martedì 25 agosto 2015

La vera storia della Prima Guerra Mondiale

L’Alta Finanza all’assalto dell’Europa
di Riccardo Percivaldi

INTRODUZIONE
 La Prima guerra mondiale fu la continuazione e il compimento della lunga opera di sovversione della configurazione politica e spirituale dell’Europa iniziata con le rivoluzioni del ‘89 e del ’48. Le sue origini sono in gran parte riconducibili alla rivalità politica ed economica tra Germania e Inghilterra, tuttavia considerarla solo come uno scontro tra nazioni rivali è riduttivo e fuorviante. Essa, infatti, fu principalmente una guerra ideologica tra le democrazie plutocratiche e l’Europa tradizionale, tra il Potere economico e la società politica, in breve, tra la Borsa e la Spada. Il suo scopo era d’imporre agli Stati europei, che conservavano ancora l’antica costituzione aristocratico-imperiale, la democrazia, cavallo di troia dell’Alta finanza mondialista. Per realizzare il loro plurisecolare obiettivo, le Forze della sovversione dovevano distruggere gli ultimi ostacoli che ancora si opponevano alla conquista del mondo da parte del capitale angloamericano: la Russia zarista, la Germania monarchica e l’Austria cattolica. Il crollo di queste tre potenze era la condicio sine qua non per la creazione di un nuovo assetto dell’Europa basato sulla Società delle Nazioni, che avrebbe realizzato il definitivo passaggio del potere dalle mani delle ultime aristocrazie europee a quello delle oligarchie capitalistiche di Londra e Wall Street, segnando il passo decisivo verso il Governo Mondiale.
Agli occhi di queste oligarchie gli Imperi Centrali rappresentavano dei blocchi protetti che occorreva distruggere con tutti i mezzi possibili per costruire sulle rovine del vecchio mondo una Repubblica Universale fondata sul libero scambio come strumento di dominio economico-politico, che avrebbe fatto tutt’uno con il mito del progresso e il culto dell’umanità, affinché si avverasse la profezia del Gran Maestro del Grande Oriente lusitano, il 33 Sebastiao de Magalhes Lima, presidente della Lega Universale dei Framassoni, che nel 13 maggio 1917 dichiarò: «la vittoria degli alleati deve essere il trionfo dei principi massonici».
Occorreva solo una miccia per incendiare l’Europa e spingere la Germania ad attaccare la Russia. Fedele alla tradizionale strategia inglese dell’equilibrio, la cricca guerrafondaia internazionale riponeva tutte le sue speranze nel far scoppiare una grande guerra tra le due potenze che, a seguito del gioco delle alleanze, avrebbe provocato una reazione a catena. L’assassinio dell’Arciduca fu la miccia. Un omicidio pianificato dalla società segreta conosciuta come Mano Nera, che armò l’attentatore ebreo Gravilo Princip (e diversi altri). Albert Mouset, nel suo libro tratto dal resoconto stenografico del processo svoltosi nell’ottobre seguente, riferisce che sia Gavrilo Princip che N. Cabrinovich dichiararono che Francesco Ferdinando era stato condannato a morte dalla massoneria.
Perciò l’antitesi di cui qui si tratta non è quella fra opposti nazionalismi o imperialismi, ma quella tra due diverse e inconciliabili concezioni della vita e della civiltà. I nemici della Germania erano anche i più accaniti nemici della civiltà dell’Europa, i negatori della sua tradizione. Che questi fossero i reali termini del conflitto risulta evidente dalle lungimiranti parole del Kaiser Guglielmo II:
Kaiser Guglielmo II
«Allo scoppio della guerra il popolo tedesco non ne ha avuto chiaro il significato. Lo sapevo; perciò non mi ha illuso la prima vampata di entusiasmo. Sapevo di che cosa si trattava, perché la discesa in campo dell’Inghilterra significava una lotta mondiale. […] Si trattava della lotta tra due concezioni del mondo. O sopravvive quella prussiano-tedesco-germanica – diritto, libertà, onore e decoro – o quella anglosassone, che significa divenire schiavi del dio-denaro. I popoli della Terra sono schiavi della razza-padrona anglosassone che li opprime. Le due concezioni del mondo non possono convivere; una dovrà andare incontro alla sconfitta totale».
E similmente il Grande Ammiraglio Alfred von Tirpitz nel 1917: «La guerra è diventata una lotta definitiva tra due ideologie: quella tedesca e quella anglo-americana. Si tratta ora di vedere se noi vogliamo sopravvivere all’anglo-americanismo o se vogliamo decadere a concime dei popoli. Questa è la posta della poderosa lotta che conduce ora la Germania, non per la Germania soltanto. Ne và in realtà la libertà del continente europeo e dei suoi popoli contro la tirannide che tutto inghiotte dell’anglo-americanismo».

Ciò che si voleva attaccare con la lotta al militarismo prussiano e alla “barbarie teutonica” era in realtà tutto un mondo che gli avvoltoi dell’usurocrazia internazionale odiano, aborrono, sentono insopportabile. Un mondo fondato sulla gerarchia, sull’idea di un giusto ordinamento politico e sociale improntato ai valori della Tradizione. Proprio per distruggere un tale mondo, per edificare sopra le rovine di una aristocrazia naturale ed ereditaria un’aristocrazia internazionale a base plutocratica, per permettere ad una cricca senza scrupoli di prendere il potere e soggiogare i popoli europei, le forze della sovversione si misero all’opera. Gli dei del liberalismo avevano sete di sangue.
CAPITOLO 1
L’INGHILTERRA
L’Inghilterra è da secoli un’oligarchia finanziaria, il primo paese nella storia in cui un potere sovrannazionale si sostituisce al governo e prende possesso di tutti i settori chiave dello Stato, istituendo una vera e propria plutocrazia facente capo alla City of London, la cittadella finanziaria gestita dalla Banca d’Inghilterra. Già nel 1852 il Cancelliere dello Scacchiere e più tardi Primo Ministro Gladstone aveva confessato: «Il perno di tutta la situazione era questo: il Governo in sé non doveva avere potere sostanziale in materia di finanza, ma doveva lasciare il Potere finanziario supremo e incontestato». Nella City ancora oggi si intrecciano in maniera indistinguibile gli interessi dell’alta finanza, dell’industria, della politica, dei servizi segreti, e della massoneria. I banchieri e le potenti famiglie dinastiche che possiedono la Banca d’Inghilterra comandano di fatto la Gran Bretagna e dettano legge al parlamento inglese. Nel 1886 Andrew Canergie scrisse che «sei o sette banchieri possono gettare la nazione in guerra senza neanche consultare il parlamento». Vincent Vickers, direttore della Banca d’Inghilterra dal 1910 al 1919 incolpò la City delle guerre nel mondo. Nel XIX secolo il governo della Gran Bretagna esisteva solo per servire gli interessi di questo potere privato, composto da famiglie ebraiche come Barings, Hambros, Rothschild, Montefiore, Goldsmid, Samuel, Stern, Beddington, Sasson, che divennero immensamente ricche formando una casta chiusa con stretti vincoli di parentela nota come la Cousinhood. Virginio Gayda scriveva:
«Tutte le guerre e tutti i movimenti d’espansione imperiale dell’Inghilterra, dalle origini fortunose della Compagnia delle Indie, sono il prodotto, passato attraverso le grandi frasi sulla cristianità e sulle missioni divine dell’Inghilterra, degli interessi del commercio, dell’industria, degli affari della City. Si dirigono verso due mete costanti: la conquista di sempre nuovi mezzi di ricchezza e la repressione fino alla distruzione di ogni temibile concorrenza straniera. È la City che conduce, assieme all’Ammiragliato, le guerre contro l’Olanda, la Spagna e la Francia e contro la repubblica dei boeri, dove sono le grandi miniere d’oro e di diamanti».
I fondamenti ideologici di questa oligarchia erano il liberalismo e il puritanesimo. Il liberalismo aveva creato una società fortemente egoista, divisa per lo più in due sole classi: quella dei plutocrati che controllavano il denaro e l’economia e quella dei diseredati. Il puritanesimo si sforzava di nascondere questa contraddizione giustificando la disuguaglianza sociale come una necessità intrinseca all’ordine divino. Sin dai tempi di Cromwell agli inglesi veniva insegnato che «L’Inghilterra è il popolo eletto da Dio», «L’Inghilterra è lo strumento di Dio per la liberazione e l’educazione dell’umanità», «I nemici dell’Inghilterra sono i nemici di Dio». Con questa fede biblica di essere il popolo eletto, l’Inghilterra pretendeva di dominare il mondo intero. I soldati che combattevano per espandere l’Impero britannico erano convinti di adempiere a una missione divina. Con questa stessa certezza i capitalisti, sotto il pretesto della “libertà”, tentavano di impossessarsi di tutte le ricchezze del pianeta.
Il sistema economico inglese, al contrario di quello delle altre nazioni, non mirava allo sviluppo dell’industria o dell’agricoltura, ma ad accrescere esclusivamente l’onnipotenza della finanza. Pur di assicurarsi la loro supremazia, i banchieri britannici erano disposti anche a sacrificare gli interessi dell’economia del proprio paese. La manodopera a basso costo di cui la Gran Bretagna disponeva nelle sue colonie le consentiva, come alle odierne multinazionali, di esportare merci a prezzi bassissimi provocando la distruzione delle economie di tutti i paesi che accettavano il libero mercato. Dato che essa dominava il commercio mondiale, l’abolizione di ogni legge protezionistica comportava inevitabilmente l’indiscutibile egemonia britannica a spese delle nazioni meno sviluppate. Tuttavia, che gli effetti perniciosi di tale dottrina potessero riversati anche nella stessa Gran Bretagna, ciò non preoccupava affatto i banchieri della City. Una delle prime conseguenze dell’adozione del libero mercato fu l’abolizione della Legge sul Grano, che mandò in rovina migliaia di contadini, contribuendo a provocare la carestia del 1845-1850 in cui morirono di fame 1.100.000 irlandesi. Gli unici che trassero beneficio dall’enorme afflusso di merci a basso costo furono le grandi compagnie internazionali e i banchieri che le finanziavano.
Come diretta conseguenza di questo sistema di sfruttamento cominciarono a verificarsi in Gran Bretagna una serie di crisi finanziarie sempre più gravi. Nel 1857 fu introdotta una nuova pratica per prevenire future perdite delle riserve aurifere delle banche londinesi, quella del rialzo dei tassi d’interesse. Tale pratica divenne un’arma potentissima nelle mani della Banca d’Inghilterra che, alzando i tassi ad un livello sufficientemente elevato rispetto a quello delle nazioni rivali, non solo riusciva a conservare le proprie riserve d’oro, ma vedeva fluire nei propri forzieri anche l’oro delle banche di Berlino, New York, Parigi o Mosca. Tuttavia questa era un’arma a doppio taglio poiché la conseguenza inevitabile del rialzo dei tassi d’interesse fu la devastazione dell’economia nazionale, che sfociò nella Grande Depressione del 1873.
Il libero mercato accrebbe così la disparità fra un sempre più esiguo numero di super-ricchi e un sempre più dilagante numero di poveri. Gayda rileva che «Per la casta dominante britannica la miseria e i suoi oscuri compagni, l’avvilimento, sono necessari, come l’elemento integrante di un perfetto regime». Alcuni autori, come J. Townsend e P. Colquoun, hanno scritto che è un bene la crescita a dismisura del numero dei poveri e dei miserabili e una sciagura ogni legge a favore dei poveri, perché questa distruggerebbe la simmetria e l’ordine voluto da Dio e dalla natura. La povertà è una necessità insostituibile della società e una fonte di benessere per i ricchi.
CAPITOLO 2
IL MIRACOLO ECONOMICO TEDESCO
Contro questa realtà assassina, sfruttatrice, affamatrice dei popoli si sviluppò in Germania un sistema basato su principi completamente diversi. Il capitalismo tedesco differiva dal liberalismo anarchico e disgregatore inglese e americano. All’operosità e all’industrialismo i tedeschi associavano un particolare codice di comportamento caratterizzato dalla tendenza a far valere anche in ambito civile i principi del militarismo prussiano, che favoriva la solidarietà e la concordia nazionale attorno a naturali gerarchie al di là delle differenze di classe.
Nella prima metà dell’Ottocento Friederich List aveva lanciato l’idea di un’unione doganale protezionistica, lo Zollverein, atta a favorire la nascita di una moderna industria nazionale. Gli effetti economici furono immediati. In pochi anni si assistette ad un vero e proprio miracolo economico, dovuto in buona parte al rifiuto del modello britannico. Ciò permise alla Germania, tra il 1850 al 1913, di incrementare di ben cinque volte il reddito nazionale e del 250% quello pro-capite . La popolazione cominciò a sperimentare un netto miglioramento del proprio tenore di vita. Bismarck aveva inoltre creato uno stato sociale che diede alla classe operaia il sistema di previdenza più avanzato del mondo: sanità nel 1883, assicurazione sugli infortuni nel 1884, pensione di invalidità e di anzianità nel 1889. Con l’unificazione nel 1871 la Germania si apprestava a diventare la nazione più ricca d’Europa, tanto che all’inizio del Novecento i produttori tedeschi facevano ormai concorrenza a quelli britannici sui mercati mondiali.
Il crash della banca Baring Brothers, nel 1890, costrinse la Germania a rivedere anche la sua politica in termini di speculazione finanziaria. Per fronteggiare l’emergenza il Cancelliere del Reich nominò una commissione d’inchiesta che comprendeva 28 eminenti personalità guidate dal presidente della Reichsbank Richard Koch, per indagare le cause della crisi e proporre delle riforme. Come risultato la Commissione fece approvare al Reichstag lo Exchange Act, nel giugno del 1896 e la Depotgesetz nel luglio dello stesso anno, che era all’epoca la legge più severa contro la speculazione finanziaria. Lo Exchange Act stabilì definitivamente un sistema bancario e finanziario differente rispetto a quello britannico o americano. In questo modo fu limitata drasticamente l’influenza della City di Londra sull’economia nazionale. Come effetto principale di queste riforme si accentuò sempre di più dal 1873 il divario tra l’economia in recessione dell’Impero britannico e quella in costante crescita della Germania. Agli inizi del secolo questa frattura era diventata ormai incolmabile e ciò creò le premesse per lo scoppio delle ostilità nel 1914. A tale proposito il Kaiser Guglielmo II osservava:
«La situazione generale dell’Impero tedesco nel periodo precedente alla guerra cominciava ad essere sempre più brillante e proprio per questa ragione sempre più difficile dal punto di vista della politica estera. I progressi senza precedenti nell’industria, nel commercio e nei mercati mondiali hanno fatto diventare la Germania una nazione molto ricca. La curva del nostro sviluppo tendeva direttamente verso l’alto. La controparte di questa pacifica penetrazione di una considerevole parte dei mercati mondiali, che ci siamo meritati attraverso la nostra operosità e i nostri sforzi, era destinata a urtare le nazioni più vecchie del mondo, in particolare l’Inghilterra».
L’obiettivo principale dell’Inghilterra fu sempre quello di contrastare attivamente ogni possibile concorrenza, arrivando anche ad aggredire militarmente le potenze rivali, come aveva fatto precedentemente con la Spagna, l’Olanda e la Francia. Così cominciò a farsi sempre più concreto il pericolo di un attacco preventivo da parte della marina britannica, volto a distruggere la flotta tedesca prima che diventasse troppo forte. Questo timore fu confermato quando il Primo Lord del Mare Fisher propose nel 1904 e poi nel 1908 un attacco preventivo contro le basi navali di Kiel e Wihlelmshaven, come aveva fatto la Royal Navy contro la Marina danese nel 1801 e nel 1807. In vista di una simile eventualità, la Gran Bretagna aveva cominciato ad emanare i suoi Naval Defense Act già nel 1889 e nel 1893, con i quali, di fatto, aveva iniziato la corsa agli armamenti, costringendo le altre potenze ad incrementare le proprie flotte per proteggere il loro commercio marittimo. Proprio per difendersi dalla minaccia britannica sempre più incombente, il Kaiser decise di rivoluzionare la marina affidando l’operazione all’ammiraglio Alfred von Tirpitz. Tuttavia la Germania non pensò mai di minacciare seriamente la Gran Bretagna, né a ridurre il divario navale, poiché quest’ultima incrementò sempre più la costruzione della propria flotta. Lo stesso Winston Churchill riconobbe che la flotta tedesca non rappresentò mai una minaccia per gli interessi britannici né per il suo controllo dei mari. Al momento dello scoppio della guerra il tonnellaggio della flotta britannica era ancora due volte superiore a quella tedesca. In effetti la Germania abbandonò la corsa agli armamenti navali ben prima dell’inizio della guerra.
Il Kaiser era totalmente nel giusto quando sosteneva:
«La nostra situazione divenne molto più problematica perciò fummo obbligati a costruire una flotta per proteggere i nostri interessi […] L’ipotesi che costruissimo questa flotta col proposito di attaccare e distruggere la flotta inglese, che era molto più forte, è assurda, poiché sarebbe stato per noi impossibile ottenere una vittoria sui mari, a causa della sproporzione tra le due marine da guerra. Inoltre avanzavamo nel commercio mondiale in accordo con i nostri desideri e non avevamo motivo di lamentarci. Dunque, perché avremmo dovuto mettere a repentaglio i risultati del nostro pacifico lavoro?».
TAB

Mentre la Royal Navy studia il modo per distruggere la flotta tedesca, la propaganda inglese capovolge completamente i fatti: l’Inghilterra è stata costretta a riarmarsi per colpa della politica aggressiva e militarista del Kaiser. Per dimostrare alla Gran Bretagna la natura pacifica e meramente difensiva del piano navale, Tirpitz, nel 1909 propose agli inglesi un accordo per ridurre gli armamenti. Era una proposta di straordinaria importanza e onestà: per la prima volta nella storia due nazioni di pari rango discutevano una riduzione degli armamenti. Ma Fisher, a dimostrazione dell’ipocrisia britannica, reagì dicendo: “Per quanto mi riguarda può andare all’inferno”. Ormai l’Inghilterra era decisa a schiacciare la Germania a qualsiasi costo. Nessun accordo navale avrebbe mai potuto affievolire il risentimento dell’Inghilterra, poiché il vero problema non era la flotta, ma l’invidia per il miracolo economico tedesco. Il 18 maggio 1912 Churchill provocò una deliberata rottura dei colloqui quando dichiarò arrogantemente:
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«Qualunque cosa facciano i tedeschi, l’Inghilterra ha fatto quello che doveva. Per ogni corazzata che i tedeschi costruiranno al di sopra della loro legge navale, l’Inghilterra ne costruirà due». Churchill voleva la guerra.
Nel 1918 Karl Helfferich sosteneva:
«Da quando la Germania divenne la potenza continentale più forte politicamente ed economicamente, l’Inghilterra, nella sua posizione economica globale e nella sua supremazia navale, si è sentita minacciata dalla Germania molto più di ogni altra nazione. Da questo momento le divergenze anglo-tedesche erano incolmabili e non suscettibili di un accordo in qualunque singola questione».
Lo stesso Bismarck affermò nel 1897:
«La sola condizione che contribuirebbe a migliorare le relazioni anglo-tedesche sarebbe che arrestassimo il nostro sviluppo economico, e ciò non è possibile».
I gangster della City decisero perciò che se la Gran Bretagna non poteva competere con il dinamismo industriale dei produttori tedeschi, bisognava distruggere la concorrenza attraverso una guerra di vasta scala. Uno dei politici inglesi più influenti dell’epoca, Arthur James Balfour, allora membro del parlamento per la City di Londra, esponente di spicco di quella cricca plutocratica, guerrafondaia e massonica che dominava l’Inghilterra e che faceva capo alla Round Table, tenne un colloquio a Londra con l’ambasciatore statunitense in Francia, Henry White, che ci illustra perfettamente come gli uomini alla guida della Gran Bretagna intendevano fermare l’ascesa economica della Germania.
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BALFOUR: Probabilmente saremo stupidi a non trovare un pretesto per dichiarare guerra alla Germania prima che essa costruisca troppe navi e ci sottragga il nostro commercio.
WHITE: Sei un uomo molto astuto nella vita privata. Come puoi realmente considerare qualcosa di così politicamente immorale come provocare una guerra contro una nazione innocua che ha tutto il diritto a possedere una flotta? Se vuoi competere con il commercio tedesco lavora sodo.
BALFOUR: Questo significherebbe abbassare il nostro livello di vita. Forse sarebbe meglio per noi avere una guerra.
WHITE: Sono scioccato che tra tutti gli uomini proprio tu mi venga a parlare di cose simili.
BALFOUR: E’ una questione giusta o sbagliata? Forse si tratta solo di mantenere la nostra supremazia.
Poco dopo questo colloquio Mulliner, della Coventry Ordnance Company, cominciò a divulgare false informazioni sul riarmo della Germania, mentre Balfour e i suoi soci seminavano il panico tra l’opinione pubblica sostenendo che i tedeschi si preparavano ad attaccare l’Inghilterra. L’editore del Navy League Annual sostenne che questa farsa fu “uno dei casi più portentosi di frode parlamentare mai praticata sull’elettorato” («one the most portentous pieces of parlamentary humbug ever praticed upon the electorate».). L’ammiraglio Fisher, nelle sue memorie, riportò una lettera che aveva scritto al Re in persona, in cui diceva:
«Ora questa è la verità: l’Inghilterra ha sette “Dreadnaughts” e tre “Dreadnaught” Battle Cruisers … ; in totale, dieci “Dreadnaughts” costruiti e in costruzione, mentre la Germania, alla fine di marzo [del 1907], non aveva nemmeno cominciato un “Dreadnaught”. È da dubitare se, perfino alla fine di maggio, fosse stato cominciato un “Dreadnaught” tedesco».
Ma ormai il danno era fatto. Gli allarmisti avevano ottenuto il loro scopo. La guerra avrebbe di fatto arrestato lo sviluppo economico della Germania e dell’Europa intera, gettando il mondo nel conflitto più sanguinoso che la civiltà occidentale avesse mai conosciuto fino allora. La propaganda addurrà come ragione ufficiale dell’entrata in guerra della Gran Bretagna “la difesa dell’indipendenza delle nazioni neutrali”. L’invasione tedesca del Belgio verrà accreditata come la “prova” che i tedeschi violano il diritto internazionale, giustificando l’intervento britannico come una necessaria operazione di polizia. Nel 1927 John Burns, ex-membro del Gabinetto inglese, svelerà invece che “la decisione del Gabinetto in favore della guerra era stata presa prima che venisse detta una sola parola sulla questione belga”. Tuttavia la Gran Bretagna ha ora il pretesto per convincere la sua opinione pubblica, in larga misura isolazionista e riluttante, a combattere per gli interessi del capitalismo e dell’usurocrazia internazionale. Come svela il libro premiato di un ufficiale inglese del 1909:
«Noi inglesi non entriamo in guerra per ragioni sentimentali. Dubito che l’abbiamo mai fatto. La guerra è il risultato di conflitti economici. Il suo fine è quello d’imporre con la spada ai nostri avversari ciò che reputiamo necessario per assicurarci dei vantaggi commerciali. Noi ci serviamo per la guerra di tutti i pretesti e i motivi, ma in fondo a tutto vi è il commercio. Il motivo della difesa e della conquista di una posizione strategica o della violazione di un trattato o qualunque altra ragione, tutto si fonda sul commercio, sulla semplice e dominante ragione che il commercio per noi significa il sangue della vita».
CAPITOLO 3
LA ROUND TABLE
Nel 1891 alcune personalità di spicco dell’alta società inglese si riunirono per ridefinire l’imperialismo britannico su nuove basi. Così nel 1891 Lord Rothschild e Sir Cecil Rhodes, ricco trafficante d’oro e di diamanti, crearono una società segreta che ambiva ad unificare i vasti possedimenti coloniali dell’Impero dall’India al Sud Africa. Con l’appoggio della Corona, la società prevedeva la creazione di un Commonwealth per concentrare le ricchezze mondiali e la fusione con gli Stati Uniti. Rhodes era fortemente impregnato degli ideali trasmessigli ad Oxford da John Ruskin che «predicava con accenti biblici ai rampolli dell’alta società inglese, la superiorità razziale e civile della loro casta e la sua suprema missione morale di dominare il mondo». L’ideologia di questa futura classe dirigente era il fabianesimo, un socialismo utopistico di stampo orwelliano, che attraverso una penetrazione lenta e paziente di scuole e università, intendeva forgiare una classe di tecnocrati in grado di condurre una rivoluzione silenziosa divisa in tappe, che Sergio Gozzoli illustrava così:
«La prima, una sorta di patto giurato fra tutti i più potenti uomini del Regno Unito; la seconda, l’estensione di tale patto a tutto il mondo anglosassone, inclusi i Dominions e le ex-Colonie nordamericane, che la ulteriore espansione dell’impero avrebbe dovuto riassorbire, con mezzi politico-diplomatici se non militari; la terza, la “anglofonizazzione” del mondo intero sotto la guida degli eletti per nascita e per educazione».
L’ideologia del nuovo Impero britannico era espressa da Rhodes in questi termini:
«Stabilire una società segreta per impadronirsi di tutto il continente sudamericano, dei Luoghi Santi, della valle dell’Eufrate, delle isole di Cipro e di Candia, delle isole del Pacifico non ancora in possesso britannico, dell’arcipelago malese, della regione costiera cinese e giapponese e, infine, degli Stati Uniti. Alla fine la Gran Bretagna stabilirà un potere così schiacciante che le guerre cesseranno e il Millennio diventerà una realtà».

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Di fatto la società di Rhodes mirava all’instaurazione di un governo mondiale sottomesso all’egemonia anglosassone. Da essa sarebbe sorta pochi anni dopo la Round Table, la centrale mondialista per eccellenza, che dal dopoguerra in poi avrebbe steso i suoi tentacoli sulle due sponde dell’Atlantico attraverso il Royal Institute of International Affair (RIIA) e il Concil of Foreign Relations (CFR), i governi ombra rispettivamente inglese e americano, creati simultaneamente durante la Conferenza della Pace di Parigi. Tra i suoi membri più importanti troviamo Alfred Milner, Lord Arthur Balfour, Lord Albert Grey, Arnold Toynbee, H.G. Welles, Winston Churchill. Uno dei primi obiettivi di questa associazione a delinquere era quello di strappare dalle mani dei boeri il controllo delle miniere d’oro e di diamanti del Transvaal. La Guerra boera del 1899-1902 fu finanziata da Rhodes che si adoperò personalmente per scatenare quella che fu definita da Michael Davitt, un deputato irlandese, «la più grande infamia del diciannovesimo secolo».
Dopo il fallimento di un colpo di Stato finanziato con 200.000 sterline da Alfred Beit, che all’epoca controllava la più potente impresa finanziaria in Sud Africa – la Wehrner, Beit e Co. – l’Alto Commissario Britannico Sir Alfred Milner, col sostegno dei trafficanti d’oro, iniziò segretamente a fomentare una guerra su vasta scala per assorbire le terre dei boeri nell’Impero. Beit, che assieme al miliardario Lionel Philips controllava anche la H. Eckstein & Co., e Barney Barnato, a capo di un enorme impero affaristico-finanziario in Sud Africa, giocarono un ruolo decisivo nel fomentare la guerra, che ben presto si trasformò in una vera carneficina. Il nuovo stile britannico di condurre la guerra fu riassunto in un rapporto fatto nel Gennaio 1902 da Jan Smuts, il generale boero e futuro primo ministro sudafricano:
«Lord Kitchener ha iniziato a fare una politica, in entrambe le Repubbliche Boere, di incredibile barbarie e orrori che violano le più elementari principi delle norme di guerra internazionali. Quasi tutte le proprietà agricole e villaggi in entrambe le repubbliche sono state bruciate e distrutte. Tutti i raccolti sono stati distrutti. Tutto il bestiame caduto nelle mani nemiche è stato ucciso o macellato. Il principio di base, dietro alle tattiche di Lord Kitchener, è stato quello di vincere, non tanto tramite operazioni dirette contro commandos combattenti, ma piuttosto indirettamente esercitando la pressione bellica su donne e bambini senza difesa. Questa violazione di ogni norma internazionale è molto tipica della nazione che esercita il ruolo di giudice eletto nei confronti degli usi e dei costumi delle altre nazioni».
In un discorso del 25 Luglio 1900, Lloyd George disse:
«Una guerra di annessione, comunque, contro un popolo fiero deve essere una guerra di sterminio ed è ciò che sembra stiamo commettendo, bruciando proprietà e buttando fuori dalle loro case donne e bambini».
Alla fine Rhodes e soci ottennero il loro scopo. Dopo aver formato la Lega Sudafricana i membri della società riempirono i forzieri delle banche londinesi con l’oro del Transvaal rubato ai boeri. Ora si apprestavano ad applicare la stessa infame tecnica contro i tedeschi per impadronirsi del petrolio del Medio Oriente.
CAPITOLO 4
LA LOTTA PER IL PETROLIO
Ben prima del 1914 gli obiettivi strategici dell’Inghilterra richiedevano non solo la distruzione della Germania ma anche il controllo del petrolio, che da allora in poi avrebbe rappresentato la risorsa energetica decisiva per lo sviluppo economico e militare di ogni nazione moderna. Il problema della Britannia era che nonostante possedesse un vasto impero poteva importare l’oro nero solo dall’estero. Un handicap intollerabile, che la rendeva dipendente dalle altre nazioni. Per questa ragione il Foreign Office e l’Ammiragliato intervennero a favore del progetto di William Knox d’Arcy, primo concessionario di ricerca petrolifera in Persia. L’Ammiragliato ambiva ad impossessarsi segretamente del petrolio persiano per la sua nuova flotta di navi da guerra a nafta, di cui era appena terminata la costruzione voluta da Lord Fisher e da Winston Churchill. Quest’ultimo sosteneva «la priorità è la velocità, per attaccare quando, dove e come si vuole» e velocità significava nafta. Il primo petrolio sgorgò nel 1908 e con esso iniziò la storia della Anglo-Persian Oil Company, poi British Petroleum. Nel 1912 Churchill varò la costruzione della Fast Division, cinque navi da battaglia “Queen Elizabeth”. «Le migliori navi della marina dalle quali dipendeva la nostra vita, vennero alimentate esclusivamente a nafta» scrisse Churchill, consapevole delle rischiose conseguenze che comportava questa scelta: la Gran Bretagna era ora obbligata a procurarsi il petrolio «via mare, in pace o in guerra, da Paesi lontani. […] Impegnare la marina alla propulsione a nafta significava veramente affrontare un mare turbolento». Ma significava soprattutto che il Medio Oriente diventava ora una zona strategica di importanza cruciale e che la Potenza capace di controllare le sue immense ricchezze avrebbe dominato il mondo intero. Per questa ragione, nel giugno 1914 Churchill fece approvare dal parlamento la legge per l’acquisto da parte del governo inglese del 51% dell’Anglo-Persian, per garantire le forniture di petrolio alla flotta britannica. Il segretario del ministero inglese della Guerra, Sir Maurice Hankey, scriverà al ministro degli Esteri Arthur Balfour:
«L’unica grande fonte che possiamo porre sotto controllo è quella persiana e mesopotamica. Il controllo di queste fonti petrolifere diventa un obiettivo di guerra inglese di prim’ordine».
Balfour dal canto suo dirà:
«Non mi interessa sotto quale regime riusciremo a tenerci il petrolio, ma sono perfettamente consapevole che è indispensabile per noi poterne disporre».
L’entrata della Germania guglielmina del Grande Gioco mediorientale innescò un conflitto di interessi che avrebbe portato inevitabilmente alla Prima guerra mondiale. Nel 1888 un consorzio tedesco guidato dalla Deutsche Bank, l’Anatolian Railway Company, aveva ottenuto dal governo Ottomano una concessione per costruire una ferrovia da Haidar-Pascha ad Angora. Questo accordo faceva riscontro ad una precisa strategia della Germania di collaborazione eurasiatica, volta ad estendere i commerci ad est e rivitalizzare l’economia di quelle regioni. Dopo la visita a Costantinopoli del Kaiser, nel 1898, l’impero ottomano accordò ai tedeschi la costruzione di un’intera rete ferroviaria che avrebbe collegato Berlino a Baghdad e Amburgo al Golfo Persico, aggiungendo nel 1903 la concessione dei diritti minerari per venti chilometri da ambo i lati della ferrovia.
L’alleanza tra la Germania del Kaiser e l’Impero Ottomano poteva essere un valido strumento per spezzare l’unità geopolitica dell’Impero britannico e ciò minacciava seriamente di mandare all’aria i piani della Roud Table per la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale. Se la Germania avesse completato la ferrovia, non solo avrebbe avuto facile accesso alle ricche risorse petrolifere dell’Iraq, ma avrebbe anche spostato i commerci in una posizione logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia, baipassando il Canale di Suez e rendendo praticamente superfluo il dominio dei mari secolarmente perseguito dal governo di Sua Maestà.
Perciò la Gran Bretagna si oppone fermamente sin dall’inizio e tenta in tutti i modi di ostacolare le ambizioni tedesche in Medio Oriente. Nel 1912, per sopire l’antagonismo anglo-tedesco, si arriva ad un accordo e viene costituita la Turkish Petroleum Company, che prevede la spartizione del petrolio tra l’Anatolian Railway controllata dalla Deutsche Bank, l’Anglo-Persian dell’ammiragliato britannico e l’Anglo-Saxon Petroleum. Ma le dispute continuano, e i servizi segreti inglesi finanziano agenti e terroristi per far saltare in aria le linee costruite dai tedeschi. Nel marzo 1914 quest’ultimi, che prima erano i padroni quasi assoluti del campo, sono costretti a cedere ai ricatti inglesi e limitano a un quarto la propria partecipazione nella Turkish. Ma per l’Ammiragliato non è ancora abbastanza.
«Se la ferrovia tra Berlino e Baghdad fosse completata, una vasta parte di territorio che produce ogni sorta di ricchezza economica e inattaccabile dal mare sarebbe unita sotto l’autorità tedesca», avvertì R.G.D. Laffan, allora consigliere militare britannico.
«L’esercito turco e quello tedesco sarebbero a una distanza straordinariamente breve dai nostri interessi in Egitto e nel Golfo Persico, il nostro Impero Indiano sarebbe minacciato. Il porto di Alessandretta e il controllo dei Dardanelli darebbe subito alla Germania un enorme potere navale nel Mediterraneo», aggiunse Laffan, che suggerì di sabotare la costruzione.
«Uno sguardo alla cartina mondiale mostrerà come la catena degli stati si estende da Berlino a Baghdad. L’Impero tedesco, quello Austro-Ungarico, la Bulgaria, la Turchia. Una sola striscia di territorio ha bloccato la strada e impedito che le due estremità della catena si legassero assieme. Questa piccola striscia era la Serbia. La Serbia stava piccola ma insidiosa tra i porti di Costantinopoli e Salonicco, tenendo la porta dell’Est […] La Serbia era realmente la prima linea di difesa dei nostri possedimenti orientali. Se essa fosse stata schiacciata o attratta nel sistema Berlino-Baghdad, allora il nostro Impero, vasto ma difficile da difendere, avrebbe risentito subito dello shock dell’irruzione tedesca verso oriente».
Perciò non poteva esserci altro sbocco che la guerra. Una guerra decisa a tavolino per estromettere del tutto i tedeschi dai territori del medio oriente e fermare l’ascesa economica della Germania. Quando i bolscevichi, appena saliti al potere, scoprirono i documenti degli archivi zaristi, resero immediatamente di dominio pubblico l’accordo segreto Sykes-Picot, che prevedeva la spartizione in rispettive aree d’influenza dell’Impero Ottomano al termine del conflitto. L’accordo, firmato da Francia e Inghilterra il 16 maggio 1916, dimostrava che i veri fini degli alleati erano la distruzione della Germania e la rapina territoriale degli Imperi Centrali.
Nel bel mezzo della guerra, quando sul fronte occidentale i francesi si stavano dissanguando per respingere gli assalti tedeschi, parte delle truppe britanniche furono dirottate verso est a combattere contro il debole Impero Ottomano. Impadronirsi dei pozzi di petrolio era la vera priorità dell’Inghilterra, così nel novembre 1914 le truppe britanniche occupano la provincia di Bassora, nel 1918 Baghdad; il 30 ottobre 1918 l’Impero Ottomano firma l’armistizio di Mudros che lo costringe ad una resa incondizionata; nel 1918 i britannici conquistano Mosul; infine, il primo settembre 1920, il Trattato di Sévres sancisce il definitivo smembramento dell’Impero Ottomano. Le province corrispondenti agli attuali Iraq, Siria, Libano, territori palestinesi e Giordania vengono poste sotto la tutela della Società delle Nazioni, ossia dell’Inghilterra. Il 25 aprile 1920 in occasione della conferenza di Sanremo, la Gran Bretagna si autoconferisce il mandato per l’Iraq. Le province di Bassora, Mosul e Baghdad vengono unificate. L’Inghilterra aveva ottenuto quello che voleva.
Per garantirsi il controllo permanente del petrolio del Medio Oriente, la plutocrazia inglese decise di creare un focolare nazionale ebraico in Palestina, proprio al crocevia tra la parte occidentale e quella orientale dell’Impero britannico. Halford John Mackinder, membro della Round Table e padre della geopolitica, sosteneva che «la creazione di un focolare ebraico in Palestina sarebbe stato il risultato più importante della guerra».
CAPITOLO 5
LA POLITICA DELL’EQUILIBRIO
La Triplice Intesa fu una creazione della diplomazia inglese, che aveva come scopo quello di condurre un lento ma inesorabile accerchiamento della Germania in attesa del momento più propizio per scatenarle contro una guerra totale. Sin dal congresso di Vienna la Gran Bretagna ha contrastato l’ascesa di qualsiasi potenza continentale attraverso la cosiddetta politica dell’equilibrio, che consisteva nel fomentare rivalità e discordie tra potenze rivali per impedire la creazione di alleanze potenzialmente minacciose per gli interessi dell’Impero britannico. Tutte le nazioni europee hanno dovuto subire le conseguenze spesso tragiche della politica inglese dell’equilibrio, ma nessuna ne ha fatto le spese più della Germania nel secolo scorso. Fin dal 1897 la Gran Bretagna era decisa a distruggere la Germania e per farlo intendeva alimentare vecchie ostilità  sul teatro europeo. Il primo passo fu rovinare le relazioni franco-tedesche. Il ministro degli Esteri francese, Gabriel Hanotaux, conosciuto come un repubblicano anglofobo, si proponeva una politica di relazioni concilianti con la Germania. Nel 1896, il segretario degli esteri tedesco chiese all’ambasciatore francese a Berlino se la Francia avrebbe considerato azioni congiunte in Africa per «limitare l’insaziabile appetito dell’Inghilterra [… ] E’ necessario mostrare all’Inghilterra che non può trarre ulteriori vantaggi dall’antagonismo franco-tedesco, per ottenere tutto quello che vuole». Ma proprio allora la stampa massonica fece scoppiare l’affare Dreyfus, che mirava a vanificare gli sforzi di Hanotaux nel migliorare le relazioni franco-tedesche. Nel 1894 Hanotaux intervenne nel processo iniziale contro Dreyfus, il capitano accusato di essere una spia dei tedeschi, avvertendo che «lo scandalo avrebbe potuto provocare una rottura dei rapporti diplomatici con la Germania, perfino la Guerra». Alla fine Dreyfus fu assolto e in seguito rivelò che il conte Ferdinand Walsin-Esterhazy, al soldo dei Rothschild, aveva fabbricato le prove contro di lui.
Dal 1898 Hanotaux fu esonerato dal suo incarico e sostituito con il più malleabile anglofilo Theophile Declassè. Dopo la Crisi di Fashoda, nel 1898, la Gran Bretagna obbligò la Francia a rinunciare ai suoi fondamentali interessi coloniali ed economici in Egitto e a concentrarsi su una politica anti-tedesca. Il Revanscismo francese fu alimentato dalla diplomazia inglese secondo la logica della politica dell’equilibrio. Dopo la Crisi di Fashoda fu creata l’Entente Cordiale e furono ultimati gli accordi tra la Francia e la Gran Bretagna per attaccare la Germania, firmati da Declassé nel 1904. Successivamente Hanotaux dirà che l’Entente fu «Una meravigliosa invenzione del genio diplomatico inglese per dividere i suoi avversari».
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Secondo la strategia britannica dell’equilibrio era soprattutto indispensabile impedire che la Russia si avvicinasse alla Germania.Lo zar Nicola infatti aveva visto di buon occhio il sistema economico tedesco, che considerava una nuova roccaforte contro la rivoluzione. Tra il Kaiser e lo Zar esisteva un rapporto d’amicizia e di parentela: erano cugini acquisiti legati da un regolare rapporto epistolare. L’imperativo della diplomazia inglese era di impedire la formidabile alleanza fra le due Potenze.
Il ministro delle Finanze russo, Sergej Witte, era un profondo conoscitore del modello economico di List, di cui aveva tradotto il Sistema nazionale di economia politica, che egli definiva “la soluzione per la Russia”. Witte intendeva trasformare la Russia in una moderna nazione industriale e per questa ragione aveva dato inizio a una serie di progetti di sviluppo tra cui la costruzione della Transiberiana. La ferrovia, lunga 5400 miglia, avrebbe trasformato l’intera economia dell’impero zarista.
La Gran Bretagna si oppose con ogni mezzo alle innovazioni di Witte. Poco dopo l’inizio della ferrovia A. Colqhum, facendosi portavoce delle crescenti preoccupazioni del British Foreign Office e della City of London dichiarò:
«Questa linea non solo sarà una delle più grandi rotte commerciali che il mondo abbia mai conosciuto, ma diventerà anche un’arma politica nelle mani dei russi, il cui potere e significato è difficile da stimare. Essa permetterà di raggiungere la Russia senza più il bisogno di passare necessariamente attraverso i Dardanelli o il Canale di Suez. La Transiberiana renderà la Russia economicamente indipendente permettendole di diventare più forte di quanto sia mai stata o abbia mai sognato di diventare».
Si succedettero così una serie di crisi, ma poiché la Russia riuscì a completare la costruzione della ferrovia nel 1903, la Gran Bretagna giocò la sua ultima carta. Si alleò con il Giappone nella Guerra russo-giapponese. Dopo il 1905, Witte fu costretto a rassegnare le dimissioni sotto lo Zar Nicola II. Il suo successore decise che la Russia doveva scendere a patti con la potenza britannica.
Con la Triplice Intesa anglo-russa-francese la Gran Bretagna aveva creato una rete di alleanze segrete per circondare la Germania ponendo già dal 1907 i fondamenti per lo scoppio delle ostilità. I successivi sette anni saranno solo una preparazione per la definitiva eliminazione della sua odiata rivale. Dopo il consolidamento britannico della strategia del’Intesa per circondare la Germania e i suoi alleati, una serie di crisi si susseguirono, una dopo l’altra, e i Balcani furono scossi da violente agitazioni. Nell’aprile del 1914 re Giorgio VII e il suo ministro degli esteri Sir Edward Grey, fecero una visita importantissima al presidente Poicarè a Parigi. Questa fu una delle rare volte che Grey lasciava le isole britanniche. L’ambasciatore russo in Franca, Iswolski, si aggiunse a loro e i rappresentati delle tre potenze firmarono un’alleanza militare segreta contro la Germania e l’Austria-Ungheria. Era ormai il momento giusto per far scoppiare la Grande Guerra contro l’Europa. Tre mesi dopo il viaggio a Parigi di Edward Grey, il 28 giugno 1914 l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, fu assassinato a Sarajevo, mettendo in moto una tragica catena di eventi che avrebbe portato alla Guerra mondiale.
CAPITOLO 6
LA PROPAGANDA DEGLI ORRORI
Sin dai primi giorni di guerra le potenze dell’Intesa scatenarono contro la Germania una furiosa e calunniosa propaganda diffamatoria, attribuendo ai tedeschi falsi crimini e inventando ogni sorta di menzogne. Si affermava che in Belgio i tedeschi tagliavano le mani ai bambini, violentavano le suore e, dopo l’entrata dell’America in guerra, che crocifiggevano i soldati canadesi. Il taglio dei cavi telegrafici sottomarini attuato da Londra impediva alla Germania di comunicare col mondo esterno, rendendole impossibile ribattere alla diabolica propaganda degli orrori e di dare una propria versione dei fatti. Come ha ben sottolineato lo studioso tedesco Jens Erdamnn,
«Il sistema politico britannico dell’equilibrio europeo, quello cioè del divide et impera, può essere mantenuto soltanto attraverso un’organizzazione di propaganda diffamatoria abile, priva di scrupoli, estesa su tutta l’Europa […] Una delle armi più efficaci nell’arsenale dei metodi diffamatori britannici è la propaganda di crudeltà attribuite al rivale. Se essa ha successo, raggiunge lo scopo di tutta la propaganda di odio britannico, quello cioè di rovinare il buon nome dell’avversario, paralizzando completamente ogni sentimento di umana solidarietà verso di lui. Se essa riesce a far credere al proprio ed agli altri popolo che l’avversario commette sistematicamente atti di violenza e di crudeltà verso esseri innocenti e deboli, in massa e per principio, si può allora essere sicuri di aizzare i più profondi sentimenti d’indignazione umana verso di lui».
L’innata onestà morale del popolo tedesco, per il quale la guerra andava ancora combattuta secondo le regole “ormai antiquate” dell’onore e del rispetto del nemico, sarà fatale per l’esito del conflitto. In uno degli ultimi bollettini della XVIII Armata imperiale si legge:
«Il nemico ci ha sconfitto sul fronte della propaganda a mezzo dei volantini. Ci siamo resi conto che, in questa lotta per la vita o la morte, era necessario usare gli stessi metodi del nemico. Ma noi non ne siamo stati capaci. […] Il nemico ci ha vinto non in un corpo a corpo, sul campo di battaglia, baionetta contro baionetta. No! Pessimi testi su poveri fogli malamente stampati hanno fatto venir meno il nostro braccio».
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In Inghilterra una delle personalità più celebri impegnata in questa squallida propaganda diffamatoria era il massone germanofobo Herbert G. Welles (fu lui a coniare il termine Nuovo Ordine Mondiale), membro della Round Table, della fondazione Rockefeller, della società magica Golden Down, nonché della Fabian Society assieme a Paul Warburg – l’ideatore del Federal Reserve System. Welles aveva scritto un’opera oscena intitolata «Odio la Germania come odio uno spaventoso morbo infettivo». Dopo aver fomentato l’isteria anti-tedesca e aver alimentato la psicosi di guerra Welles affermava con astuta ipocrisia «l’umanità deve pervenire in un lasso di tempo assai breve a creare uno stato mondiale capace di impedire la guerra, altrimenti essa dovrà affrontare un caos permanente. Il sentiero della guerra o lo Stato mondiale, tale è la scelta dell’umanità».
Negli Stati Uniti l’organo adibito alla propaganda anti-tedesca era invece il CPI, Committee on Public Information. Il suo membro più famoso era Edward Bernays, che dichiarava spudoratamente:
«Se si comprendono i meccanismi e i moventi propri del funzionamento dello spirito di gruppo, diviene possibile controllare e irreggimentare le masse secondo i nostri voleri e senza che ne prendano coscienza […] La manipolazione cosciente e intelligente dei comportamenti organizzati e delle opinioni delle masse è un elemento importante in una società democratica. Coloro che manipolano tali meccanismi sociali formano un governo invisibile, che si configura come un vero e proprio potere dirigente nel nostro paese […] Spetta alle minoranze intelligenti fare un uso continuo e sistematico della propaganda».
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Il Kaiser divenne l’obiettivo principale della propaganda diffamatoria. Come più tardi Hitler, egli assurse a simbolo del male assoluto, definito di volta in volta come la Bestia, il Macellaio, il Giuda, l’Incendiario. Negli Stati Uniti uscivano film intitolati: “Il Kaiser, la belva di Berlino”, “All’inferno il Kaiser”, “Il bastardo prussiano”. L’intera responsabilità della guerra venne fatta ricadere su di lui – accusa poi smentita da tutti gli storici, al punto che lo stesso Edward Mandell House, intimo consigliere del presidente Wilson, sarà costretto ad ammettere nelle sue memorie:
«Mi chiedo spesso quali siano secondo me le cause della guerra. Non mi pronuncio giammai, ma qui posso dire cosa ne penso.Non credo che il Kaiser abbia voluto la guerra e, in realtà, non si aspettava che essa scoppiasse. Con mossa assai imprudente egli permise all’Austria di entrare in conflitto con la Serbia con l’idea che se la Germania sosteneva il suo alleato, la Russia si sarebbe limitata ad energiche proteste e che avrebbe agito in egual maniera allorché l’Austria si fosse annessa la Bosnia e l’Erzegovina … egli rifiutava di ammettere che l’Inghilterra potesse prendere le armi di fronte ad un incidente nel teatro balcanico […] le relazioni anglo-tedesche erano in quel momento improntate a grande cordialità, il Kaiser non poteva supporre che l’Inghilterra avrebbe sostenuto la Russia e la Francia fino al punto di prendere le armi a loro favore e marciare contro la Germania». Del resto che la Germania non fosse quello Stato aggressivo e bellicista che la propaganda angloamericana si sforzava di dipingere, è dimostrato anche dal fatto che il Reich tedesco non prese parte ad alcun conflitto tra il 1871 e il 1907.
Al termine della guerra furono pubblicati due importanti studi, Falsehood in Wartime di Sir Arthur Ponsonby e Atrocity Propaganda di James Morgan Read, che liquidarono definitivamente le accuse di atrocità attribuite ai tedeschi, dimostrando che si trattava di pure invenzioni. L’onorevole Ezio Maria Gray, che nel 1915 aveva pubblicato uno dei tanti opuscoli diffamatori, intitolato Il Belgio sotto la spada tedesca, confesserà che la vicenda dei bimbi mutilati del Belgio era tutta una menzogna, inventata per propaganda. Questo verrà ammesso pure dai vincitori dell’Intesa, dopo la Grande Guerra, tanto più che non verranno mai ritrovati bambini senza mani o altre prove di qualsiasi genere dei presunti crimini. Ma ormai il seme dell’odio è stato gettato, il nemico ha perso ogni stimmata umana e contro di lui può ora essere scatenata una guerra totale in nome della “democrazia” e della “libertà”.
CAPITOLO 7
GLI STATI UNITI
Allo scoppio della guerra in Europa, il presidente Wilson proclamò la neutralità degli Stati Uniti. Ma che valore ha la parola di un uomo in un paese in cui Hollywood plasma l’opinione pubblica e i banchieri di Wall Street possono fare e disfare i presidenti a loro piacimento? Anche Wilson, come tutti i suoi successori, era una docile marionetta nelle mani dell’oligarchia plutocratica che aveva finanziato la sua campagna elettorale e la cui priorità, all’epoca, era far approvare il Federal Reserve Act. La banca centrale degli Stati Uniti fu creata proprio alla vigilia della Prima guerra mondiale con il preciso scopo di finanziare lo sforzo bellico dell’Inghilterra. L’internazionale finanziaria si riunì in gran segreto a Jekyll Island dove, secondo l’Unità Nazionale di Montreal del giugno-luglio 1957, «il Governo invisibile del mondo occidentale aveva deciso l’istituzione della Federal Reserve Bank che avrebbe dovuto sottrarre al governo americano e al Congresso il loro potere di emissione della moneta e del credito; in quella stessa occasione l’orientamento della guerra già decisa era così stato stabilito».
Il professore di Princeton era continuamente sorvegliato ed istruito dai suoi tre intimi consiglieri, che lo avevano convinto a fondare la Società delle Nazioni al termine del conflitto: il rabbino Stephen Wise, presidente dell’American Jewish Congress, della Zionist Organization of America (nel 1936-38), e del World Jewish Congress (nel 1936-49); il “colonnello” Edward Mandel House, membro dell’alta massoneria illuminista dei Master of Wisdom, che nel 1912 pubblicò un libro intitolato Philip Dru, in cui si descriveva la nascita di un raggruppamento internazionale di potere allo scopo di insediare il socialismo «come lo sognava Karl Marx»; e il ricchissimo banchiere di Wall Street Bernard Baruch, braccio destro sia di Wilson che di F.D.Roosevelt, al punto che l’American Hebrew del 1° dicembre 1933 osservava che «quando il presidente parte per le vacanze estive Mr. Baruch è ufficialmente designato come presidente supplente». A sottolineare la paternità ebraica della Società delle Nazioni l’israelita Klee scrisse: «La Società delle Nazioni non è tanto opera di Wilson, quanto un capolavoro ebraico, di cui possiamo esser fieri. L’idea di una Società delle Nazioni si rifà ai grandi profeti d’Israele, alla loro visione del mondo piena di amore per ogni essere umano. Così il concetto di una Società delle Nazioni è un autentico patrimonio ebraico».
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La guerra europea rappresentò per l’industria americana una vera boccata d’ossigeno. Nel 1914 l’economia degli Stati Uniti era in forte recessione e gli ingordi capitalisti d’oltreoceano si sfregavano già le mani al pensiero delle ghiotte possibilità che offriva loro la guerra con i suoi costosi rifornimenti di armi, munizioni e beni di prima necessità. Più durava la carneficina più alti erano i profitti. L’Inghilterra divenne il principale mercato d’esportazione, facendo realizzare lauti guadagni ai fabbricanti d’armi e ai profittatori che gravitavano attorno al War Industries Board diretto da Bernard Baruch, a capo di una fitta rete di corruzione.
A dispetto della vantata “neutralità” americana, complessivamente dal 1914 al 1917 gli USA fornirono merci alle potenze dell’Intesa per un valore di 7 miliardi di dollari. A beneficiare del massacro fu soprattutto l’Alta Finanza, in particolare la banca Morgan, che agiva per conto dei Rothschild e del governo di Sua Maestà. Thomas W. Laut, uno dei direttori della Morgan, affermò che «senza questa politica di crediti e commesse ai belligeranti, l’economia americana sarebbe rimasta nello stato di recessione». Nel 1935 il coraggioso Senatore statunitense Gerald Nye presiederà una commissione d’inchiesta sull’industria delle munizioni dimostrando, in un rapporto di 1400 pagine, che l’entrata in guerra degli USA era legata all’industria degli armamenti e al connesso potere bancario. In particolare, la Commissione Nye renderà noto il seguente telegramma, inviato nel marzo 1917 dall’ambasciatore americano a Londra, W. H. Page, al presidente Wilson, che svela con brutale cinismo i veri fini imperialistici della “democrazia” americana:
«Con ogni probabilità l’unica via per conservare al nostro commercio la sua attuale posizione di dominio e per evitare il panico è dichiarare guerra alla Germania. Una volta che gli Stati Uniti abbiano dichiarato guerra alla Germania, si potrebbe sostenere a fondo l’Inghilterra e gli alleati mediante un prestito … Saremo in condizione di mantenere il livello attuale del nostro commercio e di espanderlo finchè la guerra non sia finita. Dopo la guerra, d’altra parte, l’Europa si troverebbe nella necessità di rifornirsi di prodotti alimentari e di una enorme quantità di materiale per ricostruire la propria industria di pace. In tal modo, per lunghi anni, non avremo che da raccogliere i profitti di un commercio ininterrotto e probabilmente in ulteriore espansione».
Le sorti della finanza americana erano strettamente legate alla vittoria dell’Inghilterra, perciò quando le cose cominciarono a mettersi male sui campi di battaglia gli Stati Uniti furono costretti a passare dal ruolo di semplici fornitori a quello di partecipanti attivi nel teatro bellico europeo. Per giustificare questa svolta il segretario di Stato Robert Lansing affermava:
«Alla Germania non dev’essere permesso vincere la guerra, dobbiamo costantemente tenere a mente questa necessità basilare. La pubblica opinione americana deve venire preparata per il momento, che potrebbe venire, in cui dovremo disfarci della nostra neutralità».
E lo stesso, il 28 gennaio 1917, in una memoria tenuta segreta per anni: «Prima o poi il dado sarà tratto e gli Stati Uniti si troveranno in guerra con la Germania. Tutto ciò è ormai inevitabile, madobbiamo attendere pazientemente che la Germania faccia un passo falso che susciti l’indignazione generale e illumini gli americani sui rischi di un successo tedesco in questa guerra».
E se il passo falso non arrivava bisognava costruirlo. Solo allora ci si ricordò dell’affondamento del Lusitania avvenuto due anni prima. Nel 1915 il ministro degli Esteri sir Edward Grey e re Giorgio V avevano ottenuto l’assicurazione da parte del “colonnello” House che in caso di affondamento tedesco di un transatlantico con passeggeri americani a bordo, l’America sarebbe entrata in guerra a fianco dell’Intesa. Poco dopo l’Ammiragliato privò inspiegabilmente il Lusitania della scorta dell’incrociatore Juno e non venne avvertito che, nella rotta che stava seguendo verso Liverpool, si trovava un sommergibile tedesco. Il capitano di vascello Kenworthy dirà in seguito che: «Il Lusitania fu indirizzato deliberatamente a velocità elevata verso un’area in cui era noto che si celava un U-boot in agguato, e per di più era stata richiamata la scorta».
Rutilio Sermonti concludeva che «Il 6 aprile 1917, nel momento in cui l’andamento della guerra si metteva male per gli anglo-francesi, minacciando di trasformare le forti anticipazioni fatte a questi ultimi in un pessimo investimento, gli Stati Uniti entrarono con un pretesto qualunque in guerra».
Con l’affondamento del Lusitania, in cui persero la vita 128 cittadini americani, gli Stati Uniti avevano ora il pretesto per forzare l’opinione pubblica, fino a poco prima in gran parte filotedesca, ad intervenire nel conflitto europeo contro gli Imperi centrali e in appoggio alle Potenze dell’Intesa. L’esercito statunitense scende in campo direttamente per riscuotere i miliardi prestati ai clienti atlantici.
CAPITOLO 8
GUERRA TERRORISTICA
Lo scontro tra il militarismo prussiano e le democrazie capitaliste divenne la guerra del sangue contro l’oro, del guerriero contro il mercante, delle virtù di onore, fedeltà, coraggio contro la menzogna, l’ipocrisia e l’avidità di denaro. Alla fine il nobile gigante teutonico doveva capitolare sotto i colpi degli omuncoli e dei nani perché, come diceva Nietzsche, i deboli vincono sempre sui più forti perché sono più numerosi e più maligni. Di conseguenza, nonostante l’indiscussa superiorità militare del soldato tedesco, gli Alleati ebbero la meglio. Essi però non vinsero solo grazie al valore dimostrato in battaglia, ma perché la Gran Bretagna prima, gli Stati Uniti poi, in totale spregio di ogni norma del diritto internazionale e di quegli alti principi umanitari di cui falsamente si dicevano portatori, non si fecero alcuno scrupolo a far morire di fame milioni di civili inermi attuando un criminoso e terroristico blocco alimentare, la più subdola delle armi a loro disposizione. Le democrazie occidentali non si accontentarono più di combattere una guerra convenzionale contro i soldati, ma si accanirono sulle donne e i bambini, sui poveri e i malati. Il 4 settembre 1919, pieno di sadica soddisfazione, Wilson dichiarò a Indianapolis:
«La Grande Guerra fu vinta non solo dagli eserciti mondiali. Fu vinta in primo luogo dall’economia. Senza lo strumento economico la guerra sarebbe durata molto più a lungo. Quello che accadde fu che la Germania venne tagliata fuori da ogni risorsa economica del resto del globo e non poté reggere. Una nazione boicottata è una nazione sulla via della resa. Applicate questo rimedio economico, pacifico, silenziose e mortale, e non ci sarà bisogno della forza. È un rimedio terribile. Non costa una vita al di fuori della nazione boicottata, ma esercita di essa una pressione a cui, secondo me, nessuna nazione moderna può resistere».
Con le vittime prodotte dal blocco fra i civili in Germania, Austria-Ungheria, Fiandre, Vallonia e Francia settentrionale il totale dei decessi civili dovuti all’affamamento operato dagli Occidentali in Europa oscilla fra 1,5 e 2 milioni. Il Weekly Dispatch scriveva «Il blocco britannico è riuscito a portare alla denutrizione i bambini tedeschi già nel ventre delle madri […] Nel 1940 ci sarà una razza tedesca che soffrirà delle tare più pesanti. La causa di ciò sarà stato il blocco da noi esercitato nella guerra mondiale».
Thomas Mann commentava: «La guerra attuale è la più radicale che mai sia stata combattuta; e mentre al suo inizio la Germania non ne aveva affatto capito questa particolare natura – c’era entrata con l’ingenuità di uno studente delle corporazioni universitarie, illudendosi di poterla condurre solo con i suoi soldati, secondo un codice d’onore ormai antiquato – l’Inghilterra la afferrò subito, né può stupire, perché era stata lei a imprimerle il marchio. Fin dal primo giorno impostò la guerra sul più radicale dei metodi servendosi del dominio che aveva sui mari non solo per la propria sicurezza, ma per farla morir di fame nel senso più serio e concreto della parola. Ricorrendo al mezzo semplice quanto brutale di tagliare tutti i cavi di comunicazione internazionale, ha ottenuto quel soffocante isolamento morale del paese che resterà per sempre un incubo nella nostra memoria. Con faccia impassibile è passata sopra al concetto di proprietà privata, imitata in questo con gioia e prontezza da tutti i suoi alleati. Essa non conduce una guerra spietata ai governi e alle armate dei nemici, bensì contro le popolazioni, contro il popolo tedesco, e appunto in questo suo intuito della serietà inesorabile, fino in fondo, senza limiti e senza scrupoli, del conflitto, essa ci è stata decisamente superiore».
Proprio in risposta a quest’arma genocida il governo del Reich decise, sia pur dopo molto tempo e con molta riluttanza, ad autorizzare la guerra sottomarina indiscriminata. Infatti solo dopo due anni e mezzo dall’inizio del conflitto, quando ormai la situazione sembrava disperata, il Kaiser autorizzò i capi militari a dare inizio alla seconda fase della guerra sui mari. Questa decisione si era necessaria anche perché gli inglesi avevano convertito le navi mercantili in naviglio militare, dotate di cannoni nascosti e autorizzate da Churchill a una compiere qualsiasi azione d’offesa per sottrarsi alla cattura da parte dei sommergibili tedeschi. Perciò veniva automaticamente a cadere la distinzione tra tra navi militari e mercantili e di conseguenza la pretesa del rispetto delle norme internazionali. La maggior parte di queste navi erano state adibite al contrabbando di armi dagli Stati Uniti all’Inghilterra. Il transatlantico Lusitania, affondato dai tedeschi, trasportava migliaia di casse di munizioni.
CONCLUSIONE
Alla fine i nemici dell’Europa ottennero il loro scopo. «La Prima Guerra Mondiale – nota Poggiali – annientò le posizioni dell’industria tedesca e l’annientamento fu considerato, soprattutto dall’Inghilterra, come uno dei risultati più importanti del conflitto che aveva insanguinato l’Europa; il trattato di Versailles toglieva alla Germania le colonie e una gran parte delle sue sorgenti di materie prime. Il popolo tedesco non poteva ormai più provvedere direttamente al soddisfacimento dei propri bisogni essenziali che in misura del 40%; tra il 1928 e il 1930 la Germania dovrà effettivamente importare più del 30% delle mercanzie trafficate entro il suo territorio; talune industrie dipendevano totalmente dall’estero».
La sconfitta eliminò automaticamente la Germania come terza grande potenza petrolifera mondiale. Il compromesso di Sanremo, dell’aprile 1920, attribuì alla Francia la cessione della quota tedesca nella Turkish Petroleum Company.
Con il Trattato di Versailles furono poste le basi per una nuova configurazione dell’Europa che aveva come scopo principale lo smembramento dei tre imperi: tedesco, asburgico e ottomano. Quello che ne risultò fu una costruzione ibrida, composta da piccoli stati artificiali, che violava i più elementari diritti etnici delle nazioni e che perciò si rivelava fortemente instabile, cosa che di li a poco avrebbe creato le premesse per una guerra ancora più distruttiva e devastante della precedente. A fondamento di questo scempio venne posta la menzogna dell’esclusiva colpevolezza austro-tedesca, che da tesi storica si trasformò in legge ufficiale, ascritta nell’articolo 231 del Trattato.
Le condizioni umilianti e le pesanti riparazioni di guerra imposte ai vinti indussero Philip Snowden (successivamente membro di un gabinetto liberale britannico) a riconoscere giustamente che: «il Trattato dovrebbe soddisfare banditi, imperialisti e militaristi. È un soffio mortifero alle speranze di coloro che attendevano la fine della guerra per portare la pace. Non è un trattato di pace, bensì la dichiarazione di un’altra guerra. È il tradimento della democrazia e la caduta nella guerra. Il Trattato smaschera i veri fini degli Alleati». E il Maresciallo francese Ferdinand Foch (che condusse le armate alleate alla vittoria) osservò: «Non è una pace, è un armistizio di vent’anni».
I termini del Diktat, nati all’interno dell’entourage wilsoniano, furono perorati a Versailles dalla delegazione statunitense, assemblata dal colonnello House e da Louis Brandeis, uno dei creatori del Federal Reserve Board, che contava 115 ebrei su 156 membri, tutti affiliati a Massoneria, Round Table, Pilgrims Society o simili.
F. J. Dillon scriverà nella sua opera “Storia segreta della Conferenza di Pace”:
«Un gran numero di delegati credevano che le vere influenze dietro i popoli anglosassoni fossero semitiche […] opinione che riassumevano nella formula: da oggi il mondo sarà governato dai popoli anglosassoni, a loro volta dominati dai loro ebrei».
Lentamente ma inserorabilmente i tentacoli della piovra anglo-americana stendevano il loro abbraccio mortale sull’Europa. La struttura del Nuovo Ordine Mondiale era posta. La Società delle Nazioni quale centro coordinatore di ogni attività sul continente e la creazione nel 1922 del CFR e del RIIA, coaguli di potere con funzioni di cinghie di trasmissione delle società segrete superiori. Simultaneamente nasce il Movimento Paneuropeo di Richard-Coudenhove Kalergi che teorizza il genocidio dei popoli europei anticipando le posizioni dei moderni immigrazionisti(*). Alle sue tesi fa eco l’anarco-comunista di origini semite Erich Muhsam, che nel 1923, l’anno più nero del dopoguerra, in una Germania prostrata dalla sconfitta, che ancora piangeva i suoi caduti, scriveva sghignazzando questi versi disgustosi, trasudanti di odio talmudico:
«Accorrete, eserciti di occupazione, neri e rossi e bruni e gialli, cosicchè la tedeschità si accresca, dall’Adige fino al Belt! Camicie [da notte] vergini nero-bianche-rosse sventolano fiere da ogni tetto, vi salutano, stranieri dalla pelle scura: sii benvenuta, vergogna nera! Vergini accoppiatevi, voi mogli spalancate le gambe e partoriteci mulatti, il più possibile neri come il cioccolato! Neri, Rossi, Bruni, Gialli, popolo negro da tutto il mondo, passate il Reno e l’Elba, venite a Niederschonenfeld! Accorrete in nera masse e urlate a gran voce: ripulite la razza tedesca, benvenuta, vergogna nera!».
Poco dopo un suo correligionario, Manfred Reifer, descriverà sulla rivista Czernowitzer Allgemeine Zeitung: «Mentre ampie fasce della popolazione tedesca stavano lottando per la conservazione della loro razza, noi riempivamo le strade della Germania con le nostre grida … Ridicolizzammo i più alti ideali della nazione tedesca e profanammo ciò che era da loro ritenuto sacro».
In quella “cloaca d’Europa” che fu la Repubblica di Weimar, si assistette a un tale processo di degenerazione culturale e pervertimento che il generale e storico John Frederick Charles Fuller scrisse nel suo libro “The Conduct of War, 1789-1961:
«L’eversione interna dei costumi e dei valori del nemico compiuta da tale tipo di guerra avrebbe distrutto le basi della civiltà umana e di ogni altra cultura spiritualmente degna, provocando danni peggiori, irrimediabili più dei disastri fisici fatti dai bombardamenti».
Poco dopo, ci sarà chi tenterà di far rialzare la testa ai popoli europei, di ridare loro la libertà, la grandezza. Purtroppo il tentativo è fallito. Al termine della seconda guerra mondiale le forze della sovversione, memori della lezione precedente, distruggeranno tutto ciò che resta dell’Europa, non lasciando più nulla dietro a sé, facendo calare una lunga notte sul continente, che segnerà la fine della supremazia europea e la definitiva fuoriuscita dell’Europa dalla storia. Il progetto genocida di Kalergi, ritornerà ancora più virulento, assurgendo a dogma fondante degli Stati Uniti d’Europa, accompagnato da una rieducazione antirazzista totalitaria e omnipervasiva che fornirà il necessario supporto liturgico all’accettazione ebete di milioni di immigrati che si riverseranno come una nuova orda barbarica sulle nostre città.
Il 2 giugno 1992, a sottolineare l’ideale continuità d’intenti, l’attrice Lotte Loebinger alla radio BRDDR, lancerà un incitamento al genocidio dei popoli europei, intonando sull’aria dell’inno nazionale i versi del diabolico Erich Muhsam, che risuoneranno macabri come una campana a morto sulle rovine della civiltà europea: «… vi salutano, stranieri dalla pelle scura: sii benvenuta, vergogna nera! Vergini accoppiatevi, voi mogli spalancate le gambe e partoriteci mulatti, il più possibile neri come il cioccolato!».
Nonostante ciò, c’è ancora qualcuno che in questa Europa maledetta, imbastardita, mutilata, resta in piedi fra le rovine e veglia durante la lunga notte …
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* Vedi il nostro articolo sul Piano Kalergi:

APPENDICE
IL CONGRESSO MASSONICO DEL 1917
Tratto da Ephipanius
Il 28 giugno 1917, in concordanza col terzo anniversario dell’assassinio di Sarajevo e col secondo centenario della fondazione ufficiale della massoneria […] a Parigi, in rue Cadet 16 – sede del Grande Oriente di Francia – si apriva un congresso internazionale delle massonerie interalleate. I lavori vennero aperti dal presidente del Consiglio dell’Ordine del Grande Oriente ospitante, il 33 Corneau (1855-1934), con un discorso apertamente programmatico:
«La guerra si è trasformata in una formidabile lotta delle democrazie organizzate contro le potenze militari e dispotiche. In questa tempesta il potere secolare degli zar della Grande Russia è già oscurato; la Grecia, sotto la pressione degli eventi, ha dovuto ritornare alla sua costituzione liberale. Altri governi saranno travolti dal soffio della libertà. È indispensabile creare un’autorità sovrannazionale il cui scopo non consista nel sopprimere le cause dei conflitti, ma nel risolvere pacificamente le controversie delle nazioni. La Massoneria di propone di studiare tale nuovo organismo: la Società delle Nazioni. Essa sarà l’agente di propaganda di tale concezione della pace e della felicità universali. Ecco Illustrissimi Fratelli il lavoro: mettiamoci all’opera».
Andrè Lebey, segretario del Consiglio dell’Ordine del Grande Oriente presentò un progetto di status della Società delle Nazioni, accompagnandolo da un veemente discorso:
«La Francia in armi per l’abolizione del militarismo va più avanti. Essa non si arresterà nel suo apostolato. Essa rivendica la Società delle Nazioni che diviene lo scopo stesso della guerra, il preambolo del trattato di pace” […] Se c’è una guerra santa essa è questa, e dobbiamo ripeterlo senza sosta […] Noi coroneremo l’opera della Rivoluzione Francese».

BIBLIOGRAFIA:
Ephipanius, Massoneria e sette segrete
Francis Neilson, The Makers of War
Francis Neilson, How Diplomats Make War
Gianantonio Valli, La fine dell’Europa
Mark Weber, La Guerra Anglo-Boera: una guerra capitalista
WILHELM II Emperor of Germany, The Kaiser’s Memoirs
William Engdahl, A Century of War
Gian Paolo Pucciarelli, Il ruolo delle Banche Internazionali all’origine del primo conflitto mondiale
Mauro Likar, Oro Nero: La guerra per il petrolio
Lorenzo Centini, Ferrovia Berlino-Baghdad: Un caso di cooperazione eurasiatica?
Robert John, Le origini della dichiarazione Balfour
Samuel Landman, Great Britain, the Jews and Palestine
SIDNEY BRADSHAW FAY, The Origins of the World War
Emmanuel Malinsky, Léon De Poncins, La guerra occulta

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