martedì 27 settembre 2016

Alessandro Pavolini il “Poeta Guerriero”




«Un'Idea vive nella sua pienezza e si collauda nella sua profondità quando il morire battendosi per essa non è metaforico giuramento ma pratica quotidiana»

Oggi, 27 settembre 2016, a 113 anni dalla sua nascita ricordiamo Alessandro Pavolini, il “Poeta Guerriero”… pronto al più intenso dei sacrifici, esempio di vita e protagonista del periodo più burrascoso ma sicuramente più brillante della storia Italiana.
Uomo in grado di rappresentare i più alti valori umani… l’Artista ed il Guerriero… Uomo di grande cultura… poeta… giornalista… politico e soldato…

Nato il 27 settembre del 1903 nella città di Firenze, Pavolini nasce letteralmente con la cultura nel sangue: sua madre, Margherita Cantagalli, è una donna colta e vivace, discendente di un antico ceppo della borghesia intellettuale fiorentina mentre il padre, Paolo Emilio, ha un curriculum culturale molto caratteristico: professore di sanscrito all’Università di Firenze, conosce un numero impressionante di lingue antiche e moderne, vive e morte, traduce il poema indiano Mahābhārata, quello nazionale finnico, il Kalevala, ed altre opere di lingua greca, polacca, albanese, svedese, tedesca e lituana. Ma l’illustre professore, oltre alla cultura, ha anche un lato debole che trasmetterà poi al figlio Alessandro: le donne, tant’è vero che a un certo punto abbandonerà moglie e figli per seguire all’estremo Nord una bellissima finlandese molto più giovane di lui.
Fin da piccolo Alessandro sembra seguire le orme familiari: a cinque anni gioca con i giornali da cui ritaglia i titoli per farne dei collages, per poi cominciare qualche anno più tardi a fabbricarsi da solo dei giornaletti, tutti scritti a mano, ospitando articoli e poesie del fratello Corrado e di altri amici. A otto anni si cimenta con il primo giornaletto, intitolato “La guerra”, in cui tratta il conflitto in Libia tra il Regno d’Italia e l’Impero Ottomano. Qualche anno dopo stampa un altro giornaletto che chiama “Il Buzzegolo”, a causa di un soprannome dato da amici e familiari dovuto ad un accenno appuntito di pancetta di cui Alessandro va molto fiero e nel quale, oltre alle poesie e alla presentazione natalizia, c’è un articolo di fondo scritto dallo stesso Pavolini dedicato alla guerra mondiale che si sta svolgendo in Europa.
Al liceo il giovane federale di Firenze si distingue dagli altri studenti per la preparazione e l’eccezionale intelligenza, ottenendo voti alti (alla maturità otterrà un dieci in italiano) e figurandosi sempre tra i primi. In quel periodo, assieme al fratello Corrado, Pavolini entra in un circolo di coetanei, tutti di ottima famiglia, facente parte della borghesia fiorentina, di cui manterrà i contatti nel corso degli anni in maniera alterna ma sempre duratura, anche quando sarà diventato federale e poi Ministro della cultura popolare.
Nel frattempo, concluso il liceo, si iscrive contemporaneamente a due facoltà universitarie: Legge a Firenze e Scienze Sociali a Roma, laureandosi in entrambe nel 1924 e presentando, per quest’ultima, una tesi sull’indipendenza finlandese che poi pubblicherà.
Accurato nel vestire, ricco, intelligente e pronto di parola, il Pavolini di quegli anni si alterna in due diversi ambienti: da una parte frequenta i salotti della Firenze perbene, partecipando a svariate discussioni con i suoi coetanei, partecipando a tornei di tennis e a spettacoli teatrali, dall’altro partecipando attivamente alla politica. Nazionalista convinto, abbraccia l’ideologia fascista aderendo al movimento il primo ottobre 1920 e partecipando alle prime spedizioni punitive prima nella “Dante Rossi” e poi nella “Gustavo Mariani”, due delle più note squadracce fiorentine.
Il 28 ottobre 1922 il caso vuole che Pavolini si trovi a Roma per sostenere degli esami universitari e pertanto il giovane ha l’opportunità di infilarsi nelle squadre dei fascisti toscani che sfilano per la Capitale e di acquisire la cosiddetta “sciarpa littorio” che contraddistinguerà i fascisti della prima ora da quelli che emergeranno durante il regime.
Nonostante l’attività squadristica di Pavolini sia molto attiva nella sua città natia, ciò non turba più di molto i suoi amici, tant’è vero che, nonostante le divisioni politiche interne, il gruppo resta unito, favorendo una complicità intellettuale che durerà nel corso degli anni e, dalla quale, Alessandro ne prenderà ampiamente vantaggio scrivendo e facendo scrivere sulle sue riviste uomini di cultura assai critici verso il fascismo.
Nonostante le due lauree gli lascino parecchi sbocchi lavorativi (la famiglia cercherà di indirizzarlo verso un lavoro diplomatico) le attività di Pavolini durante il periodo 1922 – 1924 ruotano tutte attorno al fascismo, ricoprendo incarichi come membro del direttorio del GUF e delegato provinciale dell’ONB, l’Opera nazionale balilla. Dopo la crisi provocata dal delitto Matteotti, Alessandro torna a Firenze dove assiste alla resa dei conti con il separatismo del fascismo fiorentino: Italo Balbo, che viene inviato in città come commissario straordinario, decreta lo scioglimento della federazione provinciale, espellendo dal partito 51 squadristi. Tullio Tamburini, che comandava la federazione, verrà inviato in Libia, dove otterrà una concessione agricola e sancendo, pertanto, la vittoria del fascismo aristocratico – borghese comandato dal conte Dino Perrone Compagni di cui Pavolini e suo fratello Corrado ne fanno parte.
Nel 1927 accadono due fatti importanti nella vita del giovane fascista: diventa vicefederale di Firenze e pubblica il suo primo libro, Giro d’Italia, facendo sbarcare sul panorama letterario il tema dello Sport il quale, sebbene sia molto popolare all’estero, fa arricciare il naso in Italia alle “persone perbene”. Due anni dopo c’è un altro salto di qualità per Pavolini: diventa federale e sposa Teresa Tanzi. Ed è proprio da federale che il neoeletto mette tutto il suo lato culturale a disposizione della città: eventi come il Maggio Musicale, l’annuale partita di calcio in costume, la mostra dell’artigianato a Ponte Vecchio e il circuito automobilistico del Mugello sono tutte manifestazioni culturali e sportive da lui stesso inventate e che ancora oggi sopravvivono. Ma il contributo più grande che dà Pavolini alla cultura italiana è la ristrutturazione dei GUF e la creazione del Littorio della cultura che, secondo l’idea del creatore, si doveva estendere all’Italia intera.
Il problema dei GUF, i Gruppi universitari fascisti, e che il loro segretario generale Carlo Scorza, dopo aver fatto un analisi realistica dell’ambiente universitario in quegli anni, non proponeva alcun che di nuovo e se la cavava con la solita frase fatta (“inutile parlare di rimedi poiché nessuno li conosce meglio del Duce”). Pavolini intervenne su tale argomento avanzando delle proposte precise: la creazione della nuova classe dirigente deve passare attraverso le organizzazioni giovanili del partito, tutto entro i GUF, niente al di fuori dei GUF. Inoltre, sebbene i Littoriali fossero già presenti all’interno di essi, riguardavano però unicamente le attività sportive (sci, atletica, nuovo, scherma …) ed erano riservate unicamente agli universitari. L’idea di Pavolini consisteva nell’estendere tali discipline alla cultura, concedendo quel tanto di libertà da consentire ai partecipanti di muoversi, discute e sentirsi “non fascisti”, restando tuttavia all’interno delle istituzioni del regime. La prima edizione dei Littoriali, auspice Pavolini, si svolge a Firenze nel 1934 concludendosi abbastanza bene sebbene ci furono degli imprevisti (lo spettacolo 18BL, dedicato alla camionetta che portò i fanti al di là del Piave, fu un mezzo fiasco dovuto a problemi tecnici degli altoparlanti che non riuscirono a portare effetti e parole verso gli spettatori, uniti alla diffidenza del pubblico) e, nonostante poi alla fine si otterrà un effetto boomerang (una parte dei partecipanti diventerà la nuova classe dirigente della neonata Repubblica Italiana nel dopoguerra) i Littori diventeranno le olimpiadi della cultura da quel momento in poi.
Ora, sebbene arrivati a questo punto una persona potrebbe già essere soddisfatta di aver trovato l’apice della propria vita, per una persona colta e preparata come Pavolini ciò non è sufficiente: indubbiamente, è molto ambizioso, ma allo stesso tempo timido, svagato ed incerto sulla sua vita, divisa fra la poesia e l’azione. Tutto cambia nel 1934 quando viene eletto alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni e si trasferisce a Roma con la moglie ed i figli. Qui, così come era successo a Firenze, i salotti della Roma borghese gli si spalancano davanti ai piedi, ed è proprio nei primi salotti frequentati da Pavolini che egli incontra Marcantonio Colonna la cui amica, Isabella, è molto amica di Galeazzo Ciano. Sebbene l’amicizia tra i due fu fatta ad hoc dal gerarca toscano Zenone Benini (allo scopo di assegnare a Firenze, come santo protettore, l’emergente uomo politico livornese) essa si salderà nel corso degli anni e rimarrà duratura fino al fatidico 1943: entrambi nati nello stesso anno, 1903, si considerano aristocratici ed amano frequentare i salotti “in” della capitale, la letteratura, la passione per il teatro, provando una profonda disistima per Achille Starace il quale imperversava con direttive piuttosto comiche nel fascismo (basti ricordare i famosi salti nel cerchio di fuoco).
Nel frattempo la sua carriera continua a salire sempre più in su: viaggia nei Paesi del nord ed in Finlandia come inviato del Corriere, dove raccoglierà le sue corrispondenze nel libro “Nuovo Baltico”, viene nominato sempre nello stesso anno presidente della Confederazione fascista artista e professionisti, divenendo il costruttore della nuova cultura italiana ed, allo stesso tempo, il controllore. Ma è soltanto nel settembre del 1935 che Pavolini darà un assaggio del suo comportamento intransigente ed avventuroso che si vedrà più tardi durante la guerra civile: la guerra d’Abissinia è ormai alle porte e poiché Orio Vergani, che avrebbe dovuto accompagnare Ciano, ha paura di volare, viene scelto come aedo proprio Pavolini. Ed è proprio dal fronte che Alessandro, come corrispondente di guerra, invierà ottime corrispondenze che a conflitto finito verranno raccolte in un volume dal titolo “Disperata”, registrando un grosso successo editoriale. Un nome, quello del libro, che non è stato scelto a caso: la “Disperata” è infatti il nome assegnato alla squadriglia di Galeazzo Ciano, un “nome fiero e amoroso che si conviene alla squadra di un Ardito, e anche alla donna di lui quando aspetta”. La guerra di Etiopia, sebbene faccia nascere tra i due un forte spirito cameratesco, segnerà anche i primi distacchi fra i due dovuto ai temperamenti diversi: il primo, Pavolini, più incline all’azione ed agli atti eroici (Nel gennaio del 1936 proporrà all’amico di impadronirsi dell’isola Delz, sul Tana, per installarci una base provvisoria di atterraggio, rimanendo fortificati per sette, otto mesi) il secondo, invece, più prudente e disposto ad atti rischiosi solo con il minimo pericolo (sua è l’idea della “Beffa di Addis Abeba”, nella quale non parteciperà Pavolini, sostituito da Mutti, che però si risolverà con un mezzo fallimento).
Il periodo che va dalla fine della guerra Etiope fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale sono anni di grande attesa per Pavolini, passati tra il circolo del golf, i convegni culturali e l’impegno alternato tra inviato speciale del “Corriere della Sera” e quello di presidente della Confederazione professionisti ed artisti. Il 1 settembre del 1939 i tedeschi, assieme all’Unione Sovietica, si spartiscono la Polonia. Due giorni dopo Francia ed Inghilterra dichiarano guerra alla Germania. L’Italia prende tempo ed annuncia la propria “non belligeranza”. Poco più di un mese dopo Mussolini rimpasta i ministri del governo scegliendone buona parte dal cosiddetto “circolo Ciano”: in esso Pavolini ottiene il dicastero della Cultura Popolare. Sebbene abbia finalmente raggiunto l’apice della sua carriera, ottenendo nelle sue mani una macchina che consente al regime di controllare uno dei settori più delicati della nazione, dall’altro è costretto ben presto a raffreddare i bollenti spiriti: nonostante, secondo le testimonianza di chi gli era vicino in quel periodo, volesse ripetere sul campo nazionale quello che gli era così ben riuscito quando operava a Firenze alla fine, a causa di forze maggiori dovute allo scoppio del conflitto bellico, venne costretto a svolgere un compito di routine: una via di mezzo fra il capo ufficio stampa del regime e l’addetto alle pubbliche relazioni. Tuttavia, nonostante il compito che a volte si abbasserà a livelli umilianti, riuscirà a portare avanti alcune sue iniziative come la rubrica radiofonica di guerra “Commenti ai fatti del giorno” la quale, assegnata a vari giornalisti di regime, deve impostare i propri commenti secondo la seguente precisa disposizione del Ministero: “Tono virile e fede nella vittoria”.
Gli anni della guerra sono anche quelli in cui Pavolini conoscerà l’altro suo amore fino alla fine dei suoi giorni: l’attrice Doris Duranti. L’incontro è tanto tragico quanto casuale: alla fine del 1941 la città di Livorno, dove Pavolini è ospite di Ciano nella sua villa di Antignano, è colpita da un terribile bombardamento aereo. Mentre i due vagano in mezzo alle macerie dei quartieri colpiti, si incontrano e cominciano a parlare tra di loro. All’inizio la Duranti non sa chi è quest’uomo, scuro di carnagione, con gli occhi arrossati ed il volto triste che le è venuto incontro e le ha chiesto di trovarla agli studi di Tirrenia: lo verrà a sapere più tardi da suo cugino e produttore Eugenio Fontana. Sta di fatto che, una visita agli studi, poi un invito ai salotti frequentati da Pavolini fanno sicché la Duranti finisca tra le sue braccia, e che si vedano nella casa di lei, in viale Parioli 101, che Doris fa arredare in fretta, a proprie spese, per renderla più accogliente.
La relazione della Duranti con il ministro non è del tutto disinteressata. L’attrice, soprattutto il suo produttore Fontana, ne traggono notevoli vantaggi: a Cinecittà infatti il loro potere contrattuale è aumentato, lasciando ampia libertà all’attrice su quali film scegliere per i suoi ruoli. Ciò, ovviamente, crea delle invidie verso i suoi colleghi e ben presto da tale luogo partono le prime lettere anonime contro il Ministro della Cultura Popolare, Il quale alla fine riesce a zittire tutta la faccenda con il benestare di Mussolini.

La bellezza è nell’azione…

Il 1943 è l’anno in cui, per Pavolini, crolla tutto un mondo: a gennaio di quell’anno l’ottava armata di Montgomery è entrata a Tripoli e le truppe dell’asse continuano a ritirarsi sconfinando in Tunisia. I bombardamenti continuano, in tutto il territorio nazionale, a susseguirsi incontrando la minima resistenza. Proprio per cercare di respirare un po’ d’aria cercando di contenere il pessimismo degli italiani Mussolini chiama a governo uomini nuovi. Il 6 febbraio, infatti, cadono tutte le teste del circolo Ciano, Pavolini incluso. Trovatosi improvvisamente disoccupato, gli lasciano come contentino la direzione del Messaggero. Passare da ministro a direttore di un giornale, sotto un regime, può sembrare una punizione, considerando anche che dentro le sale del Gran Consiglio del Fascismo si sta respirando un aria tutt’altro che buona. Tuttavia, anche come direttore, Pavolini lascia uscire fuori tutta la sua intransigenza, scrivendo articoli in difesa del regime. Nel pomeriggio di domenica 25, il direttore del “Messaggero”, dopo aver telefonato la sera prima all’attrice Duranti per farle sapere cosa sta accadendo nel Gran Consiglio, torna in redazione. Nella tarda serata, quando ancora non è stata diffusa la notizia dell’arresto di Mussolini, Pavolini incontra Zenone Bernini, che lo informa su ciò che sta accadendo. La reazione di Pavolini è violenta tanto improvvisa: “Mitra! Mitra!“ urla, “Alla macchia!” e scompare nella notte.
Quando, alle 22,45, la radio annuncia le dimissioni di Mussolini e la costituzione del governo Badoglio la città si riversa sulle strade distruggendo le sedi del Partito Fascista e prendendosela con quelli che ancora hanno il distintivo all’occhiello. Perfino la sede del Messaggero rischia di essere devastata, a causa di un assalto da un folto gruppo di persone alla ricerca di Pavolini: si calmeranno soltanto quando alcuni scrittori e giornalisti li assicurano che i fascisti sono già scappati. Ma Pavolini dov’è? Dopo essere tornato a casa dalla moglie ed essersi spostato a casa di uno zio di lei, a via Aldrovandi, ha fatto un paio di chiamate alle quattro del mattino agli amici Gomez e Augusto Fantechi, che lo accompagnano in casa di Pierfrancesco Nistri, a via Tre Madonne 12. Qui, dopo essersi tagliato i baffi per rendersi meno riconoscibile, decide di prendere contatto con l’ambasciata tedesca nonostante gli amici lo desistano dal farlo. Arrivato all’ambasciata la sera del 27, il giorno dopo lascerà Roma con un aereo tedesco che decolla da Ciampino.
Arrivato in Germania, l’ex direttore del Messaggero si trova, con suo disappunto, costretto ad un esilio in un albergo di Koenisberg, nella Prussia orientale, nel quale sono ospiti, oltre a lui, Vittorio Mussolini, Roberto Farinacci, Renato Ricci e Giovanni Preziosi: tutte persone che i tedeschi sono riusciti a racimolare nell’ultima ora con l’intenzione di formare un governo non appena si fosse liberato Mussolini. Il ritardo dovuto alla non facile localizzazione di Mussolini e l’armistizio dell’otto settembre creerà non poca impazienza tra i gerarchi temporaneamente esiliati, tant’è vero che la tensione sarà sempre a livelli alti poiché tutti aspirano a diventare il nuovo Quisling Italiano. Ed è proprio durante tale periodo che Pavolini farà nascere una sua idea personale di fascismo: quello del 1919 – 1921, sansepolcrista, di sinistra, legato più che mai alle tematiche sociali e corporative che sono state fatte solo in parte, a causa dell’ostruzione di coloro che hanno tradito il regime: gli industriali, i ricchi, i borghesi. Un azzeramento totale, insomma, che si può ben definire nel motto che dirà più avanti “camerati, si ricomincia. Siamo sempre quelli del 21”.
La liberazione del Duce da parte dei paracadutisti cappeggiati da Kurt Student ed Otto Skorzeny farà in modo che, dal punto di vista di Pavolini, tale idea possa diventare realtà: arrivato a Rastemburg la sera del 14, dopo un incontro titubante con i suoi gerarchi in cui apparve, con tutta evidenza, la stanchezza dovuta alla prigionia, il giorno dopo Mussolini annuncia l’intenzione di riassumere la direzione del fascismo, per poi rivolgersi a Pavolini: “Voi, sarete il segretario provvisorio del partito. Che si chiamerà partito fascista repubblicano”. Tornato a Roma con l’incarico di riaprire la sede del partito e di provvedere alla formazione del nuovo governo, una delle prime azioni che intraprende il neoeletto segretario è quello di piazzare delle mitragliatrici sul tetto di Palazzo Wedeking, a Piazza Colonna, affidando il servizio di vigilanza al gruppo dei ragazzi di Bir el Gobi, i giovanissimi volontari che avevano scritto una delle poche pagine di gloria della campagna in Africa settentrionale.
Da tale palazzo, con l’aiuto di Fernando Mezzasoma e di Francesco Barracu, comincia ad avviare le operazioni per dare vita al nuovo governo. Alla fine, dopo una settimana, la lista dei ministri è pronta il 23 settembre: oltre alle varie nomine, Pavolini aggiunge alla sua carica di segretario il rango di ministro, con la prerogativa che i decreti governativi prima di essere applicati dovranno ottenere la sua approvazione. Praticamente, tutti i poteri della neonata repubblica sono ora nelle sue mani. Alla fine di ottobre, nonostante non sia riuscito a formare un unico organismo militare, fortemente politicizzato, scontrandosi con l’idea di Graziani di un esercito apolitico, si stabilisce assieme agli altri membri del governo a Nord, mentre l’esercito, dopo il tesseramento al partito fascista repubblicano del mese successivo, comincia lentamente a ricostituirsi. Frattanto, anche il movimento partigiano comincia a farsi sentire, con i primi attacchi violenti a cui poi seguiranno rappresaglie da parte tedesca, e a cui reagisce anche Pavolini che dirama, il 5 novembre, la seguente ordinanza:
“Di fronte al ripetersi di atti proditori nei riguardi dei fascisti repubblicani per parte di elementi antinazionali al soldo del nemico, il segretario del P.F.R. ordina alle squadre del partito di procedere all’immediato arresto degli esecutori materiali o dei mandanti morali degli assassinii. Previo giudizio dei Tribunali speciali, detti esecutori o mandanti siano passati per le armi. Per mandanti morali intendo i nemici dell’Italia e del fascismo, responsabili dell’avvelenamento delle anime”.
A Novembre si dà avvio al congresso di Verona dove, fra schiamazzi e battibecchi vari dovuti alle varie aree del fascismo repubblicano, viene approvato il manifesto politico dei 18 punti, che dovrebbero essere le linee maestre del nuovo Stato, che però interessano poco o nulla, e verranno approvati acriticamente. Ciò che esce fuori da quelle sale è il comune proposito di vendetta che si riassume in un vecchio slogan fascista “qualcheduno la pagherà”.
Si arriva così al gennaio del 1944: la maggior parte dei gerarchi che hanno votato a favore dell’ordine del giorno per sfiduciare il capo del fascismo o si sono rifugiati all’estero (come Grandi, che ha trovato rifugio in Spagna) o si trovano dall’altro lato del fronte, nell’Italia del Sud. Dei diciannove gerarchi i fascisti repubblicani riescono a mettere le mani solo su sei, incluso l’ex amico di Pavolini, Galeazzo Ciano. Dopo un processo capitanato da un Tribunale Speciale, i sei richiedono la domanda di grazia che, però, non viene mai non viene mai fatta pervenire dal Duce per opera di Pavolini. Alla fine, se escluso Tullio Ciannetti, condannato a trent’anni di galera, gli altri cinque (Ciano, De Bono, Marinelli, Gottardi e Pareschi) verranno condannati a morte per fucilazione. Sebbene la storiografia ufficiale abbia condannato il Processo di Verona, essa tuttavia tende a dimenticare due fatti importanti: che se la domanda di grazia fosse stata firmata da Mussolini i tedeschi sarebbero sicuramente intervenuti per sostituirsi al plotone d’esecuzione fascista o che, probabilmente, ci avrebbero pensato gli squadristi più intransigenti che già da tempo volevano la testa dei traditori e che avevano tentato anche di assaltare il carcere. D’altro canto, sarebbe potuto accadere che la domanda poteva arrivare sì a Mussolini, ma che, cosa meno improbabile, non l’avrebbe firmata condannando così il suocero ad essere ucciso due volte.
Se escludiamo il Processo di Verona, tutto il 1944 sarà un andirivieni quotidiano per Pavolini: alla guida di una decappottabile Alfa Romeo (per ridurre il pericolo dovuto ad agguati partigiani), assieme alla sua guardia del corpo “Enzino” De Benedictis, che non lo abbandona un’istante, egli si sposta su e giù per il fronte. Ai primi di giugno, poco prima della caduta di Roma da parte degli alleati, si sposta a Firenze chiedendo al Duce di trasferirsi in Toscana per organizzare la difesa e l’eventuale esodo al Nord dei fascisti e delle loro famiglie.
Ha anche un compito molto delicato: creare gruppi di resistenza, franchi tiratori e varie attività di propaganda e di sabotaggio per il dopo: ciò avverrà dopo la caduta di Firenze quando, i quattrocento volontari cecchini di Firenze, tutti giovanissimi volontari, continueranno a combattere e a ritardare l’ingresso in città degli alleati e della polizia partigiana.
Molti di loro finiranno poi davanti al plotone d’esecuzione come descritto da Curzio Malaparte ne “La pelle”…
…I ragazzi seduti sui gradini di S. Maria Novella, la piccola folla di curiosi raccolta intorno all’obelisco, l’ufficiale partigiano a cavalcioni dello sgabello ai piedi della scalinata della chiesa, coi gomiti appoggiati sul tavolino di ferro preso a qualche caffè della piazza,la squadra di giovani partigiani della divisione comunista “ Potente “, armati di mitra e allineati sul sagrato davanti ai cadaveri distesi alla rinfusa l’uno sull’altro, parevano dipinti da Masaccio nell’intonaco dell’aria grigia. Illuminati a picco dalla luce di gesso sporco che cadeva dal cielo nuvoloso, tutti tacevano, immoti, il viso rivolto tutti dalla stessa parte. Un filo di sangue colava giù per gli scalini di marmo. I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. C’era anche una ragazza fra loro: giovanissima, nera d’occhi, e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s’incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d’estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gessoso, e qua e là screpolato, simile ai cieli del Masaccio negli affreschi del Carmine. Quando avemmo udito gli spari, eravamo a metà via della Scala, presso gli Orti Oricellari. Sboccati sulla piazza, eravamo andati a fermarci ai piedi della gradinata di Santa Maria Novella, alle spalle dell’ufficiale partigiano seduto davanti al tavolino di ferro.
Al cigolio dei freni delle due jeep, l’ufficiale non si mosse, non si voltò. Ma dopo un istante tese il dito verso uno di quei ragazzi, e disse:
– Tocca a te. Come ti chiami?
– Oggi tocca a me – disse il ragazzo alzandosi – ma un giorno o l’altro toccherà a lei.
– Come ti chiami?
– Mi chiamo come mi pare…
– O che gli rispondi a fare a quel muso di bischero, gli disse un suo compagno seduto accanto a lui.
– Gli rispondo per insegnargli l’educazione, a quel coso – rispose il ragazzo, asciugandosi col dorso della mano la fronte madida di sudore. Era pallido, e gli tremavano le labbra. Ma rideva, con aria spavalda guardando fisso l’ufficiale partigiano.
A un tratto i ragazzi presero a parlar fra loro ridendo.
Parlavano con l’accento popolano di San Frediano, di Santa Croce, di Palazzolo.
L’ufficiale partigiano alzò la testa e disse:
– Fa presto. Non mi far perdere tempo. Tocca a te.
– Se gli è per non farle perdere tempo – disse il ragazzo con voce di scherno – mi sbrigo subito –
E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato.
– Bada di non sporcarti le scarpe! – gli gridò uno dei suoi compagni, e tutti si misero a ridere.
– Jack e io saltammo giù dalla jeep.
– Stop! – urlò Jack.
Ma in quell’istante il ragazzo gridò: – Viva Mussolini! – e cadde crivellato di colpi.

L’eroica epopea dei franchi tiratori fece venire in mente due progetti sulla carta a Pavolini: il primo, quello di militarizzare il partito, cosa che farà il 22 giugno quando armerà gli squadristi di Lucca creando così la sua prima Brigata nera, a cui darà il nome di “Mussolini”. La seconda, che rimarrà in maggior parte sul piano teorico, quella di costituire, quando oramai si giungerà alla fine, una zona nel Nord Italia dove ammassare i fascisti per l’ultima resistenza (quello che diventerà famoso come il Ridotto Alpino Repubblicano), nel quale progetta anche di trasferirvi le ceneri di Dante e che, pertanto, “accenda le fantasie degli uomini e resti impresso nella storia”. Tale progetto, però, se verrà ultimato negli ultimi mesi del conflitto, quando ormai sarà troppo tardi, dall’altro troverà il totale distacco del capo delle forze armate Graziani e lo scetticismo dei tedeschi.
A luglio, pochi giorni dopo l’attentato alla “tana del lupo” al quale Hitler è riuscito a sfuggire miracolosamente, ottiene da Mussolini la firma per il decreto che sancirà la costituzione delle Brigate nere: è fatta, il Partito finalmente è militarizzato. Le disposizioni per le Brigate nere sono le seguenti, secondo le parole dello stesso Pavolini: “Ciascuno iscritto di età fra i 18 ed i 60 anni che non fa parte delle forze armate deve costituire il corpo ausiliario delle squadre di azione. […] Le Federazioni si trasformano in Brigate del corpo ausiliario delle Camicie Nere. […] Non ci saranno gradi, ma soltanto funzioni di comando”.
Sebbene finalmente sia riuscito a militarizzare il partito, la realtà e che le brigate nere saranno composte da un po’ di tutto: da soldati perfettamente disciplinati, a buonisti, fino a canaglie della peggiore specie tant’è vero che, a gennaio del 1945, Pavolini viene convocato al comando delle SS a Maderno dove il capo delle SS in Italia Wolff accusa le sue Brigate nere di eccessi inauditi, comportandosi come dei criminali e, pertanto chiudendo il rubinetto della benzina da parte tedesca. In realtà, Wolff aveva da qualche giorno iniziato in Svizzera le trattative segrete con gli alleati per preparare la resa delle truppe tedesche in Italia.
Tra la metà del 1944 e la fine dell’anno Pavolini ormai, è diventato un completo stakanovista. Partecipa ad un azione di guerra nelle alpi piemontesi, rimanendo ferito al fondoschiena e ottenendo la medaglia da ferito di guerra tedesco. Non ancora ristabilitosi, a metà ottobre partecipa in Valdossola alle operazioni combinate fra i vari reparti dell’esercito repubblicano e quello tedesco per smantellare la piccola repubblica che i partigiani vi avevano costituito nell’estate. A metà dicembre Mussolini torna a Milano per la prima volta dopo il 25 luglio, venendo accolta da una folla incredibilmente numerosa. I giorni 16, 17 e 18 dicembre sono per i fascisti una boccata d’aria, con il Duce che sembra aver ritrovato lo spirito di un tempo, immergendosi in questo salutare bagno di folla e facendo il suo famoso discorso al teatro lirico della città. Il 1945 inizia, tuttavia, nel peggiore dei modi: poiché Mussolini vuole inviare un messaggio di solidarietà nelle provincie orientali, annesse contro la volontà del governo repubblicano alla Germania, incarica di tale missione il comandante delle Brigate nere: il viaggio sarà pieno di rabbia ed umiliazioni, con le autorità germaniche che gli fanno chiaramente capire che non gradiscono la sua visita, impedendogli di entrare a Pola per motivi dovuti alla “sicurezza militare”, mentre invece a Fiume per poco i fascisti che lo scortano non aprono il fuoco contro i tedeschi. Inoltre, dopo il suo ritorno a Maderno, il capitano Wolff gli ha annunciato che avrebbe tagliato viveri e benzina alle sue brigate nere.
Si arriva, così, alle 19 del 25 aprile 1945: Mussolini, dopo non aver trovato alcun accordo con i capi partigiani nella dimora del cardinale Schuster, decide di avviarsi per il ridotto della Valtellina progettato da Pavolini. Per tutto il giorno è il caos generale tra i corridoi affollati della prefettura milanese di corso Monforte e la sede del partito di via Mozart, ad essa collegata. Solo in serata si decide sul da farsi: Mussolini partirà con pochi intimi per raggiungere Como, mentre invece Pavolini lascerà Milano poche ore dopo con più di quattromila militi per andare anch’egli alla stessa meta.
E la Duranti, l’amante di Pavolini? Che fine ha fatto? Dopo il trasferimento al Nord dei fascisti, l’attrice si era spostata all’Hotel Excelsior di Firenze. Qui, sebbene conducesse una vita tranquilla, si ritrovò un giorno presa da alcuni soldati delle SS, che la portarono con brutalità alla sede della Gestapo, e sebbene la Duranti nelle sue memorie non scenda nei particolari (si sa solo che venne costretta, con la forza, a spogliarsi), verrà dopo l’interrogatorio rinchiusa nel carcere di Santa Veridiana con altre venti persone, tutte destinate ai campi di concentramento. Solo dopo tre giorni Pavolini riuscirà, con non poche difficoltà, ad ottenere il suo rilascio. Dopo la liberazione di Firenze, Doris si trasferisce a Venezia, per poi spostarsi a villa Sucottina, fra Moltrasio e Cernobbio. La sera del 24 aprile lascia la villa assieme al cugino per attraversare il confine Svizzero. Qui verrà riconosciuta da un infermiere svizzero nella clinica in cui è ricoverato il suo parente stretto per un attacco di cuore. Presi dalla polizia svizzera, alla fine la Duranti sarà costretta a sposare il capitano che l’ha presa in custodia, Luciano Pagani, per poi scaricarlo anni dopo quando la Duranti se ne andrà in Brasile.
Tornando ad Alessandro: dopo aver trovato, attraverso un’affannosa ricerca, automezzi, benzina, armi e viveri, all’alba del 26 aprile la “colonna Pavolini” è pronta a partire. Arrivati alla periferia di Como, verso le 8 di quel mattino, Pavolini e Costa vengono a sapere a Camerlata da Mario Bassi, capo della provincia di Milano, che il Duce quella stessa mattina era partito da Como verso la strada per Dongo. Dopo aver passato le consegne al suo vice, Pino Romualdi, egli assunse il comando di una colonna formata da due camion di Fiamme Bianche, tre autocarri con uomini della Brigata di Lucca, della Brigata nera “Mussolini” e di una gigantesca autoblindo nella quale si trovava il federale Idreno Utimpergher, comandante della formazione lucchese. Raggiunto Mussolini a Menaggio, Pavolini cerca inutilmente di indurlo a tornare indietro per riunirsi ai suoi fedeli che si erano riuniti a Como. Alla fine si arriva ad un compromesso: il segretario del partito fascista repubblicano avrebbe seguito la colonna del Duce e Mussolini, superato Dongo e Colico, avrebbe lasciato aperta la possibilità di dirottare verso la “ridotta” della Valtellina.
Arrivati all’altezza dell’abitato di Musso, la colonna, formata anche da sei camion della Flak con duecento tedeschi, venne fermata da partigiani della cinquantaduesima Brigata Garibaldi, comandanti dal conte Pier Luigi Bellini detto Pedro. Dopo una breve sparatoria tra le due parti, si cerca di arrivare ad una trattativa per passare e, verso le 13, il tenente Fallmeyer tornò dicendo che i partigiani erano disposti a consentire il transito ai tedeschi, ma non agli italiani. Sarà la fine per la colonna italiana: mentre Mussolini, su consiglio del tenente tedesco, si travestirà da soldato germanico nel tentativo di fuggire, Pavolini e gli altri gerarchi cercheranno di fare dietrofront dai loro veicoli per tentare di tornare sui loro passi. A causa di una maldestra manovra del guidatore dell’autoblindo dove si trova Pavolini, Chiavacci, che farà credere ai partigiani che i fascisti stanno attaccando, si aprirà un violento scontro a fuoco nel quale il poeta armato si butterà in mezzo alle acque del lago, per poi affiorare da un gruppo di scogli. Da questa specie di fortilizio, riprenderà a sparare, nonostante rimanga ferito da un colpo di fucile da caccia. Alla fine, per catturarlo, i partigiani aspettano il calare della sere, prendendolo con una barca e trovandolo con l’acqua alla cintola, semiassiderato dal freddo.
Trasportato a Dongo, Pavolini viene condotto nel municipio trasformato in prigione provvisoria ed affidato alla cure del farmacista Franco Mancini. Nonostante venga curato per le ferite riportate, soffre ancora per la lunga immersione nelle acque gelide. Per curarlo, lo riempiono di cognac. Il giorno dopo, nel pomeriggio tardi, verso le 17,30, i prigionieri vengono condannati a morte su ordine del comandante Valerio sopraggiunto da Milano, e portati in fila indiana verso il luogo fissato per l’esecuzione. Qui, ad eccezione di Bombacci, Pavolini e gli altri grideranno “Viva l’Italia” per poi essere colpiti mortalmente dalle raffiche di mitra del plotone di esecuzione. Secondo le testimonianze dei presenti, uno dei colpiti avvolto in un impermeabile insanguinato si rialzò lentamente pretendendo in avanti il braccio destro, per poi essere abbattuto nuovamente con una scarica di mitra. Trasportato con le altre salme a Milano, il cadavere di Pavolini rimarrà esposto a Piazzale Loreto assieme a quello degli altri gerarchi, della Petacci e di Mussolini.
Una fine tragica per un uomo che da poeta era diventato uno degli ultimi irriducibili del fascismo.

TRATTO DA:
https://www.facebook.com/fascismoimmensoerosso/photos/a.478309392371554.1073741827.478276162374877/596729140529578/?type=3&theater

GUEVARA: UN COMUNISTA “IDEALISTA”


di MAURIZIO BAROZZI

Ernesto Che Gueara era comunista, chi asserisce il contrario non ne conosce la storia, ma era un comunista “idealista” , ovvero non rigidamente ancorato ai postulati marxisti leninisti a cui pur si riferiva (e spesso si riferiva anche a Trozscky e persino a Stalin), e con un forte spirito pragmatico e obiettivo, tanto da farlo assomigliare al Mussolini socialista massimalista, dunque comunista ante litteram, o Bombacci (e non lo diciamo solo noi, ma lo si evince, come vedremo, anche dalla critiche di certi marxisti leninisti ortodossi, circa il suo idealismo, soggetivismo ed estrazione borghese).
Mussolini e Bomabcci, i quali partendo dal marxismo, constatandone la sua utopia, arrivarono su altre posizioni, mantenendo al fondo gli ideali socialisti che cercarono di realizzare in un modo diverso (nella nazione e fuori dal leninismo e dalla Internazionale).
Guevara morì a 39 anni e in corso di guerriglia e non ne ebbe il tempo.

VEDIAMO ALL0RA QUESTO “COMUNISMO” IDEALISTA IN GUEVARA

A marzo 1965 , prima di partire per le ultime sue imprese rivoluzionarie, Guevara scrive una lettera di addio a Fidel Castro, che termina con queste parole:
<< Fino alla vittoria sempre. Patria o Morte! Ti abbraccio con grande fervore rivoluzionario>>.
Poco dopo ad aprile ‘65 scrive un ultima lettera ai genitori:
<<…il mio marxismo si è approfondito e depurato. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per liberarsi e sono coerente con le mie convinzioni>>.
Ai suoi 5 bambini scrive invece:
<>.
Ed infine alla primogenita figlia Higuita, a febbraio 1966, consiglierà:
<< ...lo sai cosa vuol dire: studio e atteggiamento rivoluzionario e cioè buona condotta, serietà, amore alla rivoluzione, cameratismo, ecc… >>.


UNA SEMPLICE OSSERVAZIONE CI INDICA CHE, ALLA SVOLTA CRUCIALE DELLA SUA VITA, GUEVARA CHIUDE LE SUE LETTERE DI ADDIO, SENZA INNEGGIARE AL COMUNISMO, MA AD UNA RIVOLUZIONE IDEALE:
A FIDEL DICE SOLO: “PATRIA O MUERTE”. E’ CASUALE?

LE IDEE ED I PROGRAMMI,
Tutti hanno constatato che il comunismo di Guevara rapportato a Cuba, un isola dalla composizione etnica alquanto particolare, affonda le sue radici nel Partito Rivoluzionario Cubano, di José Martí (L'Avana, 1853 – Rio Cauto, 1895) tanto da ricevere le critiche dei marxisti leninisti ortodossi:
<
Per le critiche dei marxsiti leniniti ortodossi, vedere gli scritti di Giovanni Scuderi, segretario generale del Partito Comunista Marxista Leninista italiano da lui fondato.

• Parlando dell'ideale del guerrigliero Guevara afferma:
“Questo ideale è semplice, puro, senza grandi pretese e, in generale, non va molto lontano: ma è così tenace e chiaro che è possibile sacrificargli la propria vita senza esitare minimamente. Per la quasi totalità dei contadini, è il diritto di avere un pezzo di terra propria da coltivare e di godere di un trattamento sociale giusto. Per gli operai, è avere un lavoro, ricevere un salario adeguato e anche lui un trattamento giusto. Fra gli studenti e fra i professionisti si trovano idee più astratte, come il significato della libertà per la quale combattono''.
Come vedesi, almeno qui, non c’è traccia di marxismo leninismo.

• Dice significamente Guevara:
<>. 

• Nel Messaggio alla Tricontinentale, Guevara afferma:
<
E i marxisti leninisti ortodossi,osservano:
«Mai prima di allora, ma anche successivamente, idealismo, soggettivismo, spontaneismo, volontarismo, avventurismo, fantasia e lirismo avevano pervaso in simile misura il cervello di un piccolo borghese rivoluzionario».

Guarda caso le stesse accuse che venivano poste a Mussolini quando abbandonò il socialismo.
E aggiungono:
<< Nelle teorizzazioni di Guevara c'è poco posto per la classe operaia e per il partito della classe operaia. Le sue attenzioni maggiori sono tutte rivolte all'uomo e all' “avanguardia guerrigliera'', non alla classe operaia e al suo partito…
In verità a Guevara non andava proprio giù l'idea di assegnare al partito della classe operaia il ruolo dirigente della rivoluzione cubana.
La concezione del Partito marxista-leninista non faceva parte del suo bagaglio culturale e della sua esperienza pratica.
Il fatto che la rivoluzione cubana era stata fatta senza la direzione del partito della classe operaia gli era rimasto talmente impresso da convincerlo che tale partito non sia assolutamente necessario per la rivoluzione e che il suo ruolo possa essere assolto dall' “avanguardia guerrigliera''>>.
E con questo, il comunismo di Guevara, secondo i marxisti leninsiti ortodossi, è bello che liquidato!

• In una lettera a uno scrittore argentino scrive compiaciuto:
“Questa rivoluzione è la più genuina creazione dell'improvvisazione... il caos più perfettamente organizzato dell'universo. E questa rivoluzione è così perché ha camminato molto più rapidamente della sua ideologia anteriore.

• Dopo il suo tentativo di guerriglia in Congo, in alcuni manoscritti rimasti per anni inediti, e dopo aver criticato l’evoluzione della NEP e un regime economico ibrido che si è instaurato in Russia, Guevara scriverà che “Il Capitale” era stato la bibbia della analisi marxista, ma che alcune delle sue previsioni non si erano avverate e concluderà:
<<Secondo Marx la scienza borghese è incapace di criticare sé stessa e che ciò vale purtroppo anche per la scienza economica marxista>>.

• Sempre nei manoscritti inediti precisa il suo vero pensiero affermando che il mito proletario leninista, cioè il ruolo dirigente della classe operaia <<è anch’esso falso… I casi della Cina, del Vietnam, di Cuba dimostrano la falsità della tesi>>.
E rilancia la visione guevarista: <>.
• Ed infine un suo enunciato ideale, che addirittura sembra lontanamente riecheggiare la Dottrina del fascismo:
«Trovare la formula per perpetuare nella vita quotidiana il comportamento eroico della guerriglia è, dal punto di vista ideologico, una delle nostre missioni fondamentali… Lo strumento per mobilitare il popolo deve essere fondamentalmente di ordine morale».

E VENIAMO A COME GUEVARA CONSIDERA L’URSS QUELLA CHE DOVREBBE ESSERE LA PATRIA, LA MADRE DEL SOCIALISMO

• Per prima cosa egli nota che:
<>.

• Nel suo discorso al Secondo Seminario Economico Afroasiatico, svoltosi ad Algeri nel Febbraio 1965j, contrto l’URSS, che reagirà piccata, ci va giu pesante:
<>.

• Di fronte a un'affermazione trionfalista sulla Banca di Stato dell'Urss che sarebbe “la banca più potente del mondo”, Guevara, insinuandone la natura finaziaria capitalista, scrive maliziosamente:
«Possiede anche filiali a Londra e a Parigi (un poco mimetizzate). Ci si può chiedere se tutto ciò non influirà sui metodi e le concezioni della direzione sovietica, così come gli istituti creditizi di proprietà del partito argentino influiscono sulla sua linea di intervento politico».

• Nel 1964 Guevara passerà anche in Italia e un pomeriggio il Che, sarà ospite in una casa romana del poeta spagnolo Rafael Alberti. Qui egli definì l’URSS “retroguardia della rivoluzione”. Spiegò:
<<«I rasoi sovietici non hanno bisogno della schiuma per fare la barba, sono sufficienti le lacrime che si versano quando si usano. I macchinari che ci hanno mandato per la zafra ci hanno fatto perdere quasi un intero raccolto».
E con questo tutto il mito della economia sovietica verrà ridimensionato non solo sul piano concettuale, ma anche su quello pratico.

POTREMMO CONTINUARE CON ALTRI ANEDDOTI, MA CREDIAMO SIANO BASTANTI QUESTI.
QUINDI GUEVARA COMUNISTA?
NOI POSSIAMO SOLO DIRE:
CE NE FOSSERO CENTO DI ERNESTO CHE GUEVARA.

La madre di ogni schiavismo è giudaica dalla notte dei tempi ....L'Olocausto nero

"Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un oceano!" Isaac Newton
In questo blog si vuole commentare ed analizzare l'attualità e la storia ma sopratutto scoprire ed evidenziare le ipocrisie, le falsità ed i soprusi di questo mondo appunto ormai impossibile da vivere.
“La storia ha due volti: quello ufficiale, mendace e quello segreto e imbarazzante, in cui però sono da ricercarsi le vere cause degli avvenimenti occorsi”. Honorè de Balzac
Contra factum non valet argumentum”

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La madre di ogni schiavismo è giudaica, dalla notte dei tempi ....L'Olocausto nero

 



Come era già comprensibile dopo la lettura de I Pirati Ebrei che hanno dominato i Caraibi ed ora dominano il mondo..., la logica conseguenza era la tratta degli schiavi, ma veniamo anche a scoprire che era cosa vecchia di millenni.
Questa lettura unita agli articoli correlati segue una logica razionale che ha dell'incredibile e spaventosa, tre cose inesorabilmente si evincono, il carnefice che si mimetizza da vittima, che le "fortune" finanziarie giudaiche si basano su affari illegali attuati per lo più sulla pelle degli altri popoli o al limite della legalità e la manipolazione totale degli eventi storici volta a celare ogni sorta di nefandezza criminale e omicida come si nota benissimo anche nella realtà attuale che denotano anche l'assoluta incapacità dell'umanità dal sapersi difendere sopratutto dalla corruzione utilizzata per poi semplicemente cercare di distruggerla.

Sull’industria cinematografica americana, ben lo sappiamo, domina la “Jewish Cabal”, o Cricca Ebraica, il cui lacrimoso impegno antirazzista ed antischiavista sono due paradigmi ferrei e categorici. L’intera produzione hollywoodiana, filmica e televisiva, si muove in questa precisa direzione.

L'Olocausto nero
Come tutti sanno, all’interno della società americana, esiste oggi una ostilità piuttosto radicata tra le comunità ebraiche e quelle cosiddette “afro-americane”, del resto di confessione pressoché totalmente protestante, islamica o cattolica. Questa opposizione contrasta nettamente con l’impegno delle prime a favore del movimento dei diritti civili sino agli anni sessanta inoltrati, e prima ancora in senso abolizionista e nordista; e soprattutto con l’ortodossia giusumanista ed immigrazionista che, al contrario di quanto pure accade in Israele, le comunità ebraiche europee continuano a manifestare. Alcuni approfondimenti storici con riguardo all’atteggiamento verso lo schiavismo possono contribuire ad illuminare alcuni aspetti di questa complessa dialettica.

Al riguardo, taluni hanno ipotizzato che, oltre al redditizio sfruttamento di un filone «che tira» e ad una squallida operazione antirazzista a fini colpevolizzanti contro gli oppositori del Mondialismo, si possa parlare di atti di espiazione da parte dell’intellighenzia ebraica per quanto compiuto per secoli dai padri. Ciò potrebbe anche essere, perchè del tanto biasimato traffico degli schiavi, proprio gli Ebrei sono stati per secoli gli ideatori, i promotori, ed i massimi e principali beneficiari. Prove certe di ciò abbiamo per gli eletti di Roma, per i quali, in particolare all’epoca di Giustiniano, tale commercio umano è la principale fonte di guadagno, sfidando i decreti degli anni 335, 336, 384, 415, 417, 438 e 743:
«Trade in slaves constituted the main source of livelihood of the Roman Jews»,
scrive nel 1912 la Jewish Encyclopedia di Isadora Singer e Cyrus Adler.

Gli Ebrei dominano difatti parecchi settori dell’economia romana, compreso il traffico degli schiavi, le attività bancarie, il commercio interno ed estero. Essi hanno, all’epoca, ottenuto anche il monopolio di specifiche attività industriali, quali l’industria tessile dell’abbigliamento, quella dei prodotti vetrari, e la vendita degli articoli di lusso.



Già subito dopo la caduta dell’Impero Romano, i commerci continuano nella Penisola Iberica, e i mercati ebrei degli schiavi mantengono il loro vivace dinamismo, e i loro serrati ritmi di “fornitura” della preziosa merce umana, scrive Pirenne,
«alcuni ebrei erano marinai o proprietari di battelli; altri possedevano terre coltivate da contadini gojim, altri ancora erano medici. Ma l’immensa maggioranza di essi si dedicava al commercio o al prestito ad interesse, comunemente noto come “Usura”. Molti erano mercanti di schiavi, per esempio a Narbona [...] È naturalmente impossibile ammettere che i mercanti orientali, ebrei ed altri, si contentavano d’importare nel bacino del Mar Tirreno senza nulla esportarne. È evidente che i battelli riportavano carico di ritorno. Il principale carico dev’essere consistito in schiavi [...] Una gran quantità di mercanti si occupavano di questo commercio di schiavi: in massima parte ebrei, a quanto pare. Il concilio di Macon nel 583 permette ai cristiani di riscattare dagli ebrei i loro schiavi per dodici soldi, sia per dar loro la libertà, sia per prenderli al proprio servizio. Si citano mercanti di schiavi ebrei a Narbona ed a Napoli. Possiamo concludere da tutto questo che un importante commercio di schiavi esisteva sulle coste del Mar Tirreno e non sembra dubbio che i battelli che trasportavano le spezie, la seta, il papiro, li trasportassero come carico di ritorno in Oriente». Lungi dal danneggiare il Popolo Disperso, la distruzione dell’antica unità mediterranea provocata dall’irrompere dell’Islam accresce la sua importanza: «In queste condizioni a sostenere il commercio non restano che gli ebrei. Essi sono numerosi dappertutto; gli arabi non li hanno cacciati né massacrati ed i cristiani non hanno cambiato atteggiamento riguardo a loro. Costituiscono dunque la sola classe la cui sussistenza sia dovuta al traffico [...] La loro grande specialità, come si è visto sopra, era il commercio di schiavi».
Nella Spagna Visigota, i mercanti Ebrei sono al primo posto fra coloro che procurano schiavi da vendere: Celti o Slavi; finché nel VII secolo, l’ondata crescente di antisemitismo non ne limiterà pesantemente le attività.

Sotto Carlo Magno,
 che ha come medici personali gli Ebrei Abul Ferradsh, e Sabattai Ben Abraham, aggiungono Henri Pirenne e Hugh Trevor-Roper, gli ebrei francesi, autorizzati da uno speciale editto imperiale e avendo a soci i confratelli spagnoli, «acquistano» in Europa e piazzano sui mercati musulmani i figli dei debitori: «traffico lecitissimo per allora», postilla l’Arruolato Guido Bedarida, benché i Monumenta Germanicae Historica ce ne segnalino il corrente divieto, rinnovato nel 779, 781 e 845. 
Gli Ebrei bizantini acquistano regolarmente giovani Slavi a Praga, per venderli come Schiavi. Il «traffico lecitissimo» si espande ancor più sotto il figlio Lodovico il Pio, dominato dalla seconda moglie Judith, demi-juive figlia della «nobile sassone» Heilwich/Eigilwi e dello svevo conte Welf (capostipite della schiatta dei guelfi), coadiuvata dal gran cancelliere Elisachar, anch’egli ebreo, e dal diacono imperiale Bodo, convertito al giudaismo nell’839. 
Con l’Ascesa ed il dilagare dell’Islam, grandi opportunità si aprono per i mercanti ebrei: fornire schiavi neri o musulmani, al mondo cristiano, e bianchi e cristiani a quello islamico. Lungi dal danneggiare gli Ebrei, l’Islam, difatti ne accresce l’importanza ed il potere, dato che a sostenere il commercio non restano che loro, che ora trafficano prevalentemente in carne umana.

Dall’804 capo della Cancelleria Imperiale d’Aquitania e poi anche di quella di Aquisgrana, questo “servo fedele” verrà ricompensato con le Abbazie di Saint Aubir, Saint Jacques, e Saint Jumeges, per poi passare, disinvoltamente, nell'830, alle schiere dei nemici del suo amato Imperatore.

Fatto della stessa pasta, lievita nella cerchia ristretta del Pio Ludovico anche il Diacono Imperiale Bodo, che, fingendo di partire in pellegrinaggio per Roma, ripara invece a Saragozza in mano agli arabi, dove il 22 maggio 838 non solo si converte al giudaismo e si fa circoncidere, ma preso il nuovo nome di Eleazar, sposa un’ebrea e diviene capo delle forze d’attacco musulmane.

Particolarmente richiesti sono i giovanissimi schiavi evirati, adatti ai molteplici usi sessuali dell’harem, e che malgrado l’esplicito divieto biblico-talmudico della castrazione, (Levitico XXI 20 e XXII 24, Deuteronomio XXII 2, Shabbat 110b-111a, Sanhedrin VII 5 tosaphot e Sanhedrin 56b) gli Ebrei – gli affari sono pur sempre affari- provvedono a consegnare già debitamente “effeminati”, in quanto l’operazione è severamente proibita in tutto l’Islam. La “Preparazione” avviene ad Arles, Lione, Narbona, su cui regna dal 768 al 900 la dinastia ebraica dei Natronai-Makhit-Aymer. Verdun è uno dei luoghi ove si elabora il prodotto” umano grezzo, prima di esportarlo verso i ricchi mercati d’Oriente.

Ludovico è talmente Pio e filo ebraico, che, nell’817 ordina di spostare ad un altro giorno i mercati, che usualmente si tenevano il sabato. I mercanti ebrei di Francia mantengono delle strettissime relazione con i loro correligionari di Spagna, Nord Africa, ed Egitto; ed importano spezie, profumi, pietre preziose, seta indiana e cinese. La principale città della Normandia, Rouen, diventa l’insediamento più importante dei mercanti ebrei nell’Europa settentrionale.

Quello dei Carolingi è un regno in cui gli Ebrei possono viaggiare liberamente, intraprendere commerci locali ed internazionali, giungendo fino alla Cina, come fa il Consorzio dei Radaniti: mercanti ebrei che partono dalla prospera regione del Rodano. Essi prestano danaro ai nobili cristiani, ai vescovi, o ai monasteri, trafficano in schiavi, ed hanno estese proprietà vinicole nel Sud della Francia.

Nel VI Secolo, al seguito dell’invasione Franca, operano in Francia i mercanti “Levantini”, o “Siriani”. In realtà la maggior parte di loro sono degli ebrei che esportano pelli, legname, spade, e schiavi, ed agiscono anche come mediatori fra Cristiani ed Islamici. I biondi schiavi germanici sono difatti assai richiesti nelle città arabe, specie i giovinetti e le fanciulle.
Similmente, quanto all’Europa Orientale, Josef Leo Seifert, riportando le conclusioni dello storico polacco L. Niederle:
«È un ruolo interessante, quello che l’ebreo assolve all’inizio della storia slava. Non appena compaiono le prime informazioni sulla vita degli slavi e sulle loro relazioni con l’estero, già esse riguardano gli ebrei, lo judaeus mercator della Leggenda di Adalberto – e già l’ebreo media, scambia, commercia di tutto, arrivando dovunque e divenendo ricco. È disprezzato, colpito sia da cristiani che da musulmani, ma ciò non gli impedisce di tenere con mano sicura le negoziazioni persino tra questi due mondi stessi. Lo vediamo anche membro di ambascerie, ad esempio presso Carlo Magno negli anni 802 e 807, e presso Ottone I. Nel 965 i chesdaj chiesero agli ebrei di fare gli intermediari nella loro corrispondenza con il khan dei cazari. Molto contribuì a ciò il loro talento linguistico. Essi padroneggiavano l’arabo, il persiano, il greco, il francese, lo spagnolo e lo slavo; commerciavano di tutto, ma dominavano totalmente il commercio degli schiavi. Questa era la loro specialità, il commercio di uomini. Gli ebrei comperavano e vendevano ragazzi e ragazze slavi, sia in Oriente sia in Spagna, e la maggior parte delle fonti ci sottolineano espressamente che gli ebrei di Spagna procedevano alla loro castrazione, essendo i grandi fornitori di eunuchi slavi nell’intero mondo maomettano [virtuoso, sulla «terra di Esklavonia», il reportage di Benjamin da Tudela: «gli ebrei che vi abitano la chiamano Kenaan, perché la gente del posto vende i figli e le figlie ad altri popoli»]. Non stupisce che già in quel tempo nelle città slave, specialmente a Praga, Cracovia e Kiev, vivessero molti ebrei. In Polonia si trovavano persino monete con la versione ebraica del nome di Mieszko (Mesha)».
Con i Normanni, gli Ebrei entrano poi in Inghilterra, e nel 1125 essi sono presenti nella città di Londra, e nell’entroterra inglese: come prestatori ad usura. In Italia, l’Ebreo di Napoli, Basilius, dato il divieto qui imposto agli Ebrei, di trafficare in schiavi, fa battezzare i figli, per continuare la tratta, resa lecita dal loro nuovo nome cristiano.

Nei Paesi Slavi, dell’Europa Orientale, il “Judaeus Mercator” o Mercante Ebreo, scambia, commercia, fa da mediatore, presta ad usura, schiavizza e vende; e diventa quindi ricchissimo. Intermediatori diplomatici ed interpreti, fra Cristiani ed Islamici, o con il Khan dei Khazari, gli ebrei sono alla Corte di Carlo Magno e poi a quella di Ottone I, nel 965. Essi parlano l’arabo, il persiano, il greco, il francese, lo spagnolo, lo slavo, e dominano totalmente la tratta ed il commercio degli schiavi.

La loro specialità è la compravendita dell’umanità non ebraica: acquistano e piazzano sul mercato ragazzi e ragazze slavi, o germanici, sia in Oriente che in Spagna, e gli Ebrei di Spagna procedono, come si è detto, anche alla loro castrazione, per fornire preziosi eunuchi e carne da letto e piacere, agli harem ed ai postriboli del mondo islamico, e dell’Oriente. A Praga, Cracovia, e Kiev, vivono perciò moltissimi mercanti ebrei, che per l’intero Medioevo, sono i principali compratori e smerciatori di schiavi. Essi mantengono questa supremazia, internazionale, anche nel 1300 e nel 1400. In questo periodo, gli Ebrei di Maiorca, mercanti di fanciulli e d’uomini, sono in stretti rapporti d’affari con i loro consimili in Nord Africa, che hanno nel mondo arabo, un’ ampia libertà di movimento.

Anche l’ebrea Lady Magnus aveva del resto rilevato già nel 1890 che per tutto il Medioevo

«i principali compratori di schiavi si trovavano fra gli ebrei [...] Questi sembravano essere presenti sempre e dovunque a portata di mano per acquistare la merce [at hand to buy] e, similmente, sembravano avere sempre a disposizione il denaro per pagare [and to have the means equally ready to pay]».
«Il successo di questi mercanti medioevali»conferma l’eccellente The Secret Relationship Between Blacks and Jews
«era accresciuto dalla loro grande conoscenza delle lingue. Essi parlavano arabo, persiano, latino, francese, spagnolo e slavo e [scrive l'ebreo Marcus Arkin in Aspects of Jewish Economic History] “manifestavano un abilità negli affari ben avanzata per quei tempi”».
Gli Ebrei sono orefici a Fez, ed a Ceuta, dove spesso si mescolano ai berberi ed ai negri, ed egemonizzano anche il mercato dell’oro: dall’Africa Nera al sultanato di Memcen, e poi verso l’Europa. Con la scoperta del Nuovo Mondo, gli ebrei, sub specie di convertiti e marrani: Portoghesi, Francesi, Spagnoli, Olandesi, od Inglesi, nominalmente appartenenti a questi Paesi, ma pur sempre ebrei, sono i maggiori importatori di schiavi, e i più ricchi piantatori di canna da zucchero, nelle isole di Madeira e Sao Tomé.
Dal 1492 essi introducono schiavi e piantagioni in Brasile, dove si trovano dal 1503, trasformandolo nel primo produttore mondiale di zucchero. A fine secolo gli Ebrei sono presenti in 200 insediamenti costieri, nominalmente “Portoghesi” od “Olandesi”, ma che, commercialmente e finanziariamente, sono completamente in mano loro. Ora hanno un ruolo egemonico e centrale nella tratta dei Negri dall’Africa sub sahariana, come l’avevano avuto, per tutto il Medio Evo ed il Rinascimento, in quella dei Bianchi dall’Est Europeo.

Con l’istituzione nel 1621 della Dutch West India Company, in cui gli Ebrei controllano fin dall’inizio, buona parte delle azioni, essi sono finanziatori, imprenditori, ed organizzatori commerciali di primo piano, nei vari traffici con e dalle Americhe. Il Brasile cede il suo primato alle zone caraibiche, e “portoghese” diviene allora, un sinonimo per indicare il “negriero ebreo”. Perno del traffico negriero è il porto brasiliano di Recife Pernambuco, occupato militarmente dalla Compagnia nel 1630.

Le rivolte degli schiavi e la conquista del territorio da parte dei portoghesi non ebrei, portano nel 1654 all’espulsione totale degli Ebrei “olandesi”, ed alla loro fuga verso Nord. Alla metà del 1600, gli Ebrei sono saldamente attestati:

  1. Nel Surinam, la colonia ebraica per eccellenza, con per capitale Panamaribo, nota come Jöden Savane. per dirla con Werner Sombart – nel triplice ruolo di commercianti, piantatori di canna e negrieri (le cause della loro decadenza vengono descritte con franchezza dall’Encyclopaedia Judaica: «Il declino economico della comunità fu in stretto rapporto [was largely connected] con l’abolizione del commercio schiavistico nel 1819 e con l’emancipazione degli schiavi nel 1863»; in parallelo Itzhak Ben-Zvi, dopo averci informati della fondazione di città nell’interno, lontano dalla costa, a partire dal 1670, con una popolazione di 10.000 individui nel 1719, aggiunge: «Il numero [degli] schiavi fuggiaschi crebbe, ed essi costituirono una grave minaccia per la popolazione ebraica bianca presente nel cuore della giungla», minaccia che, aggravata dalla malaria e dall’isolamento dai confratelli, portarono a fine Settecento all’evacuazione delle colonie, mentre «la loro capitale veniva invasa dai negri, che la distrussero quasi totalmente. Solo un cimitero con qualche iscrizione ebraica sulle lapidi attesta l’esistenza di una colonia ebraica semi-indipendente, che fiorì in quei luoghi per oltre un secolo»,
  2. In Guayana, dove nel 1662 giunge il vascello Monte del Cisne, che sbarca 152 ebrei livornesi.
  3. Nelle Isole Barbados, «la cui popolazione si compone quasi unicamente di ebrei», nota Sombart.
  4. A Curaçao, che nel 1648 è il maggior centro caraibico di smistamento degli schiavi.
  5. A Coro, in Venezuela.
  6. A Santo Domingo.
  7. Nelle Isole di Giamaica e Martinica, la prima grande piantagione di canna da zucchero, con annessa distilleria, viene fondata nel 1655 da Benjamin da Costa, proveniente dal Brasile con 900 confratelli e 1100 schiavi, Nevis, Saint Eustatius e Saint Thomas.
Per secoli, il commercio degli schiavi costituisce, quindi, la principale fonte di sussistenza e guadagno degli Ebrei, e la loro partecipazione, nella assai lucrosa “ tratta dei negri”; che avrà luogo dal 1600 al 1850, è centrale, entusiastica, e totale.

 Aaron Lopez. slave trade
Famoso resta, fra gli altri suoi simili, il negriero ebreo settecentesco  Aaron Lopez

Quanto al Settecento e al Nordamerica, i più ricchi negrieri sono tutti di eletta ascendenza, mercanti a New York, Newport, Baltimora, Filadelfia, Boston, Norfolk, Richmond e, soprattutto, Charleston e Savannah. Impediti nell’insediamento e cacciati dalla Georgia dal fondatore di quella colonia generale James Oglethorpe, gli Arruolati si spostano infatti nella South Carolina in misura tale che la regione intorno a Savannah diviene nota come Jewland; alla fine del Settecento Charleston non solo raccoglie 500 ebrei – la maggiore comunità degli States – ma, scrive la Judaica, nel 1775 elegge al Congresso Rivoluzionario Provinciale il primo ebreo d’America, il piantatore d’indaco e proprietario di schiavi Francis Salvador, «verosimilmente il primo ebreo del mondo moderno a ricoprire una pubblica carica [legislativa]».

Coloni ebrei si stabiliscono in tutto il Nord America; nel Neuw Nederland, nel 1621, in Virginia e nel Massachussets nel 1624, Nel 1649, Il 22 Agosto 1654, a Niuw Amsterdam, poi New York, i primi ebrei arrivano in numero di ventitré – quattro uomini, sei donne e tredici bambini che si stabiliscono nel quartiere di Manhattan– da Recife dopo la riconquista portoghese della città (tuttavia, la registrazione del primo ebreo in assoluto riferisce la presenza in Virginia di Elias Legardo nel 1621 e di Rebecca Isaake e fratello nel 1624, e di Solomon Franco nel 1649 nel Massachusetts).
Sono i primi di una lunga serie d’arrivi, che porterà l’attuale città di New York a contare più di Tre milioni e mezzo d’ebrei.

Richiamati dai confratelli Jacob Aboaf e Jacob Barsimon (quest’ultimo azionista della Compagnia delle Indie e per questo dotato del privilegio di risiedere nella capitale Nieuw Amsterdam anche contro le disposizioni delle autorità locali, che vietano l’ingresso agli ebrei), il 22 agosto 1654 i ventitré sbarcano dal vascello francese St. Catherine (Charles Segal ne riporta il nome quale St. Charles, al comando del capitano Jacques de la Motte, che li avrebbe liberati dai pirati) e si stabiliscono nel quartiere di Manhattan. L’insediamento avviene malgrado l’opposizione del governatore Peter Stuyvesant, il quale sostiene a spada tratta che
«quando si dà qualche libertà agli ebrei, ne proviene sempre gran danno», poiché, «avvezzi all’usura, maestri dell’inganno, blasfemi del nome di Cristo, questa gente non ha altro dio che il denaro, non ha altro scopo che monopolizzare le correnti di traffico, espropriando i cristiani delle loro proprietà».
Il 18 marzo 1655 è il pastore Johan Megapolensis, amico di Stuyvesant, a lamentarsi, in una lettera indirizzata alla Compagnia:
«Abbiamo accolto un certo numero di poveri ebrei [...] ora si dice che ne siano in viaggio altri. Questo fatto ha generato lamentele e disordini. Perché gli ebrei non hanno altro Dio che Mammona e nessun altro scopo che di derubare i cristiani delle loro proprietà e di occupare per sé ogni commercio. Perciò Vi preghiamo di ottenere dai direttori disposizioni affinché questi furfanti senza Dio, che non sono buoni per il paese [...] vengano fatti proseguire per altre terre».
Le risposte da Amsterdam sono però invariabilmente negative poiché, sottolineano i direttori a Stuyvesant, respingere gli ebrei
«sarebbe eccessivo e disdicevole, soprattutto avendo presenti le grandi perdite che tale nazione ha patito dalla conquista del Brasile e le rilevanti somme che essi hanno investito nella Compagnia».
Nelle Colonie Inglesi, la schiavitù resta proibita fino al 1661, i primi negri, giunti nel 1619 in Virginia, non erano schiavi, quando cinque ricchi ebrei di Filadelfia: Sanford, Lay, Woolman, Solomon, e Benezet, riescono, ovviamente con la corruzione, a fare abrogare i divieti, impiantando poi una fitta rete di propri “corrispondenti”; sulle coste africane, in Olanda e in Inghilterra.

Nel 1761, sempre a Filadelfia, David Franks, membro di una delle più stimate famiglie negriere ebree, e padre di Rebecca, moglie del generale inglese Henry Johnson, è il primo firmatario di una petizione, per l’abolizione di una tassa sull’importazione di schiavi.

In Georgia, i primi ebrei giungono nel 1733, e ripartono, in seguito al divieto di importare schiavi e liquori; poi una seconda “invasione”  di "eletti" ebraici si verifica nel 1749, dopo l’abrogazione del divieto; ventidue anni dopo nel 1761 sono negri la metà dei 30.000 georgiani.

Grazie al traffico negriero e schiavistico, anche Nieuw Amsterdam, caduta sotto il dominio inglese nel 1664, e ribattezzata New York, diviene, a partire dal 1730, la più ricca città coloniale d’America, pur essendo politicamente meno importante di Boston e di Filadelfia.

Una delle fonti su tale aspetto, tenuto celato al grande pubblico, sono i Documents Illustrative of the History of Slave Trade in America conservati al Carnegie Technical Institute di Pittsburgh, Pennsylvania (consultati anche da Louis Farrakhan, docente e capo religioso della Nation of Islam, per The Secret Relationship).
Sarebbe invece vano consigliare al lettore di ricorrere allo Jüdisches Lexikon, al Dictionary of American Biography (per il quale lo schiavismo è argomento innominabile), alla Jewish Universal Encyclopaedia edizione 1942, dice Aaron Lopez
«uno dei più rinomati mercanti della Nuova Inghilterra prima della Rivoluzione americana e forse l’uomo d’affari ebreo di maggiore successo dei suoi tempi negli Stati Uniti»
o al Rader Marcus, che dice Lopez «merchant-shipper, patriot, philanthropist», similmente Charles Segal lo dice semplicemente
«a merchant prince e armatore per la caccia alla balena, con trenta navi che commerciavano coi paesi europei e le Indie Occidentali»,
tralasciando il benché minimo accenno all’attività schiavistica. Nessuno infatti lo avviserebbe, ad esempio sempre in riferimento ad Aaaron Lopez, che la fortuna degli Ebrei portoghesi e del Nostro, è venuta soprattutto dal traffico negriero, da lui controllato per una quota del cinquanta per cento nel ventennio 1756-74.

Difatti, gran parte del commercio di schiavi e del traffico negriero del 1500 e 1600 a Lisbona, è finanziato da Ebrei convertiti, o Marrani: i Nuovi Cristiani, o Conversos.

I Marrani vanno considerati come Ebrei a tutti gli effetti, dato che le conversioni sono per lo più un mezzo fittizio ed opportunistico per aggirare le leggi, che impediscono agli Ebrei il traffico negriero ed altri “affari”.

Diego Caballero di Sanlucar de Barrameda e di Siviglia, la famigliaJorge, Fernaò Narbonha, Antonio Fernandes Elwas, sono tutti marrani ed ebrei trafficanti di schiavi, assieme ai loro familiari e parenti. Gli Ebrei sono, nei secoli del traffico umano degli schiavi, i maggiori commercianti al dettaglio nel Brasile olandese.

Anche perché il Rader Marcus osa scrivere letteralmente, quanto al «triangular” method of trading» (nella sua «forma classica»: schiavi dall’Africa ai Caraibi, zucchero e melassa dai Caraibi alle Colonie, rum dalle Colonie all’Africa):
«New York and Georgia Jewish shippers sometimes engaged in this business, but such voyages were exceptional for them. Isaac Da Costa of South Carolina was for a time active in slave trade; numerous transactions of Aaron Lopez of Newport in this traffic were recorded. It is difficult to determine the extent of partecipation in the trade by Jewish merchants in relation to the trade as a whole».
Talora armatori ebrei newyorkesi e georgiani si inserirono in questa attività, ma tali viaggi furono per loro un’eccezione. Isaac Da Costa della South Carolina fu attivo nel commercio schiavistico solo per un periodo; in tale traffico si registrarono [anche] numerosi interventi di Aaron Lopez di Newport [in altro passo il Rader Marcus ci parla di «frequent ventures in the slave trade», che negli anni Sessanta Lopez inviò «una nave» in Africa «pratically every year», che nel decennio seguente «the traffic was increased» e che in certi anni inviò anche tre, e «perfino» quattro, navi «on the long arduos trip, nel lungo e difficile viaggio»]. «È arduo determinare l’ampiezza della partecipazione dei mercanti ebrei in tale commercio, rispetto all’intero traffico».
Più onesta delle opere consorelle e del Rader Marcus, per quanto anch’essa altamente riduttiva, è invece la Judaica, che apre la voce Slave Trade con lo schiavismo praticato dalle Dutch & Portuguese West India companies («Jews appear to have been among the major retailers of slaves in Dutch Brazil, gli ebrei sembrano essere stati tra i maggiori trafficanti di schiavi nel Brasile olandese») e facendo i nomi di alcuni stimati «importatori».
Rimpolpando la lista, di essi ricordiamo gli «olandesi» David Israel, Abraham Querido, Abraham Cohen Brazil, Jeudah Henriquez, N. Deliaan, Jan de Lion alias Joao de Yllan e Manuel Belmonte per il Brasile, la famiglia Jessurin per Curaçao, i fratelli David e Jacob Senior alias Philipe Henriquez per il Brasile e le Antille; lo «spagnolo» Andrew Lopes alias Andreas Alvares Noguera per il Messico; i «portoghesi» Joseph Nunez de Fonseca alias David Nassi, A. Perera e Isaak de Joseph Cohen Nassy per il Surinam, (E)manuel Alvares Correa e Manuel de Pina alias Jahacob Naar per Curaçao e il Messico; per Barbados e Giamaica gli «inglesi» David Enriques, Hyman Levy e Alexander Lindo (il figlio Moses Lindo, portatosi nella South Carolina, vi svilupperà una vasta attività produttiva, in particolare nella fabbricazione dell’indaco); per Santo Domingo i «francesi» David, Benjamin, Abraham e Moses Gradis di Bordeaux, monopolisti del commercio di zucchero in Francia e approvvigionatori delle truppe francesi nel Quebec, proprietari di 26 navi, tutti partecipi dell’«infamous triangular trade» (per un approfondimento vedi The Secret Relationship, per il 95% per cento basato su fonti ebraiche e la cui validità scientifica resta semplicemente eccellente, malgrado le accuse di «antisemitismo» con le quali i più vigili ebrei tentano di screditare l’opera).
Nato nel 1731 in Portogallo e immigrato nel 1752 a Newport, Rhode Island (mentre nelle altre colonie l’ingresso agli ebrei continua ad essere ostacolato, l’abolizione del divieto nel 1658 da parte della città di Providence, retta dal free-thinker Roger Williams, ha portato alla nascita di un secondo insediamento ebraico nel piccolo porto di pescatori), l’antico «Prince of the Slave Trade», oggi noto come «un grande mercante famoso per la sua bontà d’animo», al fine di aggirare le residue leggi anti-schiaviste importa negri come household servants, «domestici» (exempli gratia, 4697 individui nella sola Newport e nel solo 1756).

Infamous triangular trade
Quanto ai profitti, nel maggio del 1752 si pensi che dal brigantino La Fortuna Aaron Lopez sbarca, con un unico viaggio, 217 individui pagati 4300 dollari, viaggio compreso, rivendendoli poi a 41.438 dollari, con un ricavato lordo di 37.138 dollari. Anche calcolando le perdite, ovvero i morti durante il tragitto, che spesso sono più della metà del carico sbarcato e venduto, si tratta pur sempre di un affare assai lucroso, che moltiplica praticamente per 10 l’investimento iniziale.

Ancor più, la Nave negriera Abigail, lascia Newport carica di 9000 galloni di rum, ferro, polvere, pistole, cianfrusaglie ornamentali e catene, che scambia in Africa con merce umana; ogni schiavo, il cui valore dipende da sesso, età e stato di salute, costa 100-200 galloni di rum, diluito a metà con acqua, o anche cento libbre di polvere; di fronte ad un prezzo di acquisto di 18-20 dollari, lo schiavo viene venduto a 2000 dollari.
È in ogni caso ben vero che, a spiegare il divario tra i costi e i ricavi, si hanno “perdite in mare” e decessi che vanno dal 20 al 50% della merce umana, e, nel 1700, «secolo d’oro» dei negrieri e della tratta, si calcola che annualmente vengano rapiti e strappati alle loro terre in Africa Centinaia di migliaia di Africani addirittura cinque-nove milioni di negri. Nei Tre secoli della lucrosa Tratta ebraica dei negri, vengono deportati oltre oceano fra i 50 e i 90 milioni di negri, il che, stimata la quota minima delle perdite previste, porta ad un Olocausto degli africani, attuato dagli ebrei, e quantificabile fra i 20 ed i 45 milioni di vittime. Considerata la possibilità di trasporto dell’epoca, tali cifre sono certamente troppo elevate. nel 1969 Philip Curtin, rettore della facoltà di Storia all’Università di Madison, Wisconsin, valuta il totale generale dei negri deportati oltreoceano in una cifra posta tra 10 e 30 milioni, oltre a perdite del 20%. 
Sezione Navi Negriere Giudaiche 
Ma tornando a Lopez, il Nostro, dando piena conferma dei timori espressi da Megapolensis, richiama decine di confratelli: quaranta famiglie ebree e marrane danno vita in pochi anni ad una prospera comunità giudaica. Il commercio del pesce, la fabbricazione di candele (Lopez guida una catena di diciassette stabilimenti), sapone e bevande alcooliche (22 distillerie punteggiano in breve Newport) sono monopolio ebraico..Nel 1759 vengono posate le prime sei pietre (Lopez posa la prima, Isaac Elizer la quarta) della locale sinagoga Jeshuat Israel, che verrà inaugurata quattro anni dopo nel 1763.

A New York, prima in America, una sinagoga è presente dal 1682. Attive sono anche le logge massoniche: la prima, costituita nel 1749, conta 12 ebrei su 14 affiliati; la seconda, King David, viene fondata nel 1769, con affiliati tutti ebrei (al contempo, il cantor Isaac Da Costa è tesoriere della loggia King Solomon n.1, la più antica della South Carolina, e amministratore della paramassonica Palmetto Society). Fitti sono i legami coi confratelli delle altre città, solidi per rapporti commerciali e vincoli familiari, che si intrecciano e stabiliscono fra questi Confratelli. Due figlie di Lopez, Esther e Abigail, vanno in spose ai fratelli Moses e Isaac Gomez di New York, partecipi del lucroso traffico schiavistico (Lewis/Luis Gomez, patriarca della famiglia nato a Madrid nel 1660, si porta a New York nel 1703 e muore nel 1740, padre di cinque figli).
Migranti
Partecipe della ribellione contro la Corona Britannica, con i confratelli, Lopez arma navi da corsa contro i traffici inglesi, mentre Haym Salomon e Benjamin Jacobs di New York, Aaron e Simon Levy di Lancaster, Benjamin Levy, Hyman Levy e Isaac Moses di Filadelfia, Jacob Hart, Philip Minis, Michael Gratz, Abigail Minis e le cinque sorelle, e i fratelli Levi/Lewis e Mordecai Sheftall di Savannah salvano il Congresso dalla bancarotta elargendo ai rivoluzionari, a condizioni ultra-favorevoli (per i prestatori), centinaia di migliaia di dollari. Inoltre, se sono ebrei nove dei firmatari del Non Importation Act e la rivolta vede un centinaio di ebrei nelle file di Washington (taluno, accettando le cifre ufficiali della presenza ebraica nelle colonie, afferma trattarsi della quota più alta rispetto ad ogni altro gruppo nazionale), ma gli ebrei giocano, come al solito, su entrambi i fronti, non è esatto affermare che l’ebraismo americano si schieri compatto coi ribelli.
Certo, l’esercito rivoluzionario è il primo nella storia a consentire agli ebrei di astenersi da ogni servizio nel sabato, e certo gli ebrei restano defilati a compiti di intendenza dato che, durante la “Rivoluzione Americana” non risulta esservi stato nessun caduto ebreo; certo, la metà degli ebrei vengono fatti ufficiali all’atto dell’arruolamento; certo, il bisogno di sale, foraggio e merci più varie li innalza agli occhi dei capi goyim; certo, il ruolo di ufficiali pagatori permette loro altissimi guadagni e future entrature politiche, e una miriade di proficui contatti d’affari.; certo, Robert Morris può ben essere definito «il vero genio finanziario della Rivoluzione»; certo, il suo «disinteressato» socio, l’ex «polacco» Haym Salomon, è tramite col console francese di Filadelfia, finanziatore dei ribelli, e coi confratelli fanno una fortuna trafficando azioni e buoni del Tesoro francesi, spagnoli e olandesi, oltre ai sottoelencati schiavisti, ricordiamo Philipp Mines e certi Cohen e Pollock; Haym è poi sposo a Rachel, figlia del newyorkese Moses Franks, fratello del già detto filadelfiano David, imparentata con tutta una serie di altri Franks, tra i quali Jacob Franks, l’inviato delle colonie presso gli inglesi durante le guerre franco-indiane, il maggiore David Solesbury Franks, mercante di Montreal e superiore del «supremo traditore» goyish Benedict Arnold, il colonnello Isaac Franks; certo, il 1776 libera da ogni gravame gli eletti (fino al 1737 nessun ebreo può coprire una carica pubblica, è del 1737 l’elezione a deputato, per New York, del primo ebreo.

Con Solomon Medina, egli è il fondatore della Banca di Inghilterra, e informatore del nemico francese, per la Regina Anna, e per Lord Churchill di Marlborough.

Come fornitori delle truppe britanniche, in tutte le guerre, da quella dei 7 anni, alla Rivolta del Tè, passando per quella con gli Indiani, compreso il conflitto del 1763, condotto dal massone Sir Jeffrey Amherst, con la geniale strategia delle coperte infette dal vaiolo, ci sono anche altri ebrei: Joseph Bueno, Jacob Franks e figlio, Uriah Hendricks, Samuel Jacobs, Damuel Judazh, Gershom Levy, Benjamin Lyon, e una sfilza infinita d’altri Levy, Myers, Simon, Simson, e Solomon.

Aaron Lopez muore cadendo da cavallo, in una pozza di sabbie mobili, e alla sua morte per altro assai emblematica, Newport decade economicamente, al punto che gli Ebrei sciamano in pochi anni come locuste affamate, calando su New York. Tutti questi Ebrei commerciano in terre, in Immobili, e in schiavi; e se serve, si fanno senza ripensamenti ferventi Cristiani, Protestanti, Puritani, o Quaccheri, pur di poter monopolizzare, senza troppi fastidi, il commercio dei negri, delle candele, e dell’Oro Bianco: il cotone.

Certo, allo scoppio della sommossa, determinata dall’introduzione di tasse su tè, zucchero e melassa, gli ebrei sono stati i commercianti più colpiti e i protestatari più attivi, ma il nostro Aaron Lopez, tacciato di «violatore in capo» dal reverendo Ezra Stiles, ignora la protesta, traendone anzi vantaggio, coi Gratz di Filadelfia, attraverso l’importazione di merci di contrabbando.
E tuttavia, in virtù dei legami coi confratelli in Europa e della fedeltà alla Corona dell’ebraismo britannico, il gioco è meno schematico di quanto appaia: Essi giocano comunque da ambo le parti in causa. Del resto, l’Ebraismo Internazionale aveva, già con Carlo I, costituito un proprio essenziale tramite spionistico, nella persona del “Grande Ebreo” Abraham Israel: il Marrano portoghese Antonio Fernando de Carvajal, immigrato negli anni ’30 del 1600, e procuratore di granaglie per l’esercito di Oliver Cromwell, e poi per Guglielmo d’Orange. Con Solomon Medina, egli è il fondatore della Banca di Inghilterra, e informatore del nemico francese, per la Regina Anna, e per Lord Churchill di Marlborough.

Certo è che la rete dello spionaggio regio, diretta dal nuovo Intelligence Office, diviene presto universalmente nota come «Jewish affaire», affaire ebraico, in virtù dell’usuale «duttilità» internazionale, già con Cromwell e con Guglielmo d’Orange l’ebraismo aveva costituito un tramite spionistico indispensabile. Fornitori delle truppe britanniche (polvere da sparo, coperte, armi, vettovaglie e foraggi) in tutte le guerre dell’epoca – da quella dei Sette Anni alla «rivolta del tè», passando per quelle contro gli indiani, compreso il conflitto del 1763, condotto da sir Jeffrey Amherst con la strategia delle coperte infette di vaiolo – sono inoltre Joseph Bueno, Jacob Franks (nominato fornitore ufficiale dell’esercito regio) e il figlio David, Uriah Hendricks, Samuel Jacobs, Samuel Judah, Gershon Levy e Hyam Myers, Hayman Levy, Levy Andrew Levy (uno degli untori di Amherst), Nathan e Simpson Levy, Benjamin Lyon, Naphtali Hart Myers, Joseph Simon, Sampson Simson, Ezekiel Solomons e Levy Solomons.

Ma indietreggiando di un passo: «Lopez possedeva 150 navi impiegate nel commercio estero ed interno», continua la Jewish Universal Encyclopaedia, pudicamente tacendo di quale tipo fosse il commercio. La sua morte per annegamento, avvenuta il 28 maggio 1782, viene sbalzato da cavallo nei pressi di Providence e precipita in un banco di sabbie mobili, (una morte infame e tremenda, affogato dalla sabbia bagnata, come può capitare ad un negriero colpevole della morte e della schiavitù di decine di milioni di persone, chiamasi Karma e non ditemi che non ti torna indietro e i miliardi li lasci quà ... NdR Arturo Navone«was the greatest misfortune that ever had befallen Newport, fu la maggiore sventura che sia mai capitata a Newport». La città, già provata dall’occupazione britannica, va incontro ad un tale declino economico che gli ebrei sciamano in pochi anni a New York, Richmond e Charleston (a Newport nasce nel 1776 Judah Touro che, portatosi a New Orleans, sarebbe divenuto il più facoltoso mercante del primo Ottocento). 
Tutti questi Ebrei commerciano in terre, in Immobili, e in schiavi; e se serve, si fanno senza ripensamenti ferventi Cristiani, Protestanti, Puritani, o Quaccheri, pur di poter monopolizzare, senza troppi fastidi, il commercio dei negri, delle candele, e dell’Oro Bianco: il cotone..

La parabola dell’esperienza ebraica newportiana, esempio tra i mille di ogni epoca, la compendiano le parole di William Stowe, speaker del parlamento californiano, pronunciate nel 1855 per mettere in guardia i concittadini dall’accogliere ulteriori eletti,
«who only came here to make money and leave as soon as they effected their object, che arrivano solo per far soldi e se ne vanno non appena raggiunto lo scopo».
Comunque, nel 1792 si chiude la sinagoga, mentre nel 1822 la morte del penultimo ebreo induce il compagno a spostarsi a New York.
Ricordato e pianto per anni dai concittadini (così la JUE), Lopez resta «negli annali della Nuova Inghilterra, come nella storia dell’ebraismo americano, [...] uno dei pionieri che hanno largamente favorito il commercio americano nei confronti del commercio estero». Un giornale di Newport lo loda quale rappresentante delle «più amabili perfezioni e virtù cardinali che possano abbellire l’animo umano». Anche Stiles annota, ammirato: «Era ebreo per nascita [...] un mercante di prima grandezza [...] probabilmente non superato da nessun altro in America».
Dopo La Fortuna, la più famosa delle navi di Lopez (il quale, come detto, dal 1756 al 1774 tiene sotto controllo il cinquanta per cento del traffico schiavistico), altre imbarcazioni schiavistiche, da 30 a 400 tonnellate di stazza, armate nel periodo 1702-1806 da ebrei, per la massima parte intercollegati in società, sono:
Abigail e Active di Aaron Lopez, Mose Levy e Jacob Franks; Africa, Betsy, Cleopatra, Hannah, Mary e Greyhound di Jacob Rivera e Aaron Lopez (in seguito, l’ultima viene acquistata da Moses Levy); Albany e Leghorn di Rodrigo Pacheco; Ann, Betsy e Polly, appartenenti a James De Wolf, «the most active slave traders in Bristol» (che nel 1791 getta in mare una schiava colpita dal vaiolo, sfugge alla giustizia e nove anni dopo viene eletto al Senato) e ai quattro fratelli Charles, William, John e Levi, che investono i capitali ricavati dal commercio di carne umana in distillerie e tessiture; Anna di John Abraham; Anne and Eliza di Justus Bosch e John Abrams; Antigua di Abram Lyell e Nathan Marston; Barbadoes Factor, Dolphin, Charming Polly, Charming Sally, Hannah, Polly e Prince Orange di Joseph Marks; Belle, Delaware, Mars e Gloucester di Moses e David Franks (dell’ultima è comproprietario anche Isaac Levy); Betsey di Samuel Jacobs (attivo dal Canada);
Charlotte, Caracoa e Duke of York di Jacob Franks (le prime anche di Moses e Sam Levey); Charming Betsey di Samuel Levy; Confirmation, Defiance, Diamond, Dolphin, General Well, General Webb, Lord Howe, Perfect Union, Rabbitt e Rising Sun di Naphtali, Isaac ed Abraham Hart; Crown Gally e New York Postillon, di Isaac Levy e Nathan Simpson (il Rader Marcus scrive: Simson); David, Jane, l’Alliance, le Parfait, le Vainqueur, Patriarch Abraham e Polly di Abraham Gradis; Deborah di Samson Levy e altri; De Vrijheid («La Libertà», sic!) e Juffr. Gerebrecht dei Senior; Drake, Myrtilla, Parthenope, Phila e Sea Flower di Nathan Levy e David Franks; Dreadnought e Orleans di Hayman Levy; Duke of Cumberland di Judah Hays; Eagle, Hiram e Union di Moses Seixas; Expedition di John e Jacob Rosevelt; Fortunate, George, Hope, Lark, New York e Royal Charlotte di Lopez; General Well e Mary and Ann di Mose Levy; Hardy, Sampson, Snow Union e Polly del newyorkese Sampson Simson; Hester ed Elizabeth di David e Mordecai Gomez (la prima verrà poi acquistata da Rodrigo Pacheco); Hetty di Mordecai Sheftall; Jane, Nancy e Rebecca di David G. Seixas (le due ultime anche di Benjamin S. Spitzer e Joseph Bueno); Joseph & Rachel dei fratelli Moses, Joseph e Samuel Frazon; Juf Gracia di Raphael Jesurun Sasportas; King George, Peggy e Shiprah di Naphtali Hart; Lydia di Rachel Marks e altri; Mary & Abigail di Abraham de Lucena e Justus Bosch; Nancy di Myer Pollack; Nassau e Four Sisters, di Isaac e Mose Levy; Pearl di Emanuel Alvares Correa e Moses Cardozo Abraham Hart; Prince George di Isaac Eli(e)zer e Samuel Moses; Prudent Betty di Jacob Phoenix ed Henry Cruger; Rebecca di Moses Lopez; Sally di Saul Brown; Santa Maria di Luis de Santagel e Juan Cabrero; Sherbo, Three Friends e Spry di Jacob Rivera (l’ultima anche di Lopez); Two Sisters di John Franks; White Horse di Jan de Sweevts; Young Catherine e Young Adrian di Mordecai Gomez e Pacheco.

Basata a Richmond è la ditta di Jacob I. Cohen ed Isaiah Isaacs, poi fornitori del vettovagliamento delle truppe rivoluzionarie, due soci i cui interessi, c’informa il Rader Marcus, «erano molteplici; essi erano in primo luogo mercanti, ma la ditta commerciava anche in terre, immobili e schiavi».
Sempre con base a Newport sono invece schiavisti il «portoghese» James Lucena (cugino del «grande» Aaron Lopez, stabilitosi nel Rhode Island nei primi anni Cinquanta, viene naturalizzato dall’Assemblea Generale della colonia il 31 dicembre 1760, compiendo giuramento sulla «true faith of a Christian»; si trasferirà a Savannah pochi anni dopo), il già detto filadelfiano David Franks (che Segal ci dice sposato ad una cristiana, ardente tory e altrettanto ardente oppositore, con Samson Levy e Joseph Marks nel 1761, della proposta di introdurre un dazio sull’importazione di schiavi), il suocero di Lopez Jacob Rodriguez Rivera, Isaac Elizer, Samuel Moses e Moses Lopez, fratellastro di Aaron. Inoltre, i quattro fratelli Brown: John, Josey, Nick e Moses (questi fattosi quacchero nel 1773), che impegnano i capitali impiantando fabbriche di candele, monopolizzandone il commercio, fondendo cannoni per Washington e fondando il primo cotonificio americano.

Anche nel New England come nel Lancashire e nelle Midlands inglesi, commentano Daniel Mannix e Malcolm Cowley, «fu la tratta dei negri a fornire la maggior parte dei capitali che contribuirono alla rivoluzione industriale», mentre Henry Feingold, con ammirevole understatement quanto al ruolo dei confratelli, aggiunge:
«Il traffico in esseri umani operato da portoghesi, olandesi, francesi ed inglesi costituì un elemento essenziale dell’accumulazione dei primi capitali, necessaria per lo sviluppo del sistema capitalista, e gli ebrei che si erano spesso trovati al centro delle attività commerciali non potevano avere mancato di contribuire al traffico schiavistico, direttamente o indirettamente».
Il Traffico Negriero, condotto cinicamente degli Ebrei, che nominalmente sono Portoghesi, Olandesi, Francesi, ed Inglesi, è l’elemento essenziale di un disegno d’ampio respiro, che consente l’accumulazione, in mani ebree, delle immense ricchezze che verranno poi abilmente usate per lo sviluppo del loro sistema Bancario, Economico, e Finanziario.

L’Olocausto Nero degli Africani, simultaneo a quello Rosso dei Pellirosse, con gli enormi profitti che essi ne ricavano, sono alla base del loro attuale Impero Capitalistico Mondiale.
Sulle 128 navi negriere registrate nel 1707 ben 120 sono proprietà di ebrei. Trafficanti a Charleston sono i precursori Asser Levy e suo cognato Simon Valentine (che negli ultimi anni Ottanta del Seicento si era portato da New York alla Giamaica, trafficando a Port Royal in indaco, farina, zucchero e negri, rientrando poi in South Carolina dopo il terremoto del 1692, col socio Jacob Mears), Feliz de Souza, anch’egli noto come the Prince of Slavers, Simeon Potter (zio dei De Wolf), Solomon Isaacs di New York, Moses Benjamin Franks (il figlio Isaac, 1759-1822, sarà massone, speculatore terriero, tenente colonnello approvvigionatore, giudice di pace e capo-cancelliere della Corte Suprema di Filadelfia), Isaac Da Costa («probably the most outstanding Jew of Charleston before the Revolution»), i fratelli Benjamin, Isaac, Manuel, Eleanora, Gracia e Jacob Monsanto della Louisiana, Hyman Levy col dipendente Nicholas Low (socio del goy John Jacob Astor nel traffico di pelli con gli indiani, in cambio di alcoolici), Benjamin Levy, Jacob Turk e Abraham Pereira Mendez. È costui a indirizzare, il 29 novembre 1767, alte lagnanze al «padrino»: «Questi negri che il capitano Abraham mi ha consegnato sono in condizioni così misere, dovute al cattivo trasporto, che sono stato costretto a vendere otto ragazzi e ragazze per sole 27 sterline, due altri per 45 sterline, due donne per 35 sterline ciascuna»; il capitano Abraham, protesta, lo ha imbrogliato, cheating; lui, il buon Abraham Pereira Mendez, non è un uomo avido, ma Lopez deve rimborsarlo per il denaro che non ha incassato dalla vendita dei dodici articoli, commodity.
Oltre ai detti, altri ebrei che si arricchiscono trafficando il black ivory o black gold, promuovendo la «peculiare istituzione» quali finanziatori, trafficanti, armatori e proprietari di navi sono: Abraham All (all’inizio della carriera, capitano di navi), Isaack Asher, Maurice Barnett (socio di Jean Lafitte), Jacob Barsimon, Amon Bonan, Simon «Simon the Jew» Bonane o Bonave, Saul Brown nato Pardo, Isaac Carregal, Abraham e Solomon Myers Cohen, Simja De Torres, Isaac Dias, Jacob Fonseca, Aberham Franckfort, Luis Gomas, Daniel e David Gomez, Isaac Gomez, Ephraim Hart, Harmon e Uriah Hendricks, Uriah Hyam, Abraham e Joshua Isaacs, Jacob Isaacs, Joseph Jacobs, David Jeshurum, Delancena Jew, Benjamin S. Judah, Cary Judah, Elizabeth Judah, il 
Jean Lafitte
pirata «patriottico» louisianico primo-ottocentesco e massone Jean Lafitte (nato a Port-au-Prince nel 1792; la nonna Maria Zora Nadrimal e il nonno materni sono ebrei, come ebrea è la moglie Christina Levine, nata nelle Isole Vergini; nel 1812, rileva lo studioso ebreo Harold Sharfman, Lafitte è «il più grande trafficante dell’intero West»; in seguito fabbricante di polvere per cannoni, di acquavite e armatore, nel 1847-48 è a Bruxelles, ove conosce Karl Marx e Friedrich Engels  cointeressandoli finanziariamente alla peculiare Istituzione del “Black Gold”; ovvero coinvolgendo questi due apostoli del proletariato, nel traffico degli schiavi neri, a Parigi, Berlino, Amsterdam, Londra ed in Svizzera), Moses Levey, Arthur Levy, Eleazar Levy, Isaac H. Levy, Jacob Levy, Joseph Israel Levy, Joshua Levy, Moses Levy, Uriah Phillips Levy, Sarah Lopez, James Lucana, Jacob Malhado, Isaac D. Markeys, Isaac R. Marques, Moses Michaels, (E)manuel Myers, Seixas Nathan, Simon Nathan, David Pardo, Isaac Pinheiro, Jacob Pinto, Rachel Pinto, la vedova di D. Roblus, Abraham Seixas, Abraham Sarzedas, Solomon Simpson, Abraham Touro, Benjamin Wolf e Alexander Zuntz.
Che talune autorità religiose ebraiche abbiano giustificato per due secoli tale commercio, lo dice oggi anche Malcolm H. Stern (Jewish Week, 14 marzo 1976):
«[Il 4 gennaio 1861] Rabbi Morris [Jacob] Raphall, nato in Svezia, capo della congregazione newyorkese B’nai Yeshurun, tenne dei sermoni, largamente riportati dalla stampa, che dimostravano l’origine e la giustificazione bibliche della schiavitù».
E che dire del grande Maimonide, la cui “Guida per i perplessi” – codice d’importanza pari al Talmud che permette agli ebrei, in nome del giudaismo, di ridurre in schiavitù i ragazzi goyish – segna dal Medioevo la strada agli Arruolati?:
«Quanto a “coloro che sono fuori dalla città”, sono tutti gli esseri umani privi di credenze religiose, di capacità di ragione, di tradizione, come gli ultimi turchi [leggi: la razza gialla] all’estremo nord, i negri all’estremo sud e quelli che somigliano a loro nelle nostre regioni. Essi sono da considerare bestie prive di ragione; io non li pongo al livello degli esseri umani, perché secondo me occupano tra i viventi un livello inferiore a quello dell’uomo e superiore a quello della scimmia, in quanto hanno la figura e i lineamenti dell’uomo e una capacità di ragione [la traduzione francese di Salomon Munk ha: discernement] superiore a quella della scimmia» (III, 51).
E che dire del paragrafo 322 del “Libro dell’Educazione” – composizione stesa da un anonimo rabbino spagnolo nel primo Trecento e che illustra e motiva i 613 comandamenti del giudaismo il quale impone l’obbligo della schiavitù eterna per i goyim (mentre l’ebreo reso schiavo va rimesso in libertà dopo sette anni?:
«Alla base di questo comandamento religioso [è il fatto che] il popolo ebraico è il migliore della specie umana, creato per conoscere il suo Creatore e onorarLo, e degno di possedere schiavi che lo servano. E se gli ebrei non possedessero schiavi di altri popoli, dovrebbero fare schiavi i loro fratelli, i quali non sarebbero allora in grado di servire il Signore, benedetto Egli sia. Per questo motivo ci è imposto di possedere quelli per il nostro servizio, dopo che siano stati addestrati per questo e dopo che l’idolatria sia stata allontanata dai loro discorsi, cosicché non vi sia pericolo nelle nostre dimore, e questo è l’intento del versetto “ma non dominerete sui vostri fratelli, i figli di Israele, con oppressione” [Levitico XXV 46], cosicché non dovrete rendere schiavi i vostri fratelli, che sono tutti predisposti per onorare Dio».
Quanto all’America, a giustificare la schiavitù si schierano, dopo il georgiano Joseph Solomon Ottolenghe (nato a Casale Monferrato da «pious, poor, but honest people», docente e schochet a Mondovì e imparentato con alcune delle più distinte famiglie ebree d’Europa, tra le quali quella dello zio materno Gabriel Treves, facoltoso mercante londinese di tabacco, del quale ha sposato la figlia Deborah) a metà Settecento, i rabbini George Jacobs di Richmond, James Gutheim di New Orleans e Simon Tuska di Memphis, e i giornalisti Jacob Cardozo, Edwin De Leon, Isaac Harby, Solomon Heydenfeldt e David Naar.
Come scrive l’insigne storico ebreo Salo Baron,
«i mercanti ebrei, i banditori d’asta e gli agenti ebrei negli Stati del Sud continuarono a comprare e vendere schiavi fino al termine della Guerra Civile [...] In nessun momento gli ebrei sudisti si sentirono disonorati dal traffico degli schiavi».
Fino al 1865 operano infatti mercanti quali Levy Jacobs di New Orleans e Mobile, i fratelli Ansley, i tre fratelli Benjamin, George e Solomon Davis di Richmond e Petersburg, B. Mordechai di Charleston, Jacob Levin di Columbia nel South Carolina, Israel Jones di Mobile, Rudolph Blumenberg, Henriques da Costa, Benjamin Isaacs, John Levy e Fred Myer.
Negli Stati del Sud, i Mercanti ebrei, i banditori d’asta, e gli agenti, anch’essi ebrei, continuano a comprare ed a vendere schiavi, fino al termine della Guerra Civile.
Iniziato però il declino dell’affaire già nel primo Ottocento, l’ebraismo nordista, secondando l’allucinato candore delle più accese sette cristiane, si getta a corpo morto nella causa antischiavista coi rabbini David Einhorn di Baltimora (suocero del già detto Rabbi Kaufman Kohler), Liebman Adler e Bernhard Felsenthal di Chicago, il «livornese» Sabato Morais di Filadelfia, l’«inglese» Gustav Gottheil, in seguito rabbino newyorkese del Temple Emanu-El, e il reverendo Samuel M. Isaacs di New York (Isaac Mayer Wise e il collega Isaac Leeser restano neutrali), mentre l’industria e la grande finanza delle metropoli del Nordest si schierano compatte contro il Sud (a dar prova della singolare «affezione» ebraica alla «patria», il Rader Marcus c’informa che già nel 1740 la Comunità georgiana, per cause puramente economiche, aveva abbandonato il paese per più prosperi lidi:
«Negro slavery was prohibited, the liquor traffic was forbidden, land tenure was hedged in, the lots were often swamps, and utopia had failed to materialize. And, this was equally significant, there were just as many opportunities in other colonies and no hampering legal restrictions, la schiavitù era stata proibita, il traffico di liquori egualmente, il possesso della terra limitato, i terreni si erano spesso impaludati, e l’utopia non si era materializzata. E, cosa altrettanto significativa, c’erano appunto numerose opportunità in altre colonie, senza l’ingombro di restrizioni legali».
Riassumendo alcuni aspetti della bisecolare vicenda schiavistica – troppo ardito sarebbe suggerire al lettore un parallelismo tra quella tragedia e l’attuale invasionismo terzoquartomondiale dell’Europa? – così scrive un ottimo Raimondo Luraghi :
«Sulle coste africane i negrieri acquistavano gli schiavi dagli stessi capitribù locali i quali vendevano loro i prigionieri di guerra, le vittime delle razzie, spesso gli stessi loro sudditi. La schiavitù domestica era esistita da tempo immemorabile nell’Africa nera: ma ora la richiesta pressante stimolava ad accentuare la caccia agli schiavi. Le condizioni particolari della colonizzazione delle Americhe avevano posto le premesse per lo sviluppo in piena età moderna di un commercio di schiavi su larga scala quale solo il mondo antico aveva conosciuto: giova però dire che spesso furono i negrieri (e le potenze mercantili che stavano alle spalle di costoro) a “forzare” l’introduzione di schiavi in America oltre il livello richiesto dalle esigenze produttive per aumentare i lucro loro derivante da tale traffico».
«I puritani della Nuova Inghilterra presero la schiavitù e la tratta con tutta serietà come una delle speciali benedizioni riservate da Dio ai suoi eletti; non fu quindi per motivi morali o umanitari che dopo qualche tempo la schiavitù nel Nord si estinse e scomparve. Da un lato infatti il lavoro schiavistico non era idoneo alle attività commerciali e manifatturiere di quella sezione; dall’altro i modesti lavoratori, i piccoli contadini, gli artigiani, i marinai di pelle bianca furono colà i più risoluti avversari della schiavitù poiché non volevano assolutamente aver a che fare con la concorrenza della mano d’opera servile; il clima e il terreno infine non erano adatti allo sviluppo della grande piantagione, l’unica che potesse utilizzare proficuamente il lavoro del bracciantato agricolo schiavo».
«La scomparsa della schiavitù nel Nord non significò comunque l’abbandono della tratta da parte dei mercanti e del marinai della Nuova Inghilterra e, in genere, settentrionali: essi vi facevano affari d’oro, comperando nelle Indie Occidentali la canna da zucchero o la melassa che, trasportate nei porti nordisti, vi venivano trasformate in rum. Da qui le loro navi ripartivano cariche di liquore alla volta dell’Africa, ove il rum veniva cambiato in… schiavi, in ragione di un barile di rum da quattro dollari per ogni singolo schiavo. Costoro venivano poi sbarcati nei porti del Sud, dopodiché la nave ripartiva per le Indie Occidentali, a caricare altra melassa e canna da zucchero. Ciò salvava anche la “faccia”, in quanto apparentemente il vascello, arrivato con quest’ultimo carico nei porti nordisti o europei e ripartitone carico di rum, rientrava con nuova melassa e canna da zucchero. La tratta rimaneva “invisibile”».
E quanto ai sudisti? Quanto ad essi,
«le loro navi ebbero ben piccola parte nella tratta: le statistiche mostrano che, durante gli ultimi otto anni dell’importazione legale degli schiavi dall’Africa, non più che il 6% delle navi negriere entrate nel porto di Charleston erano meridionali: il rimanente era dato da vascelli della Nuova Inghilterra e da alcuni europei. La gente del Sud seguiva con preoccupazione questo ingigantire del flusso di schiavi verso i suoi territori. Indubbiamente in quei tempi la tratta come la schiavitù non erano gravemente offensive della morale media, per cui l’ostilità dei sudisti all’infame commercio era dettata solo in piccola parte, e solo nei migliori, da preoccupazioni umanitarie. La causa reale della loro inquietudine era data dal fatto che essi assistevano alla trasformazione, loro malgrado, della propria terra in un grande paese ad economia schiavistica, con tutte le spiacevoli implicite conseguenze: pericolo di insurrezioni devastatrici, totale dipendenza della loro vita sociale dal lavoro servile, formazione di una enorme popolazione negra che avrebbe inevitabilmente generato gravi problemi di coesistenza; e, the last but not the least, crollo del prezzo degli schiavi quasi a zero (per effetto della legge della domanda e dell’offerta) sintantoché sarebbe diventato (per esempio in momenti di crisi) assai più economico liberarli che mantenerli, dando luogo ad un tale cataclisma sociale che l’intero mondo del Sud ne sarebbe stato distrutto».
«I sudisti, in sostanza, guardavano con timore l’ingigantire della schiavitù sul loro suolo perché prevedevano un giorno in cui essi avrebbero finito per trovarsi, per così dire, “schiavi della schiavitù”, con conseguenze forse tragiche per entrambi i gruppi etnici. Perciò di buon’ora le colonie del Sud emanarono provvedimenti che vietavano l’introduzione di nuovi schiavi mediante la tratta: ma il Governo britannico si affrettò ad annullarli, dichiarando che l’Inghilterra non poteva rinunciare ad un sì lucroso commercio, e il flusso continuò. I corrucciati uomini del Sud attesero la guerra d’indipendenza, ed allora si affrettarono (finita ormai ogni preoccupazione di obbedire a Sua Maestà britannica) a vietare la tratta nei loro Stati, per cui la Virginia fu la prima a proibire per legge quell’infame commercio. Nuovi sentimenti umanitari si facevano adesso strada; i capi della Rivoluzione, in gran parte meridionali come Washington e Jefferson, condannavano non solo la tratta, ma la schiavitù stessa con parole di fuoco. Ora, alla Convenzione costituente del 1787, la proposta di abolire la tratta nell’intera Unione fu avanzata formalmente; ma qui ci si trovò davanti all’ostilità degli Stati del Nord, che, prevalentemente marittimi, avevano ereditato tale odioso ma lucroso traffico dalla Gran Bretagna, e non intendevano rinunziarvi. In fin dei conti si arrivò ad una specie di compromesso e con atto del 1807, sotto la presidenza di Jefferson, la tratta fu ufficialmente abolita a decorrere dal 1â gennaio 1808.Un secondo atto del Congresso, nel 1820, la dichiarò pirateria, e punibile come tale. Tuttavia, sia pure come contrabbando, la tratta non scomparve del tutto. I meridionali non cessarono di denunciare i mercanti e le navi nordiste come responsabili di tale illecito traffico: e per la verità, ancora il 21 aprile 1861, quando l’agitazione antischiavista aveva raggiunto il culmine, e addirittura erano già state sparate le prime cannonate della guerra civile, il comandante Alfred Taylor, dell’incrociatore nord-americano Saratoga, informava di aver catturato una nave negriera della Nuova Inghilterra con un carico di 961 schiavi: si trattava della Nightingale, di Boston, diretta a New York. Dal 1808 comunque la massa degli schiavi esistenti negli Stati Uniti d’America non fu più aumentata mediante arrivi dall’Africa o da qualsiasi altro paese se non saltuariamente ad opera di contrabbandieri; rimaneva però sulle spalle del Sud e dell’intera Unione il terribile problema della schiavitù, ereditato dalle generazioni precedenti».
Analisi acute, quelle del Luraghi – ciò che importa rilevare è la demolizione dei più vieti luoghi comuni coi quali ancor oggi si tenta di infamare l’illuminato atteggiamento sudista – e tuttavia insufficienti a chiarire quella dinamica storica. Nell’opera resta infatti nell’ombra l’identità dei promotori della «peculiare istituzione», nessun nome, nessuna evidenza razziale viene data ai negrieri, talché resta alla fine l’impressione di un «gioco» giocato tra «bianchi», certamente «sudisti» ma anche «puritani della Nuova Inghilterra». Cosa però, visti i nomi in questione, del tutto inverosimile.
E tuttavia, elevandosi dalla storiografia ad accenni di filosofia della storia dopo avere elencato le cause del «conflitto irreprimibile» tra i due mondi, lo storico milanese, trattando del Sud, ci apre la strada a considerazioni di più ampia portata:
«Nella nuova civiltà che si apriva energicamente il passo a nord della linea Mason e Dixon vedevano con orrore e spavento l’affermarsi di un genere di vita grigio e senza colore, l’avvento di un tipo di uomo pedestre e standardizzato. Il predominio del più energico negli affari e nell’industria sembrava loro dare inizio ad un’età infernale che avrebbe valutato gli uomini in base alla loro capacità di far denaro; nelle grandi città moderne essi osservavano piuttosto i sobborghi cupi e sterminati, l’atmosfera velenosa e pestilenziale, la standardizzazione monotona del modo di vita e degli ingegni, gli slums, l’avvento di un industrialismo distruttore della personalità umana. Se si pensa ai problemi più gravi che dovette poi e che deve ora affrontare non solo l’Unione americana, ma tutta la moderna società industriale, non si può negare lungimiranza a quei “passatisti”, difensori di un mondo rurale individualista».
«In effetti il Sud non si sentiva impegnato specificamente per la schiavitù, o per il libero scambio, o per i diritti degli Stati, o ancora per l’agricoltura o per altri motivi economici: ma per difendere una sua specifica “maniera di vita” che esso non voleva sacrificare; una “maniera di vita” in cui entrava per un verso o per l’altro tutto ciò che sopra si è elencato, ma che sarebbe inesatto ridurre all’uno o all’altro di questi suoi peculiari aspetti; una “maniera di vita” che esso temeva di veder stritolata sotto il rullo compressore dell’industrialismo avanzante. Non che i sudisti più colti e più lungimiranti non si rendessero conto che in questa “maniera di vita” c’era più di una zona d’ombra: la questione non stava qui. In realtà premeva ad essi di “non gettar via il bimbo insieme all’acqua sudicia”; e pensavano che per poter far questo (e poi pian piano eliminare l’acqua sudicia da sola) occorresse anzitutto difendere comunque il loro mondo contro le forze che parevano minacciare rovina».
Allarmate per gli sforzi che i reggitori sudisti stanno compiendo 

  1. per giungere, gradualmente, all’abolizione della «peculiare istituzione», ormai anti-economica, socialmente distruttiva e moralmente sempre meno accettabile, e 
  2. per rendersi autosufficienti contro le tariffe imposte e i ricatti economici avviando una propria industrializzazione – bramose inoltre 
  3. di non lasciarsi sfuggire quell’ampio mercato e 
  4. di impedire un suo autonomo organizzarsi per l’esportazione dei prodotti (ad esempio, per giungere sui mercati europei il cotone deve prima passare per New York e altri porti del Nord), 
l’industria nordista e la grande finanza «tedesca» dei Bache, Belmont, Goldman, Guggenheim, Hallgarten, Heidelbach, Ickelheimer, Kuhn, Lehman, Lewisohn, Loeb, Sachs, Schiff, Scholle, Seligman, Speyer, Straus e Wertheim che già domina l’industria tessile e va sviluppando – interconnessa oltretutto da vincoli non solo finanziari ma anche matrimoniali – un’economia integrata di scala e nuove forme di vendita (catene di department stores, grandi magazzini; mail order, il primo catalogo di ordini per posta viene stampato in una soffitta di Chicago nel 1872; i primi shopping centers seguiranno settant’anni dopo, ideati dall’«austriaco» Victor Grün) promuove, avanzando i più alti ideali, l’annientamento di una Nazione.

Punto di svolta epocale, questo, premessa indispensabile per imporre al mondo, contemporaneo e futuro, 

  1. l’industrialismo come «scelta» di vita, 
  2. il liberismo come arma dei più forti, 
  3. la democrazia come strumento politico per la distruzione di ogni civiltà «non conforme»
  4. l’universalismo come obiettivo finale, prima dell’apertura del Regno. L’annientamento della Confederazione avrebbe costituito la prima tappa di tale percorso, «laico» ma in realtà religioso; la distruzione del cuore dell’Europa nella Grande Guerra, la seconda; lo scontro in terra spagnola nel 1936-39, la terza; la crociata congiunta di Democrazie e Comunismo contro l’Europa – contro nazionalsocialismo e fascismo, contro il Sistema di Valori indoeuropeo – la quarta.
Gianantonio Valli


David Duke - Lo scioccante Ruolo Ebraico nella Schiavitù:
Cosa dicono gli Storici Ebrei - parte 1

 Questa economia globale, quasi completamente in mani ebraiche, è completamente asservita al Capitale Ebraico Cosmopolita, e sbandiera i più elevati ideali, democratici, umanitari e sociali, ma, di fatto si è fondata, e si fonda, sull’annientamento programmato di intere Nazioni, Popoli, Razze, e Culture.

In America, l’annientamento della Confederazione degli Stati del Sud, costata la vita a 700.000 uomini, e ferite e mutilazioni ad altri 650.000, costituisce un’altra tappa del percorso apparentemente “laico”, ma in realtà confessionale ebraico, che ha visto la Rivoluzione di Cromwell, La Rivoluzione Americana, La Rivoluzione Francese, e la Sconfitta Napoleonica, come sue tappe precedenti.
Il passo ulteriore è stato il compiere la distruzione degli Imperi dell’Europa Centrale, con la Rivoluzione Russa, e con la Prima Guerra Mondiale. Poi si è avuta la Crociata Ebraica contro l’Europa ariana, e contro la Germania Nazionalsocialista, ed i vari fascismi europei: ultimi baluardi di un sistema di valori non ebraici.
Oggi, uniti in quella Hollywood Connection, che è di fatto una Congrega Ebraica, e che è stata determinante nel portare alla Casa Bianca dei Presidenti Kasher, gli Ebrei formano una cricca feroce e battagliera, di usurai mondiali senza scrupoli, e di bugiardi compulsivi, che ha costituito ovunque, nel mondo, delle strutture di potere parafeudale, completamente interdette ai non ebrei.
Gli Ebrei controllano il nuovo Establishment, ed il loro portavoce ufficiale è il New York Times. Essi gestiscono tutte le maggiori Case Cinematografiche, e pilotano la maggior parte dei Mass-media mondiali; hanno quindi, un potere ed un impatto enormi, a livello planetario, sulla genesi e sui mutamenti delle culture popolari.
Risulta attualmente impossibile, discutere apertamente sugli ebrei ed il loro essere tali, senza venire immediatamente accusati di fomentare l’ odio razziale, di antisemitismo, o di un qualche altro fantasioso delitto d’opinione, dalle attente scolte delle varie Leghe di pressione Ebraiche, pronte a portare in tribunale, a caro prezzo, chiunque urti la loro acutissima sensibilità nervosa: di vittime professionali della profanazione.

Il silenzio discrezionale, ampiamente concesso agli Ebrei ed ai loro loschi affari, è di fatto una vera e propria congiura razziale: una cospirazione degli Ebrei contro i non ebrei. Attualmente, i capi politici e culturali degli Stati Uniti sono individui la cui qualità di ebrei, con tutte le conseguenze che l’essere ebrei comporta, resta però completamente esclusa dal dibattito pubblico, e ben presto, forse, lo sarà anche da quello privato.
Il Dio dell’America è stato, è, e rimane, il Dio Danaro: e “In Gold we Trust” dovrebbe essere il suo motto reale. I suoi sacerdoti, ieri erano i negrieri ebrei, autori e profittatori dell’Olocausto Nero degli Africani, e in buona parte anche di quello Rosso dei Nativi Americani, ed oggi sono i Grandi Rabbini “Laici” delle Banche Internazionali, capaci di compiere, senza un palpiti d’orrore, ulteriori vantaggiosi Genocidi di Animali Antropomorfi o Gojim: Neri, Bianchi, o di un qualsiasi altro possibile colore.

Mauro Likar
David Duke - Lo Scioccante Ruolo Ebraico nella Schiavitù: l'Insabbiamento dei Media - parte 2

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Fonti   paolodarpini   facebook

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L’inquietante psicologia ebraica secondo Gilad Atzmon di Don Curzio Nitoglia

Tratto da:
https://unmondoimpossibile.blogspot.it/2016/08/la-madre-di-ogni-schiavismo-e-giudaica.html