lunedì 26 gennaio 2015

Auschwitz: i fatti e la leggenda

di Robert Fauurisson

All'inizio del 1940, Auschwitz era solo una città di 13.000 abitanti, dell'Alta Slesia tedesca. Nel maggio dello stesso anno, alla periferia di Auschwitz s'incomincia a costruire, sull'area di una caserma dell'artiglieria polacca, un "campo di transito" per 10.000 detenuti polacchi. Negli anni che seguirono, con l’aggravarsi della guerra, Auschwitz divenne il centro di un agglomerato di circa quaranta campi e sotto-campi e la capitale di un enorme complesso agricolo e industriale (miniere, petrolchimica, fabbriche di armamenti), dove lavoravano numerosi detenuti, ebrei e polacchi in particolare, a fianco di lavoratori civili. Auschwitz fu, di volta in volta o successivamente, un campo di concentramento e un campo di lavori forzati e lavoro libero. Non fu mai un campo di "sterminio" (espressione inventata dagli alleati). Nonostante le drastiche misure igieniche e i numerosi edifici o baraccamenti ospedalieri, a volte dotati degli ultimi ritrovati della scienza medica tedesca, il tifo, che era endemico nella popolazione ebrea polacca e tra i prigionieri di guerra russi, operò, insieme alla febbre tifoidea e ad altre epidemie, devastazioni nei campi e nella città di Auschwitz tra la popolazione concentrazionaria e quella civile, come tra gli stessi medici tedeschi. È così che, durante tutta l’esistenza del campo, queste epidemie, unite per taluni alla fame, al caldo, al freddo ed a terribili condizioni di lavoro in questa zona di paludi, causarono, dal 20 maggio 1940 al 18 gennaio 1945, la morte di molte persone, tra le quali probabilmente 150.000 detenuti [1].

Le voci su Auschwitz

Come è normale in tempi di guerra e di propaganda di guerra, varie voci si svilupparono a partire da questi fatti drammatici. Soprattutto verso la fine della guerra e soprattutto negli ambienti ebrei al di fuori della Polonia, ci si mise a raccontare che i tedeschi uccidevano ad Auschwitz, su ordine ricevuto da Berlino, milioni di detenuti in maniera sistematica. Secondo queste voci, i nazisti avevano installato delle "fabbriche della morte", particolarmente per gli ebrei; sezionavano i detenuti vivi (vivisezione) o li bruciavano vivi (nelle fosse, negli altiforni o nei crematori); o ancora, prima di bruciarli, gasavano gli ebrei in mattatoi chimici chiamati "camere a gas". In questo circuito fatto di voci si ritrovano alcuni miti della Prima Guerra Mondiale [2].

L'imbarazzo dei "liberatori" sovietici

I Sovietici occuparono Auschwitz il 27 gennaio 1945. Ciò che essi scoprirono era talmente contrario a quello che divulgava la propaganda che si può dire che restarono a bocca aperta. Per la sua stessa organizzazione e per le sue installazioni sanitarie, talmente moderne agli occhi dei Sovietici, quel campo era tutto il contrario di un "campo di sterminio". Così per diversi giorni la Pravdarimase in silenzio e, sul momento, nessuna commissione d'inchiesta alleata fu invitata a venire a constatare sul luogo la verità di Auschwitz. Finalmente, il primo febbraio, la Pravda ruppe il silenzio. Solo per mettere in bocca a un prigioniero, uno solo, le seguenti parole:

I nazisti uccidevano con il gas i bambini, i malati così come gli uomini e le donne inabili al lavoro. Bruciavano i cadaveri in forni speciali. Nel campo c'erano dodici di questi forni.

E per aggiungere che il numero dei morti era stato valutato in "migliaia e migliaia" e non in milioni, l'indomani il grande reporter ufficiale del giornale, Boris Polevoi, affermava che il mezzo principale usato dai tedeschi per sterminare le loro vittime era l'elettricità:

[Si utilizzava una] catena elettrica dove centinaia di persone erano uccise simultaneamente da una corrente elettrica; i cadaveri cadevano su di un nastro mosso lentamente da una catena e così avanzavano verso un altoforno.

La propaganda sovietica era disorientata e poté mostrare solamente in alcuni film le persone, morte o morenti, che i Tedeschi, in ritirata, avevano lasciato sul posto. C'erano anche, come mostrano i cinegiornali dell'epoca sulla liberazione del campo, numerosi bambini vivi così come degli adulti in buona salute. La propaganda ebraica venne allora in soccorso a quella sovietica.

La propaganda ebraica alla fine del 1944

Nella primavera del 1944, due ebrei evasi da Auschwitz si erano rifugiati in Slovacchia. Là, con l'aiuto di correligionari, iniziarono a mettere a punto una storia dei campi di Auschwitz, di Birkenau (campo annesso ad Auschwitz) e di Majdanek, da loro descritti come dei "campi di sterminio".

Il più famoso di questi ebrei era Walter Rosenberg, alias Rudolf Vrba, il quale vive ancora oggi in Canada. Il loro racconto, altamente fantasioso, passa in seguito, sempre attraverso ambienti ebraici, in Ungheria, in Svizzera e, infine, negli Stati Uniti. Qui prese la forma di un rapporto dattiloscritto pubblicato dal War Refugee Board, nel novembre del 1944, sotto l'egida della presidenza degli Stati Uniti; ilWar Refugee Board doveva la sua creazione a Henry Morgenthau Junior (1891-1967), segretario del Tesoro, che si sarebbe reso celebre per il "piano Morgenthau" che, se fosse stato applicato da Roosevelt e Truman, avrebbe portato all'annientamento fisico, dopo la guerra, di decine di milioni di Tedeschi.

Questo rapporto servì come base per la "verità" ufficiale di Auschwitz. I Sovietici vi si ispirarono per il loro documento URSS-008 del 6 maggio 1945 che, al processo di Norimberga, si vide accordare, come il loro rapporto su Katyn, lo statuto di documento "di valore autentico", che era proibito contestare. Secondo questo documento, i Tedeschi avevano ucciso ad Auschwitz più di 4.000.000 di persone, segnatamente li si gasava con l'insetticida chiamato "Zyklon B". Questa "verità" ufficiale sarebbe sprofondata nel 1990.


II 15 aprile 1946 uno dei tre comandanti successivi di Auschwitz, Rudolf Höss (da non confondersi con Rudolf Hess) "confessa" sotto giuramento, davanti ai suoi giudici e davanti ai giornalisti del mondo intero, che, dal tempo della sua gestione, cioè dal 20 maggio 1940 al primo dicembre 1943, almeno 2.500.000 detenuti di Auschwitz erano stati uccisi con il gas e che almeno altri 500.000 erano morti per la fame e per le malattie, per un totale di almeno 3.000.000 di morti per quel solo periodo. Mai, neppure per un istante, R. Höss fu interrogato o contro-interrogato sulla materialità dei fatti straordinari che riportava. Fu affidato ai Polacchi. Redasse a matita, sotto la sorveglianza dei suoi carcerieri comunisti, una confessione nella dovuta e prevista forma. Dopo di che fu impiccato ad Auschwitz il 16 aprile 1947. Fatto curioso, si dovette attendere il 1958 per avere comunicazione, parziale, di questa confessione conosciuta poi dal grande pubblico sotto il titolo di Comandante ad Auschwitz [3].

Impossibilità fisico-chimiche

La descrizione, estremamente rapida e vaga, dell'operazione di gassazione dei detenuti, come R. Höss la riferiva nella sua confessione scritta, era impossibile per ragioni di ordine fisico e chimico. Non si deve confondere una gassazione per esecuzione con una gassazione suicida o accidentale: in una gassazione per esecuzione si vuole uccidere senza essere uccisi!

Lo Zyklon B è un insetticida a base di acido cianidrico, utilizzato a partire dal 1922 a tutt’oggi. È molto pericoloso. Aderisce alle superfici. Si disperde difficilmente. È esplosivo. Gli Americani, in alcuni stati, utilizzano il gas cianidrico per l'esecuzione dei loro condannati a morte. Una "camera a gas per esecuzione" è necessariamente molto sofisticata e la procedura lunga e pericolosa. Ora, R. Höss, nella sua confessione, diceva che la squadra incaricata di estrarre 2.000 cadaveri da una camera a gas vi entrava non appena dopo aver acceso il ventilatore e procedeva a questa fatica di Ercole mangiando e fumando, cioè, se si capisce bene, senza maschere antigas. Impossibile. Nessuno sarebbe potuto entrare così in un oceano di acido cianidrico per manipolare migliaia di cadaveri cianurizzati, essi stessi divenuti intoccabili perché impregnati di un forte veleno che uccide per contatto. Anche con maschere antigas munite di filtro speciale per l'acido cianidrico il lavoro sarebbe stato impossibile, poiché questi filtri non potevano resistere a lungo in caso di respirazione pesante dovuta ad uno sforzo fisico, anche di debole intensità.

Una risposta di 34 storici

Nei numeri di Le Monde del 29 dicembre 1978 e del 16 gennaio 1979 esponevo brevemente le ragioni per le quali, conoscendo i luoghi e la pretesa procedura seguita, ritenevo che le gassazioni di Auschwitz erano tecnicamente impossibili.

Il 21 febbraio, sempre su Le Monde, apparve una dichiarazione di 34 storici che si concludeva così: "Non bisogna domandarsi come, tecnicamente, un tale omicidio di massa sia stato possibile. È stato possibile tecnicamente perché è accaduto".

Secondo me gli "sterminazionisti", come io li chiamo, segnavano là una palese capitolazione. Sul piano della scienza e della storia, il mito delle camere a gas naziste riceveva un colpo fatale. Dopo questa data, nessuna opera sterminazionista è venuta a portarci dei chiarimenti su questo punto, e soprattutto non quella di Jean-Claude Pressac fallacemente intitolata Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers [4]. Per iniziare, è finito il tempo in cui gli storici osavano dirci che era autentica quella tale camera a gas presentata ai turisti come "allo stato originale", "allo stato della ricostruzione" o "allo stato di rovine" (delle rovine possono essere parlanti). Le pretese camere a gas di Auschwitz non erano nient'altro che delle celle frigorifere per la conservazione dei cadaveri in attesa della cremazione, così come attestano i piani che ho scoperto nel 1976.

"Mostratemi o disegnatemi"

Nel marzo 1992 lanciai a Stoccolma una sfida di portata internazionale: "Mostratemi o disegnatemi una camera a gas nazista!" Precisai che non ero interessato ad un edificio che si supponeva contenesse una tale camera a gas, né a un lembo di muro, né a una porta, né a dei capelli, né a delle scarpe. Volevo una rappresentazione completa dell'arma del delitto, della sua tecnica, del suo funzionamento. Aggiungevo che, se ora si pretendeva che i Tedeschi avessero distrutto quest'arma, bisognava che la si ridisegnasse. Rifiutavo di credere ad una "realtà materiale" priva di rappresentazione materiale.

L'Holocaust Memorial Museum (Washington)

II 30 agosto 1994 visitai l'Holocaust Memorial Museum di Washington. Non trovai alcuna rappresentazione fisica della magica camera a gas. Allora, davanti a quattro testimoni, nel suo ufficio, domandai a Michael Berenbaum, Direttore della Ricerca del museo, di spiegarmi questa anomalia. Dopo essersi violentemente adirato, finì per rispondermi che "era stata presa la decisione di non dare alcuna rappresentazione fisica della camera a gas nazista!" Non cercava neppure d'invocare l'esistenza nel suo museo di un plastico artistico del crematorio II di Birkenau: sapeva benissimo che questo plastico, d'altronde non riprodotto nel suo libro-guida del museo [5], non era altro che una creazione artistica senza alcuna relazione con la realtà.

La rotta degli sterminazionisti

Ebbi anche l'occasione di ricordare a M. Berenbaum alcuni eventi disastrosi per la causa sterminazionista.

Nel 1968, nella sua tesi, la storica ebrea Olga Wormser-Migot aveva riconosciuto che esisteva un "problema delle camere a gas" e aveva scritto che Auschwitz-1 era "senza camera a gas" (quella "camera a gas" visitata da milioni di turisti!) [6].

Nel 1983 un Britannico, sebbene difensore della leggenda dello sterminio, rivela come Rudolf Höss, prima di deporre davanti al tribunale di Norimberga, fosse stato torturato da ebrei appartenenti ai servizi inglesi di sicurezza militare, e che poi finì con il confessare a forza di calci, pugni e frustate, esposizione al gelo e privazione del sonno [7].

Nel 1985, al primo processo ad Ernst Zündel a Toronto, il testimone n° 1, Rudolf Vrba, e lo storico n° 1 della tesi sterminazionista, Raul Hilberg, erano crollati al momento del contro-interrogatorio condotto dall'avvocato, che io assistevo in quella sede, Douglas Christie [8].

Nel 1988 lo storico ebreo americano Arno Mayer, che affermava di credere al genocidio e alle camere a gas, scriveva: "Sources for the study of the gas chambers are at once rare and unreliable I...]. Besides, from 1942 to 1945, certainly at Auschwitz, but probably overall, more Jews were killed by so-called 'natural' causes than by 'unnatural' ones" (Le fonti per lo studio delle camere a gas sono nello stesso tempo rare e dubbie [...]. Inoltre, dal 1942 al 1945, certamente ad Auschwitz, ma probabilmente anche sempre altrove, le cause dette "naturali" uccisero più ebrei che non quelle "non naturali" [sottoalimentazione, malattie, epidemie, sfinimento]) [9].

Nel 1992 Yehuda Bauer, professore all'Università ebraica di Gerusalemme, tacciava di "silly" (assurda) la tesi secondo la quale la decisione di sterminare gli ebrei era stata presa il 20 gennaio 1942 a Berlino-Wannsee [10]. Nel 1993, Jean-Claude Pressac valutava il numero di morti di Auschwitz (ebrei e non) a un totale di 775.000 e, nel 1994, a una cifra compresa tra 630.000 e 710.000 [11].

Quello stesso anno il professor Christopher Browning, collaboratore dell'Encyclopedia of the Holocaust, dichiarava: "Höss was always a very weak and confused witness" (Höss è sempre stato un testimone molto debole e confuso) ed ebbe la disinvoltura di aggiungere: "The revisionists use him all the time for this reason, in order to try and discredit the memory of Auschwitz as a whole" (È per questo che i revisionisti lo diano sempre, per cercare di screditare la memoria di Auschwitz nella sua totalità) [12].

Ad Auschwitz, fino all'inizio del 1990, chiunque poteva constatare che, sulle diciannove lastre metalliche del grande monumento di Birkenau, era scritto, in diciannove differenti lingue, che 4.000.000 di persone erano morte in questo campo; ora, queste lastre sono state ritirate verso l'aprile del 1990 dalle autorità del museo di Auschwitz che, ancora oggi, non sanno con quale cifra rimpiazzare quella falsa, di fronte alla quale sono venuti ad inchinarsi tutti i grandi del mondo, compreso Giovanni Paolo II [13].

In appoggio alla loro tesi i revisionisti dispongono di tre diverse perizie eseguite rispettivamente da F. Leuchter [14], G. Rudolf [15] e W. Luftl, e del principio di una perizia polacca [16], mentre gli sterminazionisti non osano intraprendere una perizia dell'arma del crimine.

Tutti gli ebrei sopravvissuti ad Auschwitz e, in particolare, i "bambini di Auschwitz", cioè coloro i quali sono nati nel campo o vi hanno vissuto i loro anni d'infanzia, sono prove viventi del fatto che Auschwitz non ha mai potuto essere un campo di sterminio.

Non solo non esiste né un ordine né un piano, né la traccia di una direttiva né di un budget per questa grande impresa che sarebbe stata lo sterminio sistematico degli ebrei; non solo non esiste un solo rapporto d'autopsia che stabilisca la morte di un detenuto per gassazione, né una perizia ufficiale sull'arma del crimine, ma non esiste alcun testimone delle camere a gas a dispetto di ciò che qualche autore di best-seller vorrebbe farci credere.

Nel suo libro La Nuit (La Notte), testimonianza autobiografica pubblicata nel 1958, Elie Wiesel non menziona una sola volta le camere a gas di Auschwitz: dice che gli ebrei erano sterminati in fornaci o nei forni crematori! Nel gennaio 1945, i Tedeschi gli lasciarono la scelta, così come a suo padre, d'aspettare i Sovietici o di partire verso la Germania; dopo averci pensato bene, padre e figlio decisero di fuggire con i loro "sterminatori" tedeschi piuttosto che aspettare i lori “liberatori” sovietici. Ciò si trova in bella evidenza in La Nuit, che basta leggere con attenzione [17].

La menzogna di Auschwitz

Dichiarai nel 1980: "Attenzione! Nessuna delle 60 parole che sto per pronunciare mi è dettata da una opinione politica. Le prétendu génocide des juifs et Ies prétendues chambres a gaz hitlériennes forment un seul et même mensonge historique, qui a permis une gigantesque escroquerie politico-financière dont les principaux bénéficiaires sont l'Etat d'Israël et le sionisme international et dont Ies principales victimes sont le peuple allemand MAIS NON PAS SES DIRIGEANTS et le peuple palestinien tout entier (II preteso genocidio ebraico e le pretese camere a gas naziste formano una sola e medesima menzogna storiografica, che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria di cui i principali beneficiari sono lo stato d'Israele e il sionismo internazionale e di cui le principali vittime sono il popolo tedesco MA NON I SUOI DIRIGENTI e tutto il popolo palestinese).

Oggi non ritirerei una parola di questa dichiarazione, nonostante le aggressioni fisiche, i processi, e le multe che ho subito dal 1978 e nonostante l'incarcerazione, l'esilio o la persecuzione di tanti revisionisti. Il revisionismo storico è la grande avventura intellettuale di questa fine secolo. Ho solo un rimpianto: di non poter trovare, nei limiti di questo articolo, lo spazio necessario per rendere omaggio al centinaio di autori revisionisti che, dopo il Francese Paul Rassinier e passando per l’Americano Arthur R. Butz, il Tedesco Wilhelm Stäglich, l’Italiano Carlo Mattogno e lo Spagnolo Enrique Aynat, hanno accumulato sulla realtà storica della seconda guerra mondiale una mole di lavoro di pregio eccezionale.

Un'ultima parola: i revisionisti non sono dei negazionisti, né dei personaggi animati da turpi intenzioni. Essi cercano di dire ciò che è stato e non ciò che non è stato. Sono positivi. Ciò che annunciano è una buona notizia. Continuano a proporre un dibattito pubblico, in piena chiarezza, anche se, fin qui, è stato loro risposto soprattutto con l'insulto, la violenza, con la forza ingiusta della legge o ancora con delle vaghe considerazioni politiche, morali o filosofiche. La leggenda di Auschwitz deve, presso gli storici, lasciare il posto alla verità dei fatti.

11 gennaio 1995

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Note

[1] Questa cifra di 150.000 morti corrisponde forse al numero degli uccisi del più grande "crematorio per vivi" del mondo: quello del bombardamento di Dresda, "la Firenze dell'Elba", compiuto dagli aviatori anglo-americani nel febbraio 1945.
[2] Durante la Prima Guerra Mondiale gli alleati hanno accusato i Tedeschi di utilizzare delle chiese come camere a gas e di far funzionare fabbriche con la combustione dei cadaveri. Sul primo punto, si veda "Atrocities in Serbia. 700,000 Victims" (The Daily Telegraph [Londra], 22 marzo 1916, p. 7) da confrontare con "Germans Murder 700,000 Jews in Poland. Travelling Gas Chambers" (The Daily Telegraph, 25 giugno 1942, p. 5).
[3] Comandante ad Auschwitz. Memoriale autobiografico di Rudolf HössTorino, Einaudi, 1960; nuova ed. 1992. Per una puntuale confutazione delle "confessioni" di Höss, cfr. C. Mattogno,Auschwitz: le "confessioni" di HössParma,  La Sfinge, 1987 (N.d.T.).
[4] Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers, New York, Beate Klarsfeld Foundation, 1989.
[5] The World Must Know. The History of the Holocaust As Told in the US Holocaust Memorial Museum, Boston, Little-Brown, 1993, p. 137-143.
[6] Le Système concentrationnaire nazi (1933-1945)Parigi, Presses Universitaires de France, 1968, p. 157, 541- 545.
[7] Rupert Butler, Legions of Death, London, Hamlyn, 1983, pagina dei riconoscimenti (acknowledgements) e p. 234-238.
[8] Barbara Kulaszka, Did Six Million Really Die? Report of the Evidence in the Canadian "False News" Trial of Ernst Zündel 1988, Toronto, Samisdat Publishers, 1992; cfr. l'indice dei miei Ecrits révisionnistes (1974-1998) alle voci "Vrba, Rudolf" e "Hilberg, Raul”.
[9] The "Final Solution" in History, New York, Pantheon, 1988, p. 362, 365.
[10] "Wannsee's importance rejected", Jewish Telegraphic Agency, The Canadian Jewish News, 30 gennaio 1992.
[11] Les Crématoires d'Auschwitz, Parigi, CNRS éditions, 1993, p. 148; Die Krematorien vonAuschwitz, Monaco, Piper Verlag, 1994, p. 202.
[12] Christopher Hitchens, "Whose History is it ?", Vanity Fair, dicembre 1993, p. 117.
[13] Per la documentazione fotografica della rimozione cfr. Revue d'histoìre révisionniste n° 3, nov.-dic. 1990 / genn. 1991, p. 30-32 (N.d.T.).
[14] Per una traduzione, parziale, in lingua italiana, Rapporto Leuchter, Parma, Edizioni all'Insegna del Veltro, 1993; in lingua francese, Annales d'histoire révisionniste, n° 5, estate-autunno 1988, p. 51-102. Leuchter ha redatto altri rapporti meno noti: The Second Leuchter Report. Dachau, Mauthausen, Hartheim, Decatur (Alabama, USA), D. Clark, 1989 (cfr. Revue d'histoire révisionniste n° 1, maggio-giugno-luglio 1990, p. 49-114); The Third Leuchter Report. A Technical Report on the Execution Gas Chambers at Mississippi State Penitentiary, Toronto, Samisdat Publishers, 1989; The Fourth Leuchter Report. An Engineering Evaluation of Jean-Claude Pressac's Book "Auschwitz: Technique and Operation of the Gas Chambers", Boston, Fred A. Leuchter Associates,  1991. Cfr. C. Mattogno, Intervista sull'Olocausto, Salerno, Edizioni di Ar, 1995, p. 36-37 e relative note (N.d.T.).
[15] Da Mattogno presentata come "prova chimica" per eccellenza. Cfr. C. Mattogno, op. cit., pp. 39-40 (N.d.T.).
[16] Cfr. Revue d'histoire révisionniste n° 5, nov. 1991, p. 143-150 (N.d.T.).
[17] La Nuit, Parigi, Editions de Minuit, 1958, p. 128-130. Si deve rimarcare che, nell'edizione tedesca della celebre opera, le parole "crematorio(i)" o "forni crematori" sono state sistematicamente sostituite con l'espressione "camera(e) a gas" (in tedesco "Gaskammer[n])", al fine di mettere del gas là dove E. Wiesel, nel 1958, aveva dimenticato di metterlo (Die Nacht zu begraben, Elischa, trad. di Curt Meyer-Clason, Francoforte, Ullstein, 1962).

mercoledì 21 gennaio 2015

QUANDO GLI ISLAMICI NON SPARAVANO AGLI ITALIANI TUTT’ALTRO ESSI LI AMAVANO


Anche questo nostro intervento per smentire le fandonie di RAIBUFALA

di Filippo Giannini

   Agli inizi degli anni Trenta fu concepita una apertura fra il Governo di Roma e i Paesi arabi.
Tra il 1930 e il 1936 Roma cercò di accentuare la una azione culturale ed economica nel Medio Oriente e nell’area araba-islamica in generale.
Nel 1930 fu concepita la Fiera del Levante di Bari.
Convegni furono organizzati dai Gruppi Universitari Fascisti nel 1933 e nel 1934 allo scopo di far incontrare a Roma gli studenti islamici.
Radio Bari iniziò a trasmettere in lingua araba notiziari e programmi culturali.
Tutto ciò mirava ad una penetrazione pacifica politica-culturale nel mondo arabo.
Si diede anche maggior impulso agli studi arabi e a quelli sull’islamologia. L’impulso era orientato principalmente verso il mondo giovanile arabo che rispose creando affiliazioni fra le quali il Partito Giovane Egitto (Hisb al Folà) di Ahmad Hussayn e le Falangi Libanesi (al-Kadr al Lubnòniyya), e le Camicie Azzurre (al-Qumsàn az Zarqǎ) organizzazioni egiziane che si ispiravano, anche se vagamente, al Fascismo.

Per conferire maggior impulso a questa politica, dal 12 al 21 marzo 1937 il Duce si recò in Libia dove, fra l’altro inaugurò la grande strada litoranea, detta Baldia opera gigantesca che si estendeva dai confini della Tripolitania a quello della Cirenaica con l’Egitto con un percorso di 1882 chilometri. Tempo impiegato: un anno; inaugurò, quindi la Fiera di Tripoli. Pose la prima pietra per la costruzione di un sanatorio e per una scuola elementare. “Quando il Duce appare a cavallo sulla più alta duna, esplose il triplice grido “Ulad!” I cavalieri prescelti offrono al Duce la spada lampeggiante dell’Islam in oro massiccio intarsiato (…) Il Duce snuda la spada e l’alza fieramente puntata verso il sole, lanciando a voce altissima il grido “Ulad!” (…). Il Duce lascia la duna e si avvia verso Tripoli, seguito da duemila cavalieri galoppanti(Il Popolo d’Italia, 19/3/1937).

   La Spada dell’Islam, in oro massiccio, finemente cesellata dagli artigiani berberi, assumeva un notevole valore simbolico e venne consegnata al Duce da uno dei capi berberi Lusuf Kerbisc: era il riconoscimento di una sostanziale parte del mondo islamico, per la politica filo-araba del fascismo.


Il viaggio in Libia fu programmato in previsione di un piano quinquennale per l’insediamento di 53mila coloni in Tripolitania.
Negli anni 1938-39, in due riprese, sbarcarono in terra d’Africa 20mila coloni veneti scelti fra i non proprietari di terra e trasportati nei nuovi villaggi. Ad essi vennero assegnate case coloniche con apprezzamento di terreno; ogni casa era fornita da pozzi artesiani con quanto necessario per il pompaggio di acqua potabile. Ogni giorno automezzi dell’Ente Nazionale della Libia riforniva le famiglie di quanto necessario per vivere, nonché di attrezzi e sementi per rendere quelle terre aride in verdi di piante.
La stessa assistenza veniva fornita anche ai libici, i cui  possedimenti  furono inseriti fra quelli dei coloni italiani affinché apprendessero le tecniche più moderne per il migliore sfruttamento del suolo.

Così in quegli anni mai si dovette assistere a carrette dei mari che, come in questi periodi trasportano disperati che navigano verso l’Europa e che tanti morti hanno causato.

E tu, caro lettore, non ti chiedi perché RaiBufata, e i suoi coi detti storici, mai trattano anche questo argomento?
   A Tripoli e Bendasi vi erano due ospedali, di moderna concezione, dove potevano accedere – al contrario di quanto accadeva al di fuori delle nostre colonie - anche cittadini autoctoni.
Le stazioni dei carabinieri erano composte anche da militari indigeni perché, come vedremo più avanti, considerati Italiani della Quarta Sponda; la criminalità era inesistente.

    Per ritornare al viaggio del Duce in Libia, è interessante ricordare alcune tappe.
Mussolini  visita la piccola città di Sirte dove “la popolazione indigena adunata intorno ai vessilli dell’Islam, lo accoglie con fervide dimostrazioni di fedeltà e di entusiasmo; il Duce, che traversa la città in piedi sull’automobile risponde con il saluto romano alle intense acclamazioni della folla”. Quindi si sposta a Tauroga, poi a Misurata, dove ispeziona i lavori di bonifica e di irrigazione; quindi si porta a Bir Tumina, ove scaturisce acqua da un pozzo artesiano, capace di irrigare tremila ettari di terreno. Quindi è la volta di Tripoli, ove giunto al tramonto scende dalla macchina, monta a cavallo e, alla testa di duemilaseicento cavalieri entra in città.
Il giorno dopo, in occasione dell’inaugurazione della Fiera di Tripoli, loda il lavoro compiuto in poco meno di un decennio “le città si sono trasformate e abbellite e nelle campagne i forti rurali italiani svegliano, col vomero temprato, una terra che dormiva da secoli”.

   Prima di rientrare in Patria affermò: Nei Paesi della cosiddetta democrazia, questo continuo allarmismo nevrotico, questa seminaggione di panico e sospetto non serve certamente alla causa della pace, perché turba profondamente l’atmosfera fra i popoli. Entro il Mediterraneo e fuori noi desideriamo di vivere in pace con tutti e offriamo la nostra collaborazione a coloro che manifestino un’identica volontà”.
Ricordiamo che questo discorso fu tenuto nel pieno ella guerra civile spagnola, quando tutto il mondo era schierato contro il nostro Paese.

   Appena rientrato, il 18 marzo Mussolini concesse un’intervista al giornalista Ward Price del Daily Mail, e così espresse il suo pensiero in merito ad una paventata guerra europea: “Anche soltanto dal punto di vista pratico del profitto e delle perdite, nulla potrei guadagnare da una guerra europea, mentre esporrei l’Italia a un terribile rischio”.
Alla domanda  di Price se “fosse pronto a dichiarare che l’Italia è ora interamente soddisfatta> il Duce così rispose: <Sì, dichiaro che dal punto di vista coloniale l’Italia è soddisfatta. L’Etiopia è un territorio immenso, colmo di enormi possibilità. Lo sviluppo di questo richiede tempo, energia e capitali ed è ragionevole che l’Italia desideri cooperare con le nazioni europee che hanno colonie in Africa, continente che rappresenta il complemento dell’Europa ed è necessario ai suoi interessi economici”.

   Proprio in quei giorni si verificherà un avvenimento unico nella storia e che, da solo, dovrebbe vanificare le bufale raccontate da soggettini come RaiBufala e dai suoi cosiddetti storici, sempre se si raccontasse la STORIA, quella vera e non le bufale raccontate per annullare il valore di quell’Uomo e di quel Regime. Ecco i fatti:

NELLA 179° RIUNIONE DEL “GRAN CONSIGLIO DEL FASCISMO” TENUTASI IL 26 OTTOBRE 1938, ESAMINANDO LA POSIZIONE DELLA LIBIA, RELATORE ITALO BALBO, VENNE APPROVATA UNA MOZIONE CHE STABILISCE “CHE LE QUATTRO PROVINCE DELLA LIBIA ENTRANO A FAR PARTE DEL TERRITORIO NAZIONALE”.

Questo provvedimento non è che l’estensione del R.D.Legge 3 dicembre 1934 XIII N° 2012 e del R.D. 8 aprile 1937 XV N° 431, nel quale l’articolo 4 riconosce: “una cittadinanza italiana speciale per i nativi musulmani delle quattro province libiche che fanno parte integrante del Regno d’Italia”.
 Con questa legge i libici divennero gli ITALIANI DELLA QUARTA SPONDA.


   Un decreto veramente rivoluzionario: mai nulla di simile era stato realizzato da alcun Paese coloniale.
Ma questo determinò un ulteriore motivo di attrito con Londra e Parigi, che mal sopportavano qualsiasi mutamento allo status quo che considerava le colonie delle semplici terre di sfruttamento e gli autoctoni degli schiavi.
   Anche e sottolineo anche in questo caso la soluzione si trova ispirandosi alla politica del mai sufficientemente deprecato ventennio.
La dissennata politica dell’accoglienza è un danno per noi europei e per coloro che fuggono dall’inferno.
C’è un solo modo di risolvere il problema: portare la civiltà europea e la capacità di lavoro sul posto: in Africa.
All’incirca come si fece nell’infame periodo. Che sempre sia benedetto. 

lunedì 19 gennaio 2015

IL DELITTO MATTEOTTI


di Maurizio Barozzi

«Solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a
qualche cosa di diabolico, poteva effettuare questo delitto che
oggi ci percuote di orrore e ci strappa grida di indignazione».
 [Mussolini]


http://fncrsi.altervista.org/Il_delitto_matteotti_141128.pdf



Analisi storica: EBREI COMUNISMO UNIONE SOVIETICA E SIONISMO

Dal sito di Andrea Carancini
 Da Andrea Giacobazzi ricevo e pubblico: Ebrei e Rivoluzione



 Se si volesse guardare all’origine famigliare, si dovrebbe riscontrare che la Rivoluzione russa fu un avvenimento considerevolmente ebraico. In questa panoramica storica non indagheremo le ragioni di questa ampia partecipazione, le lasceremo ai sociologi ed eventualmente ai criptopolemologi. In ogni caso, l’instaurazione del socialismo vide tra i suoi principali protagonisti talmente tanti soggetti dall’inequivocabile ascendenza israelitica da far scrivere a Winston Churchill:
 Non c’è bisogno di esagerare il ruolo giocato da questi Ebrei internazionali e per lo più atei, nella creazione del Bolscevismo e nell’attuale realizzazione della Rivoluzione Russa. E’ stato certamente un importantissimo ruolo che ha inciso più di qualsiasi altro. [...]
Così Tchitcherin, un russo puro, viene eclissato dal suo simbolico subalterno Litvinoff, e l’influenza di russi come Bukharin o Lunacharsky non può essere paragonata al potere di Trotsky o di Zinovieff [...][1].
 Lo stesso Lenin poteva contare nella sua genealogia famigliare “un quarto” ebraico essendo suo nonno materno Israel (Alexander) Blank, poi battezzato. Lo storico israeliano L. Rapoport, scrisse che “subito dopo la Rivoluzione [Bolscevica], molti ebrei erano euforici della loro presenza nel nuovo governo in un così alto numero. Il primo Politburo di Lenin era dominato da uomini di origine ebraica”[2]. Un altro storico ebreo – L. Schapiro - sostenne che chiunque fosse caduto nelle mani della Cheka aveva “ottime possibilità di trovarsi davanti ad un inquirente ebreo e con ogni eventualità essere fatto fucilare da quest’ultimo”[3]. È generalmente riconosciuto che “molti ebrei parteciparono attivamente alle purghe staliniane e occuparono posti-chiave nel famigerato sistema dei Gulag”[4], anche se a questo proposito bisogna sfatare il mito che vuole il brutale sistema repressivo sovietico come una creazione di Stalin; Lenin e il suo governo lo avevano ideato e sviluppato sensibilmente: ne faranno le spese anche diversi ebrei.
Nel 1919, anche l'effimera e sanguinosa esperienza della Repubblica Sovietica Ungherese vide una “presenza ebraica” del tutto sproporzionata. Al Memento Park di Budapest è ancora possibile vedere il Béla Kun, Jen? Landler and Tibor Szamuely Memorial raffigurante tre esponenti di spicco della Repubblica: tutti e tre di origine israelitica. Béla Kun, aveva magiarizzato il suo nome che in origine era Khon, il padre era ebreo. Lo stesso Georg Lukács, famigerato Ministro (commissario) - e censore - della Cultura nel breve esperimento rosso ungherese, proveniva da una famiglia ebraica. Casi non troppo dissimili si potevano riscontrare in altri Paesi che in seguito formarono il Patto di Varsavia. Già nel 1936, il cardinale polacco A. Hlond parlava di lotta degli ebrei contro la Chiesa Cattolica, sottolineando come dalle fila israelitiche provenissero quei soggetti che costituivano "l'avanguardia dell'ateismo, del movimento bolscevico e delle attività rivoluzionarie"[5]. Quando dopo la guerra il socialismo fu impiantato in Polonia, lo stesso cardinale - come si scrisse sul Catholic Herald - denunciò: "Gli ebrei occupano i posti chiave nel governo polacco"[6]. J. Gunther, autore di Oltre la cortina,riconobbe che "gli uomini che dominavano la Polonia erano ebrei, il segretario generale del partito comunista cecoslovacco era ebreo, Ana Pauker [Hannah Rabinsohnalto dirigente del partito comunista e ministro degli esteri] in Romania era ebrea"[7], in generale - come riferisce L. Canfora - si può dire che i vertici delle “democrazie popolari”, specie in Cecoslovacchia, fossero “in larga parte rappresentati da comunisti di origine ebraica”[8]. Appare quindi corretta[9] la definizione riportata in Questione ebraica e socialismo reale: "L'influenza ebraica nel partito comunista e nel governo [cecoslovacco] era considerevole"[10]. Sul bollettino dei rifugiati ebrei in Gran Bretagna, Richard Yaffe non nascondeva che – citiamo testualmente – il governo di Praga “con l’aiuto di agenzie ebraiche americane, si mise a ricostruire sinagoghe ovunque gli ebrei le volessero”. Poco dopo affermava addirittura: “In one case, in the Sudetenland [Sudeti], where the Germans have been expelled and which is being populated from other parts of the country, the Jews there asked for synagogues, got them, and promptly departed for Israel”. Parlando chiaramente di “supporto del governo”, diceva: tutte le spese delle sinagoghe, gli stipendi del rabbinato e di altri funzionari sono a carico del regime: ricevono lo stesso stipendio del Primate Cattolico. Le case di riposo per ebrei anziani sono in alberghi requisiti. Il Dr. Unger [neurologo, dirigente della comunità ebraica] ha detto: - “Abbiamo un grande beneficio, perché abbiamo ricevuto il corretto riconoscimento dal Governo. Non c'è bisogno di mendicare denaro al nuovo, essi vengono da me e continuano a chiedere se ne voglio di più[11]. I toni ottimistici qui riportati descrivevano un ruolo centrale nel governo di Praga, ruolo che, come vedremo a breve, andrà verso un sostanziale ridimensionamento di lì a qualche anno. Quelli che abbiamo riportato in relazione a Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, URSS sono solo esempi minimali di un quadro ben più ampio. Trattandosi di una panoramica non entreremo eccessivamente nei dettagli ma molto ancora si potrebbe scrivere sui dati statistici riguardanti la "presenza ebraica" nei vari organi degli Stati presi in esame e sulla parte non secondaria avuta da molti soggetti con ascendenza israelitica nelle varie fasi del cosiddetto "Terrore Rosso". Si può in generale affermare che il peso degli ebrei fu ampio ma che - con modalità diverse da Paese a Paese e in determinati casi attraverso interventi esterni - gli esponenti delle etnie maggioritarie arrivarono ad una successiva presa di coscienza, talvolta violenta, con la quale si identificò la consistente presenza israelitica nei gangli dello Stato come un fattore non positivo per gli interessi generali o come un vero e proprio elemento di penetrazione straniera. In ambito sovietico, il ridimensionamento numerico della componente ebraica procedette concretamente con il consolidamento al potere di Stalin. Non solo nell'URSS ma anche nelle repubbliche socialiste instaurate dopo il secondo conflitto mondiale, si arrivò dopo alcuni anni ad un redde rationem,contornato di imprigionamenti ed esecuzioni.  
 Stalin e il sionismo
L'era di Stalin coincise per decenni con l'affermazione in Europa di governi nazional-corporativi: dal fascismo italiano, al salazarismo portoghese, dal franchismo spagnolo al nazionalsocialismo tedesco, modelli diversi ma che nel loro complesso non potevano non influenzare, almeno indirettamente, l'uomo forte di Mosca. Non v'è dubbio che in questi anni il carattere più schiettamente ideologico della politica sovietica abbia lasciato il passo a toni patriottici e a grandi gesti di pragmatismo politico (si pensi al Patto Molotov-Ribbentrop). Appoggiandosi al principio dell'autonomia nazionale, Stalin tentò di creare una provincia ebraica (Oblast' autonoma ebraica) in cui concentrare gli israeliti. L'area consisteva in uno sperduto territorio dell'estrema Siberia orientale, confinante con la Cina, caratterizzato da condizioni climatiche non facili e privo di accesso al mare. I risultati di questo progetto furono fallimentari: secondo un censimento del 1989 i giudei non supervano il 4,2% della popolazione a fronte di un 7,4% di ucraini e di un 83,2% di russi, per un totale di circa 200.000 abitanti[12]. La Gerusalemme sovietica - che si contrapponeva al sionismo "nazionalismo borghese" - non poteva prendere piede. Nei primi decenni del '900 il sionismo era tutt'altro che maggioritario in seno alle comunità israelitiche e l'idea che alcuni ebrei volessero costituire una loro Patria attorno al Monte Sion era considerata dall'URSS come reazionaria, sciovinista, sostanzialmente antisocialista. Giusto per inquadrare il clima politico si tenga presente che quando nel 1941 il dirigente sionista E. Epstein si intrattenne con l’ambasciatore di Mosca in Turchia S. Vinogradov, il diplomatico gli chiese: “Ma davvero in Palestina gli ebrei lavorano?”[13]. L’Unione sovietica, in ogni caso, era guidata da un grande pragmatico che non mancò di dare un contributo indispensabile alla nascita dello Stato di Israele. Abba Eban, diplomatico e ministro degli esteri israeliano, ricordando il suo lavoro nel comitato speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, scrisse nella sua autobiografia: “L’Urss era la sola potenza mondiale che sosteneva la nostra causa”[14]. Effettivamente nel periodo immediatamente precedente l’indipendenza, inglesi e statunitensi erano tiepidi se non contrari alla nascita di uno Stato ebraico sicuramente inviso a quei Paesi arabi ricchi di petrolio con cui le potenze occidentali volevano mantenere buone relazioni politiche ed economiche. Inoltre, dato non secondario, Israele sarebbe probabilmente stata una repubblica di “sinistra” in mezzo a Stati non ostili agli anglo-americani. Il Dipartimento di Stato si manteneva abbastanza freddo verso i sionisti e raccomandò al presidente Truman che si evitasse di favorire la nascita di un loro Stato perché “nell’arco di tre anni questo si sarebbe trasformato in una marionetta comunista”[15]. In effetti è possibile che Stalin pensasse che uno Stato israeliano, popolato in buona parte da ebrei provenienti da Paesi slavi, con un governo quasi certamente filosocialista, sarebbe potuto essere un’utile pedina nello scacchiere del Vicino Oriente e una spina nel fianco per le Potenze che di lì a poco avrebbero costituito il Patto Atlantico. L’appoggio dato ai sionisti in questa fase non fu comunque dettato da simpatie ebraiche, anzi si può dire che questo fatto fu accompagnato e seguito da un inasprimento dell’atteggiamento sovietico verso le comunità israelitiche sotto la giurisdizione di Mosca: la battaglia per la creazione di Israele era affiancata dall’espulsione degli ebrei dall’apparato[16] e ad una forte diffidenza verso gli israeliti sovietici che approvavono il sionismo. Senza voler confondere situazioni differenti, si può notare un certo parallelismo con il fascismo italiano: lo stesso Mussolini in alcune fasi della sua esperienza di governo appoggiò il sionismo identificandolo, almeno pubblicamente, come movimento votato alla creazione di una Patria israelitica per gli ebrei che non erano stati integrati in alcuni Stati europei ma, allo stesso tempo, vedeva con sospetto le ragioni del sionismo italiano, non esistendo in Italia alcuna necessità per gli ebrei residenti di abbandonare la terra in cui erano nati, la Penisola doveva essere la “loro Sionne”, almeno fino al 1938. Hitler, a differenza di quanto appena scritto, favorì l’emigrazione ebraica dalla Germania - anche verso la Palestina -  proprio perché credeva che gli ebrei non dovessero essere integrati, fu così che decine di migliaia di giudei tedeschi si trasferirono nelle colonie sioniste. In sostanza si può dire che se il nazionalsocialismo guardò al sionismo come ad un’opportunità per risolvere la questione ebraica nel Reich, sia Stalin che Mussolini credettero, in momenti distinti e con scenari diversi, nella possibilità di utilizzare il movimento sionista come strumento per estendere la propria influenza e per trarre alcuni benefici politici. Resteranno entrambi delusi. A parziale conferma di quanto detto, L. Mle?in nel suo Perché Stalin creò Israele sostiene: Stalin si accingeva a donare uno stato agli ebrei palestinesi, ma vietava a quelli sovietici di solidarizzare con i sionisti, cosa che invece consentiva ai suoi diplomatici. In Unione sovietica persino il sostegno morale al sionismo era considerato un crimine[17]   Nel 1947 la posizione sovietica fu decisiva, arrivati al voto sulla risoluzione per spartizione della Palestina (indispensabile per la nascita di Israele) si ebbero trentatrè voti a favore, tredici contro e dieci astensioni. Insieme all’URSS votarono Bielorussia, Cecoslovacchia, Polonia e Ucraina. Se si fossero astenuti o se avessero votato contro la risoluzione non sarebbe passata. Tanto più esplicitamente l’Unione Sovietica si avvicinava alle istanze sioniste tanto più gli statunitensi temevano l’idea di creare uno Stato israeliano. Truman tuttavia, siccome Stalin aveva deciso di dare uno Stato agli ebrei, probabilmente pensò che opporsi sarebbe stato inutile se non dannoso per gli USA. Gli avversari più intransigenti erano il segretario di Stato G. Marshall (che diede il nome al celeberrimo piano) e il ministro della difesa J. Forrestal. Lo stesso Marshall pochi giorni prima della proclamazione dell’indipendenza, guardò il presidente negli occhi e gli disse che se avesse riconosciuto lo Stato ebraico avrebbe votato contro di lui alle elezioni di novembre[18]. Gore Vidal, aggiunge a questa vicenda alcuni suoi ricordi:
quel grande pettegolo e storico dilettante che era John F. Kennedy mi disse che nel 1948 Harry Truman, proprio quando si presentò candidato alle elezioni presidenziali, era stato praticamente abbandonato da tutti. Fu allora che un sionista americano andò a trovarlo sul treno elettorale e gli consegnò una valigetta con due milioni di dollari in contanti. Ecco perché gli Stati Uniti riconobbero immediatamente lo Stato d'Israele. A differenza di suo padre, il vecchio Joe, e di mio nonno, il senatore Gore, né io né Jack eravamo antisemiti e così commentammo quell'episodio come una delle tante storielle divertenti che circolavano sul conto di Truman e sulla corruzione tranquilla e alla luce del sole della politica americana[19]
Mentre la Gran Bretagna (che in quanto Potenza mandataria era stata duramente colpita dal terrorismo sionista in Palestina) riforniva di armi gli arabi, le operazioni sovietiche di supporto ai sionisti videro un ruolo centrale della Cecoslovacchia. Un ponte aereo fece giungere in Palestina il materiale bellico al punto che il governo statunitense protestò ufficialmente con quello cecoslovacco e informò le Nazioni Unite delle forniture clandestine di armi[20]. Golda Meir[21] avrebbe commentato anni dopo: “Non sappiamo se avremmo potuto resistere senza le loro armi[22]. Dello stesso parere era Yitzhak Rabin[23].
 Una volta fondato, lo Stato andò incontro al riconoscimento delle due principali Potenze mondiali, nei mesi successivi il ministro degli esteri israeliano Shertok parlava di sostegno fermo del blocco orientale ad Israele, di ottima intesa con l’URSS sulla maggior parte delle questioni aggiungendo: “al Consiglio di Sicurezza si comportano non solo come nostri alleati ma addirittura come nostri emissari”[24]. Qualche tempo dopo[25] Yaakon Arié Hazan, dirigente del partito della sinistra israeliana Mapam, sostenne: “il sionismo ha potuto raggiungere il suo scopo solo grazie alla Rivoluzione russa”[26].
In sintesi il ruolo sovietico fu essenziale in ordine alla nascita di Israele, in particolare in tre fasi: l’approvazione della proposta di spartizione del 1947[27], il riconoscimento dopo la fondazione del nuovo Stato e l’aiuto militare determinate dato durante la prima guerra arabo-israeliana. Non passò molto tempo e questo clima svanì, del resto i sionisti erano ben lontani dal volersi consacrare al comunismo sovietico. Già prima della proclamazione d’indipendenza israeliana, il presidente Truman aveva deciso di incontrare segretamente Weizmann per avere rassicurazioni circa il fatto che l’URSS non fosse sul punto di utilizzare la presenza ebraica per penetrare la regione. Il dirigente sionista gli rispose: ciò non accadrà, se i Soviet avessero voluto servirsi dell’emigrazione ebraica per la diffusione delle loro idee, avrebbero potuto farlo già da un pezzo. Ma da noi vengono colore che fuggono il comunismo. I buoni coltivatori e gli operi qualificati aspirano ad un livello di vita che è impossibile in un regime comunista. Il comunismo si può diffondere solo negli strati impoveriti e incolti della società[28]  Una volta riconosciuto Israele, i sovietici iniziarono a vedere di cattivo occhio gli scambi tra la rappresentanza diplomatica israeliana e la comunità ebraica moscovita, il ministro degli esteri Sharett nel dicembre 1949 dichiarò che Israele si atteneva al non allineamento e che non si darebbe schierato con alcuna delle parti coinvolte nello scontro bipolare (in realtà lo Stato ebraico era sempre più spesso a fianco del cosiddetto “Occidente”), inoltre, come già detto, nell’URSS si procedeva a ritmo intenso con l’allontanamento di molti ebrei dai ranghi dello Stato, il clima di diffidenza verso gli israeliti era in crescita. Nel luglio 1949 sul bollettino informativo dell'AJC (Association of Jewish Refugees in Great Britain) apparve un attacco allo stalinismo che, pur con alcune evidenti forzature, rifletteva sul mutamento dell’atteggiamento sovietico rispetto agli ebrei. Si scriveva del ruolo prominente dei comunisti di origine ebraica nel primo Politburo e del fatto che dopo il 1917 l’ “antisemitismo” fosse punito “under criminal law” ma quando “il comunismo si sviluppò nello stalinismo l’idea della solidarietà del proletariato si sostituì il panslavismo, all’internazionalismo si sostituì lo sciovinismo e così le virtù di molti ebrei diventarono vizi”[29]. Più avanti si prendeva di mira la cattiva accoglienza riservata dalle popolazioni residenti agli ebrei in fuga dalle truppe nazionalsocialiste ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e si concludeva parlando della xenofobia e sostenendo che l’URSS subiva “un attacco acuto di questa patologia mentale”[30]. L’ultima frase del pezzo firmato da Herbert Freeden era chiara: “Questo può passare solo con un nuovo orientamento russo verso il mondo”[31]. Gli accenti non devono stupire: a ottobre Sharett disse al rappresentante diplomatico israeliano M. Namir  che sarebbe stato opportuno “lanciare una campagna sulla stampa ebraica internazionale, soprattutto statunitense, e anche sulla stampa non ebraica”[32] in relazione alla questione degli ebrei sovietici. Il governo di Mosca, parecchio infastidito dalla situazione, percepiva la presenza di una “quinta colonna” ebraica e gli israeliani non sapevano esattamente che fare: un attacco mediatico diretto contro l’URSS avrebbe portato alla rottura delle relazioni. A dicembre S. Carapkin, il numero due dalla rappresentanza di Mosca all’ONU, disse al delegato israeliano G. Rafael: “I vostri interventi all’Assemblea generale dimostrano chiaramente che state passando dalla parte degli Stati Uniti”[33]. Nel 1952 la presenza ebraica negli organi dirigenti dello Stato sovietico era stata ridotta all’osso, il primo dicembre di quell’anno Stalin affermò: Ogni ebreo è un nazionalista, un potenziale agente dei servizi americani. I nazionalisti ebrei si ritengono in debito con gli USA, che avrebbero salvato il loro popolo. E fra i medici si annidano molti ebrei nazionalisti[34] Era in ebollizione il caso giudiziario-politico passato alle cronache come “Complotto dei Dottori”. Diversi medici, in larga parte ebrei, furono accusati di aver assassinato alcuni esponenti di spicco dell’URSS, il 13 gennaio 1953 la Pravda pubblicò un articolo dal titolo Sotto la maschera dei professori-dottori: Spie ed assassini infami. La campagna si smorzò con la morte di Stalin (5 marzo) e venne in seguito sconfessata dalle stesse autorità sovietiche. Nel febbraio ’53 Lucjan Blit, sempre da AJR Information, puntava il dito verso Mosca e si domandava: “La Russia comunista sta per scatenare le forze del razzismo? L’antisemitismo nazista sarà seguito dall’antisemitismo comunista?”[35]. La situazione stava precipitando: il 9 febbraio una bomba devastò la rappresentanza diplomatica sovietica a Tel Aviv, l’atto fu condannato ufficialmente dalle autorità israeliane ma l’URSS decise di rompere le relazioni con lo Stato ebraico. L’arrivo al potere di Chruš??v e il ripristino delle relazioni diplomatiche nel luglio di quello stesso anno segnarono un miglioramento dei rapporti ma i tempi dell’idillio non tornarono. Nel 1956, in occasione della Crisi di Suez, l’Unione Sovietica si trovò nuovamente contrapposta al governo israeliano.  
 Anni ’50-’60-‘70. Battaglie culturali e politiche.
Certa stampa israelitica, non senza una visibile utilità di fazione nello scontro bipolare, sottolineava ancora nell’autunno 1960 come  le organizzazioni ebraiche americane avessero emesso un solenne appello agli "uomini di buona volontà in tutto il mondo" per contribuire ad alleviare le sofferenze degli ebrei sovietici. I gruppi, in una dichiarazione in occasione dello Yom Kippur, espressero "Profondo dolore e montante preoccupazione" per la posizione "tragica" degli ebrei sovietici, e condannarono la campagna di incitamento in Russia contro il giudaismo[36] Qualche mese prima il congresso del P.E.N. (poets, essaysts, novelists) a Rio de Janeiro aveva espresso una condanna formale riguardo alla “suppression of Yiddish and Hebrew culture and language in the Soviet Union”[37]*. Nel febbraio 1963, su alcuni periodici ebraici non mancò chi sostenne che nell’URSS fossero stati attuati attacchi alla cultura ebraica, chiuse frequentemente delle sinagoghe ed identificato – durante alcuni processi – i luoghi di culto giudaici come punti d’incontro di “truffatori e speculatori”[38]. Sul bollettino informativo dell'AJR[39] dell'ottobre 1963 una delle due colonne relative alle notizie dall'estero era dedicata all'Unione Sovietica. In tre riquadri venivano sintetizzate le informazioni. Nel primo si parlava della condanna a morte di un rabbino per "crimini economici". Contestualmente la nota esprimeva dubbi circa la qualifica di "rabbi" che la stampa sovietica aveva attribuito al soggetto da giustiziare. Secondo riquadro: il cimitero ebraico di Mosca era stato chiuso a luglio dalle autorità "presumibilmente per mancanza di spazio". I funerali ebraici "avrebbero dovuto essere celebrati in cimiteri non-ebraici"[40]. Numerosi appelli "di Rabbi Levin - Rabbino Capo di Mosca - e di altri esponenti di spicco della sinagoga moscovita per l'ottenimento di una enclave ebraica di fianco alla nuova area di sepoltura municipale, erano stati rigettati". Si concludeva evidenziando "la diffusa paura tra gli ebrei di Mosca che questo fatto potesse creare un precedente"[41]. Nel terzo riquadro si passava la parola a Nahum Goldmann il quale sosteneva che la condizione degli ebrei in Russia non era come ai tempi di Stalin ma che la situazione, "sostanzialmente migliorata dopo la sua morte, è gradualmente e nuovamente deteriorata". Il Governo Sovietico, ci si lamentava nella nota, "usava tutti i mezzi possibili per raggiungere l'assimilazione della popolazione ebraica". A tal fine "la pratica della religione ebraica e l'organizzazione dell'ebraismo sovietico come minoranza nazionale erano limitate o interamente vietate". Il testo si concludeva sottolineando che la risoluzione del World Jewish Congress "esprimeva la speranza che nell'Unione Sovietica fossero garantiti agli ebrei gli stessi diritti e le stesse agevolazioni che le Nazioni Unite garantivano a tutte le minoranze e che l'Unione Sovietica concedeva alle altre minoranze nazionali o religiose"[42]Quello stesso anno ebbe luogo l’uscita del libro di Trofim K. Kichko Giudaismo senza abbellimenti, pubblicato con l'importante avallo dell'Accademia ucraina delle Scienze. Il testo venne in seguito ritirato dalla circolazione  per le dure contestazioni che aveva suscitato in tutto il mondo e per le accuse di antisemitismo che sempre più frequentemente erano lanciate in direzione dell'URSS, pochi anni dopo Kichko fu comunque premiato dal Presidente del Soviet supremo ucraino con un diploma d'onore (1967) e diede alle stampe un nuovo libro dal titolo Giudaismo e sionismo(1968). In Italia una dura protesta per la pubblicazione fu fatta dal giornale comunista Paese Sera diretto da Fausto Coen[43]. In Giudaismo senza abbellimenti la critica non si limitava affatto al sionismo ma si estendeva all'ebraismo in quanto tale, definito come religione "al servizio delle classi ricche, le quali se ne servivano per distogliere l'attenzione degli ebrei poveri dalla lotta per la giustizia sociale"[44]. Più avanti si sottolineava: "Tutto il culto ebraico è un commercio trasposto in termini religiosi. Sono traffici la vendita del pane azzimo, i riti dei funerali e della circoncisione, delle nozze e del divorzio. Dappertutto c'è al primo posto il denaro e il disprezzo per il lavoro produttivo"[45]. In più passaggi si faceva riferimento al giudaismo descrivendone le pretese d'elezione ed alcuni tratti xenofobi, collegando questi aspetti alla politica sionista, vista come manifestazione attuale e "statale" di elementi identitari già riscontrabili nel passato. Scriveva Kichko: "Le invenzioni della Torah sul "popolo prescelto da Dio" e sulla superiorità del popolo ebraico in confronto agli altri, da tempo nutrono e continuano a nutrire il nazionalismo e il sionismo"[46]. In sostanza, "la lotta coi relitti del giudaismo, nella fase attuale, non è una lotta astratta, puramente accademica, che abbia un interesse solo teorico, ma è dettata dalle necessità dell'edificazione della società comunista ed acquista grande valore patriottico"[47]. In questo clima non devono stupire gli inviti ateizzanti - lanciati nel 1964 sulla stampa lituana – nei quali veniva sottolineata “l’essenza  reazionaria del giudaismo”, contestualmente si ribadiva che la lotta doveva essere rivolta principalmente contro il Cattolicesimo, in quanto Fede maggioritaria, ma non andava dimenticato che gli scismatici* e “la Sinagoga ebraica” avevano una certa influenza su determinati settori della società[48]. Su una linea affine si inseriva una notizia diffusa da Canadian Jewish News in base alla quale era stato pubblicato (1966) dall’Istituto di filosofia della Accademia Sovietica delle Scienze un testo dal titolo La costruzione del comunismo e la rimozione dei residui religiosi in cui il sionismo veniva condannato in quanto nemico dei popoli e dei lavoratori ebrei[49]. Il 1967 fu l’anno della Guerra dei Sei Giorni attraverso la quale Israele riuscì ad occupare importanti territori arabi. Tutti i Paesi del blocco orientale, ad eccezione della Romania, recisero le loro relazioni con lo Stato ebraico. Di lì a pochi anni l'equazione sionismo-razzismo fu sancita dalle Nazioni Unite con la risoluzione n° 3379 (1975) dell'Assemblea Generale - "[...] il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale"[50] - il testo sarà revocato sedici anni dopo come precondizione posta da Israele per la partecipazione alla Conferenza di pace di Madrid[51]. Inutile dire che nel 1975 il voto di Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria ed URSS fu favorevole, il rappresentante rumeno era assente. In particolare tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 sulla stampa sovietica prese forma una intensa critica rivolta tanto alla politica sionista quanto alla storia ebraica[52]. Veniva pubblicato a puntate da un periodico il nuovo libro di Kichko Giudaismo e sionismo. Vi si poteva leggere:Sotto il coperchio del Talmud e della Torah, l'ideologia sionista dispiega la sua propaganda per la creazione di uno stato ebraico-aristocratico, destinato a dominare tutte le nazioni. Riferendosi alla Torah, Herzl e gli altri sionisti fecero, per i bisogni della loro propaganda, un vasto uso della religione ebraica e dei suoi istituti.. Il giudaismo riformato si è rivelato un eccellente fattore di coesione fra l'ideologia del giudaismo, il sionismo militante e le attività aggressive attuali del gruppo dirigente di Israele. L'essenza di questo giudaismo riformato, che ha trovato la sua espressione politica nell'ideologia del sionismo, riposa sulla sua rinascita, in terra di Sion, là dove si suppone che il popolo ebraico debba acquisire la sua sovranità nazionale, dell'immortale aspirazione del giudaismo e del popolo ebraico a sottomettere spiritualmente - quando i tempi saranno maturi - l'universo intero[53]. Poco più avanti, ancora sul rapporto Talmud-sionismo si scriveva del "concetto fanatico dell'elezione divina del popolo ebraico, la propaganda messianica e l'idea della dominazione su tutti i popoli della terra"[54]*. Nell'agosto di quello stesso anno, pochi giorni prima dell'intervento sovietico in Cecoslovacchia, diversi organi d'informazione, compreso l'importante giornale del ministero della difesa, parlarono di sabotatori che minacciavano il socialismo. Il giudaismo divenne oggetto di condanna in quanto diffusore di "esclusivismo razziale" ed in quanto giustificava "crimini contro i gentili [non ebrei]"[55]. Già all’inizio degli anni ’50 nella Repubblica cecoslovacca ebbe luogo una prima resa dei conti che ridimensionò il peso degli ebrei nell’amministrazione del Paese: al processo Slansky furono messi sul banco degli imputati e condannati (diversi alla pena capitale) un numero considerevole di esponenti politici, principalmente di origine israelitica, con l’accusa di essere cospiratori al servizio degli Stati Uniti e “traditori trozkisto-titoisti, sionisti, borghesi nazionalisti”[56]. A distanza di quasi vent’anni la stampa israelitica (dicembre 1969) attaccava: “Diverse personalità ebraiche sono state espulse dal partito comunista cecoslovacco, dall'Assemblea nazionale, dai sindacati e dalle organizzazioni professionali nella ampia purga volta a rimuovere tutti i liberali che hanno sostenuto le riforme di Dub?ek (1968-69)”[57]. Prima dell’intervento sovietico del 1968 diversi condannati al processo Slansky furono riabilitati dalle autorità: l’arrivo delle truppe da Mosca rappresentò un nuovo colpo, causando “l’esodo dalla Cecoslovacchia di un numero considerevole di sionisti”[58]. Fatte le dovute proporzioni si può dire che in quel periodo pure nella Polonia di Gomu?ka e del ministro dell’interno Moczar (fervente nazional-comunista) il clima non fosse troppo diverso[59], l’AJR Information lamentava “purghe polacche”[60] e parlava di “esodo polacco”[61]. Anche in Romania, con l’arrivo al potere di Ceausescu alla fine del 1967, il ruolo delle “minoranze” fu sostanzialmente ridimensionato[62]*. Nel 1969 un nuovo libro veniva diffuso in Unione Sovietica per un totale di 75.000 copie: Attenzione: Sionismo!L'autore era Y. Ivanov, del Comitato Centrale del Partito[63]. Nelle sue 173 pagine il sionismo era presentato come una gigante "impresa" internazionale dell'ebraismo mondiale. La Pravdascrisse che l'indubitabile importanza del volume stava nel far emergere "la vera immagine malvagia del sionismo"[64]. Un articolo dello stesso Ivanov era apparso a giugno su Molodoj Kommunist, organo del Comitato Centrale della Lega Comunista Sovietica dei Giovani. Si affermava: "il complesso religioso giudaico è caratterizzato dall'odio all'umanità, dalla predicazione del genocidio, dall'amore del potere e dall'elogio dei mezzi criminali per conquistarlo"[65]. Del resto nel 1971 il bollettino dell'Ambasciata sovietica a Roma parlava dello studio della Torah in Israele come mezzo "per alimentare l'odio verso i non ebrei o verso gli ebrei che non professano il giudaismo"[66] e sui sionisti sosteneva: "condividono l'impostazione di base dell'ideologia antisemita, giungendo però ad altre conclusioni. Al posto del teutone c'è l'ebreo, che rappresenta la razza pura e superiore"[67]. Se dalla fine degli anni '70 iniziarono a fiorire ricerche e studi organici sui rapporti intercorsi tra sionisti da un lato e Germania nazionalsocialista dall'altro[68], si può dire che alcuni di questi articoli apparsi sulla stampa sovietica avessero in parte preceduto questa fase[69]*. Curioso notare che nel 1982 Mahmoud Abbas (Abu Mazen, co-fondatore di Fatah) ottenne il Ph.D. presso l'UniversitàPatrice Lumumba di Mosca con una tesi intitolata La connessione tra nazismo e sionismo, 1933-1945[70]
[1] W. Churchill, Illustrated Sunday Herald, 8 Febbraio 1920, Londra. Traduzione dall’inglese di G.F. Spotti, cfr.: M. Weber, The Journal of Historical Review, Gennaio-Febbraio 1994 (Vol. 14, N° 1), pagg. 4-22.
[2] L. Rapoport, La Guerra di Stalin contro gli Ebrei (New York: Free Press, 1990), pag. 30,31, 37. Vedi anche pag. 43, 44, 45, 49, 50. Traduzione dall’inglese di G.F. Spotti, cfr.: M. Weber,The Journal of Historical Review, Gennaio-Febbraio 1994 (Vol. 14, N° 1), pagg. 4-22.
[3] Y. Slezkine, The Jewish Century, Princeton University Press, 2008, pag. 177.
[4] Postfazione di M. Ovadia, in: L. Mle?in, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 227.
[5] H. A. Strauss, Hostages of Modernization: Austria, Hungary, Poland, Russia, Walter de Gruyter, 1993, pag. 1145.
[6] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all'insegna del Veltro, 2011, pag. 41.
[7] J. Gunther, Behind the Curtain, 1949, pag. 40.
[8] Prefazione di L. Canfora, in: L. Mle?in, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 12.
[9] Anche alla luce di quanto diremo in seguito sul sionismo va ribadito che è bene evitare erronee equazioni politiche “sionismo-ebrasimo”: avranno luogo talvolta casi eclatanti di frizioni interne al mondo ebraico, in particolare sulla questione sionista: a differenza di oggi le comunità israelitiche della diaspora non erano in larga maggioranza schierate al fianco di Israele. Si pensi all'approccio tiepido di una parte degli ebrei statunitensi nel dopoguerra o agli scontri interni alla comunità israelitica della Polonia negli anni '60. N. Finkelstein ricorda: "Nella sua indagine del 1957, Nathan Glazer osservò che Israele «aveva ben poche ripercussioni sulla vita interiore della comunità ebraica americana». I membri della Zionist Organization of America, da centinaia di migliaia che erano nel 1948, si ridussero a decine di migliaia negli anni Sessanta. Prima del giugno 1967, solamente un ebreo americano su venti si dichiarava interessato a visitare Israele. Nel 1956, la comunità ebraica diede un importante contributo alla rielezione di Eisenhower, che aveva appena costretto Israele all'umiliante ritiro dal Sinai". [N. Finkelstein, L'industria dell'Olocausto, Rizzoli, Milano, 2002, pag. 31].
[10] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all'insegna del Veltro, 2011, pag. 62.
[11] R. Yaffe, JEWS IN CZECHOSLOVAKIA, AJR INFORMATION, Vol. V. No. 2 February, 1950, pag. 3.
[12] R. W. Orttung, D. N. Lussier, A. Paretskaya, The Republics and Regions of the Russian Federation: A Guide to Politics, Policies, and Leaders, M.E. Sharpe, 2000, pag. 153.
[13] L. Mle?in, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 64.
[14] Prefazione di L. Canfora, in: L. Mle?in, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 12.
[15] L. Mle?in, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 61.
[16] Ivi, pag. 93.
[17] Ivi, pag. 87.
[18] Ivi, pag. 136.
[19] Prefazione di G. Vidal, in: I. Shahak, Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia, 1997.* A questa memoria di Vidal va affiancato il parere diffuso circa l’onestà morale di Truman e il senso di giustizia che da molti gli veniva riconosciuto.
[20] L. Mle?in, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 133.
[21] Che tra l’altro fu il primo rappresentante diplomatico israeliano a Mosca.
[22] M. C. Desch, Power and Military Effectiveness: The Fallacy of Democratic Triumphalism, JHU Press, 2008, pag. 122.
[23] Ibidem.
[24] L. Mle?in, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 158.
[25] Nel 1951, quando i rapporti israelo-sovietici erano già sostanzialmente cambiati.
[26] L. Mle?in, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 165.
[27] A. Gromyko, Rappresentante Permanente dell’Unione sovietica all’ONU argomentò in questa occasione in favore del diritto degli ebrei a costruire il loro Stato in Palestina: “I rappresentanti dei paesi arabi sostengono che la spartizione della Palestina costituirebbe un’ingiustizia storica, ma questa opinione non è condivisibile, perché in realtà il popolo ebraico ha mantenuto il suo legame con la Palestina dai tempi più antichi. Inoltre, non possiamo non tener conto della situazione in cui esso si è venuto a trovare dopo l’ultima guerra scatenata dalla Germania nazista, che gli ha recato più sofferenze che a qualsiasi altro popolo. Sapete bene che nessun stato capitalista Europeo ha saputo difenderlo dall’arbitrio e dalla violenza hitleriana” [La Palestina della Convivenza, Storia dei palestinesi 1880-1848, pag. 18].
[28] Ivi, pag. 99.
[29] H. Freeden , Antisemitism in Russia, AJR INFORMATION, Vol. IV. No. 7, Luglio 1949, pag. 1.
[30] Ibidem.
[31] Ibidem.
[32] L. Mle?in, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 181.
[33] Ivi, pag. 183.
[34] Ivi, pag. 173.
[35] L. Blit, POISON FROM MOSCOW, AJR INFORMATION, Vol. VIII No. 2, February, 1953, pag. 1.
[36] NEWS FROM ABROAD, AJR INFORMATION, Vol. XV No. 11- November, 1960, pag. 4.
[37] P. E. N. Congress Protests Suppression of Jewish Culture in Russia, Jewish Telegraphic Agency, 27 July 1960. *West and East Germany, Poland, Hungary, Belgium and Thailand abstained from voting.
[38] News from Abroad, AJR INFORMATION, Vol. XVIII No. 2 - February, 1963, pag. 4.
[39] L’ AJR INFORMATION, in questi anni e nei successivi, seppur edito nel Regno Unito ed inevitabilmente orientato in senso “occidentale”, alternava notizie positive e negative “da oltre cortina” fornendo una panoramica mensile sulle comunità ebraiche nel mondo.
[40] News from Abroad, AJR INFORMATION, Vol. XVIII, No. 10 - Ottobre 1963, pag. 4.
[41] Ibidem.
[42] Ibidem.
[43] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all'insegna del Veltro, 2011
[44] Ivi, pag. 18.
[45] Ivi, pag. 19.
[46] Ivi, pag. 23.
[47] Ivi, pag. 39.
[48] NEWS FROM RUSSIA, ISRAEL AND AMERICA, AJR INFORMATION, VOL. XIX No. 10 October, 1964, pag. 3.* Nel testo: “Russian Orthodox Church”.
[49] Zionism is the Enemy, Canadian Jewish News, April 1, 1966, pag. 6.
[50] The Palestine Yearbook of International Law 1990-1991, Martinus Nijhoff Publishers, 1991, pag. 146.
[51] P. T. Chamberlin, The Global Offensive: The United States, the Palestine Liberation Organization, and the Making of the Post-Cold War Order, Oxford University Press, 2012, pag. 309
[52] J. Frankel, The anti-Zionist press campaigns in the USSR 1969-1971: political implications, Hebrew University of Jerusalem, Soviet and East European Research Centre, 1972.
[53] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all'insegna del Veltro, 2011, pag. 82. cfr.: Volume di Kichko "Giudaismo e sionismo" (1968) pubblicato dopo il ritiro dell'opera precedente e pubblicata a puntate sul periodico Liuddina y Svit.
[54] Ibidem.* E' tuttavia bene puntualizzare che in relazione alla questione messianica, l'ortodossia ebraica ha opposto al sionismo secolare la necessità dell'attesa del presunto Messia per la restaurazione del "Regno d'Israele".
[55] W. Korrey, Russian Antisemitism, Pamyat and the Demonology of Zionism, Routledge, 1995, pag. 20.
[56] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all'insegna del Veltro, 2011, pag. 62.
[57] News from Abroad, AJR INFORMATION, Volume XXIV No. 12 December, 1969, pag. 4.
[58] Ivi, pag. 78.
[59] A. J. Wolak, Forced Out: The Fate of Polish Jewry in Communist Poland, 2004, pagg. 5-6-7.
[60] News from Abroad, AJR INFORMATION, Volume XXIII No. 8 August, 1968, pag. 4.
[61] Ivi, September 1968, pag. 4.
[62] M. Costa, CONDUC?TOR, l'edificazione del socialismo romeno, Parma, Edizioni all'insegna del Veltro, 2012. *Va tenuto presente che il Presidente romeno conservò una certa autonomia in politica estera e, ad esempio, mantenne le relazioni diplomatiche con Israele dopo la guerra dei Sei Giorni. In questa occasione gli altri Paesi del blocco orientale, come abbiamo visto, optarono per la rottura.
[63] W. Korrey, Russian Antisemitism, Pamyat and the Demonology of Zionism, Routledge, 1995, pag. 20.
[64] Ivi, pag. 21.
[65] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all'insegna del Veltro, 2011, pag. 84. Y. Ivanov, Un problema dimenticato ma urgente, 6 giugno 1969, Molodoj Kommunist, organo del Comitato Centrale della Lega Comunista Sovietica dei Giovani
[66] Ivi, pag. 112. Complicità nel delitto, Bollettino dell'Ambasciata sovietica a Roma , 1971
[67] Ibidem.
[68] F. Glubb (Yahya), Zionist relations with Nazi Germany, Palestine research Center, Beirut, 1978; L. Brenner, Zionism in the age of the dictators, Croom Helm, 1983 et alii.
[69] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all'insegna del Veltro, 2011, pagg. 84-85-100-108. *In questi riferimenti non manca a volte una certa retorica sovietica condita con ampi riferimenti all'"imperialismo".
Sulla Literaturnaja Gazeta  si scrive che i sionisti "avevano prestato i loro servigi a tutti gli imperialismi, da quello tedesco a quello inglese a quello americano" [L'inganno sionista, Literaturnaja Gazeta, n. 25, 17 giugno 1970] dimenticando che l'URSS per prima favorì la nascita dello Stato d'Israele per tentare di avere un proprio "avamposto" in mezzo ai Paesi arabi.
[70] The Middle East: Abstracts and index, Vol. 28, Part 2, pag. 209, 2004.