venerdì 31 ottobre 2014

Come hanno costruito il falso olocausto


Hollywood ha avuto, insieme al cinema britannico e alla propaganda sovietica, una terribile e diretta responsabilità sia nelle menzogne sia nel processo di Norimberga

Contro l’Hollywoodismo, il Revisionismo

Di Robert Faurisson (Rinascita, 21 Feb 2012)

Il termine Hollywoodismo designa la trasformazione, spesso menzognera, della realtà tramite lo spirito e le pratiche di tutto un cinema americano.

In un primo tempo, descriverò in termini generali la malvagità dell’Hollywoodismo.
In un secondo tempo, descriverò i misfatti dell’Hollywoodismo nella formazione dell’impostura dell'"Olocausto", vale a dire nella costruzione del mito del genocidio, delle camere a gas e dei sei milioni di ebrei uccisi durante la Seconda Guerra mondiale dai Tedeschi.
Infine, in un terzo ed ultimo tempo parlerò del Revisionismo come antidoto par excellence contro l’Hollywoodismo e la sua incessante, aggressiva campagna pubblicitaria in favore della religione dell'"Olocausto".


1. L’Hollywoodismo e la sua malvagità

Secondo l'American Heritage Dictionary, "Hollywood" può designare "l'industria cinematografica americana" ma anche "Un’atmosfera od un tono appariscente e volgare, che si ritiene associato all'industria cinematografica statunitense".
Usato come aggettivo, la parola significa sia "riguardante l'industria cinematografica americana: un film di Hollywood, un produttore di Hollywood", sia, secondo la citazione data: "Appariscenti e volgari, i loro vestiti erano puro Hollywood."

Un esempio ben noto dell'ideologia diffusa da questa industria del film è che il mondo si divide essenzialmente in Buoni e Cattivi.

I Buoni sono gli Stati Uniti ed i Cattivi tutti coloro che gli Stati Uniti decretano essere tali.

I Buoni sono fondamentalmente Buoni ed i Cattivi fondamentalmente Cattivi.

Gli Stati Uniti sono sempre nei loro diritti e vincono mentre i Cattivi sono sempre dalla parte del torto e perdono.

Non si può né si deve dunque avere nessuna pietà per i vinti: la loro sconfitta prova che essi erano davvero dei criminali.

I vincitori si arrogheranno il diritto di giudicare o di far giudicare i vinti.

Tutti hanno in mente quelle che vengono chiamate le "atrocità naziste", in particolare le immagini di cadaveri ambulanti, o di cadaveri propriamente detti.

Ora, sono 67 anni che Hollywood ce li presenta come la prova che i Tedeschi possedevano delle officine della morte: fabbriche dove le SS passavano il loro tempo ad uccidere prevalentemente degli ebrei.

In realtà, questi cadaveri erano la prova che, a causa della distruzione sistematica da parte degli Alleati delle città tedesche, la Germania nel 1945 era in piena agonia: gli abitanti che erano sopravvissute al diluvio di ferro e di fuoco vivevano fra le macerie o in buche, esposti al freddo e alla fame; spesso non vi erano più né cibo, né medicine; gli ospedali e le scuole erano distrutti, i treni ed i convogli non circolavano praticamente più; i rifugiati dall’Est, terrorizzati dai crimini e dagli stupri dell'Armata Rossa, si contavano a milioni.
Nel 1948 il regista italiano Roberto Rossellini ha onestamente descritto questa situazione in Germania Anno Zero.

Perciò non ci si dovrebbe sorprendere che nel 1945, nei campi di lavoro o di concentramento regnassero la mancanza di viveri e le epidemie di tifo, di febbre tifoide, di dissenteria mentre i medicinali ed i prodotti di disinfezione come lo Zyklon B venivano drammaticamente a mancare.

Hollywood ha avuto, insieme al cinema britannico e alla propaganda sovietica, una terribile e diretta responsabilità sia nelle menzogne che hanno accompagnato la cosiddetta scoperta dei campi di concentramento tedeschi (1945) sia nel vergognoso lynching party (l’espressione è di Harlan Fiske Stone, all’epoca presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti) del processo di Norimberga (1945-1946) dove i vincitori coalizzati si sono eretti a giudici e a giuria dei vinti.

È ben vero che nel 1945, anche un campo di concentramento privilegiato come quello di Bergen-Belsen offriva una visione da incubo.
Ma gli orrori che vi si sono scoperti allora non erano stati creati dai Tedeschi.

Essi erano imputabili alla guerra e, in particolare, ad una guerra aerea condotta spietatamente, proprio fino alla fine, da parte degli Alleati contro... i civili.

Occorreva un bel cinismo per mostrare questi orrori puntando un dito accusatore in direzione dei vinti, mentre i principali responsabili erano l’US Air Force e la Royal Air Force.

Nell'aprile del 1945, non potendo più resistere, il comandante del campo di Bergen-Belsen, il Capitano delle SS Josef Kramer, aveva inviato degli uomini incontro alle truppe del Maresciallo britannico Montgomery per informarle che esse si avvicinavano ad un terribile focolaio di infezione, e che non bisognava quindi rilasciare immediatamente i prigionieri, per il rischio che questi ultimi contaminassero la popolazione civile ed i soldati britannici.

Questi ultimi hanno accettato di collaborare con la Wehrmacht. Giunti sul posto, hanno trattenuto gli internati cercando di curarli, ma la mortalità è rimasta per molto tempo spaventosa.

I Britannici hanno voluto sapere quante persone erano state sepolte nelle ampie fosse comuni.
Hanno estratto i cadaveri, li hanno contati e poi un ufficiale britannico, con l'aiuto di un bulldozer, ha fatto spingere i cadaveri in direzione di sei grandi fosse, dove i suoi soldati hanno costretto alcune guardie SS a gettarveli a mani nude.

Ma, ben presto, questa realtà è stata trasformata dai servizi di propaganda cinematografica.
Si è fatto credere che questi cadaveri fossero quelli di gente uccisa nell’ambito di un presunto programma di sterminio.

Una fotografia scattata da un aereo e che mostra da lontano il bulldozer ha permesso di far credere che il veicolo fosse guidato da un soldato tedesco, nello adempimento del suo quotidiano lavoro di impiegato di una fabbrica della morte.

In un caso, una foto presa da vicino mostrava la base della macchina che spingeva dei cadaveri, ma lo scatto "decapitava" il conducente in modo tale che, non potendo vedere che si trattava di un Britannico, s’immaginava che il conducente fosse tedesco.

In generale, gli Americani hanno moltiplicato le falsificazioni di questa natura.

Il generalissimo statunitense Eisenhower è stato il grande organizzatore di questo Hollywoodismo esacerbato.
Si è fatto venire sul posto, in uniforme da tenente colonnello, il famoso regista di Hollywood George C. Stevens.

La sua equipe ha girato 80.000 piedi (24.400 metri circa) di pellicola di cui egli ha selezionato per il sostituto procuratore Donovan 6.000 piedi (1.800 metri circa, ovvero il 7,5% del totale).

Sono questi spezzoni, scelti accuratamente dall’accusa americana che, il 29 novembre 1945, all’alzarsi del sipario del famigerato "Processo di Norimberga", sono stati proiettati per stupire il mondo intero; alcuni degli imputati tedeschi, sconvolti, ne hanno dedotto che Hitler aveva perpetrato, alle loro spalle, un enorme crimine.

È in questo senso che si può dire del "processo di Norimberga" che esso ha sugellato il trionfo dell’Hollywoodismo.

2. L’Hollywoodismo nella costruzione del mito dell'"Olocausto"

L'"Olocausto" degli ebrei è diventato in seguito una sorta di religione di cui le tre principali componenti sono lo sterminio, le camere a gas e i sei milioni di martiri.

Secondo un articolo di fede di questa religione Hitler avrebbe ordinato e pianificato il massacro sistematico di tutti gli ebrei d’Europa; così facendo, avrebbe commesso un crimine senza precedenti, un reato specifico, chiamato più tardi genocidio.

Poi, al fine di perpetrare questo specifico crimine, avrebbe fatto notoriamente mettere a punto un’arma specifica, un'arma di distruzione di massa, la camera a gas, funzionante nello specifico con un potente insetticida, lo Zyklon B, un prodotto a base d’acido cianidrico.
Il risultato finale di questo enorme crimine sarebbe stata la morte di sei milioni di ebrei europei.

Il campo di Auschwitz-Birkenau sarebbe stato il punto centrale, il punto culminante, il Golgota di questo orrore.

Dopo la guerra si è sviluppata intorno a questa santa trinità dell'"Olocausto" tutta una propaganda, tutta un’industria dell’"Olocausto", tutto un commercio, lo “Shoah-Business”.

Negli Stati Uniti, l'industria cinematografica si è nutrita di questa credenza e l’ha propagata in tutto il mondo occidentale.

È soprattutto a partire dal 1978, che una simile propaganda si è sviluppata, in particolare con i quattro episodi della miniserie americana Holocaust che raccontava la saga della famiglia Weiss.

Non è affatto esagerato dire che la proiezione di questo romanzo d’appendice è diventata, a partire dal 1979, quasi obbligatoria in tutta una parte del mondo. Essa ha scatenato una valanga di film, tra i quali Schindler’s List di Steven Spielberg, La vita è bella di Roberto Benigni, Il pianista  di Roman Polanski. 

In Francia, nel 1985, Claude Lanzmann ci ha gratificati con un documentario-documenzognero di oltre nove ore: Shoah. 

Il numero di Emmy Awards, di Oscar o di altre ricompense-premio attribuite a film di questo genere è davvero stupefacente. Un magnate dell'Entertainment Industry, Andrew Wallenstein, ha dichiarato una volta nel The Hollywood Reporter:
"Diciamolo, semplicemente: la vera ragione per cui vediamo così tanti film sull'Olocausto è che essi sono delle esche per pescare premi."

È da tali constatazioni che è nata la formula There’s no business like Shoa Business
("Non c'è business come lo Shoah business"), ispirato al refrain, notoriamente cantato da Liza Minnelli, della canzone "There’s no business like Show Business".


3. Il revisionismo è un antidoto al veleno dell’Hollywoodismo

Il revisionismo non è un'ideologia ma un rimedio alla tentazione dell'ideologia. È un metodo. Che si tratti di letteratura, di scienza, di storia, dei media, che si tratti di una qual si voglia attività umana, esso sostiene che si stabilisca la realtà di un fatto preliminarmente da ogni considerazione su di esso.

Ciò che si crede d’aver visto, inteso, o letto, bisogna nuovamente vederlo, comprenderlo, leggerlo.

Bisogna diffidare delle prime impressioni, delle emozioni, delle voci, non fidarsi di nulla e di nessuno, fintantoché non si sia condotta a fondo la propria indagine, e ciò a maggior ragione se si studia una diceria di guerra, perché, non dimentichiamolo, in tempo di guerra la prima vittima è la verità.

Il poco tempo che mi resta non mi permette, sfortunatamente, di descrivere qui come ed a quale prezzo, in una cinquantina d’anni di ricerche, io sia giunto, con molti altri revisionisti, alla conclusione che "l'Olocausto" non sia decisamente altro che una gigantesca impostura, come del resto avevo potuto convincermene dopo qualche anno.

Già il 17 dicembre 1980 riassumevo questa conclusione in una frase in francese di sessanta parole di cui oggi non ne cancellerei neppure una.

Ecco la traduzione in italiano: "Le pretese camere a gas hitleriane ed il preteso genocidio degli ebrei formano una sola e medesima menzogna storica, che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria di cui i principali beneficiari sono lo Stato di Israele ed il sionismo internazionale, e le cui principali vittime sono il popolo tedesco – ma non i suoi dirigenti – e l’intero popolo palestinese."

Per farsi un'idea delle spettacolari vittorie riportate contro questa impostura, grazie ai lavori dei revisionisti, ci si potrà riferire a due studi che compaiono nel mio blog * : "Le Vittorie del revisionismo" (carta della conferenza per Tehran dell’11 dicembre 2006) e "Les Victoires du revisionisme (suite)" (11 settembre 2011). Non è esagerato dire che attualmente in Francia, ed altrove nel mondo, gli autori che difendevano la tesi dell'"Olocausto" sono pienamente allo sbando. Il guaio è che la censura e la repressione impediscono ancora al grande pubblico di conoscere questa buona novella; ma con Internet, i tempi cambiano e lo fanno velocemente.

Conclusione

La credenza generale del mondo occidentale nell'"Olocausto" è stata per lungo tempo la spada e lo scudo del sionismo.
Ma oggi il revisionismo mette in pericolo questa credenza.
Questa conferenza sull’Hollywoodismo segnerà, io penso, un’ulteriore tappa nella nostra lotta comune, una lotta per i diritti di tutti – in particolare dei Palestinesi – una lotta affinché il mondo si liberi da una tirannia fondata sulla Più Grande Menzogna dei tempi moderni.




Aggiunta da SOCIALEPagina introduttiva al revisionismo storico
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giovedì 30 ottobre 2014

Il divario Nord-Sud e le leggi approvate dal primo Parlamento italiano (il rapporto ISMEZ)


di Gigi Di Fiore
CONTROSTORIE

Il Sud è al tracollo. Mai così male, negli ultimi 40 anni. Lo Svimez diffonde cifre da brividi: del 12,7 per cento crollati i consumi; del 4,2 gli investimenti. Solo due volte, dall'unità d'Italia in poi, al Sud ci sono stati più defunti che bambini nati. La prima volta fu nel 1867.

Male, male, male: il divario aumenta e l'occupazione è come fu nel 1977, con 583mila posti di lavoro persi. Il sottosegretario Graziano Delrio parla di "Sud diventato la Germania dell'Est dell'Italia" e il presidente dello Svimez, Adriano Giannola, denuncia: "Negli ultimi 25 anni si è puntato solo sulla locomotiva Nord, dimenticando il Mezzogiorno".

C'è da chiedersi, parlando d'Italia, se privilegiare il Nord nelle scelte politico-economiche sia fenomeno soltanto degli ultimi 25 anni o se, per caso, il nostro non sia sempre stato un Paese nord-centrico nei suoi obiettivi di sviluppo. Il divario economico si ridusse negli anni del boom economico nei primi anni '60 del secolo scorso: lo dicono le cifre del Pil di quel periodo riportate anche dai professori Daniele e Malanima. Periodo che coincise con l'avvio della Cassa del Mezzogiorno, che significò nvestimenti e opere pubbliche in grado di trainare l'economia meridionale.

Una formula non nuova se già nel 1904, al momento dell'approvazione della legge speciale per Napoli, era teorizzata anche da Francesco Saverio Nitti. Che scriveva: "Occorre che Napoli cessi di essere città di consumi per diventare città di produzione. Niente industrie sussidiate, concessioni o forme speciali di protezione, la rinnovazione industriale non può però che avvenire in un regime speciale".

Parliamo esclusivamente d'Italia unita, parliamo delle scelte territoriali e geografiche fatte per eliminare squilibri, per armonizzare tutte le aree della penisola. E partiamo dall'inizio della nostra storia unitaria, guardando agli anni probabilmente premessa delle scelte successive. Scelte legislative, scelte economiche, scelte politiche.

Senza interpretazioni, parlano i fatti. Parlano i dati della prima legislatura, quella che cominciò il 18 febbraio 1861 e fino al 1865 vide avvicendarsi sei governi. Che volto diedero alla nazione in fasce i 443 deputati, eletti da 394.365 italiani? Tra quegli onorevoli, 192 venivano dalle regioni meridionali, 133 da quelle settentrionali, 107 dal centro e 11 dalla Sardegna.

Oggi, Niki Vendola, governatore della Puglia, dice  che "l'unità del Paese si raggiunge con la realizzazione delle ferrovie". Se al momento dell'unità, esistevano più percorsi ferroviari al Nord che al Sud, dopo 153 anni cosa si è fatto per eliminare il divario di partenza? Logica avrebbe voluto che, da subito, già alla prima legislatura del regno d'Italia, si fosse scelto di finanziare somme maggiori di investimenti nei collegamenti ferroviari nel Mezzogiorno invece che nel resto della penisola.

E invece? Invece il quadro dei chilometri delle concessioni per opere ferroviarie dal 1861 al 1865 fornisce un insolito criterio di riequilibrio. Un quadro raccolto dal deputato della destra cavouriana Leopoldo Galeotti. Eccolo: 2937 chilometri nell'Italia "superiore", 1481 nella "media", 1805 in quella "meridionale". La somma di chilometri tra Sardegna (che fino al 1863 non aveva neanche un metro di ferrovia) e Sicilia fu di 1847.

Sempre Galeotti ci fornisce le cifre degli investimenti per le strade: 3 milioni 575367 per le "province subalpine" e 2 milioni 500763 per le napoletane. Non esistevano più le Due Sicilie, né il regno Sardo-piemontese. Era il regno d'Italia, con le sue prime scelte parlamentari. E questi sono i numeri.

Illuminanti anche alcune leggi approvate tra il 1861 e il 1865: un prestito di 500 milioni per limitare il disavanzo maturato "per costruire l'Italia". Ancora 226mila lire per il porto di Rimini. Poi, nel 1861, 8 concessioni ferroviarie nel centro-nord e due nel sud. Una delle due assai generica, fu approvata il 28 luglio: "costruzione di strade ferrate nelle province meridionali, napoletane e siciliane". Significativa la legge del 18 agosto, che istituì "succursali e sedi della Banca nazionale nelle province meridionali". Era la Banca centrale dell'ex regno Sardo-piemontese. Non fu consentita, invece, l'apertura di sedi del Banco di Napoli al nord.

Il 5 dicembre si pensò di abolire i "vincoli feudali nelle province lombarde". E poi si unificarono pesi e misure, moneta e codici secondo le regole in vigore in Piemonte prima delle annessioni. Il 1862 fu l'anno delle leggi per nuove tasse: sui biglietti ferroviari, sul registro, sul bollo, sulle società industriali, commerciali e delle assicurazioni, sulle ipoteche, sull'Università, sul bollo delle carte da gioco, sui redditi della ricchezza mobile. E poi, due anni dopo, un secondo prestito per appianare il disavanzo: stavolta di 700 milioni, nel 1863.

Questo fu il primo stampo dell'Italia unita ancora neonata. Inutile negarlo: l'impronta prevalente porta il marchio dei deputati del nord. Nei primi 20 anni d'unità ebbero il sopravvento, per una serie di ragioni che qui sarebbe lungo elencare, usi e leggi dell'ex regno subalpino. E lo ammise anche il toscano Leopoldo Galeotti, che nel suo consuntivo sulla prima legislatura pubblicato nel 1866 scriveva: "Non conviene dimenticare che il Parlamento, nella sua quasi totalità (eccettuata la parte piemontese), era composto di uomini nuovi e inesperti. Così la balia di fare e disfare rimase nella sostanza agli uomini della burocrazia. Quello che avveniva ai deputati, toccava anche ai ministri piemontesi e non piemontesi". Era l'eredità che l'Italia in fasce lasciava a chi l'avrebbe governata negli anni a venire. 


martedì 28 ottobre 2014

Contro il mondialismo per la libertà! Gianantonio Valli e Fabrizio Fiorini a Teramo



Cronache “revisioniste”: seconda conferenza-dibattito su temi revisionisti. Dopo Cantù (1), il 13 settembre 2014, ecco l’evento a Bellante (TE) del 25 ottobre 2014 ! Riceviamo e pubblichiamo…
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Contro il mondialismo, per la libertà

Presentazione della rivista “l’Uomo libero” 
e del saggio “Logiche olocaustiche” di Gianantonio Valli

Bellante, 25 ottobre 2014
di Fabrizio Fiorini

I relatori Valli e Fiorini, sulla dex D'Amario Click...
I relatori da sin. Fiorini,Valli, D’Amario Click…
Grazie al sempre lodevole impegno, agli sforzi e all’eccellente lavoro politico e culturale dell’Associazione Culturale “Nuove Sintesi” di Bellante (TE), nella giornata di sabato 25 ottobre si è tenuta, nella località abruzzese, la oramai consueta presentazione della rivista “l’Uomo libero”, giunta al suo 77° numero.
L’Uomo libero”, da decenni sensibile alle tematiche e alle ragioni della storiografia revisionista, fa del proprio nome una bandiera: quella di chi difende la verità (storica o tout court) a costo di enormi sacrifici, esclusione sociale, messa al bando, demonizzazione, sanzioni d’ogni sorta.
Panoramica sul pubblico. Click...
Panoramica sul pubblico. Click…
Non a caso, infatti, la pubblicazione si pregia della pluriennale e prestigiosa collaborazione della prestigiosa firma del dr. Gianantonio Valli (2) il quale, presente in questa importante giornata di militanza e controinformazione, ha avuto modo di presentare una delle sue opere più recenti, “Logiche olocaustiche” (Edizioni Effepi, Genova 2013), in cui, attraverso il testo di tre “conferenze” (Logica del Revisionismo – Logica dello Sterminazionismo – Logica della Repressione), vengono minuziosamente “smontate” le perverse dinamiche sociali e culturali con cui è stata imbastita la più grande menzogna storiografica della storia degli ultimi millenni.
Il dibattito. Click...
Il dibattito. Click…
Copertina della rivista.Click...
Copertina della rivista.Click…
“Fortiter in re, suaviter in modo”, la penna del dottor Valli è un maglio tanto possente quanto capace di sferrare colpi con precisione millimetrica. Tanto coraggiosa quanto rigorosa. Ed è stato proprio col coraggio e col rigore delle sue argomentazioni che ha intrattenuto, nel corso della conferenza, un pubblico numeroso e attento, che ha partecipato al dibattito conclusivo porgendo svariate e circostanziate domande.
A fine giornata, una sola, unanime voce: l’esortazione ad andare avanti, nonostante tutto, nonostante tutti. Senza la verità, senza il coraggio di affermarla, la libertà e la riscossa dei popoli resteranno rinchiuse nella gabbia della grande menzogna.
Niemals aufgeben!
Note
1) Su tale conferenza reportage e video...QUI-1 QUI-2 QUI-3
2) Tutti i posts del dott.Valli, presenti su questo sito, si trovano Archivio Valli
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Legge Mancino che punisce l’odio ed i reati di opinione… di Massimo Fini



“Siamo in Italia, la situazione non è esplosiva, 
e dunque preferirei un disegno di legge. 
Sono però sollecitato a scegliere il Decreto Legge”
(Nicola Mancino,l’Unità, 25.11.92)

I reati di opinione l’intolleranza a volte si veste da democrazia   

!nicola_mancino_legge_odioChi segue questa rubrica sa che io mi batto da anni contro i reati di opinione che sono in gran parte un retaggio del Codice fascista di Alfredo Rocco. In una democrazia i reati di opinione non dovrebbero avere diritto di cittadinanza.
Adesso Francesco Storace è a processo per ‘vilipendio del Capo dello Stato’ avendo definito ‘indegno’, a suo tempo, il comportamento di Giorgio Napolitano . In seguito il leader della Destra si è scusato con il Presidente che l’ha ‘perdonato‘. Ma questo dal punto di vista giuridico non vuol dire nulla, perché non siamo nel diritto iraniano, dove il perdono della vittima estingue la pena, siamo ancora, bene o male, nel diritto italiano. Storace ha ricevuto una valanga di attestati di solidarietà, «da Gianfranco Fini a Vladimir Luxuria, da Silvio Berlusconi a Roberto D’Agostino». Sacrosanto, a parte la qualità dei personaggi ‘scesi in campo’ a difesa di Storace. Ma la telefonata più sorprendente Storace l’ha ricevuta dal ministro della Giustizia Andrea Orlando
che vedendo su twitter l’hashtag #iostoconstorace (questi ministri, come il loro premier, passano delle ore davanti ai social network) ha sentito il bisogno di scusarsi con lui. Ora, un ministro della Giustizia non può scusarsi con un imputato che è a processo secondo le leggidello Stato italiano che lui stesso, in questo caso più di ogni altro ministro, rappresenta. Così come (è il caso Napolitano-Mancino a proposito della presunta ‘trattativa Stato-mafia) un Presidente della Repubblica non può intrattenersi a colloquio con un’imputato su questioni che riguardano il suo processo. Al massimo, ed è già tanto, può augurargli ‘buon Natale’ se si è in periodo di festività.
Il fatto è che sono saltate tutte le regole in questo straordinario Paese dove un detenuto molto speciale, e molto poco detenuto, può incontrare il capo della seconda Potenza mondiale (immagino che non si siano limitati a parlare solo di calcio-balilla).
Svegliandosi da un lungo letargo in materia anche Pierluigi Battista si è accorto che i reati di opinione sono una aberrazione in una democrazia degna di definirsi tale e sul Corriere del 21/10 scrive: «I reati di opinione sono una triste eredità del fascismo che la democrazia repubblicana e antifascista non ha mai voluto mettere in soffitta». Peccato che Battista, e tutti iBattista, non abbia emesso un guaito di disapprovazione per una norma liberticida varata in piena ‘democrazia repubblicana’. Mi riferisco alla cosiddetta ‘legge Mancino‘ che punisce con la reclusione fino a tre anni «chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico…alla stessa pena soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche». E’ una legge chiaramente liberticida che supera quelle dei peggiori totalitarismi perché arriva a punire anche l’odio, che è un sentimento e, come tale, incomprimibile. Ed invece è statasalutata, da Battista e da tutti i Battista, come un insigne esempio del ‘democratilly correct’.
Recentemente la Cassazione ha ribadito la condanna di due ragazzi che durante una manifestazione di Casa Pound «avevano urlato in coro ‘presente’ e fatto il saluto romano». LaCassazione ha visto in questi gesti ‘rigurgiti di intolleranza’. A me pare che l’intolleranza stia proprio dall’altra parte, quella democratica.
Scrive Battista, a proposito del ‘caso Storace': «Prevale la malcelata soddisfazione per i guai giudiziari di un avversario politico». A me non pare proprio. Quella politica è l’unica, vera, classe rimasta su piazza. E si autotutela. Storace, in un modo o nell’altro, se la caverà, giustamente. A volare in questo Paese sono solo e sempre gli stracci.
Massimo Fini
Fonte Il Gazzettino del 24 ottobre 2014;  http://www.massimofini.it/articoli/i-reati-di-opinione-l-intolleranza-a-volte-si-veste-da-democrazia
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domenica 26 ottobre 2014

L'insegnamento tangibile di Evo Morales e delle civiltà superstiti


"Nella cultura occidentale, chi viene eletto pensa immediatamente a come guadagnare denaro. 
A quale impresa esigere il 10%, il 15%, in cambio del privatizzare questo o quello; sono quelle che chiamate tangenti. 
Ma se guardiamo alla nazione come una famiglia, e la famiglia per noi è molto importante, questo tipo di autorità non risponde alle esigenze della famiglia, di quella famiglia che è la Bolivia. 
La nostra cultura, le comunità indigene, si muovono su altre basi. 
I nostri principi si basano sul 'ama sua, ama llulla, ama qh'ella', che in lingua aymara significa non rubare, non mentire e non battere la fiacca. 
Questi precetti, che ci vengono dalle nostre autorità originali, sono così importanti che ritengo che basandosi su questi si possa cambiare la società. 
Pertanto io affermo che il movimento indigeno è la riserva morale dell'umanità. 
Le nostre politiche oggi sono orientate contro quel modello economico, a recuperare la dignità della Patria, a favorire l'uguaglianza tra i boliviani. 
E poi c'è un altro tema di fondo, quello della madre terra, della Pachamama. I popoli indigeni crediamo che dobbiamo vivere in armonia e difendere la madre terra. 
Risorse naturali come l'acqua, che il capitalismo considera una mercanzia, noi invece le consideriamo un diritto umano".

“A partire da ora Israele passa al gruppo di paesi i cui cittadini sono obbligati a richiedere un visto per entrare in Bolivia previa autorizzazione della Direzione Nazionale di Immigrazione che valuterà caso per caso”.(Morales include Israele nella lista di “Stati terroristi” per protestare contro il massacro nella Striscia di Gaza)

"Le colonie non sono più in Africa o in Sud America. Le colonie USA sono in Europa, ed è già tempo che si liberino di questa schiavitù".
"Il peggior nemico dell'umanità è il capitalismo statunitense. È esso che provoca sollevazioni come la nostra, una ribellione contro un sistema, contro un modello neoliberale, che è la rappresentazione di un capitalismo selvaggio. Se il mondo intero non riconosce questa realtà, che gli stati nazionali non si occupano nemmeno in misura minima di provvedere a salute, istruzione e nutrimento, allora ogni giorno i più fondamentali diritti umani sono violati".

"Bisogna pensare a modelli diversi di società rispetto al capitalismo. Non è accettabile che nel XXI secolo alcuni paesi e multinazionali continuino a provocare l'umanità e cerchino di conquistare l'egemonia sul pianeta. 

Sono arrivato alla conclusione che il capitalismo è il peggior nemico dell'umanità perché crea egoismo, individualismo, guerre mentre è interesse dell'umanità lottare per cambiare la situazione sociale ed ecologica del mondo".

"Che intendiamo per "economia verde"? 
L’ambientalismo dell’"economia verde" è il nuovo colonialismo per sottomettere i nostri popoli e i governi anticapitalisti.
L’ambientalismo del capitalismo è un nuovo colonialismo a partita doppia, è un colonialismo verso la natura che rende merci le fonti naturali di vita ed è un colonialismo verso i paesi del sud che caricano sulle loro spalle la responsabilità di proteggere l’ambiente distrutto dall’economia capitalista industriale del nord.
L’ambientalismo rende merce la natura, ogni albero, ogni pianta, ogni goccia d’acqua ed ogni essere della natura diventa merce sottoposta alla dittatura del mercato. 

La dittatura del mercato privatizza la ricchezza e socializza la povertà.

L’ambientalismo usurpa la creatività della natura, che è un patrimonio comune di tutti gli esseri viventi che esistono, e lo espropria per lucro privato.In nome della cura della natura, l’ambientalismo è una strategia imperiale che quantifica ogni fiume, ogni lago, ogni pianta, ogni prodotto naturale e lo traduce in denaro, in guadagno imprenditoriale e lo mette temporaneamente da parte in attesa del momento migliore in cui quell’appropriazione privata può dare maggior reddito economico. 

L’ambientalismo, misurando l’utilità della natura in denaro, colonizza la natura stessa, dal momento che converte la fonte di vita di tutte le generazioni in un bene privato a beneficio di alcune persone.

Perciò l’ambientalismo è solo un modo di realizzazione del capitalismo distruttore, un modo graduale e scaglionato di distruzione mercificata della natura, ma l’ambientalismo del capitalismo è pure un colonialismo predatore perché permette che gli obblighi che hanno i paesi sviluppati di preservare la natura per le future generazioni siano imposti ai paesi in via di sviluppo, mentre i primi si dedicano in modo implacabile a distruggere mercificando l’ambiente, i paesi del nord si arricchiscono in mezzo a un’orgia depredatrice delle fonti naturali di vita e obbligano noi paesi del sud a essere i loro guardaboschi poveri.

Vogliono eliminare la nostra sovranità sulle nostre risorse naturali limitando e controllando i nostri utilizzi e sfruttamenti. 

Vogliono creare meccanismi d’intromissione per monitorare, giudicare e controllare le nostre politiche nazionali, 

vogliono giudicare e punire l’uso delle nostre risorse naturali con argomenti ambientalisti.

Vogliono uno Stato debole con istituzioni deboli e sottomesse affinché gli regaliamo le nostre risorse naturali com’è sempre stato nella nostra storia.

Il capitalismo promuove la privatizzazione e la mercificazione della biodiversità e l’affare delle risorse energetiche: per il capitalismo e per il colonialismo che usano l’ecologismo la vita non è un diritto.

Non è possibile che la cosiddetta civiltà di 200 o 300 anni possa distruggere la vita armonica che hanno vissuto i popoli indigeni per oltre cinquemila anni. 

Questa è la profonda differenza che esiste tra l’occidente e i paesi del sud e in particolare i movimenti sociali che vivono in armonia con la Madre Terra.

Un piccolo contributo dalla Bolivia: in Senato è stata approvata la Legge della Madre Terra e dello Sviluppo Integrale per Vivere bene. 

L’obiettivo è vivere bene per mezzo dello sviluppo integrale e in armonia con la Madre Terra per costruire un società giusta, imparziale, solidale e senza povertà.

Per raggiungere lo sviluppo integrale abbiamo bisogno di realizzare in modo complementare i seguenti diritti:
i diritti della Madre Terra,
i diritti dei popoli indigeni,
il diritto dei poveri a superare la povertàil 
diritto del popolo boliviano a vivere bene,
il diritto e l’obbligo dello Stato allo sviluppo sostenibile

Non possiamo svilupparci senza toccare la natura né svilupparci distruggendo le natura.

Per questo la nostra legge propone la complementarità dei diritti. 
Oltre a questo, la nostra legge crea anche l’Ente Plurinazionale di Giustizia Climatica per gestire l’adattamento, la mitigazione climatica e creare un fondo nazionale di giustizia climatica.

Una piccola esperienza vissuta fin ora, di recupero delle nostre risorse naturali, e che in Bolivia ci ha fatto migliorare abbastanza la nostra economia.

Tre esempi: 
l’impresa più grande dei boliviani, la Giacimenti Petroliferi Nazionali Boliviani (YPFB), nel 2005 rendeva solo 300 milioni di dollari; dopo la nazionalizzazione degli idrocarburi, in brevissimo tempo ha migliorato la nostra economia, e quest’anno la nostra impresa YPFB vale circa 3.500 milioni di dollari. 
Grazie alla lotta del popolo boliviano e grazie all’obbedire all’ordine di nazionalizzare le nostre risorse naturali. 
Sappiamo di essere un paese piccolo, chiamato paese povero, in via di sviluppo, che le nostre riserve internazionali nel 2005 erano di 1.700 milioni di dollari, quest’anno stiamo arrivando a 13.000 milioni di dollari di riserve internazionali.

Gli investimenti pubblici in Bolivia nel 2005, prima che io arrivassi alla Presidenza, erano di 600 milioni di dollari, e il 70% dei 600 milioni di dollari erano crediti o donazioni. 
Quest’anno gli investimenti pubblici sono programmati per oltre 5.000 milioni di dollari.

Potrete immaginarvi come sia cambiata l’economia dopo che abbiamo recuperato o nazionalizzato gli idrocarburi, da 600 a oltre 5.000 milioni di dollari.

È così importante recuperare le nostre risorse naturali! 

Con molto rispetto per i Paesi, Stati Africani e di tutto il mondo: recuperino o nazionalizzino le loro risorse naturali, le risorse naturali dei popoli che sono sotto la pressione degli Stati e non possono essere un affare delle multinazionali.

Oltre a questo, altra esperienza vissuta è che i servizi di base non possono essere affare privato. 

In Bolivia erano privatizzate anche le telecomunicazioni, l’acqua. 

Dopo essere arrivati alla Presidenza, abbiamo iniziato a recuperare. 

E questa forma di recupero è un obbligo dello Stato e non una privatizzazione, un affare delle multinazionali. 

Ci aiuta a risolvere i problemi più importanti in Bolivia.Sarebbe importante pensare veramente alle future generazioni e questo lo vedo solo facendola finita con modelli di saccheggio, depredatori, facendola finita con il sistema capitalista. 

Il capitalismo non è affatto una soluzione, ora mi dispiace molto dire che ho analizzato seriamente e ho seguito seriamente la cosiddetta “economia verde”, e ripeto ancora una volta che è il nuovo capitalismo per sottomettere i popoli antimperialisti e anticapitalisti. 

Per questo bisogna riflettere molto per il bene delle future generazioni".

- Evo Morales -