sabato 30 gennaio 2016

Come Hitler salvò l’economia (qualche idea per oggi)- 1


Maurizio Blondet
L’alluvione di capitali dagli Usa in Germania si era, nel 1933, già prosciugata. La crisi del ’29 a Wall Street, il brutale arretramento dell’economia americana, il tracollo della produzione industriale il gelo del commercio internazionale, segnarono la fine della “prima globalizzazione” finanziaria. Non solo gli Usa a la Gran Bretagna, la potenza missionaria del vangelo liberista, adotta il protezionismo, e impone forti dazi sulle importazioni;   nello stesso tempo, rinuncia al ruolo di fornitore internazionale di capitali. Passati i tempi in cui le imprese (e stati) esteri erano incoraggiati a chiedere prestiti sul mercato finanziario di Londra; dal ’31, in forma non ufficiale, si mette in vigore un embargo sulle emissioni titoli esteri in Inghilterra: il ‘mercato finanziario globale’ prima esaltato viene ridefinito ‘fuga di capitali”,osteggiato e punito.
L’Inghilterra si ritira dal mondo. Si ritira, intendiamoci, nel vasto e confortevole mercato asservito del suo impero coloniale: e fra le sue colonie vi sono i maggiori produttori mondiali di oro, il cui potere d’acquisto si rinforza col calo dei prezzi globali. Grande importatore di materie prime (è ancora una potenza industriale) il Regno Unito beneficia del crollo mondiale dei prezzi di queste. Dunque è doppiamente favorito: compra a poco con oro rivalutato. 7
La deflazione fa sì che in Gran Bretagna il costo della via ribassi, fra il 1924 e il ’36, di 16 punti,  mentre i salari calano solo di 2 punti: sembra  una situazione felice rispetto al resto del mondo, tanto più che il governo di Londra inaugura una politica di credito facile (bisogna pur usare i capitali abbondanti rientrati, che non possono più andare all’estero), che stimola (o simula) una sorta di ripresa, basata sui “consumi interni”. E tuttavia la disoccupazione resta ostinata al disopra del 10% fino al 1939,  quando la guerra innescherà il suo truce modello di pieno impiego.
Nella ricca America, il New Deal di Roosevelt non otterrà effetti migliori, a parte di grande successo propagandistico. Un totale e severo dirigismo, grandi opere pubbliche pagate in deficit dallo Stato, aumento dei salari minimi, confisca dell’oro in mani private – non riescono ad aver ragione della crisi. Nel 1936, il potere d’acquisto degli agricoltori americani è quasi il 30 per cento in medo di quello del 1929; la disoccupazione generale, che era del 3% prima del 1929, resta attestata al 19 per cento fino al 1938. Anzi, dall’ottobre del 1937 l’economia Usa ricade in una severissima recessione, ed altri 4,5 milioni di lavoratori finiscono   sul marciapiede.  “L’economia americana non riesce a riprendersi con le sue sole forze, essa resta dipendente dalla iniezioni costanti di potere d’acquisto alimentato dai deficit di bilancio”, riconosce lo storico francese Jacques Nèré (La Crise de 1929, Parigi 1973, p.163).
In Francia il Fronte Popolare decreta un aumento generale dei salari del 10-15%, accorcia la settimana lavorativa da 48 a 40 ore   (“lavorare meno per lavorare tutti” sembrò una buona idea, a sinistra)  insomma applica le demagogie socialiste, senza riportare un alito di vita alla profonda stagnazione economica. L’URSS applica fino in fondo, con la nota ferocia ideologica, l’economia di piano, con i noti risultati disastrosi che sappiamo: carestia e GuLag.
Tutti gli esperimenti dirigisti in qualche modo falliscono. Salvo uno.
Quando Hitler sale al potere, la Germania soffre di una crisi industriale paragonabile a quella americana, con disoccupazione alle stelle. Ma a differenza degli Usa, per di più è gravata da debiti esteri schiaccianti: non solo il debito pltiico – il peso delle “riparazioni” ; anche il debito commerciale pauroso. Le sue riserve monetarie sono ridotte a zero o quasi. S’è prosciugato il flusso di capitali esteri ritenuto necessario per la sua rinascita economica. La Germania insomma non ha denaro, ha pesro i suoi mercati d’esportazione, è forzatamente isolata (dalla recessione globale) dai mercati internazionali. Costretta ad una economia a circuito chiuso, nei suoi limitati confini.
Ma proprio da lì comincia a rinascere. Come? Secondo Rauschning, i nazisti “s’erano creati una teoria monetaria che suonava pressappoco così: le banconote si possono moltiplicare e spendere a volontà, purché si mantengano costanti i prezzi”. Hitler era brutalmente esplicito: “Dopo l’eliminazione degli speculatori e degli ebrei, si dispone di una sorta di moto perpetuo economico, il cui meccanismo on si arresta mai. Il solo motore necessario è la fiducia. Basta creare questa fiducia, o con la suggestione o con la forza o entrambe”.
Sono idee assurde secondo la teoria economica: creare inflazione stampando moneta senza far salire i prezzi? E senza ricorrere al razionamento, alle tessere del pane come stava facendo Stalin in quegli anni. Eppure, funzionarono.
A causa del suo grande indebitamento estero, la Germania non può svalutare la sua moneta: le sue merci sarebbero più competitive, ma il peso del debito crescerebbe. Fra le prime misure del Terzo Reich c’è dunque il riequilibro del commercio, perché il deficit non può più essere finanziato come in tempi normali. Di fatto, la libertà di scambio viene sostituita da Hitler da meccanismi inventivi. I creditori della Germania vengono pagati in marchi (moneta di Stato, non bancaria), che però dovevano essere spesi in Germania. Per comprare merci tedesche: di cui l’industria germanica poteva fornire, per così dire, un quasi infinito catalogo: motori e vernici, giocattoli e prodotti chimici, medicinali, strumenti musicali e apparecchi radio, casalinghi… Ben presto questo sistema sviluppò quasi spontaneamente accordi internazionali di scambio per baratto: la Germania non aveva più bisogno di valuta estera (dollari o sterline) per comprare le materie prime di cui mancava, perché propriamente non vendeva né comprava più. Per il grano argentino, dava in cambio i suoi pregiati prodotti industriali; Rockefeller, per vendere i greggio della sua Standard Oil, si dovette contentare di un pagamento in armoniche a bocca ed orologi a cucù.   Tanto che dopo la fine della guerra dovette giustificarsi di avere “finanziato Hitler” davanti al Senato. Ma le condizioni di gelo del mercato globale non consentivano ai Rockefeller di fare i difficili: prendere o lasciare.
Per le poche importazioni con esborso di valuta, il Reich impose agli importatori tedeschi un’autorizzazione della Banca centrale all’acquisto di divise. Il tutto fu presto facilitato da accordi con gli esportatori, che disponevano di quelle valute e le mettevano a disposizione. I negozi sui cambi avvenivano dunque, “dopo l’eliminazione degli speculatori e degli ebrei”, senza dover pagare il tributo ai banchieri internazionali – moderni cambiavalute.
Lui e il suo banchiere centrale
Lui e il suo banchiere centrale
Il controllo sui cambi è praticato anche in Urss con atroce durezza –  e risultati devastanti. Invece, dovrà riconoscere uno storico, il controllo nazista sul commercio estero “dà alla politica economica tedesca una nuova libertà”. Anzitutto perché il valore interno del marco (il suo potere d’acquisto per i salariati) è   stato svincolato dal suo prezzo estero, quello fissato dai mercati valutari angloamericani. Lo Stato tedesco può  stampare moneta per i salari sena essre immediatamente “punito” dai mercati mondiali dei cambi, governati da “speculatori ed ebrei”, con una perdita del valore del marco rispetto al dollaro. E il pubblico tedesco non riceve quel segnale di sfiducia mondiale che consiste nella svalutazione del cambio della propria moneta.
Così, Hitler – attentissimo al favore della sua opinione pubblica, e convinto di costruire davvero uno “stato socialista dei lavoratori” – può stampare marchi nella misura che desidera per raggiungere il suo scopo primario: il riassorbimento della tragica disoccupazione. Grandi lavori pubblici, autostrade e solo dopo vari anni il riarmo, forniscono salari a un numero crescente di occupati. I risultati sono, dietro le fredde cifre, spettacolari per ampiezza e rapidità.
Nel gennaio 1933, quando
Auto del popolo
Auto del popolo

Hitler sale al potere, i disoccupati sono oltre 6 milioni. A gennaio 1934, solo un anno dopo, sonocalati a 3,7. A giugno, sono ormai 2,5 milioni. Nel 1936 calano ancora: 1,6 milioni. Nel 1938 sono solo 400 mila, il 2,1 per cento della forza lavoro. Per confronto, si pensi che nell’America del New Deal la disoccupazione era ancora del 13,2 per cento, e saliva al 19,8 un anno dopo. Vero è che il regime rende il lavoro obbligatorio:   chi rifiuta l’impiego che gli viene offerto è punito; ma è un “obbligo” che non pesa ad un popolo che ha conosciuto l’umiliazione della disoccupazione di massa.
E non sono le industrie di armamento ad assorbire la manodopera, come sostiene una propaganda dei vincitori. Fra il 1933 e il ’36,è l’edilizia ad assorbirne di più (più 209%), seguita dall’industria automobilistica ( +117%); la metallurgia ne occupa relativamente meno ( + 83%).
Nei fatti, la stampa di moneta viene evitata (o dissimulata) con geniali tecnicismi. Nel sistema bancario occidentale – speculativo – le banche creano denaro dal nulla aprendo dei fidi agli imprenditori; costoro poi successivamente, “servendo” il debito (anzitutto pagando gli interessi alla banca) riempiono quel nulla di vera moneta, ossia ricchezza prodotta, – da cui la banca si trattiene il suo profitto, il tradizionale tributo che il banchiere estrae dal lavoro umano. Ma naturalmente questo metodo genera inflazione in un’economia ce cresce, perché fa’ circolare moneta aggiuntiva; e Hitler deve risparmiare al suo popolo, che ha conosciuto l’iper-inflazione del 1922-23, una replica della tragedia.
Nel sistema hitleriano, è direttamente la Banca Centrale di Stato (Reichsbank) a fornire agli industriali i capitali di cui hanno bisogno. Non lo fa’ aprendo a loro favore dei fidi; lo fa’ autorizzando gli industriali ad emettere della cambiali garantite dallo Stato. Più precisamente sono promesse di pagamento emesse da una ditta metallurgica    fittizia, laMetallurgische Forschungsgesellschaft“, da cui il loro nome: “Effetti MeFo”.E’ con queste promesse di pagamento che gli imprenditori pagano i fornitori. In teoria questi possono scontarle presso a Reichsbank e qui sta il rischio: se gli effetti MeFo venissero presentati massicciamente all’incasso, la banca centrale dovrebbe pagarli   stampando banconote – e ricadrebbe nella iper-inflazione.
Di fatto, ciò non avviene nel Terzo Reich: anzi, gli imprenditori si servono degli effetti MeFo come mezzo di pagamento fra loro, senza mai portarli all’incasso, risparmiandosi  tra l’altro la decurtazione dello sconto-cambiali, non piccolo vantaggio. Insomma gli effetti MeFo divennero una moneta, esclusivamente per uso delle imprese, a circolazione fiduciaria.
MANFESTO
Si sono sospettate pressioni dello Stato nazista, magari tramite la Gestapo, per mantenere il corso forzoso d questa cambiale. Ma nessuna coercizione fu esercitata; anzi c’era un premio, gli effetti MeFo fruttavano un interesse del 4% –  pagato dallo Stato – il che li rendeva   simili a buoni del Tesoro. La fiducia, l’immensa fiducia che il regime “socialista nazionale” riscuoteva, ha fatto il resto. Non si sottovaluti il fatto, apparentemente paradossale, che   la dittatura fu vissuta come una liberazione di massa. Lo stato precedente, nobiliare, ingessato, gerarchico, fu spazzato via; l’ascensore sociale su messo in moto, da umili origini si poteva salire a grandi responsabilità nel Partito e fuori; vivaci risorse umane furono scoperte e utilizzate.
Con l’invenzione degli effetti MeFo, si disse che il banchiere centrale, Hjalmar Schacht, aveva “reso invisibile l’inflazione”: i MeFo erano un circolante parallelo che il grande pubblico non vedeva e di cui nemmeno forse aveva conoscenza, e dunque privo di effetti psicologici. Essi contribuirono potentemente ad attivare l’energia, la voglia di lavorare, la capacità attiva de popolo.
Schacht, da finanziere ebreo, conosceva bene la frode fondamentale su cui si basa il credito, e i lucri che consentono l’abuso della fiducia dei risparmiatori e dei produttori reali, che col loro lavoro riempiono di denarovero i conti di denaro vuoto, contabile, che la banca crea ex nihilo. Per una volta nella storia, un ebreo fece funzionare la frode a vantaggio dello Stato – senza lucro – e del popolo. Non a caso, e senza alcuna intenzione sarcastica, Hitler gratificò Schacht del titolo di “ariano d’onore”
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domenica 24 gennaio 2016

Mario Gradi e la «Rivoluzione del Lavoro»: memorie di un sindacalista fascista


Roma, 24 gen – Mario Gradi nacque esattamente 100 anni fa. Figura sconosciuta ai più, fu un giovane fascista della “prima ora”, che compì tutta la sua traiettoria politica all’interno del sindacato. Dopo un breve periodo come dirigente nel Guf romano, entrò nel settore sindacale con la carica di segretario dell’Unione provinciale dei lavoratori dell’industria, prima a Perugia e poi Bologna. Dopo aver partecipato alla guerra d’Etiopia, fu trasferito a Roma con incarichi di ancora maggiore rilievo: prima consigliere della Confederazione dell’acqua, gas ed elettricità e dopo consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Infine segretario dell’Unione provinciale dei lavoratori dell’industria a Roma, fino alle dimissioni il giorno dell’insediamento del governo Badoglio. Oltre a distinguersi per l’impegno in difesa dei lavoratori, fu molto attivo culturalmente scrivendo su periodici e riviste e pubblicando il libroFascismo, Rivoluzione del Lavoro (1938). Un’attività, questa, che continuerà anche nel dopoguerra, senza mai rinnegare i suoi ideali. Perché questa premessa? Perché interessarsi ad un personaggio come lui? Molto semplicemente perché «sapere di più su questi dirigenti medi è sempre necessario se si vuol capire questa realtà (del fascismo ndr) in modo articolato e in particolare la natura e la qualità del personale su cui il regime si fondava e le differenze fra esso ed il precedente periodo liberal-democratico», come ha scritto acutamente Renzo De Felice, nella prefazione alle Memorie di un altro sindacalista: Tullio Cianetti. Infatti, leggendo le testimonianze del Gradi (raccolte nel libro Formazione e vita di un sindacalista, 1987), non si può che rimanere stupiti ed arricchiti dalle sfumature che si possono cogliere su quel ventennio tanto lontano quanto ancora oggi discusso. I contributi di Francesco Perfetti (Lo stato fascista), Giuseppe Parlato (La sinistra fascista) e Alessio Gagliardi (Il corporativismo fascista) restano ad oggi migliori punti di partenza sul tema.
Mario Gradi descrive con passione l’entusiasmo (ed anche le velleità e le ingenuità) dei giovani fascisti nel primo dopoguerra, impegnati nella strenua difesa dei reduci e delle rivendicazioni della vittoria contro il disordine rosso e l’incapacità del parlamento. Anni travagliati, conclusisi con la presa del potere di Mussolini, al termine della quale si comincia ad entrare nel vivo della trattazione: l’evolversi delle istanze sindacali all’interno del fascismo, rievocate attraverso l’esperienza personale di Gradi. Il protagonista delinea con chiarezza e lucidità tutte le difficoltà dei dirigenti sindacali davanti al fallimento del “corporativismo integrale”voluto da Rossoni. Nel 1928, infatti, Mussolini opta per la “frantumazione” della Confederazione nazionale dei sindacati fascisti (che riuniva tutto il mondo fascista del lavoro) nelle sei Confederazioni dei lavoratori dell’attività produttiva (industria, agricoltura, commercio, trasporti, credito, gente del mare e dell’aria), con la conseguente riduzione d’importanza dell’elemento sindacale in favore della centralità del Partito. Il settore industriale accusa il colpo, non riuscendo a trovare negli anni immediatamente successivi una stabilità organizzativa ed un peso politico d’alto livello, come era riuscito, ad esempio, ai lavoratori agricoli magistralmente guidati da Luigi Razza. Gradi, impegnato al fianco dei lavoratori fino alla fine del regime, sottolinea inoltre le difficoltà salariali ed il permanere di «sacche di arretratezza» (soprattutto al Sud) nel suo settore. Ma ciò che emerge più negativamente è la resistenza al cambiamento di ampi settori economico-finanziari italiani, impegnati a frenare le riforme e mettere in primo piano l’interesse personale. Occorrono sforzi titanici da parte dei sindacalisti fascisti («in gran parte provenienti dallo squadrismo, quasi tutti dotati di una buona preparazione in campo economico e sociale, uno dei raggruppamenti maggiormente significativi e combattivi del regime, guardiani fedeli dei principi originari del fascismo», riferisce Gradi) per attutire i colpi inferti dagli industriali più conservatori, rappresentanti di quella “destra interna” che non vedeva di buon occhio la perdita dei propri privilegi. Proprio per questo la classe dirigente sindacale in diverse occasioni recupera elementi già distintisi nelle organizzazioni socialiste. Ed è già un primo elemento inaspettato. Ma accanto a questo se ne nota un altro: il libero sfogo ai risentimenti ad alle richieste da parte dei lavoratori nelle assemblee di base. L’intento del regime era quello di renderli critici e coscienti delle problematiche nel loro ambito, e di conseguenza inseriti organicamente (non passivamente) nel nuovo «spirito partecipativo» e nelle nuove strutture, come il Dopolavoro. Negli ultimi sette anni di carriera a Roma, a contatto con i vertici dell’organizzazione dei lavoratori dell’Industria, Gradi nota che la libertà e vivacità dei dibattiti è ancora più accentuata. Ciò traspare raramente all’esterno, dove invece viene sottolinea l’unanimità delle posizioni, ma è sufficiente scorrere i verbali della Confederazione per accorgersi della libertà di critica e del fecondo apporto dei rappresentanti dei lavoratori alla elaborazione di scelte e soluzioni in sede corporativa. Un tratto, forse il più difficile da accettare per la storiografia ufficiale, emerge prepotentemente: non si trattò di un sindacalismo di mera facciata. Pur tra innegabili difficoltà e nello «scarso decollo del sistema corporativo», il profilo tracciato dal Gradi è quello di un mondo sindacale consapevole dell’importanza delle riforme sociali e della modernizzazione, convinto a continuare le lotte nel nome della «Terza Via» e dell’emancipazione dei lavoratori.
sindacalismo fascista2Per comprendere ancor meglio il profilo di questi «combattenti sociali» non si può non analizzare inoltre il succitato testoFascismo, Rivoluzione del Lavoro, in cui Mario Gradi traccia una rapida e sentita storia del movimento fascista. Non mancano passaggi retorici, ma traspaiono comunque alla perfezione obiettivi e sentimenti dei giovani che avrebbero costituito la futura classe dirigente del regime. Gli operai di Dalmine, che nel 1919 occupano una fabbrica innalzando il tricolore e non interrompendo la produzione, vengono presentati quali veri e propri pionieri dell’idea fascista. «Vi siete messi sul terreno della classe, ma non avete dimenticato la Nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto della vostra categoria. (…)Non siete voi i poveri, gli umili e i reietti, secondo la vecchia retorica del socialismo letterario, voi siete i produttori ed è in questa vostra qualità che rivendicate il diritto di trattare da pari con gli industriali. (…) È il lavoro che nelle trincee ha consacrato il suo diritto a non essere più fatica, disperazione perché deve diventare orgoglio, creazione, conquista degli uomini liberi nella patria libera e grande entro i confini» proclama Mussolini in quell’occasione. Ed i propositi appena descritti cominciano gradualmente («La rivoluzione non è sommossa di schiavi, ma sopravvento di superiori capacità produttive. Fino a che i lavoratori non sapranno dimostrare di sapere produrre di più e meglio del sistema capitalista, essi non saranno degni di dirigere la società») a trovare attuazione. Gli accordi di Palazzo Vidoni, la Legge Sindacale del 3 aprile 1926 («immissione ed inserimento politico e giuridico del movimento operaio nella vita dello Stato, per una verace uguaglianza tra categorie sociali»), la Carta del Lavoro, la costruzione dello Stato Sociale e dell’edificio corporativo sono le tappe fondamentali. «La soluzione fascista agile, dinamica, aderente alla realtà e alle esigenze particolari e generali della produzione, concilia libertà ed autorità, prevedendo la instaurazione di una disciplina nello svolgimento dei cicli economici produttivi, non imposta da una coazione esterna, ma dal di dentro; dalle stesse categorie produttrici, le quali, una volta determinata loro funzionalità nel sindacato, sul piano corporativo trovano il punto di incontro e fissano le direttive di marcia» descrive entusiasta Gradi. Per l’autore, il fascismo si contrappone evidentemente alle tendenze individualistiche della scuola liberale, la quale considera la società nazionale una semplice somma di particolari, e dall’altra parte non accetta le concezioni del comunismo, le quali, prevedendo la concentrazione di tutte le iniziative, di tutti i beni, di tutti i compiti nello Stato, mirano «ad un assurdo annullamento della individualità umana, a favore dell’unica mostruosa individualità dello Stato-Moloch, onnisciente ed onnipresente». Secondo la sua visione l’economia corporativa sorge proprio quando i due fenomeni hanno dato ciò che potevano dare, ereditando da essi ciò che avevano di vitale e superandoli: non siamo certo davanti alla conservazione, ma ad un «autentico movimento di popolo, che non ignora le necessità e le aspirazioni del lavoro, ma queste inquadra nel complesso della vita e delle necessità nazionali; queste coordina e potenzia nello sviluppo armonioso delle attività e possibilità della Nazione». All’«agnosticismo internazionalistico della grande finanza», all’«edonismo borghese» ed al «predominio dell’economia sulla politica» esso oppone lo spirito, l’etica e la Patria. Al «materialismo storico» e alla lotta di classe risponde con la collaborazione e la «democrazia organica». Quest’ultimo salta subito agli occhi quale concetto di notevole interesse e, a quanto pare, in quei tempi più diffuso di quanto si potrebbe pensare, come ha fatto notare nella prefazione al libro Massimiliano Gerardi dell’Istituto Studi Corporativi, organizzazione che ha avuto il merito di pubblicare diverse ricerche e memorie di immenso valore come Battaglie sindacali di Francesco Grossi. Infine, giova sottolineare il fatto che non appare neanche una volta il termine «razza», e non a caso Gradi fu spesso in contrasto con il Presidente confederale Tullio Cianetti, d’orientamento filo-tedesco.
Il sindacalista chiude poi enfaticamente l’opera, sottolineando «il carattere autenticamente democratico, nel senso sano, del regime. Tutta l’organizzazione sociale è stata predisposta e sistemata in modo tale che il cittadino e produttore non abbia mai a sentirsi isolato, smarrito, alla mercé del più forte, in una lotta per la vita senza quartiere e senza giustizia: il Partito lo accoglie cameratescamente nei suoi ranghi; l’organizzazione sindacale lo tutela nei suoi diritti e nei suoi interessi. (…) La vera democrazia non è nella verbosa demagogia dei parlamenti, ma nella eloquenza sincera delle opere: nelle strade aperte ai commerci; nelle terre bonificate restituite al lavoro; negli acquedotti; nelle scuole ampie aperte a ricevere in una gioia di aria e di sole la nuova gioventù d’Italia; nei moderni sanatori, negli ospedali. (…) A volte la tensione cui costringe quest’opera di ricostruzione è dura: ma essa appare sempre lieve se è certa la fede nella meta finale: un grande popolo, una Nazione potente».
Francesco Carlesi