lunedì 18 febbraio 2019

La vera storia del genocidio dei Nativi Americani



Per secoli è stata celebrata come se fosse una storia di successo per l’intero pianeta. Ancora nel 1992, in occasione del cinquecentenario, in tutto il mondo si sono organizzate celebrazioni solenni. Il 12 ottobre rimane conosciuto nel mondo come il Columbus Day, ricorrenza che negli Usa è festa nazionale. Tra le tante pagine oscure della storia poche hanno goduto di una falsificazione tanto sfacciata quanto il genocidio dei nativi americani, dove i crimini commessi sono stati non solo rimossi ma anzi invertiti di senso e glorificati. Solo da pochi anni, a oltre mezzo millennio di distanza, si fa luce sulla vera storia della conquista delle americhe. La pagina più nera nella storia della civiltà occidentale.

È il 1519 quando il conquistadores spagnolo Hernan Cortés parte da Cuba, dove Colombo aveva costituito i primi insediamenti europei, alla volta del Messico con l’obiettivo di sottomettere l’antica civiltà azteca. Gli avventurieri spagnoli sono numericamente inferiori ma hanno dalla loro due assi nella manica: le armi in acciaio, che gli permettono di surclassare militarmente i rivali, e le malattie infettive. I conquistatori spagnoli sono portatori di virus mai esistiti nelle americhe e verso i quali i nativi non hanno anticorpi. Il contatto con il vaiolo e la peste stermina gran parte degli aztechi, che sono costretti a capitolare in pochi mesi. La terza arma dei conquistatori è la crudeltà.  Questa viene utilizzata a piene mani nella più difficile guerra contro gli inca, autori di una resistenza valorosa sotto gli ordini di Tupac Amaru, che verrà spezzata solo dopo decine di assedi ed esecuzioni di massa. Nella seconda metà del XVI secolo gran parte dell’America del centro-sud è sotto il giogo degli spagnoli. Al posto delle loro civiltà millenarie i conquistatori creano latifondi e miniere di oro e argento, dove far lavorare in condizione di schiavitù i nativi rimasti in vita.
All’inizio del Cinquecento, mentre gli spagnoli dilagano nella parte centrale e meridionale del continente, francesi ed inglesi iniziano a esplorare le coste atlantiche della sua parte settentrionale.

La situazione nelle terre settentrionali era molto differente rispetto al sud delle grandi civiltà mesoamericane. A nord del fiume Rio Bravo la popolazione indigena non superava i 12 milioni di persone, riunite in tribù indipendenti che vivevano secondo i precetti di dignità, fierezza e simbiosi con la terra. I primi coloni si stabiliscono in Florida, New Messico e in Qebec: gli indiani non li trattano con ostilità e lasciano loro prendere i terreni. Non hanno il concetto di proprietà privata e secondo il loro modo di vedere il mondo la terra appartiene a tutti gli animali e a tutti gli uomini, inclusi quei bianchi arrivati via mare. Ma ben presto scoprono che gli europei la pensano diversamente e non vogliono solo stabilirsi in qualche terra, vogliono possederle tutte quante. Gli inglesi partono dalla costa est spingendo progressivamente gli indigeni verso ovest.
Alcune tribù non si ribellano apertamente, continuano a credere che il nord sia abbastanza grande per tutti e fare la guerra per il possesso non è nella loro indole, tuttavia non accettano neppure di essere colonizzati, non è nella loro indole neppure diventare schiavi. Si sentono, e sono, uomini liberi. Altre tribù invece capiscono da subito che gli uomini bianchi sono assetati di dominio e ricchezze, e decidono di provare a fermarli prima che sia troppo tardi. Le tribù più numerose, come i Sioux e gli Apache, decidono di opporsi con le armi. Per oltre tre secoli la conquista del nord continua a dare problemi ai coloni euro-americani, essi riescono ad avanzare verso ovest ma la resistenza dei nativi è indomita, inoltre il loro rifiuto categorico di lavorare al soldo dei bianchi, preferendo la morte alla schiavitù, rende l’occupazione molto meno fruttuosa di quella degli spagnoli nel sud. Verso metà del 1800 il presidente americano Grant ordina la soluzione finale, dando carta bianca ai generali. Il 26 dicembre 1862 si tiene l’esecuzione di massa di 38 capi Sioux, i cui corpi rimangono esposti per giorni come monito per i nativi. Pochi mesi dopo riescono a catturare il vecchio capo Apache Mangas Coloradas, lo torturano prima di decapitarlo e poi inviano il teschio al governo, che lo espone in un museo. Nel ’64 ecco il massacro di Sand Creek, i coloni conquistano il territorio Apache, i nativi vorrebbero arrendersi e trattare la resa, si avvicinano sventolando bandiere bianche. Ma hanno osato resistere e questo non è accettabile per i coloni, tutti i 200 prigionieri vengono fucilati mentre gli scalpi dei capi vengono amputati ed usati come ornamenti.
Lo sterminio dei nativi del nord America in questi decenni è tanto più raccapricciante perché portato avanti in modo scientifico. Nel 1800, gli Usa sono ormai una nazione e lo sterminio viene pianificato con agghiacciante freddezza. Gli indigeni che si ribellano vengono massacrati, mentre quelli risparmiati vengono rinchiusi nei campi di concentramento, le cosiddette “riserve indiane”. Mentre il Parlamento americano crea leggi apposite per autorizzare la pulizia etnica, come l’Indian Removal Act col quale nel 1830 si autorizzava la deportazione dei nativi per ragioni di sicurezza nazionale. Nel 1890 la “conquista del selvaggio west” come la retorica Usa ama ancora oggi chiamare questo genocidio, può dirsi conclusa. In tutto il nord America rimanevano in vita appena 250mila nativi. Erano 12 milioni quattro secoli prima.
Nelle americhe, sia del nord che del sud, tra il 1492 e il 1890 sono stati sterminati un numero compreso i 70 e il 115 milioni di nativi. Di gran lunga il più lungo e sanguinoso genocidio mai commesso nella storia umana.
Un genocidio che, esattamente come quello nazista, si è alimentato innanzitutto di pregiudizi culturali e religiosi, verso il quale nessuna delle istituzioni dell’epoca può essere considerata innocente, tanto meno la chiesa cattolica. Alla guida dei conquistadores spagnoli vi erano infatti vescovi e cardinali, che si spinsero fino a benedire le spade con le quali si fecero i massacri. I nativi venivano considerati esseri adoratori di divinità diaboliche e secondo la chiesa era legittimo sottometterli e costringerli alla conversione con ogni mezzo. Con il tempo poi alle giustificazioni religiose se ne sommarono altre che si pretendevano scientifiche, come le teorie sull’evoluzionismo culturale che legittimavano la sottomissione dei nativi, chiamandola “civilizzazione”. Mentre la nascente industria culturale, prima con i romanzi western e poi con i film contribuì a radicare l’immagine dei “pellerossa” barbari e violenti per natura, ai quali si opponeva l’epopea degli eroici bianchi alla scoperta del selvaggio West. Una falsificazione storica.
Oggi le vicende dei nativi americani possono sembrare racconti lontani nel tempo, ma non è così. Nonostante il massacro sono molti i nativi che vivono ancora nelle americhe. Nel centro e nel sud del continente ne rimangono decine di milioni che, dopo secoli di sfruttamento e privazioni in alcuni paesi stanno conoscendo finalmente il riscatto sociale. Le rivoluzioni bolivariane nate nel continente sul finire degli anni ’90, hanno portato in molti paesi alla nascita di governi più sensibili ai loro diritti, un processo culminato nell’elezione di Evo Morales a presidente della Bolivia nel 1998, il primo indios americano al potere dopo oltre quattro secoli.
Non si può dire lo stesso dei nativi rimasti in nord America. Nonostante vi sia stato un lento riconoscimento dei crimini commessi, culminato nelle scuse ufficiali presentate dal senato statunitense nel 2005, i nativi continuano a vivere in condizioni di drammatica esclusione sociale. Tra i giovani indigeni che vivono nelle riserve il tasso di suicidi è ancora oggi 150 volte superiore rispetto a quello dei coetanei bianchi, mentre l’alcolismo e la disoccupazione sono piaghe che colpiscono un nativo su cinque.
Così come non è ancora cessata neanche la presunzione da parte del governo Usa di poter disporre dei territori nativi come se fossero i propri. Lo dimostra il recente caso del Dakota Access Pipeline, il grande oleodotto in costruzione nelle zone sacre della nazione Sioux in Nord Dakota. I nativi hanno protestato per mesi, ottenendo in cambio ancora una volta una spietata repressione con cariche e arresti da parte della polizia. Un secolo fa per i bianchi la vita dei nativi non valeva più di quella degli animali, oggi non è più così, ma i loro diritti valgono comunque meno di un barile di petrolio.


 Autore:
Giornalista professionista, vive a Bologna dove lavora insieme al gruppo media indipendente SMK Videofactory. Ha scritto e realizzato video-inchieste per Il Corriere della Sera, La Repubblica, Altreconomia ed altri. Come documentarista ha realizzato le inchieste "Kosovo vs Kosovo" e "Quale Petrolio?". E' caporedattore web di Dolce Vita Magazine.

TRATTO DA:
https://www.dolcevitaonline.it/la-vera-storia-del-genocidio-dei-nativi-americani/?fbclid=IwAR1NkYQG1Mt080SzKH3VBvIuRx7ewkfc33xEATBAQH5Spo0kaKNtyPuvig8

Atrocità americane in Germania



Un soldato alleato posa insieme ad un giovane soldato tedesco dopo un interrogatorio

 

GIUDICE EDWARD L. VAN RODEN (*)
traduzione e introduzione a cura di A. Ambrosi.

http://web.archive.org/web/20021208041825/http://revisionismo.com/archivio/van_roden.html#inizio

mercoledì 13 febbraio 2019

L'italia nata male (e cresciuta peggio)




Le vere motivazioni della guerra italiana La guerra del sangue contro l'oro




di Maurizio Barozzi


Risalire oggi, a 70 anni dal 10 giugno 1940, alle vere motivazioni dell'entrata in guerra dell'Italia, dopo che le potenze Alleate hanno sequestrato i nostri archivi di Stato e militari, mentre al contempo non hanno reso accessibili i propri, non è certo un compito agevole.
Oltretutto si è anche costretti a lavorare a fronte di una "storiografia di parte" che cerca di presentare la seconda guerra mondiale come il risultato dei sogni di dominio mondiale della Germania hitleriana quando, viceversa, è indubbio che se Hitler giocò con il fuoco, portando il punto di crisi in Europa fino alle soglie della guerra, sperando che gli anglo francesi, dopo il patto Molotov-Ribentropp (che gli copriva le spalle), alla fin fine gli avrebbero lasciato campo libero con i polacchi, è altrettanto vero che furono invece le "democrazie occidentali", forti di un futuro appoggio statunitense, che dopo aver conseguito con la prudente politica dell'appeasement, il tempo necessario per un riarmo bellico, fecero soffiare i venti di guerra usando la Polonia e puntando decisamente allo scontro.
Partendo da questo presupposto, palesemente sottaciuto, ma storicamente inoppugnabile (già solo considerando la limitata struttura "continentale" delle FF.AA. tedesche), occorre tener presente che qualunque analisi storica che voglia risalire alle cause di un conflitto di portata mondiale, deve trovare in qualche modo conferma nelle grandi linee geopolitiche della Storia.
Se infatti potiamo lo sguardo oltre i particolari contingenti, dalle ideologie, dagli interessi economici divergenti, ecc., troveremo che il "motore" della Storia è quello della geopolitica, laddove Stati e Nazioni si dividono, si scontrano, e si compattano dietro i grandi interessi geopolitici, gli unici che possono garantire nel tempo lo sviluppo futuro e la sicurezza militare ai poli antagonisti della terra: le realtà continentali e quelle talassocratiche.
Valutazione questa, assolutamente vera per il passato, forse un po' meno vera da quando, nel secolo XX, un secolo dagli enormi progressi soprattutto nel campo dei trasporti e delle comunicazioni che hanno "globalizzato" le economie e le culture del pianeta, sono entrate pesantemente in gioco Lobby e Consorterie transnazionali, tendenti al dominio mondiale svincolato da un riferimento etnico e geografico, perché forti di una potenza finanziaria cosmopolita mai vista in passato.
In ogni caso la corrispondenza tra gli sviluppi e le tendenze militari, economiche ed ideologiche e la geopolitica resta sempre un presupposto irrinunciabile per avere la controprova della giustezza delle analisi storiche. Ed è appunto su questi presupposti che cercheremo di spiegare molti aspetti oscuri della nostra partecipazione alla guerra.
Come noto l'Italia entrò in guerra con una formula, coniata da Mussolini, di "guerra parallela", quindi sostanzialmente sganciata dalle strategie dei tedeschi (questa la formula che il Duce ebbe anche ad illustrare al Re: «non per la Germania, né con la Germania, ma a fianco della Germania»).
L'evidente "accordo" che poi, come vedremo, intercorse all'ultimo momento tra Mussolini e Churchill (accordo nascosto nel famoso "Carteggio" fatto sparire dal britannico) che determinò un inizio blando delle nostre operazioni belliche, ha fatto avanzare da molti il sospetto che tutto sommato, l'entrata in guerra di Mussolini era, paradossalmente, più contro la Germania che contro l'Inghilterra e del resto, svariate esternazioni del Duce farebbero sospettare anche l'ipotesi di un Mussolini "segreto nemico" di Hitler. In realtà, che Mussolini possa essere stato un "segreto nemico di Hitler" è una forzatura interpretativa di alcuni fatti, analizzati senza conoscere i retroscena geopolitici, perché le cose non stanno affatto in questi termini.
Vero invece che l'Italia giocò le sue carte strategiche indipendentemente dagli interessi tedeschi e Mussolini aderì all'ultimo momento alle "proposte segrete" di Churchill, non per sabotare la guerra tedesca, anche se poi in effetti ne derivò un danno per una possibile vittoria, ma semplicemente perché quell'intesa sembrava risolvere di colpo tutti i nostri problemi.
La strategia geopolitica di Mussolini, infatti, restò sempre, nonostante gli alti e bassi di una difficile alleanza tra partner di sbilanciata potenzialità economica e militare, una geopolitica antibritannica, e non poteva essere diversamente mantenendosi, al contempo, distinta e guardinga nei confronti dei tedeschi.
Oggi, finalmente, gli storici stanno, a poco a poco, arrivando a individuare i veri contenuti del Carteggio Churchill Mussolini, tranne che, magari, ancora non possono dire certe cose con chiarezza (non si fa carriera, divergendo troppo dalle linee ideologiche che sono alla base del "regime"). Per le vicende del "Carteggio", comunque, ci sono due testi che bisogna assolutamente conoscere e ai quali rimandiamo: F. Andriola: "Mussolini Churchill il carteggio segreto", SugarCo 2007 e U. Giuliani Balestrino: "Il carteggio Churchill Mussolini alla luce del processo Guareschi", Ed. Settimo Sigillo 2010.
In realtà, quello che avvenne tra il Duce e Churchill, a livello di diplomazia sotterranea, più
che un "accordo" fu un reciproco stato di necessità proprio al momento della nostra entrata in guerra.

La geopolitica di Mussolini
Tutto scaturisce dalla nostra situazione storica e geopolitica, laddove è noto che Mussolini lavorava per elevare l'Italia al rango di una piccola - media potenza nel Sud Europa, trovando la soluzione demografica e degli approvvigionamenti di materie prime (atavica nostra deficienza strutturale) nelle colonie africane.
Il dramma era che la nostra geopolitica non poteva che essere espressione di una potenza marittima, ma contemporaneamente con uno sguardo al continente: insulare e peninsulare. Il che per una nazione economicamente debole, priva di risorse energetiche e militarmente scarsa e per di più con l'Africa settentrionale scollegata, era un vero e proprio dramma. Ma il dramma più grosso era l'irriducibile avversione degli inglesi.
Fotografando la situazione, così si espresse Mussolini con il suo medico Georg Zachariae: «L'Inghilterra [che] ha molti interessi nel mediterraneo, quale via di comunicazione con l'Egitto e l'India, era invidiosa dell'influenza che l'Italia andava prendendo nel bacino mediterraneo, nei Balcani, nel vicino Oriente e in Africa. L'ostilità britannica non poteva certo farmi desistere dai miei piani, perché tanto valeva che me ne andassi abbandonando l'Italia al suo destino».
Scrive oggi Franco Cardini, riassumendo perfettamente la situazione del tempo:
«Se si considera che l'Italia unitaria era stata fondata, ottant'anni prima di allora, con l'appoggio non disinteressato di una Francia prima e di un'Inghilterra poi che ambivano a piazzare le loro pedine commerciali e portuali in una penisola che, con l'apertura del canale di Suez, sarebbe divenuta un molo mediterraneo importante sulla via degli oceani, l'entrata in guerra del '40 acquista una prospettiva sulla quale di solito non si riflette: quella della definitiva liberazione del paese da un ruolo subalterno nel panorama politico europeo. Il tragico era che tale disegno era destinato a inquadrarsi nel contesto del profilarsi di una subordinazione ancora più forte e tragica: quella alla Germania nazista. Qui l'abile giocoliere Mussolini, che aveva avuto fino ad allora la fortuna e l'abilità di costruire il mito della potenza italiana su una serie di colpi di mano e di bluff ben giocati -l'ultimo dei quali era quello di mediatore degli accordi di Monaco del '38-, si trovava adesso a doversi confrontare con il vero nodo irrisolto della sua politica» (F. Cardini: "Una riflessione nel settantesimo dell'entrata dell'Italia in guerra").
Mussolini quindi, partendo da una geopolitica sostanzialmente antibritannica, scelse giustamente di diventare junior partner della Germania proiettando in tal modo l'approdo futuro della sua geopolitica in una prospettiva euroasiatica.
Nel contingente, come tutti gli junior partner, egli non poteva che augurarsi che in Europa permanesse uno stato di equilibrio, senza dominatori assoluti ed evitando il più possibile la guerra e così infatti si mosse a Locarno 1925, Stresa 1935 e Monaco 1938, barcamenandosi poi, a guerra purtroppo iniziata (settembre 1939), con la formula della "non belligeranza".
Quanto dovette pesargli quella politica, di fatto, di disimpegno dagli obblighi previsti dal Patto d'acciaio e da quella "propaganda combattentistica" che il fascismo aveva sempre propugnato, è risultato a tutti evidente. Ma non c'era scelta.
A gennaio del 1940, in un rapporto inviato all'alleato tedesco, Mussolini cercò di indurlo a preservare uno Stato polacco indipendente, quale ragionevole via di uscita con gli anglo francesi, anche nel presupposto, scriveva con lungimiranza il Duce, che gli Stati Uniti, in futuro, sarebbero sicuramente intervenuti, non potendo consentire la sconfitta delle democrazie europee.
Oggi, a posteriori, sappiamo che questi intenti di Mussolini erano irrealizzabili perché gli occidentali avevano un unico e pervicace scopo: la liquidazione degli Stati fascisti e la disintegrazione dell'Europa (che realizzeranno a Jalta) e per di più, dietro gli Occidentali c'erano le grandi Consorterie internazionali che da tempo perseguivano quel dominio finanziario mondiale, supportato da quella visione ideologica che oggi chiamiamo "mondialismo".

La geopolitica di Hitler
Resta il fatto che Mussolini, oltre all'estendersi del conflitto, paventava anche che inglesi e tedeschi si mettessero d'accordo tra loro su dimensioni globali (cosa ben diversa da un accordo Europeo, auspicato anche dall'Italia, che evitasse o che interrompesse il conflitto in corso).
In effetti la Germania di Hitler aveva una visione geopolitica classica, per così dire semplice, finalizzata ad uno spazio ad Est, unico modo per una potenza continentale di dominare il continente e garantirsi le fonti energetiche e alimentari. In quest'ottica l'Italia era considerata un alleata indispensabile per coprire il sud Europa ed in questo senso Hitler era anche disposto a rinunciare all'Alto Adige (pomo di discordia con gli italiani).
Questa geopolitica però era complicata dalla visione pangermanica del Fueher, oltretutto impostata su basi razziali e quindi confacente al popolo tedesco (e sappiamo quante complicazioni questa visione razzista causò nei territori occupati in Russia, ma sopratutto coltivava anche un sogno ambizioso, anzi un fine preciso, quello di addivenire ad un accordo su larga scala con gli inglesi, considerati "fratelli di razza": alla Germania il continente, all'Inghilterra l'Impero, garantendogli anche i suoi punti strategici come Gibilterra, Suez, Aden, Singapore, Hong Kong, Città del Capo e le Isole Falkland. Accordo che Hitler perseguì fino all'ultimo contando sul fatto che l'apparire all'orizzonte di due superpotenze planetarie, gli USA e l'URSS, assurte in pochissimo tempo al rango di potenze talassocratiche (gli USA) o di genere misto (i sovietici), con mire di dominio mondiale, costringesse l'Inghilterra a rivedere la sua ricorrente politica, quella di attaccare e distruggere la nazione europea emergente nel continente: da Luigi XIV, a Napoleone a Guglielmo II, l'Inghilterra, nazione talassocratica, si era sempre mossa, e non poteva fare diversamente, in questo senso: dividendo gli avversari, attaccandoli o alleandosi con nazioni continentali o marittime (come l'Italia nella prima guerra mondiale).
In questa situazione l'Italia, seppur alleata della Germania, qualora l'accordo globale anglo tedesco, fosse andato in porto, avendo gli inglesi tutti i loro interessi in opposizione ai nostri, tale accordo non poteva che essere contro gli interessi italiani (è una legge storica inevitabile).
Si immagini quindi in quale difficile situazione venne a trovarsi Mussolini: alleato della Germania non poteva che augurarsi il successo militare della stessa, ma al tempo stesso che questo successo non fosse troppo eccessivo; interessato alla pace in Europa, non poteva che sollecitare un accordo - armistizio tra gli anglo francesi e i tedeschi, ma al tempo stesso che questo "accordo" non fosse monopolio anglo tedesco e proiettato su scala planetaria; dover essere presente nel teatro bellico, al fine di evitare l'esclusione dell'Italia dalla definizione di quanto sopra, ma al tempo stesso non essere in grado di affrontare una guerra di quella portata, e così via.

Il dramma di Mussolini
Questo il dramma che al tempo viveva il Duce, oltretutto a capo di una nazione "riottosa" a certe scelte impegnative anche perché, erede del Risorgimento massonico, aveva una industria, una finanza e buona parte di una cultura (tranne quella cattolica) in sintonia con gli anglo francesi e si aggiungano poi gli interessi non certo "italiani" di Casa Savoia e del Vaticano!
E le conseguenze di questa situazione si palesarono quasi subito, già dall'autunno del 1940 quando Mussolini, dopo i primi rovesci dell'esercito italiano, si trovò praticamente solo, a difendere gli interessi della nazione. Basta leggere quanto egli ebbe a dire ad Hitler nel corso di un loro incontro presso la "Tana del Lupo", nell'agosto del 1941 nel pieno dell'offensiva contro la Russia.
In quell'occasione il Duce confidò al Führer che ne rimase sconvolto:
«Mi dica cosa farebbe lei se avesse degli ufficiali che hanno dei dubbi sul regime e sulle sue ideologie… e che dicono, mentre lei parla della sua ideologia o della ragion di Stato, che loro sono monarchici e che devono lealtà solo al Re?».
Si spiega così il comportamento contraddittorio e ondivago di Mussolini durante la non belligeranza e tutto il resto.
Proprio lo scorso aprile il bravissimo giornalista storico Fabio Andriola nel corrente numero della rivista Storia in Rete ha pubblicato un articolo ("Dai nemici mi salvi Dio che dagli amici mi guardo io") che mostra come Mussolini, ancora in piena guerra, si premuniva anche rispetto ad una possibile aggressione dei tedeschi (che aveva messo in conto e pur paventava) e comunque si teneva circospetto ed ambiguo rispetto alla politica dell'Asse.
Una storia tutta da riscrivere e che dimostra come l' Asse era nella propaganda, ma non nei fatti, ed in effetti se la geopolitica di Mussolini era sostanzialmente antinglese, al contempo il Duce temeva l'affermarsi in Europa di una egemonia tedesca e quindi agiva di conseguenza.
Andriola, infatti, ha rievocato lo "strano" (a dir poco) comportamento dell'Italia, non solo durante il periodo della nostra non belligeranza, ma addirittura fino al 1942 inoltrato, quando si procedeva alacremente a costruire imponenti fortificazioni (confidenzialmente soprannominate la "linea non mi fido") in Cadore, Carnia e al Tarvisio, a protezione dell'Italia da una eventuale invasione tedesca.
Incredibilmente, mentre si combatteva una guerra a fianco della Germania, al contempo l'Italia si premuniva e si attrezzava come se, prima o poi, dovesse far fronte alla nazione amica.
Il gerarca Tullio Cianetti che andò in visita a quei cantieri, scrisse nel suo diario che gli era venuto il dubbio se si stava lavorando per la guerra dell'Asse oppure contro.
Cosa stava accadendo? Quali furono le conseguenze di questa politica dal "doppio binario" che, per esempio, a dicembre del 1939, dopo il discorso di Ciano alla Camera (ispirato da Mussolini), con il quale si presero le distanze dalle ragioni di guerra dei tedeschi, rischiò seriamente di incrinare l'alleanza con la Germania?
La risposa stava semplicemente in quella massima degli antichi romani, per cui: « la salvezza della Patria è la legge suprema» e per le conseguenze purtroppo, oggi possiamo dire che sono state nefaste.
La geopolitica e la ragion di Stato, spesso non vanno di pari passo con gli ideali di partito (vale a dire che le similitudini ideologiche tra fascismo e nazionalsocialismo non ebbero affatto un peso prevalente, ma questo non toglie che, nella considerazione storica, che trascende i particolari e le contingenze, in definitiva il 10 giugno 1940 fu proprio quello che affermarono gli ex combattenti della FNCRSI in un loro volantino: «Il sangue contro l'oro; il lavoro contro la speculazione e l'intrigo; schiavisti anglossassoni e sovietici contro proletari che volevano i frutti del proprio lavoro»).
Scrive ancora Franco Cardini: «Quell'"Italia proletaria e fascista" evocata in termini al tempo stesso tanto laconici e tanto retorici non veniva affatto presentata come vittoriosa e potente. Al contrario: essa si metteva dalla parte dei poveri, dei "dannati della terra", degli sfruttati. Dietro al Duce chiuso nell'orbace dalle spalline dorate si profilava ancora e nonostante tutto l'ombra del giovane Benito Mussolini agitatore socialista-interventista: la guerra destinata a rovesciare i destini del mondo, a rovesciare i troni dei potenti e ad esaltare il destino dei diseredati. Una guerra ch'era davvero la prosecuzione di quella del '14-'18, il saldo dei conti ch'essa non aveva saputo chiudere, la reazione contro gli inganni e le ingiustizie della "pace ingiusta" di Versailles. Una guerra il conclamato scopo della quale era la rottura della prigione geopolitica mediterranea che rinserrava una giovane potenza entro il lago sorvegliato dalle due porte di Gibilterra e di Suez, saldamente in mano britannica».

E venne la guerra
Arriviamo così alla guerra (1 settembre 1939), conflitto dove l'Italia non poteva rimanere neutrale all'infinito senza rinunciare a tutto, anzi correndo addirittura grossi rischi. Sia che prevalesse uno dei due contendenti e sia che, invece, fossero addivenuti ad un accordo su larga scala l'Italia, senza aver combattuto, avrebbe di colpo dovuto rinunciare a tutte le sue mire. Proseguendo ed estendendosi il conflitto, invece, c'era anche il reale rischio che uno dei contendenti, per ragioni strategico militari, poteva invadere la nostra penisola ideale portaerei nel mediterraneo.
Mussolini procrastinò il nostro intervento fino all'impossibile, pur avendolo definitivamente deciso a marzo 1940 come ampiamente documentato, ma operativamente previsto, salvo sviluppi imprevisti del momento, all'incirca per il settembre di quell'anno. Oltre sarebbe stato un suicidio.
Nel "Memoriale panoramico al Re" Mussolini scrisse il 31 marzo 1940:
«Se si avverrà la più improbabile delle eventualità, cioè una pace negoziata nei prossimi mesi, l'Italia potrà, malgrado la sua non belligeranza, avere voce in capitolo e non essere esclusa dalle negoziazioni: ma se la guerra continua credere che l'Italia possa rimanere estranea fino alla fine. È assurdo e impossibile. L'Italia non è accantonata in un angolo di Europa come la Spagna, non è semiasiatica come la Russia, non è lontana dai teatri di operazione come il Giappone o gli Stati Uniti; l'Italia è in mezzo ai belligeranti, tanto in terra, quanto in mare,. Anche se l'Italia cambiasse atteggiamento e passasse armi e bagagli ai franco-inglesi, essa non eviterebbe la guerra immediata con la Germania, guerra che l'Italia dovrebbe sostenere da sola. E' solo l'alleanza con la Germania, cioè con uno Stato che non ha ancora bisogno del nostro concorso militare e si contenta dei nostri aiuti economici e della nostra solidarietà morale, che ci permette il nostro attuale stato di non belligeranza.... L'Italia non può rimanere neutrale per tutta la guerra, senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di un Svizzera moltiplicata per dieci. Il problema non è quindi sapere se l'Italia entrerà in guerra o non entrerà in guerra, perchè l'Italia non potrà fare a meno di entrare in guerra. Si tratta soltanto di sapere quando e come: si tratta di ritardare il più a lungo possibile, compatibilmente con l'onore e la dignità, la nostra entrata in guerra: a) per prepararci in modo tale che il nostro intervento determini la decisione; b) perchè l'Italia non può fare una guerra lunga, non può cioè spendere centinaia di miliardi, come sono costretti a fare i paesi attualmente belligeranti».
Quando a maggio la Francia, crollò inaspettatamente ed in quella misura poi, il nostro intervento non poteva più essere rinviato perché i tedeschi, che dal 1938 erano arrivati al Brennero e si erano riaffacciati anche nell'Adriatico adesso, spazzata via la Francia, minacciavano una ingerenza anche sul Tirreno, ponendo in forse quegli equilibri che garantivano la nostra geopolitica sul continente (anche in questo caso le leggi storiche dimostrano che alleanze ideologiche ed eventuali accordi, da soli, senza esercitare una influenza sul territorio, non sono mai una garanzia).
Dovevamo quindi entrare in guerra subito, pur senza forza economica e finanziaria e con un esercito non all'altezza. Solo la marina avrebbe potuto svolgere una sua parte (ma non lo fece).
Riassumiamo ora cosa accadde in quel periodo precedente la nostra entrata in guerra.

Il criminale progetto di Churchill
Churchill fino a circa la metà del maggio 1940, nei suoi contatti segreti con il Duce (la classica "diplomazia sotterranea" tipica di tutte le nazioni), ha cercato di tenere l'Italia fuori della guerra, promettendo in cambio ampie concessioni territoriali a spese della Francia (e poi consenziente la Francia stessa, quando cominciò a trovarsi in difficoltà). E anche questo è abbastanza documentato.
Ma non è tutto, perché poi la situazione internazionale e militare precipitò in pochi giorni, quando, a causa dell'improvviso e imprevisto crollo militare dei francesi Churchill sostenuto, sull'asse Londra - New York, da certe Consorterie guerrafondaie, si trovò nella necessità di fronteggiare un eventuale assalto delle correnti pacifiste che potevano ritenere vantaggiose le generose offerte di pace avanzate da Hitler, anzi consideravano ora opportuno conseguire quell'"accordo globale" anglo tedesco, che Hitler aveva sempre prospettato.
Pertanto adesso (siamo ai primi di giugno '40) in attesa di un sicuro, ma ancora lontano nel tempo, intervento americano, Churchill aveva la assoluta necessità di allargare il teatro bellico e rendere la guerra irreversibili. Era una strategia, nella sua ottica guerrafondaia, rischiosa, ma necessaria, una strategia che lo portò a massacrare la flotta francese a Mars el Kebir i primi di luglio, anche al fine di mandare un messaggio di "guerra a oltranza" ad Hitler e, prima ancora, di giocare di furbizia e d'audacia con Mussolini, invitandolo a scendere subito in guerra (sia pure contro gli inglesi), proponendo un accordo a "non farsi troppo male" (cosa che in effetti è avvenuta nei primi tempi) in vista di un garantito prossimo tavolo della pace dove l'Italia, sostenne probabilmente e in mala fede Churchill, avrebbe avuto tutto da guadagnare e la sua presenza sarebbe stata anche utile per gli stessi inglesi.
Oltretutto Churchill sapeva benissimo che oramai Mussolini non poteva più rimanere neutrale, quindi tanto valeva che egli "mediasse" in qualche modo il nostro inevitabile intervento.
Non è azzardato ipotizzare che le basi di questa "intesa a non farsi troppo male" erano un estensione bellica di un altra intesa che già era avvenuta alla vigilia della seconda guerra mondiale, quando, intorno al 28 agosto 1939, Mussolini ebbe ad inviare questo telegramma segreto al Re:
«Desidero Maestà, nell'attesa di mandarvi tutto l'epistolario scambiato con il Führer, anticiparvene le conclusioni. E cioè l'Italia si limiterà almeno nella prima fase del conflitto ad un atteggiamento puramente dimostrativo. Francesi e inglesi ci hanno fatto sapere che faranno altrettanto».
Questo è il "terribile segreto" del Carteggio, ovvero Churchill che aveva chiesto e ottenuto, il nostro intervento in guerra!
Lo si evince chiaramente dalla lettura delle intercettazioni telefoniche ed epistolari carpite di nascosto dai tedeschi su Mussolini, i cui contenuti mostrano l'enorme l'importanza del "Carteggio" e l'intenzione del Duce di utilizzarlo nell'interesse nazionale. Vale per tutti questa registrazione tra Mussolini a Claretta Petacci del 22 marzo 1945 (si sta parlando di Pavolini):
«... lui non può capire la situazione, non può collaborare. Perciò io devo rispettare il suo punto di vista di parte. Lui non conosce gli avvenimenti accaduti pochi giorni prima della nostra entrata in guerra. Non ne ho parlato con nessuno. E Churchill ancora meno. Bisognerà raccontare una buona volta questa storia. Chi dovrebbe parlarne oggi? In tutto la conoscono cinque persone!» (per il contenuto e la grande importanza che rivestono queste intercettazioni si veda: R. Lazzero: "Il sacco d'Italia", Mondatori 1994).
In sostanza Mussolini, non è che dovette credere a tutte le sciocchezze del britannico (tra l'altro non poteva ignorare che ad un eventuale "tavolo della pace" gli inglesi non avevano di certo bisogno del nostro appoggio per mitigare Hitler anzi, l'Italia addirittura, con i suoi interessi in contrasto con quelli inglesi sarebbe stata un ulteriore carico su la Gran Bretagna), ma si trovava nella tremenda situazione di dover ora e subito entrare in guerra. Una guerra che, è bene ripeterlo, non rifiutava per principio, ma paventava per la nostra debolezza.
In questa prospettiva, il Duce non si lasciò sfuggire l'occasione della proposta segreta, chiamiamola di "accordo" transitorio, che gli avanzava Churchill e che apparentemente gli consentiva di ottenere il massimo rischiando pochissimo.
Il tutto probabilmente venne formalizzato, pochi giorni prima del nostro intervento del 10 giugno 1940, forse in un paio di lettere che Mussolini, come attesta Elena Curti, portava indosso al momento che venne catturato a Dongo. Due altre valige invece contenevano un Carteggio precedente alla nostra entrata in guerra, probabilmente si trattava di quei 62 fogli che in qualche modo riuscì a leggere Luigi Carissimi-Priori, al tempo a capo dell'ufficio politico della questura di Como. Ovviamente sparì tutto (vedesi: "Nuova Storia Contemporanea" N. 5 del 2004, e R. Festorazzi "Mussolini Churchill Le carte segrete" Datanews 1998).
Quella tra Mussolini e Churchill, quindi, fu più che altro una "intesa" resa possibile dalla inconfessata esigenza inglese di allargare il teatro bellico e dalla reale necessità italiana di scendere in guerra facendo finta di farla. Di fatto una convergenza di interessi. Il do ut des, di questa intesa è più che altro qui, ed eventuali offerte di future concessioni all'Italia (che in qualche modo non mancavano) sono del tutto secondarie, anche perché avrebbero dovuto fare i conti con la Germania.
Mussolini oltretutto non si preoccupò di fare il gioco degli inglesi, perché il suo interesse era quello che dalla guerra non uscisse fuori un vincitore assoluto.
Comunque, come sappiamo, l'Italia scese effettivamente in guerra senza impartire direttive strategiche offensive, in pratica facendo purtroppo il gioco in malafede di Churchill. Scrisse Dino Campini, già segretario del ministro RSI C. Biggini: «Se i fatti consentono interpretazioni, se è valida la catena delle cause e degli effetti, si deve ammettere che l'Italia cominciò la guerra non per farla, ma soltanto per inserirsi in un gioco politico» (D. Campini, Piazzale Loreto, Il Conciliatore 1972).

La guerra parallela
Ma anche successivamente, almeno fino al 1942, la strategia bellica italiana, benchè non più condizionata dall'accordo segreto del "Carteggio", seguì una sua linea, quella della guerra parallela, logica e consequenziale, in considerazione delle nostri esigenze geopolitiche, ma decisamente nefasta per le sorti della guerra (in particolare a causa del nostro intervento in Grecia).
Quel che accadde nel teatro bellico (o meglio "non accadde"), in quei giorni del giugno 1940, lasciò sconcertato anche Hitler il quale, seppur dimentico che anche lui, pochi giorni prima e per analoghe ragioni geopolitiche, di fatto, aveva risparmiato quasi 350.000 uomini del contingente inglese a Dunkerque, così osservò con il suo addetto militare a Roma che lo ha poi ricordato:
«Quando il Duce gli aveva dichiarato di non poter ritardare l'annuncio della sua entrata in guerra a una data posteriore all'11 giugno, lui aveva creduto che l'Italia avesse preparato un'azione fulminea contro la Corsica, Tunisi o Malta e che il segreto militare ne impedisse naturalmente un rinvio. Di conseguenza, dopo il discorso di Piazza Venezia, gli era sembrato logico aspettarsi che accadesse qualcosa. Invece, nessuno si era mosso. Questo, aveva concluso il Führer, gli aveva ricordato ciò che accadeva nel Medio Evo, quando le città si scambiavano messaggi di sfida e tutto finiva lì" (S. Corvaja: Mussolini nella tana del lupo, Ed. Dall'Oglio, 1982).
Ma di questa, "strana", situazione e delle sue conseguenze, Hitler ebbe a tornarci su con delle considerazioni nelle sue note segrete a febbraio del 1945, considerazioni che fanno anche capire
meglio quelli che erano stati gli interessi di Churchill a spingere l'Italia in guerra:
«Ah, se gli italiani fossero rimasti fuori dalla guerra!. Se fossero rimasti in stato di non belligeranza.! Gli stessi alleati si sarebbero rallegrati, perchè seppur non avevano un opinione molto elevata della potenza militare dell'Italia, non potevano immaginare una tale debolezza da parte di quest'ultima. Avrebbero considerato un guadagno la neutralizzazione della forza che le attribuivano. Ma siccome non potevano darle fiducia, ciò li avrebbe obbligati a immobilizzare numerose truppe in prossimità dei suoi confini, al fine di evitare il rischio di un intervento sempre minaccioso, sempre possibile, se non probabile. Questo significava, per noi, soldati britannici immobilizzati, i quali non avrebbero fatto né l'esperienza della guerra né quella della vittoria-insomma una sorta di "strana guerra" che si sarebbe prolungata a nostro esclusivo vantaggio» (A. Hitler: Ultimi discorsi, Ed. di AR, 1988).
Oltre al testo base di Renzo De Felice: "Mussolini l'alleato, L'Italia in guerra. 1940-'43", Einaudi, 1990, ci sono tre testi, importantissimi che, a saperli leggere, mostrano molto bene lo strano comportamento militare italiano nel primo mese di guerra e il "segreto del Carteggio".
Questi testi sono: Dino Campini, "Strano gioco di Mussolini", Editoriale PG - Milano 1952; Franco Bandini "Tecnica della sconfitta", Sugar 1963 e Longanesi 1969; e Pietro Sella "L'occidente contro l'Europa", Ed, Uomo Libero 1985.
Per concludere occorre aggiungere che Churchill, oramai coinvolta l'Italia nel conflitto, gettò ben presto la maschera e Mussolini dovette capirlo subito perché, come documentazioni ci attestano, già i primi di luglio '40, cominciò a tempestare Badoglio invitandolo a spronare Balbo in Libia (e poi, alla morte di questi, Graziani) affinchè sferrasse un offensiva decisiva verso l'Egitto e lo stesso fece con Supermarina perché intraprendesse qualche azione di rilievo nel mediterraneo.
Tutto fu inutile perché, accordo o non accordo, in Italia, a cominciare dal Re, da Badoglio e da Supermarina (e anche da certe gerarchie del fascismo, come per esempio i filo "occidentali" Grandi e Ciano), ben pochi avevano la voglia di fare la guerra sul serio agli inglesi, ma questo è un altro discorso.
A fine aprile Mussolini, di fatto abbandonato dai comandanti fascisti desiderosi di arrendersi al più presto agli Alleati e magari riciclarsi nel dopoguerra come anticomunisti e antisovietici, si trovò inevitabilmente a passare in un crocevia di morte:
Morto lo volevano gli inglesi, per nascondere l'intesa con Churchill, una intesa che una volta svelata, avrebbe rivoltato tutta l'interpretazione storiografia della seconda guerra mondiale, squalificato il britannico agli occhi del mondo e complicato la politica internazionale degli inglesi soprattutto rispetto alla Jugoslavia di Tito.
Morto lo volevano gli americani, come ben sappiamo da una registrazione telefonica intercontinentale tra Churchill e Roosevelt del 29 luglio 1943, e questo nonostante che apparentemente e ufficialmente, gli americani dicevano, ma non facevano niente!, di volerlo catturare per processarlo e umiliarlo.
Morto lo volevano i comunisti, che non muovevano foglia che Stalin non voglia, e sappiamo bene come Stalin voleva tenere nascoste certe "intese segrete" con l'Italia del ventennio, risalenti fin dal 1924 e che, praticamente, preservarono il nostro paese da attentati delle cellule comuniste (gli unici attentati furono quelli dei massoni e di Giustizia e Libertà), ma anche si voleva nascondere certi contatti, avvenuti nel primo semestre del 1943, quando l'Italia e l'URSS si trovarono concordi a sondare le possibilità di far uscire i sovietici dalla guerra.
Morto lo voleva il Re che paventava che venissero fuori le sue responsabilità nella guerra, che lui aveva condiviso, eccome!, l'"intesa" con Churchill (il Re era sicuramente una di quelle 5 persone, indicate da Mussolini e al corrente degli accordi con il britannico).
Morto infine non dispiaceva neppure ai tedeschi di Wolff, che lo avevano tradito con la loro ignobile resa.
Ci meravigliamo che finì a Piazzale Loreto?
Maurizio Barozzi     

martedì 5 febbraio 2019

LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

 

Antonio Pocobello 

 LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

L ’ INFAMIA E IL TRADIMENTO

Il 14 maggio 1943 la radio annunciava: “Ogni resistenza è cessata in Tunisia per ordine del Duce”.

Questo significava che l’ultimo lembo d’Africa era stato perduto dalle forze dell’Asse.
Le sorti della guerra volgono al peggio.
Ora è il territorio italiano esposto agli attacchi nemici.

E nella notte fra il 9 e il 10 luglio 1943 scatta l’”Operazione Husky” : le armate settima americana agli ordini del Gen. Patton (66000 uomini) e ottava inglese agli ordini del Gen. Montgomery (100000 uomini) sbarcano nella Sicilia sud-orientale sopraffacendo le nostre difese.
Il 22 cade Palermo. La Sicilia è ormai perduta.
La popolazione, messa alla fame.
La notizia che tutti i siciliani avrebbero accolto con gioia gli anglo-americani acclamandoli è sicuramente non vera.
Infatti un po’ in tutto il sud si ebbe una vera e propria resistenza fascista.

Alcuni uomini politici fascisti, fra cui Grandi, chiedono la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo.
E il Segretario Nazionale Carlo Scorza, d’accordo con Mussolini, lo convoca per il 24 luglio alle ore 17.
Dopo la relazione di Mussolini e alcuni interventi, prende la parola Grandi per illustrare il suo ordine del giorno che propone, in estrema sintesi, di mettere la situazione nelle mani del re.

Mussolini avverte che l’approvazione di quell’ O.d.G. metterebbe in crisi il regime e propone di rinviare la discussione, data anche l’ora ormai tarda.

Ma Grandi e altri chiedono di andare avanti. Sono ormai passate le ore 2 del 25 luglio allorchè si passa alla votazione degli O.d.G.

Quello di Grandi viene approvato con 19 sì, 7 no e 1 astenuto .

Farinacci, il 28° membro, vota il proprio O.d.G. Sono le ore 2,40 del 25 luglio 1943.

La mattina del 25 trascorre senza che nulla accada. Mussolini si reca a Palazzo Venezia come di consueto e sbriga le cose correnti.
Però chiede al re di anticipare alle ore 17 di quello stesso giorno, domenica, la consueta udienza settimanale del lunedì.

E alle 17 va dal Re. Non si sa molto del colloquio, nel quale il re comunica a Mussolini che lo sostituirà con Badoglio. Il colloquio, però, si conclude con una cordiale stretta di mano.
 Certo Mussolini non poteva immaginare che, uscito dalla sala dell’udienza, avrebbe trovato i carabinieri incaricati di arrestarlo.

Il re affida l’incarico di formare il nuovo governo al Generale Pietro Badoglio che annuncia subito che la guerra continua a fianco dell’alleato germanico e vieta qualsiasi manifestazione.

In realtà egli avvia da subito contatti con gli anglo-americani per trattare le condizioni di un armistizio.
Le trattative proseguono ma gli alleati anglo-americani vogliono la resa senza condizioni.

E il 3 settembre 1943 a Cassibile, presso Siracusa, il Gen. Castellano firma l’armistizio.

Lo stesso giorno gli alleati sbarcano in Calabria e cominciano a risalire la penisola.

Badoglio e il re, che temono le reazioni della Germania, cui fino all’ultimo si è giurata amicizia e rispetto del patto di alleanza, vorrebbero ritardare l’annuncio dell’armistizio (intanto, ad armistizio già firmato, i bombardieri americani continuano a seminare morte in Italia), ma la radio americana, alle ore 17,45 dell’8 settembre diffonde la notizia. 

E due ore dopo anche Badoglio è costretto a dare l’annuncio.

Subito dopo fugge con il re, la sua famiglia e alcuni generali e il 9 è a Brindisi, in territorio già occupato dagli ex-nemici.

L’esercito italiano, lasciato senza ordini, si disperde, la flotta, ancora in piena efficienza, vergognosamente va a Malta a consegnarsi agli inglesi.


Molti italiani sono indignati e non riescono ad accettare la resa ignominiosa.

Lo stesso Eisenhower nel suo “Diario di guerra” scrisse: “…la resa dell’Italia fu uno sporco affare. Tutte le nazioni elencano nella loro storia guerre vinte e guerre perse, ma l’Italia è la sola ad aver perduto questa guerra con disonore, salvato solo in parte dal sacrificio dei combattenti della R.S.I…”.

In effetti quando all’armistizio “corto” firmato il 3 settembre e che constava di soli 12 articoli e contemplava soltanto la cessazione delle attività militari, seguì l’armistizio “lungo” firmato da Badoglio a Malta sulla nave “Nelson” il 29 settembre, ci si rese conto della eccezionale durezza delle condizioni: Il nuovo testo, composto da 44 minuziosi articoli, stabiliva che al governo italiano veniva tolta, praticamente, ogni potestà. Tutto, assolutamente tutto, doveva passare sotto il controllo degli anglo-americani, che imposero, addirittura, delle modifiche legislative.

In pratica l’Italia del sud perdeva ogni sovranità. E i tedeschi, che, dopo l’arresto di Mussolini avevano fatto affluire numerose truppe, catturano e deportano in Germania molti sbandati.

Regna il caos. Modesti tentativi di resistenza ai tedeschi si hanno a Roma ma cessano subito.

12 settembre un audace commando di SS atterra con degli alianti a Campo Imperatore sul Gran Sasso e libera il Duce.
Il comportamento del Gen. Fernando Soleti e dei carabinieri di guardia evita il conflitto e ogni spargimento di sangue. Una “Cicogna”, piccolo apparecchio da ricognizione, lo conduce a Roma da dove, su un aereo militare, raggiunge Monaco di Baviera.

Alcune fonti ritengono che Mussolini, stanco e sfiduciato, avrebbe considerato anche la possibilità di ritirarsi, ma avrebbe poi accettato, su insistenza di Hitler, di creare il nuovo stato per evitare all’Italia le probabili rappresaglie dei tedeschi, furiosi per il vile tradimento.

Il 13 ottobre Badoglio, contraddicendo clamorosamente la sua dichiarata volontà di voler ottenere la pace, dichiara guerra ai tedeschi.


NASCE IL NUOVO STATO

Il 18 settembre Mussolini parla da Radio Monaco, e gli italiani possono riudire la voce ben nota.

I fascisti, che fin dal 9 settembre avevano riaperto molte sedi, si riorganizzarono rapidamente.
Il 1 marzo 1944 Pavolini, in una relazione a Mussolini, comunicherà che “sono stati ricostituiti 1072 Fasci con 487.000 iscritti”. Roma ne contò 35.000, Milano 20.000, Ferrara 14.000.

Il 23 settembre Mussolini rientra in Italia e, alla Rocca delle Caminate, sua residenza personale, costituisce il Governo della nuova Repubblica. 
 Il giorno 23 stesso alle ore 14 si ha, nella sede dell’ambasciata germanica a Roma, la prima breve riunione del governo, presieduta da Pavolini.

Il nuovo stato si chiamerà Repubblica Sociale Italiana (tale denominazione verrà deliberata dal Consiglio dei Ministri il 24 novembre 1943).

Essa avrà Mussolini come Capo dello Stato e del governo e Ministro degli Esteri, con Graziani Ministro della Difesa Nazionale, Buffarini Guidi Ministro dell’Interno, Ferdinando Mezzasoma Ministro della Cultura Popolare e tutti gli altri.

Il 28 settembre 1943 inizia il funzionamento del nuovo Stato.

Il giorno 11 novembre furono costituiti i Tribunali Straordinari Provinciali per giudicare i fascisti che avevano tradito e un tribunale straordinario speciale per giudicare i membri del Gran Consiglio che avevano votato l’O.d.G. Grandi, accusati di tradimento. Fra essi c’era anche Galeazzo Ciano, marito di Edda figlia del Duce. Il processo ebbe inizio alle ore 9 dell’8 gennaio 1944 a Verona in Castelvecchio.
Il 10 gennaio alle ore 13,40 fu emessa la sentenza. Furono comminate 18 condanne a morte (Cianetti, che aveva ritirato il suo voto a favore fu condannato a 30 anni di reclusione). Ma la maggior parte dei condannati a morte aveva riparato all’estero e furono condannati in contumacia. Solo cinque erano presenti al processo : Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi. Essi furono fucilati l’11 gennaio 1944.

Il 22 febbraio 1944 il Duce nomina il nuovo Direttorio del Partito Fascista Repubblicano.
Intanto il nuovo stato aveva cominciato a funzionare regolarmente. 

Le condizioni erano drammatiche: le città erano martoriate dai bombardamenti (il 20 ottobre 1944 suscitò orrore il bombardamento della scuola di Gorla a Milano, dove trovarono la morte 300 bambini.I civili morti per bombardamenti assommeranno a 64.000), il problema degli approvvigionamenti era impellente, i rapporti spesso non facili con i tedeschi complicavano ulteriormente le cose.
A tutto questo, poi, cominciò ad aggiungersi il problema dei partigiani, con i primi assassinii di fascisti. Si trattava in prevalenza di giovani renitenti alla leva che si erano rifugiati in montagna, ma anche di vecchi antifascisti, specie comunisti, che intravedevano la possibilità di abbattere il Fascismo. Ci furono anche dei tentativi di sciopero.

Malgrado tutto ciò i trasporti continuarono a funzionare anche se fra mille difficoltà, le fabbriche continuarono il loro lavoro, le scuole riaprirono regolarmente, l’amministrazione pubblica faceva il proprio dovere, l’economia era governata con mano ferma (l’inflazione, ad esempio, era insignificante se paragonata con quella scatenatasi al sud, nelle terre occupate).

Subito dopo l’8 settembre i tedeschi avevano introdotto i Marchi d’occupazione. 
Una delle prime preoccupazioni del Ministro delle finanze fu quella di farli ritirare. Ciò accadde il 25 ottobre 1943. Da quella data essi persero ogni valore legale. 
In data 1° dicembre venne costituito un Comitato Economico Italiano col compito di studiare le questioni economiche, con particolare riguardo all’economia di guerra. E in data 5 dicembre viene istituito un Comitato nazionale dei prezzi, con Carlo Fabrizi Commissario, alle dirette dipendenze del Duce.

A riprova di come le cose abbiano sempre continuato a funzionare a dovere durante la R.S.I. sta la testimonianza davvero non sospetta del Maggiore americano Michael Noble del 15° Gruppo di armate alleato.
Egli, inviato a Milano per riorganizzare l’uscita dei quotidiani, vi giunse il 27 aprile 1945 e rimase stupito per l’ordine e la normalità che vi regnavano: “…Per prima cosa restai sorpreso vedendo grandi palazzi pieni di una vita normale, i tram che funzionavano, i cinema e i teatri aperti regolarmente, gli uffici pubblici in piena attività, la gente che stava seduta ai caffè vestita decorosissimamente. Era uno spettacolo nuovo ed estremamente civile…”.

Molto intensa fu l’azione di governo tesa a mantenere integro il potere di acquisto della moneta, a mantenere ad alti livelli la produzione agricola e industriale, a mantenere su buoni livelli il tenore di vita della popolazione.

E anche in tale situazione di assoluta emergenza (si pensi alle ingentissime spese militari, alle spese per mantenere in efficienza i servizi continuamente devastati dalle incursioni aeree…), il bilancio dello Stato chiudeva rigorosamente in pareggio.

Anche l’Opera Nazionale Balilla era risorta.
In una relazione di Renato Ricci del 19 febbraio 1944 si dice che si sono “costituiti 66 centri provinciali, 2255 vecchi ufficiali rispondono alle chiamate; 50000 organizzati, 8740 ospiti nelle colonie; 300.000 refezioni scolastiche giornaliere”.

Né furono dimenticati gli italiani internati in Germania che avevano rifiutato di aderire alla R.S.I. 
In data 11.10.1944 si apprende che la Croce Rossa Italiana assiste 520.000 connazionali in Germania.
Ciò fu fatto con la prima Assemblea Nazionale del P.F.R. che si riunì a Verona in Castelvecchio il 14 novembre 1943.
 Ad esso parteciparono: 3 rappresentanti per ogni federazione, in gran parte elettivi, i delegati regionali, i capi delle organizzazioni sindacali, i membri del governo, i direttori dei giornali quotidiani e dei principali settimanali, i rappresentanti delle associazioni combattentistiche e degli Enti Morali della Nazione.

Il Congresso fissò nei 18 punti di un Manifesto Programmatico quella che sarebbe stata la politica interna, estera e sociale della nuova Repubblica. Nacquero, così, i famosi “18 punti di Verona”:

In materia costituzionale interna
1 – Sia convocata la Costituente, potere sovrano di origine popolare, che dichiari la decadenza della Monarchia, condanni solennemente l’ultimo Re traditore e fuggiasco, proclami la Repubblica Sociale e ne nomini il Capo.
2 – La Costituente sia composta dai rappresentanti delle provincie invase attraverso le delegazioni degli sfollati e dei rifugiati sul suolo libero.
Comprenda altresì le rappresentanze dei combattenti; quelle dei prigionieri di guerra, attraverso i rimpatriati per minorazione; quelle degli italiani all’estero; quelle della Magistratura, delle Università e di ogni altro Corpo o Istituto la cui partecipazione contribuisca a fare della Costituente la sintesi di tutti i valori della Nazione.
3 – La Costituente repubblicana dovrà assicurare al cittadino – soldato, lavoratore e contribuente – il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione.
Ogni cinque anni il cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla nomina del Capo della Repubblica.
Nessun cittadino, arrestato in flagrante, o fermato per misure preventive, potrà essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine della autorità giudiziaria. Tranne il caso di flagranza, anche per perquisizioni domiciliari occorrerà un ordine dell’autorità giudiziaria.
Nell’esercizio delle sue funzioni la Magistratura agirà con piena indipendenza.
4 – La negativa esperienza elettorale già fatta dall’Italia e l’esperienza parzialmente negativa di un metodo di nomina troppo rigidamente gerarchico contribuiscono entrambe ad una soluzione che concilii le opposte esigenze. Un sistema misto (ad esempio, elezione popolare dei rappresentanti alla Camera e nomina dei Ministri per parte del Capo della Repubblica e del Governo, e nel Partito, elezione di Fascio salvo ratifica e nomina del Direttorio nazionale per parte del Duce) sembra il più consigliabile.
5 – L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai problemi politici è unica.
Nel Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’idea rivoluzionaria.
La sua tessera non è richiesta per alcun impiego od incarico.
6 – La religione della Repubblica è la cattolica apostolica romana. Ogni altro culto che non contrasti alle leggi è rispettato.
7 – Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica.
In politica estera
8 – Fine essenziale della politica estera della Repubblica dovrà essere l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale della Patria nei termini marittimi ed alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia, termini minacciati dal nemico con l’invasione e con le promesse ai Governi rifugiati a Londra. Altro fine essenziale consisterà nel far riconoscere la necessità degli spazi vitali indispensabili ad un popolo di 45 milioni di abitanti sopra una area insufficiente a nutrirli.
Tale politica si adopererà inoltre per la realizzazione di una comunità europea, con la federazione di tutte le Nazioni che accettino i seguenti principi fondamentali:

a) eliminazione dei secolari intrighi britannici dal nostro Continente;
b) abolizione del sistema capitalistico interno e lotta contro le plutocrazie mondiali;
c) valorizzazione, a beneficio dei popoli europei e di quelli autoctoni, delle risorse naturali dell’Africa, nel rispetto assoluto di quei popoli, in ispecie musulmani, che, come l’Egitto, sono già civilmente e nazionalmente organizzati.

In materia sociale

9 – Base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.
10 – La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato. Essa non deve però diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro.
11 – Nell’economia nazionale tutto ciò che per dimensioni o funzioni esce dall’interesse singolo per entrare nell’interesse collettivo, appartiene alla sfera di azione che è propria dello Stato.
I pubblici servizi, e di regola, le fabbricazioni belliche debbono venire gestiti dallo Stato a mezzo di Enti parastatali.
12 – In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente – attraverso una conoscenza diretta della gestione – all’equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori.
In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali Commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i Consigli di amministrazione con Consigli di gestione composti da tecnici e da operai con un rappresentante dello Stato. In altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale.
13 – Nell’agricoltura, l’iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove l’iniziativa stessa viene a mancare. L’esproprio delle terre incolte e delle aziende mal gestite può portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in coltivatori diretti, o alla costituzione di aziende cooperative, parasindacali, o parastatali, a seconda delle varie esigenze dell’economia agricola.
Ciò è del resto previsto dalle leggi vigenti, alla cui applicazione il Partito e le organizzazioni sindacali stanno imprimendo l’impulso necessario.
14 – E’ pienamente riconosciuto ai coltivatori diretti, agli artigiani, ai professionisti, agli artisti il diritto di esplicare le proprie attività produttive individualmente, per famiglie o per nuclei, salvo gli obblighi di consegnare agli ammassi la quantità di prodotti stabiliti dalla legge o di sottoporre a controllo le tariffe delle
prestazioni.
15 – Quello della casa non è soltanto un diritto di proprietà, è un diritto alla proprietà
.
Il Partito iscrive nel suo programma la creazione di un Ente nazionale per la casa del popolo, il quale, assorbendo lo Istituto esistente e ampliandone al massimo l’azione, provveda a fornire in proprietà la casa alle famiglie dei lavoratori di ogni categoria, mediante diretta costruzione di nuove abitazioni o graduale riscatto delle esistenti. In proposito è da affermare il principio generale che l’affitto – una volta rimborsato il capitale e pagatone il giusto frutto – costituisce titolo di acquisto.
Come primo compito, l’Ente risolverà i problemi derivanti dalle distruzioni di guerra, con requisizione e distribuzione di locali inutilizzati e con costruzioni provvisorie.
16 – Il lavoratore è iscritto d’autorità nel sindacato di categoria, senza che ciò gli impedisca di trasferirsi in altro sindacato quando ne abbia i requisiti. I sindacati convergono in una unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti.
I dipendenti delle imprese industriali dello Stato e dei servizi pubblici formano sindacati di categoria, come ogni altro lavoratore.
Tutte le imponenti provvidenze sociali realizzate dal Regime fascista in un ventennio restano integre.
La Carta del Lavoro ne costituisce nella sua lettera la consacrazione, così come costituisce nel suo spirito il punto di partenza per l’ulteriore cammino.
17 – In linea di attualità il Partito stima indilazionabile un adeguamento salariale per i lavoratori attraverso l’adozione di minimi nazionali e pronte revisioni locali, e più ancora per i piccoli e medi impiegati tanto statali che privati. Ma perché il provvedimento non riesca inefficace e alla fine dannoso per tutti occorre che con spacci cooperativi, spacci d’azienda, estensione dei compiti della “Provvida”, requisizione dei negozi colpevoli di infrazioni e loro gestione parastatale o cooperativa, si ottenga il risultato di pagare in viveri ai prezzi ufficiali una parte del salario. Solo così si contribuirà alla stabilità dei prezzi e della moneta e al risanamento del mercato. Quanto al mercato nero, si chiede che gli speculatori – al pari dei traditori e dei disfattisti – rientrino nella competenza dei Tribunali straordinari e siano passibili di pena di morte.
18 – Con questo preambolo alla Costituente il Partito dimostra non soltanto di andare verso il popolo, ma di stare col popolo.

Da parte sua, il popolo italiano deve rendersi conto che vi è per esso un solo modo di difendere le sue conquiste di ieri, oggi, domani : ributtare l’invasione schiavistica delle plutocrazie anglo-americane, la quale, per mille precisi segni, vuole rendere ancora più angusta e misera la vita degli italiani. V’è un solo modo di raggiungere tutte le mete sociali: combattere, lavorare, vincere.
E la politica sociale fu quella che caratterizzò veramente la R.S.I.

Il 30 giugno 1944 entra in vigore la legge sulla socializzazione che era stata approvata il 12 febbraio. Il 22 gennaio 1945 viene socializzata la FIAT, il 1 febbraio la Pirelli, la Morelli, la Snia Viscosa, la Marzotto, i Lanifici Rossi… E il 5 aprile 1945 la socializzazione viene estesa a tutte le aziende.
In data 15 gennaio 1945 era stato creato il Ministero del Lavoro, trasformando in Ministero il Commissariato Nazionale del Lavoro che funzionava fin dal 7 dicembre 1943. Il nuovo ministero assorbì anche la politica sociale che era di competenza del Ministero dell’Economia Corporativa, il quale, da allora, assunse la denominazione di Ministero per la Produzione Industriale.
Il governo della RSI aveva sede sul lago di Garda, a Salò. Mussolini aveva la sua sede a Gargnano nella Villa Orsoline, mentre la sua residenza era a Salò nella Villa Feltrinelli.
E, naturalmente, impegno prioritario del governo della RSI era quello di contrastare, a fianco dei tedeschi, l’avanzata degli anglo-americani. La situazione si faceva sempre più drammatica. Eppure lo Stato continua a funzionare, Mussolini difende con le unghie e con i denti l’autonomia della sua Repubblica e tenta disperatamente, anche con atti di grande clemenza, di attenuare gli effetti nefasti della guerra civile. E anche l’attività legislativa non si arresta.


LA GLORIOSA “ DECIMA MAS ”

Il parallelismo tra Decima Legione e Decima MAS nasce da riferimenti comuni. La Decima Legione fu il corpo scelto di Giulio Cesare per la sua comprovata fedeltà agli ordini, al Comandante, a Roma. Composta da veterani di sperimentato valore, “I Triari”, dotati di caratteristiche qualità morali e fisiche, costituiva il nerbo dell’esercito romano. Quando scoppiò la guerra civile, Cesare ricorse soprattutto alla Decima Legione per affrontare Pompeo e sconfiggerlo dopo aver attraversato il Rubicone.
Così, come prima, ma soprattutto dopo l’8 settembre del ’43, la Decima MAS, corpo scelto di volontari votati all’estremo sacrificio, costituì la leggenda delle unità militari, per contendere al nemico ogni lembo di mare e di terra italiano; il nemico, che dopo l’armistizio fu reso imbaldanzito dal tradimento e da una guerra civile non voluta dall’autentico popolo italiano.
I partigiani? All’inizio, dopo l’8 settembre ‘43 non esistevano. Un grave errore fu quello di lasciare liberi i prigionieri di guerra inglesi, americani, greci, neo-zelandesi, che alla data dell’armistizio si trovavano nei campi di prigionia nel Nord. Nell’impossibilità di raggiungere i loro reparti, la quasi totalità di questi si nascose in alta montagna. Alimentati ed armati da lanci aerei degli anglo-americani, i quali avevano lo scopo di far continuare la guerra a danno del popolo italiano, questi ex prigionieri furono il punto di raccolta di sbandati italiani renitenti alla chiamata alle armi, “resistenza” che, per altro, prese consistenza operante solo nei mesi del ’45, quando le armate anglo-americane stavano ormai dilagando sul suolo italiano.
Le stragi e le crudeltà commesse in quel periodo e nei giorni cosiddetti della “liberazione” sono ormai di dominio pubblico e servono ad indicare la bassezza morale di chi se ne è reso responsabile.
Oggi viene ancora ripetuto che la nostra Repubblica è nata dalla resistenza. Ma la realtà è che la Repubblica Italiana è nata da una guerra perduta, da una sconfitta perseguita da chi ha voluto tradire la Patria.
La caduta progressiva di principi eterni quali Dio, Patria, Famiglia, si accompagnava gradualmente alla caduta dei valori guida nella vita dell’uomo quali l’onestà, la lealtà, il coraggio, l’impegno, la competenza. Per questa ragione la società italiana si trova a vivere oggi uno dei periodi più bui della sua storia, mentre dalla nebbia che sembra avvolgere ogni cosa, riemergono invece le verità che la realtà storica non può tenere nascoste.
Come è noto la X° FLOTTIGLIA MAS del Comandante Principe Junio Valerio Borghese non ammainò mai la bandiera e, fin dall’8 settembre 1943 aprì a La Spezia un centro di reclutamento che vide subito l’affluenza di molti volontari.
In data 14 settembre fra il Comandante Borghese e il Capitano di Vascello Berninghaus, la più alta autorità germanica in sede, fu stipulato il seguente accordo:
1) La X° Flottiglia MAS è unità complessa appartenente alla marima militare italiana, con completa autonomia nel campo logistico, organico, della giustizia e disciplinare, amministrativo;
2) È alleata delle forze armate germaniche, con parità di diritti e di doveri;
3) Batte bandiera da guerra italiana;
4) È riconosciuto a chi ne fa parte il diritto all’uso di ogni arma;
5) È autorizzata a ricuperare e armare, con bandiera ed equipaggi italiani, le unità italiane trovantisi nei porti italiani; il loro impiego operativo dipende dal Comando della Marina germanica;
6) Il Comandante Borghese ne è il Capo riconosciuto, con i diritti e i doveri inerenti a tale incarico.
Alcuni ordini interni, poi, caratterizzarono le Decima e ne marcarono la linea di condotta:
1) Rancio e caldaio unico per Ufficiali, Sottufficiali e marinai.
2) Sospensione di ogni promozione fino alla fine della guerra, esclusion fatta per le promozioni per merito di guerra sul campo.
3) Reclutamento esclusivamente volontario.
4) La pena di morte è prevista per i militari della “Decima” che siano riconosciuti colpevoli dai regolari Tribunali, dei seguenti reati:
a) furto o saccheggio;
b) diserzione;
c) codardia di fronte al nemico.
Fu l’atto di nascita della Marina nazionale repubblicana, che consentì la ripresa della nuova forza armata: oltre al recupero di grandi quantità di materiali e mezzi, la Decima fece affluire nelle sue file anche un gran numero di marinai e soldati internati dai tedeschi.
Migliaia di volontari si presentarono a La Spezia, chiedendo di essere arruolati nella formazione e rapidamente tutti gli organici dei reparti e delle scuole navali furono al completo. Venne decisa così la formazione di reparti di fanteria di marina: nell’inverno 43/44 vennero costituiti i primi tre battaglioni, il Nuotatori Paracadutisti, il Maestrale (rinominato poi Barbarigo) ed il Lupo.
Il Principe Borghese si trovava a capo di una unità militare che aveva già dato filo da torcere agli anglo- americani. Suoi sono gli uomini che hanno sperimentato le tecniche più audaci e innovative per tentare di controbilanciare la superiorità dei mezzi avversari. I siluri umani, i barchini esplosivi, le cariche magnetiche, i bauletti esplosivi, mezzi usati contro navi nemiche, mezzi inventati dalla fantasia di uomini di mare italiani e che costituiscono una schiera di spiriti eletti, che partono per le più incredibili missioni con la consapevolezza di una probabile fine. Raggiungono e affondano navi della flotta avversaria, riparata nei munitissimi porti di Algeri, Alessandria, Malta, Suda, Gibilterra.
Il capo del governo inglese, Churchill, dopo l’impresa di Alessandria degli uomini di Borghese afferma: “L’Inghilterra ha perso, con la perdita delle navi affondate, la supremazia della flotta in Mediterraneo; prepariamoci a subirne le conseguenze”.
Il battaglione BARBARIGO, al comando del Maggiore Umberto Bardelli, fu fra i primi, insieme ai paracadutisti del NEMBO, ad essere impiegati nella battaglia di Anzio dove si distinse per valore. Contava 1180 uomini.
Ma il contributo maggiore alla difesa dei confini della Patria fu dato nelle regioni orientali minacciate dagli slavi di Tito. Borghese era stato nominato dal Duce “comandante di tutte le truppe oltre Isonzo” ed egli fu a Fiume e in altre località della zona a organizzare la disperata difesa di quelle terre. Epico il combattimento del Btg. FULMINE, comandato dal Ten.Vasc. Elio Bini a Selva di Tarnova in difesa di Gorizia. La 1^, la 2^ e la 3^ Cmp del FULMINE per tre giorni, dal 19 al 21 gennaio 1945 resisterono all’attacco di 2000 slavi e pagarono un altissimo tributo di sangue: 86 morti di cui 5 ufficiali e 56 feriti, su una forza complessiva di 214 uomini. I nemici, però, ebbero 300 morti e 500 feriti. Le truppe della Decima furono spostate tutte in Venezia Giulia nell’ottobre 1944.
All’inizio del 1945 la Decima venne riorganizzata in due gruppi di combattimento:
1° Gruppo: Barbarigo, NP, Lupo, Gruppo artiglieria Colleoni ed una parte del battaglione genio Freccia
2° Gruppo: Valanga, Fulmine, Sagittario, gruppi di artiglieria San Giorgio e Da Giussano, più l’altra parte del Freccia.
Il 1° Gruppo venne inviato al sud mentre il 2° rimase a difesa dei confini orientali. Quando ai primi di aprile si scatenò l’offensiva alleata, i reparti della Decima si ritirarono ordinatamente verso il Veneto per tentare il ricongiungimento dei due gruppi; nei dintorni di Padova vennero circondati da unità corazzate alleate e furono costretti ad arrendersi, ricevendo l’onore delle armi. La Decima Mas venne sciolta ufficialmente dalsuo comandante a Milano, alla fine dell’aprile 1945, alla presenza dei rappresentanti del CLN.
Quando Borghese per l’ultima volta uscì dalla caserma, due partigiani di sentinella gli presentarono le armi.

LA TRAGICA FINE

Il 16 dicembre 1944 Mussolini si reca a Milano dove susciterà immensi entusiasmi e dove avrà il suo ultimo bagno di folla. Terrà al Teatro Lirico il suo ultimo discorso, nel quale esalterà il programma sociale della RSI e inciterà i camerati milanesi alla riscossa.

Il 19 giugno i tedeschi cominciano ad arroccarsi sulla nuova linea difensiva che va dalla Versilia alla Romagna: la “linea Gotica”. Tuttavia contrastano l’avanzata americana passo per passo.
Sulla linea “gotica” gli anglo-americani vengono bloccati per tutto l’inverno e fino ai primi di aprile del 1945. Nei primi giorni di quel mese riprende l’attacco e, poco dopo la metà del mese, le resistenze italo-tedesche vengono sopraffatte e il nemico dilaga nella pianura padana.
Intorno agli ultimi giorni del mese le truppe tedesche si arrendono, seguite da quelle italiane, che si erano battute valorosamente sui vari fronti di guerra. Qualcuno resiste in armi fino ai primi di Maggio e si arrende agli americani.
Molti dei militari arresisi ai partigiani verranno vigliaccamente trucidati. 
I sopravvissuti verranno rinchiusi nell’infernale campo di concentramento di Coltano.

Occorre qui precisare che il mito dell’insurrezione del 25 aprile è un mito assolutamente falso e infondato. Nessuna città è stata “liberata” da un atto insurrezionale, ma si è trovata “liberata” semplicemente perché i tedeschi e i fascisti si erano ritirati.

Mussolini, che il 25 aprile si era portato a Milano e il 26 a Como, alle ore 8 del 27 aprile viene catturato dai partigiani nei pressi di Dongo mentre con alcuni gerarchi, uomini della Brigata Nera di Lucca e un reparto tedesco si sta dirigendo verso Nord.
Secondo la versione partigiana (ormai da molti messa in dubbio) Mussolini, che era stato isolato dagli altri gerarchi, viene ucciso insieme a Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra, davanti al cancello di Villa Belmonte, alle ore 16,20 del 28 aprile 1944. A Dongo, alle ore 17,48 dello stesso giorno, vengono uccisi quindici gerarchi o presunti tali : Pavolini, Barracu, Mezzasoma, Zerbino, Liverani, Romano, Porta, Coppola, Daquanno, Utimpergher, Calistri, Casalinovo, Nudi, Bombacci, Gatti. Ed anche Marcello Petacci, che i gerarchi non vollero fosse fucilato con loro, fu ucciso subito dopo.

Il 29 i diciotto cadaveri vengono portati a Milano con un camion e appesi per i piedi alla tettoia di un distributore di benzina a Piazzale Loreto. I cadaveri vengono vergognosamente insultati e vilipesi da una folla imbarbarita.

E non furono i soli morti della R.S.I. In quei giorni si scatenò una feroce caccia al fascista e diverse decine di migliaia di fascisti, civili o militari, furono trucidati, spesso in modo orrendo, anche quando, fidando nella parola del nemico che garantiva salva la vita, avevano già deposto le armi. Molte le stragi da ricordare, avvenute soprattutto nel nord Italia, opera quasi sempre di partigiani comunisti.

Alcune decine di migliaia di combattenti della R.S.I., più fortunati, ebbero salva la vita e furono rinchiusi in campi di concentramento.

Circa 35.000 di essi furono rinchiusi nel Campo di concentramento di Coltano, presso Pisa, dove vissero in condizioni disumane fino all’autunno, allorché i sopravvissuti poterono tornare in libertà.

Non tutti, però, poterono tornare veramente liberi alle loro case.

Molti dovettero vivere nascosti ancora per mesi, per non essere assassinati dai partigiani comunisti, ancora ben armati e ancora a caccia di fascisti. E per lunghi anni i fascisti superstiti patiranno le conseguenze di una feroce discriminazione, che li condannerà ai margini della società, costringendoli a lavori spesso umili, quasi sempre autonomi, essendo stati quasi tutti rimossi dai loro impieghi mediante la così detta “epurazione”. La lotta per la sopravvivenza delle loro persone e dei loro ideali fu, per molti fascisti della R.S.I., la continuazione di una guerra che per loro non era ancora finita. E nessuno si è arreso.

Antonio Pocobello

TRATTO DA:
\https://varesepress.info/2015/08/28/l-infamia-e-il-tradimento-antonio-pocobello/

 

martedì 29 gennaio 2019

DIALOGO TRA UN EBREO MORTO E UN NAPOLITANO MORTO



Di Nando Dicè

- Io sono morto a Dachau.
- Io sono morto a Fenestrelle.


- Io sono stato deportato in treno.
- Io sono stato deportato a piedi.

- Io avevo una moglie e due figli morti sotto le bombe.
- Anche io avevo una moglie e tre figli, fucilati tutti come briganti senza processo.

- Io sono stato gasato
- Io sono stato sciolto nella calce viva.

- Io ero un calzolaio a Praga
- Io ero un Imprenditore a Mongiana.

- Io sono stato ucciso perché ero me stesso, perché di religione ebraica.
- Anche io ero me stesso e molti di noi furono uccisi proprio perché eravamo cattolici.

- Io sono stato deportato solo per quel che ero secondo loro
- Io prima di te.

- Io non ero un popolo, non avevo mai avuto la necessità di uno Stato, ma ero una nazione millenaria.
- Io facevo parte di una nazione, avevo uno Stato ed ero popolo da sempre.

- Io dopo essere stato massacrato ho vinto la guerra, unico caso nella storia.
- A me, dopo che mi hanno massacrato, mi hanno detto che mi massacravano per il mio bene. Strana storia….

- Io, dopo lo sterminio, ho avuto il mio Stato.
- Io dopo lo sterminio, sono divenuto una colonia.

- I miei eredi oggi governo l’ONU, il FMI la FAO ed ho anche la bomba atomica.
- I miei non hanno nemmeno un lavoro, non ci caga nessuno e se sparo un “tric trac” ci arrestano pure.

- Noi oggi abbiamo detto “basta” e possiamo fregarcene anche delle risoluzioni dell’ONU
- Di me L’ONU se ne frega e basta.

- Il mio Stato era un deserto che è rifiorito col nostro lavoro
- Il mio Stato era un paradiso naturalistico, il giardino d’Europa, che le Multinazionali del nord hanno reso un deserto, ed il lavoro? Una barzelletta della costituzione.

- I miei eredi oggi hanno uno Stato con disoccupazione zero, alta tecnologia e più nessuno pensa che siamo geneticamente diversi.
- I miei non hanno uno Stato e li hanno convinti che la disoccupazione è una eredità genetica e sulla tecnologia….usiamo quella scartata dagli invasori e ce ne fanno anche una colpa.

- Grazie al mio sacrificio i miei eredi hanno una pensione a vita che pagate voi
- Grazie al mio sacrificio il mio Stato mi chiede i soldi per pagare le pensioni pure a voi, mentre le toglie ai miei.

- Grazie alla mia morte tutti gli ebrei del mondo sono ritornati a casa.
- Dopo la mia morte quasi tutti i meridionali sono emigrati per il mondo.

- Oggi nei luoghi del mio massacro si celebra la mia memoria.
- Oggi nei luoghi del mio massacro, si elogiano i miei massacratori. Nelle mie piazze ci sono solo gli eroi gli “eroi” dei miei massacratori.

- Chi ci ha geneticamente additati come inferiori è oggi messo alla berlina dalla scienza.
- Chi ci ha geneticamente additati come inferiori ha musei dedicati, allievi famosi e sono normalmente studiati nelle università dello Stato che ci ha occupato.

- I miei eredi oggi sono in tutte le banche e le agenzie di rating.
- I miei eredi non hanno nemmeno una banca e riempiono solo le agenzie di disoccupazione.
- I miei eredi hanno il “giorno della memoria”.

- I miei non hanno un giorno di pace e se per questo nemmeno la memoria”.