martedì 16 dicembre 2014

La trappola del denaro e l'ingannevole democrazia


di Antonio Pocobello

La trappola del denaro e l'ingannevole strumento della democrazia  (sempre e soltanto liberista) utile strumento in mano ai banchieri e di converso decisamente contro i nostri interessi.


Di denaro ne abbiamo bisogno tutti perché in denaro abbiamo pianificato le spese per le nostre necessità di vita.
Per questo che lavoriamo per essere ricompensati in denaro.
Eppure per una funzione così importante nessuno analizza il denaro nella sua interezza o che pensa anche che cosa si nasconde dietro alla moneta che usiamo.



Questo è lo scopo di questo mio breve scritto che prova ad indagare proprio su cosa si nasconde dietro ai soldi. E quale alternativa prendere in esame.


Non sto a fare la storia del denaro, non mi interessa; mi interessa invece svelare chi ci ruba, chi ci truffa, chi ci rapina con la moneta o meglio con l’emissione monetaria.
La quasi totalità delle persone fino ad un decennio fa sapeva che il denaro viene stampato dalla zecca dello Stato.
Sbagliato !



Oggi la totalità del denaro, a parte la massa metallica, insignificante nell’insieme, viene emessa da comuni cittadini usurai che operano nascosti dietro alla definizione di Banca. Come la Banca d’Italia o la BCE (banca centrale europea).
Eppure questi signori usurai che si nascondono dietro al termine BCE sono riusciti ad avere il comando assoluto, senza opposizioni, e con la compiacenza di tutti i governi, di tutti gli europei e quindi italiani inclusi.
Con il passare degli anni, sempre con la complicità dei partiti,  si sono evoluti a dittatura economica vanificando la sovranità politica e ancora prima le sovranità monetaria nazionali.


Il fatto grave è che i democratici neanche se ne sono accorti di questa dittatura malefica.
Eppure la dittatura finziaria dei banchieri usurai è visibilissima a tutti nella "commissione europea" organo decisionale di vero governo europeo non eletto da nessun organo democratico, sono tutti uomini dei più schifosi ed usurai banchieri mondiali, a differenza del parlamento europeo, eletto dai cittadini, che serve a ben poco.
Perchè questo ipnotismo ? Perchè nessuno reagisce ?
Tutto questo è giusto ?
Assolutamente no.


Ed ora vorrei indicare, per quello che ho capito, come e quando i banchieri acquisirono questo enorme potere.

Il tutto nasce con la rivoluzione francese, una carneficina senza pari nella storia, e di una stupidità incredibile, chiamata il “terrore”.
E tutto un artificio dei “banchieri” che sulla scia della modernizzazione della rivoluzione industriale vogliono diventare i padroni del mondo e ci riescono.
http://pocobello.blogspot.it/2014/05/la-rivoluzione-francese-e-una-truffa.html


Non a caso in Francia ancora oggi chi parla male della rivoluzione francese viene messo al bando dal potere costituito (già dei banchieri) come in Italia (già dei banchieri) viene messo al bando da questa pseudo democrazia antifascista chi parla bene del fascismo o peggio di chi parla bene dei nazional-socialisti tedeschi.


Eppure una vera democrazia dovrebbe accettare tutti senza distinzione di idee.
Se vera democrazia. E questo è significativo di tutto.

Ma c’è il padrone banchiere, il padrone dei partiti tutti, da difendere ed allora tutto si fa per gli interessi di questi, annullando la vera forma di democrazia.

Per meglio farmi capire voglio mostrare queste foto con lo schema del medio evo e del sistema capitalistico con il denaro al vertice della piramide in sostituzione della corona ovvero della monarchia (Dio re) ci troviamo il denaro (il Dio denaro).


I stessi cambiamenti epocali li troviamo con l'unità d'Italia.


Come uscire da questa subdola, moderna, ipnosi della dittatura di una democrazia ?
Essenziale è prendere consapevolezza del punto di sconfitta del popolo che è stata l'ingannevole rivoluzione francese ed anche della nostra unità d'Italia.
Libertè, egalitè e fraternitè -amplificati ad arte in demagogia-  è tutto un non senso per nascondere la perdita dei beni demaniali rubati e trasformati in proprietà privata, la moneta vera di solo oro e argento con il passagio dell'emissione monetaria ai banchieri con la diffusione della carta straccia trasformata in denaro ad usura, e l'inizio della leva obbligatoria per fare le guerre e molto utili solo ai banchieri.


Quale strada in alternativa alla democrazia liberista si deve intraprendere ?
Io in prima analisi suggerisco di rivalutare quanto è nato pochi mesi prima della rivoluzione francese, sia per anticipare i cambiamenti, sia per antitesi alla falsa rivoluzione francese.
Ovvero il primo socialismo al mondo che i risorgimentalisti prima ed i democratici poi ci hanno nascosto abilmente.


E' il prototipo di società che doveva essere esteso al tutto il regno della due Sicilie e che l'invasione napoleonica prima ed altre sciagure dopo non permisero il completo perfezionamento.
E' il feudo di  Ferdinando IV di Borbone conosciuto come il feudo di san Leucio.
Si avverano le vere, sane, sagge, novità epocali, a differenza dei criminali e demagogici  dettati della  R.F., sono contenute nella novità dei comportamenti e dei "doveri", questi tradotti in molte lingue europee ebbero larghissima diffusione e conoscenza.

IL FALANSTERIO Di S. LEUCIO

http://pocobello.blogspot.it/2013/10/san-leucio-il-falansterio-primo.html


I DOVERI del feudo di san Leucio.
http://pocobello.blogspot.it/2014/03/i-doveri-del-feudo-di-san-leucio.html

«Colonia socialista» di San Leucio (prima al mondo)

L'utopia di Ferdinando IV di BORBONE
http://pocobello.blogspot.it/2009/06/colonia-socialista-di-san-leucio-prima.html



Insomma Ferdiando IV si inventò la prima forma di cooperative umane al mondo, o di socializzazione dell'economia, mettendo al centro di tutto l'uomo e le sue esigenze per una vita ben remunerata sopratutto in servi sociali e di felicità e non solo terrena.
"I pilastri della Costituzione di San Leucio-Ferdinandopoli erano tre:
l'educazione veniva considerata l'origine della pubblica tranquillità;
la buona fede era la prima delle virtù sociali;
e il merito la sola distinzione tra gli individui."



E non come fa la democrazia che ha il denaro ed il profitto a tutti i costi come suo motore.
San Leucio si avvicina molto alla parità tra capitale e lavoro per la prima volta al mondo.
E si badi bene che sia il liberalismo che il comunismo figli della R.F. hanno fatto di tutto per nascondere la necessità di arrivare alla parità tra capitale e lavoro rapporto che è nella natura delle cose già dall'inizio della rivoluzione industriale. Il non rispettarlo è stato un crimine. E' la sopraffazione dell'uomo sull'uomo, che il feudio di san Leucio contrasta, è la vittoria della rivoluzione francese.


Detto questo e ricordando i tanti traguardi, i tantissimi primati e conquiste sociali dei Borbone di Napoli sempre nel rispetto dell'uomo durante la propria evoluzione nella rivoluzione industriale, a differnza della barbarie dei paesi democratici, sempre vittime dei banchieri usurai, pur essendo io di concezione repubblicana e sociale non ho difficoltà, visto anche il fallimento di tutte le iniquie novità democratiche in seguito alla R.F. e dell'Italia unita, nonchè dell'Europa unita, di volere una monarchia assoluta dando continuità alla dinastia napoletana dei Borbone.
Ed arricchita di soluzioni tipo "soviet" comunisti ovvero forme di partecipazione dirette del popolo attraverso la base dei lavoratori di tutte le categorie come consulenti e conoscitori delle proprie materie (cambiabili in qualsiasi momento dalla base) sarebbe, almeno per me, l'ideale.
C'è da precisare che nessun regime comunista al mondo ha perfezionato i soviet.



Cmq ricordo che al momento il primo impegno deve andare nella direzione di recuperare la sovranità monetaria riportando l'emissione a quarto potere costituzionale, che di conseguenza fa recuprare anche la sovranità politica.
Quindi invece di non andare a votare cerchiamo di scegliere e votare i nuovi partiti o movimenti, i più credibili possibile, per mandarli al governo.
Se non ci riprendiamo la sovranità monetaria noi tutti resteremo senza futuro.

Aggiunto da SOCIALE

Perchè non festeggio i 150 anni di unità d'Italia - bozza provvisoria -
http://pocobello.blogspot.it/2010/03/perche-non-festeggio-i-150-anni-di.html






Aggiunte da SOCIALE













































lunedì 15 dicembre 2014

Distruzione dell’Abbazia di Montecassino

ULTIMA LEGIONE
IN HOC SIGNO VINCES
MEMORIA E IDENTITA’

15 febbraio 1944 – 15 febbraio 2014 : 70 anni fa.


Distruzione dell’Abbazia di Montecassino

Settanta anni fa gli americani distruggevano l’Abbazia di Montecassino con bombardamenti massicci.
Dal punto di vista della tecnica militare fu una scelta inutile (perché nell’Abbazia non c’erano i tedeschi, che rispettarono quel luogo sacro) e perfino controproducente. Infatti tra le rovine, ormai soltanto un ammasso di pietre e polvere, poi, si asserragliarono i paracadutisti tedeschi che respinsero tutti gli assalti degli anglo-americani e dei loro alleati: polacchi, neozelandesi, indiani, marocchini, gurka nepalesi, ecc.
“Quel 15 febbraio 1944, alle ore 9 e 24 del mattino, l’abbazia di Montecassino è scossa da una tremenda esplosione, che interrompe la preghiera del piccolo gruppo di monaci benedettini nel cenobio mentre invocano l’assistenza della Madonna e recitano «et pro nobis Christum exora».
Tra di loro c’è l’abate ottantenne dom Gregorio Diamare e il suo segretario dom Martino Matronola, che in seguito pubblicherà un diario, indispensabile per ricostruire quei drammatici giorni.
Sulle loro teste e su quelle delle centinaia di profughi presenti nel monastero si è appena abbattuto il grappolo di bombe da 250 kg l’una sganciato dal bombardiere strategico numero 666, pilotato dal maggiore Bradford Evans, il quale, con un numero di codice così inquietante, guida la prima delle quattro formazioni di B-17, le fortezze volanti statunitensi, che hanno ricevuto l’ordine di distruggere il millenario monastero arroccato sul colle. Alle fortezze volanti seguono altre quattro ondate di bombardieri medi. Alle 13 e 33 è tutto finito, i monaci sono tutti salvi, ma diverse centinaia di profughi sono morti sotto le bombe, e sarà difficile, anche dopo la guerra, riesumarne i corpi e dare un nome alle lapidi.”

NB. Il numero dell’aereo bombardiere americano era il 666, il numero della bestia: Satana!
*
Da allora, una domanda si sono posti tutti gli storici e gli strateghi militari: perché quel bombardamento?
Perché quella distruzione?
La riposta va cercata in profondità e non nelle congiunture belliche.
I motivi non furono militari, ma ideologici. Gli americani diedero il messaggio politico di volere annientare un simbolo della millenaria civiltà europea, come segno tangibile della loro complessiva strategia di annientamento dell’Europa, della sua identità, della sua storia, della sua civiltà e, quindi, del suo ruolo sulla scena mondiale.

Ma non va dimenticato che le opere d’arte e la ricchissima biblioteca del monastero benedettino (che vantava perfino manoscritti millenari) furono portati in salvo dall’abnegazione dei soldati tedeschi, che, qualche mese prima del bombardamento (a prezzo di enormi sforzi e gravi rischi) imballarono il prezioso materiale e con autocarri della Wermarcht lo trasportarono a Roma, in Vaticano.

Protagonisti di questo salvataggio furono:

1) il comandante tedesco del fronte di Cassino, Generale Frido von Senger und Etterlin, di nobile famiglia, cattolico devoto e perfino terziario benedettino, il quale aveva già cercato durante le settimane precedenti di convincere l’ottantaduenne abate Gregorio Diamare e i monaci ad abbandonare il monastero. I religiosi avevano rifiutato: tuttavia, occorreva salvare le innumerevoli opere d’arte e tesori di valore inestimabile, proprio in considerazione che l’edificio religioso poteva subire danni molto gravi.
Il pericolo era divenuto realtà e il generale von Senger mise a disposizione i mezzi di trasporto per evacuare quanti si trovavano ancora nel monastero.
L’abate e alcuni monaci non vollero però abbandonarlo e restarono all’interno della cripta.
Generale Frido von Senger und Etterlin “Il Generale von Senger fu uno dei più capaci comandanti superiori della Wehrmacht nelle campagne di Francia, di Russia e soprattutto d’Italia, insignito delle maggiori decorazioni al Valor Militare, sempre animato dai più elevati sentimenti religiosi e cavallereschi che ne determinarono in ogni occasione i comportamenti. Per quanto riguarda il nostro Paese va ricordato anche il suo rifiuto di eseguire l’ordine d’Hitler per la fucilazione di circa 200 Ufficiali italiani presi prigionieri in Corsica in seguito ai combattimenti fra le nostre truppe e quelle tedesche dopo l’8 Settembre 1943, e và pure aggiunto per la verità storica che anche il Feldmaresciallo Kesserling, latore del messaggio di morte di Hitler, “coprì” con il silenzio il nobile e coraggioso rifiuto di obbedienza di von Senger, il quale riuscì altresì a porre in salvo in zona sicura gli ufficiali italiani in pericolo.”

2) Il Colonnello Julius Schlegel, austriaco di Vienna, cattolico. Egli, fin dall’ottobre 1943, con
l’avvicinarsi del fronte di guerra a Cassino, parlò ai superiori (Gen. Kesserling e Gen. Conrath) del pericolo che correvano i dipinti, le statue, i libri ed i manoscritti di Cassino, ottenendo gli autocarri
per il trasloco.
Julius Schlegel fu coadiuvato dal Capitano Medico Maximilian J. Becker.

Schleghel e Becker Schlegel con l’Abate Diamare
I soldati tedeschi, aiutati dai monaci, si prodigarono per riporre in casse tutto il prezioso materiale
librario ed archivistico ed una colonna di autocarri s’incamminò verso Roma.
“Tra gli ufficiali curvi sulla carta topografica aperta dal generale Conrath, al comando della Divisione corazzata “Hermann Goering”, c’è un anziano ufficiale dello stato maggiore, sui cinquant’anni, nativo di Vienna, con funzioni di comandante del reparto manutenzione: il tenente colonnello Julius Schlegel.
Siamo nell’ottobre del 1943 e l’unità si trova ancora a Capua, mentre l’attacco alleato sul Volturno è già iniziato. Il tema della discussione è la continuazione delle operazioni secondo le direttive emanate dal Feldmaresciallo Kesselring, comprendenti il trinceramento delle unità germaniche sulla Linea Gustav.
Conrath passa a descrivere l’importanza della città di Cassino e del suo colle, sul quale sorge una enorme abbazia.
Schlegel, amante dell’arte ed appassionato visitatore dei musei italiani, comprende subito quanto Montecassino ed i suoi inestimabili tesori d’arte siano in pericolo in vista dei futuri sviluppi della battaglia. Coadiuvato dal capitano Maximilian Becker, ufficiale medico della divisione, si reca subito al convento ed avvia una lunga e difficile opera di convinzione verso l’anziano Abate Gregorio Diamare circa la necessità che i monaci lascino Montecassino e che tutte le opere d’arte vengano trasferite in un luogo più sicuro.
I monaci inizialmente si mostrano restii ad accondiscendere alle richieste di Schlegel; successivamente tuttavia, anche in ragione delle notizie che arrivano dall’ormai vicino fronte, essi
realizzano che il pericolo paventato dall’ufficiale tedesco esiste realmente e gli accordano la loro piena fiducia.

Vengono reperiti in tutta fretta i legnami occorrenti per gli imballaggi e per molti giorni gli atrii del monastero si trasformano un enorme laboratorio di falegnameria.
Militari tedeschi e volontari civili lavorano alacremente senza sosta nell’opera di fabbricazione delle casse e nel successivo stivaggio dei tesori e delle opere d’arte, mentre Schlegel perfeziona il suo piano di evacuazione rendendo disponibili i mezzi atti al trasferimento.
Schlegel sa che l’operazione presenta, oltre al tempo, anche una seconda incognita: non ha avvertito i diretti superiori circa i suoi propositi e teme ritorsioni per aver sottratto i preziosi camion e l’ancor più preziosa benzina alle truppe che stanno combattendo al fronte.
Chi lo toglie dai pasticci è il tenente colonnello Bobrowsky, Capo dell’ufficio amministrativo della “Hermann Goering” e abbastanza ben visto dal generale Conrath.
I due ufficiali si mettono a rapporto e descrivono dettagliatamente la grande importanza di Montecassino e del suo patrimonio artistico, promettendo però di descrivere la vastità già raggiunta dall’operazione.
Con loro grande stupore, il comandante approva il piano e promette di intercedere presso l’Alto Comando. Il Comandante supremo della Wermacht in Italia, Feldmaresciallo Kesserling, autorizza Conrath ad appoggiare l’operazione.
E’ così che 70.000 preziosissimi volumi, uniti a oltre 1.200 manoscritti di inestimabile valore, dipinti, statue, ori ed argenti vengono trasportati con 120 camion a Castel S.Angelo in Roma, dove vengono riconsegnati alla Chiesa in una cerimonia immortalata per l’occasione dai fotografi e dalle cineprese del Ministero della Propaganda del Reich.
A conclusione dell’operazione, il 1° novembre 1943, una messa solenne di ringraziamento per tutti coloro che hanno partecipato al salvataggio del tesoro viene celebrata nella basilica dell’abbazia di Montecassino. Per l’occasione, l’Abate Diamare consegna al colonnello Julius Schlegel il suo personale atto di gratitudine, scritto a mano secondo la tradizione benedettina su una preziosa pergamena.”.
*
OGGI 15 FEBBRAIO 2014, È NOSTRO DOVERE RICORDARE E, SIA PURE NEI LIMITATI MEZZI CONSENTITICI DALL’EGEMONIA DEI MASS MEDIA, TENTARE DI RISTABILIRE LA VERITÀ STORICA E CAPIRE CHI SONO (ANCORA OGGI) I VERI NEMICI DELLA CIVILTÀ EUROPEA.

Tratto da: http://www.isses.it/

Subiaco e Montecassino: arte e storia da salvaguardare
https://www.youtube.com/watch?v=tmxUSVkAH5A


IL COVO RICORDA IL 71° ANNIVERSARIO DELL’INVASIONE DELLA SICILIA (9 LUGLIO/ 18 AGOSTO 1943)

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“IlCovo”, nel 71° anniversario dell’invasione degli Alleati della Sicilia, vuole ricordare la misconosciuta lotta dell’Italia Fascista contro gli anglo-americani, in una fase storica dove ancora ufficialmente risultava che il nemico fosse invasore della nostra penisola e non “liberatore”. A causa di tale metamorfosi propagandistica orchestrata abilmente prima dagli anglosassoni e poi fatta propria acriticamente dalla repubblica antifascista, i tanti episodi di caparbio valore e sacrificio degli italiani in quella campagna, che costarono loro 4578 morti e oltre 30.000 feriti, furono colpevolmente accantonati nel dopoguerra in favore di quelli numericamente inferiori di diserzione di fronte al nemico, per legittimare la falsa immagine di un paese che non avrebbe visto l’ora di buttarsi fra le braccia dei propri avversari. La carneficina che nell’estate del 43 insanguinò la Sicilia dimostra invece come quella campagna militare non fu affatto una “passeggiata” per gli anglo-americani, che lamentarono perdite per oltre 25.000 uomini, e svela l’immagine inedita di un paese che sebbene prostrato da privazioni di ogni genere e martoriato da una serie infinita di bombardamenti devastanti, ancora sapeva e voleva reagire, benché la sproporzione di mezzi e forze in campo gli fosse nettamente sfavorevole. E’ significativo che i pochi sebbene gravi episodi di diserzione e sabotaggio vedessero come protagonisti più che altro le alte gerarchie in comando delle forze armate piuttosto che gli ufficiali di rango inferiore o la stessa truppa; in tal senso appare indicativo il criminale comportamento tenuto da alcuni ammiragli della Marina italiana, che avrebbe tenuto ben lontane le navi che avrebbero potuto contrastare le operazioni di sbarco alleate in Sicilia, in seguito ad un accordo siglato con le forze angloamericane nell’ambasciata di Lisbona con alcuni ammiragli italiani, desiderosi di far cadere prima possibile il Regime fascista; come altresì indicativo risulta evidente il ruolo fondamentale giocato nell’abbassamento dello spirito combattivo degli italiani proprio a causa di quella destituzione e arresto di Mussolini perpetrata dal reuccio savoiardo, che da decenni ci sentiamo raccontare dalla propaganda antifascista sarebbe invece stata accolta da tutti gli italiani con grande sollievo. Commuove ancor’oggi lo spirito combattivo di tutti quei semplici cittadini in divisa, non già militari di carriera, che in quelle tragiche giornate non esitarono un istante ad imbracciare un fucile od una mitragliatrice per opporsi agli enormi carri armati statunitensi ed alla marea di truppe messe in campo dall’avversario, che contro ogni previsione più di una volta dovette cedere all’impeto di quelli che nella propaganda bellica anglosassone venivano sprezzantemente definiti “italiani straccioni”. Fa rabbia constatare che di questi numerosi atti di eroismo così come dei molteplici crimini perpetrati dagli invasori a stelle e strisce contro militari e civili, la massa non abbia alcuna conoscenza, dando per buona una versione bugiarda dei fatti che vuole descrivere gli alleati come i “buoni liberatori”, dispensatori di caramelle e cioccolata!

IlCovo commemora con una lapide l’eroe Sergio Barbadoro che difese Palermo nel 1943 : http://ilcovo.mastertopforum.net/posa-della-lapide-all-eroe-barbadoro-foto-vt1191.html

Tratto da: http://www.isses.it/  storia

domenica 14 dicembre 2014

GLI EBREI SALVATI DA MUSSOLINI MA NESSUNO NE PARLA


E veniamo ai fatti, ai nomi, alle date; non prima però di invitare il valido interlocutore di consultare il mio volume “Mussolini, il Fascismo e gli Ebrei” se desidera realmente una più completa documentazione che, in questa sede – come è comprensibile – non è possibile presentare. Il volume in questione è composto di 349 pagine delle quali 124 sono documenti di origine prevalentemente ebraica e per l’elaborazione di questo lavoro ho impiegato più di venti anni di ricerche, non davvero facili.
Nel 1943/44 ero uno scolare, ma ricordo chiaramente quelle giornate e posso testimoniare: 1) a quell’età e in quegli anni frequentavo la scuola elementare Grazioli Lante della Rovere a Roma e nella mia classe c’era un alunno, se ricordo bene il nome, Pozzi, ebreo; ha frequentato con noi, insieme a noi e tra noi sino alla quinta elementare. 2) Io allora abitavo a Roma in Via Po. All’angolo con Via Simeto, c’era un negozio di abbigliamento a quattro o cinque vetrine, il cui proprietario, Piperno (ebreo), svolse la sua attività senza problemi alcuno. Ricordo che chiuse solo per poche settimane dopo l’8 settembre 1943 (quando non c’era più Mussolini) ma riaprì appena il Duce riuscì a recuperare un minimo di autorità con la nascita della Rsi. 3) Di fronte al mio portone, sempre in Via Po, c’era un negozio di ottica, Astrologo, ebreo; poco più avanti Ginori, ebreo, che gestiva un negozio di vasellame. 4) Il mio pediatra, dottor Ventura, ebreo, aveva lo studio in Piazza Adriana. Il dottor Ventura svolse normalmente la sua attività: visitava i suoi piccoli clienti (come chi scrive queste note) in studio e a domicilio. E tutto questo nel pieno delle leggi razziali.
Le Leggi razziali furono certamente infami, se non avessero una motivazione e se fossero state attuate con crudeltà. Ma così non fu. E allora: perché furono concepite le Leggi Razziali? Per una risposta esauriente dovremmo riportarci agli anni ’30; ma questo non è possibile in questa sede. Allora vediamo di sintetizzare. Bernard Shaw nel 1937 aveva profetizzato: . Era il momento del massimo sforzo di Hitler per riarmare la Germania, ma era anche il momento delle sanzioni economiche inflitte all’Italia fascista, ma era anche il momento nel quale stranamente i Paesi plutocratici e più imperialisti si erano alleati e allineati con l’Unione Sovietica per intervenire insieme nella guerra civile spagnola contro la Spagna franchista e l’Italia di Mussolini che insieme tentarono e riuscirono a bloccare il braccio di Stalin che mirava a penetrare nella penisola iberica prima, e in Europa tutta dopo.
Mussolini cercò in ogni modo – e questa è storia e posso dimostrarlo con documentazione – di evitare all’Europa e al mondo un nuovo e più catastrofico conflitto, ma l’interesse dei centri del potere del mondo si sentirono seriamente minacciati da quelle idee, che una volta ancora partivano dall’Italia e che si stavano espandendo in tutto il mondo.
Le offerte di Berlino per un’alleanza militare erano continuamente rigettate da Mussolini, il quale, pur riconoscendo valide le ragioni del Governo tedesco, diffidava del personaggio Hitler, e anche questa è storia e facilmente dimostrabile. E, come aveva ben visto Bernard Shaw, le grandi democrazie, seguendo un piano politico ben determinato, spingevano l’Italia verso quell’alleanza, grazie all’isolamento e ad una serie di gravi provocazioni nella quale il nostro Paese si venne a trovare. A marzo del 1938 Hitler, con l’entusiastico consenso degli austriaci, concretizzò l’Anschluss senza che il mondo muovesse un dito per impedirlo, ma con questa operazione la Germania si affacciava al Brennero. Tutto ciò ha fatto scrivere a Winston Churchill (La Seconda Guerra Mondiale, 1° Volume, pag. 209): . E quasi con le stesse parole è il giudizio dello storico inglese George Trevelyan (Storia d’Inghilterra, pag. 834): . Nel corso di un’intervista televisiva, Renzo De Felice attestò. . E qui potrei terminare il dialogo con il mio cortese interlocutore.
Come furono applicate le (certamente) odiose leggi razziali? Per avere un’idea di ciò, sarebbe sufficiente ricordare che decine di migliaia di ebrei che fuggivano dalla Germania e dai Paesi caduti sotto l’occupazione tedesca, si rifugiavano in Italia; eppure qui vigevano le leggi razziali, e perché non nei Paesi democratici? Perché la Svizzera li respingeva, l’Inghilterra minacciava di silurare le navi cariche di esuli, Roosevelt fece intervenire la sua Navy per respingere i fuggiaschi. Il mio interlocutore desidera, giustamente, dati e nomi; certo! Allora cito quanto ha scritto Daniele Vicini su L’Indipendente del 20 luglio 1993: . Dello stesso parere è Klaus Voigt che nel suo volume Rifugio precario osserva quanto fosse strana la dittatura fascista. Infatti scrisse: . Come ho scritto, per motivi più che chiari in questa sede non posso elencare i nomi dei fuggitivi, ma vengono riportati dal giornalista Daniele Vicini nell’articolo citato; tuttavia un nome in questo articolo posso ricordarlo e, per il momento, vale per tutti, quello di Edward Luttwak, ebreo, che il mio interlocutore deve conoscere perché molte volte è apparso sullo schermo televisivo italiano in quanto profondo conoscitore della nostra lingua appresa quando la sua famiglia fuggì dalla Romania per rifugiarsi nell’Italia fascista. , conclude Daniele Vicini.
Avrei tanto da aggiungere, ma tanto. E tanti sono gli storici israeliani (onesti e riconoscenti) che attestano l’esistenza di uno “Scudo Protettore” (termine usato dallo storico ebreo Léon Poliakov nel volume Il Nazismo e lo sterminio degli Ebrei) fatto innalzare da Benito Mussolini per sottrarre gli ebrei dai campi di concentramento tedeschi.
Desidero, prima di concludere, soffermarmi sulla frase: . Certo quel 16 ottobre 1943 i tedeschi penetrarono nel ghetto di Roma, ma Mussolini, grazie alla mascalzonata di Badoglio del mese precedente non aveva più il governo del Paese, così e solo per questo i tedeschi poterono fare quel che inutilmente avevano tentato negli anni precedenti quando al Governo c’era Mussolini: la cattura degli ebrei italiani. Con la “complicità dei fascisti”, scrive il mio interlocutore. Certo, c’erano i fascisti, ma per la verità ce ne era uno solo, in Camicia Nera, Ferdinando Natoni che riuscì a bloccare i tedeschi pretendendo la liberazione di tanti ebrei già catturati. Ma il mio interlocutore esige, e ripeto giustamente, fatti e testimonianze. E allora, di nuovo l’invito a leggere quanto mi attestarono le gemelle Mirella e Marina Limentani, ebree, salvate anche loro dal signor . Visto che ho citato Ferdinando Natoni, e dato che intervistai anche Sua figlia, la Signora Anna, la quale mi ha pregato di ricordare che .
Come il mio interlocutore può vedere, ho citato autori e testimonianze non fasciste; però mi si conceda una deroga; Giorgio Pisanò ha scritto (Noi fascisti e gli Ebrei, pag. 19): .
Quindi ricapitolando e per terminare: ho presentato lo scritto di Antonio Pantano che accusa le Potenze vincitrici del Secondo Conflitto mondiale di aver sottratto documenti per creare “una storia artefatta”; abbiamo le testimonianze di Winston Churchill e Trevelyan che accusano la politica inglese di aver costretto l’Italia di Mussolini ad allearsi con Hitler; a seguito di ciò, Renzo De Felice attesta che l’Italia “non poteva non avere le sue leggi razziali”, il giornalista Daniele Vicini che scrive che centinaia di esuli ebrei (e non solo ebrei) si rifugiarono in Italia nel periodo delle Leggi Razziali; abbiamo la testimonianza di due gemelle ebree che hanno attestato che Ferdinando Natoni, fascista, salvò loro ed altri ebrei dall’arresto da parte dei tedeschi e, non davvero ultima, la dichiarazione di Giorgio Pisanò (ma essendo fascista è da prendere con le pinze). Chi scrive queste note afferma di aver raccolto centinaia di documenti che attestano quanto sopra scritto e che, in questa sede è impossibile riportare. Dall’altra parte abbiamo un interlocutore che afferma esattamente il contrario di quanto sin qui detto. Evidentemente deve essere in possesso di documenti a me, a Pantano, a Pisanò sconosciuti. In questo caso lo invito a presentarli per farmi uscire dall’equivoco. E di questo lo ringrazierò.
E se concludessi accusando il primo Governo antifascista (per intenderci, Badoglio) a seguito della sua fuga il 9 settembre 1943, di aver di fatto consegnato ai tedeschi gli ebrei sino ad allora protetti dal Male assoluto, di quanto sarei in errore?




sabato 13 dicembre 2014

Piazza Fontana 1969: andare avanti


Vincenzo Vinciguerra
Opera, 12 novembre 2013
Non siamo sorpresi né, tantomeno, afflitti dalla decisione del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo di archiviare, il 30 settembre 2013, le indagini sulla strage di piazza Fontana accogliendo la richiesta avanzata dai pubblici ministeri milanesi Armando Spataro, Maurizio Romanelli e Grazia Pradella.
Riteniamo, viceversa, che con questo atto giudiziario si possa porre fine all’illusione di quanti hanno sempre ritenuto che dalla magistratura italiana potesse giungere una verità, anche parziale, sulla guerra civile italiana.
Dalla lettura dell’ordinanza di Fabrizio D’Arcangelo si ricava, difatti, che la procura della Repubblica di Milano non ha svolto nuove indagini sull’eccidio del 12 dicembre 1969, ma si è limitata a raccogliere, per dovere di ufficio, le segnalazioni che ad essa pervenivano da parte di altri magistrati bresciani, giornalisti, avvocati e ufficiali dei carabinieri) per concludere infine che nessuna di esse fosse meritevole di approfondimento.
Questa non inchiesta della procura della Repubblica di Milano non poteva, di conseguenza, che concludersi con un nulla di fatto.
Ne prendiamo atto.
A differenza del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo, noi riteniamo che le indagini sulla guerra civile italiana non debbano fermarsi mai, che esse si possano “protrarre all’infinito”, anche se in parte riguardano “persone decedute o già giudicate per la strage” del 12 dicembre 1969, a Milano.
Non tutti sono morti.
I vivi non potranno mai essere condotti in catene in Tribunale perché lo vietano la loro età e il tempo trascorso dei fatti, ma potrebbero contribuire al ristabilimento della verità, se opportunamente indagati ed interrogati.
La morte non costituisce un ostacolo sulla via della verità, sia sul piano giudiziario che su quello storico.
In quanto alle persone “già giudicate”, ricordiamo che per Franco Freda e Giovanni Ventura, la magistratura ha riconosciuto tardivamente la loro responsabilità penale nella strage di piazza Fontana e tanto si può ripetere per altri, come loro, giudicati estranei con sentenze che non rientrano di certo nel novero delle migliori mai emesse dalla magistratura italiana.
Per ricordare la frase minacciosa di Giulio Andreotti, accanto agli imputati ci sono anche gli “imputandi” vivi o morti che siano, mai comparsi in un’aula di Tribunale e mai interrogati dai magistrati della procura della Repubblica di Milano.
Non vogliamo, comunque, polemizzare con questi magistrati milanesi perché abbiamo sempre sostenuto che la responsabilità dei depistaggi e delle menzogne, anche affermate in tante sentenze della magistratura, risale al potere politico di cui quello giudiziario é subalterno.
Potere politico che per aver scatenato una guerra civile, ha tutto l’interesse a negare questa tragica colpa come ha sempre fatto, continua a fare e continuerà a fare perché riconoscerla significherebbe minare alle fondamenta la legittimità di questa classe dirigente che si vedrebbe costretta a rinunciare al suo ruolo dominante.
Come si fa un’indagine?
Per prima cosa si cerca il movente, perché la sua individuazione consente di circoscrivere il campo di ricerca degli ideatori, degli organizzatori e degli esecutori materiali.
La magistratura italiana non ha mai cercato il movente delle stragi, a partire proprio da quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Solo il giudice istruttore Guido Salvini, contro il quale si sono scagliati i magistrati della procura della Repubblica di Milano e Felice Casson, ha inquadrato l’evento nel contesto della guerra “fredda”, ovvero nello scontro fra apparati segreti dell’Ovest e dell’Est, i primi impegnati in Italia a sbarrare la strada al Partito comunista italiano.
Gli sono, però, mancati gli elementi per definire il movente interno ed internazionale, in modo più preciso, tale cioè da consentire una più facile individuazione dei responsabili di alto e basso livello.
Il quadro internazionale dell’anno 1969 lo conosciamo: flotta sovietica nel Mediterraneo, Medio Oriente in fiamme, inizio della guerriglia palestinese in Europa, Libia e Tunisia in rivolta contro le ex potenze coloniali, Marocco traballante, Algeria in mano ad un presidente – Houari Boumedienne – che i servizi segreti occidentali ritenevano un mero agente sovietico.
La situazione interna italiana vedeva l’implacabile crescita elettorale del Pci, la “Quinta colonna sovietica” in Italia, con i primi accenni di timida apertura nei suoi confronti da parte di Aldo Moro, disordini sociali e sindacali, instabilità politica provocata dallo scontro fra coloro che affermavano il fallimento della formula del centro-sinistra e pretendevano il ritorno al centrismo o anche al centro-destra.
Un caos, al quale bisognava mettere fine riportando l’ordine in quella penisola che é la portaerei americana nel Mediterraneo.
Chi poteva assumersi il compito non facile di riportare l’ordine in Italia per trasformarla in un baluardo anticomunista in grado di garantire gli interessi americani, atlantici ed israeliani nel Mediterraneo?
Ognuno é libero di pensare che quattro scalzacani dell’estrema destra, magari con l’aiuto di qualche ufficiale “infedele” o poliziotto “colluso”, potessero assumersi con successo un compito cosi gravoso.
Non siamo democratici ma, a differenza dei democratici, rispettiamo le opinioni di tutti anche quelle che, ictu oculi, appaiono frutto della fantasia degli addetti agli uffici di disinformazione dei servizi segreti militari e civili, fermo restando che non ci sentiamo proprio di condividerle.
Quella, tanto cara alla procura della Repubblica di Milano, che vedeva in “mago Zurlì”, come Marcello Soffiati chiamava Franco Freda, il capo di una “cellula nera” che aveva ideato ed organizzato la strage di piazza Fontana in concorso con i soli Giovanni Ventura e Guido Giannettini, non l’abbiamo mai accettata. Così come ha sempre suscitato in noi amare risate quella che vede nel “Caccola” a Roma il deux ex machina di un inesistente “neofascismo” romano violento e “golpista”.
No, in verità, non potevano essere “mago Zurlì” e il “Caccola” a riportare l’ordine in Italia perché nella scala gerarchica del potere occupavano gli ultimi posti.
Se é vero che il disordine può essere scatenato dal basso é altrettanto vero che l’ordine può essere ristabilito solo dall’alto, da coloro che detengono il potere e gli strumenti esecutivi dello stesso: forze armate e di polizia, servizi segreti, magistratura.
In un sistema bipolare, in cui i patti stipulati a Jalta erano ancora in vigore, come dimostrato dalla passività del mondo cosiddetto libero di fronte all’invasione sovietica della Cecoslovacchia (21 agosto 1968), un intervento repressivo contro il Partito comunista in Italia si poteva ipotizzare solo nel caso che il disordine interno fosse di intensità tale da giustificare agli occhi della comunità internazionale e dell’opinione pubblica italiana il varo, magari temporaneo, di leggi eccezionali, ovvero la proclamazione dello “stato di pericolo pubblico”.
L’azione del governo non doveva apparire come un intervento diretto e mirato contro il Partito comunista che, aveva da tempo dismesso la faccia feroce, le vesti del lupo per indossare quelle dell’agnello.
Doveva, viceversa, stroncare il disordine provocato da una miriade di gruppi e gruppuscoli collocati alla sinistra del Pci e quanti altri erano contrassegnati da un estremismo “anarcoide”.
I provvedimenti eccezionali derivanti dalla proclamazione dello “stato di emergenza” avrebbero, poi, automaticamente interessato il Partito comunista, il suo apparato clandestino, i suoi rapporti segreti con l’Unione sovietica e le sue fonti di finanziamento occulto.
Per raggiungere l’obiettivo, però, il disordine piazzaiolo dei gruppi dell’ultra sinistra, gli attentati dimostrativi a firma anarchica non potevano, ad avviso di molti, bastare per giustificare un “colpo di Stato” istituzionale.
Serviva altro, necessitavano i morti, il sangue sull’asfalto, i colpi mortali ed indiscriminati che sarebbero piombati come mazzate su una popolazione sempre più attonita e smarrita.
Non è difficile, per quanti detengono tutto il potere, destabilizzare l’ordine pubblico perché possono servirsi degli apparati segreti e clandestini di cui dispongono, creati nel corso degli anni all’insaputa del Parlamento e dell’opinione pubblica per fronteggiare l’ipotetica minaccia militare sovietica e quella, più reale e concreta, politica rappresentata dalla costante ascesa elettorale del Partito comunista italiano.
Non detiene, il potere, solo gli strumenti ma anche gli uomini che consapevolmente si prestano ad agire nei suoi interessi sotto copertura, ovvero da ufficiali oppositori del regime (ma non dello Stato) nelle vesti di “neofascisti”, impegnati a contrastare l’avvento della “Repubblica conciliare”, il sorgere di un regime “clerico-marxista” ecc. ecc.
I capi di questo fantomatico neofascismo sono noti: Giorgio Almirante, segretario nazionale del Msi dal mese di giugno del 1969; Pino Romualdi, autentico dominus del partito; Pino Rauti, capo di Ordine nuovo e Junio Valerio Borghese, militante del Msi ma dal 13 settembre 1968 responsabile del “Fronte nazionale”.
Sono questi uomini le “cinghie di trasmissione” fra il potere, i suoi apparati segreti e clandestini e la massa di reazionari e conservatori che si credono “neofascisti” solo perché fanno il saluto romano alle manifestazioni e vanno in pellegrinaggio a Predappio, sulla tomba di Benito Mussolini.
Uno, in particolare, perché gode negli ambienti militari nazionali ed internazionali ai altissima considerazione per il suo passato militare, per aver diretto la Decima flottiglia mas, per aver giustamente meritato il riconoscimento della Medaglia d’oro al V.M. che brilla nel suo petto: Junio Valerio Borghese.
Le indagini sugli attentati del 12 dicembre 1969 hanno sfiorato marginalmente, per la volontà ricattatoria di Franco Freda, il solo Pino Rauti, mentre nessun’altra figura di spicco del mondo dell’estrema destra è mai entrato nel mirino dei magistrati di Treviso, Roma, Milano, Catanzaro che pure per anni hanno indagato alla ricerca della verità.
Per definire la figura di Pino Rauti è sufficiente, qui, ricordare che nei processi svoltisi per la stragi del 12 dicembre 1969, a Milano, del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma (fallita), del 17 maggio 1973, a Milano, del 28 maggio 1974,a Brescia, sul banco degli imputati ci sono finiti tutti uomini che avevano lui come capo e guida.
Certo, la responsabilità penale è personale. Nessuno, tranne Marco Pozzan per conto di Franco Freda, ha chiamato in correità Pino Rauti e per la magistratura italiana il capo può non sapere quello che fanno i suoi subalterni.
Per la storia, i capi non possono non sapere quello che fanno coloro che gli obbediscono, tant’è che Pino Rauti non ha mai interrotto i suoi rapporti con coloro che, in teoria, avrebbero agito a sua insaputa.
Nei primi giorni di gennaio del 1970, fu proprio Pino Rauti ad imporre Carlo Maria Maggi, insieme ad altri dirigenti di Ordine nuovo come componente del comitato centrale del Msi.
Non era trascorso un mese dalla strage di piazza Fontana.
Ricordiamolo, e passiamo oltre.
Se è esistita in Italia una formazione politica che si proponeva un solo fine, quello di riportare l’ordine nel Paese, questa è stata il Fronte nazionale guidato da Junio Valerio Borghese.
Ufficialmente costituito, a Roma, il 13 settembre 1968, il Fronte nazionale è composto da una doppia struttura, quella “A” ufficiale e politica, e quella “B” clandestina e paramilitare.
Se c’è stata formazione politica che, senza una ragione apparente, si è auto-dissolta nel 1965, per ricostituirsi nei primi mesi del 1970, in via ufficiale, questa è Avanguardia nazionale giovanile diretta da Stefano Delle Chiaie, detto il “Caccola”.
Cosa fanno i militanti dell’auto-disciolta organizzazione del “Caccola?”.
Per la divisione Affari riservati del ministero degli Interni la loro attività è il segreto di Pulcinella.
In una nota informativa del 18 dicembre 1968, difatti, si riepiloga sommariamente l’attività del gruppo ricordando che i suoi esponenti “sarebbero stati in contatto con ufficiali dell’Arma dei carabinieri ed avrebbero presi accordi che in caso di necessita l’A.n.g. avrebbe dovuto costituire la cosiddetta protezione civile. In questo periodo negli ambienti interessati si parlava con insistenza del Generale De Lorenzo”.
Poi, prosegue l’ignoto estensore, “verso la fine del 1964 l’A.n.g. fu sciolta, per riformarsi dopo brevissimo tempo in maniera totalmente diversa: alcuni elementi di sicura fede, appartenenti alla vecchia A.n.g. furono avvicinati cautamente e singolarmente e fu loro proposto, nelle forme che il caso richiedeva, se volevano entrare a far parte di una organizzazione segreta, composta da persone disposte a qualsiasi sacrificio per il trionfo del loro ideale e decise a tutto pur di contrastare il passo alla politica in atto”.
Un’organizzazione clandestina, dunque, “costituita in modo che non tutti i componenti potessero conoscersi tra di loro: furono pertanto formati gruppi di due, tre o quattro persone al massimo”, venendo a configurarsi come una struttura pluricellulare per azioni che, ragionevolmente, non potevano essere quelle relative alla distribuzione di volantini.
Difatti, nel prosieguo della sua memoria l’anonimo redattore ricorda che già prima “molto elementi, mentre facevano parte dell’A.n.g. erano stati istruiti sull’uso delle armi e degli esplosivi da un ex ufficiale francese della legione straniera, in uno scantinato sito in via Amari Michele a Roma”, mentre dopo lo scioglimento ufficiale e la ricostituzione come organizzazione clandestina “seguirono nell’estate del 1965, corsi pratici in Antrodoco (Rieti)”, tenuti da un “ex ufficiale tedesco di circa 38-40 anni”.
Nella sua memoria, l’informatissimo redattore omette però di indicare a chi facesse capo questa struttura clandestina perché, come i fatti dimostreranno Delle Chiaie non ha mai avuto una strategia propria ma solo quella di chi gli era gerarchicamente superiore.
Per sapere per conto di chi operassero il Delle Chiaie ed i suoi militanti nel 1969, non serve andare lontano nel tempo, è sufficiente spostarsi di sei mesi dal fallimento dell’operazione del 12-14 dicembre 1969 per scoprire che il 1° giugno 1970, a Roma, a casa di Mario Rosa, Stefano Delle Chiaie è nominato responsabile della struttura “B” del Fronte nazionale.
Una promozione derivante dai meriti da lui acquisiti dal agli occhi del principe Junio Valerio Borghese, per quanto fatto nel periodo precedente.
Con buona pace degli storici italiani, parte dei quali impegnati a frazionare il mondo dell’estrema destra e, in particolare, Avanguardia nazionale da Ordine nuovo, in quel periodo l’unione fra i dirigenti ed i gruppi era totale.
La strategia dell’infiltrazione a sinistra accomunava sia gli ordinovisti che gli avanguardisti, necessaria perché era sulla sinistra che doveva ricadere la responsabilità dei disordini e degli attentati.
La fase esecutiva della strategia della destabilizzazione era affidata ai militanti dell’estrema destra che erano subalterni a quanti rappresentavano le “cinghie di trasmissione” fra loro e i vertici politici e militari.
Se nell’autunno del 1969, a rientrare nel Movimento sociale italiano “per aprire l’ombrello”, secondo la definizione di Pino Rauti, è il solo Ordine nuovo si deve al fatto che Avanguardia nazionale ufficialmente non esiste più dal 1965, mentre il Fronte nazionale, diretto da Junio Valerio Borghese è un movimento apartitico che, per sua natura, non può ovviamente confluire in un partito politico qual’era il Movimento sociale italiano.
Ma è sufficiente vedere, per comprendere il comune coordinamento, che alla manifestazione indetta da Giorgio Almirante per la data del 14 dicembre 1969, a Roma, dovevano esserci proprio tutti perché quella avrebbe rappresentato il momento culminante dell’intera operazione: quando ai morti di Milano si sarebbero sommati i morti di Roma, il governo di Mariano Rumor non avrebbe potuto fare altro che proclamare lo stato di emergenza.
Nel 1968-69, di conseguenza, ad agire sul terreno ci sono i militanti di Ordine nuovo, agli ordini di Pino Rauti, e quelli del Fronte nazionale guidato da Junio Valerio Borghese nel quale sono confluiti parte degli elementi di Avanguardia nazionale impegnati ad operare all’interno della struttura clandestina dell’organizzazione.
Non si deve cercare, come si è fatto per quarantaquattro anni, la strategia “eversiva” di “Caccola” e “mago Zurlì”, ma si deve accettare che i gruppi dell’estrema destra hanno svolto un ruolo organizzativo ed esecutivo nell’ambito della strategia finalizzata a ristabilire l’ordine pubblico e, soprattutto, a rinvigorire quelle politico.
Strategia non partorita dalla mente dei capi (Almirante, Rauti, Romualdi, Borghese) ma da uomini collocati ai vertici del potere politico e militare, suggerita da quegli alleati americani ed atlantici che dal ristabilimento in Italia di un regime forte, di luna democrazia autoritaria e decisamente anticomunista avevano tutto da guadagnarci.
Il “golpe” del 7-8 dicembre 1970, autorizzato dagli americani e sostenuto da politici di primo piano italiani come Giulio Andreotti, è solo la soluzione di ripiego dopo il fallimento del “colpo di Stato” istituzionale del 12-14 dicembre 1969.
Perché nel 1969 si voleva e si cercava in tutti i medi la soluzione di forza, il “golpe” come a tanti piace chiamarlo.
Il primo ad affermarlo, pubblicamente, era stato nel mese di luglio del 1969 Gian Giacomo Feltrinelli, che aveva diffuso un opuscolo di 14 pagina dal titolo “Estate 1969”, con un sottotitolo eloquente: “La minaccia incombente di una svolta radicale autoritaria a destra, di un colpo di Stato all’italiana”.
Non venne creduto.
Quasi nove anni più tardi, però, il 14 gennaio 1978, l’ex capo della polizia, Angelo Vicari, nel corso della sua deposizione nell’aula della Corte di assise di Roma dov’è in corso di svolgimento il processo per il “golpe Borghese”, dichiara:
“La Questura conduceva indagini sul Fronte nazionale per una serie di tentativi di colpi di Stato messi in atto prima e dopo la famosa notte del ‘Tora Tora’. Di questi episodi, ripete, se ne erano verificati più d’uno. Il più grave, quello che destò maggiore allarme, avvenne nel luglio del 1969”.
Non solo nel torrido mese di luglio del 1969 qualcuno aveva tentato di realizzare il “golpe”, perché il tentativo sarà reiterato nel mese di dicembre dello stesso anno.
Particolare significativo, ma sempre trascurato sul piano storico e giudiziario, l’allarme viene lanciato questa volta da persone collocate, ideologicamente, sul piano opposto a quello di Gian Giacomo Feltrinelli.
I dirigenti della Federazione nazionale combattenti della Repubblica sociale italiana fanno distribuire, nel mese di novembre del 1969, un volantino con il quale invitano i reduci a “non farsi strumentalizzare per un colpe di Stato reazionario”.
La conferma, questa volta, viene in tempi recenti dal giornalista Giovanni Fasanella il quale rinviene negli archivi dei servizi segreti britannici di documenti nei quali si parla, esplicitamente, delle intenzioni del governo guidato da Mariano Rumor e, contestualmente, di quelle di Junio Valerio Borghese di giungere alla proclamazione delle “stato di emergenza” indicando perfino la data in cui questa sarebbe avvenuta: 13-14 dicembre 1969.
La strage di piazza Fontana, a Milano, e quella fallita a Roma, avvengono il 12 dicembre 1969. La manifestazione nazionale indetta da Giorgio Almirante si dovrà svolgere il 14 dicembre 1969.
Non serve altro per spiegare le motivazioni della data stabilita dal governo e da Junio Valerio Borghese per la proclamazione dello stato di emergenza.
Sarebbe stato necessario – ed a nostro avviso doveroso – da parte della procura della Repubblica di Milano acquisire i documenti britannici consultati e citati da Giovanni Fasanella per dare all’inchiesta una svolta definitiva.
Solo che l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana l’hanno condotta persone di buona volontà estranee all’ambiente giudiziario, non i pubblici ministeri di Milano.
Il movente è ora chiaramente definito: rafforzare l’ordine politico esistente destabilizzando l’ordine pubblico, in modo da giustificare dinanzi alla comunità internazionale e alla popolazione italiana la proclamazione dello “stato di emergenza” con la conseguente sospensione delle garanzie costituzionali.
Possiamo configurare, senza alcuna difficoltà, i livelli ideativo, organizzativo e operativo:
Al primo, ai collocano gli uomini del potere, chiamati a “stabilizzare” il Paese, a riportare la sicurezza nelle sue piazze e nella sue strade, ad assumere il ruolo di “salvatori della Patria”.
Al secondo, gli Almirante, i Borghese, i Rauti in grado di mobilitare centinaia di uomini per impegnarli nella “destabilizzazione” dell’ordine pubblico, affiancati in veste di controllori e di protettori dagli uomini dei servizi segreti militari e civili.
Al terzo ed ultimo, i “Caccola”, i “mago Zurli” e quanti altri agiscono sul terreno come conviene ai gregari, ai subalterni chiamati ai eseguire ordini, a compiere il “lavoro sporco”.
Abbiamo il movente, il fine ultimo, la configurazione della struttura gerarchicamente ordinata su tre livelli, non è poi impossibile ricostruire quanto hanno fatto, anche sul piano giudiziario, se mai ci fosse stata la volontà di farlo.
Chiariamo subito, inoltre, la confusione creata ad arte da alcuni, in buona fede da altri, relativa alla separazione organizzativa ed operativa esistente, secondo loro, fra Ordine nuovo, da un lato, ed Avanguardia nazionale dall’altro, derivante, sempre secondo questa fantasiosa ipotesi, dalla dipendenza dei due gruppi rispettivamente dal servizio segreto militare, il primo, dalla divisione Affari riservati, la seconda.
Non lo dice solo Giovanni Ventura, il 17 marzo 1973, al giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio che esisteva un accordo fra Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, ovvero il Fronte nazionale, lo dicono i fatti e i comportamenti concreti degli appartenenti a questi gruppi, e quelli tenuti dai servizi segreti militari e civili nei loro confronti.
Le abbiamo scritte in modo documentato senza ottenere smentite.
Lo ribadiamo: è accertato, sul piano storico e giudiziario, che gli uomini della divisione Affari riservati, diretti da Elvio Catenacci, hanno subito depistato le indagini e “coperto” gli avanguardisti a Roma e gli ordinovisti a Padova, affiancati dal servizio segreto militare.
La famosa nota con la quale, il 16 dicembre 1969, il Sid indica in Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Yves Guerin Serac e Robert Leroy i responsabili degli attentati di Roma e di Milano, suona come un avvertimento ai “cugini” del ministero degli Interni per evitare che possano, in un futuro più o meno prossimo, scaricare sulle spalle del servizio segreto militare parte delle responsabilità, per coprire le proprie.
Precauzione saggia ma inutile, quella del Sid se trovasse conferma che a fare il nome di Guido Giaanettini, come persona implicata nelle attività di Franco Freda e Giovanni Ventura, sia stato proprio il prefetto Federico Umberto D’Amato.
La procura della Repubblica di Milano non si è mai discostata dalle indicazioni del servizio segreto civile, così ha dapprima circoscritto le indagini alla sola “cellula nera” padovana e all’agente “Zeta” del Sid Guido Giannettini, rifiutandosi addirittura di prendere in considerazione, negli anni Novanta, i risultati dell’inchiesta del giudice istruttore Guido Salvini che affiancava ai tre – Franco Freda, Giovanni Ventura, Guido Giannettini – gli ordinovisti veneziani Carlo Digilio, Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, salvo poi arrendersi dinanzi all’evidenza dei fatti e delle testimonianze.
Mai, inoltre, la procura della Repubblica di Milano ha allargato l’orizzonte investigativo a Roma.
La conferma ci viene dall’elenco di ventidue attentati che il giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo ritiene con certezza riferibili all’attività posta in essere, nel 1969, dal gruppo ordinovista veneto.
L’elenco, che non segue un ordine cronologico, inizia con quello compiuto nello studio del rettore dell’Università di Padova il 13 aprile 1969.
Seguono:
– i due attentati compiuti a Milano, il 25 aprile 1969, alla Fiera Campionaria e all’ufficio cambi della Banca nazionale del Lavoro alla Stazione centrale;
– quello del 21 maggio l969, compiuto a Roma, contro gli uffici della procura della Repubblica, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quello del 24 luglio 1969, compiuto a Milano, contro l’ufficio istruzione del Tribunale, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quelli (16) compiuti contro i treni l’8-9 agosto 1969;
– quello del 19 agosto 1969, compiuto a Roma, contro la sede della Corte di cassazione, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quello del 28 ottobre l969, compiuto a Torino, contro la sede del palazzo di Giustizia, fallito per la mancata esplosione dell’ordigno;
– quelli del 12 dicembre l969, a Roma, e a Milano.
È una logica precisa quella che esige di datare l’inizio dell’operazione di “destabilizzazione” dell’ordine pubblico dal 13 aprile 1969, da Padova, in modo da far passare sul piano storico la “verità” giudiziaria secondo la quale la “mente” dell’azione complessiva è da individuarsi nei soliti Franco Freda e Giovanni Ventura, sostenuti dal servizio segreto militare tramite Guido Giannettini.
Non accettiamo di uniformarci a questa logica deviante, perché il fatto che la magistratura non sia riuscita ad individuare i complici romani della banda di Stato veneta, non vuol dire che questi non siano mai esistiti.
Per la storia, non per la nostra personale opinione, l’opera di destabilizzazione inizia dalla Capitale dove il piano è stato concepito e dove risiedono i responsabili del primo e secondo livello, quello ideativo e quello organizzativo.
Il primo attentato, difatti, è compiuto a Roma, il 28 febbraio 1969, contro un ingresso secondario del Senato, in via della Dogana vecchia, in coincidenza non fortuita con la conclusione della visita del presidente americano Richard Nixon in Italia, e del suo colloquio riservatissimo, a quattr’occhi, con il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.
Il secondo attentato colpisce la sede del ministero della Pubblica istruzione, in viale Trastevere, il 27 marzo 1969, con un ordigno che ha caratteristiche simili a quello impiegato contro la sede del Senato un mese prima.
Il terzo attentato prende di mira il palazzo di Giustizia, il 31 marzo 1969, e viene rivendicato con volantini “anarchici” a firma di “Marius Jaoob”.
Da questo attentato, come vedremo nel prosieguo, scaturisce una inchiesta che metterà a rischio l’intera operazione rivelando la matrice di destra delle bombe “anarchiche”.
Resi edotti dal pericolo, gli uomini del Fronte nazionale e di Ordine nuovo eviteranno d’ora in avanti di far esplodere i loro ordigni dinanzi alle sedi giudiziarie, limitandosi a compiere azioni meramente dimostrative come, difatti, provano gli attentati da loro successivamente compiuti contro la procura della Repubblica di Roma, il 21 maggio 1969; l’ufficio istruzione del Tribunale di Milano, il 24 luglio 1969; la Corte di cassazione, a Roma, il 19 agosto 1969; il palazzo di Giustizia di Torino il 28 ottobre 1969.
Quattro attentati puntualmente “falliti” per la “mancata esplosione” degli ordigni collocati, segno non d’imperizia ma di volontà degli attentatori ben attenti a non provocare nuove e pericolose inchieste a loro carico.
Cos’è accaduto, difatti, a Roma, dopo l’attentato contro il palazzo di Giustizia del 31 marzo 1969?
Benché l’attentato sia a firma anarchica, persone inserite negli ambienti giudiziari ed investigativi ostentano anche pubblicamente di non crederci.
Il 17 aprile 1969, la rivista Panorama, nell’articolo intitolato “Lo dicono con le bombe”, riferendosi proprio agli attentati avvenuti a Roma il 28 febbraio, il 27 ed il 31 marzo, riporta il giudizio espresso da Giuseppe Velotti:
“Certo il linguaggio (dei volantini di rivendicazione – Nda) è quello degli anarchici, ma nulla ci impedisce di pensare che dietro di esso si nascondano degli agenti provocatori, o degli ultras di destra impegnati a dimostrare l’incapacità e l’inettitudine del potere costituito contro l’ondata di sovversione e agitare di riflesso, la necessità di uno Stato forte. È solo un’ipotesi, ma non bisogna assolutamente trascurarla”.
Non è l’unico, Giuseppe Velotti, ad attribuire alla destra attentati firmati da sinistra, perché la polizia proprio il 31 marzo 1969 aveva perquisita la sede dell’organizzazione universitaria Nuova Caravella, fondata e diretta dagli uomini del Fronte nazionale Guido Paglia, Adriano Tilgher e Cesare Perri.
Del resto, il 31 gennaio 1969, proprio il prefetto di Roma aveva segnalato al ministero degli Interni che i gruppi di destra stavano infiltrando propri elementi nel Movimento studentesco “per condurre azioni di sfaldamento dall’interno”, e compiendo azioni violente “volte a creare ripercussioni negative nell’opinione pubblica e a portare discredito sul Movimento”.
Non solo nel Movimento studentesco perché, per fare un esempio, il 3 marzo 1969, un appunto redatto per il Sid da “fonte certa” afferma che Enzo Maria Dantini avrebbe stipulato un “patto” con due esponenti di gruppi filocinesi e trokzisti in funzione anti-Pci.
Lo stesso Enzo Maria Dantini che verrà indiziato di reato il 18 aprile 1969.
Quel giorno la polizia perquisisce l’abitazione di Stefano Delle Chiaie, a Roma, e arresta, a Rocca di Papa (Roma), Marcello Brunetti, trovato in possesso di 18 chili di polvere di mina, 4 metri di miccia a lenta combustione, 85 detonatori.
L’operazione si svolge nell’ambito delle indagini svelte sull’attentato “anarchico” del 31 marzo contro il palazzo di Giustizia. Insieme a Enzo Maria Dantini, cugino di Marcello Brunetti, sarà indiziato di reato anche Franco Papitto, altro elemento di destra.
Il fatto che la polizia svolga a destra indagini riferite ad attentati di “sinistra”, allarma e sconcerta gli ambienti interessati che esprimono il loro disappunto ed il loro malumore con un avvertimento al ministro degli Interni, Franco Restivo, contro la cui abitazione privata é compiuto un attentato dinamitardo il 19 aprile 1969.
Ma l’ufficio politico della Questura di Roma non demorde e, il 23 aprile 1969, sempre riferendosi all’attentato del 31 marzo al palazzo di Giustizia, in un suo rapporto scrive:
“Gli autori dell’attentato, in uno scritto rimaste sul luogo dell’esplosivo a firma di una fantomatica organizzazione anarchica, adoperando un frasario che rivela la loro posizione ideologica tutt’altro che anarchica, rivendicano la responsabilità anche dell’attentato al ministero della Pubblica istruzione…Infine la composizione dell’esplosivo adoperato nei due attentati e negli altri precedenti é simile, almeno per quanto é stato dichiarato dal personale della locale direzione di artiglieria, a quella del materiale sequestrato a Brunetti…Si ritiene pertanto che il Brunetti, il Dantini e il Papitto siano corresponsabili dei predetti attentati”.
Il patrimonio conoscitivo dell’ufficio politico della Questura di Roma svanirà misteriosamente, senza più riapparire, nemmeno dopo gli attentati “anarchici” del 12 dicembre 1969, a Roma e a Milano.
Anche gli attentati del 27 e 31 marzo 1969 saranno, infine, attribuiti ai solo anarchici Pietro Angelo Della Savia, Paolo Faccioli e Paolo Braschi, mentre scompariranno dell’inchiesta, anche per l’intervento della procura della Repubblica di Milano, quelli di Enzo Maria Dantini e Franco Papitto.
Nessun mistero, perché qualche mese dopo, nel mese di luglio, il direttore della divisione Affari riservati, Elvio Catenacci, stronca la carriera del commissario di Ps, Pasquale Juliano, che incaricato a Padova di condurre le indagini sull’attentato del 13 aprile 1969 nello studio del rettore dell’Università, invece di perseguire anarchici aveva concentrato sulla base di informazioni certe la sua attenzione investigativa su Massimiliano Fachini, Franco Freda e colleghi.
Il copione è identico a Roma come a Padova.
I subalterni, al di fuori del gioco, hanno gli elementi per individuare a destra i mandanti di attentati a firma di sinistra, ma un intervento dall’alto del ministero degli Interni ristabilisce le regole della partita ed impone che gli atti di violenza siano attribuiti, in modo esclusivo, all’”estremismo anarcoide”.
Riepilogando: gli attentati compiuti nel corso dell’operazione di destabilizzazione sono almeno 26, a partire dalla data del 28 febbraio 1969, quando esplode il primo ordigno contro un ingresso secondario del Senato.
Di questi attentati, ben nove sono compiuti nella Capitale, compresi i tre del 12 dicembre 1969.
Inoltre, è certa la presenza di un rappresentante del gruppo romano del “Fronte nazionale”, a Padova, il 18 aprile 1969 nella riunione che precede gli attentati di Milano del 25 aprile successivo contro la Fiera campionaria e l’ufficio cambi della Banca nazionale del lavoro alla Stazione centrale.
È Giovanni Ventura a dichiarare, in sede giudiziaria, che l’ordigno deposto presso l’ufficio istruzione del Tribunale di Milano, il 24 luglio 1969, gli venne consegnato da un emissario giunto da Roma.
Salgono, così, a dodici gli attentati nei quali la presenza del gruppo romano di Junio Valerio Borghese, in modo diretto od indiretto, è certa.
Il coordinamento fra il gruppo di Ordine nuovo guidato da Pino Rauti ed il Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese è accertato.
Già il 25 novembre 1968, una nota del Sid segnala che Pino Rauti, “segretario generale di O.N.” ha stretto un “preciso accordo…per un’alternativa al sistema” con Junio Valerio Borghese, presidente del Fronte nazionale.
Non si segnala, nella nota, la presenza del “Caccola” e di “mago Zurli”, perché gli accordi li fanno i capi, non i gregari.
Sono quarant’anni, a dir poco, che i magistrati della procura della Repubblica di Milano sanno che l’operazione del 1969 è stata coordinata fra Roma, il Veneto e Milano.
Ma, mentre il braccio ordinovista del nord-est è entrato nel mirino delle indagini prima per merito del giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz, poi per quello del giudice istruttore di Milano Guido Salvini che, unico e solo, ha aperto uno spiraglio anche sul capoluogo lombardo indiziando Giancarlo Rognoni, quello romano è rimasto del tutto immune benché non si possa dire che siano sconosciuti parte dei suoi componenti.
La spiegazione si trova nel fatto che le indagini a Roma sono state concentrate solo su due persone incontestabilmente di destra: Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie, per poi essere circoscritte ai soli appartenenti e frequentatori del circolo 22 marzo per la presenza nello stesso di Pietro Valpreda, il “martire dell’anarchia” che noi giudichiamo un collega di Merlino e Delle Chiaie.
Tralasciando, per ora, questa nostra opinione, vediamo che nessun altro componente del mondo romano del Fronte nazionale e di Ordine nuovo è mai stato indagato per i fatti del 12 dicembre 1969 e gli attentati compiuti a partire dal 28 febbraio 1969.
Eppure qualche indizio c’è stato. Ad esempio una chiamata di correità diretta nei confronti di Mario Merlino.
Il 12 aprile 1978, la rivista L’Espresso, nell’articolo intitolato “Le bombe a Roma le mise Merlino”, riporta le dichiarazioni di Alfredo Sestili che, in merito agli attentati del 12 dicembre 1969, compiuti nella Capitale, afferma di aver partecipato alla loro esecuzione insieme a Mario Merlino.
Alfredo Sestili ha fatto parte della struttura clandestina di Avanguardia nazionale poi confluita nel Fronte nazionale, ed in questa veste lo troviamo il 31 agosto 1968, al congresso anarchico di Carrara, insieme a Pietro Valpreda, Mario Merlino ed altri “camerati” camuffati da anarchici.
Mario Merlino non ha un alibi per il pomeriggio del 12 dicembre 1969. Ne deve inventare uno palesemente falso, come è noto ai funzionari dell’ufficio politico della Questura di Roma, ma Sestili non è stato creduto.
Ad accusare i dirigenti di Ordine nuovo fu, invece, l’avvocato Vittorio Ambrosini con due lettere inviate, rispettivamente, al ministro degli Interni, Franco Restivo, e alla segreteria nazionale del Pci nel mese di gennaio del 1970.
Le due lettere non sono mai state ufficialmente ritrovate, anche perché il loro autore, Vittorio Ambrosini, il 20 ottobre 1971, ha avuto la felice idea di “cadere” dalla finestra dell’ospedale romano nel quale si trovava ricoverato dal 1° ottobre.
Capitolo chiuso.
È un luogo comune che gli attentati commessi a Roma il 12 dicembre 1969 siano stati meramente dimostrativi. Tesi portata avanti da quanti si affannano ad affermare (senza dimostrare) che gli attentati di quel tragico giorno sono stati compiuti a Milano dai “cattivi” di Ordine nuovo collegati al Sid, e a Roma dai “buoni” di Avanguardia nazionale, dipendenti dalla divisione Affari riservati.
Senza bisogno di fare l’intero elenco dei feriti, rileviamo che a causa dell’attentato compiuto alle ore 16,55, nel sottopassaggio esistente all’interno della Banca nazionale del lavoro in via S. Basilio, Bartolo Busatta riporta lesioni guaribili in oltre 6 mesi, di cui porterà i segni per tutta la vita; Ferdinando Dioletta, a sua volta, guarirà in poco più di tre mesi e, anche lui, conserverà i postumi per tutta la vita; Maria Antonietta Esposito e Duilio Franzin, a loro volta, resteranno in ospedale per 40 giorni.
Se i morti non ci sono stati, questo non è dipeso dalla volontà degli attentatori.
Tanto si ricorda per dire che quel pomeriggio, a Milano e a Roma, si è cercata la strage, consapevolmente e deliberatamente, perché comune, senza fittizie suddivisioni fra “buoni” e “cattivi”, era l’obiettivo di quel giorno: uccidere.
Un maggiore interesse nei confronti di quanti hanno agito nella Capitale sarebbe stato, lo sarebbe ancora e lo sarà all’infinito, doveroso.
Qui non si tratta di portare alla sbarra persone che sono state già giudicate e assolte, altre che potrebbero esserlo post-mortem, altre ancora che sono state sfiorate dalle indagini ed altre, infine, che mai sono state interrogate sui fatti per verificarne il coinvolgimento e decidere il loro rinvio a giudizio, ma più semplicemente per accertare il loro grado di conoscenza e definire il loro ruolo.
Un’inchiesta si fa interrogando testimoni, cercando indizi, ponendosi degli interrogativi e tentando di dare loro una risposta, non sulla base di fantasiose illazioni ma su quella dei fatti concreti.
La non inchiesta dei pubblici ministeri di Milano ha, viceversa, evidenziato il loro assoluto disinteresse nei confronti di una verità che non dovrà mai, nei loro propositi, essere trovata.
Difatti, hanno omesso di interrogare l’agente di Ps Salvatore Ippoliti, infiltrato nel circolo anarchico Bakunin di Roma e, poi, in veste di controllore nel 22 marzo.
Ippoliti è ancora in vita. E, a nostro avviso, ha molto da dire e sarebbe forse disposto a farlo se qualcuno glielo chiedesse a distanza di quarantaquattro anni.
Difatti, potrebbe raccontare quanto l’ufficio politico di Roma ha accuratamente occultato con l’evidente scopo di proteggere i Merlino e i Valpreda, affermando in quel mese di dicembre del 1969 che i rapporti informativi da lui redatti si erano interrotti il 20 novembre 1969.
In altre parole, “Andrea” è certamente rimasto accanto ai componenti del circolo 22 marzo fino al 12 dicembre l969, ma dalla data del 20 novembre avrebbe omesso di riferire ai suoi superiori gerarchici quanto vedeva e sentiva.
Gli ineffabili magistrati romani hanno accettato, senza battere ciglio, questa incredibile “verità” dell’ufficio politico della Questura ma, a tanti anni di distanza, l’ex agente di Ps potrebbe dirci quanto è stato tenuto nascosto perché è evidente che lui il suo lavoro di “infiltrato” ha continuato a farlo anche dopo il 20 novembre 1969, segnalando a chi di dovere quanto aveva modo di osservare e di ascoltare.
Non è casuale che i dirigenti dell’ufficio politico di Roma abbiano sostenuto che “Andrea”, a partire dal 20 novembre 1969, non ha più segnalato niente perché è il periodo immediatamente precedente agli attentati del 12 dicembre 1969 e, a nostro avviso, l’agente di Ps infiltrato ha visto e sentito cose che non potevano essere portate a conoscenza dell’opinione pubblica e della pur compiacente magistratura romana.
Forse, “Andrea” vorrà mantenere anche oggi l’omertà, vorrà rifiutarsi di raccontare la verità sul circolo 22 marzo, i Merlino e i Valpreda, ma per accertarlo sarebbe necessario interrogarlo.
Ed è esattamente quanto non hanno fatto – e mai faranno – i magistrati di Milano.
È stato ascoltato dai pubblici ministeri milanesi Serafino Di Luia?
Dalla lettura dell’ordinanza del giudice Fabrizio D’Arcangelo non si evince.
Strano, perché il personaggio è, insieme a Pietro Valpreda, il solo componente del gruppo romano del Fronte nazionale che si alterna fra la Capitale e Milano, dove risiede per lunghi periodi.
Lo troviamo spesso, impegnato nell’opera di “infiltrazione” a sinistra accanto ad Enzo Maria Dantini come nella costituzione, il 1° maggio 1969, dell’Organizzazione lotta di popolo (Olp), per conto della quale opera anche a Milano.
Se non è stato interrogato come testimone informato sui fatti è un’omissione grave, perché Serafino Di Luia potrebbe spiegare per quali ragioni fuggì dall’Italia, insieme al fratello Bruno, dopo gli attentati del 12 dicembre 1969 per rifugiarsi in Germania; perché chiese garanzie al ministero degli Interni sul fatto che non ci fosse un mandato di cattura a carico suo e del fratello prima di fare rientro nella penisola; e cosa, infine, raccontò al funzionario della divisione Affari riservati in merito agli attentati a treni dell’8-9 agosto 1969 e del 12 dicembre 1969 nel corso del colloquio da lui stesso sollecitato, avvenuto al Brennero il 10 aprile 1970.
Aveva preannunciato ai funzionari della polizia di Bolzano che aveva “rivelazioni interessanti” da fare su quegli attentati e, ne siamo certi, non millantava credito.
È nei giorni successivi agli attentati ai treni, sia pure per vie confidenziali e per ipotesi investigative, che la matrice romana dell’azione è segnalata ai servizi di sicurezza e, perfino, sulla stampa.
Il 30 agosto 1969, il Centro di controspionaggio di Bologna invia al Sid un appunto nel quale riporta quanto riferito dal confidente Francesco Donini, secondo il quale “gli autori degli attentati dinamitardi sui treni farebbero capo all’organizzazione studentesca di estrema destra Nuova Caravella, che avrebbe sede a Roma e organizzerebbe corsi per sabotatori e dinamitardi diretto da certo Stefano Delle Chiaie”.
Se al nome di quest’ultimo aggiungiamo quelli di Guido Paglia, Cesare Perri e Adriano Tilgher, responsabili di Nuova Caravella, scopriremo che indagini a Roma per quegli attentati non sono mai state fatte.
Alcuni giorni prima, il 21 agosto 1969, la rivista Panorama nell’articolo intitolato “Cinquantamila lire di bombe per la notte del terrore”, scrive che gli ordigni impiegati per gli attentati ai treni “sono uguali come fabbricazione” e prosegue:
“Il vice capo della squadra politica della polizia di Milano ha detto che sono molto simili come costruzione e come tecnica di scoppio a quella che venne trovata il 25 luglio 1968 al palazzo di Giustizia di Milano e a un’altra messa il 21 maggio di quest’anno su uno scaffale di un corridoio nel palazzo di Giustizia di Roma”.
Ricordiamo, quindi, che secondo quanto affermato da Giovanni Ventura la bomba collocata nel palazzo di Giustizia di Milano, il 24 luglio, era stata consegnata, insieme ad altre, a lui e a Franco Freda da un “tipo” legato a Stefano Delle Chiaie che “con le bombe in valigia era arrivato fresco fresco da Roma”, il giorno precedente, 23 luglio.
Normale appare, di conseguenza, che simile sia la bomba rinvenuta il 21 maggio all’interno del palazzo di Giustizia di Roma.
Per la storia è, poi, doveroso sottolineare che dal 14 agosto 1969, Livio Juculano, indica al magistrato padovano, Anna Maria Di Oreste, la corresponsabilità negli attentati e nel possesso di armi e di esplosivi di Franco Freda e di un “libraio di Treviso”, cioè Giovanni Ventura, mentre, il 20 agosto, in un rapporto sugli attentati ai treni, la Questura di Trieste cita il nome di Manlio Portolan, reggente del locale gruppo di Ordine nuovo.
Come a dire che nel mese di agosto del 1969, gli apparati di sicurezza dello Stato avevano tutti gli elementi per bloccare l’operazione che si concluderà con la strage di piazza Fontana, se questa fosse stata concepita ed attuata contro lo Stato.
Non l’hanno fatto perché, viceversa, era un’operazione dello Stato.
Nella ricostruzione degli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969, direttamente connessi agli attentati del 12 dicembre 1969, non ci sono, quindi, solo i già giudicati Franco Freda e Giovanni Ventura, gli ingiudicabili, ad avviso della magistratura milanese, Gianni Casalini e Ivano Toniolo ma altre persone gravitanti soprattutto nell’ambiente del Fronte nazionale e della sua struttura clandestina formata in gran parte da militanti di Avanguardia nazionale.
Non è vero che non ci sia possibilità di indagare sugli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969 perché i reati sarebbero caduti in prescrizione, visto che questi rientrano in un unico “disegno criminoso” nell’ambito del quale è stata commessa la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, a Milano.
E il reato di strage non cade mai in prescrizione, almeno per il codice penale. Magari decade nella coscienza di chi dovrebbe indagare e preferisce non farlo.
Un altro personaggio romano di cui non abbiamo trovato traccia nell’ordinanza del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo, è Maurizio Giorgi.
La ragione per la quale sarebbe stato importante citarlo come persona informata sui fatti risiede, per prima cosa, nel singolare accanimento con il quale il gruppo padovano, in particolare Giovanni Ventura e Marco Pozzan, a partire dal mese di febbraio del 1976 pretendono che il Sid disveli la sua identità come accompagnatore del capitano Antonio Labruna a Barcellona (Spagna), il 30 novembre 1972, per incontrare Stefano Delle Chiaie.
Il 17 luglio 1976, Giovanni Ventura si spinge fino al punto di denunciare il Sid e il ministero degli Esteri per il segreto che ancora mantengono sul suo nome.
Il servizio segreto militare, però, non cede nemmeno dinanzi alla richiesta della Corte di assise di Catanzaro che, il 26 maggio 1977, chiede ufficialmente di conoscere la sua identità, ottenendo ancora, il 24 giugno successivo, dal direttore del Sid, ammiraglio Mario Casardi, una risposta negativa.
Poi, qualcosa accade, perché il 19 luglio 1977, il capitano Antonio Labruna, nel corso della sua deposizione dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro, ne svela l’identità.
Ad ulteriore conferma delle fanfaronate del “Caccola” sulla battaglia da lui condotta contro lo Stato antifascista, Maurizio Giorgi viene puntualmente preavvertito dal Sid che il segreto sul suo nome non può più essere mantenuto e, alla fine del mese di giugno del 1977, scappa in Cile.
Gli interrogativi suscitati dal comportamento di Maurizio Giorgi e dei suoi colleghi dell’ormai disciolto Fronte nazionale non hanno mai trovato risposta perché nessuno ha dimostrato di avere an interesse in merito.
Eppure, la logica ricattatoria della banda padovana non sfugge, anzi essa si palesa come la minaccia implicita di una chiamata di correità per gli attentati del 12 dicembre 1969, di cui sono chiamati a rispondere dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro i soli Franco Freda, Giovanni Ventura, Marco Pozzan e Guido Giannettini.
L’obiettivo degli imputati padovani, difatti, non il solo Maurizio Giorgi ma tutto il gruppo romano, come dimostra l’esplicita accusa lanciata da Giovanni Ventura dalle pagine della rivista L’Espresso, il 12 settembre 1976.
Nell’occasione, Ventura si vanta di aver informato Guido Giannettini che “un gruppo romano collegato a Freda e gravitante attorno ad Avanguardia nazionale, di ocui facevano parte Delle Chiaie e Guido Paglia intendeva organizzare attentati in luoghi chiusi”.
Ed é sempre lui ad affermare, esplicitamente, il rapporto operativo fra il “Caccola” e “mago Zurli”, scrivendo il 18 dicembre 1976 a Marco Pozzan:
“Fosti tu a dichiarare il rapporto tra Freda e Delle Chiaie, che a me era stato dato a Padova quando tu vi incontrasti Rauti”.
Non é un caso che Giovanni Ventura, nella sua dichiarazione al L’Espresso parli di “un gruppo romano collegato a Freda e gravitante attorno ad Avanguardia nazionale”, perché sa bene che il “gruppo” agisce nell’ambito e nell’interesse del Fronte nazionale e non si identifica con la inesistente Avanguardia nazionale.
Tornando a Maurizio Giorgi, bollato dal capitano Antonio Labruna in più occasioni come fonte del Nucleo operativo diretto del Sid e, contestualmente, della divisione Affari riservati, senza ottenere smentite e querele, é allarmante che si sottragga all’interrogatorio dinanzi alla Corte di assise di Catanzaro.
Non è indiziato di reato, non è citato come testimone in merito agli attentati del 12 dicembre 1969, ma solo come accompagnatore del capitano Antonio Labruna a Barcellona il 30 novembre 1972 e, in questa veste, come persona a conoscenza del contenuto dei colloqui che si sono svolti fra l’ufficiale del Sid e il “rivoluzionario” Delle Chiaie.
Ma allora perché scappa?
L’ipotesi più attendibile è che non tema le domande dei giudici della Corte di assise di Catanzaro ma quelle che Giovanni Ventura, Franco Freda e Marco Pozzan potranno fargli porre dai loro rispettivi avvocati.
Il tema del colloquio fra Labruna e Delle Chiaie, secondo la versione di quest’ultimo, verteva sull’aiuto da dare agli imputati e, fosse solo questo, il Giorgi avrebbe trovato difficoltà a spiegare perché il servizio segreto militare si rivolgesse a un “rivoluzionario fascista” come Delle Chiaie per ottenere la sua collaborazione per sottrarre Freda, Ventura e Pozzan al processo per la strage di piazza Fontana.
Domande imbarazzanti che potevano velare collusioni e complicità fra i “rivoluzionari” e gli apparati dello Stato ma anche la loro implicazione diretta negli attentati del 12 dicembre 1969, perché il capitano Antonio Labruna va a parlare con uno che i fatti li conosce e che ha dei doveri nei confronti degli imputati che, poi, saranno disattesi.
Domande alle quale Maurizio Giorgi sa di non poter rispondere per cui ha paura di entrare nell’aula della Corte di assise di Catanzaro in veste di testimone e di uscirne in quella di indiziato di reato e futuro imputando.
Quindi, com’è nella tradizione degli “spiriti liberi” di evoliana memoria, fugge il più lontano possibile, in Cile, dove lo attende Delle Chiaie.
Un personaggio siffatto non merita attenzione ed interesse da parti di quanti si prodigano (almeno nelle intenzioni) a cercare la verità?
La risposta è nei fatti.
Guido Paglia è il fantasma ancora in vita, con grande disappunto della procura della Repubblica di Milano, della struttura palese del Fronte nazionale, quella per intenderci che costituisce l’organizzazione universitaria Nuova Caravella.
Non è, però, estraneo all’attività della parte sommersa e clandestina che lavora all’interno del Fronte nazionale.
Figlio di un ammiraglio (circostanza da lui negata per anni e poi ammessa senza fare il nome del padre dinanzi al giudice veneziano Carlo Mastelloni) che potrebbe identificarsi in Dario Paglia, citato nel rapporto del Sid del 20 giugno 1974 come compartecipe al “golpe” Borghese del 7-8 dicembre 1970, Guido Paglia lo troviamo, nelle dichiarazioni di Alfredo Sestili, come colui che consegna i soldi ai finti anarchici (Pietro Valpreda, Mario Merlino e soci) che devono recarsi al congresso internazionale della Federazione anarchica italiana il 30 agosto 1968.
Lo ritroviamo fra i fondatori di Nuova Caravella, gruppo indicato, per via confidenziale, come coinvolto negli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969.
Lo incontriamo ancora il 12 dicembre 1969, perché è proprio lui che Stefano Delle Chiaie chiama in causa per sostenere il suo inesistente alibi per quel tragico pomeriggio.
Mario Merlino offre per alibi un appuntamento, alle ore 17.00, con Stefano Delle Chiaie nella sua abitazione di via Tuscolana; quest’ultimo invoca, a sua volta, la testimonianza di Guido Paglia per le ore 17.00 del 12 dicembre 1969, in piazza San Silvestro, dove lo avrebbe incontrato in compagnia di Gianfranco Finaldi, uno dei protagonisti dell’Istituto “A. Pollio”.
È un’opera di mutuo soccorso sulla quale nessuno ha mai investigato a sufficienza.
Una grave omissione, perché il 10 gennaio 1970 viene ritrovato a Roma il portafoglio che Guido Paglia aveva smarrito qualche giorno prima.
Al suo interno, palese e gravissima, c’è la prova che il figlio dell’ammiraglio non si occupava solo di comunicati stampa all’interno del gruppo ma che era uno dei referenti di Mario Merlino, quando costui era impegnato a fare “l’anarchico”.
All’interno del portafoglio, difatti, si trova un elenco di nominativi e numeri telefonici del circolo anarchico Bakunin di via Baccina n. 35 e, contestualmente, un secondo elenco di saponette esplosive, rotoli di miccia, detonatori e capsule elettrice con, al fianco di ogni voce, indicata la quantità di materiale presente.
Il 30 giugno 1973, Mario Merlino riconosce come sua la grafia degli elenchi ritrovati nel portafoglio di Guido Paglia che, però, non sale sul banco degli imputati insieme a Pietro Valpreda e allo stesso Merlino, anzi inizia un luminosa carriera giornalistica sotto l’egida del servizio segreto militare, secondo l’accusa rivoltagli dal capitano Antonio Labruna che lui non ci risulta abbia mai querelato.
Mario Merlino era stato “fermato” la sera del 12 dicembre 1969, quindi gli elenchi a Guido Paglia li aveva consegnati in data antecedente.
Merlino non frequentava il circolo Bakunin perché non se lo poteva consentire né gli sarebbe stato permesso. Al suo pesto ci andava Pietro Valpreda, fino a quando il titolare del circolo, Veraldo Rossi, lo ha buttato fuori accusandolo di essere un confidente di polizia.
Benché preso “con le mani nel sacco”, cioè con le prove di una attività spionistica ai danni degli anarchici romani, svolta con Mario Merlino, e con quelle di un’attività di “bombarolo” che, con pignoleria, conserva l’elenco del materiale che dovrà essere utilizzato per “destabilizzare” il Passe, Guido Paglia non subisce alcun danno né viene sottoposto a fastidiosi e stringenti interrogatori.
In un appunto del Sid, ritrovato fra le carte di Mino Pecorelli, si rivela che l’11 novembre 1972, alle ore 15.30, Guido Paglia è stato avvicinato da uomini del Sid che cercavano il contatto con Stefano Delle Chiaie allo scopo di “disciplinare la politica attiva” di Avanguardia nazionale. Paglia indica in Maurizio Giorgi la persona che mantiene i collegamenti con Stefano Delle Chiaie, rifugiato in Spagna.
Anche su questo punto fondamentale per comprendere le ragioni reali dell’incontro fra il capitano Antonio Labruna e Stefano Delle Chiaie a Barcellona il 30 novembre 1972, non ci risulta che Guido Paglia sia mai stato interrogato.
Non riteniamo, ragionevolmente, che Giovanni Ventura lo abbia voluto calunniare citandolo, nell’intervista pubblicata il 12 settembre 1976, come la persona che insieme al Delle Chiaie programmava attentati “in luoghi chiusi”.
Ci chiediamo, semplicemente, per quali recondite ragioni Guido Paglia la cui figura è presente, con un ruolo di primo piano, nelle vicende del 1969 e in quelle successive, non abbia mai attirato l’attenzione dei magistrati italiani.
Non necessariamente Guido Paglia sarebbe divenuto un imputato, né possiamo prevedere che possa trasformarsi in imputando, ma la sua testimonianza non reticente aiuterebbe a ricomporre il mosaico di quei fatti che rimangono parzialmente oscuri nei loro dettagli, anche – e soprattutto – per il muro di omertà che persone come lui sono riusciti negli anni ad erigere.
Tanti sono morti fra protagonisti, comprimari e comparse di quei tragici avvenimenti, ma qualcuno di loro può ancora “parlare” per dirci quali sono state le motivazioni reali per le quali è stato ucciso.
È il caso di Carmine Palladino.
Lo “spontaneismo” a destra è parto della fantasia giornalistica, sollecitata dalla “veline” dei servizi segreti militari e civili, è però reale, incontestabilmente vero, che a partire dal 1981, all’interno degli istituti di pena dov’erano rinchiusi molti militanti di destra si è levata una rivolta contro coloro che avevano fatto parte di Avanguardia nazionale e, in parte, di Ordine nuovo.
A farne le spese saranno all’interno del carcere romano di Rebibbia saranno, ad esempio, gli avanguardisti Giulio Crescenzi e Silvano Falabella, mentre Adriano Tilgher sarà tenuto per ragioni di sicurezza al reparto “G.11” e non al “G.9” dove venivano concentrati i detenuti di destra.
A Novara, nel cortile dell’aria, il 28 maggio 1982, toccherà a Franco Freda al quale taglieranno la faccia, per tacciarlo da infame nel linguaggio della malavita che era ormai l’unico che gli sbandati di destra conoscevano.
Il 9 agosto 1982, sempre a Novara, viene ucciso Carmine Palladino, esponente di Avanguardia nazionale a Roma.
Ad ucciderlo, con altri, è stato Pierluigi Concutelli il quale ha giustificato il gesto omicidiario in modo confuso, ponendo però l’accanto sullo stragismo, accusa che non poteva essere rivolta alla persona di Carmine Palladino ma all’organizzazione di cui faceva parte.
Avanguardia nazionale è stata chiamata in causa, direttamente, solo nell’eccidio del 12 dicembre 1969, a Milano, non in quelli successivi, quindi Carmine Palladino paga con la vita quello che è stato l’inizio e l’esempio di un metodo ritenuto da tutti (compreso Pierluigi Concutelli) confacente al raggiungimento degli scopi che si proponevano i vertici delle organizzazioni coinvolte per favorire l’avvento di uno “Stato forte”.
Non sono prove valide sul piano processuale, certo. Ma i pestaggi di Rebibbia, lo sfregio nel viso di Freda, l’omicidio di Palladino sono i sintomi della delusione e della rabbia impotente dell’ultima generazione di militanti di destra che, solo in carcere, si accorgono di essere stati usati per favorire i disegni dello Stato e del regime, non per combatterlo.
Se mai smentita collettiva é venuta alla farneticazioni del Delle Chiaie e dei suoi colleghi di aver combattuto una “guerra rivoluzionaria” contro lo Stato antifascista, questa la troviamo all’interno degli istituti di pena, nella rivolta dei “peones” che privi di senso politico e morale non riescono ad esprimerla che con il linguaggio muto della malavita.
Qualcuno poteva parlare anche da vivo.
È il caso di Nico Azzi, il quale è stato interrogato e, perfino, arrestato dal sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Grazia Pradella, il 3 luglio 1997, perché dopo aver rivelato che Franco Freda gli aveva parlato dei rapporti di Ordine nuovo con i servizi segreti non aveva voluto fare i nomi.
Nico Azzi è stato condannato per la mancata strage sul treno Torino-Roma, insieme a Francesco De Min, Mauro Marzorati e Giancarlo Rognoni, dalla Corte di assise di appello di Genova a 15 anni e 6 mesi di reclusione.
Nel 1997, Giancarlo Rognoni entra nel novero degli imputati per la strage di piazza Fontana avendo alle spalle una condanna, passata in giudicato, per strage sia pure fallita.
Sul suo conto era ormai accertato il legame, non sporadico né saltuario, con il comando della divisione carabinieri Pastrengo con sede a Milano; quello con Carlo Maria Maggi e con Pino Rauti, oltre che con Franco Maria Servello, esponente di punta del Movimento sociale italiano.
Le motivazioni della mancata strage del 7 aprile 1973 sono indicate con estrema chiarezza dalla Corte di assise di Genova che, il 25 giugno 1974, a Giancarlo Rognoni aveva ritenuto equo infliggere la pena di 23 anni di reclusione:
“Ed è certo invero – scrivevano i giudici della Corte di assise – che l’evento cui erano diretti nella specie gli atti compiuti dagli imputati si inseriva perfettamente nella strategia della tensione, in quanto il suo verificarsi (o anche il semplice pericolo di esso) avrebbe avuto gravissime conseguenze sul piano della vita politica e sociale, forse incontrollabili e imprevedibili. Del fatto non poteva derivare, oltre all’indignazione e alla commozione per la gravità dell’accaduto, un notevole turbamento della coscienza dei cittadini e la constatazione dell’insicurezza della vita di relazione, che avrebbe potuto portare a sua volta le esasperazioni pericolosamente eversive dalla visione istituzionale ad un progressivo inasprimento delle forme e dei metodi della vita politica…
L’intento degli imputati era proprio quello di colpire, con la loro condotta, la vita democratica nella sua più intima essenza e di intaccare quindi indirettamente alla base la sicurezza delle istituzioni…”.
Nessun magistrato inquirente si era posto il problema di comprendere per conto di chi i quattro avessero programmato un massacro da attribuire ai militanti di Lotta continua.
Riconoscere che l’attentato stragista rientrava nell’ambito della “strategia della tensione” e che, se fosse riuscito, “avrebbe avuto conseguenze gravissime sul piano della vita politica e sociale, forse incontrollabili e imprevedibili”, non avrebbe potuto essere disgiunto dalla ricerca degli ideatori e degli organizzatori di un eccidio di italiani inermi ed innocenti i cui effetti non avrebbero potuto essere sfruttati dai quattro manovali che lo avevano tentato.
Negli anni in cui si svolge il processo (1973-1977) molte informazioni non si conoscevano o erano note solo parzialmente e, pertanto, possiamo facilmente convenire che era difficile per i magistrati inquirenti e giudicanti inserire al loro posto i tasselli del mosaico.
Nel periodo successivo, però, la verità su quanto si stava preparando – e si stava facendo – in quella primavera del 1973, è emersa.
Un riorganizzato Fronte nazionale, ai cui vertici era ora assiso il consigliere provinciale del Msi di Genova, Giancarlo De Marchi, insieme agli uomini riuniti sotto la sigla della Rosa dei venti, collegati al Centro di resistenza democratica di Edgardo Sogno e con il Movimento di azione rivoluzionaria di Carlo Fumagalli, coadiuvati da ufficiali dei carabinieri, delle Forze armate e da funzionari di polizia stava reiterando il tentativo di “golpe” istituzionale fallito il 13-14 dicembre 1969.
Con questa verità, anche processualmente accertata, negli anni Novanta la ricostruzione degli eventi era possibile, anzi sarebbe stata doverosa se si fosse cercata la verità sulla strage di piazza Fontana invece di concordare con lo speculatore giudiziario Felice Casson il modo di bloccarla o, comunque, di svuotarla di contenuto per circoscriverla nell’ambito del solito disegno eversivo di marca “fascista”, portato avanti dalla sola “cellula nera” padovana.
I pubblici ministeri di Milano avrebbero dovuto notare che l’operazione dell’aprile 1973 reiterava alla lettera il piano predisposto nel mese di dicembre del 1969.
All’epoca, difatti, la strage di Milano e quella mancata di Roma del 12 dicembre 1969 hanno preceduto la manifestazione nazionale indetta dal Movimento sociale italiano a Roma per due giorni dopo, 14 dicembre, nel corso della quale sarebbe esplosa la collera contro i “rossi”, responsabili del massacro di Milano.
È offensivo per l’intelligenza degli italiani, non soltanto degli storici, ritenere una mera coincidenza che negli stessi ambienti impegnati ancora a creare le condizioni per la “proclamazione delle stato di emergenza”, siano stato programmate per la seconda volta, a distanza di meno di quattro anni, un eccidio ed una manifestazione nazionale del Msi, questa volta a Milano: il 7 aprile 1973 la strage, il 12 aprile successivo la manifestazione.
Le differenze fra i due eventi, quello del dicembre 1969 e dell’aprile 1973, non risiedono nella programmazione del piano bensì nella sua esecuzione. L’eccidio programmato per il 7 aprile fallisce per colpa dell’esecutore materiale, Nico Azzi; la manifestazione nazionale del Msi, a Milano, degenera come programmato in incidenti nel corso dei quali altri due manovali missini, Maurizio Murelli e Vittorio Loi, lanciano le bombe a mano contro un cordone di polizia provocando la morte dell’agente di Ps Antonio Marino.
Ma, nei tragici fatti dell’aprile del 1973 è provata la relazione fra i due eventi, strage mancata e manifestazione nazionale del Msi; e lo è proprio sul piano processuale senza essere frutto di ipotesi o di “fantasiose illazioni” tanto care al giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo ed ai suoi colleghi della procura della Repubblica di Milano.
Il 26 aprile 1973, Nico Azzi, l’esecutore materiale dell’attentato stragista sul treno “Torino-Roma” del 7 aprile, confessa ai magistrati di essere stato uno dei fornitori delle bombe a mano usate negli incidenti di Milano del 12 aprile 1973.
Siamo dinanzi a quello che giuridicamente si definisce un “unico disegno criminoso”, che vede la programmazione anticipata dia della strage che degli incidenti ad opera di persone che poi prenderanno parte sia alla prima che ai secondi.
Questa connessione fra gli organizzatori e gli esecutori materiali della mancata strage sul treno e quelli della manifestazione nazionale del Movimento sociale italiano non è mai stata valorizzata sul piano processuale e storico.
Eppure, il rapporto fra Giancarlo Rognoni e Franco Maria Servello è presente negli atti giudiziari, anche se ovviamente non costituisce, in mancanza di riscontri che nessun magistrato ha mai cercato, la prova di un accordo fra i due per conto di quelle forze che entrambi rappresentavano.
Non ha valore probatorio né indiziario, per essere un appunto redatto da fonte confidenziale anonima, quanto segnalato al ministero degli Interni il 24 giugno 1978 sul conto del senatore missino Giorgio Pisanò.
Nell’appunto si scrive che Franco Maria Servello sarebbe “vittima notoria” del Pisanò, avendo “dato quasi fondo alle sue finanze personali” alle scopo di “uscire senza danno dai processi ‘Marino’ e treno Genova-Milano.”
Non ha valore processuale nemmeno la presenza ai funerali di Nico Azzi, stragista mancato e delatore parziale dei suoi colleghi, di Ignazio La Russa, all’epoca braccio destro di Franco Maria Servello.
È un dettaglio meritevole di attenzione e di riflessione anche perché, il La Russa quando si presenta a rendere omaggio alla salma di Nico Azzi ha da tempo affermato il suo nuovo credo antifascista. Ragione questa che rende ancora meno comprensibile la sua presenza ai funerali di Nico Azzi.
Qualsiasi elemento indiziario, perfino probatorio, valutato a sé stante, isolato dal suo contesto, non è utile sul piano processuale e storico ma se gli indizi si sommano e si inseriscono nel loro giusto ambito, è possibile compiere altri e, forse, decisivi accertamenti per giungere alla verità.
Ci sono testimonianze mai smentite che collegano gli attentati del 12 dicembre 1969 alla manifestazione nazionale indetta dal Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante a Roma, il 14 dicembre 1969.
Non sono mai state valorizzate neanche quando dagli archivi dei servizi segreti britannici è emersa la certezza che il governo di Mariano Rumor e Junio Valerio Borghese avevano predisposto la proclamazione dello “stato di emergenza” per la data del 13-14 dicembre 1969.
Ci sono le prove, fornite addirittura dalla confessione di Nico Azzi, che la mancata strage del 7 aprile 1973 era stata programmata insieme agli incidenti di Milano del 12 aprile resi possibili dalla manifestazione nazionale indetta da Franco Maria Servello.
Neanche quando Giancarlo Rognoni è stato imputato di concorso nella strage di piazza Fontana, la procura della Repubblica di Milano ha inteso rivisitare gli atti processuali della fallita strage del 7 aprile 1973 di cui proprio lui era stato l’organizzatore.
Hanno, questi magistrati, le prove certe, processualmente accertate dai loro colleghi di Brescia, che nella primavera del 1973 era in corso un tentativo di “golpe” istituzionale, esattamente come nel mese di dicembre del 1969.
Hanno le prove certe, per essere stati obbligati ad accusarli in pubblici dibattimenti, che i personaggi implicati nelle vicende della primavera del 1973 sono gli stessi che hanno agito nel mese di dicembre del 1969.
Conoscono con certezza i loro rapporti personali, politici ed organizzativi, ma non hanno voluto, oggi come sempre, trarne le debite conclusioni.
Come nel mese di dicembre del 1969, anche nell’aprile del 1973 il piano prevedeva tre fasi: la strage (fortunatamente in questo caso fallita), la degenerazione preordinata della manifestazione nazionale del Msi a Milano, lo sfruttamento politico-istituzionale dei morti e della violenza degli “opposti estremismi”.
Se la programmazione di questo piano può essere fatta risalire agli uomini del secondo livello, le “cinghie di trasmissione”, la sua esecuzione va ascritta a quelli del terzo livello, i cosiddetti “manovali”, lo sfruttamento politico-istituzionale dei fatti è prerogativa dei soli detentori del potere.
La stessa sera del 12 dicembre 1969, fu il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, nel corso di una riunione dei vertici politici, militari e di sicurezza, a chiedere la immediata proclamazione dello “stato di pericolo pubblico”.
Chi avrebbe dovuto proclamare lo “stato di emergenza” nel mese di aprile del 1973? A norma di legge sarebbe stato il presidente del Consiglio che, non per mera coincidenza rispondeva al nome di Giulio Andreotti, il referente dei “golpisti” del 7-8 dicembre 1970 del “Fronte nazionale”.
Non si può sostenere ragionevolmente, neanche trasformando i manovali in capi, che lo sfruttamento politico-istituzionale della violenza generata dagli “opposti estremismi” fosse prerogativa del “Caccola” e di “mago Zurlì” nel mese di dicembre del 1969; e di Giancarlo Rognoni, Nico Azzi, Francesco De Min, Mauro Marzorati nella primavera del 1973.
Da qui discende la necessità per i magistrati italiani di dismettere la toga per indossare l’uniforme dei corazzieri ed erigere un muro a difesa del potere politico che, a torto, ritengono invalicabile.
Non è un’impresa difficile: basta negare l’esistenza di un unico movente per sostituirlo con altri riconducibili alla volontà di questo o di quel gruppuscolo di “eversori neri”, a Padova, a Milano, a Venezia, a Roma.
La Procura della Repubblica di Milano la cui sensibilità politica è dimostrata dal seggio senatoriale dato dall’ex Partito comunista a Gerardo D’Ambrosio e, contestualmente, al suo collega Felice Casson, ha sempre negato l’esistenza di una “pista internazionale” per gli eventi del 12 dicembre 1969, bollandola come un “depistaggio” senza peraltro riuscire mai a confutarlo, ma nega anche l’esistenza di una “pista nazionale”.
Per questa ragione l’estrema destra romana è stata sempre accuratamente esclusa dalle indagini sulla strage di piazza Fontana, e il centro ideativo ed organizzativo è stato spostato a forza a Padova (sede della “cellula nera” tanta cara a D’Ambrosio) e, poi, a seguito delle nuove indagini degli anni Novanta, a Venezia.
Il solo esponente dell’estrema destra romana entrato nel processo per la strage di piazza Fontana, con la sola accusa di “falsa testimonianza”, è stato Stefano Delle Chiaie.
Il “Caccola” cotanto onore lo ha avuto solo perché chiamato in causa a sostegno del suo inesistente alibi dall’ “anarchico” Mario Merlino, altrimenti non sarebbe mai stato sfiorato dalle indagini esattamente come tutti i suoi colleghi Guido Paglia, Maurizio Giorgi, Serafino Di Luia, Adriano Tilgher ecc. ecc.
Eppure, la presenza del gruppo romano è processualmente accertata, in forma diretta od indiretta, in ben 12 dei 26 attentati compiuti a partire dal 28 febbraio 1969.
E, nella Capitale, non ci sono solo gli attentati e i feriti del 12 dicembre 1969, ma anche i morti.
Armando Calzolari, reduce della Repubblica sociale italiana, scompare il 25 dicembre 1969.
Indicato come dirigente del Fronte nazionale dal quotidiano Il Tempo, il 2 gennaio 1970, subito smentito dallo stesso Junio Valerio Borghese, Armando Calzolari viene ritrovato ucciso, insieme al suo cane, annegati insieme in un pozzo semi-asciutto, il 28 gennaio 1970.
La madre di Calzolari accuserà del delitto Luciano Gruber e i fratelli Bruno e Serafino Di Luia.
Il 19 febbraio 1976, il sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Enrico Di Nicola, chiede che si archivi il procedimento penale sulla sua morte con la dichiarazione di “non doversi procedere perché ignoti sono i responsabili dell’omicidio volontario premeditato”.
La richiesta é accolta, il 21 aprile 1976, dal giudice istruttore Eraldo Capri che, nella sua ordinanza, scrive che Armando Calzolari é stato “attirato in una trappola ed ucciso da elementi del movimento nel quale militava”.
Un’indagine giudiziaria c’é stata, quindi, che ha collegato un omicidio all’attività del Fronte nazionale a Roma, a due settimane dal massacro di piazza Fontana a Milano e quello mancato alla Banca nazionale del lavoro nella stessa Capitale.
Un’indagine nella quale, sia pure senza riscontri, sono stati fatti dalla madre dell’ucciso i nomi dei fratelli Bruno e Serafino Di Luia, gli stessi scappati in Germania e in possesso di “rivelazioni interessanti” sugli attentati ai treni dell’8-9 agosto 1969 e del 12 dicembre 1969, fornite però al solo vicequestore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni Silvano Russomanno.
Non si può affermare che l’omicidio di Armando Calzolari sia collegato all’eccidio del 12 dicembre 1969, che pure a Roma come a Milano ha sconvolto più di qualche coscienza, ma tantomeno lo si può escludere a priori e con certezza.
Si può solo constatare che in entrambi i fatti, strage di piazza Fontana e omicidio di Armando Calzolari, compaiono i nomi di due elementi della struttura clandestina del Fronte nazionale, sul conto dei quali nessuno ha mai inteso svolgere indagini.
Arrestato per espiare una condanna definitiva di pochi mesi, l’8 aprile 1978, all’interno di una cella di isolamento del carcere romano di Rebibbia moriva, impiccato, Riccardo Minetti.
Afflitto da una grave forma di schizofrenia, Riccardo Minetti era stato usato per confermare la presenza di Mario Merlino a casa di Stefano Delle Chiaie nel pomeriggio del 12 dicembre 1969.
Alibi falso e testimonianza indotta come ben sapevano i dirigenti dell’ufficio politico della Questura di Roma i cui agenti avevano sorvegliato a vista l’abitazione di Stefano Delle Chiaie per l’intera giornata del 12 dicembre 1969 senza vedere Mario Merlino recarvisi.
Falsità confermata dall’intercettazione di una telefonata, il 2 febbraio 1970, fra le sorelle di Riccardo Minetti, Maria Grazia e Patrizia che commentano negativamente il coinvolgimento del ragazzo nella vicenda di piazza Fontana.
Riccardo Minetti è schizofrenico, quindi non è affidabile. Confermerà sempre la sua falsa testimonianza, ritratterà?
La morte per impiccagione in una cella di Rebibbia, sulla quale la magistratura ha ipotizzato l’omicidio a carico di ignoti, ha risolto il dilemma.
Se nel caso dell’omicidio di Armando Calzolari il collegamento con i tragici fatti del 12 dicembre 1969 rimane, allo stato, solo ipotetico, nel caso del “suicidio” di Riccardo Minetti, testimone nel processo di piazza Fontana a sostegno del falso alibi di Mario Merlino, la connessione è esplicita e diretta.
Nell’operazione che inizia il 28 febbraio 1969, a Roma, non ci sono solo i morti all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969, ma su questi episodi nessuno ha mai svolto indagini approfondite. Un omicidio a carico di ignoti, una caduta accidentale dalla finestra di un ospedale, un suicidio sospetto, non hanno destato alcun interesse giudiziario ma solo, a volte, giornalistico.
La magistratura, per quanto riguarda Roma, si è fermata ai componenti del circolo 22 marzo, abbagliata dalla presenza in esso dell’ “anarchico” Pietro Valpreda, in un primo tempo per provarne la colpevolezza, successivamente per affermarne l’innocenza.
Non è mai stata presa in considerazione l’ipotesi che Pietro Valpreda, a Milano, quel pomeriggio del 12 dicembre potesse aver svolto incarichi diversi da quello di portare personalmente l’ordigno all’interno della Banca dell’Agricoltura.
Ancora oggi si pretende di affermare la sua estraneità all’operazione stragista del 12 dicembre 1969 solo perché appare certo che non è stato lui l’esecutore materiale della strage, come inizialmente si era ritenuto che fosse.
Si sono trascurate altre ipotesi e, soprattutto, non si è tenuto conto del legame che univa il “fascista” Mario Merlino all’ “anarchico” Pietro Valpreda, sempre ribadito nel corso degli anni fino a poco tempo prima della morte di quest’ultimo.
Ancora oggi si pretende di affermare che Mario Merlino abbia ingannato il “povero” Valpreda per attribuire la paternità della strage agli anarchici.
Si dimentica, però, che il presunto “fascista” ed il presunto “anarchico”, nei loro interrogatori hanno mantenuto all’unisono una comune linea di accusa contro gli anarchici.
Insieme accusano Ivo Della Savia di detenzione di esplosivi, e Pietro Valpreda offre alla polizia addirittura la soluzione del caso: il 9 gennaio 1970, difatti, indica in tale “Gino”, facilmente individuabile, il suo sosia che avrebbe portato la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano.
Tale “Gino”, il sosia, è un anarchico: Tommaso Gino Liverani, così che l’accusa di Pietro Valpreda coincide con il convincimento della Questura e della divisione Affari riservati che la strage del 12 dicembre 1969 è di matrice anarchica.
Un innocente si difende offrendo un alibi. Un anarchico non accusa gli anarchici di detenzione di esplosivi e della strage di piazza Fontana come, invece, ha fatto Pietro Valpreda.
Quanti oggi si affannano a commemorare l’ “anarchico” Pietro Valpreda si dimenticano che al posto di una figura leggendaria hanno un barista, umilmente dedito a servire aperitivi ai clienti.
Perché, conclusa con la sola condanna per “associazione per delinquere” la sua vicenda giudiziaria, Pietro Valpreda ha smesso di “lottare” per l’anarchia e si è messo a fare il barista.
Se gli anarchici italiani, dopo averlo cacciato dal circolo de Il Ponte della Ghisolfa di Milano e dal circolo Bakunin di Roma, come confidente di polizia, dopo aver ufficialmente affermato di non averlo mai conosciuto come anarchico, lo hanno rivalutato, hanno il mito che meritano.
Per la storia, la pretesa accusatoria di Pietro Valpreda che a compiere la strage di piazza Fontana era stato un anarchico che gli somigliava come una goccia d’acqua è stata smentita dai fatti.
E dai fatti verrà ufficialmente smentita anche la sua pretesa di essere stato un anarchico.
Per la magistratura milanese la figura di Pietro Valpreda non si tocca. È un tema proibito.
Ma non è il solo.
Perché, come sappiamo, intoccabili sono anche altre figure come quella di Junio Valerio Borghese.
La leggenda del “principe nero” ha fatto il suo tempo.
Junio Valerio Borghese è stato un uomo di potere, collegato ai vertici militari e politici, nazionali ed internazionali, favorito dall’amicizia di uno degli uomini più influenti e potenti della Central intelligence agency, James Jesus Angleton.
Il suo nome non è stato mai accostato ai fatti del 12 dicembre 1969, ma non sorprende se si considera che il “golpe” da lui organizzato il 7-8 dicembre 1970 è stato, alla fine, dichiarato inesistente dalla magistratura italiana.
Junio Valerio Borghese rimane fuori dalle vicende del 1969, perché estraneo ne deve rimanere ad ogni costo il Fronte nazionale da lui presieduto, unico modo per non indagare sul retro-terra politico ed organizzativo che stava alla spalle di Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Pietro Valpreda, Franco Freda, Giovanni Ventura, Carlo Digilio per limitarci ai “manovali”.
In questo caso, lo trascorrere del tempo gioca a sfavore della verità perché, oggi, non è più possibile presentare Junio Valerio Borghese come il tenebroso “principe nero” che cercava la rivincita sulla democrazia e si proponeva di porsi alla guida di una Nazione ridivenuta fascista.
Ormai sono emersi troppi documenti che testimoniano come Junio Valerio Borghese fosse contiguo al potere, ufficiale e segreto, e rappresentasse quella “cinghia di trasmissione” perfetta fra i detentori del potere e la massa attivistica dell’estrema destra, collocandosi quindi al secondo livello della struttura gerarchica che abbiamo delineato.
Escludiamo, quindi, che qualche magistrato italiano voglia indagare sugli uomini del “secondo livello”, da Junio Valerio Borghese a Pino Rauti a Giorgio Almirante e Pino Romualdi, perché a questi la taccia di “eversori neri” non la potrà mai dare.
Dalle figure e dall’operato di questi personaggi, viceversa, si potrebbe risalire agli uomini del primo livello, quelli che per la sventura del nostro popolo hanno scritto la storia italiana dal 1945 in poi.
Un rischio che la magistratura italiana non vorrà mai correre.
Inoltre, i quarantaquattro anni passati dalla strage di piazza Fontana hanno dato un’altra certezza, quella che nessuno degli indagati, processati, assolti con formule varie, riconosciuti colpevoli, è mai stato un oppositore politico dello Stato e del regime.
Possiamo dire che erano contigui al potere gli uomini del secondo livello, le “cinghie di trasmissione”, e subalterni al potere quelli del “terzo livello”, i manovali.
Stefano Delle Chiaie si affanna a dichiararsi l’uomo più calunniato d’Italia, senza però spiegare per quali oscure ragioni tutti debbano calunniare proprio lui.
Tralasciamo, per ragioni di spazio, l’elenco nutritissimo di quanti hanno affermato che il capo di Avanguardia nazionale era alle dipendenze della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, per limitarci alle testimonianze più significative.
Il 9 gennaio 1975, sulla rivista Candido è il senatore del Msi Giorgio Pisanò a scrivere:
“Resta dove sei e stai zitto. Perché se torni dovrai raccontare tante cose: certi traffici d’armi, per esempio, con relativa scomparsa dei fondi che ti erano stati affidati, o i tuoi intrallazzi con Mario Merlino. Oppure, i tuoi rapporti con l’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno”.
Per tante ragioni, compresi i suoi rapporti con il servizio segreto militare e l’Arma dei carabinieri, Pisanò era un uomo ben informato. Non risulta che abbia mai smentito e ritrattato le accuse qui riportate contro il “Caccola” le cui proteste solo verbali sono state ignorate.
Il capitano Antonio Labruna, il più stretto collaboratore del generale Gianadelio Maletti al reparto “D” del Sid e responsabile del Nucleo operativo diretto (Nod), interlocutore di Delle Chiaie a Barcellona (Spagna) il 30 novembre 1972, il 9 ottobre 1992 dichiara al giudice istruttore di Milano Guido Salvini:
“Ritornando alla posizione di Delle Chiaie ripeto ciò che ho detto più volte, cioè affermo formalmente che era un agente dell’ufficio affari riservati. Non sono il solo a dirlo. Lo afferma anche il Paglia nella sua relazione, il Giannettini in un sua relazione, l’Orlandini nelle registrazioni che ho consegnato al giudice istruttore di Milano. Lo diceva anche il Nicoli, probabilmente anche nelle registrazioni”.
Non risulta che Stefano Delle Chiaie lo abbia mai querelato.
Cinque anni più tardi, il 15 ed il 28 maggio 1997, l’ispettore generale di Ps, Guglielmo Carlucci, lo indica come “fonte” della divisione Affari riservati al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni.
Carlucci, già componente del servizio segreto civile, specifica di avere assistito personalmente ai colloqui svoltisi fra Umberto Federico D’Amato e Stefano Delle Chiaie al Viminale, specificando che i rapporti fra i due erano già in corso nel 1966, quando lui entrò in servizio nella divisione Affari riservati, che è poi l’anno – ricordiamolo – dell’affissione dei “manifesti cinesi” che segnarono l’avvio dell’azione di “infiltrazione a sinistra” dei militanti di destra.
Tre testimonianze. La prima di una figura storica della destra italiana, la seconda di un ufficiale del servizio segreto militare che ne richiama altre significative, la terza di un funzionario del servizio segreto civile, fondata su un’esperienza diretta e personale non su affermazioni raccolte da terze persone.
Anche sull’amico e collega di Stefano Della Chiaie, Mario Merlino, le ombre e i sospetti non mancano.
Il maresciallo di Ps, Giuseppe Mango, il 22 aprile 1997, dichiara al giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni:
“Nell’ufficio Affari riservati era noto che Merlino era o era stato fonte dell’Ufficio politico di Roma. Tanto ho appreso da D’Amato e altri nel periodo successive all’attentato (di piazza Fontana, Nda) e nel corso del processo la circostanza non é mai emersa”.
Il maresciallo Giuseppe Mango, considerato la “memoria storica” della divisione Affari riservati, preferirà in un secondo interrogatorio ritrattare di fatto l’accusa ma è lecito ritenere che possa averlo fatto dopo aver subito pressioni in merito.
In ogni caso, é giusto prendere atto sia dell’accusa che della ritrattazione, tanto più che a carico di Merlino c’é una seconda dichiarazione accusatoria, questa volta resa dal questore Alessandro Milioni, l’11 novembre 1997, ancora al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni.
Anche Milioni afferma di aver appreso dai suoi colleghi della divisione Affari riservati che Mario Merlino era stato inserito fra gli anarchici dal commissario di Ps Umberto Improta, con il consenso del capo dell’ufficio politico Bonaventura Provenza, “per esperire attentati attribuibili agli anarchici e alla sinistra”, ma di non poter dire se costui era gestito dalla divisione Affari riservati o da “altre strutture dello Stato”.
Anche questa seconda dichiarazione non ha trovato, per quanto dato di sapere, conferma da parte di altri appartenenti al servizio segreto civile o all’ufficio politico della Questura di Roma.
Non si comprende, però, quale sia l’interesse del maresciallo di Ps Giuseppe Mango e del questore Alessandro Milioni ad accusare Mario Merlino di essere stato al servizio dell’ufficio politico della Questura di Roma non solo come “fonte” ma, addirittura, come “infiltrato” fra gli anarchici.
Il comportamento mantenuto dagli uomini della Questura di Roma e quello “collaborativo” di Mario Merlino (e Pietro Valpreda con lui) non ci autorizzano ad escludere la veridicità delle dichiarazioni di Mango e Milioni, perché atti di fede nei confronti degli “infiltrati” non se ne possono fare.
Ci limitiamo a prendere atto che queste accuse non hanno trovato conferma.
Sul conto di Maurizio Giorgi, ci limitiamo a riportare una dichiarazione resa dal capitano Antonio Labruna a Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, il 13 ottobre 1982:
“Io e i miei uomini eravamo penetrati in Avanguardia nazionale. Sapevamo che erano protetti dal ministero. Poi Maletti ci ordinò di uscire. Collaborai con Maurizio Giorgi (Avanguardia nazionale) e andammo in Spagna per incontrare Delle Chiaie. Nel 1972 Giorgi divenne collaboratore del Nod. Sospetto che Giorgi collaborasse con gli Affari riservati degli Interni”.
Affermazioni che si commentano da sole, perché delineano il ritratto di un movimento (Avanguardia nazionale) posto sotto la protezione del ministero degli Interni, e di un suo militante che è, contestualmente, informatore del Nucleo operativo diretto del Sid e, forse, della divisione Affari riservati.
Sui fratelli Serafino e Bruno Di Luia è sufficiente ricordare che non si cerca – e non si ottiene – un incontro al Brennero con un alto funzionario del servizio segreto civile (Silvano Russomanno) se non c’è stata una pregressa dimestichezza con gli organi di polizia e i suoi funzionari.
Fermo restando il fatto che le loro preoccupazioni e le “rivelazioni interessanti” sugli attentati ai treni e su quelli del 12 dicembre 1969 le hanno riservate ad un uomo della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, tacendole a tutti gli altri.
Sul conto di Franco Freda e Giovanni Ventura non ci soffermiamo perché riposa negli atti processuali la loro collaborazione consapevole con il servizio segreto militare tramite Guido Giannettini, così come la protezione offertagli dall’ufficio politico della Questura di Padova e dalla divisione Affari riservati prima e dopo la strage di piazza Fontana.
I due militanti di destra sono stati riconosciuti, tardivamente, colpevoli di concorso nel massacro del 12 dicembre 1969 a Milano, ma c’è una terza persona che come rileva il giudice istruttore di Milano, Fabrizio D’Arcangelo, è stata condannata per concorso nello stesso eccidio con sentenza n. 15/2061 del 30 giugno 2001, emessa dalla Corte di assise di Milano, contro la quale l’interessato non ha fatto ricorso “ed è quindi divenuta definitiva, sicché si può dire – conclude D’Arcangelo – che la sua responsabilità è stata accertata”: Carlo Digilio.
Chi era Carlo Digilio? Un “nazista” di Ordine nuovo? Un fascista che odiava la democrazia? No. Era quello che si è cosi descritto al giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, il 6 aprile l994:
“Svolsi attività di informazione facendo riferimento al comando Ftsae di Verona a partire dal 1967 e fino al 1978. La struttura informativa all’interno di questo comando era una struttura informativa della Cia interessata ovviamente ad avere il maggiore numero di dati sulla situazione italiana e a effettuare una sorta di controllo sull’area del Triveneto che era una di quelle di maggiore interesse”.
In questo modo è una verità giudiziaria definitiva che in questo caso corrisponde alla verità storica, che la sola persona condannata da una Corte di assise per concorso nella strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 era un informatore della Central intelligence agency.
Aggiungiamo che è verità giudiziaria e storica anche quella che vede in Franco Freda e Giovanni Ventura, anch’essi correi nella strage, due informatori del servizio segreto militare italiano e, così, comprendiamo perché la procura della Repubblica di Milano non ha mai avuto interesse ad andare al di là di un verità parzialissima, circoscritta alla responsabilità della “cellula nera” padovana che avrebbe agito per odio ideologico contro lo Stato democratico ed antifascista.
La chiusura della “non inchiesta” o meglio dell’inchiesta condotta dagli altri, della procura della Repubblica di Milano decretata dal giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo, ha deluso le aspettative di quanti hanno comunque creduto nella magistratura e nei magistrati.
Fortunato Zinni in una dichiarazione afferma:
“Lo Stato non ha saputo, potuto, voluto, fare giustizia in casi di estrema gravità come quelli delle stragi. Stragi, appunto, di Stato. Oggi la pubblicazione delle motivazioni che accolgono la richiesta della Procura di Milano conferma e certifica il fallimento della giustizia”.
Noi abbiamo sempre sostenuto che lo Stato non ha mai avuto la volontà di fare giustizia perché, in questo caso, dovrebbe decretare la condanna della classe dirigente politica tutta, senza eccezioni, ed il proprio auto-dissolvimento.
Le stragi, come scrive Fortunato Zinni, sono di Stato, di conseguenza è inutile attendersi che la magistratura dello Stato faccia luce su di esse.
L’ordinanza del giudice istruttore Fabrizio D’Arcangelo non rappresenta il “fallimento della giustizia”, bensì è un atto di coerenza con il rifiuto più che quarantennale di accertare la verità e con l’obiettivo, su evidente benché implicita volontà politica, di chiudere una volta per sempre il capitolo che riguarda la guerra civile italiana degli anni Settanta.
Più passano gli anni, più emergono documenti, più sbiadiscono le tele che raffigurano gli “eversori” sempre meno “neri” e sempre più “bianchi” come il colore della Democrazia cristiana, oggi in via di resurrezione.
Non crediamo che sia stata iniziativa personale del capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria la decisione di bloccare per sempre i miei incontri con persone interessate alla ricerca storica ed all’affermazione della verità.
Non lo crediamo perché la motivazione del rifiuto, opposto il 10 agosto 2010, al rappresentante di una casa editrice che aveva pubblicato un libro-intervista al generale Gianadelio Maletti sulla strage di piazza Fontana, recita testualmente che essa “verterebbe su temi interferenti su procedure giudiziarie”.
All’epoca le “procedure giudiziarie” in corso erano quelle sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974 e quella sulla strage di piazza Fontana a Milano.
Non crediamo che la procura della Repubblica di Brescia avesse interesse a bloccare una mia intervista (e tutti gli incontri successivi) sulla strage di piazza Fontana.
Rimane la constatazione che lo Stato, nelle sue articolazioni giudiziaria e penitenziaria, si preoccupa perfino di impedire a chi scrive di esprimere i suoi convincimenti sulla “guerra a bassa intensità” maturati nel corso della sua attività politica e, in seguito, sulle ricerche storiche condotte in oltre trentennio di precaria ed osteggiata vita carceraria.
È un dettaglio, certo, che illumina i metodi e le finalità di uno Stato che dall’emergere della verità ha tutto da temere.
Non coinvolgiamo in un generalizzato giudizio di condanna gli elettori, gli iscritti, i militanti ed i dirigenti periferici del Partito democratico, ma è doveroso sottolineare che i dirigenti nazionali di questo partito hanno portato in Senato due dei magistrati che si sono opposti all’inchiesta condotta dal giudice istruttore Guido Salvini: Gerardo D’Ambrosio e Felice Casson.
Da parte di una forza politica che non ha mai lesinato telegrammi, interviste, comunicati stampa per dire che si batterà sempre a favore della verità, è stato un segnale inequivocabile di chi pretende esattamente il contrario: chiudere il capitolo senza alcuna verità, o meglio, con la verità di comodo, quella ufficiale che afferma come in Italia abbia agito contro lo Stato e la democrazia il “terrorismo nero” di marca fascista.
Non spendiamo parole per il centro-destra che in Senato ci ha portato anche Cristano De Eccher, solo per fare un nome.
Credere che la magistratura possa e voglia agire a prescindere dalla politica e, addirittura, contro la politica è un’illusione che non deve più essere alimentata.
Chi ancora volesse crederci, si guardi l’immagine del senatore Felice Casson, che si era spinto fino ad indiziare di reato il giudice istruttore Guido Salvini colpevole di indagare sul conto degli ordinovisti, per vedere quella di una magistratura politicizzata che ha sola ambizione di difendere gli interessi della casta nella quale, poi, puntualmente finisce per confluire.
La verità sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 sulla quale ci sono ormai tutti gli elementi per affermare sul piano storico, preso atto dell’impossibilità di farlo su quello giudiziario, sarà sempre negata dallo Stato e dal regime perché, in caso contrario, avrebbe un effetto domino sugli avvenimenti successivi, mettendo in luce la responsabilità dei vertici politici, militari e di sicurezza insieme a quella dei loro alleati internazionali.
La strage della Banca dell’Agricoltura di Milano ha aperto il capitolo di una sanguinosa stagione, scritto dal potere politico e dai suoi terroristi.
Si illude però questo potere, se pensa di poterci scrivere la parola “fine” con la definitiva proclamazione della sua verità di comodo.
Una “pietra tombale” cade ora sulla pretesa della magistratura italiana di cercare la verità, non su quest’ultima.
Noi, andiamo avanti.
Vincenzo Vinciguerra



Aggiunto da SOCIALE sulla strage di piazza Fontana di Milano.

Quarantaquattro anni dopo: 20 domande a Fortunato Zinni
http://www.archivioguerrapolitica.org/?page_id=5355

Piazza Fontana: “Archiviare, archiviare, dei fatti non ci interessa nulla”
http://www.archivioguerrapolitica.org/?page_id=5338

Partendo da piazza Fontana
http://www.archivioguerrapolitica.org/?page_id=5309

Gli appunti del giudice Guido Salvini
http://www.archivioguerrapolitica.org/?page_id=5236