sabato 5 aprile 2014

LA MARCIA VERSO IL DOMINIO MONDIALE


Retroscena, Documenti, Conclusioni.

Il professore di Storia Contemporanea dell’Università della California Antony C. Sutton ha documentato in un suo libro  i finanziamenti dati ad Hitler dai finanzieri di Wall Street.
Filippo Giannini, nel suo libro “Il sangue e l’oro”,  ha riassunto una lettera circolare inviata all’ambasciatore d’Italia Grandi,  in cui si denunciava che il governo inglese, la stampa e la BBC erano controllati da banchieri, mentre i finanzieri di Wall Street controllavano l’economia e la politica dell’America e della Russia bolscevica.
È stato ipotizzato da storici conformisti che Hitler fosse stato strumentalizzato da banchieri e che non si fosse avveduto di essere spinto alla guerra, invasato da un ambizioso, impossibile progetto – essi hanno scritto – di dominazione mondiale.
No: Hitler aveva progettato soltanto di liberare l’Europa dalla nefasta egemonia della plutocrazia mondialista, fidando nella possibilità di una fulminea occupazione dell’Europa per poter offrire poi alla Gran Bretagna una pace onorevole, generosa e conveniente, lasciandole intatti l’impero e il dominio dei mari e mantenendo il III Reich nei limiti dell’unica funzione di guidare i popoli europei  al disimpegno dalla soffocante dipendenza commerciale e politica dal cosiddetto “Occidente plutocratico” onde riscattarli dal bisogno di materie prime e di prodotti essenziali detenuti dalle multinazionali accaparratrici.
È ben risaputo che il Führer era un fautore del Lebensraum  in espansione ad est; quindi nutriva interessi non contrastanti con gli Inglesi. Alla guerra ci fu tirato per i capelli dalle provocazioni sanguinose dei Polacchi, sobillati e “garantiti” dalle demoplutocrazie,  che poi entrarono in guerra, si, ma restarono ferme dietro la loro linea Maginot e non accorsero in alcun modo efficace a proteggerli. Anzi, era previsto e necessario che la Polonia soccombesse  alle invasioni di Tedeschi e di Russi, affinché si creasse una frontiera russo-tedesca per ottenere in seguito lo scontro diretto dell’URSS contro il III Reich e l’Europa intera ne rimanesse prostrata e incapace di resistere all’asservimento della  plutocrazia mondialista, com’è puntualmente avvenuto.
La nuova strategia della “guerra lampo”, il Blitzkrieg, vide le truppe tedesche vittoriose sfilare a Parigi, mentre il corpo di spedizione inglese, accerchiato sulla spiaggia di Dunquerque era stato lasciato reimbarcare.
Le condizioni della Germania all’epoca erano di netta supremazia in Europa, mentre il conflitto non aveva ancora assunto dimensioni mondiali.
L’Inghilterra stava perdendo la guerra, le sue truppe avevano dovuto reimbarcarsi dalla Grecia e Rommel stava vincendo in Africa, le navi inglesi andavano a picco sotto i colpi degli U-Boote.
Erano state offerte fin dal settembre 1939 non meno di quattordici volte, onorevoli e convenienti proposte di pace. Si trattava  di proposte dignitose sul mantenimento dello status quo ante, con allettanti e ragionevoli probabilità di accoglienza, in quanto esisteva in Inghilterra una forte corrente filotedesca e pacifista che arrivava a comprendere personaggi di casa reale e comunque anche molti politici della Camera dei Lords e della Camera dei Comuni. La politica guerrafondaia di Churchill, asservito alla plutocrazia mondialista, aveva generato roventi reazioni.
Ha scritto Ernesto Zucconi: «Non vi è ragione  che inglesi e tedeschi - originari del medesimo ceppo anglosassone – lottino fra loro, dal momento che il Lebensraum, lo spazio vitale cui Hitler anela, non tocca per nulla gli interessi britannici, bensì quelli sovietici, la cui ideologia è notoriamente avversata anche da Churchill.
Pertanto non sarebbe più logico unire le forze in vista di una comune minaccia, invece di favorire il gioco american di Roosevelt e della sua cricca che ormai da mesi riforniscono l’Inghilterra di enormi quantità di materiale bellico dissanguando le casse londinesi e provocando a lungo andare il prevedibile collasso del già traballante impero britannico nei cui mercati gli USA sono destinati a subentrare?».
Il “partito della guerra” era raggruppato intorno a Winston Churchill, Duff Cooper e Antony Eden, una consorteria che si era abbozzata e poi strettamente legata, durante  convegni segreti al Savoy Hotel con il ricco e facoltoso banchiere Israel Moses Sieff, ambasciatore segreto della Plutocrazia guerrafondaia. Churchill, di madre americana, aveva legami di amicizia con parecchi influenti americani.
Lo stesso David Lloyd George, a capo di un’agguerrita opposizione, aveva attaccato duramente il 7 aprile la condotta della guerra da parte di Churchill.
Il vice-führer Rudolf Heß aveva incontrato in Spagna, tra il 20 e il 22 aprile 1941, membri della corrente pacifista britannica.
Secondo Toni Liazza l’immediata secretazione fino al 2017 di documenti  relativi alla corrispondenza, in quei giorni focali, tra l’ambasciata di Madrid e il Foreign Office, dimostra che riguardavano  qualcosa che era accaduto in contrasto con la cosiddetta “verità ufficiale”.
Ancora Toni Liazza ha scritto in un documentato articolo:  «Anche la camera dei Lords era in rivolta con una solida coalizione, non solo contraria alla direzione di Churchill, ma favorevole anche a una pace negoziata.
Il 10 maggio il Duca di Bedford, della fazione pacifista, disse che Lloyd George avrebbe dovuto fare una dichiarazione sui termini di pace che la Gran Bretagna avrebbe potuto accettare.
È molto probabile che la montante pressione su Churchill non fosse una coincidenza, ma il risultato di una campagna architettata in collegamento con la missione di Heß e con lo scopo di defenestrare il Primo Ministro».
Come tutti sappiamo, Rudolf Heß, provetto pilota, decise di dare una spinta più decisiva alle trattative per farle uscire dalla fase di stallo, volando in Scozia per assumersi il compito «certamente arduo, ma non impossibile – ha scritto Zucconi nell’articolo citato – di convincere il duca di Hamilton (conosciuto durante le olimpiadi berlinesi del 1936 ed esponente di una forte corrente filotedesca) a spingere Churchill ad una pace onorevole o alle dimissioni».
E Toni Liazza incalza dicendo che Heß nutriva una cordiale amicizia, cementata da una “fraternità aviatoria”, essendo entrambi piloti, con George Windsor, duca di Kent (fratello del re Edoardo VIII del Regno Unito e, dopo l’abdicazione di quest’ultimo, anche di Giorgio VI del Regno Unito) ma dice Liazza: «le relazioni tra la monarchia britannica e il regime di Hitler furono molto più strette di quanto si sia sospettato […] dai primi anni ’30 il duca di Kent era attivamente impegnato nel promuovere relazioni più strette tra la Gran Bretagna e la Germania. Quando la guerra stava avvicinandosi, egli partecipò a marce per la pace». E c’è di più: «cadde, sempre per volere di Churchill, un tentativo di pace promosso dal Duca di Windsor (l’ex sovrano che ufficialmente aveva abdicato a causa del matrimonio con una non nobile, Wally Simpson, ma in realtà per gli intrighi di “Focus”  e di Churchill ». Churchill aveva dimenticato del tutto che il partito conservatore esiste per la conservazione e quindi che avrebbe dovuto dare priorità assoluta alla conservazione dell’impero britannico. Ma per lui, invece, obbediente pedina nelle mani dell’International Banking Fraternity, contavano le direttive intransgredibili tirannicamente imposte dalla plutocrazia mondiali sta.
Concorda Mario Spataro: «Churchill era sfacciatamente manovrato da lestofanti e  gruppi finanziari internazionali che si servivano di lui per scatenare la guerra.
Questi individui facevano capo al miliardario sudafricano henry Strakosch […] ai sindacalisti Walter ed Ernst Bevin […] all’avvocato Samuel Untermeier della “Federazione Economica Ebraica”, al presidente della Shell sir Robert Waley Cohen».
D’altro canto, Vincenzo Caputo, nel suo dettagliato e ben documentato “Da Sarajevo a Pearl Harbor – Gli Anglo-Americani alla conquista del mondo”, Settimo Sigillo. Roma, 1999, ha comprovato obiettivamente la politica guerrafondaia delle “ipocrite democrazie”, capovolgendo l’essenza storiografica della vulgata ufficiale sulle due guerre mondali. Infatti egli ha rese pubbliche, per primo in Italia verità che negli USA erano da tempo di pubblico dominio, ma che «i nostri  mestieranti di cultura continuano ad ignorare - e cioè  che – Roosevelt ed i suoi sodali, già nel 1937  avevano in programma la guerra in Europa e la guerra in Estremo Oriente, che essi si apprestavano ad attirare i Giapponesi nella “trappola” di Pearl Harbor, per smuovere e scioccare l’opinione pubblica statunitense isolazionista e neutralista».
 Tanti lestofanti di Londra e di Washington si tengono ben secretati quei documenti che capovolgono le responsabilità delle due guerre mondiali, ma per chi vuole capire la verità è già chiara e palese.
 F. F.


NOTE:
  Sutton Antony C., Wall Street and the rise of Hitler, ’76 Press, Seal Beach, California, 1976.
  Giannini Filippo, Il sangue e l’oro, Settimo Sigillo, Roma, 2002, p. 19.
  Archivio del ministero degli Esteri, ambasciata di Londra, busta 1096, lettera circolare di A. G. Pape, candidato conservatore, ex ufficiale di S. M..
  Una federazione delle patrie europee.
  Particolarmente era intimo amico del grosso finanziere  Bernard Baruch, alter ego del presidente Franklin D. Roosevelt, che gli pagava i forti debiti di una vita sregolata per uso di cocaina, di alcool e consultazioni frequenti di esosi indovini..
  Quei documenti erano stati aperti al pubblico allo scadere dei 50 anni canonici.
  Toni Liazza, Sullo sfondo la lotta tra pacifisti e gli oltranzisti di W. Churchill – rivisitiamo la storia /10 maggio1941; il vice-führer Rudolf Heß vola in Scozia con proposte di pace, su “Historica Nuova”, N. 4, Luglio-Settembre 2007.  Prese il nome di “Focus” l’”Anti-nazi Council”, organizzazione anglo-ebraica egemonizzata dal miliardario sudafricano Henry Strakosch e finanziata anche dal presidente della Shell, sir Robert Waley Cohen.
  Vedi Mario Spataro, Fu Churchill che volle la guerra, ed. Il Borghese, Milano, 1993, pp.153-156 e concorda Alan Clark, Churchill, The End of the glory, Hodder & Stoughton, London, 1993. Ormai seguono sostanzialmente numerosi storici, tra cui John Charmley, Chuchill, The End of Glory. A political Biografia; William Manchester; John Costello, storico americano. David Irving, sei anni prima, però, non era riuscito a trovare un solo editore a Londra, che pubblicasse il libro: La guerra di Churchill, che sosteneva le stesse tesi.
  Mario Spataro, Fu Churchill che volle la guerra, cit..
   E infatti, fin dal 1938 cominciarono a preparare la bomba atomica. Si noti che il 28 ottobre 1944 Mussolini aveva scritto che Roosevelt, almeno dal 1937, aveva cominciato la sua metodica opera di preparazione alla guerra. (Opera Omnia di Benito Mussolini, a cura di Edoardo e Duilio Susmel, la Fenice , Firenze, 3ª ristampa, 1973, XXXII, Appendice, p. 425)

Garibaldi a Londra per ringraziare Palmerston


Angelo Forgione - 
Nei giorni scorsi Matteo Renzi, in visita a Londra, ha partecipato alla celebrazione del 150° anniversario della quarta visita di Garibaldi in Inghilterra, alla presenza del sindaco di Londra, Boris Johnson (guarda al minuto 36:00). Perché la quarta è la visita celebrata? Tra il 3 ed il 27 aprile del 1864, Garibaldi visitò Londra dopo aver occupato i territori del Sud-Italia e averli consegnati a Vittorio Emanuele II. Un milione di persone affollarono le strade percorse dalla sua carrozza (l’illustrazione mostra il corteo di Garibaldi a Trafalgar Square dell’11 aprile 1864), nel più totale giubilo per l’uomo che aveva spinto all’esilio l’odiato Borbone e per la sua avversione al Papa, cioè per il rafforzamento dell’egemonia imperiale anglosassone.
Durante la sua permanenza, il Generale incontrò, tra gli altri, il primo ministro Lord Palmerston, suo sobillatore e protettore (così come dei Piemontesi) e gran maestro della massoneria di Rito Scozzese che aveva contato sull’organizzazione per la sollevazione dell’Europa già dai moti rivoluzionari del 1848. Il nizzardo l’aveva infatti già incontrato nel 1846, ricevendo appoggio per l’impresa garibaldina a difesa dell’indipendenza dell’Uruguay e incoraggiamento per la conquista del Sud-Italia. E poi, nel 1854, aveva visto “politici e grossi imprenditori” locali a Tynemouth (Newcastle), nel nord-est dell’Inghilterra, per ottenere armi e munizioni da ricevere segretamente dal protettorato inglese di Malta, prima di intraprendere la campagna per la spedizione al Sud (targa nella foto). In realtà ricevette anche fiumi di piastre turche per corrompere gli ufficiali borbonici, e la scottante contabilità del suo esercito, affidata a Ippolito Nievo, sparì nelmisterioso naufragio del piroscafo Ercole. Del resto, Torino e Londra erano le capitali massoniche di quell’Europa e Garibaldi, iniziato alla massoneria dal 1844 a Montevideo, fu nominato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia nel 1862 proprio a Torino, dopo l’invasione del Mezzogiorno.
Nel corso di quel viaggio a Londra del 1864 Garibaldi dichiarò: «Senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina.»

http://angeloxg1.wordpress.com/2014/04/04/garibaldi_londra/

'INGHILTERRA CONTRO IL REGNO DELLE DUE SICILIE
https://www.youtube.com/watch?v=nZersj4_g5c



venerdì 4 aprile 2014

Ordine di Patton: Uccidete i prigionieri italiani Sicilia 1943


Sicilia 1943, l' ordine di Patton: «Uccidete i prigionieri italiani»

di Gianluca Di Feo –
 “Corriere della Sera” 23 giugno 2004

I massacri dimenticati compiuti dai fanti americani tra il 12 e il 14 luglio. 

«Il capitano Compton radunò gli italiani che si erano arresi. Saranno stati più di quaranta. Poi domandò: "Chi vuole partecipare all'esecuzione?".
Raccolse due dozzine di uomini e fecero fuoco tutti insieme sugli italiani». «Il sergente West portò la colonna di prigionieri italiani fuori dalla strada. Chiese un mitra e disse ai suoi: "E' meglio che non guardiate, così la responsabilità sarà soltanto mia". Poi li ammazzò tutti». E' una piccola Cefalonia: le vittime sono soldati italiani che avevano combattuto con determinazione. I carnefici non sono né delle SS né della Wehrmacht: sono fanti americani. Quella avvenuta in Sicilia tra il 12 e il 14 luglio 1943 è la pagina più nera della storia militare statunitense. Una pagina sulla quale gli storici negli Stati Uniti discutono da un lustro, mentre nel nostro Paese la vicenda è pressoché sconosciuta. Nelle università del Nord America ci sono corsi dedicati a questi eccidi, come quello tenuto a Montreal sul tema «Dal massacro di Biscari a Guantanamo». E negli Usa in queste settimane gli esperti di diritto militare valutano le responsabilità dei carcerieri di Abu Ghraib anche sulla base delle corti marziali che giudicarono i «fucilatori di italiani». Perché - come risulta dagli atti di quei processi - i soldati americani si difesero sostenendo di avere soltanto eseguito gli ordini di George Patton. «Ci era stato detto - dichiararono - che il generale non voleva prigionieri».

I fatti
Nessuno conosce il numero esatto di uomini dell'Asse uccisi dopo la resa. Almeno cinque gli episodi principali, con circa duecento morti. Di
due, quelli avvenuti nell'aeroporto di Biscari, nel Ragusano, si conosce ogni dettaglio. Nel massimo segreto, nell'autunno 43 la corte marziale Usa
celebrò due processi: il sergente Horace T. West ammazzò 37 italiani, il plotone d esecuzione del capitano John C. Compton almeno 36. Gli atti del
tribunale recitano: «Tutti i prigionieri erano disarmati e collaborativi». Altri due eccidi sono stati descritti da un testimone oculare, il giornalista britannico Alexander Clifford, in colloqui e lettere ora divulgate. Avvennero nell'aeroporto di Comiso, quello diventato famoso mezzo secolo dopo per gli euromissili della Nato. All'epoca era una base della Luftwaffe, contesa in una sanguinosa battaglia. Clifford disse che sessanta italiani, catturati in prima linea, vennero fatti scendere da un camion e massacrati con una mitragliatrice. Dopo pochi minuti, la stessa scena sarebbe stata ripetuta con un gruppo di tedeschi: sarebbero stati crivellati in cinquanta. Quando un colonnello, chiamato di corsa dal reporter, fermò il massacro, solo tre respiravano ancora. Clifford denunciò tutto a Patton, che gli promise di punire i colpevoli. Ma non ci fu mai un processo e il cronista si è rifiutato fino alla morte di deporre contro il generale. Infine l'ultima strage nella Saponeria Narbone-Garilli a Canicattì contro la popolazione che la stava saccheggiando. Secondo i resoconti stilati in quei giorni confusi del 43, la polizia militare Usa dopo avere intimato l'alt ed esploso dei colpi in aria, sparò una raffica sulla folla uccidendo sei persone. Ma i verbali scoperti nel 2002 dal professore Joseph Salemi della New York University - il cui padre fu testimone oculare dell'eccidio - riportano il racconto di alcuni dei soldati americani presenti: «Appena arrivati, il colonnello urlò di sparare sulla folla che era entrata nello stabilimento. Noi rimanemmo fermi, era un ordine agghiacciante. Allora lui impugnò la pistola ed esplose 21 colpi, cambiando caricatore tre volte. Morirono molti civili: vidi un bambino con lo stomaco sfondato dalle pallottole».

L'ordine
Ma gli atti dei processi per «i fatti di Biscari» accreditano la possibilità che le vittime siano state molte di più. Tutti i crimini sono stati opera della 45ma divisione di Patton, i «Thunderbirds»: reparti provenienti dalla Guardia nazionale di Oklahoma, New Mexico e Arizona. Vengono descritti come cow boy, con elementi d'origine pellerossa. Ma presero parte con coraggio ad alcune delle battaglie più dure del conflitto. Quello sulle coste siciliane fu il loro battesimo del fuoco: avevano l'ordine di conquistare entro 24 ore i tre aeroporti più vicini alla costa, strategici per trasferire dal Nord Africa gli stormi alleati. Invece la disperata resistenza di due divisioni italiane e di poche unità tedesche li fermò per quattro giorni. Molti G.I. persero il controllo dei nervi. Ed erano tutti convinti che il generale Patton avesse ordinato di non fare prigionieri. Decine di soldati, graduati ed ufficiali testimoniarono al processo: «Ci era stato detto che Patton non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia, dagli altoparlanti ci è stato letto il discorso del generale. "Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».

L'orrore
Il primo a scoprire e denunciare gli eccidi fu il cappellano della divisione, il colonnello William King. Alcuni soldati americani, sconvolti, lo chiamarono e gli indicarono la catasta dei corpi crivellati dal sergente West: «E' una follia - gli dissero -, stanno ammazzando tutti i prigionieri. Siamo venuti in guerra per combattere queste brutalità non per fare queste porcherie. Ci vergogniamo di quello che sta accadendo». King corre a cercare il comando del reggimento. Ma lungo la strada per l'aeroporto vede un recinto di pietra, probabilmente un ovile, pieno di italiani catturati. Recita il verbale del cappellano: «Quando mi sono avvicinato, il caporale di guardia mi ha salutato: "Padre, sei venuto per seppellirli?". "Cosa stai dicendo?", replicai io. Il caporale rispose: "Loro sono lì, io sono qui con il mio mitra Thompson, tu sei lì. E ci hanno detto di non fare prigionieri"». A quel punto King sale su un masso, chiama tutti gli americani presenti e improvvisa una predica per convincerli a risparmiare quegli uomini: «Non potete ucciderli, i prigionieri sono una fonte preziosa di notizie sul nemico. E poi i loro camerati potrebbero vendicarsi sui nostri che hanno preso. Non fatelo!». Altrettanto drammatica la testimonianza del capitano Robert Dean: «Venni fermato da due barellieri disarmati. Mi dissero: "Abbiamo due italiani feriti, mandate qualcuno ad ammazzarli". Io gli urlai di curare quei soldati, altrimenti gliela avrei fatta pagare"».

La condanna
Fu proprio la volontà del cappellano King a far nascere i due processi sui massacri di Biscari. King raccontò tutto all'ispettore dell'armata - figura simile ai nostri pubblici ministeri -, che fece rapporto a Omar Bradley. La corte marziale contro il sergente West si aprì a settembre. L'accusa: «Omicidio volontario premeditato, per avere ucciso con il suo mitra 37 prigionieri, deliberatamente e in piena coscienza, con un comportamento disdicevole». I fanti italiani - poco meno di 50 - erano stati catturati dopo un lungo combattimento in una caverna intorno all'aeroporto di Biscari. Il comandante li consegnò al sergente con un ordine ritenuto «vago» dai giudici: allontanarli dalla pista dove si sparava ancora. Nove testimoni hanno ricostruito l'eccidio. West mette gli italiani in colonna, dopo alcuni chilometri di marcia ne separa cinque o sei dal resto del gruppo. Poi si fa dare un mitra e conduce gli altri fuori dalla strada. Lì li ammazza, inseguendo quelli che tentano di scappare mentre cambia caricatore: uno dei corpi è stato trovato a 50 metri. Davanti alla corte, il sergente si difese invocando lo stress: «Sono stato quattro giorni in prima linea, senza mai dormire». Dichiarò di avere assistito all'uccisione di due americani catturati dai tedeschi, cosa che lo «aveva reso furioso in modo incontrollato». Il suo avvocato parlò di «infermità mentale temporanea». Infine, West disse ai giudici: «Avevamo l'ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi». Ma la sua difesa non convinse la corte, che lo condannò all'ergastolo. La pena però non venne mai eseguita. Washington infatti era terrorizzata dalle possibili ripercussioni di quei massacri. Temeva il danno d'immagine sugli italiani - con cui era stato appena concluso l'armistizio - e il rischio di ritorsioni sugli alleati reclusi in Germania. Si decise di non mandare West in una prigione negli Usa ma di tenerlo agli arresti in una base del Nord Africa. Poi la sorella cominciò a scrivere al ministero e a sollecitare l'intervento del parlamentare della sua contea. Il vertice dell'esercito teme
che la vicenda possa finire sui giornali. Il 1° febbraio 1944 il capo delle pubbliche relazioni del ministero della Guerra sollecita al comando alleato
di Caserta un «atto di clemenza» per West: «Non possiamo - è il testo della lettera pubblicata da Stanley Hirshson nel 2002 - permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Non verrebbe capita dai cittadini che sono così lontani dalla violenza degli scontri». Così dopo solo sei mesi, West viene rilasciato e mandato al fronte. Secondo alcune fonti, morì a fine agosto in Bretagna. Secondo
altre, ha concluso la guerra indenne.

L'assoluzione  
Invece il 23 ottobre 43 il capitano John C. Compton non cercò scuse: davanti alla corte marziale disse solo di avere obbedito agli ordini. Nel processo fu ricostruita la battaglia per la base di Biscari, combattuta per tutta la notte. C'era una postazione nascosta su una collina che continuava a bersagliare la pista. E una mischia feroce, con tiri di mitragliatrici e mortai, senza una linea del fronte. L'unità di Compton aveva avuto dodici caduti in poche ore. A un certo punto, un soldato statunitense vede un italiano in divisa e un altro in abiti «borghesi» che escono da una ridotta: sventolano una bandiera bianca. L'americano si avvicina e dalla trincea alzano le mani circa quaranta uomini. Cinque hanno giacche e maglie civili sopra i pantaloni e gli stivali militari. Il soldato li consegna al sergente ma arriva il capitano. Compton non perde tempo: dice di ucciderli. Molti dei suoi si offrono volontari: sparano in 24, esplodendo centinaia di pallottole sul mucchio degli italiani. Il numero esatto delle vittime resta incerto ma l'inchiesta si conclude con l'incriminazione del solo ufficiale per 36 omicidi, scagionando i suoi subordinati. E Compton in aula dichiara che l'ordine era quello, che doveva uccidere i nemici che continuavano a resistere a distanza ravvicinata. Inoltre precisa che quegli italiani erano «sniper», termine traducibile come «cecchini» o «franchi tiratori», e quindi andavano fucilati: una linea difensiva che sarebbe stata suggerita dallo stesso Patton. «Li ho fatti uccidere perché questo era l'ordine di Patton - concluse il capitano -. Giusto o sbagliato, l'ordine di un generale a tre stelle, con un esperienza di combattimento, mi basta. E io l'ho eseguito alla lettera». Tutti i testimoni - tra cui diversi colonnelli - confermarono le frasi di Patton, quel terribile «se si arrendono solo quando gli sei addosso, ammazzali». Alcuni riferirono anche che Patton aveva detto: «Più ne prendiamo, più cibo ci serve. Meglio farne a meno». Compton fu assolto. Il responsabile dell'inchiesta William R. Cook fu tentato di presentare appello: «Quell'assoluzione era così lontana dal senso americano della giustizia - scrisse - che un ordine del genere doveva apparire illegale in modo lampante». Ma nel frattempo Cook era caduto al fronte. Ironia della sorte, si crede che sia stato colpito da un cecchino mentre cercava di avvicinarsi a dei tedeschi con la bandiera bianca. La sua assoluzione è però diventato un caso giuridico, che ha cominciato a circolare tra il personale della giustizia militare statunitense dopo la fine della guerra. Un precedente «riservato» anche per evitare che influisca sui processi ai criminali di guerra nazisti. Poi nel '73 una traccia nei diari di Patton pubblicati da Martin Blumenson e nell'83 la prima descrizione completa nell'autobiografia del generale Omar Bradley. Oggi alcuni storici americani - assolutamente non sospettabili di revisionismo - ritengono che sulla base della sentenza Compton andavano assolte le SS fucilate per gli omicidi di prigionieri americani. E mentre negli Stati Uniti da 25 anni si pubblicano studi sul «massacro di Biscari» e le sue ripercussioni - il primo nel 1988 fu di James J. Weingartner, l'ultimo nel 2002 è stato di Hirshson - nel nostro Paese la vicenda è stata sostanzialmente ignorata. Vent'anni fa nel volume dello statunitense Carlo d'Este sullo sbarco in Sicilia, tradotto da Mondadori, la questione era relegata in un capoverso. Poi, ultimamente due introvabili scritti di storici siciliani e una pagina nel documentato volume di Alfio Caruso. Mai però un iniziativa per ricordare quei soldati, rimasti senza nome. Mentre persino Biscari non esiste più: oggi il paese si chiama Acate.

Gianluca Di Feo


Io Falcone vi spiego cos'è la mafia


In quest'articolo pubblicato da "L'Unità" il 31 maggio 1992, otto giorni dopo la strage di Capaci, il giudice Giovanni Falcone traccia con chiarezza un quadro dell'evoluzione di Cosa Nostra a partire dal dopoguerra e
denuncia la sottovalutazione che, per molto tempo, ha caratterizzato l'approccio delle istituzioni al problema della mafia.

Io, Falcone, vi spiego cos'è la mafia
Nella relazione finale della Commissione d'inchiesta Franchetti-Sonnino del lontano 1875/76 si legge che «la mafia non è un'associazione che abbia forme stabili e organismi speciali... Non ha statuti, non ha compartecipazioni di lucro, non tiene riunioni, non ha capi riconosciuti, se non i più forti ed i più abili; ma è piuttosto lo sviluppo ed il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male». Si legge ancora: «Questa forma criminosa, non... specialissima della Sicilia», esercita «sopra tutte queste varietà di reati»...«una grande influenza» imprimendo «a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori»; si rileva, inoltre, che «i mali sono antichi, ma ebbero ed hanno periodi di mitigazione e di esacerbazione» e che, già sotto il governo di re Ferdinando, la mafia si era infiltrata anche nelle altre classi, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì». Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la gravità; infatti si legge nella richiamata relazione:«Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia risultavano 22 battaglioni e mezzo fra fanteria e bersaglieri, due squadroni di cavalleria e quattro plotoni di bersaglieri montani, oltre i Carabinieri in numero di 3120».
Da allora, bisogna attendere i tempi del prefetto Mori per registrare un tentativo di seria repressione del fenomeno mafioso, ma i limiti di quel tentativo sono ben noti a tutti.
Nell'immediato dopoguerra e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni 1962/1963 gli organismi responsabili ed i mezzi di informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno. Al riguardo, appaiono significativi i discorsi di inaugurazione dell'anno giudiziario pronunciati dai Procuratori Generali di Palermo.
Nel discorso inaugurale del 1954, il primo del dopoguerra, si insisteva nel concetto che la mafia «più che una associazione tenebrosa costituisce un diffuso potere occulto», ma non si manca di fare un accenno alla gravissima vicenda del banditismo ed ai comportamenti non ortodossi di "qualcuno che avrebbe dovuto e potuto stroncare l'attività criminosa"; il riferimento è chiaro, riguarda il Procuratore Generale di Palermo, dottor Pili espressamente menzionato nella sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Viterbo il 3/5/1952: «Giuliano ebbe rapporti, oltre che con funzionari di Pubblica Sicurezza, anche con un magistrato, precisamente con chi era a capo della Procura Generale presso la Corte d'appello di Palermo: Emanuele Pili».
Nella relazioni inaugurali degli anni successivi gli accenni alla mafia, in piena armonia con un clima generale di minimizzazione del problema, sono fugaci e del tutto rassicuranti.
Così, nella relazione del 1956 si legge che il fenomeno della delinquenza associata è scomparso e, in quella del 1957, si accenna appena a delitti di sangue da scrivere, si dice ad «opposti gruppi di delinquenti».
Nella relazione del 1967, si asserisce che il fenomeno della criminalità mafiosa era entrato in una fase di «lenta ma costante sua eliminazione» e, in quella del 1968, si raccomanda l'adozione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato, dato che «il mafioso fuori del proprio ambiente diventa pressoché innocuo».
Questi brevissimi richiami storici danno la misura di come il problema mafia sia stato sistematicamente valutato da parte degli organismi responsabili benché il fenomeno, nel  
tempo, lungi dall'esaurirsi, abbia accresciuto la sua pericolosità.
E non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dall'attuale virulenza della mafia risieda, proprio, nella scarsa attenzione complessiva dello Stato nei confronti di questa secolare realtà.
Debbo registrare con soddisfazione, dunque, il discorso pronunciato dal Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, alla Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza. In tale intervento, particolarmente significativo per l'autorevolezza della fonte, il Capo della Polizia, in sostanza, individua nella criminalità organizzata e in quella economica i proventi della maggior parte delle attività illecite del nostro paese tra le quali spiccano soprattutto il traffico di stupefacenti e il commercio clandestino di armi. Sottolineando che la criminalità organizzata - e quella mafiosa in particolare - è, come si sostiene in quell'intervento, «la più significativa sintesi delinquenziale fra elementi atavici... e acquisizioni culturali moderne ed interagisce sempre più frequentemente con la criminalità economica, allo scopo di individuare nuove soluzioni per la ripulitura ed il reimpiego del denaro sporco».
L'argomentazione del prefetto Parisi, ovviamente fondata su dati concreti, ha riacceso l'attenzione sulla specifica realtà delle organizzazioni criminali e denuncia, con toni giustamente allarmanti, il pericolo di una saldatura tra criminalità tradizionale e criminalità degli affari: un pericolo che minaccia la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche come ci insegnano le esperienze di alcuni paesi del Terzo mondo, in cui i trafficanti di droga hanno acquisito una potenza economica tale che si sono perfino offerti - ovviamente, non senza contropartite - di ripianare il deficit del bilancio statale. Ci si domanda allora, come sia potuto accadere che una organizzazione criminale come la mafia anziché avviarsi al tramonto, in correlazione col miglioramento delle condizioni di vita e del funzionamento complessivo delle istituzioni, abbia, invece, vieppiù accresciuto la sua virulenza e la sua pericolosità.
Un convincimento diffuso è quello - che ha trovato ingresso perfino in alcune sentenze della Suprema Corte - secondo cui oggi saremmo in presenza di una nuova mafia, con le connotazioni proprie di un'associazione criminosa, diversa dalla vecchia mafia, che non sarebbe stata altro che l'espressione, sia pure distorta ed esasperata, di un "comune sentire" di larghe fasce delle popolazioni meridionali. In altri termini, la mafia tradizionale non esisterebbe più e dalle sue ceneri sarebbe sorta una nuova mafia, quella mafia imprenditrice per intenderci, così bene analizzata dal prof. Arlacchi.

Tale opinione è antistorica e fuorviante.
Anzitutto, occorre sottolineare con vigore che Cosa Nostra (perché questo è il vero nome della mafia) non è e non si è mai identificata con quel potere occulto e diffuso di cui si è favoleggiato fino a tempi recenti, ma è una organizzazione criminosa - unica ed unitaria - ben individuata ormai nelle sue complesse articolazioni, che ha sempre mantenuto le sue finalità delittuose. Con ciò, evidentemente, non si intende negare che negli anni Cosa Nostra abbia subito mutazioni a livello strutturale e operativo e che altre ne subirà, ma si vuole sottolineare che tutto è avvenuto nell'avvio di una continuità storica e nel rispetto delle regole tradizionali. E proprio la particolare capacità della mafia di modellare con prontezza ed elasticità i valori arcaici alle mutevoli esigenze dei tempi costituisce una della ragioni più profonde della forza di tale consorteria, che la rende tanto diversa.
Se oltre a ciò, si considerano la sua capacità di mimetizzazione nella società, la tremenda forza di intimidazione derivante dalla inesorabile ferocia delle "punizioni" inflitte ai trasgressori o a chi si oppone ai suoi disegni criminosi, l'elevato numero e la statura criminale dei suoi adepti, ci si può rendere però conto dello straordinario spessore di questa organizzazione sempre nuova e sempre uguale a sé stessa. Altro punto fermo da tenere ben presente è che, al di sopra dei vertici organizzativi, non esistono "terzi livelli" di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra.
Ovviamente, può accadere ed è accaduto, che, in determinati casi e a determinate condizioni, l'organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di  
interessi fra la mafia ed altri centri di potere.
"Cosa Nostra" però, nelle alleanze, non accetta posizioni di subalternità; pertanto, è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne dall'esterno le attività. E, in verità, in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell'esistenza di una "direzione strategica" occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d'onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell'organizzazione, ne sconoscono l'esistenza.
Lo stesso dimostrato coinvolgimento di personaggi di spicco di Cosa Nostra in vicende torbide ed inquietanti come il golpe Borghese ed il falso sequestro di Michele Sindona non costituiscono un argomento "a contrario" perché hanno una propria specificità tutte ed una peculiare giustificazione in armonia con le finalità dell'organizzazione mafiosa.
E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di "Cosa Nostra", è pur vero che in seno all'organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità.
Queste peculiarità strutturali hanno consentito alla mafia di conquistare un ruolo egemonico nel traffico, anche internazionale, dell'eroina.
Ma, per comprendere meglio le cause dell'insediamento della mafia nel lucroso giro della droga, occorre prendere le mappe del contrabbando di tabacchi, una delle più tradizionali attività illecite della mafia. Il contrabbando è stato a lungo ritenuto una violazione di lieve entità perfino negli ambienti investigativi e giudiziari ed il contrabbandiere è stato addirittura tratteggiato dalla letteratura e dalla filmografia come un romantico avventuriero. La realtà era però ben diversa, essendo il contrabbandiere un personaggio al soldo di Cosa Nostra, se non addirittura un mafioso egli stesso ed il contrabbando si è rivelato un'attività ben più pericolosa di quella legata ad una violazione di un interesse finanziario dello Stato, in quanto ha fruttato ingenti guadagni che hanno consentito l'ingresso nel mercato degli stupefacenti della mafia ed ha aperto e collaudato quei canali internazionali - sia per il trasporto della merce sia per il riciclaggio del danaro - poi utilizzati per il traffico di stupefacenti.
Occorre precisare, a questo proposito, che già nel contrabbando di tabacchi, si realizzano importanti novità della struttura mafiosa. È ormai di comune conoscenza che Cosa Nostra è organizzata come una struttura piramidale basata sulla "famiglia" e ogni "uomo d'onore" voleva intrattenere rapporti di affari prevalentemente con gli altri membri della stessa "famiglia" e solo sporadicamente con altre famiglie, essendo riservato ai vertici delle varie "famiglie" il coordinamento in seno agli organismi direttivi provinciali e regionale.
Assunta la gestione del contrabbando di tabacchi - che comporta l'impiego di consistenti risorse umane in operazioni complesse che non possono essere svolte da una sola famiglia - sorge la necessità di associarsi con membri di altre famiglie e, perfino, con personaggi estranei a Cosa Nostra. Per effetto dell'allargamento dei rapporti di affari con altri soggetti spesso non mafiosi sorge la necessità di creare strutture nuove di coordinamento che, pur controllate da Cosa Nostra, con la stessa non si identificassero.
Si formano, così, associazioni di contrabbandieri, dirette e coordinate da "uomini d'onore", che non si identificavano, però, con Cosa Nostra, associazioni aperte alla partecipazione saltuaria di altri "uomini d'onore" non coinvolti operativamente nel contrabbando, previo assenso e nella misura stabilita dal proprio capo famiglia.
In pratica, dunque, l'antica, rigida compartimentazione degli "uomini d'onore" in "famiglie" ha cominciato a cedere il posto a strutture più allargate e ad una diversa articolazione delle alleanze in seno all'organizzazione. Cosa Nostra però non si limita ad esercitare il controllo indiretto su altre organizzazioni criminali similari, specialmente nel Napoletano, per assicurare un efficace funzionamento delle attività criminose. Il fatto che esiste anche a Napoli una "famiglia" mafiosa dipendente direttamente dalla "provincia" di Palermo, non deve stupire perché la presenza di "famiglie" mafiose o di sezioni delle stesse (le cosiddette "decine"), fuori della Sicilia, ed anche all'estero, è un fenomeno risalente negli anni. La stessa Cosa Nostra statunitense, in origine, non 
era altro che un insieme di "famiglie" costituenti diretta filiazione di Cosa Nostra siciliana.
Quando Cosa Nostra interviene sul contrabbando presso la malavita napoletana, dunque, lo fa allo scopo dichiarato di sanare i contrasti interni ma più verosimilmente con l'intenzione di fomentare la discordia per assumere la direzione dell'attività.
Ecco perché, nel corso degli anni, sono stati individuati collegamenti importanti tra esponenti di spicco della mafia isolana e noti camorristi campani, difficilmente spiegabili già allora con semplici contatti fra organizzazioni criminali diverse.
Ed ecco, dunque, perché il contrabbando di tabacchi costituì una spinta decisiva al coordinamento fra organizzazioni criminose, tradizionalmente operanti in territori distinti; coordinamento la cui pericolosità è intuitiva.
Nella seconda metà degli anni '70, pertanto, Cosa Nostra con le sue strutture organizzative, coi canali operativi e di riciclaggio già attivati per il contrabbando e con le sue larghe disponibilità finanziarie, aveva tutte le carte in regola per entrare, non più in modo episodico come nel passato, nel grande traffico degli stupefacenti.
In più, la presenza negli Usa di un folto gruppo di siciliani collegati con Cosa Nostra garantiva la distribuzione della droga in quel paese.
Non c'è da meravigliarsi, allora, se la mafia siciliana abbia potuto impadronirsi in breve tempo del traffico dell'eroina verso gli Stati Uniti d'America.
Anche nella gestione di questo lucroso affare l'organizzazione ha mostrato la sua capacità di adattamento avendo creato, in base all'esperienza del contrabbando, strutture agili e snelle che, per lungo tempo, hanno reso pressoché impossibili le indagini.
Alcuni gruppi curavano l'approvvigionamento della morfina-base dal Medio e dall'Estremo Oriente; altri erano addetti esclusivamente ai laboratori per la trasformazione della morfina-base in eroina; altri, infine, si occupavano dell'esportazione dell'eroina verso gli Usa.
Tutte queste strutture erano controllate e dirette da "uomini d'onore". In particolare, il funzionamento dei laboratori clandestini, almeno agli inizi, era attivato da esperti chimici francesi, reclutati grazie a collegamenti esistenti con il "milieu" marsigliese fin dai tempi della cosiddetta "French connection".
L'esportazione della droga, come è stato dimostrato da indagini anche recenti, veniva curata spesso da organizzazioni parallele, addette al reclutamento dei corrieri e collegate a livello di vertice con "uomini d'onore" preposti a tale settore del traffico.
Si tratta dunque di strutture molto articolate e solo apparentemente complesse che, per lunghi anni, hanno funzionato egregiamente, consentendo alla mafia ingentissimi guadagni.
Un discorso a sé merita il capitolo del riciclaggio del danaro. Cosa Nostra ha utilizzato organizzazioni internazionali, operanti in Italia, di cui si serviva già fin dai tempi del contrabbando di tabacchi, ma è ovvio che i rapporti sono divenuti assai più stretti e frequenti per effetto degli enormi introiti, derivanti dal traffico di stupefacenti. Ed è chiaro, altresì, che nel tempo i sistemi di riciclaggio si sono sempre più affinati in dipendenza sia delle maggiori quantità di danaro disponibili, sia soprattutto dalla necessità di eludere investigazioni sempre più incisive.
Per un certo periodo il sistema bancario ha costituito il canale privilegiato per il riciclaggio del danaro.
Di recente, è stato addirittura accertato il coinvolgimento di interi paesi nelle operazioni bancarie di cambio di valuta estera.
Senza dire che non poche attività illecite della mafia, costituenti per sé autonoma fonte di ricchezza (come, ad esempio, le cosiddette truffe comunitarie), hanno costituito il mezzo per consentire l'afflusso in Sicilia di ingenti quantitativi di danaro, già ripulito all'estero, quasi per intero proveniente dal traffico degli stupefacenti.
Quali effetti ha prodotto in seno all'organizzazione di Cosa Nostra la gestione del traffico di stupefacenti? Contrariamente a quanto ritenevano alcuni mafiosi più tradizionalisti, la mafia non si è rapidamente dissolta ma ha accentuato le sue caratteristiche criminali.
Le alleanze orizzontali fra uomini d'onore di diverse "famiglie" e di diverse "province" hanno favorito il processo, già in atto da tempo, di gerarchizzazione di Cosa Nostra ed al 
 contempo, indebolendo la rigida struttura di base, hanno alimentato mire egemoniche. Infatti, nei primi anni '70 per assicurare un migliore controllo dell'organizzazione, veniva costituito un nuovo organismo verticale, la "commissione" regionale, composta dai capi delle province mafiose siciliane col compito di stabilire regole di condotta e di applicare sanzioni negli affari concernenti Cosa Nostra nel suo complesso.
Ma le fughe in avanti di taluni non erano state inizialmente controllate. Esplode così nel 1978 una violenta contesa culminata negli anni 1981-1982. Due opposte fazioni si affrontano in uno scontro di una ferocia senza precedenti che investiva tutte le strutture di Cosa Nostra, causando centinaia di morti. I gruppi avversari aggregavano uomini d'onore delle più varie famiglie spinti dall'interesse personale - a differenza di quanto accadeva nella prima guerra di mafia caratterizzata dallo scontro tra le famiglie - e ciò a dimostrazione del superamento della compartimentazione in famiglie. La sanguinaria contesa non ha determinato - come ingenuamente si prevedeva - un indebolimento complessivo di Cosa Nostra ma, al contrario, un rafforzamento ed un rinsaldamento delle strutture mafiose, che, depurate degli elementi più deboli (eliminati nel conflitto), si ricompattavano sotto il dominio di un gruppo egemone accentuando al massimo la segretezza ed il verticismo. Il nuovo gruppo dirigente a dimostrazione della sua potenza, a cominciare dall'aprile 1982, ha iniziato ad eliminare chiunque potesse costituire un ostacolo. Gli omicidi di Pio La Torre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, di Giangiacomo Ciaccio Montalto, di Beppe Montana, di Ninni Cassarà, al di là delle specifiche ragioni della eliminazione di ciascuno di essi, testimoniano una drammatica realtà. E tutto ciò mentre il traffico di stupefacenti e le altre attività illecite andavano a gonfie vele nonostante l'impegno delle forze dell'ordine.
La collaborazione di alcuni elementi di spicco di Cosa Nostra e la conclusione di inchieste giudiziarie approfondite e ponderose hanno inferto indubbiamente un duro colpo alla mafia. Ma se la celebrazione tra difficoltà di ogni genere di questi processi ha indotto Cosa Nostra ad un ripensamento di strategie, non ha determinato l'inizio della fine del fenomeno mafioso.
Il declino della mafia più volte annunciato non si è verificato, e non è, purtroppo, prevedibile nemmeno. È vero che non pochi "uomini d'onore", diversi dei quali di importanza primaria, sono in atto detenuti; tuttavia i vertici di Cosa Nostra sono latitanti e non sono sicuramente costretti all'angolo.
Le indagini di polizia giudiziaria, ormai da qualche anno, hanno perso di intensità e di incisività a fronte di una organizzazione mafiosa sempre più impenetrabile e compatta talché le notizie in nostro possesso sulla attuale consistenza dei quadri mafiosi e sui nuovi adepti sono veramente scarse.
Né è possibile trarre buoni auspici dalla drastica riduzione dei fatti di sangue peraltro circoscritta al Palermitano e solo in minima parte ascrivibile all'azione repressiva. La tregua iniziata è purtroppo frequentemente interrotta da assassinii di mafiosi di rango, segno che la resa dei conti non è finita e soprattutto da omicidi dimostrativi che hanno creato notevole allarme sociale; si pensi agli omicidi dell'ex sindaco di Palermo, Giuseppe Insalaco e dell'agente della PS Natale Mondo, consumati appena qualche mese addietro. Si ha l'eloquente conferma che gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere costituiscono tuttora nodi irrisolti con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta luce su moventi e su mandanti dei nuovi come dei vecchi "omicidi eccellenti", non si potranno fare molti passi avanti.
Malgrado i processi e le condanne, risulta da inchieste giudiziarie ancora in corso che la mafia non ha abbandonato il traffico di eroina e che comincia ad interessarsi sempre più alla cocaina; e si hanno già notizie precise di scambi tra eroina e cocaina già in America, col pericolo incombente di contatti e collegamenti - la cui pericolosità è intuitiva - tra mafia siciliana ed altre organizzazioni criminali italiane e sudamericane.
Le indagini per la individuazione dei canali di riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di stupefacenti sono rese molto difficili, sia a causa di una cooperazione internazionale ancora insoddisfacente, sia per il ricorso, da parte dei trafficanti, a sistemi di riciclaggio sempre più sofisticati.
Per quanto riguarda poi le attività illecite, va registrato che accanto ai crimini tradizionali come ad esempio le estorsioni sistematizzate, e le intermediazioni parassitarie, nuove e più insidiose attività cominciano ad acquisire rilevanza. Mi riferisco ai casi sempre più  
frequenti di imprenditori non mafiosi, che subiscono da parte dei mafiosi richieste perentorie di compartecipazione all'impresa e ciò anche allo scopo di eludere le investigazioni patrimoniali rese obbligatorie dalla normativa antimafia.
Questa, in brevissima sintesi, è la situazione attuale che, a mio avviso, non legittima alcun trionfalismo. Mi rendo conto che la fisiologica stanchezza seguente ad una fase di tensione morale eccezionale e protratta nel tempo ha determinato un generale clima, se non di smobilitazione, certamente di disimpegno e, per quanto mi riguarda, non ritengo di aver alcun titolo di legittimazione per censurare chicchessia e per suggerire rimedi. Ma ritengo mio preciso dovere morale sottolineare, anche a costo di passare per profeta di sventure, che continuando a percorrere questa strada, nel futuro prossimo, saremo costretti a confrontarci con una realtà sempre più difficile.

La legione indiana volontari nelle forze armate tedesche

I volontari indiani nelle forze armate tedesche

di Massimiliano Alfiero

L'unità, inquadrata nell'esercito del Reich, occupò sicuramente un posto di primo piano per il suo esotismo e la sua originalità.
Tra le formazioni volontarie straniere inquadrate nelle forze armate tedesche, la Legione Indiana di Subhas Chandra Bose, occupa sicuramente un posto di primo piano, non tanto per la combattività e l'eroismo dei volontari indiani in battaglia, ma per la natura stessa dell'unità, per il suo esotismo e la sua originalità: vedere degli asiatici in uniforme tedesca costituì già di per sé un fatto eccezionale. La legione svolse uno scopo puramente propagandistico a parte qualche scontro armato contro gli alleati sul finire della guerra: Hitler in persona non ebbe mai parole di encomio per i volontari indiani neanche quando il Reichsfiihrer Himmler li trasferì nelle sue Waffen SS. In un discorso ufficiale il Fuhrer arrivò addirittura a dichiarare che la Legione indiana non era altro che uno scherzo.
Un'immagine di Subhas Chandra Bose. Avvocato di Calcutta ed ex presidente del Congresso Nazionale Indiano, era il maggiore rivale di Gandhi nella leadership del movimento di liberazione dell'India dagli inglesi. Nei piani di Bose c'era la costituzione di un governo indiano in esilio e un esercito, composto reclutando i tanti prigionieri indiani che avevano combattuto con gli inglesi ed erano stati catturati dalle forze dell'Asse
I tedeschi iniziarono a reclutare volontari indiani, sfruttando una personalità di rilievo del Congresso Nazionale Indiano, Subhas Chandra Bose. Bose, avvocato di Calcutta ed expresidente del Congresso Nazionale Indiano, era il maggiore rivale di Gandhi nella leadership del movimento di liberazione dell'India dagli inglesi. Bose non condivideva la politica della non violenza di Gandhi, non disdegnando l'uso della forza per il raggiungimento del proprio progetto politico. E così, facendo sua la frase "il nemico del mio nemico è mio amico", Bose intravide nel conflitto anglo-tedesco una ghiotta opportunità per sottrarre l'India alla dominazione inglese. Il popolo indiano non voleva partecipare alla guerra contro le forze dell'Asse ma si ritrovò coinvolto suo malgrado. Il congresso indiano con Gandhi in prima persona si oppose alla coscrizione obbligatoria senza però nessun risultato concreto. Gli inglesi operarono una dura repressione contro chiunque svolgesse attività sovversiva soprattutto contro i membri del Congresso dell'ala oltranzista di Bose. Lo stesso Bose finì agli arresti domiciliari, e solo il 17 gennaio 1941, eludendo la sorveglianza inglese, riuscì a fuggire dalla sua residenza forzata a Calcutta e a raggiungere, dopo una serie di tappe, Berlino con un passaporto italiano. In Germania Bose venne accolto con tutti gli onori dal ministro degli esteri tedesco Von Ribbentrop: i tedeschi erano interessati a qualsiasi espediente politico e militare al fine di fomentare la sollevazione delle popolazioni soggette alla dominazione inglese. L'impero britannico andava distrutto con qualsiasi mezzo. Nei piani di Bose c'era la costituzione di un governo indiano in esilio ed un esercito, reclutando i tanti prigionieri indiani che avevano combattuto nelle formazioni inglesi, catturati dalle forze dell'Asse in Africa settentrionale. Bose venne anche in Italia in visita ufficiale, per cercare appoggio politico al suo progetto. Tuttavia, alla data del 3 maggio Ciano annotava nel suo diario: "...D'accordo con Berlino, rispondiamo a Tokio che il momento di fare una dichiarazione per l'indipendenza araba e indiana non è ancora venuto. Sarebbe un gesto platonico di nessuna conseguenza pratica. E forse avrebbe delle conseguenze negative. Soltanto se e quando le armate dell'asse saranno arrivate in posizioni che permettano loro di sottolineare con le armi le dichiarazioni di indipendenza, un tal gesto potrà essere compiuto. "

Il 4 maggio lo stesso Ciano annotava ancora:
"..Ricevo Bose, capo dei nazionalisti indiani. Rimane male quando sa che la dichiarazione per l'indipendenza dell'India è rinviata sine die. Crede che in tal modo si faccia il gioco del Giappone, che agirà per conto suo, senza tener conto degli interessi dell'Asse. Ormai pensa che la dominazione britannica in India volga alla fine: l'esercito metropolitano ha poche forze e quello indiano non ha voglia di battersi. Naturalmente bisogna prendere con moderazione queste dichiarazioni di Bose, che cerca di tirare acqua al suo mulino".
Dallo stesso diario, il 5 maggio: "...Accompagno Bose dal Duce. Lungo colloquio, ma senza elementi nuovi tranne il fatto che Mussolini si è lasciato persuadere dagli argomenti addotti dal Bose onde ottenere subito la dichiarazione del Tripartito per l'indipendenza indiana".
Dopo i colloqui con il Duce Bose fece ritorno in Germania ed il 15 maggio 1941, una commissione tedesca si recò in Africa per propaganda la formazione di un'unità indiana per reclutare volontari tra i prigionieri. Questo primo tentativo forni solo una trentina di volontari, che vennero trasferiti in Germania, in un campo speciale a Frankenburg vicino Chemnitz. Qui i prigionieri indiani ricevettero la visita di Bose, che propagandò la nascita della Legione Indiana, Azad Hind Legion, conosciuta in seguito anche come Legione Tigre. Nel gennaio del '42, malgrado il numero dei volontari fosse ancora inconsistente, il ministro della propaganda del Reich, annunciò la formazione dell'esercito nazionale indiano o Jai Hind. Esercito che doveva combattere con i tedeschi, contro gli inglesi.
6.000 prigionieri indiani, considerati sensibili alle idee di Bose, vennero trasferiti dai vari campi di prigionia, al campo di Frankenburg, dove iniziarono un addestramento militare guidato da personale tedesco. Ufficialmente, gli indiani dovevano essere usati come lavoratori, e per mascherare meglio l'operazione, il campo venne designato come ArbeitsKommando Frankenburg.
Dei 6.000 indiani, solo 300 aderirono alla Legione Indiana e vennero trasferiti a Kunigsbruck vicino a Dresda in Sassonia, dove ricevettero l'uniforme tedesca con lo scudo sul braccio con il simbolo della legione (la bandiera indiana, arancione bianco e verde, una tigre rampante e la scritta Freies Indien). L'uniforme sarebbe stata quella dell'Afrika Korps durante le operazioni in Africa o in mediooriente. Ai volontari indiani sikhs fu permesso di portare il turbante al posto del normale elmetto.
I volontari della Legione Freies Indien prestarono giuramento il 26 agosto 1942. I ranghi della Legione vennero integrati con centinaia di nuovi volontari che portarono la forza totale dell'unità a circa 2.000 uomini. La Legione venne inquadrata nell'esercito tedesco come 950° reggimento di fanteria indiano (Indisches Infanterie Regiment 950), posto agli ordini dell'oberstleutnant Kurt Krappe.

L'ordine di battaglia del reggimento era il seguente:
  • Infanterie-Regiment 950 (indische)
  • I. Bataillon
  • II. Bataillon
  • III. Bataillon
  • 13. Infanteriegeschiitz Kompanie
  • 14. Panzerjäger Kompanie
  • 15. Pionier Kompanie
  • Ehrenwachkompanie

Riproduciamo una pagina della rivista "Signal" dedicata alla Legione Indiana.

Il reggimento era composto dunque da 3 battaglioni di fanteria (ognuno con quattro compagnie), una compagnia di artiglieria, una anti-carro, una pionieri ed altre unità di supporto divisionale. L'unità venne parzialmente motorizzata con 81 veicoli a motore e 700 cavalli. Inizialmente i quadri ufficiali furono tutti tedeschi, ma dopo un breve corso si riqualificarono alcuni sottufficiali indiani. I due terzi dei legionari era di religione musulmana, gli altri di religione indu. La lingua ufficiale era 1'hindi, ma non tutti gli indiani lo parlavano, per cui i tedeschi furono costretti per molto tempo ad impartire gli ordini in inglese.
Decorazioni
Nel 1942 Bose istituì con l'approvazione del comando germanico, una speciale decorazione per i volontari della Legione Indiana denominata ufficialmente come "ordine dell'Azad Hind", riservata a coloro che si sarebbero distinti in combattimento.
Prendendo ad esempio le decorazioni germaniche, di questa medaglia commemorativa esistevano diverse classi: la più alta era la Grande Stella "Tigre dell'India" (Sher-e-Hind). Si trattava di una stella di argento ad otto punte di circa 6 cm di diametro. Al centro recava un cerchio con una testa di tigre in oro su sfondo bianco ed intorno sempre in oro le parole AZAD HIND separate da foglie di alloro. Esisteva anche la versione "con spade", recante due spade disposte trasversalmente sotto il cerchio centrale.
C'erano poi la Stella di 1 a classe "leader in battaglia" (Sarda!-ejang) uguale alla precedente ma con la tigre e le scritte in argento; la Stella di 2a classe "eroe dell'India" (Vr-e-Hind) e la medag. "martire della Patria" (ShahidBharat) per i caduti in combat} mento. Proprio quest'ultin medaglia, una sorta di medaglia valor militare, recava da un lato solita testa di tigre e dall'altro scritta in tedesco "Indie! Freiheits Kampfl' (gli indiani con battono per la libertà).
Operazione bajadere
L'Abwehr, il servizio segreto militare tedesco, progettò di trasferire la Legione in India, per fomentare una rivolta contro gli inglesi. Dalla fine dell'agosto del 1941 venne redatto un piano che prevedeva il trasferimento dei volontari indiani in India, che venne sottoposto a Bose. Vennero reclutati anche altri volontari indiani nel 4° reggimento della divisione Brandeburgo, per prepararsi all'operazione. Nell'operazione Bajadere venne lanciata ed un centinaio di volontari indiani vennero paracadutati nell'Iran orientale con l'ordine di penetrare in India per compiere azioni di sabotaggio contro le forze inglesi e preparare la rivolta nazionale.
L'oberleutnant Witzel in Afghanistan dalla stazione dell'Abwehr di Kabul, informò Berlino che tutto era andato secondo i piani. La rivolta delle popolazioni indiane però non si verificò, a parte qualche ponte saltato e qualche linea di rifornimenti interrotta. La maggior parte dei volontari indiani finì prigioniera insieme al personale tedesco aggregato alla missione.
Il battaglione Azad Hindoustan
Seguendo l'esempio tedesco, tra l'ottobre 1941 ed il gennaio 1942 anche in seno all'esercito italiano venne creata una speciale unità chiamata Raggruppamento Centri Militari allo scopo di reclutare volontari stranieri. In questa unità vennero inquadrati militari stranieri, ex-prigionieri di guerra, e italiani che erano vissuti per molto tempo all'estero. L'unità doveva servire per compiere azioni di spionaggio e sabotaggio dietro le linee nemiche. Dopo una breve ma intensa campagna di reclutamento si arrivò ad una forza di circa 1.800 uomini, di cui 1.200 italiani, 400 indiani e 200 arabi. L'ordine di battaglia del Raggruppamento Centri Militari era il seguente:
Unità di comando
  • Centro T Italiani della Tunisia
  • Centro A Italiani dall'Egitto, Palestina, Siria, Arabia e arabi e sudanesi prigionieri di guerra
  • Centro I Italiani dell'India, Persia e indiani prigionieri di guerra
Nell'agosto del 1942 l'unità venne ridenominata Raggruppamento Frecce Rosse, e le tre sub-unità vennero ridenominate come:
  • Battaglione d'assalto Tunisia (excentro T)
  • Gruppo Italo-Arabo (ex-centro A)
  • Battaglione Azad Hindoustan (ex-centro I)
Gli indiani del battaglione Àzad Hindoustan vennero equipaggiati con uniformi italiane tropicali con speciali mostrine con i colori nazionali indiani e venne permesso loro di portare il turbante. L'ordine di battaglia del battaglione Azad Hindoustan era il seguente:
  • compagnia fucilieri
  • compagnia mitraglieri
  • plotone paracadutisti
  • plotone italiani d'oltremare
I volontari del plotone paracadutisti vennero trasferiti alla scuola di paracadutismo di Tarquinia per l'addestramento.
Trasferimento nel sud est asiatico
All'inizio del 1943, con le sconfitte di El Alamein e Stalingrado, i tedeschi cominciarono a disinteressarsi dell'India e del progetto di Bose; anche il battaglione Azad Hindoustan italiano venne disciolto ed i volontari indiani fecero ritorno ai campi di prigionia: ormai i volontari non avevano più fiducia nella vittoria dell'Asse. Il progetto dell'Azad Hind venne trasferito ai giapponesi che con le loro armate erano giunti alle porte dell'India. Attraverso il loro ambasciatore a Berlino, il generale Oshima, Bose venne invitato dalle autorità giapponesi a presiedere un governo indiano in esilio in estremo oriente.
Il 9 febbraio 1943 Bose, il suo aiutante, il dottor Habib Hassan, e due ufficiali della Legione Indiana, vennero portati a Kiel, per essere imbarcati sul sommergibile U-180. Il sommergibile si incontrò nelle acque del Madagascar con il sommergibile giapponese I-29, che sbarcò Bose e i suoi a Sumatra. Da lì Bose raggiunse prima Tokyo per colloquiare con i rappresentanti del governo nipponico e poi si trasferì a Singapore dove formò il Governo provvisorio dell'India Libera. Con i prigionieri indiani caduti nelle mani dei giapponesi durante la campagna in Birmania, venne costituito anche una esercito nazionale indiano. Tre divisioni di questo esercito combatterono al fianco dei giapponesi contro la 14a armata inglese in Birmania e nell'estremo nord-est dell'India.
Indische Freiwilligen Legion
I volontari indiani rimasti in Europa, furono trasferiti in Olanda tra l'aprile ed il maggio 1943, entrando a far parte delle forze a difesa del vallo atlantico. L'Oberstleutnant and legion skommandeur Kurt Krappe giunse in Olanda il 13 aprile per predisporre 1e operazioni di trasferimento della Legione indiana da Kónigsbriick in Germania.

Un volontario della Legione. Si nota sulla divisa lo scudetto da braccio del reparto.
Il 1° battaglione giunse al Truppenubiingsplatz (campo di addestramento militare) di Beverloo in Belgio il 30 aprile, seguito subito dopo dal 2 ° tra il 1 ed il 3 maggio. Il 5 maggio i volontari indiani dei due battaglioni vennero ispezionati a Beverloo dal generale Hans Reinhard, comandante generale delle truppe tedesche in Olanda e comandante dell'88° Corpo d'Armata. Reinhard, considerata l'origine asiatica dei volontari nonchè la loro predisposizione a combattere in ambiente tropicale, consigliò l'alto comando tedesco di trasferire al più presto almeno prima dell'autunno, la formazione in zone operative con un clima più mite.
La maggior parte del 2° battaglione giunse a Den Helder da Beverloo il 21 maggio e venne trasferita nella parte settentrionale delle Isole Frisone occidentali sul Mare del Nord: la 6a compagnia a De Koog, la 7a a De Cocksdorp, l'8a a Slufter.
Il 1° battaglione venne invece dislocato nella regione di Zandvoort: due compagnie vennero stanziate lungo la costa e due nell'entroterra.
Il 3 ° battaglione giunse tra il 13 ed il 14 luglio al Truppenubiingsplatz di Oldebroeck in Olanda insieme con le altre compagnie di supporto della Legione; solo la sua 12a compagnia restò in Germania come unità di rincalzo e addestramento.
A partire dalla metà di agosto, l'OKH (OberKommando des Heeres: l'alto comando dell'esercito tedesco) predispose il trasferimento delle unità indiane in Francia nell'area intorno a Bordeaux, sulla costa atlantica.
Con l'avvicinarsi della stagione autunnale si preferì sostituire i volontari indiani con formazioni di volontari russi anticomunisti.
Il 24 agosto il 1 ° battaglione venne rilevato dall'822° battaglione di fanteria georgiano e trasferito in Francia. Il 2 ° battaglione venne rilevato dall'803 ° battaglione di fanteria nord-caucasico e trasferito il 17 settembre a Les Salles D'Ollone in Francia.
Il 3 ° battaglione rimasto a Oldebroeck in riserva venne trasferito in Francia a partire dal 9 settembre. All'inizio di ottobre tutte le unità della Legione vennero dislocate in Francia, nell'area intorno a Lacanau sulla costa atlantica, a nord ovest di Bordeaux, con compiti di difesa costiera.
Seguirono mesi di addestramento intensivo e lavori di fortificazione lungo la costa atlantica. Nell'aprile del '44, il federmaresciallo Erwin Rommel, responsabile di tutte le forze a difesa del vallo atlantico, visitò il campo della Legione indiana, insieme ad altri alti ufficiali tedeschi. L'8 agosto 1944, la Legione con i suoi 2.300 uomini, venne trasferita sotto il controllo delle Waffen SS, e ridisegnata come Indische Freiwilligen Legion der Waffen SS, agli ordini dell'SS-Oberfiihrer Heinz Bertling.

Una foto di Legionari indiani tratta dalla rivista "Signal"
A partire dalla metà di agosto del 1943 l'Alto Comando dell'esercitotedesco dispose il trasferimento delle unità indiane in Francia, nell'area di Bordeaux, sulla costa atlantica.
Pur passando nelle Waffen SS, i legionari indiani continuarono ad indossare le stesse uniformi: in molti testi e nella stessa mappa delle formazioni straniere delle Waffen SS stampata nel febbraio 1945 è riportata una speciale mostrina creata appositamente per la Legione Indiana, raffigurante la testa di tigre su sfondo nero, ma ufficialmente non venne mai utilizzata.
La legione rimase a Lacan fino a settembre, per poi ricevere l'ordine di trasferimento in Germania, in seguito al peggiorare della situazione militare in Normandia. Proprio durante il viaggio di trasferimento, i volontari indiani si scontrarono più volte con le forze partigiane francesi (i maquis) subendo anche notevoli perdite. La legione combattè contro le forze regolari francesi sbarcate in Provenza, a Dun sul canale di Berry: durante gli scontri nelle strade cittadine la Legione lamentò il suo primo caduto in combattimento, il Leutnant Ali Khan, che venne seppellito con tutti gli onori militari nel cimitero di Sancoin.
La Legione proseguì la sua ritirata passando per Luzy marciando di notte per evitare i bombardamenti alleati, ma subendo le continue imboscate dei partigiani francesi.
Attraversata la Loira i volontari indiani giunsero a Digione. Un breve ma intenso combattimento contro una formazione corazzata alleata a Nuit St.Georges si concluse vittoriosamente con pochissime perdite.
Alla fine del 1944, i volontari indiani arrivarono finalmente Germania, a Oberhofen vicino Hagenau; da lì vennero trasferiti al campo di addestramento di Heuberg dove vi rimasero fino marzo del '45. Con il profilarsi de l'imminente disfatta delle forze tedesche, molti volontari indiani iniziarono a disertare, tentando di raggiungere la vicina neutra Svizzera. Alcuni furono catturati dagli alleati: quelli che caddero nelle mani dei partigiani francesi finirono fucilati.
Sandra Bose dopo la disfatta delle armate giapponesi, fece perdere le sue tracce. Il 18 agosto 1945 pochi giorni prima della fine della seconda guerra mondiale, cadde con il suo aereo a Formosa, colpito dai caccia americani.