Le fiamme vulcaniche furono scagliate in cielo a 5.000 piedi (circa 1.500 metri), quattro volte l’altezza dell’Empire State Building. I gas che si sprigionarono a quell’altezza causarono reazioni meteorologiche fin nella stratosfera.
Fra il 1940 ed il 1945, 61 città tedesche, con una popolazione totale di 25 milioni di anime, furono distrutte o devastate in una campagna di bombardamento iniziata dal governo inglese.
Una distruzione su tale scala non aveva altro scopo se non quello di uccidere in massa indiscriminatamente quanti più tedeschi era possibile, indipendentemente dal fatto che erano civili. Ciò portò ad un bombardamento di rappresaglia che fece 60.000 inglesi morti e 86.000 feriti.
Il celebre storico e stratega di guerra britannico, Capitano Sir Basil Liddell Hart, dichiarò che con questa strategia si arrivò alla vittoria "mettendo in atto i mezzi bellici più incivili che il mondo conobbe dopo le invasioni dei Mongoli" – The Evolution of Warfare (l’evoluzione della guerra, ndt), Baber & Faber, 1946, pag. 75.
"Fu assolutamente contrario al diritto internazionale" – Primo Ministro Neville Chamberlain.

LA GRAN BRETAGNA PRESE DI MIRA I CIVILI, E NON LA GERMANIA

"Hitler intraprese il bombardamento di obiettivi civili britannici solo con riluttanza, tre mesi dopo che la RAF aveva iniziato a colpire obiettivi civili tedeschi. Hitler sarebbe stato disposto a fermare il massacro in qualsiasi momento. Hitler era veramente ansioso di raggiungere un accordo con la Gran Bretagna mirante a limitare l’azione aerea alle zone di guerra" – J.M. Spaight., CB. CBE. Bombing Vindicated, pag. 47. Segretario Responsabile al Ministero dell’Aviazione.
"Churchill era ossessionato nel fare intervenire in guerra l’America. Cercò di spaventare Roosevelt con la prospettiva di una veloce vittoria tedesca. Cercò la provocazione, come l’affondamento della nave LUSITANIA nella Prima Guerra Mondiale per provocare l’opinione pubblica americana. Il bombardamento tedesco di civili inglesi poteva portare allo stesso scopo. Ma per settimane tutto era come se i tedeschi non avessero l’intenzione di essere così compiacenti". – The First Casualty, Philip Knightley, Andre Deutsch

I PRIMI ATTACCHI FURONO BRITANNICI

Il primo attacco aereo "di zona" durante la guerra fu effettuato da 134 bombardieri britannici sulla città tedesca di Mannheim, il 16 Dicembre 1940.( Nota del traduttore: l’autore ha dimenticato, per una ignota ragione, che il primo attacco fu effettuato dagli inglesi nel Maggio del 1940 sulla città di Friburgo, provocando morti e danni ma non rilevanti). Lo scopo di questo attacco, come spiegò in seguito il Capo dell’Aviazione Marshall Peirse, era di "concentrare il massimo danno possibile nel centro della città" – The Strategic Air Offensive Against Germany. (H.M. Stationery Office, London, 1961).

L’AMMISSIONE DELL’ALTO COMANDO BRITANNICO

"Poiché avevamo dei dubbi circa l’effetto psicologico della distorsione propagandistica della verità e cioè che eravamo noi che iniziammo l’offensiva del bombardamento strategico (civile), ci siamo astenuti dal dare alla nostra grande decisione dell’11 Maggio 1940 la pubblicità che meritava" – Bombing Vindicated. J.M. Spaight, CB. CBE. Segretario Responsabile al Ministero dell’Aviazione.
"Lo scopo primario di queste incursioni era di pungolare i tedeschi ad intraprendere raid aerei di ritorsione della stessa entità sulla Gran Bretagna. Questi raids avrebbero svegliato una intensa indignazione negli inglesi nei confronti della Germania e creare così una psicosi di guerra senza la quale sarebbe stato impossibile intraprendere una guerra moderna" – Dennis Richards, the Royal Air Force 1939/1945; The Fight at Odds. H.M. Stationery Office.

LA CLASSE DEI LAVORATORI NELL’OBIETTIVO DI UNO STERMINIO DI MASSA

"Condivido in pieno (il bombardamento terroristico). Sono per il bombardamento delle aree industriali delle città tedesche. Sono un sostenitore di Cromwell – credo nello "sterminare in nome di Dio!" – Sir Archibald Sinclair, Segretario d’Aviazione.

LA BANALITÁ DEL MALE SATANICO

"Loro (i Capi dell’Aviazione Britannica) sostenevano che il risultato desiderato, di ridurre la produzione industriale tedesca, verrebbe più prontamente raggiunto se le case degli operai delle fabbriche venissero distrutte. Se gli operai fossero impegnati a seppellire le loro mogli e i loro bambini, possiamo ragionevolmente aspettarci che la produzione scenda" – Advance to Barbarism, F.J.P. Veale; emerito giurista britannico.

DRESDA

"La storia a lungo occultata del peggior massacro della storia del mondo. La devastazione di Dresda nel Febbraio 1945 fu uno di quei crimini contro l’umanità i cui autori sarebbero dovuti essere chiamati in giudizio a Norimberga se quel tribunale non fosse stato snaturato".

– Richard. H.S. Crosman, Ministro del Governo Laburista.
"Ho letto le recensioni delle biografie di Sir Arthur Harris con sentimenti contrastanti ed anche la lettera di Robert Kee (8 Luglio).  Il 13 Febbraio 1945 ero ufficiale di rotta su uno dei bombardieri Lancaster che devastarono Dresda. Ricordo bene la riunione informativa del Capitano del nostro gruppo. Ci fu detto che l’Armata Rossa stava spingendosi verso Dresda e che la città sarebbe stata piena di rifugiati e che il centro cittadino sarebbe stato pieno di donne e bambini.

Il nostro obiettivo era la piazza del mercato.

Ricordo che eravamo in un qualche modo turbati ma facemmo come ci fu detto. Bombardammo l’obiettivo come ci era stato ordinato e sulla via del ritorno il nostro radio-marconista intercettò una trasmissione tedesca che accusava la RAF di tattiche terroristiche e che 65.000 civili morirono. Liquidammo ciò come propaganda tedesca.
Non avevamo ancora capito, finché alcune settimane dopo il mio squadrone ricevette una visita dall’Unità Cinematografica Crown che trasmetteva i film della propaganda bellica. Ci fu una riunione informativa beffarda, con una distinta differenza. Lo stesso Capitano del gruppo diceva: "siccome la piazza del mercato sarebbe stata piena di donne e bambini, non avremmo bombardato il centro cittadino per nessuna ragione. L’obiettivo sarebbe stato invece uno snodo ferroviario che portava ad Est di vitale importanza.
Posso categoricamente confermare che l’incursione su Dresda fu una macchia nera nella storia di guerra britannica. Gli avieri del mio squadrone erano convinti che quest’azione malvagia non fu istigata dal nostro rispettabile capo "Butch" Harris (Butch sta per: macellaio, ndt.), ma da Churchill. Ho aspettato 29 anni a dire ciò, e ancora mi tormenta" – A. Williams, Nottingham, the Observer, 8 Agosto 1984.

 BAMBINI MITRAGLIATI

Il mitragliamento a bassa quota delle colonne di rifugiati da parte della caccia americana e inglese era cosa di ordinaria amministrazione: "Si dice che gli animali dello zoo e i gruppi di rifugiati terrorizzati furono mitragliati mentre tentavano di scappare attraverso il Grossen Garten da aerei che volavano a bassa quota e che molti corpi crivellati di colpi vennero ritrovati in seguito in questo parco" – Der Tod von Dresden (la morte di Dresda), Axel Rodenberg, 25 Febbraio 1951.
A Dresda "perfino i resti ammucchiati di una corale di bambini furono mitragliati in una strada che costeggiava un parco" – David Irving, Destruction of Dresden.
Fu usato il fosforo "per via della sua dimostrata capacità di deprimere il morale dei tedeschi" – fonte ufficiale britannica.

 CITAZIONI DELL’EPOCA

"Posso dirvi che la Germania è stata completamente distrutta" – Generale Americano Bradley, Associated Press, Londra, 11 Giugno 1945.
L’offensiva dei bombardamenti terroristici costò la vita di oltre 2 milioni di civili tedeschi. Ne conseguì la totale distruzione di molte fra le più belle e storiche città d’Europa. Costò la vita a 58.888 aviatori della RAF, all’incirca lo stesso numero di ufficiali subalterni britannici durante la Prima Guerra Mondiale.
"Anche gli atti terroristici deliberati e senza senso, contro, ad esempio, Lubecca e Dresda, effettuati dai piloti Alleati, avrebbero dovuto essere soggetti ad indagine e portati davanti ad una corte di giustizia competente" – Generale di Divisione H. Bratt, Esercito Reale Svedese.
"Una nazione che cosparge un’altra di un manto di gas inevitabilmente letali oppure sradica intere città dal pianeta facendo esplodere bombe atomiche, non ha il diritto di giudicare nessuno per crimini di guerra; essa stessa ha già commesso la più grande atrocità, non paragonabile a qualsiasi altra atrocità; ha ucciso, fra indicibili sofferenze, centinaia di migliaia di persone" – Lydio Machado Bandeira de Mello, Dott. Giurista Professore brasiliano di Criminologia; autore di oltre 40 opere di legge/filosofia.
"Per quanto riguarda i crimini contro l’umanità, quei governi che ordinarono la distruzione delle città tedesche, annientando così valori culturali insostituibili e trasformando in torce umane donne e bambini, dovrebbero anch’essi essere trascinati in giudizio" – Hon Jaan Lattik. Statista estone, diplomatico e storico.

 ONORE POSTUMO PER I CIVILI TEDESCHI

"In conclusione, si deve ammettere, non senza un certo disagio, che i veri eroi della storia non sono né i comandanti dell’aviazione e nemmeno i 58.888 ufficiali e avieri del Comando Bombardieri uccisi in battaglia.
Gli eroi furono gli abitanti delle città tedesche sotto attacco; gli uomini, le donne e i bambini che soffrirono stoicamente e continuarono a lavorare fra le rovine in fiamme delle loro case e fabbriche, fintanto che non furono invasi dagli eserciti alleati" – Recensore del London Times sulla Storia Ufficiale Britannica dell’Offensiva Aerea Strategica.
"Non ci sono numeri definitivi sul numero di civili uccisi come conseguenza del bombardamento massiccio, ma 2 milioni dovrebbe essere una cifra attendibile (stima)" – Professor Harry Elmer Barnes, Dottorato in storia americana.
"La città di Kassel subì oltre 300 incursioni aeree, alcune con ondate di 1.000 bombardieri; inglesi di notte e americani di giorno. Quando il 4 Aprile 1945 Kassel si arrese, su una popolazione di 250.000 abitanti, solo 15.000 restarono vivi" – Jack Bell, Chicago Daily News Servizio Estero, Kassel 15 Maggio 1946
"Innumerevoli cittadine e paesi furono rasi al suolo o trasformati in città-fantasma come Wiener Neustadt in Austria. Di quella città, dopo le incursioni aeree, rimasero in piedi solo diciotto case e la sua popolazione fu ridotta DA 45.000 A SOLI 860" – In the Ruins of the Reich, Douglas Botting. George, Allen & Unwin, Londra, 1985

LE ALTRE CITTÁ

Berlino, Amburgo, Dortmund, Essen, Dresda, Francoforte, Norimberga, Dusseldorf, Hannover, Brema, Wuppertal, Vienna, Duisburg, Monaco, Magdeburgo, Lipsia, Mannheim, Stoccarda, Kiel, Gelsenkirchen, Bochum, Aachen, Wuerzburg, Darmstadt, Krefeld, Munster, Moenchen-Gladbach, Braunschweig, Ludwigshafen, Remscheid, Pforzheim, Osnabruck, Magonza, Bielefeld, Giessen, Duren, Solingen, Wilhelmshafen, Karlsruhe, Oberhausen, Heilbronn, Augsburg, Hamm, Knittelfeld, Luneburg, Cuxhaven, Kulmbach, Hagen, Saarbrucken, Friburgo, Graz, Coblenza, Ulm, Bonn, Bremerhaven, Wanne-Eickel, Worms, Lubecca, Schweinfurt, Kleve, Wiener-Neustadt, Wiesbaden, Paderborn, Bocholt, Hanau, Hildesheim, Emden, Siegen, Primasens, Halle, Bayreuth, Kreuznach, Witten, Aschaffenburg, Kaiserlautern, Gladbeck, Dorsten, Innsbruck, Neumunster, Linz, Klagenfurt, Reutlingen, Recklinghausen, Reuel, Regensburg, Homberg, Elmshorn, Wetzler, Villach, Hameln, Konigsburg, Moers, Passau, Solbad Hall i.T., Coburg, Attnang-Puchheim, Friedrichshafen, Francoforte sull’Oder, Danzica,  Chemnitz, Rostock, Schwerte, Plauen, Bad Kreuznach.
A queste vanno aggiunte importanti città italiane come Roma, Milano, Genova, Torino, Napoli, Bolzano.
 Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI
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CRIMINI ALLEATI IMPUNITI

Poco tempo fa mi è capitato fra le mani un mio vecchio libro di lettura di lingua tedesca dal titolo DEUTSCH FUER AUSLAENDER (tedesco per stranieri) scritto da Hermann Kessler edito nel 1970. Rileggendo alcuni brani, a pag.137 e 138 mi sono imbattuto in un racconto che parla della città di Dresda, della sua bellezza e della sua distruzione da parte dell'aviazione "Alleata".
Rileggendolo mi ha colpito e vorrei farlo circolare sia in lingua originale, ossia in tedesco, che con la relativa traduzione in italiano.

DER TOD VON DRESDEN
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Die weltberuehmten Schoenheit Dresdens kenne ich nur aus der Kunstgeschichte. Vom Untergang der Stadt haben mit die Ueberlebenden erzaehlt. Ihren Wiederaufbau habe ich mit eigenen Augen gesehen und die Bewohner bewundert, die in der Stadt des Todes mutiger gearbeitet haben als ihre Vorvaeter in der Wildnis des Erzgebirges.
Der Reiz Dresdens ist seine Lage. Die mittelalterliche Stadt war eine natuerliche Festung. Sie wurde um 1500 die Hauptstadt Sachsens. August der Starke, saechsischer Kurfuerst und Koenig von Polen, hat Dresden zu einer der schoensten Staedte Europas gemacht. Die beruehmtesten Baumeister der Zeit arbeiteten in der Stadt. Sie schufen den zierlichen Wunderbau des Zwingers, der einen bezaubernden Festsaal im Freien darstellt und die beruehmten Bruehlschen Terrassen an der Elbe, die man den Balkon Europas nannte.
Der Reichtum der Fuersten fuellte die Schatzkammern des Gruenen Gewoelbes und machte die Gemaeldegalerie der Stadt zu einer der ersten Kunstsammlungen der Welt.
All die Pracht wurde an einem Tag vernichtet.
Der Krieg ging seinem Ende zu. Stroeme von Menschen,Tieren und Wagen flohen aus den deutschen Ostgebieten. Dresden nahm die Fluechtlinge aus Schlesien und dem Suedetenland auf. Jeder freie Raum der Stadt war mit Menschen ueberfuellt. Die Fuhrwerke verstopften Strassen und Plaetze. Alle Gruenflaechen und Parks waren riesige Lager geworden. Die Einwohnerzahl der Stadt hatte sich
verdoppelt. 1.130.000 Menschen draengten sich in der Stadt, als ihr Untergang kam.
Dresden war ohne Verteidigung, die Einwohner ohne Schutz. Der Tod hatte leichtes Spiel. Dreimal schlug er in die hilflose Menge. Der erste Schlag verwandelte die Stadt in ein Feuermeer. Auf zwanzig Millionen Quadratmeter brannte ein Hoellenfeuer. Der Asphalt der Strassen gluehte. Als lebende Fackeln rannten die Menschen durch den Flammensturm, schrien, stuerzten und starben.
Zehntausende retteten sich auf die Gruenflaeche, die wie zwei riesige Inseln im Flammenmeer lagen.
Diese Stellen traf der zweite Angriff. Jede Bombe war ein Volltreffer auf wehrlose Menschen und Tiere.
Der dritte Schlag richtete sich gegen die Fluechtenden auf den Landstrassen. Er war der blutigste. Ueber 250.000 Tote kostete der Tag, viel mehr als die Atombombe auf Japan.
Wochenlang sammelte man die Toten in der Stadt. Als sie zu einer Gefahr fuer die Lebenden wurden, musste man sie zu Tausenden auf dem Markt verbrennen. Ein kleiner Huegel bedeckt die Asche von 10.000 Menschen.
"wer das Weinen verlernt hat, lernt es beim Tode Dresdens" sagte der Dichter Gerhart Hauptmann.
Einer der Ueberlebenden, Axel Rodenberger, schrieb ein erschuetterndes Buch "Der Tod von Dresden".
Er schrieb es ohne Hass und klagt niemand an. Er malt das Bild dieses blutigsten Kriegstages, um die Menschheit und ihre Staatsmaenner vor neuen Kriegen und groesseren Leiden in der Zukunft zu warnen.

T R A D U Z I O N E

LA MORTE DI DRESDA

Le celeberrime bellezze di Dresda le ho apprese dalla storia dell'arte. I sopravvissuti mi hanno raccontato lo sfacelo della città.
Ho visto con i miei occhi la sua ricostruzione e ho ammirato i suoi abitanti che, nella città della morte, hanno lavorato più alacramente di quanto fecero i loro antenati nei selvaggi Monti Metalliferi.
L'incanto di Dresda è tutto suo. La città medioevale era una fortezza naturale. Attorno al 1500 fu la capitale della Sassonia. Augusto Il Forte, principe sassone e re di Polonia, trasformò Dresda in una delle città più belle d'Europa.
I più famosi costruttori edili del tempo lavoravano in città.
Essi crearono la meravigliosa costruzione dello Zwinger,che rappresenta un incantevole salone all'aperto e le famose terrazze di Bruehl sull'Elba, denominate balcone d'Europa.
La ricchezza del principe riempì le sale del tesoro della Volta Verde e rese la galleria dei dipinti della città una delle prime raccolte d'arte del mondo. Tutto questo splendore fu distrutto in un sol giorno.
La guerra volgeva al termine. Fiumi di persone, animali ed automezzi fuggivano dai territori tedeschi orientali. Dresda riceveva i rifugiati dalla Slesia e dai Sudeti.
Ogni spazio libero della città era stracolmo di persone.
I mezzi di trasporto intasavano strade e piazze. Tutti gli spazi verdi ed i parchi erano diventati giganteschi accampamenti. Il numero degli abitanti era raddoppiato,1.130.000 persone si accalcavano in città mentre ne arrivava il tramonto.
Dresda era senza difese ed i suoi abitanti senza protezione.
La morte ebbe gioco facile. Per ben tre volte essa colpì nel mezzo della gente indifesa.
Il primo attacco trasformò la città in un mare di fuoco.
In venti milioni di metri quadrati bruciava un fuoco infernale.
L'asfalto delle strade si sciolse. Le persone, trasformate in torce umane, correvano attraverso la tempesta di fiamme,urlavano, cadevano e morivano.
Decine di migliaia si salvarono negli spazi verdi che fungevano da grosse isole nel mare di fiamme.
Queste isole furono raggiunte dal secondo attacco.
Ogni bomba era un preciso centro su gente ed animali inermi. Il terzo attacco venne indirizzato sui fuggitivi sulle strade di campagna. Fu il più sanguinoso. Quel giorno costò più di 250.000 morti, molti di più della bomba atomica sul Giappone.
Per settimane si raccolsero i morti nella città e quando questi rappresentarono una minaccia di malattie per i sopravvissuti, si dovette bruciarli a migliaia sulla piazza del mercato. Una collinetta ricopre le ceneri di 10.000 persone.
"chi ha dimenticato il pianto, lo impara nella Morte di Dresda", disse il poeta Gerhart Hauptmann.
Uno dei sopravvissuti, Axel Rodenberger, scrisse un libro scioccante dal titolo "la Morte di Dresda".
Lo scrisse senza odio e senza incolpare nessuno.
Egli dipinse un quadro di questo sanguinosissimo giorno di guerra per ammonire l'umanità e tutti i capi di Stato da nuove guerre e da nuove sofferenze nel futuro.

Gian Franco SPOTTI

Soragna (Parma)


Due parole sulla resistenza e il 25 aprile

di Maurizio Barozzi

«Il 25 Aprile 1945, dopo quasi due anni di guerra civile e di lotta antifascista, all’invito del CLN alla insurrezione, il popolo si sollevò a fianco dei partigiani cacciando via i tedeschi e sbaragliando i fascisti».
Con questo ritornello, che ha anche l’avallo delle autorità costituite ed è immortalato in festività, ricorrenze e quant’altro, si ha la sintesi di quello che è un mito: la Resistenza del popolo italiano contro i nazi fascisti, una “vulgata” totalmente falsa.
L’esaltazione unilaterale di imprese, di episodi stravolti, spesso inventati è sempre avvenuta da parte del potere costituito: è un modo come un altro di darsi una dimensione storica, di dipingersi come buoni ed eroici. Non a caso spesso le guerre sono iniziate dall’aggressore con una false flag, una finta offesa ricevuta, in modo da giustificare l’aggressione.
Anche il Risorgimento, parliamoci chiaro, è per buona parte una invenzione a posteriori e l’agiografia risorgimentale copre molte mascalzonate, nasconde gli gli sporchi interessi anglo francesi e le porcherie massoniche e piemontesi, oltre a diverse stragi e assassini. Ma almeno il Risorgimento ebbe una, seppur contenuta, partecipazione da parte della borghesia, sia intellettuale che mercantile e l’idea-Nazione riuscì a mobilitare diversi giovani. Anche sul piano “militare” poi, pur ridimensionandolo nelle esagerazioni, si può annoverare la presenza di Garibaldi.
Dietro la Resistenza invece c’è il nulla.
Non che sia falso che ci siano stati degli antifascisti, anche dei partigiani e persone che hanno lottato contro la RSI e i tedeschi, ma il falso è costituito dal fatto che, semmai, la minoranza di italiani che hanno partecipato alla RSI di Mussolini fu più numerosa, ma sopratutto gli episodi di carattere militare di questa presunta “Resistenza” furono talmente scarsi da risultare insignificanti.
Non ci fu affatto una partecipazione di popolo alla lotta antifascista, perchè il popolo la gente comune, rimase in massima parte estranea alle diatribe politiche e in attesa di una sperata e celere conclusione della guerra. Ed infine, è falso che il 25 Aprile ci fu una insurrezione che sbaragliò e caccio via fascisti e tedeschi, che invece, incalzati dalle truppe Alleate, cercarono di ritirarsi verso l’estremo nord (i fascisti) oppure si arresero e si chiusero nei loro acquartieramenti (i tedeschi).
La “verità” è sempre una sola, anche se spesso nascosta o confusa e per uno storico, qualunque siano le sue convinzioni politiche, sarebbe assurdo cambiarla o edulcorala per sostenere la propria ideologia o visione politica. In questa sede (articolo) tralasciamo riferimenti e documentazioni a sostegno della nostra tesi che, in ogni caso, è sotto gli occhi di tutti.
Personalmente, essendo il sottoscritto nato nel 1947, sono arrivato a queste conclusioni per ricerche, studi, analisi del periodo in questione, come un qualsiasi storico contemporaneo che analizzi, per esempio, la rivoluzione francese.
In ogni caso, avendo ascoltato tantissimi reduci o contemporanei a quegli avvenimenti, ho trovato conferma alla mia asserzione (del resto condivisa da tanti storici, molti dei quali per prudenza o per carriera non lo dichiarano apertamente), ma ho percepito anche la convinzione che molti contemporanei ai quei fatti, oggi anziani, in particolare persone politicizzate, oltre al trascorre del tempo che nel ricordo sfuma o esagera i fatti, spesso sono talmente contraddittori e quindi non in grado di dare un quadro realistico degli avvenimenti.
Alquanto realistica ed esaustiva risulta invece la letteratura di qualche decennio addietro, quella che non affrontava argomenti bellici o politici, ma narrava, indirettamente o di passaggio, semplici vicende quotidiane di vita vissuta tra il 1943 e il 1945. Incrociandoli con i fatti conosciuti ed accertati, sono questi i racconti che ci danno il quadro reale della situazione.

LA RESISTENZA
In tutta obiettività possiamo oggi dire che la cosiddetta “Resistenza” è una invenzione a posteriori ed ogni serio ricercatore storico sa benissimo che, militarmente parlando, la Resistenza fu letteralmente inesistente.
Siamo quindi in presenza di una agiografia dove sono stati ingigantiti o inventati fatti, episodi e altro, per descrivere una inesistente lotta del popolo italiano contro i fascisti e il tedesco invasore. A latere, infine, tutta una editoria e pubblicistica, soprattutto quella orientata a sinistra, ma non solo, sfornò a getto continuo racconti, rievocazioni, memoriali, testimonianze che, da un punto di vista storiografico lasciano molto a desiderare.
Sulla base dell’opera dello storico ed ex partigiano Roberto Battaglia Storia della Resistenza Italiana – Einaudi, 1953, iniziò così poco a poco a crearsi un mito: il “mito della Resistenza” che prese forma e si impose verso la fine degli anni ’60, primi anni 70, anche sulla scia delle fiction, ovvero di una certa filmografia che fin dal primo dopoguerra si impegnò in questo campo: tra gli altri, ricordiamo per esempio: Roma città aperta del 1945 di Roberto Rossellini; Achtung! Banditi! del 1951 di Carlo Lizzani; Le quattro giornate di Napoli del 1962 di Nanni Loy; e soprattutto Mussolini ultimo atto, del 1974 di Carlo Lizzani.
Così come nel film di Loy sulla presunta sollevazione di Napoli, anche in questo sulla fine di Mussolini del Lizzani, veniva abbondantemente travisata la realtà dei fatti e inventati episodi mai avvenuti. Il film di Lizzani poi, non era altro che la messa in pellicola della “vulgata” ovvero della versione falsa e di comodo che elementi del Pci ebbero a fornire sulla morte del Duce addebitandone oneri e onori a tal Walter Audisio. Una “vulgata” che lo stesso regista Lizzani nel 2007, in un suo libro di memorie ebbe oltretutto a smentire clamorosamente (e con essa il suo stesso film in cui Franco Nero interpretava l’”eroico” colonnello Valerio) laddove, riportando una lettera che gli scrisse nel 1975 Sandro Pertini, questi ebbe ad affermare: “...e poi non fu Audisio a eseguire la ‘sentenza’, ma questo non si deve dire oggi”.
Ma anche le presunte “4 giornate di Napoli”, ci consentono di fare un paragone ed elevare una osservazione storica: si prenda ad esempio l’episodio di Firenze, dove nutriti gruppi di “franchi tiratori” fascisti, accolsero a fucilate dai tetti gli invasori americani. Di questo avvenimento ne abbiamo innumerevoli prove, testimonianze, anche statunitensi, riscontri e documentazioni.
Viceversa, della immaginaria sollevazione del popolo napoletano che caccia i nazisti, non c’è nulla, se non racconti distorti di episodi affatto diversi che poi sono stati travisati, ed appunto la fiction filmica.
Ergo i “franchi tiratori” fascisti sono un fatto storico acquisito, le “4 giornate di Napoli”, viceversa, appartengono alla fantasia o alla propaganda.
Ora, storicamente, non possiamo negare che nei due anni che stiamo prendendo in considerazione, 1943 – ’45, ci furono diversi italiani antifascisti, che, come naturale che accada, presero ad aumentare, mano a mano che si andava verso la sconfitta.
Del pari ci furono partiti e gruppi che in qualche modo avversarono il fascismo e i tedeschi e nel corso degli eventi, molti furono catturati, imprigionati e passati per le armi. Una seria indagine storica ci dice però che, sostanzialmente, il cosiddetto fenomeno “partigiano”, con tanto di presunta partecipazione popolare, fu talmente esiguo che non se ne ha traccia sensibile negli avvenimenti di quel tempo.
Ma ancor più insignificante è il riscontro militare di una effettiva lotta partigiana, quello che dovrebbe caratterizzare il valore e la portata di una vera e propria Resistenza, e che invece manca assolutamente.
Qualche imboscata, attentati nell’0mbra, occupazioni di località sgombrate dal nemico, ripiegamenti in montagna, ecc., non possono costituire un serio elemento per dare a questi episodi il carattere di una resistenza armata ai “nazifascisti”.
Mancano quindi i due elementi fondamentali: azioni ed eventi bellici significativi e partecipazione di popolo, per poter parlare di Resistenza.
Ingigantire qualche episodio e inventarne altri, con la complicità dei partiti e della editoria embedded, può creare un mito, non descrivere la storia.
I cosiddetti partigiani, di cui oggi se ne decantano le gesta, furono poche migliaia in tutto e su tutto il territorio nazionale e i renitenti alla leva che ne costituivano il grosso delle fila, erano andati in montagna, proprio per non combattere.
Gli idealisti antifascisti, comunisti e non, erano una presenza veramente minimale, comunque bisogna riconoscere che c’erano, e spesso furono proprio quei pochi a pagare con la vita.
Ma parlare di “liberazione”, di sollevazioni popolari, ovvero di Resistenza è non solo una esagerazione, ma un falso storico, perchè questa minoranza di antifascisti “attivi”, idealisti, renitenti o occasionali, alla macchia o clandestini nelle città, frange dell’Esercito monarchico, ecc., non compirono alcun atto bellico di rilievo.
Attentati, come quello di via Rasella, a Roma, compiuti da cinque, sei persone, che fanno scoppiare una bomba, nascosta in un carrettino, lo storico non può considerarli vere imprese di guerra.
Li considerarono purtroppo come atti di guerra a loro danno, con le conseguenze che sappiamo (rappresaglia delle Ardeatine) i tedeschi.
I dirigenti e i pochi membri del CLNAI, con i loro altisonanti nomi di “battaglia” svolazzavano nei conventi o in sicuri rifugi delle città, riunendosi, parlando e scrivendo di lotta al fascismo e di guerra ai nazifascisti, ma facendo poco o nulla sul piano militare. Anche qui, quindi, abbiamo una Resistenza più che altro sulla carta.
A guerra finita si tramutarono in gesta ed imprese, quelli che al massimo erano i loro intenti o quel poco di “trafficare” e contatti che ebbero a intraprendere.
Certo, leggendo i diari, i libri e i memoriali di questi antifascisti, sembra chissà quali gesta stessero compiendo, quali grandi attività antifasciste e armate, stessero portando avanti, ma non è così e le cronache storiche smentiscono o non registrano queste imprese
Non basta un “diario”, un memoriale, un articolo, per scrivere la storia!
Una qualche nefasta presenza la fecero sentire i GAP e le SAP, con le azioni terroristiche in incognito e usi a colpire alle spalle, istigati, da Radio Londra. Costoro importarono in Italia, metodi terroristici che poco ci avevano appartenuto e vien dal ridere che anni dopo, quegli stessi metodi del “mordi e fuggi”, colpisci alle spalle, praticati dalla Brigate Rosse, furono considerati “criminali” da parte del “padre della Resistenza”, quel Sandro Pertini divenuto ossequioso Presidente di una Italia liberal capitalista e colonia americana.
Ma tornando ai Gap, anche qui stiamo parlando di poche decine di componenti, nascosti tra la popolazione nelle grandi metropoli.
Ricapitolando: l’esiguo numero di partecipanti attivi alla lotta contro il fascismo e soprattutto le poche e insignificanti loro gesta militari, smentiscono la dimensione di quelli che pomposamente si definiscono: Resistenza, Insurrezione, Liberazione.
Le stesse fonti partigiane, per esempio, ci dicono che a Como, tra la sera del 25 aprile 1945, quando vi giunse indisturbato Mussolini con i membri del suo governo e la mattina successiva vi arrivarono circa 4 mila fascisti in armi, i membri clandestini del CLN locale ammontavano a circa 50, ovviamente, più che altro di nome che non come vera presenza attiva.
E pensare che era con questi “fantasmi” che le rinunciatarie autorità della RSI di Como: Questore, console della Milizia e Prefetto repubblicani, da alcuni giorni stavano trattando in segreto il passaggio dei poteri e il loro defilarsi.
A questo si aggiunse la scempiaggine, l’idiozia, la assoluta mancanza di senso militare e in alcuni casi la voglia di farla finita se non il tradimento, da parte di alcuni comandanti fascisti ivi sopraggiunti, che in poche ore fecero squagliare come neve al sole quei 4 mila uomini armati e a notte alta del 27 aprile firmarono una ignobile “tregua” che in realtà era una vera e propria resa che finì per avere tragiche conseguenze per molti fascisti oramai fatti arrendere, ma non per alcuni loro comandanti che evidentemente avevano concordato il modo per squagliarsi e che poi, alcuni di loro, troveremo a far carriera nel partito di destra, neofascista per nomina, ma antifascista di fatto.
É noto che quando Mussolini il pomeriggi del 25 aprile 1945 si recò in Arcivescovado per trattare un passaggio indolore dei poteri (non una resa, come si volle poi far credere) tra le sue milizie che si ritiravano verso la Valtellina e le nuove autorità cielleniste che sarebbero subentrate nel vuoto dei poteri di quei giorni, i rappresenanti ciellenisti, presenti in Curia con il Cardinale Shuster, avrebbero dovuto chiedere a Mussolini di “lasciargli” alcuni reparti della RSI, per mantenere l’ordine nel caos di quei momenti, perchè loro, i delegati del CLN e del CLV, non ne avevano affatto. Un Cadorna, comandante, più che altro nominale del CVL, il braccio armato della Rsistenza che si muoveva solo dietro l’arrivo delle truppe Alleate, e addirittura in quella sede pretendeva una resa senza condizioni da Mussolini, si indignò e disse “Ho 50 mila uomini!”. Battendo il pugno sul tavolo, il maresciallo Rodolfo Graziani gli rispose: “Tu hai 50 mila c...!”
Queste cose qualche storico o osservatore storico più onesto e serio o con meno remore (come fu ad esempio Franco Bandini) le ha spesso scritte apertamente.
La tanto decantata 57esima Brigata Garibaldi che alle 7 di mattina del 27 aprile, ebbe la ventura di incappare in Mussolini e la sua colonna comprensiva dei carri tedeschi in ritirata, mentre cercavano di defluire verso la Valtellina, era composta da poco più di una decina circa di partigiani. Furono le circostanze, la defezione tedesca, la strada impervia e a fettuccia facilmente sbarrabile e controllabile dalla soprastante altura (il “Puncet”) che consentirono a questi partigiani di fermare la colonna motorizzata bloccata appena fuori dell’abitato di Musso.
Questa era la consistenza numerica della Resistenza almeno che non vogliamo prendere in considerazione le adesioni a cose fatte, quelle che videro precipitarsi ad ingrossare le fila dei CLN o delle Brigate partigiane centinaia di “eroi dell’ultim’ora, o le grosse aliquote di popolazione che, spariti i tedeschi e arresisi i fascisti, scesero nelle piazze, spesso per curiosità, ma ovviamente facendo massa e partecipando emotivamente con i “vincitori”, ecc.
La resistenza quindi fu, più che altro un operare politico, un darsi da fare e un attività minimamente militare, per conto degli Alleati e su loro disposizioni, come dimostravano le direttive e le imposizioni di un Promemoria di accordo fra il Comandante Supremo Alleato del teatro di operazioni del Mediterraneo e il C.L.N.A.I del 7 dicembre 1944 firmato dal generale Maitland Wilson, e per il CLNAI da Alfredo Pizzoni, Ferruccio Parri, Giancarlo Paietta ed Edgardo S0gno.
Tra le forze principali che operarono in senso antifascista dobbiamo segnalare l’Alta Finanza, per suoi interessi, attraverso il suo uomo nel CLNAI Alfredo Pizzoni e gli esponenti industriali: i Valletta, i Falk, gli Edison, ecc., ostili al fascismo e preoccupati dalle Leggi sulla Socializzazione varate dal governo di Mussolini.
Nei giorni caldi della “Liberazione” al Nord, partigiani armati furono mandati a difendere le ville dei grandi industriali ai quali poi, a guerra finita, fu fatto il regalo, su ordine Alleato, di cancellare tutte le Leggi, da poco varate sulla Socializzazione.
Un discorso a parte andrebbe fatto per il Pci, l’unico che poteva contare su gruppi di militanti sparsi nel territorio, il quale però condusse una guerra civile tutta sua, quella che abbiamo accennato dei Gap e Sap, con agguati e imboscate, finalizzata ad assecondare i desiderata di Mosca la quale poi era in accordo con gli Alleati in virtù degli impegni di Jalta.
Togliatti e Longo, quindi, non solo furono fedeli servitori delle direttive di Mosca (che gli imposero la svolta “democratica” di Salerno del 1944, del resto gradita dai dirigenti comunisti), ma anche del SOE, l’Intelligence Britannica, che in varie località organizzò agli uomini del partito comunista i rifugi logistici, le attrezzature e i finanziamenti. Connubi questi che proseguirono anche nel dopoguerra, con la criminale cessione, agli inglesi, di importanti documentazioni di interesse nazionale.
Ma Togliatti fu anche un sodale di monsignor G. B. Montini, il futuro Papa, legato alla massoneria finanziaria statunitense, al tempo organizzatore del servizio segreto Vaticano che per sua natura aveva uomini, o meglio serpi, sia nella Resistenza che nella RSI. Insomma il Pci condusse una sua “lotta privata” che gli doveva far avere un posto politico e una sua funzione nella nuova Repubblica democratica e antifascista.
Altro che rivoluzione comunista in Italia! Solo le destre idiote o in malafede hanno potuto descrivere un PCI rivoluzionario dedito alla sovversione in Italia.

LA REPPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
A conti fatti, la RSI ebbe, seppur sempre una minoranza, una buona partecipazione di popolo, circa 800 mila aderenti, anche se molti vi aderirono “per ufficio”, ovvero perchè trovatisi a proseguire lavori o servizi nell’Italia del Nord.
Considerando però che furono adesioni verso uno Stato che oramai si sapeva andare verso la sconfitta, con tutte le conseguenze per i suoi seguaci, questi adesioni non furono poche.
Anche i fascisti, le Brigate Nere, le formazioni autonome, ecc., che bene o male a differenza dei partigiani, indossavano una divisa, furono una minoranza, ma comunque costituirono una sensibile presenza di popolo, ma ovviamente, anche loro, subivano da parte della popolazione un certo isolamento (non avversione) perchè considerati una presenza “pericolosa” e “fastidiosa”, che comprometteva e “faceva proseguire la guerra”.
Tutto questo gli occupanti, gli Alleati, lo sapevano benissimo ed ebbero a precisarlo apertamente in varie occasioni, negando anche ai cosiddetti partigiani, privi di divisa e segni distintivi, la qualifica di “combattenti”.
Anche una Sentenza del Tribunale Supremo Militare (n° 747 del 26.4.1954), tribunale, si noti, di questa Repubblica democratica, tra l’altro affermava:
1) I combattenti della RSI hanno diritto di essere riconosciuti belligeranti;
2) gli appartenenti alle formazioni partigiane non hanno diritto a tale qualifica, perché non portavano distintivi riconoscibili a distanza, né erano assoggettati alla legge penale militare.

IL POPOLO ITALIANO
La popolazione italiana, come si può riscontrare da una infinità di memorie non di parte, ma di gente semplice che magari parla di altre cose, di vita quotidiana, ecc., per lo più viveva nella speranza che la guerra finisse al più presto e con essa fame, miseria e disgrazie. Essendo la Nazione impegnata in una lotta mortale per la sua liberta e sopravvivenza, da un punto di vista “morale”, questo agnosticismo non depone certo a favore del nostro popolo, da sempre privo di grandi doti caratteriali, ma del resto quando si parla di civili, di popolazione, le cose sono sempre andate in questa maniera, seguendo le sorti della guerra: folle osannanti agli inizi o se le cose vanno bene, folle avverse che maledicono alla fine se le cose vanno male.
É la natura umana, tanto è vero che, sempre e comunque, i vincitori, hanno poi trovato uomini, civili e militari, pronti a cambiare casacca, a servirli, a interpretare ruoli di governo fantoccio loro assegnati e anche a fare da spie e da boia.
É ovvio che la popolazione con la sconfitta che pareva inevitabile (dal 1944 si avvicinava ogni giorno sempre più) e con l’Italia spaccata in due, Nord e Sud, dal tradimento badogliano e l’invasione in Sicilia, aveva perso il senso reale di chi fossero i veri invasori (che erano gli Alleati) e chi fossero i nostri alleati (i tedeschi) e tendeva a ragionare in termini utilitaristici e di pura sopravvivenza.
L’arrivo degli Alleati nelle cosiddette località “liberate”, di conseguenza, era accolto come la fine della guerra, delle privazioni e per questo festeggiato.
I tedeschi erano considerati soldati corretti, ma su di essi pesavano le loro insensate rappresaglie, non considerando ottusamente costoro che, comunque sia, la RSI era uno Stato alleato e quindi non si dovevano applicare con noncuranza le leggi di guerra. I tedeschi erano temuti e si era lieti quando se ne andavano, ma anche qui, più che altro, perchè agli occhi della popolazione rappresentavano la prosecuzione della guerra e delle privazioni. Insomma, per il popolo, non vi era partecipazione politica, tantomeno ideologica e neppure emotiva, né da una parte, né dall’altra.

IL 25 APRILE E LA “LIBERAZIONE”
Sostanzialmente, il “25 aprile” è la data della nostra sconfitta militare, della totale occupazione del suolo italiano e la fine, tutt’ora perdurante, di ogni nostra sovranità nazionale. Qualunque sia il pensiero e l’ideologia di ciascuno, non si può che prendere atto di questa realtà indiscutibile. Tutto il resto è retorica.
La guerra è la soggiogazione delle nazioni sconfitte, rapina in ogni campo, imposizione di un proprio modello economico, culturale e politico.
E il 25 aprile 1945 l’Italia venne sconfitta e occupata dal nemico e nemico vero, anglo americano. Chi: persona singola, gruppo o partito, da questa occupazione ci ha guadagnato, ne ha tratto benefici in qualsiasi modo, personale, ideale, politico o che altro, può esserne soddisfatto, ma la sostanza dell’avvenimento non cambia: Il 25 aprile l’Italia fu definitivamente occupata dallo straniero. Punto.
Ma a proposito di “liberazione” si sappia che a Milano il 25 aprile, data fatta passare alla storia come giorno dell’insurrezione popolare, proclamata dal CLN, ma in realtà non eseguita, tranne uno sciopero dei mezzi in giornata e gli uffici che presero a svuotarsi nel sentore di imminenti avvenimenti decisivi, non accadde proprio nulla e i fascisti restarono padroni della città, fino a notte alta, quando intorno alle 5 del mattino lasciarono, armati e indisturbati, Milano da Piazza S. Sepolcro, via Dante e Corso Sempione, per incamminarsi verso Como.
Solo dopo quell’ora, nella metropoli, rimasta priva di fascisti, le “nuove” autorità della Resistenza, uscite dai loro sicuri rifugi per ricoprire le cariche che si erano assegnati, ma privi di uomini, come abbiamo già accennato, dovettero far occupare il palazzo del Governo, ovvero la Prefettura di Corso Monforte, lasciata da Mussolini, da uomini della Guardia di Finanza del col. Alfredo Malgeri.
Una G.d.F. da sempre con i piedi in due staffe e ora, a vincitori sicuri, passata ufficialmente dalla parte della Resistenza.
Libri di storia (falsa) e riviste di storia (altrettanto falsa), mostrano sovente foto di gruppi di partigiani e di civili, armi alla mano, che sembrano intenti a formare barricate o studiare imminenti azioni militari. Trattasi quasi sempre di falsi, di pose realizzate da appositi Studi a guerra finita, oppure messe in scena, ben lontani da teatri bellici, atte a mostrare imminenti azioni.
Ma non è raro neppure il caso di alcuni nominativi di fucilati dai tedeschi, in alcune rappresaglie, che vengono dati come “martiri antifascisti, quando invece, addirittura, trattasi di aderenti alla RSI o suo personale che vennero insensatamente rastrellati dai tedeschi infuriati per qualche attentato e passati per le armi.
Certo, storicamente, sono esempi poco importanti, ma sono significativi per dimostrare come, di tante tragedie ed eccidi, di povera gente che non era ne “anti”, nè “pro”, si sono fatte generalizzazioni e vi sono state poste etichette di martiri per una presunta “lotta antifascista”.
Il 27 aprile poi, scesi precedentemente dalle montagne grazie all’arrivo delle truppe Alleate o per il rifluire dei presidi tedeschi e fascisti, arrivarono a Milano le “famose” divisioni partigiane, quelle dell’Oltrepò pavese e più avanti ancora le “famose” divisioni Garibaldi, Matteotti, di Moscatelli della Valsesia, ecc., spesso contrassegnate da cervellotiche e altisonanti numerazioni, ma che in realtà tranne gli “arruolamenti dell’ultim’ora”, erano sempre state costituite da pochi elementi.
Arrivarono e sfilarono con armi e belle divise e fazzoletti, nuove fiammanti, fornite dagli americani, a dimostrazione che mai erano state impegnate in veri combattimenti.
A secondo delle varie località del Nord, fu solo nel pomeriggio del 25 aprile, ma più che altro il 26 e 27 aprile, con i tedeschi che oramai avevano smesso di combattere, anzi si erano arresi agli Alleati e si ritiravano nei loro acquartieramenti e i fascisti che lasciavano i presidi e si ritiravano verso Como e la Valtellina, che si ebbero arruolamenti “tranquilli” e festanti nelle Brigate partigiane e nei CLN locali.
Allora sì che il numero “dei guerriglieri” ebbe a crescere con adesioni che in futuro fruttarono spesso una pensioncina a questi “eroi” dell’ultim’ora.
Sui pochi fascisti rimasti isolati, su quelli che si arresero e così via, si abbatté la furia omicida e vendicativa dell’antifascismo.
Gli Alleati, fin dalla fine del 1943, avevano per il fronte italiano la direttiva di procedere con lentezza, altrimenti avrebbero sfondato il “ventre molle” dell’Asse e sarebbero facilmente penetrati alle spalle del Reich mettendo fine alla guerra.
Ma questo non era contemplato, in quanto in base agli accordi di Jalta, l’Europa doveva essere divisa in due zone di influenza, Est - Ovest e quindi bisognava attendere che i sovietici superassero il fronte est e invadessero l’Europa prendendo possesso delle zone a loro assegnate.
Comunque sia, mano a mano che le truppe Alleate occupavano le località del Nord e imponevano il loro governo AMG, le loro direttive impositive emanate dal PWB, ecc., questi invasori ebbero un duplice comportamento: in alcuni casi lasciarono consumare le stragi dei fascisti e presunti tali e anzi le aizzarono; in altri casi invece le fermarono specialmente se c’erano ufficiali e sotto ufficiali della oramai ex RSI da salvare con il nascosto fine di utilizzare poi questo personale per i loro interessi di occupanti.
Le forze di polizia, il personale delle Prefetture, Commissariati, ecc., oltre agli agenti scelti per ricostruire i Servizi, vennero tutti prelevati o racimolati dalle precedenti strutture, formazioni e Istituzioni della RSI, perchè la “polizia partigiana” era inesistente, personale in gamba ancor di più e quelle poche pattuglie armate della resistenza erano formate da comunisti di cui, ovviamente, gli Alleati, non avevano fiducia, nè intendevano armarli e addestrarli.
E quei fascisti che ebbero salva la vita, grazie all’intervento Alleato, spesso furono quelli che poi fecero una fine peggiore: quella di diventare, in nome di uno strumentale e specioso anticomunismo, servi sciocchi degli statunitensi.
La storia del neofascismo del dopoguerra, inizia proprio in quei momenti, dove il dirigente in Italia dell’Oss James Jesus Angleton fu abilissimo nel mettersi in tasca questi oramai ex fascisti. Le Stay behind, le Gladio, il filo atlantismo, la strategia della tensione degli anni ’60, ne furono la logica conseguenza.
Un'ultima osservazione a proposito di liberazione liberatori.
Fino a quando negli ultimi decenni, sono esistiti comunisti, o presunti tali, oggi scomparsi, collassati con la “casa madre” URSS o con la stessa ideologia marxista disintegrata dal modernismo, dal moderno capitalismo finanziario e dalle ideologie radicali, abbiamo visto come questi comunisti sono sempre stati caratterizzati da una grande contraddizione: consideravano, qui da noi, gli anglo americani dei “liberatori” e di essi ne erano stati fedeli sudditi.
Ora invece, anni ’50 /70, consideravano gli americani, e qui dobbiamo dire giustamente, imperialisti, aggressori della Corea, oppressori dell’America Latina, invasori del Vietnam, padroni delle Multinazionali e così via: USA = Colonialismo, massacri, bombardamenti, Cia, sfruttamento capitalista.
Ebbene: non si erano accorti, questi “comunisti rivoluzionari”, che gli americani non erano altro che gli stessi, loro alleati, loro festeggiati, della “Liberazione” in Italia ?



Il vero volto di Garibaldi.