sabato 18 maggio 2013

L'inconfessabile continuità tra sindacato fascista e Cgil



La storia esemplare delle acciaierie di Terni mostra quanto i consigli operai della RSI abbiano influenzato  l'organizzazione comunista nel dopoguerra.

Luca Gallesi

Ci sono luoghi comuni che solo la lenta e paziente azione del tempo riesce a scalfire. A nulla vale la realtà dei fatti o il ricordo dei testimoni: certe convinzioni sono postulati, verità rivelate, indiscutibili e inconfutabili.

Di queste assolute certezze, la storia del Novecento è ricca di esempi soprattutto a proposito degli aspetti «sociali» del fascismo, ovvero i suoi rapporti col mondo del lavoro. Contrariamente a quello che generalmente si crede, infatti, ci fu - ed ebbe un ruolo importante - anche un sindacalismo fascista, figlio del sindacalismo rivoluzionario, ma non solo.
Agli studi specialistici di Pietro Neglie e di Giuseppe Parlato, autori rispettivamente di importanti saggi sul passaggio di autorevoli dirigenti sindacali fascisti nelle file della CGIL e sulla sinistra fascista, si aggiunge ora, su questo tema, un ulteriore, notevole contributo di Stefano Fabei, Fascismo d'acciaio. Maceo Carloni (Mursia, pagg. 366, euro 22), dedicato alla storia, appassionante e poco studiata, della cosiddetta «Manchester d'Italia». Parliamo della città di Terni, sede ancora oggi di importanti stabilimenti siderurgici, dove il fascismo attuò, anche durante la RSI, una efficace politica di tutela dei diritti del lavoratore.
Città industriale e operaia per eccellenza, Terni viene immediatamente presa sotto l'ala protettrice del fascismo, che la eleva al rango di capoluogo di provincia, trasformandola in un gigantesco conglomerato non solo siderurgico, ma anche elettrominerario, chimico e meccanico. Lo sviluppo industriale è seguito, sin dal 1922, dall'importante gerarca Tullio Cianetti e poi dal protagonista di questo libro, Maceo Carloni, un operaio che, attraverso lo studio e la buona fede, si era fatto strada fino ai vertici del Sindacato Fascista; il suo archivio è una delle fonti principali di Fabei, che ne ricorda con pagine commoventi l'assassinio, a opera di commissari politici comunisti, rimasto vergognosamente impunito.
A proposito della politica sociale fascista, anche a Terni, dove la RSI governa legittimamente fino al 13 giugno 1944, vengono elette le commissioni di fabbrica, organi di cogestione della politica degli stabilimenti, che saranno presi a modello dalla CGIL nel dopoguerra per costituire i consigli di gestione. In una lettera di Longo a Togliatti del 31 marzo 1945, la politica del PCI viene chiaramente esposta: «non siamo contro in principio alle varie istituzioni in questione (vale a dire delle mense popolari, delle cooperative aziendali e della socializzazione), ma solo perché sono fasciste». Quindi aggiunge: «boicotteremo con tutti i mezzi le elezioni delle commissioni interne fasciste, ma è evidente che a liberazione avvenuta procederemo immediatamente alla nomina delle commissioni interne operaie».
In realtà, come dimostra Fabei, il PCI, almeno a Terni, accettò che nelle commissioni della Repubblica Sociale Italiana venissero eletti elementi comunisti e socialisti, un fatto minimizzato (quando non ignorato) dalla storiografia ufficiale, che sorvola anche sulla politica nazionale perseguita dagli operai - fascisti e antifascisti insieme - contro le pretese dell'alleato germanico. Del resto, nell'agosto 1936, Togliatti in persona aveva lanciato l'appello ai «fratelli in camicia nera» per la «salvezza dell'Italia e la riconciliazione del popolo italiano!»…
Alla fine del conflitto, il CLNAI avrebbe voluto salvare, defascistizzandolo, il principio della partecipazione operaia alla gestione delle aziende, ma i vincitori della guerra, ossia gli Alleati, non tollerarono nulla che avesse anche soltanto un vago sentore di socialismo; così, tra le primissime iniziative del neonato governo antifascista ci fu l'abrogazione della legge sulla socializzazione che, anche se non aveva «disseminato la valle del Po di mine sociali», dava evidentemente molto fastidio.
Ai comunisti non resta altro che adeguarsi: la rivoluzione è rimandata a tempi migliori e ci si accontenta di cancellare, almeno dalla storia, se non dalla memoria, le imbarazzanti tracce della sinistra fascista.

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/linconfessabile-continuit-sindacato-fascista-e-cgil-918354.html

lunedì 13 maggio 2013

L'ultimo Borbone parte per l'esilio.



La sera del 6 Settembre del 1860, visto l'avvicinarsi delle truppe garibaldine, seguendo un consiglio del suo Ministro Liborio Romano, Francesco II di Borbone lascia Napoli a bordo della nave da guerra il "Messaggero" accompagnato dalla regina Maria Sofia di Baviera e da 17 guardie nobili del corpo, senza tentare una benché minima resistenza, facilitandone così la conquista. La flotta borbonica, presente all'ancora nella rada di Napoli, rifiuta di seguire in navigazione "Il Messaggero", e la cosa più umiliante è che al comando della flotta borbonica vi sia l'Ammiraglio Luigi di Borbone, conte di Aquila e zio di Francesco II. Così l'unica nave militare che accompagna il re a Gaeta è la "Partenope".
L'esercito borbonico invece, ancora potente e fedele alla dinastia, si attesta sulla linea del fiume Volturno, operando a nord dalla fortezza di Gaeta e, a sud, dalla città fortificata di Capua. Da queste posizioni viene condotta la sfortunata iniziativa che porta alla battaglia del Volturno.
Perduta anch'essa, il re e le truppe si attestano, per un'ultima eroica resistenza, su Gaeta. Il Corpo d'Assedio dell'Esercito Piemontese é composto da: 18.000 soldati, 1.600 cavalli, 66 cannoni a canna rigata e 180 cannoni a lunga gittata. Le batterie di artiglieria sono allestite a Castellone, alla Canzatora, a Monte Cristo, a Monte Lombone,nella valle di Calegna.
Le forze navali rimaste fedeli a Francesco II sono composte da 5 unità da guerra napoletane (Partenope, Delfino, Messaggero, Saetta, Etna), mentre le forze di terra, troppo ingenti per essere ospitate tutte entro le mura di Gaeta, sono composte da 3 Reggimenti di Cacciatori, comandati dal Colonnello Pianelli, disposte parte nel Borgo di Gaeta e parte sul Colle dei Cappuccini, 4 Compagnie di Svizzeri, comandate dal Capitano Hess, dislocate sul promontorio di Torre Viola, un Reggimento dislocato nei pressi del cimitero e un altro Reggimento ospitato sul Colle Atratina, infine altri 5 Reggimenti disposti fuori le mura di Gaeta sull'istmo di Montesecco. Inoltre sono presenti nel porto di Gaeta 4 navi da guerra spagnole (Vulcan, Colon, Villa de Bilbao, Generale Alava), 1 nave da guerra prussiana (Loreley), 7 navi da guerra francesi (Bretagne, Fontenoy, Saint Luis, Imperial, Alexandre, Prony, Descartes).
Il 5 novembre 1860 il Generale Enrico Cialdini, Comandante del Corpo di Assedio piemontese, stabilisce il suo avamposto presso la Cappella di Conca, aiutato da alcuni ufficiali dell'esercito borbonico unitisi agli invasori piemontesi, tra cui il Maggiore del Genio Giacomo Guarinelli, buon conoscitore della Piazzaforte di Gaeta, in modo tale da poter ben guidare il fuoco dell'artiglieria piemontese e centrare senza troppe difficoltà gli obiettivi militari. Le ostilità via terra contro i borbonici rifugiati in Gaeta hanno inizio l'11 novembre 1860.
Il 19 gennaio 1861 le navi da guerra straniere presenti in rada, che fino a quel momento avevano impedito l'assedio da mare della roccaforte gaetana, salpano e vanno via. Sempre il 19 gennaio 1861 la flotta dei Savoia, all'ancora a Napoli, salpa per Gaeta e si ancora a Mola di Gaeta. Detta flotta, al comando dell'ammiraglio Persano, è composta dal 10 unita da guerra: Maria Adelaide (ammiraglia), Costituzione, Ardita, Veloce, Carlo Alberto, Confidenza, Vittorio Emanuele I, Monzambano, Garibaldi (ex vascello da guerra borbonico) e Vinzaglio. Il 20 gennaio 1861 alle ore 08,30 una nave da guerra piemontese battendo bandiera diplomatica si avvicina a Gaeta ed entra in porto. Quindi consegna la lettera di notifica di inizio del blocco di Gaeta anche per via mare.
Dal 22 gennaio 1861 la flotta piemontese inizia a collaborare con le forze assedianti di terra nel bombardare da mare la piazzaforte di Gaeta, inoltre blocca e fa tornare indietro tutte le navi estere che tentano l'approdo al porto di Gaeta, allo scopo di impedire l'approvvigionamento di viveri, soldati e armi a Gaeta.Il 24 gennaio 1861 arrivano in rinforzo alla flotta piemontese le navi da guerra Palestro, Curtatone, Fieramosca, Fulminante, Re Galantuomo. L'assedio dura 102 giorni, di cui 75 trascorsi sotto il fuoco nemico.Tra tutti gli assedi subiti da Gaeta nella sua millenaria storia di fortezza militare (fin dall'846), questo è il più ingente per i mezzi militari impegnati.
Il 5 febbraio 1861 alle ore 16,00 il magazzino delle munizioni della batteria S. Antonio, centrata da una granata nemica, esplode, e crea una breccia nei bastioni di protezione e la perdita di oltre 42.000 cartucce da carabina e da fucile. Nel crollo muoiono molti artiglieri napoletani. Viene prontamente allestista una batteria con 2 cannoni per impedire al nemico di poterne fare uso per entrare in Gaeta via mare.Fonti borboniche, mai confermate, sostengono che tale episodio sia stato in realtà un atto di sabotaggio.Nel frattempo, il generale Cialdini, nelle retrovie, in previsione dell'imminente fine dell'assedio, inizia a far esercitare i propri soldati all'uso delle scale.
L'11 febbraio 1861 il re Francesco II di Borbone, per risparmiare ulteriore sangue, lutti e dolori ai soldati della guarnigione di Gaeta (ormai ridotta a 610 Ufficiali e 11916 soldati sui 22000 presenti all'inizio dell'assedio) e alla popolazione civile che vi abita, dà mandato al Governatore della piazzaforte di negoziare la resa di Gaeta.Un manipolo di ufficiali borbonici si reca a Mola di Gaeta via mare per trattare la resa e vi resta per due giorni.Nel frattempo, pur essendo in corso le trattative della resa, il generale Cialdini fa continuare il bombardamento di Gaeta giustificandosi che, pur contento di iniziare le trattative di resa, non può accogliere una richiesta di tregua essendo sua abitudine continuare le ostilità finché non viene firmata la capitolazione.
Il 13 febbraio 1861 alle ore 18,15 le artiglierie di entrambi gli schieramenti smettono le ostilità entrando in vigore il cessate il fuoco a seguito della firma della capitolazione e la guarnigione fuoriesce dalla piazzaforte con l'onore delle armi.
Il Trattato della Capitolazione di Gaeta stabilisce, tra le altre cose: "Gli ufficiali conserveranno le loro armi, i loro cavalli bardati e tutto ciò che loro appartiene e sono falcoltati altresì a ritenere presso di loro i trabanti rispettivi".
A tutti gli Ufficiali, Sottufficiali del disciolto Esercito Borbonico delle Due Sicilie, vengono concessi due mesi di tempo per decidere se riprendere servizio nell'Esercito Piemontese conservando il proprio grado militare di provenienza o se essere prosciolti dalla ferma militare. Oltre 50.000 soldati borbonici vennero invece deportati nelle carceri piemontesi, morirono tutti di stenti[citazione necessaria]. Molti soldati scampati all'eccidio si ritireranno nelle montagne e insieme a contadini ed al resto delle popolazioni locali inizieranno una lunga guerriglia nel nome di sua maestà Francesco II, denominata "brigantaggio" secondo la propaganda sabauda.Prima che che le truppe dell'esercito piemontese possano entrare nella piazzaforte di Gaeta, il re Francesco II di Borbone e la regina Maria Sofia di Baviera, seguiti da principi e ministri, si imbarcano sulla nave da guerra francese "Mouette" per recarsi in esilio a Roma, ospiti del Papa, dove inizieranno a organizzare la guerriglia popolare che ormai era esplosa in tutto il regno. Le Loro MAESTA' Il RE FRANCESCO II di BORBONE e la REGINA MARIA SOFIA si avviano a diventare i PRIMI di più di venti milioni di emigranti che abbandoneranno il Regno delle Due Sicilie da dopo il 1860 ad oggi; un esodo biblico mai studiato attraverso i libri di storia ufficiale.
Nessun suddito e con loro NESSUN SOVRANO avrebbe mai abbandonato questa meravigliosa Terra e questo Superlativo Regno. Fu la violenza di una aggressione armata e feroce, fu la chiusura di ogni stabilimento industriale, furono le leggi militari e le rappresaglie indiscriminate ad indurre un INTERO POPOLO a seguire i propri Legittimi Sovrani in questa apocalittica emigrazione che continua ancora oggi.
Le LORO MAESTA' il Re Francesco e la Regina Maria Sofia si opposero , sprezzanti del pericolo, in prima linea accanto ai propri fedelissimi soldati tutti ; Essi NON FUGGIRONO; infusero esempio di coraggio e di dignità; furono costretti ad abbandonare il Regno per scongiurare altre violenze in quella conquista militare che cancellò uno dei Regni più belli del mondo , non solo dalla geografia politica ma persino dalla storia.
« Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; ché mai ha durato lungamente l'opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni. »

L’Urss è libertà. I gulag una favola



di Alberto Rosselli
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Per molti, troppi decenni l’esaltazione incondizionata del mito della Rivoluzione russa del 1917, quello dell’Unione Sovietica e dei sistemi comunisti in generale sono entrati a fare parte, se così si può dire, della “buona” coscienza collettiva di milioni di individui convinti della giustezza della “lotta di classe” marxista e dei metodi adottati in molti Paesi per applicarla. Questo sacro furore fideistico che per circa settant’anni, dal 1917 al 1989, ha imperversato in Europa e nel mondo è stato senza dubbio favorito dall’atteggiamento di una vasta porzione di intellettuali che, attraverso le loro opere e le loro esternazioni, hanno contribuito a mantenere in vita il mito del più drammatico e fallimentare esperimento culturale, politico e socio-economico dell’evo contemporaneo. A distanza di anni appare quindi interessante andare a rileggere ciò che noti maitre à penser scrissero o dichiararono a sostegno e ad elogio dei “paradisi” comunisti, primo fra tutti quello moscovita. Già nel 1919, lo storico della rivoluzione francese Albert Mathiez (1874-1932) giustificò il regime di terrore instauratosi in Russia, arrivando a paragonare (ma sarà poi un complimento?) Lenin a Robespierre. Nel 1931, un altro francese, il poeta Louis Aragon (1897-1982) nel suo Prélude au temps des cerises, dedicò addirittura un sinistro e grottesco cantico alla Ghepeù (la spietata polizia politica bolscevica): «Chiedo una Ghepeù per preparare la fine di un mondo/ Viva la Ghepeù contro il papa e i pidocchi./ Viva la Ghepeù contro la sottomissione alle banche/ Viva la Ghepeù contro la famiglia», e via di questo passo.
Oltreoceano, non fu però da meno il romanziere Upton Sinclair (1878-1968) che a proposito della collettivizzazione sovietica dell’agricoltura, scrisse: «In Russia i bolscevichi cacciano i contadini ricchi dalla terra e li condannano ai lavori forzati…Tutto ciò costerà forse un milione di vite, forse cinque milioni…Ma in fondo nella storia umana non si è mai verificato un qualche significativo cambiamento sociale senza che ci fossero dei morti». Notevole sensibilità, acume e spirito umanitario li dimostrò pure l’incensatissimo scrittore Maksim Gorkij (1868-1936), che non si fece scrupolo a lanciare il suo famoso patriottico appello: «Sterminate il nemico senza pietà né misericordia»; proclama che di fatto avallerà le “purghe” staliniane degli anni Trenta. L’elenco dei grandi e dotti apologeti del comunismo prosegue con il filosofo Maurice Merleau-Ponty (1908-1961) che nel 1947, polemizzando con lo scrittore ungherese Arthur Koestler (1905-1983), giustificò il Grande Terrore staliniano come «premessa necessaria per la costruzione di una nuova società proletaria». Ma bisogna arrivare a Bertolt Brecht (1898-1956) per vedere espresso forse in maniera più compiuta l’autentico esprit politique che animò gli intellettuali marxisti o filomarxisti occidentali. Così il famoso regista pianse nel marzo 1953 la dipartita di Stalin: «Gli oppressi di tutti e cinque i continenti hanno provato una stretta al cuore alla notizia della morte di Stalin. Egli era l’incarnazione delle loro e delle nostre speranze». Ma non è tutto. Nel giugno 1953, in occasione della rivolta operaia di Berlino repressa dai carri armati, Brecht scrisse al presidente della Germania Orientale Ulbricht per congratularsi e per rinnovargli il suo apprezzamento al regime comunista tedesco. «Elementi fascisti sobillati dall’Occidente» annotò l’intellettuale, «hanno cercato di sfruttare l’insoddisfazione del popolo» lapsus che indurrebbe a pensare che proprio il popolo tedesco orientale non dovesse spassarsela troppo sotto il regime comunista… «per perseguire i loro subdoli e sanguinari propositi… Ma grazie al rapido e puntuale intervento delle truppe sovietiche questo tentativo è stato vanificato… Ovviamente, le forze armate russe non se la sono presa con gli operai, ma contro la marmaglia fascista e guerrafondaia composta da giovani diseredati di ogni risma che aveva invaso Berlino».
E dai tragicomici deliri brechtiani passiamo alle chicche prodotte da un altro celebrato personaggio della pléiade intellettuale marxista, l’ungherese György Lukacs (1885-1971). In un’intervista alla New Left Review del luglio-agosto 1971, Lukacs non ebbe infatti tentennamenti (e senso del ridicolo) nel sentenziare che «il peggiore dei regimi comunisti è sempre meglio del migliore dei regimi capitalisti». Non scampò al grottesco nemmeno il commediografo irlandese George Bernard Shaw (1856-1950) che nel 1931, durante un viaggio in Urss, «ammirò il realismo di Stalin», affermando che «la Russia non aveva alcun problema alimentare… e che disponeva di un sistema carcerario modello». Aggiungendo: «In Inghilterra un delinquente entra in prigione come un uomo normale e ne esce criminale, mentre in Russia egli entra che è un criminale e ne viene fuori rigenerato… A tal punto che molti carcerati, per migliorare se stessi, si prolungano spontaneamente la pena». Non contento, Shaw così concludeva: «Stalin ha mantenuto tutte le promesse; ha creato una società giusta e di conseguenza mi tolgo il cappello davanti a lui». Più sensate risultarono invece le osservazioni sul “paradiso dei lavoratori” vergate dal romanziere Herbert George Wells (1866-1946) che nel 1934, dopo un incontro con Stalin, arrivò ad ammettere con un certo inquietante imbarazzo «la sostanziale mancanza di libertà esistente nell’Urss», giustificandola però con «lo sforzo profuso dal Soviet per creare una società razionale».
Nel 1935, il filosofo e matematico Ludwig Wittgenstein (1889-1951), rimase anch’egli folgorato dal marxismo. Visitò l’Urss e per alcuni anni coltivò addirittura l’idea di trasferirvisi, convinto che questo Paese rappresentasse un’alternativa valida e necessaria alla decadenza dell’Occidente. «La tirannia comunista» egli sostenne con aritmetica sinteticità, «non mi indigna… l’Urss è un paese duro ma giusto». Nei primi anni ’30 l’economista John Maynard Keynes (1883-1946) studiò il sistema agricolo sovietico, accorgendosi suo malgrado delle paurose carestie provocate dai piani quinquennali. Comunque sia, egli preferì tacere per amore d’ideale.
Un capitolo a parte meritano le dichiarazioni e gli scritti del sopravvalutato filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre (1905-1980) che, dopo avere tranquillamente lavorato e discretamente guadagnato, tra il 1940 e il 1944, sotto il regime collaborazionista di Vichy, si buttò a capofitto nella causa comunista. Tra il 1947 e il 1951, egli divenne infatti un fervente stalinista, al punto da rompere le sue relazioni con i più critici ed accorti Raymond Aron, Arthur Koestler e Maurice Merleau-Ponty. «Non accetto» polemizzò disgustato Sartre, «di seguire i miei ex-amici nella condanna dello stalinismo». Nel 1952, Sartre ruppe anche con Albert Camus (1913-1960), che attaccava i metodi coercitivi e sanguinari di Stalin («Non essendo noi membri del Partito, non era affatto nostro dovere pronunciarci sui campi di lavoro sovietici», spiegò il dolente padre dell’esistenzialismo, dando prova di notevoli doti dialettico-acrobatiche). Nel 1952, il filosofo partecipò alla Conferenza del Movimento per la Pace organizzata dai comunisti a Vienna e nel 1954, dopo un viaggio in Russia, con una serie di articolesse per Libération elogiò senza indugi e in toto il sistema marxista: «In Urss» azzardò Sartre, «la libertà di critica è totale… I cittadini sovietici criticano il loro governo molto più apertamente e in modo più efficace di quanto non facciamo noi… La condizione socio-economica del popolo sovietico è in costante miglioramento… Tutti sono ammirevolmente nutriti ed alloggiati… E non si recano all’estero non perché il governo lo impedisca, ma perché non hanno alcun desiderio di farlo… Nel sistema sovietico l’interesse del singolo e quello della collettività sono perfettamente coincidenti… L’Urss marcia verso il futuro». Nel 1956, il filosofo transalpino arrivò a respingere addirittura il rapporto segreto di Kruscev sulle stragi di Stalin, dichiarando: «Trovo inammissibile l’esistenza dei campi di concentramento sovietici, ma trovo altrettanto inammissibile l’uso giornaliero che ne fa la stampa borghese… Kruscev» si lamentò il vate delle caves, «ha denunciato Stalin senza fornire sufficienti spiegazioni, senza avvalersi di un’analisi storica, senza prudenza».
A proposito dei numerosi processi di Mosca e delle torture inflitte ai condannati, lo scrittore francese André Malraux (1901-1976) giocò su folgoranti ma assai poco accettabili analogie storiche: «Proprio come l’Inquisizione non distrusse la fondamentale dignità del cristianesimo, così i processi di Mosca non hanno diminuito la fondamentale dignità del comunismo». Anche le ripetute denunce circa l’esistenza dei gulag non scalfirono minimamente la fede di moltissimi intellettuali occidentali “progressisti”. Unica eccezione André Gide (1869-1951), che nel 1936 visitò l’Urss rimanendone disgustato. Al suo ritorno in Francia, Gide osò parlare della repressione staliniana in atto, ma venne subito isolato. Dal canto suo, il filosofo Roger Garaudy ridicolizzò «le voci sui gulag» e lo scienziato premio Nobel Frédéric Joliot-Curie (1900-1958) testimoniò «che i russi sono un popolo felice che sostiene il proprio regime».
Ma non è tutto, ancora nel 1972, il poeta Pablo Neruda (1904-1973) - che nel 1971 vinse il Nobel per la Letteratura, ma anche il grottesco premio per la Pace “Lenin” - giudicò «problemi assolutamente personali» quelli incontrati da Aleksandr Solgenitsyn e dagli altri illustri intellettuali russi rinchiusi nei gulag, spiegando «di non avere alcuna voglia di diventare uno strumento della propaganda antisovietica».
Negli anni Settanta, si rifece vivo l’immarcescibile Sartre che dopo avere benedetto i moti studenteschi del Sessantotto, ritornò alla carica, esaltando le gesta dei gruppi terroristici italiani e tedeschi e di quelli palestinesi: «Il terrorismo è l’arma lecita del povero» sentenziò, giustificando la strage di Monaco compiuta dai palestinesi in occasione delle Olimpiadi. Nulla di strano comunque. Già negli anni ’60, egli aveva pronunciato più di un’apologia della prassi violenta «antiborghese e antimperialista». Nella prefazione ai Dannati della terra (1961) di Franz Fanon (1925-1961), il filosofo esistenzialista aveva sottolineato che «uccidere un europeo occidentale è conseguire contemporaneamente due scopi: eliminare l’oppressore e l’uomo che di quell’oppressione è il frutto». E nel 1968, dai microfoni di Radio Lussemburgo, Sartre aveva così giustificato la rivolta studentesca e la violenza come giusta pratica reattiva: «La violenza è l’unica cosa che resta agli studenti che non sono ancora entrati nel sistema creato dai loro padri… Nei nostri Paesi occidentali infiacchiti, l’unica forza di contestazione di sinistra è infatti costituita dagli studenti… La perfezione sta invece nei Paesi marxisti e in particolare in Cina e a Cuba». Nella primavera 1970, Sartre accetterà di entrare a fare parte del gruppo maoista Sinistra proletaria, diventando anche direttore responsabile del giornale La Cause du Peuple (organo dalle cui pagine si incitavano i militanti a sequestrare e chiudere nelle “prigioni del popolo” i direttori delle fabbriche e a linciare deputati e ministri).
Concludiamo la parata degli intellettuali occidentali infatuati dei sistemi comunisti con Noam Chomsky che nella seconda metà degli anni Settanta, oltre ad elogiare il sistema maoista, sostenne entusiasticamente la causa dei khmer rossi cambogiani, negando i ben noti, spaventosi massacri perpetrati dal loro leader Pol Pot nei confronti di milioni di persone. Nel 1977, il linguista americano giudicò «storie inventate dagli occidentali reazionari» le atrocità compiute dai khmer e dai vietcong e «assolutamente inattendibili» i racconti e le testimonianze dei profughi cambogiani e vietnamiti (i boat people) scampati alle persecuzioni dello “zio” Ho Chi Minh.
Chiudiamo questa sconcertante rassegna con il vecchio leader radicale americano Scott Nearing (1883-1983) - già apologeta dell’Urss negli anni Trenta - che nel 1982 cantò anch’egli le lodi dell’“l’illuminato” Pol Pot e del satrapo comunista albanese Enver Hoxha: «Si tratta di due autentici geni della politica rivoluzionaria; due uomini che tutto hanno fatto per fare felici i propri popoli». No comment.
 

domenica 12 maggio 2013

La demonizzazione delle razze


di Rutilio Sermonti

Parliamone, di razza, ma parliamone con la testa sulle spalle, guardando il mondo e non la sua grottesca caricatura disegnata dagli usurai per i loro fini e spacciata per realtà.

Se c’è un fenomeno talmente distintivo del pensiero unico obbligatorio conseguito alla yaltesca proclamazione del Libero Pensiero, da poter assurgere a criterio di datazione di documenti non datati, è quello della corale esecrazione di qualsiasi rilevanza che fosse assegnata alle razze umane.
La stessa parola “razza” ha assunto una tale connotazione oscena che una “persona ber bene” si astiene dal pronunziarla in pubblico, talché i colti la sostituiscono pudicamente con “etnia”, e i buzzurri con “colore della pelle”. Persino gli zoologhi preferiscono denominare l’omonimo genere di pesci cartilaginei con un improbabile latino “raja”, e “rajiformi” il suo gruppo tassonomico, Dio li salvi!
Consentito, anzi, incoraggiato, è solo l’uso del derivato “razzismo”, purché pronunziato con labbra atteggiate a disgusto, come per “merda” o “scaracchio”. Persino la gente pia, come i cosiddetti cristiani, davanti alla considerazione che la diversità razziale appare palesemente disposta da Dio Padre Onnipotente Creatore eccetera, vi tappa la bocca con l’infallibilità pontificia, che attesta che, poi, l’Altissimo si è pentito, e ha delegato gli uomini a metterci una pezza col “melting pot” (l’Altissimo parla correttamente l’Americhese).
Ora, chiunque, spassionatamente, consideri l’universalità e simultaneità del cosiddetto “anti-razzismo”, non può non domandarsi come esso sia venuto alla luce, già vivo ed armato come Pallade Atena, e da quale cervello se non quello di Zeus.
Se non usiamo occhiali di bandone, non si scappa: tutte le strade portano all’orrore per l’Olocausto. E, prescindendo dalla sua realtà storica, non si può negare che, per essere orrendo, l’Olocausto lo fosse un bel pò! Anche troppo! Solo che non può comunque considerarsi una manifestazione di razzismo, per il semplice fatto che i sei milioni pretesamente usciti dai camini nazisti, oltre agli altrettanti “miracolosamente “ scampati per farsi risarcire, tutto erano fuorché una razza, e tanto meno semitica. Definire pertanto il razzismo come odio razziale ed elevarne a paradigma Auschwitz, Treblinka o Maidanek è solo un espediente di bassa lega, usato da chi vi ha convenienza a favore della “società multirazziale”, che non c’entra un tubo. Tanto più che - siamo seri !- il Paese-guida, il paradigma indiscusso, quello che ha addirittura il “destino manifesto” di guarire il mondo dal razzismo sono gli Stati Uniti d’America! Roba da farsi venire il singhiozzo.
Gli vogliamo dare un’occhiatina all’atto di nascita dei medesimi, tanto per rinfrescarci la memoria ? Essi sono figli, né più né meno, che del più gigantesco ed atroce genocidio razziale esistito nella storia. Furono preceduti, per vero, dalle loro ex-madrepatrie Olanda, Gran Bretagna e Francia. Spinte quelle dai rispettivi imperialismi a sbarcare lungo la costa atlantica, vi trovarono cordiale ospitalità da parte delle popolazioni Algonchine e Creek ivi stanziate. La ricambiarono facendo largo uso di quei valorosi guerrieri con le penne tra i capelli, come carne da cannone nelle continue guerre che, da bravi Cristiani, si mossero a getto continuo tra loro, vendicandosi poi severamente delle tribù che avevano militato sotto le bandiere di una concorrente. La “cavalleria” che, a ogni conclusione di pace tra i lontani sovrani, veniva ostentata verso gli ex-nemici “civili”, per gli “Indiani” non valeva. Si dubitava persino che ce l’avessero, l’anima, quelli !
Ma un’autentica caduta dalla padella nella brace rappresentò per quelle sventurate genti il giorno in cui, a fine Settecento, l’accolta di mascalzoni ramazzati in tutti gli angiporti del Vecchio Mondo, aggravata dai più paranoici tra gli estremisti cristiani, fattasi ricca in poche generazioni con le abbondanti risorse di quell’Eden-bis, decise di recidere il cordone ombelicale (e fiscale) che la legava ai propri antenati, per farsi i delittacci propri intascando gli interi malloppi. Gli Indiani, meno stupidi di quanto i “Wasichu” credessero, avevano ben appreso già dal periodo coloniale che i ribelli del losco Washington erano peggio assai degli Oppressori d’oltremare, e quindi,quando cominciò il solito reclutamento di nativi, in ossequio al principio anglosassone di fare le guerre col sangue altrui, la massima parte delle tribù si schierò coi “legittimisti”. Così, quando i mercanti ripuliti ad est dell’Atlantico si convinsero che la guerra contro i mercanti non ripuliti ad Ovest costava troppo cara, e fecero i bagagli, lasciarono le genti che avevano versato generosamente il loro sangue per l’Union Jack in preda all’odio e alle feroci vendette dei virtuosi Americani (famosa l’amara invettiva del guerriero Tecumseh). Da quella fine Settecento cominciò, ininterrotta e sistematica, la campagna, nutrita di violenza e di frode, prima per cacciare gli indiani dell’est a ponente del Grande Fiume Missouri-Mississippi (Indian Removal Act, 1830), poi per sterminarli del tutto, confinando i miseri residui nelle cosiddette “riserve”, in zone al di là di ogni tentazione. Alleati formidabili e determinanti del successo di tale orrendo disegno di cancellazione razziale furono i micidiali apporti dei “visi pallidi”. Fu la fulminante diffusione delle malattie (soprattutto colera e vajolo), contro le quali i miseri non avevano selezionato alcuna resistenza, e che portarono alla cessazione totale di popolose nazioni intere; fu il vizio orribile dell’alcool, distruttore di anime e di corpi oltreché della dignità, che degli Indiani era stata la maggior difesa; furono i continui forzati spostamenti di popoli, tra disumani disagi e intemperie, che disseminarono le innumeri “piste delle lacrime” di milioni di cadaveri insepolti; fu il voluto sterminio, da parte dei fucili dei “Wasichu”, delle immense mandrie di bisonti da cui metà dei Pellerossa ricavavano, con gran rispetto e parsimonia, il loro sostentamento, senza sprecarne un solo pelo o corno; furono la crudeltà e il cinismo dei “cristiani”, che giunsero a vendere al mercato gli scalpi, non dei guerrieri (troppo cari!), ma delle donne e dei bambini. Ma è inutile insistere nella disonorevole enumerazione, che è ormai abbastanza notoria. “L’unico Indiano buono è un Indiano morto”, condensò Sheridan la morale yankee di quegli anni. I “civilizzatori” hanno peraltro “digerita” una siffatta atrocità con la massima disinvoltura. Dopo aver brillantemente coronato la propria epopea coi vilissimi e proditori assassinii di gloriosi saggi ed eroi indiani, della statura morale e intellettuale di un Toshinko Widco (Cavallo pazzo), di un Hinmuth-tooyah- lakecht (Capo Giuseppe) e di un Tatanka yotaka (Toro seduto), che tutta la scienza e gli sterminati mezzi e schieramenti militari dei loro petulanti generalucoli risonanti di chincaglieria non erano mai riusciti a battere sul campo, eccoli tutti presi da un repente accesso di moralismo e ascendere le cattedre dell’umanitarismo antirazzista!
E noi, con, alle spalle, tutta la saggezza dei nostri Padri, saremmo così imbecilli da credere alla loro sincerità e da lasciarsi coinvolgere dal loro anti-razzismo, a base di bambini negri col viso triste, che non si vede proprio come dovrebbero indurre alla integrazione, dato che è proprio in zona di integrazione, e non nell’Africa di origine, che sono stati fotografati?
Parliamone, di razza, ma parliamone con la testa sulle spalle, guardando il mondo e non la sua grottesca caricatura disegnata dagli usurai per i loro fini e spacciata per realtà.
Ebbene, noi attribuiamo grande importanza alle razze umane, e quindi, se volete, siamo razzisti. Ma non nel senso idiota ed equivoco che Lor Signori immancabilmente attribuiscono a tutti i termini che usano. Non siamo razzisti CONTRO le altre razze che la nostra, lo siamo A FAVORE di TUTTE le razze, e mi pare che c’è una bella differenza, a proposito di odio razziale ! Noi siamo anche molto religiosi, ma la nostra religione non si fonda su libroni, inventati o messi insieme da nostri presuntuosi predecessori, fondatori dei monoteismi dogmatici, ma sui silenziosi e chiari messaggi di tutta la natura che ci vive intorno, quella umana compresa! Ne abbiamo a iosa, di “rivelazione divina”, senza bisogno di acquistarla a caro prezzo da preti di sorta! Ed essa ci mostra che il segreto della c.d. “armonia celeste” consiste nel perfetto equilibrio dinamico tra tutte le componenti del Cosmo, pur nella loro sterminata diversità.
Ed è un equilibrio che nessuna di esse persegue: lo realizza soltanto essendo com’è, ed è questo che ha indotto i sempliciotti di tutto il mondo a concepire Dio creatore come una sorta di artigiano bravissimo, infallibile, perdonandogli anche di essere esoso, iracondo e isterico come quello immaginato dai Cristiani. Noi, che siamo forse meno sempliciotti, preferiamo non “concepirlo” affatto (operazione che si è dimostrata assai arbitraria e pericolosa) ma limitarci a prenderne atto, e ad imparare la sua legge, che può scriversi in un rigo: “Sii come sei, che al resto ci penso io”. Il leone non sa di essere utile all’antilope quanto quella è utile a lui: si limita a fare il leone, e lei l’antilope,e l’utilità reciproca salta fuori da sé.
Mi si scusi la divagazione zoologica, ma intendevo dire: “E noi uomini che siamo: un’eccezione ?” Non sono eccezioni le galassie, tanto immense da superare la stessa idea di immensità, e lo saremmo noi ranocchietti buffi in questo invisibile granello di sabbia che è la Terra? Ma vi sembra serio? A me sembra roba da sculaccioni al massimo!
Nossignori ! Anche per noi l’imperativo è lo stesso: essere ciò che siamo! Ma – dice - noi abbiamo il libero arbitrio! Bene; siamo ciò che siamo, col libero arbitrio al guinzaglio, purché impari a non mordere il padrone, sennò museruola e pedate. Per noi, insomma, per essere ciò che siamo occorre sapere ciò che siamo. Non è roba da poco, ma sono millenni che facciamo del nostro meglio, purtroppo con esiti sconfortanti. È il viziaccio di innamorarsi delle proprie elucubrazioni, fino a farne motivi per accoppare il prossimo.
E se invece dibattessimo di meno e osservassimo di più ? Osserveremmo che la conquista dell’ uguaglianza tra gli uomini è la più grande delle fessaggini, e che, non solo non li spinge all’amore, ma stimola l’odio. E questo va detto non solo per la maggiore disuguaglianza, che è quella sessuale, ma anche per la seconda, che è quella razziale. L’imbecille moderno ha dichiarato guerra a tutte e due e ne sta pagando il fio.
I Maestri americani di cui abbiamo riassunto la genealogia continuano a cantarci la loro litania: “Che conta il colore della pelle ?” Ma si, bamboccioni, lo sappiamo benissimo! Il colore non conta un picchio, tanto che gli odi più tenaci e feroci hanno imperversato fra genti assolutamente ... omocromatiche. Per fermarci al recente, non avete mica presenti Watussi e Bahutu, o le decine di etnie scatenate l’una contro l’altra in Nigeria o nel Biafra, o l’odio e il disprezzo reciproco tra Angolani e Bakongo, o la secolare oppressione dei Cafri da parte degli Zulù, tutti neri come liquirizia ? Sono le altre differenze quelle che contano, soprattutto mentali e caratteriali, ma anche fisiche. Quel che è del tutto arbitrario è l’identificazione di differenza con odio, quando la storia ci conclama che l’odio razziale non è nato con la separazione, ma con la pretesa integrazione, e la fogna sociale che sono gli U.S.A. ne è la più clamorosa prova. Non esiste motivo al mondo per cui due gruppi umani, anche se territorialmente contigui, debbano odiarsi perché diversi. Potranno averne altri di motivi, ma non quello. Anzi, la diversità - e il conseguente diverso modo di vivere - rendono, per l’uno, l’altro più “interessante” e non di rado ammirevole. Mischiateli, e l’uno cercherà di sopraffare l’altro, imponendogli le proprie regole di vita e di “sviluppo”, e l’altro non glie lo perdonerà.
Perciò - e in questo senso - noi siamo razzisti. Perché vogliamo che ogni razza senta il dovere e l’orgoglio di essere se stessa, di radicarsi alla propria terra e di costruirsi un avvenire in cui trovi realizzazione tutto ciò che la contraddistingue, senza il rancore sordo che sottostà a ogni compromesso.
E quando gridiamo “fuori dall’Italia gli immigrati!”, lo facciamo certo per il nostro bene, ma, ci credano, anche per il loro.

sabato 11 maggio 2013

La verità dietro i cancelli di Auschwitz David Cole




La verità dietro i cancelli di Auschwitz - David Cole [completo 480p]


https://www.youtube.com/watch?v=dati277iWTg

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La verità è una e una soltanto ma infinite le sue possibili interpretazioni

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Quella grande ipocrisia sulle cause e gli scopi della seconda guerra mondiale


di Francesco Lamendola - 17/11/2009

La Vulgata storiografica antifascista, sia nella versione liberaldemocratica sia in quella (oggi obsoleta) marxista-leninista, ci ha sempre spiegato che la seconda guerra mondiale fu scatenata interamente dalla follia di un uomo solo, Hitler; e che essa fu combattuta dal «mondo libero» (nonostante l’imbarazzante presenza, in esso, e in un ruolo decisivo, del compagno Stalin) per salvare la Polonia, un po’ come nel 1914 era stato fatto per il «poor little Belgium», il cui triste destino aveva profondamente commosso le dame britanniche.
Per quanto possa sembrare incredibile, questa risibile ricostruzione dei fatti ha retto per oltre sessant'anni, segno che non è una frase fatta quella secondi cui la storia viene scritta dai vincitori: perché, se gli Alleati non avessero vinto, impadronendosi della cultura e dell'informazione mondiali (basata, quest'ultima, sulle cinque grandi agenzie di stampa internazionale: due statunitensi, una britannica, una francese ed una sovietica), ben difficilmente sarebbe stato possibile puntellare tante menzogne e tante mezze verità per un tempo così lungo, insegnandole nelle aule scolastiche e universitarie e diffondendole a mezzo di migliaia e migliaia di libri ed articoli.
Per dirne una: come giustificare che quelle stesse potenze democratiche che, nel 1938, avevano gettato in pasto a Hitler la democratica Cecoslovacchia, nel 1939 firmarono una cambiale in bianco che incoraggiava la Polonia semifascista ad opporsi con la massima intransigenza alle richieste di Hitler (che, per mesi, furono pacifiche e decisamente moderate?).
Oppure: come spiegare che il 3 settembre 1939 Francia e Gran Bretagna dovevano per forza dichiarare guerra alla Germania per salvare la Polonia, mentre non presero la minima iniziativa contro l'Unione Sovietica allorché, il 17 dello stesso mese, quest'ultima invase a sua volta la sventurata Polonia (altro che «pugnalata nella schiena»!), prendendola alle spalle?
E come spiegare il fatto che la Francia e la Gran Bretagna non mossero un dito per soccorrere la Finlandia, aggredita dall'Unione Sovietica senza alcuna dichiarazione di guerra, proprio sul finire di quello stesso anno, eccezion fatta per il tardivo e mal concepito sbarco nel fiordo di Narvik, dopo l'occupazione tedesca della Norvegia?
Inoltre: come mai, se la guerra era stata scatenata per salvare la Polonia, né la Francia, né la Gran Bretagna, mossero un dito per aiutarla, restandosene sulla difensiva sul fronte occidentale, mentre le divisioni corazzate della Wehrmachrt scorrazzavano per la pianura polacca e conquistavano Varsavia in poco più di due settimane? Infatti, se davvero si desidera aiutare qualcuno in difficoltà, e se, per farlo, si è disposti a scatenare niente meno che un conflitto mondiale, un tale atteggiamento risulta semplicemente incomprensibile.
Oppure le vere ragioni della dichiarazione di guerra franco-inglese alla Germania erano completamente diverse? Non sarebbe più onesto ammettere che la Polonia fu gettata cinicamente in pasto ad Hitler, dopo averla aizzata ad una folle intransigenza, pur di avere il desiderato «casus belli» contro i Tedeschi, così come, nel dicembre 1941, Roosevelt e il governo statunitense avranno disperatamente bisogno dell'attacco di Pearl Harbor per poter dichiarare guerra ai Giapponesi, con tutte le apparenze della ragione e del buon diritto?
Ancora: come è possibile sostenere che le potenze democratiche scatenarono la guerra per difendere la libertà e l'indipendenza della Polonia, se nel 1945 furono così accomodanti ai disegni di Stalin volti a trasformarla in una pedina dell'impero sovietico?
Ci vuole un bel coraggio per continuare a sostenere a testa alta tutte queste verità di facciata, espressione di una storiografia di comodo, ad uso e consumo dei vincitori, volta a fornire una giustificazione per il loro cinismo, per la loro brama di dominio mondiale, per l'ipocrisia delle loro parole d'ordine liberali e democratiche.
Ha osservato il grande stoico francese François Furet nel suo libro «Il passato di un’illusione» (titolo originale: «Le passé d’une illusion», Paris, Laffont, 1995; traduzione italiana a cura di Marina Valensise, Milano, Mondatori, 1995, pp. 392-94):
«Il caso polacco è […] tristemente simbolico, poiché riguarda il paese che è stato all’origine della seconda guerra mondiale, prima di diventarne una delle grandi vittime. Causa del conflitto nel settembre 1939 e primo teatro di operazioni militar, la Polonia ha continuato a essere l’epicentro del terremoto europeo, dapprima divisa, saccheggiata, mortificata dalla Germamnia e dall’Urss, poi oggetto di disaccordo tra l’Urss e le democrazie anglosassoni, per perdere infine la propria indipendenza al termine d’una guerra che era scoppiata per assicurarla. La Polonia rivela ciò che prima e dopo il 22 giugno 1941 vi è d’immutato nella volontà di Stalin, attraverso un succedersi di alleanze contraddittorie. Nel 1939 e del 1940,m il segretario generale aveva ottenuto dal negoziato con Hitler un vasto insieme di territori nell’Europa orientale. Voleva ancora quello che Molotov era andato a chiedere a Berlino nel novembre del 1940: una sorta di protettorato su Romania, Bulgaria, Finlandia e Turchia, il controllo dei Balcani, lo statuto d superpotenza mondiale a fianco della Germania nazista. Di tutto questo, nulla è veramente cambiato con la nuova disposizione delle alleanze. Anche se ci sono due differenze: Stalin grazie ai successi del suo esercito ha continuato ad accrescere le sue ambizioni verso l’Ovest. E ormai deve negoziare non più con Hitler, ma con Churchill e Roosevelt.
La vicenda polacca dimostra che egli incontra meno difficoltà con i responsabili delle democrazie che con il dittatore nazista. Sebbene dopo il 22 giugno abbia rapidamente riconosciuto il governo polacco di Londra, preludio alla formazione d’un esercito polacco in territorio sovietico, Stalin rifiuta d’includere nell’accordo qualsiasi menzione della frontiera polacco-sovietica. E sn dall’autunno 1941 manifesta chiaramente agli inglesi la propria volontà di conservare i territori che ha comunque ottenuto dai tedeschi. Churchill e Roosevelt cercano di prendere tempo, rinviando a dopo la pace il tracciato dei confini. Ma se non possono aprire subito un secondo fronte europeo, richiesto con insistenza da Stalin, devono pur concedere qualcosa ai loro alleati, che temono sottoscriva - sulla base del precedente del 1939 - una pace separata con Hitler. Le democrazie pagano lo stato d’impreparazione militare in cui le ha sorprese la guerra, cedendo in anticipo ala volontà d’espansione sovietica. Ma bisogna considerare il peso delle illusioni: Churchill non ne ha affatto, Rosevelt invece sì. Sull’Unione Sovietica e il suo capo, il presidente americano s’è dimostrato ignorante e al tempo stesso ingenuo. Su Stalin nutre stranamente idee ottimistiche al punto che è difficile immaginare che apar5tengano davvero a un brillante statista. L’epoca, certo, vi si presta. Il ricordo del patto tedesco-sovietico sfuma con gli anni, l’Armata Rossa ha pagato con i suoi sacrifici il caro prezzo della redenzione. Stalingrado ha cancellato gli scambi di cortesia tra Ribbentrop e Molotov. La guerra impone la sua logica manichea, che diventa a poco a poco un’opinione obbligata.
Nel 1943, la scoperta da parte dei nazisti dell'ossario di Katyn complica l'imbroglio polacco, provocando da una parte la rottura tra l'Urss e il governo polacco di Londra, dall'altra la formazione a Mosca di un'altra équipe polacca, che annuncia il futuro potere comunista. I giochi sono già fatti anche in campo sovietico, proprio quando (fine 1943) l'Urss proclama come suoi obiettivi di guerra la restaurazione dell'indipendenza delle nazioni e la libera scelta del proprio governo da parte di ciascuna di esse. Nello stesso momento Churchill e Roosevelt, a Teheran, accettano come frontiera orientale della Polonia la linea Curzon. È una misura che implica un ampio spostamento del territorio polacco verso ovest, a detrimento di milioni di tedeschi che dovranno essere espulsi, il che comporta la stretta dipendenza della futura Polonia nei confronti dell'Urss.
A quel punto, il resto della storia è già scritto. L'avanzata militare sovietica all'ovest rende inevitabile anche quella parte della storia che non è stata stabilita in anticipo. L'insolubile problema che oppone il governo Mikolajczik a Stalin è risolta sul campo nell'agosto 1944. Al termine d'una rapida avanzata, l'Armata Rossa giunge sdino a Praga, sobborgo di Varsavia, sulla riva destra della Vistola. Allo stesso momento, il governo polacco di Londra decide d'affermare il suo diritto: con le sue unità militari clandestine, fa scoppiare l'insurrezione a Varsavia. Ma il dramma è che per vincere di fronte ale truppe tedesche ha bisogno d'una mano dell'Armata sovietica, accampata sull'altra sponda del fiume. E questa non si muove. Il 2 ottobre, assiste da lontano alla capitolazione dell'Esercito nazionale polacco e alla distruzione della città vecchia a Varsavia. In dicembre, il Comitato di liberazione nazionale della Polonia, formato a Lublino su iniziativa dei russi, si trasforma in governo provvisorio del paese, subito riconosciuto da Mosca. A Jalta, nel febbraio 1945, Churchill e Roosevelt riescono a ottenere da Stalin soltanto la partecipazione dei polacchi di Londra a questo governo provvisorio: è una "unione nazionale" fittizia, che non resisterà molto tempo alla situazione sul campo.
All'epoca però nessuno si preoccupa di questo trionfo della forza sul diritto., che corona una guerra combattuta in nome de diritto contro la forza. L'idea comunista segna in quegli anni il culmine del secolo, trionfando contemporaneamente nei fatti e nei pensieri.»
In questa ricostruzione e in questa interpretazione, vi sarebbe molto da dire su un punto importante, quello relativo alla ormai tradizionale versione della «impreparazione militare» delle democrazie rispetto a Hitler, nel settembre del 1939.
Che si tratti di una leggenda, lo hanno fatto notare solo pochi storici controcorrente, ad esempio Franco Bandini che, nel suo studio «Tecnica della sconfitta», ha mostrato come specialmente la Gran Bretagna non fosse affatto impreparata e, anzi, Churchill avesse freddamente deciso di provocare una guerra contro la Germania entro il 1939-40, vale a dire prima che questa riuscisse a surclassare la flotta inglese, ricalcando la politica inglese del 1914.
Se, poi, gli scopi di guerra degli Alleati erano il ripristino del diritto internazionale, della libertà di navigazione e di commercio, del dritto all'autodecisione dei popoli, secondo lo schema contenuto dalla Carta Atlantica firmata da Churchill e Roosevelt il 14 agosto 1941 (allorché gli Stati Uniti d'America, fatto degno di nota, non erano ancora in stato di guerra né contro il Giappone, né contro l'Asse), come si spiega il fatto che, nel 1945, metà dell'Europa venne gettata, senza batter ciglio, sotto il tallone di un sistema totalitario quale non si era mai visto in qualsiasi epoca della storia moderna, eccezion fatta per il solo nazismo?
Si dice che, quando ebbe notizia dello sfondamento delle proprie forze corazzate sul Volga e dell'accerchiamento della VI Armata Tedesca, prodromo della decisiva vittoria di Stalingrado, il dittatore sovietico si sia abbandonato ad uno dei suoi rarissimi momenti di sincerità: adesso il gioco era fatto, nessuno gli avrebbe mai più domandato di rendere conto dei suoi crimini: né delle stragi di massa della collettivizzazione forzata, né delle Grandi Purghe, né del patto coi nazisti del 23 agosto 1939, preludio alla spartizione della Polonia, né delle esecuzioni di parecchie migliaia di ufficiali polacchi nella foresta di Katyn.
E nemmeno di quelli che si accingeva a compiere: la cacciata di milioni di Tedeschi dalle province orientali del Reich; la vile dichiarazione di guerra al Giappone, già prostrato militarmente e sconvolto dalle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki; l'instaurazione di ferree dittature comuniste sui Paesi dell'Europa centro-orientale; la deportazione di intere popolazioni «infedeli», come i Tartari di Crimea e o i Cosacchi del Kuban; l'incitamento alla Corea del Nord affinché scatenasse una offensiva contro la Corea del Sud, rischiando - niente di meno - di precipitare una terza guerra mondiale fin dal 1950.
La storia non processa i vincitori, ma gli sconfitti. Questo sapeva Stalin; e questo sapevano anche Churchill e Roosevelt.
Il primo, autore della distruzione sistematica delle città tedesche mediante bombardamenti aerei terroristici di proporzioni apocalittiche e militarmente ingiustificati (Amburgo, Dresda, ecc.), che volle la seconda guerra mondiale per il miope ed egoistico disegno di preservare l'impero coloniale britannico, che invece la Gran Bretagna dovette liquidare poco dopo la fine della guerra (l'India ottenne l'indipendenza già nel 1947, sia pure fatalmente mutilata dalla secessione del Pakistan, ultimo colpo di coda del colonialismo inglese).
Il secondo, che si era fatto eleggere dai suoi connazionali promettendo di tenerli fuori dalla guerra, mentre fece di tutto per trascinare il suo Paese nel conflitto a sostegno della Gran Bretagna, l'antica madrepatria; e che riuscì perfettamente a creare la leggenda di un'America costretta a intervenire controvoglia, ma decisa a battersi disinteressatamente per il trionfo della libertà e della giustizia, mentre fin dall'immediato dopoguerra non esitò a servirsi delle cause più discutibili, prima fra tutte quella sionista, pur di affermare l'egemonia mondiale americana e per porre l'intero pianeta sotto la tutela della bandiera a stelle e strisce e dei finanzieri di Wall Street.
Proprio gli sessi che - vale la pena di sottolinearlo -, provocando la crisi economica del 1929, avevano avuto una responsabilità così grande nell'avvento del nazismo e, quindi, nelle vicende che avevano portato allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Quanta ipocrisia nella versione ufficiale circa le cause e gli scopi della seconda guerra mondiale, rinnovata ad ogni anno con le trionfalistiche celebrazioni dell'anniversario del «D-day» (6 giugno 1944), ossia dello sbarco angloamericano in Normandia!
Un solo esempio in proposito: gli storici della Vulgata liberaldemocratia si guardano bene dal ricordare che, nei primi giorni dopo quello sbarco, che segnava l'inizio della conquista e del successivo dominio americano sull'Europa, buona parte delle popolazioni francesi nelle retrovie del teatro di operazioni si auguravano la vittoria tedesca e speravano ardentemente che le forze d'invasione venissero rigettata nelle acque della Manica.
Ma queste cose, solo pochi storici controcorrente, come David Irving, hanno avuto il coraggio di dirle; e hanno pagato un prezzo molto salato per averle affermate, e sia pure sulla base di una documentazione inoppugnabile.
Altro che tramonto delle ideologie!
L'Europa e il mondo non hanno mai vissuto all'ombra di una cappa ideologica pesante come quella che regna oggi, dopo la fine della «guerra fredda»: il Pensiero Unico della democrazia liberale e del capitalismo trionfante.

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