lunedì 9 ottobre 2017

APPELLO AI FRATELLI IN CAMICIA NERA (PALMIRO TOGLIATTI 1936)


Agli operai e ai contadini,Ai soldati, ai marinai, agli avieri, ai militi,Agli ex-combattenti e ai volontari della guerra abissina,agli artigiani, ai piccoli industriali e ai piccoli esercenti, agli impiegati e ai tecnici,agli intellettuali,ai giovani,alle donne,a tutto il popolo italiano! Italiani! L’annuncio della fine della guerra d’Africa è stato da voi salutato con gioia, perché nel vostro cuore si è accesa la speranza di veder,finalmente, migliorare le vostre penose condizioni di esistenza.Ci fu ripetuto che i sacrifici della guerra erano necessari per assicurare il benessere al popolo italiano, per garantire il pane ed il lavoro a tutti i nostri lavoratori, per realizzare – come disse Mussolini – “quella più alta giustizia sociale che, dal tempo dei tempi, è l’anelito delle moltitudini di una lotta aspra e quotidiana con le più elementari necessità della vita”, per dare terra ai nostri contadini, per creare le condizioni della pace.Sono trascorsi parecchi mesi dalla fine della guerra d’Africa, e nessuna delle promesse che ci vennero fatte è stata ancora mantenuta.Anzi, le condizioni delle masse sono peggiorate con la fine della guerra africana; mentre si accresce di giorno in giorno per il nostro paese, la minaccia di esser trascinato in una guerra più grande, in una guerra mondiale.Perché le promesse che vengono fatte al popolo non si sono mai mantenute? Perché il nostro popolo non riesce a risollevarsi, e viene gettato nelle guerre a ripetizione che dovrebbero salvarlo dalla miseria e che aumentano, invece, sempre di più la sua miseria?
Italiani! La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l’Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all’affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti.Questo pugno di grandi capitalisti parassiti hanno fatto affari d’oro con la guerra abissina; ma adesso cacciano gli operai dalle fabbriche, vogliono far pagare al popolo italiano le spese della guerra e della colonizzazione, e minacciano di trascinarci in una guerra più grande.Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesseche per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute.L’Italia può dar da mangiare a tutti i suoi figli.
Italiani! Il nostro paese può dar da mangiare a tutti i suoi figli e non ha da temere, come una disgrazia, l’aumento della popolazione.Guardate, figli d’Italia, fratelli nostri, guardate i gioielli dell’industria torinese, le mille ciminiere di Milano e della Lombardia, i cantieri della Liguria e della Campania, le mille e mille fabbriche sparse nella Penisola, dalle quali escono macchineperfette e prodotti magnifici che nulla hanno da invidiare a quellifabbricati in altri paesi.Tutta questa ricchezza l’avete creata voi, operai italiani: l’ hacreata il vostro lavoro intelligente e tenace, accoppiato al genio dei nostri ingegneri e dei nostri tecnici. Guardate, figli d’Italia,le nostre campagne dove si è accumulato il lavoro secolare digenerazioni di contadini. Sì, il nostro è il paese del sole,dell’azzurro cielo e dei fiori; ma la nostra Italia è bellasoprattutto perché i nostri contadini l’ hanno abbellita con il lor olavoro.Queste opere le avete create voi, con il vostro lavoro, operai italiani, voi che avete fatto dare al nostro popolo il nomedi “popolo di costruttori”.Noi abbiamo ragione di inorgoglirci. Questa Italia bella, queste ricchezze sono il frutto del lavoro dei nostri operai, dei nostri braccianti, dei nostri ingegneri, dei nostri tecnici, dei nostri artisti, del genio della nostra gente.Ma questa ricchezza non appartiene a chi l’ ha creata.Essa è nelle mani di poche centinaia di famiglie, di grossi finanzieri e di capitalisti, di grandi proprietari fondiari, che sono i padroni effettivi di tutta la ricchezza del paese, che dominano l’economia del paese.Questo pugno di dominatori del paese sono i responsabili dellamiseria del popolo, delle crisi, della disoccupazione. Essi non sipreoccupano dei bisogni del popolo, ma dei loro profitti.A questa gente non importa che milioni di operai e di braccianti siano senza lavoro, che migliaia e migliaia di giovani vivano nell’ozio forzato, che la gioventù uscita dalle scuole non trovi una occupazione, mentre utilizzando tutta questa grande forza, oggi inoperosa, si potrebbero moltiplicare le ricchezze del paese.I pescicani capitalisti affamano il popolo, gettano sul lastrico gli operai, aumentano lo sfruttamento degli operai che lavorano e abbassano il loro salano, provocano la rovina dei contadini, dei piccoli industriali, dei piccoli commercianti, e degli artigiani; e quando il popolo è caduto nella miseria gli dicono che bisogna fare la guerra, che bisogna andare a farsi ammazzare per riempire le loro casseforti.I pescicani non vogliono pagare le conseguenze della crisi che essi hanno provocata, anzi, si fanno pagare da tutta la Nazione i miliardi necessari a colmare il passivo delle loro aziende!I pescicani impongono al popolo una spesa annua di sei miliardi dilire per la preparazione della guerra!E per tenere a freno il popolo affamato, per imporgli i più durisacrifici, i pescicani hanno bisogno di un forte apparato di polizia che costa al paese più di un miliardo all’anno.Quarantatre milioni di italiani lavorano e penano per arricchire un pugno di parassiti.Sono questi grandi magnati del capitale che impediscono l’unione del nostro popolo, mettendo fascisti e antifascisti gli uni contro glialtri, per sfruttarci tutti con maggiore libertà.Sono questi parassiti del lavoro nazionale e del genio italiano che hanno tolto ogni libertà al popolo, hanno imbavagliato i lavoratori,i tecnici, gli intellettuali, fascisti e non fascisti, per sfruttarli meglio ed asservirli; sono questi grandi razziatori della ricchezza del paese che hanno corrotto la nostra vita pubblica, arricchendo certi alti funzionari e gerarchi dello Stato e del Partito fascista,che ieri erano poveri ed oggi hanno ville, automobili e capitali investiti, – per farsene degli strumenti servizievoli; sono questi briganti che ci portano alla guerra, perché la guerra aumenta enormemente i loro profitti ed offre loro la possibilità di nuove ladrerie, di nuove ladrerie, grandi accumulazioni di ricchezze. Popolo Italiano! Unisciti per liberare l’Italia da queste canaglie che dispongono della vita di quarantatre milioni di italiani, che affamano il nostropaese, e lo portano alla rovina, alla guerra in permanenza; unisciti per far pagare ai pescicani le spese della guerra e della colonizzazione!
[..]
I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori […]Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma…FASCISTI DELLA VECCHIA GUARDIA! GIOVANI FASCISTI!Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi LAVORATORE FASCISTA, noi ti diamo la mano perchè con te volgiamo costruire l’Italia del lavoro e della pace, e ti diamo la mano perchè noi siamo, come te, figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamogli stessi interessi e gli stessi nemici, ti diamo la mano perchè l’ora che viviamo è grave, e se non ci uniamo subito saremotrascinati tutti nella rovina [.] ti diamo una mano perchè vogliamo farla finita con la fame e con l’oppressione. E’ l’ora di prendere il manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi, perchè ci restituiscano quanto ci hanno tolto[…]
Popolo Italiano!
Noi comunisti italiani combattiamo per rovesciare il dominio dei capitalisti nel nostro paese, per strappare dalle mani dei capitalisti che le monopolizzano le ricchezze del nostro paese erestituirle al popolo che le ha prodotte; noi combattiamo per fondarein Italia uno Stato in cui ogni cittadino abbia il diritto al lavoro e a ricevere una rimunerazione a seconda della quantità e qualità dellavoro fornito, per ogni cittadino abbia diritto al riposo pagato eda tutte le assicurazioni sociali e per la vecchiaia, a spese dello Stato; uno Stato in cui ogni cittadino abbia diritto alla istruzione gratuita, da quella elementare a quella superiore; uno Stato di lavoratori liberi in cui tutti i cittadini abbiano la più completa libertà politica, di pensiero, di organizzazione e di stampa, uno Stato che sia nelle mani dei lavoratori, governato dai lavoratori. In uno Stato simile la disoccupazione sarà distrutta per sempre, lecrisi saranno abolite, le ricchezze del paese saranno messe aprofitto di tutto il popolo.I nostri giovani, i nostri ingegneri, i nostri tecnici avranno largo campo di sviluppare le loro capacità; e tutti lavoreranno un minor numero di ore al giorno, migliorando le proprie condizioni materialie culturali.I contadini non peneranno più sulla terra che non è loro.La cultura che oggi è ristretta e compressa avrà uno sviluppo mai raggiunto nel nostro paese.Noi vogliamo fondare una Italia forte, libera e felice, come fortelibera e felice e la Unione dei Soviet, dove in questi giorni 170milioni di lavoratori discutono la nuova Costituzione, la Carta della libertà, lo Statuto di una società di lavoratori liberi. La vittoria del programma dei comunisti, in Italia, sarà la libertà assicurata dalla disciplina cosciente del popolo padrone dei propri destini,sarà il pane e il benessere e la cultura garantiti a tutta la popolazione lavoratrice, sarà la politica della pace e della fraternità tra i popoli, garantita dal popolo al potere.Noi comunisti difendiamo gli interessi di tutti gli strati popolari,gli interessi dell’intera Nazione.Perché la Nazione è il popolo, è il lavoro, è l’ingegno italiano,perché la Nazione italiana è la somma di tutte le sofferenze e le lotte secolari del nostro popolo per il benessere, per la pace, perla libertà, perché il Partito Comunista, lottando per la libertà delpopolo e per la sua elevazione materiale e culturale, contro il pugnodi parassiti che l’affamano e la opprimono, è il continuatore e l’erede delle tradizioni rivoluzionarie del Risorgimento nazionale,l’erede e il continuatore dell’opera di Garibaldi, di Mameli, di Pisacane, dei Cairoli, dei Bandiera, delle migliaia di Martiri ed Eroi che combatterono non solo per l’indipendenza nazionale dell’Italia, ma per conquistare al popolo il benessere materiale e la libertà politica. Nella lotta per questo grande ideale di giustizia e di libertà, diecine di comunisti sono caduti, e migliaia sono stati condannati in questi anni a delle pene mostruose. Centinaia di questi eroici combattenti per la causa del .popolo languono nelle prigioni e nelle isole di confino. Diecine, .tra di essi, sono nelle prigioni da dieci anni. Uomini come Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro, Gerolamo Li Causi, Giovanni Parodi, Battista Santhià,Adele Bei, e cento e cento altri, il fiore della classe operaia e del popolo italiano, i difensori eroici della cultura italiana e degli interessi del paese che essi amano di un amore che non ha l’eguale,ed al quale hanno dedicato la loro vita, – non hanno indietreggiato di fronte a nessun rischio per proclamare la necessità della riconciliazione del popolo italiano per fare l’Italia forte, libera efelice.Ma questo programma non potrà essere realizzato se non con la volontà del popolo. Oggi il popolo non vede ancora possibile la lotta pertale programma. Oggi il popolo vuole risolvere i problemi più urgenti ed attuali che lo angosciano, vuole risolvere i problemi più urgenti del pane, del lavoro, della pace e della libertà per tutti; enoi siamo col popolo, e facciamo appello alla sua unione e alla suariconciliazione perla conquista di queste rivendicazioni indilazionabili. Il programma fascista del 1919 non è stato realizzato!Popolo Italiano!Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo:Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma
[…]Niente di quanto fu promesso nel 1919 è stato mantenuto.I sindacati, sottratti alla libera direzione degli operai, sono ridotti alla funzione di impedire agli operai di far pressione sul padronato per difendere i diritti dei lavoratori. L’assemblea parlamentare è comandata dai pescicani e dai loro funzionari, e nessuna voce indipendente vi si leva a difesa degli interessi sacridel popolo. Voi rendete omaggio alla memoria di Filippo Corridoni. Mal’ideale per il quale Corridoni combatte tutta la vita fu quello di conquistare alla classe operaia il diritto di essere padrona del proprio destino. Il sindacalismo di Corridoni espresse la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori, e sognò la vittoria deglisfruttati, la loro redenzione dall’oppressione capitalistica.Fascisti della vecchia guardia!Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi ed a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919, e per ogni rivendicazione che esprima un interesse immediato, particolare o generale, dei lavoratori e del popolo italiano. Siamo disposti a lottare con chiunque voglia davvero battersi contro il pugno di parassiti che dissangua ed opprime la Nazione e contro quei gerarchi che li servono.Perché la nostra lotta sia coronata da successo dobbiamo volere lariconciliazione del popolo italiano ristabilendo la unità dellaNazione, per la salvezza della Nazione, superando la divisionecriminale creata nel nostro popolo da chi aveva interesse a spezzarnela fraternità.Dobbiamo unire la classe operaia e fare attorno a questa la unità del popolo e marciare uniti, come fratelli, per il pane, per il lavoro,per la terra, per la pace e per li libertà.Dobbiamo ristabilire la fiducia reciproca fra gli italiani; liquidarei rancori passati; smetterla con la pratica vergognosa dello spionaggio che aumenta la diffidenza, dobbiamo risuscitare il coraggio civile delle opinioni liberamente espresse: nessuno di noi vuol cospirare contro il proprio paese: noi vogliamo tutti difenderegli interessi del nostro paese che amiamo.Amnistia completa per tutti i figli del popolo che furono condannati per delitto d’opinione. Abolizione delle leggi contro la libertà e del Tribunale Speciale, che colpiscono i difensori del popolo, che difendono gli interessi dei nemici del popolo e dell’Italia . Diamoci la mano, figli della Nazione italiana! Diamoci la mano,fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, uomini di tutte le opinioni. Diamoci la mano e marciamo fianco a fianco per strappare il diritto di essere dei cittadini di un paese civile quale è il nostro. Soffriamo le stesse pene. Abbiamo la stessa ambizione: quella di fare l’Italia forte, libera e felice. Ogni sindacato, ogni Dopolavoro,ogni associazione diventi il centro della nostra unità ritrovata ed operante, della nostra volontà di spezzare la potenza del piccolo gruppo di parassiti capitalisti che ci affamano e ci opprimono. […]                Palmiro Togliatti     Partito Comunista d’Italia -1936

La rivista storica «Millenovecento» ricostruisce la lunga marcia strategica dei comunisti italiani verso una possibile riconciliazione

E nel ‘ 36 Togliatti guardava ai «fratelli in camicia nera»

L’ ANALISI 

Gramsci aveva capito che il regime poggiava su una base sociale

Che nel primo dopoguerra il Partito comunista intendesse dialogare con i cosiddetti «fascisti di sinistra», avviando un processo di riconciliazione con gli stessi giovani di Salò, non è certo una novità per gli storici di quel periodo. Nel ‘ 45 toccò a Giancarlo Pajetta, l’ intransigente «ragazzo rosso», scrivere su L’ Unità che era giunto il momento di «riconquistare alla patria quei giovani disorientati e delusi dal regime»; ancora più esplicito, Ugo Pecchioli parlò di «necessaria chiarificazione con i coetanei che avevano scelto la Rsi perché frastornati dalla propaganda»; lo stesso Ingrao affermava su Pattuglia, rivista della Fgci, di non ritenere più utile guardare al passato degli ex fascisti, essendo molto meglio «guardare all’ oggi». Se tutto ciò è abbastanza noto, molto meno palese è il processo che ha portato i comunisti italiani alle aperture del dopoguerra: non furono, infatti, svolte improvvise ma frutto di una riflessione strategica che risale a Gramsci e a Togliatti. È merito del mensile di storia contemporanea Millenovecento (terzo numero) avere ricostruito, in un saggio di Alessandro Marucci, la «lunga marcia» del Pci verso la riconciliazione con il popolo in camicia nera, anche perché dalla ricostruzione affiorano gli obiettivi reali della strategia. L’ Internazionale aveva definito il fascismo «reazione capitalista», ma già al Congresso di Lione del ‘ 26, Gramsci vi aveva intravisto una «base sociale» che si andava dilatando grazie a ceti di recente formazione, come la nuova borghesia agraria e la piccola borghesia urbana. Riflessione decisiva, che Togliatti avrebbe sviluppato nelle famose Lezioni sul fascismo (Mosca 1935), in parte volte a capire la «fabbrica del consenso fascista» e il coinvolgimento delle masse nella vita del regime (bisogna arrivare a De Felice perché qualcuno ristudi a fondo quei meccanismi). Il fascismo, insomma, era per Togliatti «un regime reazionario di massa»: parola chiave, quest’ ultima, di ogni strategia comunista. Se di masse si trattava, ancorché fasciste, un’ iniziativa politica nei loro confronti era inderogabile. Ecco allora puntuale, su Lo Stato operaio, un editoriale intitolato «Largo ai giovani» (slogan fascista), dove i comunisti salutavano nei giovani littori un certo «anticapitalismo, per quanto vago e contraddittorio», segno di una nuova coscienza che andava maturando nella società italiana. Un mese dopo, nell’ agosto 1936, sullo stesso foglio Togliatti lanciava esplicitamente un appello ai «fratelli in camicia nera», intitolato «Per la salvezza dell’ Italia riconciliazione del popolo italiano!». La svolta del Pci non avveniva, dunque, di fronte a un regime in crisi ma durante la guerra d’ Etiopia, negli anni del massimo consenso: Togliatti si rivolgeva anche ai lavoratori cattolici e a tutte le forze liberali e democratiche, richiamandosi al Risorgimento e trasferendo il mito nazionale nel corpus ideologico del partito. Pochi anni dopo, da Radio Milano Libertà si rivolgeva ai «fascisti in buone fede», ai quali chiedeva di impegnarsi per un’ azione comune che avrebbe risparmiato al Paese la distruzione. Come sarebbe apparso ancora più evidente dopo la guerra nel dialogo con i «fascisti di sinistra» e gli ex repubblichini, il discorso ruotava attorno alle idee di patria e di nazione, ben lungi dalla tradizione leninista. Ma proprio qui sta la chiave per capire lo scopo della nuova strategia. Assumendo la difesa aperta dei valori patriottici, Togliatti mirava a trasformare il vecchio partito d’ avanguardia, internazionalista, classista e tutto sommato elitario, in un partito di massa, capace di ricongiungersi alla specifica tradizione nazionale, recuperando le masse fasciste e immaginando alleanze sempre più ampie. Detto e fatto. Cinismo del «Migliore» o lungimiranza? Forse una miscela di entrambi, dove comunque l’ ingegneria strategica liquida l’ intransigenza. Forse per sempre.
Medail Cesare

martedì 26 settembre 2017

LA GRANDE MASCALZONATA

di Filippo Giannini 
Dopo le riprovevoli e ripetute rappresentazioni su tutti i “mass-media” avvenute in occasione della ricorrenza della “Giornata della Memoria” del 27 gennaio, leggo su
“Il Messaggero” del giorno successivo:
“Nasce il museo dello Shoah nel cuore di Villa Torlonia”.
E’noto che Villa Torlonia fu, per un certo periodo, la residenza di Benito Mussolini, con questa iniziativa si vuole rafforzare la tesi della responsabilità del Duce nelle malefatte – reali, supposte o false che siano – di Hitler. 
Il 25 aprile 1945 Luigi Longo, uno dei massimi esponenti del Pci e quindi del CLNAI (Comitato Italiano Liberazione Alta Italia), nell’impartire disposizioni per l’esecuzione
della condanna a morte del Duce, ordinò:

storiche>
.
A distanza di oltre sessant’anni ancora si parla di questo argomento. Perché?
    Per avere una visione più chiara della infinita serie di mascalzonate che vengono      
    quotidianamente scaricate” su quell’uomo, è necessario partire dal “Trattato di Pace”
del febbraio 1947 (indicarlo come “iniquo  è riduttivo) ricordiamo quanto recita l’articolo 17 (Sezione I – Clausole Generali):

territorio italiano, la rinascita di simili organizzazioni>.
E i“politici” italiani che si sono succeduti dal 1945 ad oggi, si sono piegati
vergognosamente a questo diktat,  inventando, manipolizando e storpiando la storia, non curandosiminimamente, per giungere allo scopo prefisso, di infangare la memoria di un morto che operò in modo completamente difforme dalle accuse di cui è stato fatto carico.
Una qualsiasi persona di media intelligenza si dovrebbe chiedere:
“cosa può interessare ad una grande democrazia (sic), come quella americana se ci sia o meno un movimento fascista in Italia?”
 La risposta la dette proprio Mussolini in una delle sue ultime interviste:
 “Le nostre idee hanno spaventato il mondo”; per “il mondo", intendeva quello del grande capitale, la plutocrazia, l’imperialismo liberista. 
E allora, ecco la necessità delle grandi menzogne, delle mascalzonate.
“L’operazione demonizzazione del fascismo”
è sviluppato su diversi tentacoli; leggiamo, sempre su “IlMessaggero”, stessa data, pag, 41: A scuola. Lezioni, mostre e percorsi virtuali nei campo di
sterminio>
. In pratica dei nostri ragazzi “il sistema” ne fa degli automi, il cui carburante è la menzogna. E allora facciamo un po’ di storia, quella documentata e documentabile.
Per costruire il mostro (e i mostri) si è costruita un’accusa che riteniamo la più infamante e la più menzognera: l’essere stato Mussolini un vessatore e il responsabile della consegna degli ebrei ai tedeschi. I detrattori, per rendere l’accusa più plausibile hanno coniato il sostantivo “nazifascista”, termine dispregiativo tendente ad accomunare in un’unica responsabilità fascismo e nazismo sulle atrocità commesse da quest’ultimo, sempre che queste non siano frutto di una enorme montatura, come molti studiosi sostengono.
Le diversità dottrinali fra fascismo e nazionalsocialismo sono evidenziate da diversi studiosi e, tra questi, citiamo un’osservazione di Renzo De Felice ( “Intervista sul Fascismo” , pag. 88):
  
vergenza che di convergenza, più differenze che somiglianze>
Infatti, e lo dobbiamo ricordare, anche se l’ebraismo internazionale si
era schierato contro il Fascismo, sia nella guerra civile di Spagna che nel
decretare le sanzioni, per continuare poi negli anni successivi. Mussolini impose per il problema ebraico leleggi razziali (certamente odiose e inique), ma con l’ordine
“discriminare, non perseguire”
 Stabilito ciò, e stabilito che il fascismo fece propria la dottrina razziale più perpportun  po itica – evitare una di
formità così stridente all’interno dell’Asse – che
per interna necessità della sua ideo
logia e della sua vita politica>
(ibidem, pag. 102).
Trattare l’argomento
“fascismo – ebrei”
è stato (e lo vediamo, lo è ancora) un cozzare contro un muro
eretto dall’antifascismo internazionale, muro costruito
e cementato da falsità che con la Storia non hanno
nulla a che vedere. Vediamo, allora, di cercare un varc
o che possa dipanare le nebbie artatamente montate e
avvicinarci a qualche
sprazzo di verità.
Un attento studioso dell’
”Olocausto ebraico”
(specifichiamo
“ebraico”
, perché di
“Olocausti”
se ne
dovrebbero ricordare ben altri, dei quali i
“nazifascisti”
o non ne erano responsabili o, addirittura, ne furono
le vittime), Mondekay Poldiel, scrive:

ella politica, quella militare e
quella civile, si diedero da fare in ogni modo per di
fendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi
rimanessero lettera morta>
. Per i
“duri d’orecchi”
Poldiel scrive che TUTTI (anche i fascisti, come sarà
rimarcato anche più avanti) non solo non
“perseguirono”
, ma neanche
“discriminarono”
, questo almeno
fino a quando... ma andiamo con ordine.
Per dimostrare quanto fosse lontana dal pensiero mussoliniano la
“questione ebraica”
è da ricordare che
nel 1934, in occasione dell’incontro
con Weizmann , Mussolini concesse tremila visti a tecnici e scienziati
ebrei che desideravano stabilirsi in Italia. Nel 1939 (atte
nzione alla data) vennero
aperte le aziende di
addestramento agricolo, le
“haksharoth”
(tecniche poi trasferite in Israele) che entrarono in funzione ad
Airuno (Como), Alano (Belluno), Orciano e Cevoli (Pi
sa). Così, sempre in quegli anni, nei locali della
Capitaneria di Porto, la scuola marinara di Civita
vecchia ospitava una cinquantina di allievi che poi
diverranno i futuri ufficiali della
marina da guerra israeliana.
Tutto ciò – e tanto altro ancora – può essere un
sufficiente esempio per illustrare il criterio delle
applicazioni delle
“Leggi Razziali”
in Italia.
Quanto sin qui scritto è solo l’inizio della lunga
storia che riguarda i rapporti fra fascismo e gli ebrei. La
documentazione più completa è contenuta nel mio libro
di prossima pubblicazione, ma desidero porre alcune
domande ai detrattori, ai dispensatori di ingiurie
maramaldesche scagliate un po’ per ignoranza e molto per
un bieco, ignobile, servile tornaconto contro un uomo che tutto il mondo ci invidiava:
1)
perché non spiegate alle scolaresche e ai telespetta
tori cos’era la DELASEM? Da chi fu autorizzata?
Che funzioni svolgeva? E, sopr
attutto, in quali anni operò?
2)
Perché gli ebrei tedeschi, austriaci e quelli che vi
vevano nei Paesi occupati da
lle truppe germaniche si
rifugiavano nell’Italia fascista? Eppure, sapete bene
che nell’Italia fascista vigevano le leggi razziali?
3)
Perché quegli stessi ebrei non chiedevano asilo ai
“Paesi democratici”
o, meglio ancora, nel
“paradiso sovietico”.
4)
Perché non ricordate quanto hanno scritto su questo ar
gomento storici ebrei come Mondekay Poldiel,
Rosa Paini, George L. Mosse, Menachem Shelah, Emil Ludwig? E questo è solo un frammento di
quanto c’è da raccontare e da scrivere, solo se si anelasse alla verità.
5)
Perché non parlare sempre di pe
rsonalità ebraiche come Ludwig Gumplowicz, Cesare Goldman,
Duilio Sinigaglia, Aldo Finzi, Dante Almasi, Guido
Jung, Margherita Malfa
tti e mille altri ancora?
6)
Perché non ricordare gli ordini che dette Mussolini al
generale Robotti dopo la
visita di Ribbentrop?
7)
Perché non far presente quando e in quale occasione i
tedeschi misero le mani su tanti infelici sino a
quel giorno al sicuro dietro ad uno
“scudo protettore”
?
8)
Quindi, e di conseguenza, sarebbe fuori luogo asser
ire che gli ebrei furono consegnati alle camere a
gas (sempre che siano esistite realmente) dal primo governo antifascista?
9)
Sì, perché, perché. Perché?
10)
Ma un altro perché, e non è male ricordarlo, è dove
roso porlo, anche se è drammatico e frustrante.
Perché i discendenti del Duce (a parte Donna Rachel
e) mai nessuno si erse, o si erge a difenderne la
memoria? Eppure le possibilità non eran
o, e non sono ancora mancate.
E allora: maestri, genitori, per contrastare almeno
parzialmente questi vili attacchi, cercate la verità e
parlatene con i vostri scolari, i vostri studenti, i vostri figli.
“Quell’uomo”
non merita davvero quanto questo infido sist
ema, per sopravvivere a sé stesso, opera per
infangarne la memoria.
P.S. Dato che intendo andare avanti su questa strada
, saputa la persecuzione cui sono stati oggetto David
Irving, René-Louis Berclaz, Ernst Zündel e a
ltri, prendo a spunto una frase che avrebbe detto
“qualcuno”
a la faccio mia: <

Il Real Esercito delle Due Sicilie tra il 1830 ed il 1861



Il Real Esercito delle Due Sicilie tra il 1830 ed il 1861

Di Ilario Simonetta

Tra i primi provvedimenti adottati da Ferdinando II salito al trono l’8 novembre 1830 a soli venti anni, ci fu quello della ristrutturazione dell’Esercito che negli ultimi tempi aveva subito un processo involutivo veramente preoccupante.

Il giovane Sovrano agì con estrema decisione e severità e non esitò, con un ordine del giorno, a chiedere le dimissioni di un gran numero di ufficiali inetti ed incapaci, richiamando in servizio, reintegrandoli nel grado e nelle funzioni, gran parte di coloro che si erano compromessi nei moti del 1820. Riammise in servizio, destando grande scalpore, anche il Tenente Generale Carlo Filangieri, convinto, a ragione, che solo un Esercito ben addestrato, con soldati disciplinati e motivati avrebbe potuto sostenere con lealtà e fedeltà il Trono e difendere l’autonomia e l’integrità dello Stato.
Alla riforma dell’Esercito Ferdinando si dedicò con vera passione. Visitava ed ispezionava sovente le caserme, si tratteneva affabilmente con i militari dei vari gradi dei quali conosceva tutti i nomi. In breve tempo questi militari impararono a stimare ed amare il loro giovane Sovrano. Nel giro di 10 anni il rinnovamento dell’Esercito era praticamente concluso, con reparti disciplinati e fedeli alla Corona, ben addestrati, ben armati ed equipaggiati, degni insomma del più grande Stato Indipendente della Penisola, che godeva di grande prestigio in campo Europeo, nonostante i malevoli pareri di tanti storici di parte. I progressi furono evidenti. È appena il caso di accennare che nel 1842, sorse primo in Italia, l’Opificio Meccanico e Pirotecnico, fu istituito l’Ufficio Telegrafico, nacquero nuovi reparti e specialità, quali il genio idraulico e terrestre, l’artiglieria costiera, i lancieri (specialità della Cavalleria), ed il superbo Corpo dei Cacciatori, i bersaglieri napoletani.
Il reclutamento e l’alimentazione dei Reparti
Il reclutamento obbligatorio fu introdotto nel 1810, sottoposto a revisione nel 1833 ed integrato con ulteriori provvedimenti nel 1837. Si stabilì che i Corpi del Real Esercito si reclutassero mediante la leva, l’arruolamento volontario e il prolungamento del servizio. Tutti i sudditi in età compresa tra i 18 ed i 25 anni erano soggetti all’obbligo del servizio militare, mediante estrazione a sorte nella misura di un prescelto ogni mille. Erano esclusi dalla leva di terra i distretti marittimi e le isole di Ponza e Ischia, destinati a fornire il contingente per la Real Armata di Mare. Per antico privilegio, i sudditi siciliani non erano soggetti agli obblighi di leva. Comunque, circa 12.000 siciliani servivano nell’Esercito in qualità di volontari. La durata del servizio militare era di 10 anni, di cui 5 in servizio attivo ed altri 5 in congedo illimitato nella riserva. Per la Cavalleria, il Genio, l’Artiglieria e la Gendarmeria, la ferma era di 8 anni, tutti di servizio attivo. L’arruolamento volontario e il prolungamento della ferma assorbiva un gran numero di aspiranti, tanto che la richiesta di coscritti era molto ridotta. Infatti, contro un gettito di circa 50.000 reclute, il contingente di leva non era superiore alle 12.000 unità.
La Nunziatella
La formazione degli Ufficiali era affidata al Real Collegio Militare con sede nel monastero dell’Annunziatella a Pizzofalcone. L’Istituto fu fondato nel 1786 da Ferdinando IV ed era orientato essenzialmente alla formazione degli Ufficiali di Artiglieria e del Genio. Gli allievi ammessa in età dai 10 ai 12 anni, per legge dovevano essere figli di Ufficiali Superiori, Capitani inclusi o appartenenti alla nobiltà. Successivamente furono ammessi anche i figli degli Ufficiali subalterni e appartenenti alla borghesia. L’allievo doveva corrispondere una retta annuale di 180 Ducati, pari a circa 1350 €, più 100 Ducati il 1° anno, per il corredo. Il numero di allievi era di 170 effettivi, divisi in quattro compagnie ed inquadrati da Ufficiali, Sottufficiali e da allievi scelti dei corsi superiori. I corsi avevano una durata di 8 anni, al termine dei quali, gli allievi sostenevano un esame di idoneità. Veniva quindi stilata una graduatoria e gli allievi migliori erano assegnati all’Artiglieria e al Genio, mentre gli altri venivano assegnati alle altre Armi. Chi non superava l’esame, transitava nei vari reparti in qualità di Sottufficiale, o veniva congedato. Gli insegnanti, militari e civili, erano di prim’ordine.
La ristrutturazione degli organici.
Con il Real Decreto del 21 giugno 1833, furono apportate importanti modifiche agli organici e, negli anni successivi furono costituiti tre nuovi reggimenti di Fanteria di linea , quali:
– il 13° Lucania, nel 1840; – il 14° Sannio ed il 15° Messapia, entrambi nell’agosto del 1859. (lastrina con organico tipo del Rgt. di Fanteria e le denominazioni dei vari reggimenti). Superbi, nelle loro uniformi erano i reparti di Cavalleria inquadrati in 7 Reggimenti: due di Ussari, due di Lancieri e tre di Dragoni (lastrina con organico del Rgt. di Cavalleria ), più un quarto Reggimento in tempo di guerra. A livello di eccellenza erano i reparti di Artiglieria e Genio e le loro specialità. Nell’organico dell’Esercito non va dimenticato il Reggimento Real Marina, antesignano dei moderni Marines e che fu il primo in Italia. Infatti, un reparto omologo verrà creato dall’Esercito Italiano solo nel 1861. Il Reggimento Real Marina fu protagonista nel 1848 di un’operazione anfibia tesa a riconquistare la Sicilia a cominciare da Messina, ove un presidio Borbonico resisteva eroicamente da tempo all’assedio operato dai rivoltosi siciliani. Con un’operazione di sbarco molto ardita, i fanti di mare costituirono una testa di ponte sulle spiagge sotto un intenso fuoco avversario, consentendo alle truppe del Gen. Filangieri di organizzare la riconquista dell’Isola. Dell’Esercito facevano parte anche 4 Reggimenti Svizzeri, chiamati dai napoletani “Titò”, che dal 1825 presero il posto degli Austriaci. Erano truppe fedelissime e nelle quali Ferdinando II poneva la più completa fiducia. Il trattamento loro riservato era migliore di quello dei soldati napoletani. Erano indubbiamente dei privilegiati, ma costituivano un sicuro e solido puntello. I fatti tragici delle giornate del 1848 a Napoli, in Sicilia, in Calabria, confermarono l’assoluta fedeltà di queste truppe alla Corona. Successivamente, questo feeling si interruppe improvvisamente e sanguinosamente nel 1859, subito dopo la morte di Ferdinando II, in seguito all’ammutinamento del 1°; 2° e 3° Reggimento. La causa scatenante che determinò la rivolta e che causò decine di morti e centinaia di feriti, fu apparentemente causato dai nuovi accordi tra i Cantoni di arruolamento e la Corona Napoletana. Si stabiliva, infatti, che nelle bandiere dei reparti Svizzeri non dovevano più essere apposti gli emblemi dei Cantoni di reclutamento. Ma ai tragici accadimenti non furono estranee le oscure manovre di agenti sabaudi, tendenti a minare le basi dei nuclei più compatti dell’organizzazione militare borbonica. La prova evidente di tali sospetti sta nel fatto che nelle tasche degli svizzeri morti e feriti furono trovate un consistente numero di monete d’oro. La rivolta fu stroncata dall’intervento dei reparti Napoletani e dal 4° Reggimento svizzero estraneo ai fatti. I reparti ammutinatisi furono sciolti e sostituiti con altre unità composte da militari esteri, specie bavaresi, e gli elementi rimasti fedeli provenienti dai disciolti reggimenti elvetici. Furono quindi creati tre Battaglioni di Cacciatori Bersaglieri Esteri, più un quarto di Veterani.
Trattamento economico
Le paghe dei militari napoletani, anche se inferiori a quelle dei loro colleghi svizzeri erano comunque superiori a quelle percepite dai pari grado dell’Armata Sarda. Ad esempio, un Colonnello dell’Esercito Borbonico, percepiva una paga superiore del 7,9% rispetto a quella di un pari grado piemontese. Nel grado di Tenente, lo scarto era del 2%. Le paghe degli Ufficiali, comprensive delle varie indennità erano le seguenti: – Colonnello: ducati 1524 pari a € 13.830; – Ten. Col.: ducati 1056 pari a € 9.577; – Maggiore: ducati 900 pari a € 8.162; – Capitano: ducati 600 pari a € 5.442; – Tenente: ducati 372 pari a € 3.380. Sullo stipendio base gravava una ritenuta del 2% che concorreva a formare il fondo pensioni. I Sottufficiali delle Due Sicilie percepivano uno stipendio superiore del 20% rispetto ai pari grado dell’Armata Sarda. Nel grado di caporale, il divario era del 14%, mentre le paghe dei soldati dei due eserciti si equivalevano. È da notare inoltre, che il valore della moneta era, nelle Due Sicilie , più elevato che nel Piemonte e che il sistema dei prezzi era abbastanza stabile, specie per i generi di più largo consumo. Oggi queste paghe che possono apparire modeste, si rapportavano ad un costo della vita assai contenuto e si possono considerare adeguate al contesto socio-economico del Regno. Sul piano economico quindi, lo status di militare, offriva un tenore di vita soddisfacente e ciò spiega, almeno in parte, l’esistenza di un gran numero di volontari e raffermati.
Aspetti della vita quotidiana.
Il vitto, veniva distribuito una volta al giorno alle 9.30 del mattino. La qualità era buona e le razioni, generose, comprendevano sempre, pasta in brodo e al sugo di carne. La carne (240 grammi) veniva sostituita il venerdì dal baccalà. Il pane era distribuito ogni due giorni in ragione di 650 grammi al giorno. Per il pasto serale i militari dovevano provvedere in proprio. Il rancio veniva consumato in camerata utilizzando appositi tavoli a quattro posti e veniva portato in loco dal personale delle cucine che, dopo mezz’ora, provvedevano a ritirare le stoviglie. Gli Ufficiali e i Sottufficiali consumavano il pasto unico nella giornata presso le rispettive mense. L’eventuale pasto serale era a pagamento. Il vitto degli Ufficiali e dei Sottufficiali era più vario nell’assortimento e, in genere, comprendeva una minestra, due piatti di carne, due di verdure, dessert, pane, formaggio, frutta e vino. Le condizioni igieniche collettive ed individuali venivano controllate con continue ispezioni e controlli tendenti ad accertare il rispetto delle più elementari norme d’igiene imposte dalla vita in collettività. Nei mesi estivi, i soldati dovevano effettuare i cosiddetti bagni di pulizia che, per i più ritrosi e pudici potevano ridursi al solo lavaggio delle estremità inferiori. Ogni giovedì della settimana, venivano controllati il taglio dei capelli, la pulizia del collo, delle orecchie e dei piedi. Tali ispezioni erano ripetute anche durante le marce. Ogni settimana c’era il cambio della biancheria personale. Il militare versava al caporale di servizio gli effetti sporchi da inviare in lavanderia, che venivano restituiti il sabato successivo. Ogni anno erano previste le visite sanitarie generali a cura del 1° Chirurgo del Reggimento che disponeva d’autorità i ricoveri del caso. Ogni mattina, alla sveglia, il caporale di settimana al grido di “Chi è malato?” chiamava coloro che intendevano chiedere visita medica, i quali venivano poi avviati all’infermeria del Reggimento o all’Ospedale. Nelle caserme le camerate erano spaziose, riscaldate e ispezionate con frequenza. Due piantoni detti “quartiglieri”, designati giornalmente e agli ordini di un caporale di quartiere, provvedevano alla sorveglianza dei locali. I soldati dormivano su un pagliericcio riempito di paglia lunga che veniva cambiata ogni 3 mesi. Il pagliericcio era posto su una lettiera formata da due supporti in ferro che sostenevano tre tavole di legno per il fondo. Erano previste le lenzuola e, dal 15 ottobre al 15 aprile, una coperta di lana. Il posto letto era completato da una mensola di legno detta “cappellinaio”, dove il soldato sistemava gli effetti di equipaggiamento lasciando ben visibile la targhetta riportante il nome e il numero di matricola. La giornata iniziava alla sveglia che, a seconda della stagione, variava da mezz’ora prima dell’alba, all’alba. Dopo mezz’ora dalla sveglia c’era la visita medica e quindi le varie istruzioni fino alle 09.30, ora di distribuzione del rancio. Alle ore 13 d’inverno e alle 15 d’estate, i militari si recavano in libera uscita per poi rientrare in caserma mezz’ora prima del tramonto. La giornata si chiudeva due ore e mezzo dopo la ritirata con il silenzio. L’addestramento era meticoloso e quotidiano, tranne il sabato, i giorni festivi ed in quelli particolarmente caldi o freddi, ovvero con pioggia molto forte. Nei mesi estivi, i soldati venivano istruiti anche al nuoto. Due volte alla settimana avevano luogo i “Campi di Brigata” con affardellamento completo. Il venerdì alle 13, le truppe si recavano al Campo di Marte, dove il Re in persona dopo aver passato in rivista i reparti, assumeva la direzione delle esercitazioni. Al termine, il Re non mancava di premiare i reparti che si erano particolarmente distinti. Non di rado, le truppe stanche e sudate erano trattenute per la recita delle preghiere serali.
Uniformi e armamento
Le riforme apportate da Ferdinando II a partire dal 1830, modificarono l’aspetto del soldato Napoletano. Le nuove uniformi si rifacevano allo stile francese e tale influenza rimase evidente fino alla caduta del Regno. Anche i distintivi di grado che rimasero in vigore fino al 1861, si rifacevano al modello francese. Dal 1841 gli Ufficiali adottarono la goliera in metallo quale distintivo di servizio, in luogo della settecentesca sciarpa bianca e rossa, che rimase in uso solo per i Generali. Sempre in quegli anni venivano fissati i colori per le uniformi e cioè: divisa blu scuro per tutti i corpi ad eccezione dei Cacciatori per i quali era di colore verde e degli svizzeri che indossavano una giacca scarlatta. I pantaloni erano rosso scuro per la gran tenuta della Fanteria della Guardia Reale e di quella di Linea, celeste per gli svizzeri, blu scuro per il Genio e l’Artiglieria ed infine grigi per i Cacciatori. I pantaloni estivi erano per tutti di colore bianco. Le ghette erano di panno nero d’inverno e di tela bianca in estate. L’abito a falde detto “giamberga” era comune a quasi tutti i corpi, era ad un solo petto chiuso da nove bottoni. Le falde per le uniformi della Cavalleria erano, per motivi pratici, molto ridotte. Le uniformi per la Cavalleria non si discostavano molto da quelle francesi, costituite da un abito a due petti con pettorina per i lancieri, mentre gli Ussari della Guardia Reale indossavano un “dolmann” blu chiaro (in napoletano “dolmanda”)con cordelline bianche. I Cacciatori a piedi e i Tiragliatori della Guardia Reale, indossavano un corto giubbetto di panno verde senza falde. I Reggimenti dei Granatieri, Cacciatori e Guardie del Corpo, aggiungevano sulla bottoniera del petto nove “brandeburghi” di lana bianca, che erano gialli per la truppa e di filato d’argento e d’oro per gli Ufficiali. Per la maggior parte dei reparti, il copricapo adottato era lo shakot in feltro nero con visiera e guarnizioni in cuoio nero, filettature laterali in oro ed argento per gli Ufficiali, rosse per la truppa. Nella parte frontale compariva un fregio in ottone indicante la specialità o il reggimento di appartenenza. Per la Cavalleria erano adottati elmi per i Dragoni, Guardie del Corpo e Carabinieri. I Lancieri usavano la Czapka, mentre gli Ussari e i Cacciatori lo Shakot. Alcuni reparti, in occasione di eventi particolari, usavano con la gran tenuta un colbacco nero di pelo d’orso. In inverno e con il cattivo tempo, veniva indossato un cappotto di panno grigio-azzurrognolo o blu, a seconda dei corpi, mentre per la Cavalleria era di panno bianco con un’ampia mantellina detta “ pellegrina”. Il copricapo, in caso di pioggia era ricoperto da una fodera di tela cerata nera sulla quale era dipinto il fregio dell’unità.
Equipaggiamento
L’equipaggiamento individuale era costituito da uno zaino detto “mucciglia”, dalle buffetterie e da una bandoliera con giberna. Tutto il materiale era in cuoio. Lo zaino conteneva l’insieme dei capi di vestiario e del corredo. Sulla parte superiore trovava posto una fodera con anima circolare per avvolgere il cappotto e altri capi di corredo che non entravano nello zaino. Il tutto era assicurato allo zaino con apposite cinghie passanti in cuoio. Le buffetterie comprendevano una tracolla in cuoio bianco per sostenere al fianco la sciabola o la baionetta, nonché una bandoliera con giberna per la custodia delle cartucce e l’occorrente per la pulizia delle armi. Facevano infine parte dell’equipaggiamento un tascapane in tela e una borraccia di forma lenticolare in vetro soffiato ricoperta di spesso cuoio.
Armamento
Le armi erano prodotte esclusivamente dalle industrie del Regno con materiali provenienti in massima parte dalle miniere di Pazzano e di Stilo in Provincia di Catanzaro e, in minore quantità dall’Isola d’Elba. È il caso di sottolineare, che il ferro calabrese era giudicato il migliore, dopo quello svedese. Il Real Stabilimento di Mongiana, con un’area coperta di circa 16.000 m2 e con una manodopera di 600 unità era la ferriera più importante del Regno. Questo opificio, produceva la quasi totalità del ferro e dell’acciaio che veniva poi lavorato dalle Industrie di Stato. Molti erano gli opifici per la costruzione di armi bianche, da fuoco portatili, di artiglierie, affusti, carriaggi e materiali da ponte. Le armi bianche e quelle da fuoco individuali, tutte di ottima fattura, erano prodotte presso la fabbrica di armi di Torre Annunziata e assemblate presso la Montatura d’Armi di Napoli. In un anno, venivano prodotte 11.000 armi da fuoco e 3.000 armi bianche. Presso l’Arsenale di Napoli si costruivano gli affusti per le artiglierie, carriaggi e materiali da ponte. Per quanto riguarda questi ultimi materiali, notevole era un parco ponti che, con solo 60 barche di un modello particolare, consentiva l’allestimento di un ponte che avrebbe permesso il superamento del fiume Po in qualsiasi punto. Altri arsenali minori erano attivi a Palermo e Messina, mentre a Capua era dislocato un opificio pirotecnico. Presso Castel Nuovo, a Napoli, la Reale Fonderia produceva bocche da fuoco in bronzo. Essa, a partire dal 1835, fu sottoposta a continui ammodernamenti, con la messa in funzione di forni Wilkinson e, nel 1841 furono attivati altri forni e macchinari che consentivano la costruzione di cannoni in ferro. Sempre nel 1841, iniziò l’attività l’Opificio Meccanico di Pietrarsa, per la produzione di materiale per l’Artiglieria e il Genio nonché di rotaie ferroviarie. L’Opificio contava ben 1050 addetti ed una superficie coperta di 34.000 m2. La produzione degli esplosivi avveniva presso la Real Fabbrica di Polveri di Torre Annunziata che vantava una tradizione plurisecolare, essendo nata nel 1652. Dal 1854 venne costituito un nuovo stabilimento a Scafati. Le polveri venivano quindi stoccate nella polveriera centrale di Baia e in quelle di Napoli, Capri, Capua, Gaeta, Palermo, Messina e Siracusa. Le armi bianche in uso derivavano dal modello 1820; ammodernate a partire dal 1830, restarono invariate sino al 1861. I Generali avevano in dotazione delle scimitarre di stile orientale e di pregevole fattura introdotte nel periodo Murattiano. I reparti a cavallo adottarono le sciabole a lama dritta di derivazione francese, ad eccezione degli Ussari della Guardia del Corpo che mantennero la sciabola modello 1796 inglese. I Lancieri oltre alla lancia, erano armati di una sciabola con lama leggermente curva, mentre le truppe appiedate erano equipaggiate con il tradizionale briquet a lama larga con fornimenti in ottone e fodero in pelle nera. Particolari erano le daghe dei Guastatori con l’impugnatura forgiata a testa di leone e lama a sega, mentre sontuose ed elaboratissime erano le sciabole da parata dei “Tamburi maggiori”. Negli anni ’50, con l’introduzione delle prime carabine che sostituirono in alcuni Corpi i lunghi fucili, furono distribuite le caratteristiche sciabole-baionetta. Le armi da fuoco portatili, subirono un processo di ammodernamento che iniziato nella metà degli anni ’30, durò circa un decennio. Si passò dalle armi con sistema di accensione a pietra focaia, a quelle con accensione a luminello con capsule a fulminante. La trasformazione interessò anche la rigatura delle canne, a tutto vantaggio della gittata e della precisione del tiro (lastrina con fucili). Alcuni Corpi, come la Cavalleria, continuarono ad avere carabine a pietra focaia, forse in considerazione della scarsa possibilità di utilizzo delle armi da fuoco in battaglia. Molti reparti a cavallo, erano armate con una coppia di pistole da cavalleria. Per quanto attiene alle artiglierie, a partire dal 1835, sotto l’impulso del Gen. Filangieri, Direttore dei Corpi Facoltativi, l’Esercito Borbonico dette inizio ad un vasto programma di rinnovamento dei materiali di Artiglieria. Furono effettuati studi sul sistema Francese del 1827 e su quello Piemontese del 1830. La riforma Napoletana optò per un sistema simile a quello francese, ma con profonde modifiche e innovazioni razionali dovute al Ten. Col. Landi, allora Direttore dell’Arsenale di Napoli. A seconda dell’impiego le Artiglierie erano suddivise in: – Artiglieria da Campagna, con Batterie da posizione e da battaglia; – Artiglieria da Montagna. Questo tipo di Artiglieria armò anche le batterie per le Operazioni anfibie; – Artiglierie da assedio o da Piazza. Era dotata di cannoni da 12 libbre (122 mm) lunghi. – Artiglieria per la difesa da Costa. Impiegava cannoni da 12 libbre e obici da 80 e 30 libbre per il lancio di granate. Anche nell’Artiglieria Napoletana furono attivati studi per il perfezionamento delle bocche da fuoco, nonché per l’applicazione della rigatura. Nel 1859/’60, nell’Arsenale di Napoli, si costruirono cannoni rigati in bronzo utilizzando macchinari ideati dal Colonnello Afan De Rivera. Artiglierie di questo tipo vennero impiegate nella difesa della Piazzaforte di Gaeta e, dopo la caduta del Regno, alcune di esse furono cedute allo Stato Pontificio.
Conclusioni
Il Real Esercito delle Due Sicilie fu un organismo militare che non ebbe nulla da invidiare a tanti altri. Come altri, visse eventi ora propizi, ora contrari, nelle alte sfere ebbe ottimi Generali, ma anche personaggi mediocri sia sul piano professionale che su quello della dignità personale. Cito per tutti il caso clamoroso del Generale Pianell, Ministro della Guerra di Re Francesco II, che all’avvicinarsi delle bande garibaldine, il 2 settembre 1860, rassegnò le dimissioni nelle mani del giovane Sovrano, mostrandosi qualche tempo dopo disinvoltamente per le strade di Napoli con l’uniforme ed i gradi di Generale di Divisione del neo costituito Esercito Italiano. Per contro, l’Esercito Napoletano annoverò moltissimi eccellenti Ufficiali, specie nei gradi intermedi e bassi che alla caduta del Regno, fedeli al giuramento prestato al loro Re, rifiutarono il passaggio nell’Esercito Italiano nel quale potevano mantenere l’anzianità di grado e la paga acquisiti e si avviarono verso un futuro di dura prigionia e di stenti indicibili. Lo stesso discorso vale per i Sottufficiali e la truppa che, guidati da capi valenti e coraggiosi, diedero sempre prova di fedeltà, disciplina ed eroismo, seguendo il loro giovane Re negli epici 102 giorni di Gaeta e resistendo ad oltranza nelle fortezze di Messina e Civitella del Tronto. La storia recente, ci ha insegnato che qualche altra monarchia, di fronte ad eventi altrettanto tragici che hanno segnato la nostra Nazione, non ha saputo dimostrare la stessa dignità ed eroismo dell’ultimo Re delle Due Sicilie. L’Italia ufficiale, dopo 148 anni da quegli avvenimenti, disconosce ancora ed ignora le molte gloriose imprese dell’Esercito Napoletano, per esaltare solo quelle dell’antagonista. Il suo dramma è stato trasformato in farsa avente per titolo “l’Esercito di Franceschiello” e le battute e le innumerevoli derisorie barzellette sono tuttora circolanti. Gli eroi del Volturno, di Chiazzo, di Gaeta, di Messina, di Civitella del Tronto, i martiri di Fenestrelle, di San Maurizio Canavese e di tanti altri lager dei Savoia, chiedono dopo quasi un secolo e mezzo, rispetto e giustizia. Li chiedono all’Italia tutta, ma in modo particolare a noi, figli del Sud .

Fonte:Associazione Due Sicilie Troja

http://www.altaterradilavoro.com/il-real-esercito-delle-due-sicilie-tra-il-1830-ed-il-1861/ 

giovedì 7 settembre 2017

MUSSOLINI SI CONFESSA Georg Zachariae

 
Georg Zachariae
MUSSOLINI SI CONFESSA
 
Prefazione di Silvio Bertoldi
Saggi Bur - Rcs
Anno 2004,  220 pagine. Prezzo € 8,50
Foto copertina: Mussolini e Zachariae nella villa di Gragnano nel  1944

DALLA PAGINA DI FONDO - Parla il medico del Duce a cui, forse inconsapevolmente, forse per scelta, Mussolini affidò tutti i suoi segreti.
Il Duce, solo di fronte all’immagine di se stesso, sceglie, per confessarsi, un estraneo e un laico: il medico che per caso gli era accanto, e con lui si sfoga, parla senza reticenze del suo passato, dei suoi amori, dei suoi rimpianti, gli racconta aneddoti curiosi, traccia giudizi sui contemporanei.
Una preziosa testimonianza che rivela un Mussolini intimo e inedito: esitante dinanzi alle decisioni più gravi, che non si atteggia più a infallibile, che parla con franchezza dei protagonisti del suo tempo: odiava Badoglio, era scettico sulla funzione della Chiesa, provava stima e ammirazione per Churchill, frustrante sentimento di dipendenza nei confronti di Hitler, alta considerazione per Goebbels, disprezzo per Goering.
“La sua fede in una vittoria finale del socialismo e di una più alta giustizia sociale e umana lo sostenne fino alla fine e gli fece sopportare tutte le umiliazioni e le amarezze dei giorni che seguirono”. G. Zachariae
L'AUTORE - Georg Zachariae, ufficiale medico tedesco scomparso nel 1965, fu negli ultimi 19 mesi di vita di Benito Mussolini la persona a lui più vicina. Inviato direttamente da Hitler nel 1943, come medico personale del Duce, gli rimase accanto fino all’aprile 1945. In quei mesi ebbe molteplici occasioni di conversare con Mussolini sugli argomenti più diversi, conquistando la sua fiducia.
LA RECENSIONE DI GIUSEPPE MINNELLAChi vuole conoscere l’uomo, il politico, che ha guidato l’Italia per 23 anni dal 1922 al 1945 non può non leggere questo libro. Non è mio modo di fare quello di lanciarmi in messaggi pubblicitari verso le opere che consigliamo ai visitatori e lettori del sito ma questo libro di testimonianza (insieme ad un'altra opera da noi censita, “Mussolini, Duce si diventa” di Remigio Zizzo), rappresenta un vero e proprio capolavoro di storia e verità in quanto scritto non da storici a libro paga degli antifascisti, ma da un medico che ha avuto il compito di stare per quasi due anni a contatto con il Duce in momenti particolarmente tragici per l’Italia.
George Zachariae infatti viene mandato in Italia direttamente da Adolf Hitler affinchè curi il Duce afflitto ormai da diversi anni da un’ulcera che ne tormentava le giornate costringendolo, talvolta, a dolori atroci che si riacutizzavano nei momenti peggiori della guerra e ad ogni cattiva notizia dal fronte. Zachariae accetta poco volentieri il compito affidatogli da Hitler ma lo stesso rappresentava un ordine ben preciso a cui era impossibile porre rifiuto. Con il tempo finirà per ricredersi apprezzando il soggiorno italiano e offrendo addirittura al Duce la possibilità di scappare all’estero pochi giorni prima di essere ucciso assumendosi lui il rischio di farlo sconfinare in Svizzera. Mussolini ovviamente si opporrà.
Zachariae al suo arrivo in Italia trova un Mussolini allo stremo delle forze, quasi un cadavere: tanto è progredita infatti la malattia curata malissimo dai medici italiani. E’ costretto dunque a visitare quotidianamente il Duce per accertarsi che la nuova cura produca presto effetti positivi. Ed è cosi durante questi incontri che Mussolini si apre al medico tedesco con il quale scambia le proprie opinione politiche e culturali: è in tal modo che Zachariae diventa il confessore di Mussolini.
Il medico tedesco inizia così a conoscere un Duce spartano, che vive dell'essenziale senza concedersi alcun lusso. Questo stile di vita di colui che è a capo del Governo italiano da oltre vent'anni lo stupisce e lo rende incredulo ("...tutte le voci su fantastici tesori che egli avrebbe accumulato devono ritenersi, e ber buoni motivi menzognere. Questo d'altronde potrà confermare chiunque abbia avuto occasione di conoscerlo e di vivergli vicino").
Ha modo di apprezzare cosi le doti umane, fisiche e intellettuali del Duce italiano. Osserva i rapporti che lo stesso ha con i suoi famigliari (Su Edda: "Io so quanto Mussolini soffrisse per questo distacco, poichè egli amava Edda in modo particolare") e con Claretta Petacci ("tutto quello che viene raccontato di lei dopo il 25 luglio 1943 non corrisponde per niente alla verità dei fatti"). Descrive le personalità della RSI che ha conosciuto, i ministri, il generale Graziani di cui ha grande stima. Ci racconta di un Duce maestro delle arti: appassionato di musica, arte, letteratura. Una conoscenza smisurata per Zachariae. ("Hitler, che certamente non era uno stupido, gli era inferiore per cultura, per acutezza, per intelligenza e per memoria. [...] Appunto perchè il Duce era spiritualmente superiore, poteva essere più liberale nelle sue azioni e nei suoi pensieri di quanto non lo fosse Hitler, e non pretendeva, com'era tipico del Fuhrer, che soltanto il suo giudizio fosse giusto".). Zachariae racconta le giornate del Duce durante l'RSI e rimane sempre più stupito dal lato umano di Mussolini e dell'amore che serbava verso gli italiani ("nessun italiano che abbia rivolto una preghiera a lui potrà dire che questa non sia stata esaudita"). Descrive i momenti di amarezza come quelli della morte del genero in cui Mussolini avverte la stanchezza e l'impotenza del momento, i tradimenti del re e di Badoglio ma anche i periodi di relativa felicità come quelli della visita in Germania alle divisioni della RSI che lì si addestravano.
Narra dei retroscena della politica interna e estera del Ventennio. E sull'omicidio Matteotti: "Sperai che il partito Socialista, sotto la guida di Matteotti, mi avrebbe seguito, perchè conoscevo molti membri di questo partito e mi aspettavo un forte apporto di linfa vitale ai quadri del mio movimento. [...] Allorchè appresi che Matteotti era stato ucciso da elementi irresponsabili ne rimasti costernato: non sapevo dapprima come spiegare il movente di così assurdo e nefando crimine. Compresi subito però che la morte di Matteotti non rappresentava per soltanto una grave delusione, ma che si trattava invece di un avvenimento assolutamente non necessario, che, facendo cadere tutti i miei progetti, avrebbe segnato una svolta decisiva alla politica fascista." Gli incontri con i politici stranieri: "Incontrai Churchill a Roma quando non faceva ancora parte del governo inglese. Debbo dirle subito con estrema franchezza che le conversazioni con quest'uomo mi furono sempre assai gradite, nonostante i contrasti delle nostre opinioni e la diversità di certi punti di vista. Quando lo accompagnai alla stazione di Roma, Churchill mi disse al momento dell'addio: "Se io fossi italiano state pur certo, Duce, che sarei fascista anch'io".
Cresce a dismisura con il passare del tempo la stima che il dott. Zachariae ha nei confronti di Mussolini tanto da arrivare a criticare la sua stessa Germania e Rahn (l'ufficiale delle SS  plenipotenziario in Italia durante l'RSI) per l'incapacità di capire le doti di Mussolini e il non avergli lasciato autonomia di agire nella repubblica del nord.
Le giornate di colloquio il Duce sono tante e tanti gli argomenti trattati: dalle idee politiche  e il suo socialismo alla visione del futuro a guerra finita, al rapporto con Dio ("Io penso che ogni uomo porti il suo Dio in se stesso senza nessun vincolo di religione o sacramento"). E in merito agli ebrei: "Non posso approvare la maniera con cui è stato risolto il Germania il problema ebraico, poichè i metodi adottati non sono conciliabili con la libera vita del mondo civile e ridondano a danno dell'onore tedesco".
L'ultima tragica settimana di aprile Zachariae offre al Duce la possibilità di fuggire con lui in Svizzera e richiedere asilo politico: "Egli era visibilmente commosso e mi strinse la mano senza poter rispondere [....]. Allorchè alle cinque mi recai in Prefettura da lui, egli mi dichiarò che non poteva seguire i miei buoni consigli perchè non voleva, in quella ora estrema, abbandonare i suoi amici. Sarebbe stato per lui un tradimento, per mettere in salvo la propria vita abbandonare i suoi uomini: un'azione simile non l'avrebbe mai compiuta. Il suo onore gli imponeva di restare fedele fino alla fine ai suoi compagni."
Che dire di più? Un libro da acquistare e leggere tutto d'un fiato per conoscere il vero Mussolini e non quello spietato dittatore descritto da nefandi testi scolastici o di presunti storici faziosi. Questa di Zachariae è storia vera perchè vissuta in prima persona, perchè riporta solo ed esclusivamente i resoconti di lunghi colloqui fatti a Villa Feltrinelli a Gragnano. Per me un capolavoro. Tutto qui.
DAL LIBRO:
“Una volta fui presente quando giunse un pacco di generi alimentari, che un prefetto, preoccupato per la salute del Duce, gli aveva mandato; egli aprì il pacco, s’infuriò e inviò subito il contenuto al vicino ospedale di Gardone. Quanto al prefetto, che certamente aveva avuto delle buone intenzioni, ricevette da lui, in luogo di ringraziamenti, una lettera energica che lo richiamava duramente ai suoi doveri e lo rimproverava di averlo fatto segno ad un atto di privilegio”.
---
Con il migliorare della situazione di salute “si verificò una rinascita della forza spirituale del malato”. Il Duce tornava ad essere sé stesso! “..Dopo qualche mese notai però che, malgrado tutte le cure, il peso del malato anziché aumentare diminuiva. Non mi spiegavo questa circostanza ….scoprì poi con l’aiuto del cuoco che il malato, cosa molto caratteristica in lui, rifiutava molto energicamente di mangiare di più e in modo diverso da quanto non fosse possibile fare al popolo italiano a cagione delle difficoltà di approvvigionamento e del tesseramento di guerra”. “Egli si irritava sempre, mi disse il cuoco, quando doveva mangiare qualche cosa che il popolo italiano non poteva avere”.
---
L'uomo Mussolini era una creatura dal cuore buono e generoso, dotato di una rettitudine rara e sempre disposto ad aiutare chi si rivolgeva a lui, solo che ciò fosse nelle sue possibilità.
Ricordo che nel marzo del '44 arrivò a Gragnano, proveniente da Cassino, una famiglia di contadini profughi per chiedere aiuto al Duce: marito, moglie, cinque bambini che si trovavano in uno stato indescrivibile.
L'unica cosa che possedevano era la fiducia che il Duce li avrebbe aiutati subito. Allorchè questa povera fmiglia arrivò alla villa, le guardie non volevano farla passare. Il Duce, che per combinazione ebbe sentore della cosa, ordinò immediatamente di introdurre quei meschini alla sua presenza. Li intrattenne cordialmente, diede loro del denaro di sua tasca, e impartì tassative disposizioni al questore di Gragnano perchè provvedesse all'istante ai bisogni della famiglia fornendo alloggio, viveri, indumenti; nè ebbe pace finchè al capo famiglia non fu trovato del lavoro. Erano dei contadini, ma non voleva umiliarli con una semplice elemosina. Egli era irritatissimo perchè le sentinelle, che dopo tutto obbedivano agli ordini loro impartiti, si erano credute in dovere di dover respingere questi poveri diavoli quasi fossero banditi.
---
"Nei giorni precedenti il crollo, quando non c’era più alcun dubbio che la guerra era persa, egli, che era dotato di una capacità fisica e spirituale molto superiore a quella normale, ebbe un vero collasso. …Egli non dormiva e non mangiava quasi più; in queste circostanze anche l’arte medica non poteva fare niente per lui."

TRATTO DA:
http://www.ilduce.net/recensione84.htm

domenica 3 settembre 2017

Settembre 1943 i giorni della vergogna italiana


Il maresciallo e senatore Badoglio, diventato capo del governo dopo la drammatica seduta del Gran Consiglio il 25 luglio del 1943 che aveva portato alla caduta del fascismo e all’esautorazione di Mussolini, d’accordo con il re Vittorio Emanuele III, si era adoperato per procurare l’uscita dell’Italia dal conflitto. Ma, mentre incaricava i suoi emissari di avviare le trattative, nello stesso tempo provvedeva a riaffermare la volontà di proseguire la guerra accanto all’alleato tedesco. Fu proprio Badoglio a chiedere al comando germanico di dislocare sul territorio della Penisola un congruo numero di divisioni per prevenire un possibile sbarco degli anglo-americani. Un campione di doppiezza, neanche tanto avveduto, visto che a Berlino conoscevano bene le sue incaute mosse. Le trattative, gestite in maniera approssimativa da parte dei rappresentanti ufficiali e non del governo italiano , si conclusero agli inizi di settembre.

Il generale Castellano (in borghese) ed il generale Eisenhower si stringono la mano dopo la firma dell'armistizio a Cassibile, il 3 settembre 1943.
Il generale Castellano (in borghese) ed il generale Eisenhower si stringono la mano dopo la firma dell’armistizio a Cassibile, il 3 settembre 1943.

L’ARMISTIZIO DI CASSIBILE

L’Italia non aveva molto da scegliere: doveva piegarsi senza porre condizioni di sorta. Badoglio accettò il diktat e così il 3 settembre 1943 fu siglato segretamente l’Armistizio a Cassibile, in Sicilia su cui il generale Castellano e lo statunitense Bedell-Smith apposero le firme.

22 
Ci si prese, però, ancora qualche giorno per rendere noto l’accordo: ciò al fine di consentire al governo italiano di predisporre misure idonee per evitare ritorsioni da parte dei tedeschi. All’improvviso, però, gli Alleati, stizziti dall’atteggiamento incerto e contraddittorio del governo italiano, decisero di divulgare l’avvenuta sottoscrizione del patto. Erano le 18.45 dell’8 settembre quando ‘Radio Londra’ trasmetteva un messaggio di Eisenhower che annunciava al mondo intero la resa incondizionata delle forze armate italiane. Colto di sorpresa Badoglio si vide costretto a fare altrettanto: alle 19.30 si recò nella sede romana dell’Eiar e, presentato laconicamente da uno speaker, lesse il testo di un breve comunicato: “Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la schiacciante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi danni alla nazione, ha chiesto l’armistizio al generale Eisenhower. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. L’Italia, dunque, usciva dalla guerra passava da un campo all’altro ribaltando antiche alleanze. Eppure proprio quell’8 settembre, il re Vittorio Emanuele, ricevendo a Villa Savoia l’ambasciatore Rahn, aveva inviato un messaggio al Fuhrer nel quale ribadiva che l’Italia era “legata alla Germania per la vita e per la morte”. Mentre, però, recitava il suo menzognero copione, alcuni suoi fiduciari avevano provveduto a spedire al sicuro in Svizzera una quarantina di autocarri stracolmi di quadri, oggetti preziosi, mobili, sculture, tappeti, argenterie e, naturalmente, i gioielli della Corona. Il giorno seguente (9 settembre) i sovrani e buona parte dei ministri del governo, Badoglio in testa, decisero di abbandonare Roma per correre incontro agli Alleati che, sbarcati in Sicilia (10 luglio), stavano risalendo lo Stivale. Alle prime luci dell’alba una interminabile fila di automobili si avviò da Palazzo Baracchini, sede capitolina del ministero della guerra: la fuga era iniziata. Il corteo, scortato da alcune autoblindo dell’esercito italiano, trasportava passeggeri di rango assai elevato: il re Vittorio Emanuele III, la regina, il ministro della Real Casa Acquarone, il maresciallo Badoglio, Umberto di Savoia, i generali Ambrosio e Roatta, rispettivamente capo di Stato Maggiore generale e capo di Stato Maggiore dell’esercito, il ministro della marina De Courten ed altri numerosi militari e funzionari governativi.

LA FUGA

Badoglio e De Courten , dopo aver fissato per la mezzanotte il ritrovo presso il molo di Ortona, nel pomeriggio si diressero all’aeroporto di Pescara per disporre il decollo di un velivolo da ricognizione che accertasse la presenza nell’Adriatico della corvetta “ Baionetta” in navigazione verso sud . Mossero poi alla volta di Pescara dove giunsero alle 21 qui però, la popolazione dimostrò di gradire molto poco la precipitosa fuga dei reali.  Poiché mancavano diverse ore all’imbarco i reali e i loro dignitari si recarono a Crecchio dove furono ospiti del Duca di Bovino Giovanni De Riseis (proprietario dell’omonima villa a Pescara) e della duchessa Antonia Gaetani nel loro castello nobiliare. Durante il pranzo e nelle ore successive trascorse dai Bovino si ebbe modo di parlare di ciò che stava accadendo in Italia e della precipitosa partenza. Fu proprio la duchessa Gaetani , pur essendo molto legata ai Savoia ad introdurre l’argomento facendo osservare loro, anche se con cautela e deferenza, che si trattava molto probabilmente di una scelta sbagliata, anzi la nobildonna si fece in seguito più ardita suggerendo a Sua Maestà imperiale di fare marcia indietro , secondo alcuni storici, su suggerimento del Principe Umberto che era notoriamente contrario all’abbandono del Quirinale. Ma lo stratega della “fuga” Badoglio si affrettò a spiegare i motivi della scelta mentre il Re , pur ringraziando la duchessa per aver espresso la sua opinione dettata da sentimenti affettivi , fece presente che in casa Savoia, una volta presa una decisione , non si tornava mai indietro. Puntuale a mezzanotte l’imbarcazione gettò l’ancora al largo di Ortona. Quasi contemporaneamente , preceduta dall’ululato delle sirene per simulare un allarme aereo, la colonna reale giunse al molo saraceno scortata da 250 carabinieri e soldati. In attesa di imbarcarsi c’era tanta gente, più di quanta Badoglio avesse supposto, tra cui diverse autorità politiche e militari desiderose di sfuggire ai tedeschi. Quando fu spiegato che , date le dimensioni ridotte della nave, potevano imbarcarsi solo una trentina di persone, scoppiò il putiferio, volarono parole grosse , proteste e minacce. Uno spettacolo indecoroso si presentò al cospetto di numerosi ortonesi che, scesi al porto per curiosità, ne rimasero scandalizzati. La fase esecutiva dell’imbarco fu affidata al generale Agostinone (che non sopravviverà alla battaglia di Ortona) che però , dato l’ arrembaggio per salire a bordo, non riuscì ad evitare che altre 29 persone si infilassero nella corvetta, quasi il doppio del consentito. Le concitate manovre di imbarco durarono un paio d’ore. Avventuroso fu anche il trasbordo dal peschereccio alla nave, ancorata al largo di Ortona, predisposto attraverso un’apposita scala. Quando fu la volta della regina Elena, nonostante le tante cautele usate, poco mancò che cadesse in mare. Il principe Umberto invece più disinvolto prese in braccio il suo minuto genitore Vittorio Emanuele che, giunto sulla nave cercò subito di Badoglio nel timore di essere stato abbandonato dal capo del Governo ideatore della fuga. Alle due di notte la nave da guerra poté finalmente salpare alla volta di Brindisi tra il sollievo generale per condurre al sicuro il Re sconfitto e il principe ereditario. Un vecchio pescatore del luogo “ Zì Bastiane”, presente alla scena, si racconta che avesse esclamato “ loro si son messi al sicuro e a noi chissà che ci aspetta”. Un esatto e terribile presentimento il suo se si pensa a quello che accadde ad Ortona ed ai suoi abitanti. La navigazione nell’Adriatico si protrasse per circa nove ore e non fu molestata dai tedeschi che si limitarono a qualche controllo di un innocuo aereo di ricognizione che effettuò dei volteggi quasi a mò di saluto.
Questo confermerebbe che i tedeschi, con o senza il consenso di Hitler, preferirono questa soluzione per i reali d’Italia e per il loro primo ministro.

UNA BRUTTA PAGINA DELLA NOSTRA STORIA: settembre 1943 i giorni della vergogna

In seguito all’annuncio ufficiale dell’armistizio la sera dell’8 settembre, le forze di terra italiane, abbandonate a loro stesse e senza ordini e piani precisi, non furono in grado di opporre un’efficace e coordinata resistenza all’occupazione nazista dell’Italia, si disintegrarono in poche settimane e finirono in larga parte preda dei tedeschi. Fu in tal modo consentito all’ex alleato di occupare agevolmente oltre due terzi del territorio nazionale, tutti i territori oltremare e catturare ingenti quantità di bottino. Inoltre circa seicentomila militari italiani furono dai tedeschi considerati non come prigionieri di guerra, soggetti quindi alla convenzione di Ginevra , ma come “internati”, classificazione che dava loro, secondo un’interpretazione voluta da Hitler in persona, il diritto di trattare e sfruttare i prigionieri con metodi e modi del tutto al di fuori delle convenzioni internazionali. Con la repentina avanzata alleata in Calabria e gli sbarchi anfibi di Salerno e Taranto in concomitanza con l’Armistizio, il restante terzo del Paese fu rapidamente occupato dagli angloamericani. L’Italia fu perciò trasformata in larga parte in un campo di battaglia, usata dai due contendenti: rispettivamente dal primo per la difesa del territorio e degli interessi strategici e politici del Terzo Reich, e dai secondi per attaccare l’Asse nel suo “ventre molle”, attirando in Italia il maggior numero possibile di divisioni tedesche per sguarnire gli altri fronti. Il Paese fu così esposto alle carneficine e alle sciagure di ulteriori venti mesi di guerra, sottoposto alla duplice occupazione di truppe straniere spesso indifferenti alle condizioni della popolazione civile e al patrimonio artistico, industriale e infrastrutturale italiano. Indro Montanelli, a proposito di questa terribile pagina della nostra storia, sentenziò: “A testimonianza dell’unica vera battaglia che lo Stato Maggiore italiano abbia ingaggiato dopo l’8 settembre, restavano solo fagotti e cartocci imbrattanti il molo”. In tutto questo marasma si perse di vista il maresciallo Badoglio che, non va dimenticato, era il capo del governo in carica. Qualcuno giunse a pensare che il vecchio militare, mosso da un vigoroso sussulto di orgoglio, avesse invertito la marcia per far ritorno a Roma. Ma la maggior parte degli storici ha rigettato questa ipotesi aggiungendo che lui, non volendo correre rischi, si era imbarcato sulla ‘Baionetta’ fin da Pescara, evitando così i disordini di Ortona. L’indecorosa fuga dei regnanti sabaudi e dell’esecutivo provocò guasti irreparabili per le tante centinaia di migliaia di soldati dislocati in Italia e all’estero, che restarono disorientati, confusi e, soprattutto, privi di ordini e di direttive. Ma ciò, per quei signori, fu soltanto un particolare di marginale importanza. Quel che contava davvero era mettere in salvo la pelle e conservare ben stretta la poltrona: tutto il resto era assolutamente secondario. Del resto anche oggi è sempre la logica dei superiori interessi che prevale. Ecco perché quell’8 settembre 1943 resta una data luttuosa e nefasta, l’indelebile giorno della vergogna nazionale. A testimonianza dell’ostilità nei confronti del re traditore e di Badoglio e della loro vergognosa fuga, venne posta nel 1945 una lapide presso il porto di Ortona con la seguente scritta:
Da questo porto, la notte del 9 settembre 1943
L’ultimo Re d’Italia fuggì
Con la Corte e con Badoglio
Consegnando la martoriata patria
alla tedesca rabbia.
Ortona Repubblicana
dalle sue macerie e dalle sue ferite
grida eterna maledizione
alla monarchia dei tradimenti
del fascismo e della rovina d’Italia
anelando giustizia
dal Popolo e dalla Storia
nel nome santo di Repubblica. 9/9/1945
Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli
I documenti e le immagini sono tratti dagli Archivi di Stato di Pescara e di Chieti , da: “ Pescara e la guerra” di Alfonso Di Russo e da “ Settembre 1943 i giorni della vergogna” di Marco Patricelli.

TRATTO DA:
http://portaledelfascismo.altervista.org/settembre-1943-i-giorni-della-vergogna-italiana/