sabato 25 febbraio 2017

La vera storia dello sbarco in Sicilia

  
Lo sbarco di Gela

 di Andrea Cionci

Pubblicato il 24/02/2017

 
Sulla spiaggia di Trappeto (Trapani), fino a pochi giorni fa, sorgeva “la Cupola”, un piccolo bunker costiero semidiroccato, costruito nei primi anni ’40, al quale la popolazione locale era molto affezionata. Faceva ormai parte del paesaggio, ma il tetto si era inclinato e, invece di procedere a un possibile restauro, le autorità hanno deciso di mandare uno scavatore per rimuoverlo. La notizia, divulgata dal giornale locale Il Vespro, ha suscitato ovunque indignazione e dispiacere, per “l’ennesimo intervento che distrugge pezzi della nostra storia, cancella i ricordi, le immagini, i momenti”.

Il recente episodio evoca in modo simbolico un’altra drastica rimozione, quella della vera storia dello sbarco angloamericano in Sicilia, di solito tramandato dalla storiografia tradizionale come una sorta di “passeggiata”, avvenuta tra festose distribuzioni di chewing gum e cioccolato da parte dei soldati alleati.


Le cose andarono molto diversamente. Ad esempio, è stato rimosso quasi del tutto il sacrificio della divisione “Livorno” che, insieme alla “Napoli” si fece massacrare mettendo forse a rischio l’intero sbarco alleato. In secundis, solo da qualche anno, si comincia a parlare delle collusioni tra Forze armate Usa e la mafia italoamericana di Lucky Luciano; il recente film di Pif “In guerra per amore” per quanto sotto le vesti di una commedia romantica, ha avuto il merito di portare finalmente al grande pubblico, in una veste “accettabile”, questo scottante tema. Se pressoché nulla si è divulgato del ruolo preciso che la mafia ebbe nel sabotare quasi un terzo del sistema difensivo italiano, ancor meno è filtrato, alla coscienza collettiva, sulle stragi dimenticate e impunite compiute dai militari americani su civili e prigionieri italiani. Cercheremo di sintetizzare il tutto con i dati provenienti dalla più qualificata e aggiornata letteratura storica dedicata al tema.

L’annichilimento della mafia e l’assalto al latifondo siciliano  
Poco si può comprendere dello sbarco in Sicilia senza fare riferimento a un antefatto. Nel 1924, il prefetto di Trapani Cesare Mori (cui l’appena scomparso regista Pasquale Squitieri dedicò un famoso film) del ruolo di sradicare la mafia dalla Sicilia. Mori attuò una durissima repressione del fenomeno mafioso, ricorrendo, spesso, a metodi brutali: furono incardinati diecimila processi, con innumerevoli condanne, mentre molti pericolosi boss furono mandati al confino o costretti a emigrare negli States. Tuttavia, come scrive lo storico palermitano Giuseppe Carlo Marino in “Storia della mafia”, Mori seppe anche mobilitare largamente l’opinione pubblica, soprattutto tra i giovani, nell’impegno contro Cosa nostra facendo sentire la presenza dello Stato sul territorio. Attraverso il “bastone e la carota”, ridusse ciò che restava della mafia-delinquenza a una condizione “dormiente” e inattiva, ma fu costretto a fermarsi di fronte al baronato, il ceto dei grandi latifondisti che utilizzava la manovalanza mafiosa per il controllo delle proprietà agricole. Se male avevano sopportato l’opera del “Prefetto di ferro”, i baroni reagirono malissimo all’assalto al latifondo con l’istituzione, nel 1940, dell’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano. Questo organismo li costringeva, infatti, ad apportare migliorie produttive (con i contributi dello Stato) pena l’esproprio delle loro campagne. Così, i grandi proprietari terrieri fondarono un comitato d’azione separatista capeggiato da un triumvirato composto dal conte massone Lucio Tasca, dal liberale massone Andrea Finocchiaro-Aprile e dal “mafioso tout court” don Calogero Vizzini, tornato a Villalba dopo sei anni di confino. Nel ’42, il comitato prenderà il nome di Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (Mis), e avrà la sua grande occasione con lo sbarco alleato del ’43, salutando gioiosamente gli angloamericani al loro arrivo e “sollecitando” il popolino a fare altrettanto nelle strade e nelle piazze.

I servizi segreti Usa si avvalgono di Lucky Luciano  
Nel frattempo, come scrive Massimo Lucioli in “Mafia & Allies”, negli Stati Uniti si creava il legame tra US Navy e mafia italoamericana. Fin dallo scoppio della guerra, nel ’39, gli Usa, per quanto ancora formalmente neutrali, cominciarono a rifornire gratuitamente tutti i nemici dell’Asse. Il porto di New York assumeva, quindi, importanza strategica e si temevano sabotaggi da parte di spie tedesche e italiane. Fu per scovare e colpire queste ultime, ben nascoste nella numerosa comunità italoamericana newyorkese, che uno dei massimi responsabili dell’intelligence, addetto alla sicurezza portuale, il maggiore Radcliffe Haffenden, decise di prendere i primi contatti con il gangster Lucky Luciano. Il boss, infatti, nonostante stesse scontando in carcere una condanna a cinquant’anni per sfruttamento della prostituzione, continuava a controllare le attività illecite del porto tramite il suo affiliato Joe Lanza.

La collaborazione con la mafia partì in grande stile: la valanga di informazioni fornite ai servizi segreti Usa da Lucky Luciano consentì agli americani non solo di smantellare la rete spionistica italiana nel porto di New York, ma anche di garantirvi una forzosa pace sindacale per non turbare l’invio di materiale bellico in Europa. I contatti di Haffenden con Luciano sono confermati dai microfilm pubblicati per un breve periodo sul sito del Freedom information act (Foia) che riporta i resoconti delle indagini della stessa Fbi su Haffenden.

Del resto, anche l’avvocato di Lucky Luciano, Moses Poliakoff, ammise tranquillamente: “Nel 1942, il procuratore distrettuale della contea di New York, per conto del Controspionaggio della US Navy intendeva chiedere a Luciano una “certa assistenza”. Mi chiesero se ero disposto a fare da intermediario”.

Le foto che svelano i mafiosi “embedded” nelle forze armate Usa
Un altro servigio reso da Lucky Luciano fu quello di segnalare agli americani i mafiosi residenti in Sicilia che avrebbero certamente cooperato al momento dello sbarco in Sicilia (operazione Husky). L’Office of Strategic Services (Oss) il servizio segreto statunitense, si preoccupò anche di selezionare militari di origine siculo-americana e di creare una rete di contatti con tutti coloro che, nella Trinacria, fossero ostili al regime, non ultimi gli influenti membri del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia.

Il principale interlocutore di Lucky Luciano nell’isola fu, appunto, don Calogero Vizzini, il quale aderì al progetto, unendo insieme le forze dei latifondisti affiliati al Mis - e dei mafiosi - a quelle dei servizi segreti americani. “Ufficiale di collegamento” fra Vizzini e Luciano era il criminale Vito Genovese che, dall’America, era ritornato in Italia già nel 1938. Lo ritroviamo in una fotografia mentre posa, in divisa americana, accanto al bandito Salvatore Giuliano, mentre, in un’altra foto, si riconosce il mafioso italo-americano Albert Anastasia, sempre in uniforme, inquadrato in un reparto di fanteria il cui gagliardetto consisteva in una grande “L” gialla (da “Luciano”) in campo nero. Lo stesso vessillo è, incredibilmente, apparso attaccato su un’auto in una foto del 2010 - del tutto inedita - scattata da Massimo Lucioli, insieme a due altri testimoni, nel paese di Cassibile (SR) durante la celebrazione dell’armistizio siglato con gli Alleati nel ‘43. La vettura sconosciuta è passata di fronte alle autorità statunitensi mentre la banda U.S. Navy suonava l’inno a stelle e strisce. La vicenda dell’emblema con la “L”, per quanto già nota a livello locale, non è mai stata presa sul serio a livello della storiografia nazionale. La foto che pubblichiamo fuga ogni dubbio: c’erano anche “loro” e, ancor oggi, qualcuno tiene a ricordarlo agli americani.

Come la mafia sabotò due divisioni del Regio esercito  
Uno dei più efficaci provvedimenti mafiosi fu quello di minacciare pesantemente i militari siciliani di stanza nella loro regione. Venne “caldamente consigliata” la diserzione e il sabotaggio per evitare conseguenze spiacevoli per loro e le loro famiglie. Ecco perché due delle quattro divisioni mobili italiane di stanza in Sicilia si sfaldarono, in buona parte, all’arrivo degli angloamericani. Michele Pantaleone scrive in “Mafia e droga” che il 70% dei soldati delle divisioni “Assietta” e “Aosta” - quota corrispondente, appunto, a quella dei militari siciliani - il 21 luglio 1943, a sbarco avvenuto, “scomparve senza lasciare traccia pregiudicando, così, l’intero apparato difensivo siciliano”. Questo si era verificato poiché, come spiega Giuseppe Carlo Marino “il boss mafioso Genco Russo e i suoi sgherri avevano fatto intendere che c’erano parecchi malintenzionati che li avrebbero fatti fuori prima dell’arrivo degli anglo-americani”.

I soldati siciliani della “Assietta” e della “Aosta” provenivano dai ceti agrari e, come contadini, erano da sempre vessati dalle pressioni dei capi mafia e sottoposti ai loro ordini. Non a caso, una simile diserzione di massa non avvenne nella divisione “Livorno”, poiché in essa i siciliani erano pochissimi, appena il 9%. A ulteriore conferma, va considerato che i soldati siciliani costituenti il 60% della divisione “Napoli” fecero, invece, il loro dovere fino in fondo – ed eroicamente - perché si trovavano nella Sicilia orientale, quindi al di fuori della sfera di influenza dei mafiosi collaborazionisti (attivi, piuttosto, nell’entroterra). Questo dimostra che i militari siciliani non erano affatto meno “costituzionalmente combattivi” degli altri soldati italiani. A riprova di ciò, come appurato dal convegno svoltosi lo scorso anno a Napoli, voluto dal presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia, i siciliani furono, insieme ai campani, i più numerosi italiani partecipanti alla Resistenza e, nel nord Italia, dimostrarono grande spirito combattivo.

Il guiderdone della mafia sarà, dopo lo sbarco alleato, la piena infiltrazione nel tessuto politico-amministrativo di gran parte dei comuni isolani, supportata dall’Allied Military Government of Occupied Territories (Amgot). Dopo aver lucrato con il mercato nero durante il conflitto, Cosa nostra comincerà a prosperare, nel dopoguerra, soprattutto con il traffico di stupefacenti.

L’eroismo dimenticato della “Livorno“ e della “Napoli”  
Al momento dello sbarco, il 10 luglio 1943, la divisione motorizzata “Livorno”, per ordine del comandante della 6° armata, il valido generale Alfredo Guzzoni (poi processato dalla Rsi, ma assolto) fu prontamente mandata all’attacco della testa di ponte americana, sulle spiagge di Gela. Era da sola: come riferisce il suo comandante, gen. Domenico Chirieleison, l’appoggio della divisione corazzata tedesca “Hermann Goering” giunse, infatti, diverse ore dopo. Il comandante americano George Patton sottovalutò, inizialmente, la Livorno (convinto che le sue truppe avrebbero facilmente respinto quei “vigliacchi italiani”, come ebbe a definirli) ma, in capo a poche ore, l’impeto di quei soldati, pure, male armati, quasi privi di armi automatiche, senza copertura d’artiglieria e con pochi, obsoleti carri armati, riuscì a far arretrare gli statunitensi fino all’abitato di Gela e a travolgere le loro linee difensive. Furono momenti molto difficili per gli americani anche perché da Malta gli aerei inglesi non erano potuti decollare, in appoggio, a causa della nebbia.

Patton ordina il reimbarco?  
A quanto riferisce il generale Alberto Santoni in una pubblicazione dello Stato Maggiore dell’Esercito, Patton fu colto dal timore e diramò ai suoi persino l’ordine di prepararsi a un possibile reimbarco. Per quanto la circostanza fu poi negata dall’interessato e dal Pentagono, il testo del radiomessaggio, intercettato dal comando italiano di Enna, “dovrebbe trovarsi - scrive Santoni - ancora negli archivi dell’Esercito”.

Dietro nostra richiesta, l’Ufficio storico dell’Esercito non ha ritrovato il documento citato, ma ha prodotto una importante nota del Comando della XVIII Brigata Costiera che riporta, alle ore 15.00: “E’ stato notato che i natanti (Usa) vanno e vengono dalla spiaggia di Gela, si ha l’impressione che il nemico riprenda rimbarco”. Come sottolineato dallo stesso Ufficio storico, però, il generale Emilio Faldella scrive, invece, di una intercettazione contemporanea relativa a una semplice richiesta di rinforzi da parte di Patton. L’episodio sembra, però, ancora riconfermato, nelle sue memorie, dal tenente della “Livorno” Aldo Sampietro che ricordava l’istante di speranza in cui vide “carri armati americani ripiegare verso la spiaggia per reimbarcarsi”. Anche Raffaele Cristani, un altro ufficiale reduce, riporta: “Fino a quel momento gli americani si erano sempre ritirati di fronte ai nostri battaglioni, tanto che ci fu un momento in cui sembrò che stessero per ritirarsi”.

Se è vero, come riportano varie fonti, che la Livorno stava per costringere gli americani alla ritirata nel settore di Gela, questo avrebbe potuto compromettere l’intera invasione. (Quanto alla terminologia, va osservato che gli stessi angloamericani si consideravano degli “invasori” come si legge nella Soldier’s Guide of Sicily, distribuita alle loro truppe).

L’uragano di fuoco navale  
Le truppe da sbarco di Patton erano in crisi, così le navi angloamericane ricevettero l’ordine di intervenire per salvare la situazione. Contro gli italo-tedeschi si scatenò, allora, un inferno di fuoco navale prodotto dai cannoni da 340 mm che “aravano” letteralmente sezioni di terreno procedendo di 100 metri alla volta, disintegrando qualsiasi forma di vita vi si fosse trovata. Poi si aggiunsero le bombe degli aerei inglesi, che erano finalmente riusciti a partire da Malta. I difensori dovettero ritirarsi. In un caso, un reparto italiano fu costretto ad arrendersi perché gli americani utilizzavano prigionieri di guerra come scudi umani. Nella “Relazione cronologica degli avvenimenti” del XVIII Comando Brigata Costiera, infatti, il generale Orazio Mariscalco annotò: “Il col. Altini comunica che la 49a btr. si è arresa perché il nemico veniva avanti facendosi coprire dai nostri soldati presi prigionieri…”.

Fu una carneficina per i giovani della “Livorno”, come ricorda Pierluigi Villari ne “L’onore dimenticato”: resisteranno ad oltranza per 24 ore tra i ruderi di Castelluccio di Gela. Un soldato così annotava nel suo diario: “Eravamo stretti uno all’altro, immersi nella polvere; era un martellare implacabile di una quarantina di cannoni navali, di pezzi di artiglieria campale, i colpi ci piovevano vicinissimo tutt’attorno mentre schegge, pallottole, sassi fischiavano sulla nostra testa”.

In totale, la “divisione fantasma”, come recita il titolo di un saggio di Camillo Nanni, lasciò sul campo, tra morti, feriti e dispersi, 7.200 uomini dei suoi 11.400 effettivi.
Anche nel settore inglese, più ad est, la divisione di fanteria “Napoli” insieme al Kampfgruppe “Schmalz”, combatté strenuamente fino all’annientamento. I pochi elementi superstiti si sacrificarono per permettere agli alleati tedeschi di ritirarsi sul fiume Simeto.

Alle due divisioni “Livorno” e “Napoli” che, pure, avevano giurato fedeltà al Re e non al Duce, sono stati negati per decenni, in nome della politica, la memoria e l’onore che spettavano loro per aver difeso, fino all’estremo sacrificio, il proprio paese.

Furono ben 630, infatti, le medaglie al valore – per gran parte postume – concesse ai militari del solo Regio esercito (escludendo Marina e Aeronautica) che difendevano la Sicilia. Di essi si ricordano il caporal maggiore Cesare Pellegrini, che impegnato in furiosi corpo a corpo, fu alla fine pugnalato nel fortino di Porta Marina; il sottotenente carrista Angelo Navari che col suo carro armato riuscì a impegnare una intera compagnia di soldati americani; il colonnello Mario Mona che resistette a oltranza di fronte alla spropositata preponderanza nemica per poi scomparire nella mischia; il sottotenente Luigi Scapuzzi che si sacrificò a Leonforte per permettere ai suoi colleghi e ai suoi uomini di poter ripiegare.

Le stragi sconosciute dei prigionieri italiani  
Ai soldati che caddero prigionieri, non sempre capitò una sorte migliore dei loro commilitoni caduti. Sono, purtroppo, diverse le stragi compiute dagli americani ai danni di militari italiani arresi e civili inermi. A questi eccessi contribuì in modo determinante lo spirito particolarmente aggressivo infuso da Patton ai suoi uomini. Riportiamo uno dei suoi discorsi agli ufficiali precedenti lo sbarco: «Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali! » Molti subalterni lo presero alla lettera, come dimostra, ad esempio, il Massacro di Biscari che vide 76 prigionieri italiani e 12 civili cadere sotto le mitragliate del capitano John Compton e del sergente Horace West. Come riferisce Andrea Augello in “Uccidi gli italiani”, Compton si giustificò dichiarando che credeva di aver ben interpretato le parole del generale Patton. Anche gli otto carabinieri di Gela che si erano arresi dopo una breve resistenza fiaccata dal tiro navale, come ha rivelato il saggista Fabrizio Carloni, furono passati per le armi senza motivo. E ancora, le stragi e gli ammazzamenti di Piano Stella, di Comiso, di Castiglione, di Vittoria, di Canicattì, di Paceco, di Butera, di Santo Stefano di Camastra e vari altri paesi sono stati indagati dai testi di Giovanni Bartolone (“Le altre stragi”), Franco Nicastro (“Le stragi americane”) e Gianfranco Ciriacono (“Le stragi dimenticate”). Quasi tutti i responsabili, nei casi in cui furono sottoposti a corte marziale, furono assolti o condannati a pene irrisorie. Pubblichiamo la sentenza di assoluzione del capitano Compton, solo per breve tempo desecretata dagli archivi americani. Justin Harris, in una tesi di laurea dell’Università di San Marcos, in Texas, spiega che la sentenza fu “not guilty” – non colpevole, perché la commissione che giudicò Compton apparteneva alla sua stessa divisione, la 45esima. Harris ha anche pubblicato i nomi di tutti i militari che facevano parte del gruppo di fuoco.

A Troina (EN), poi, cominciarono gli stupri, le uccisioni e le razzie del reparto Tabor, composto da 832 militari marocchini sbarcati al seguito della 3° divisione americana, che si protrarranno per quattro mesi fino alla Toscana segnando le vite di 60.000 italiani. Il dato si riferisce alle denunce raccolte dall’Istituto nazionale per le vittime di guerra, ma è sottostimato considerando che denunciare uno stupro, all’epoca, richiedeva molto coraggio. Notizie sulle cosiddette “marocchinate”, sono riportate da Bruno Spampanato in “Contromemoriale”. 

http://www.lastampa.it/2017/02/24/cultura/la-vera-storia-dello-sbarco-in-sicilia-Zj17uP5hiEnD3knFDFtA7K/pagina.html

Lo sbarco di Gela
Lo sbarco di Gela

sabato 18 febbraio 2017

IL DISCORSO DEL LIRICO

 
 

Benito Mussolini - Milano: Discorso del 16 Dicembre 1944 Teatro Lirico    

https://www.youtube.com/watch?v=zNvtylih6ZY 

 

Milano, 16 dicembre 1944

Camerati, cari camerati milanesi!
Rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nel vivo della materia del mio discorso.
A sedici mesi di distanza dalla tremenda data della resa a discrezione imposta ed accettata secondo la democratica e criminale formula di Casablanca, la valutazione degli avvenimenti ci pone, ancora una volta, queste domande: Chi ha tradito? Chi ha subito e subisce le conseguenze del tradimento? Non si tratta, intendiamoci bene, di un giudizio in sede di revisione storica, e, meno che mai, in qualsiasi guisa, giustificativa.
È stato tentato da qualche foglio neutrale, ma noi lo respingiamo nella maniera più categorica e per la sostanza e in secondo luogo per la stessa fonte dalla quale proviene. Dunque chi ha tradito? La resa a discrezione annunciata l'8 settembre è stata voluta dalla monarchia, dai circoli di corte, dalle correnti plutocratiche della borghesia italiana, da talune forze clericali, congiunte per l'occasione a quelle massoniche, dagli Stati Maggiori, che non credevano più alla vittoria e facevano capo a Badoglio. Sino dal maggio, e precisamente il 15 maggio, l'ex-re nota in un suo diario, venuto recentemente in nostro possesso, che bisogna ormai «sganciarsi» dall'alleanza con la Germania. Ordinatore della resa, senza l'ombra di un dubbio, l'ex-re; esecutore Badoglio. Ma per arrivare all'8 settembre, bisognava effettuare il 25 luglio, cioè realizzare il colpo di Stato e il trapasso di regime.
La giustificazione della resa, e cioè la impossibilità di più oltre continuare la guerra, veniva smentita quaranta giorni dopo, il 13 ottobre, con la dichiarazione di guerra alla Germania, dichiarazione non soltanto simbolica, perché da allora comincia una collaborazione, sia pure di retrovie e di lavoro, fra l'Italia badogliana e gli Alleati; mentre la flotta, costruita tutta dal fascismo, passata al completo al nemico, operava immediatamente con le flotte nemiche. Non pace, dunque, ma, attraverso la cosiddetta cobelligeranza, prosecuzione della guerra; non pace, ma il territorio tutto della nazione convertito in un immenso campo di battaglia, il che significa in un immenso campo di rovine; non pace, ma prevista partecipazione di navi e truppe italiane alla guerra contro il Giappone.
Ne consegue che chi ha subito le conseguenze del tradimento è soprattutto il popolo italiano. Si può affermare che nei confronti dell'alleato germanico il popolo italiano non ha tradito. Salvo casi sporadici, i reparti dell'Esercito si sciolsero senza fare alcuna resistenza di fronte all'ordine di disarmo impartito dai comandi tedeschi. Molti reparti dello stesso Esercito, dislocati fuori del territorio metropolitano, e dell'Aviazione, si schierarono immediatamente a lato delle forze tedesche, e si tratta di decine di migliaia di uomini; tutte le formazioni della Milizia, meno un battaglione in Corsica, passarono sino all'ultimo uomo coi tedeschi.
Il piano cosiddetto «P. 44», del quale si parlerà nell'imminente processo dei generali e che prevedeva l'immediato rovesciamento del fronte come il re e Badoglio avevano preordinato, non trovò alcuna applicazione da parte dei comandanti e ciò è provato dal processo che nell'Italia di Bonomi viene intentato a un gruppo di generali che agli ordini contenuti in tale piano non obbedirono. Lo stesso fecero i comandanti delle Armate schierate oltre frontiera.
Tuttavia, se tali comandanti evitarono il peggio, cioè l'estrema infamia, che sarebbe consistita nell'attaccare a tergo gli alleati di tre anni, la loro condotta dal punto di vista nazionale è stata nefasta. Essi dovevano, ascoltando la voce della coscienza e dell'onore, schierarsi armi e bagaglio dalla parte dell'alleato: avrebbero mantenuto le nostre posizioni territoriali e politiche; la nostra bandiera non sarebbe stata ammainata in terre dove tanto sangue italiano era stato sparso; le Armate avrebbero conservato la loro organica costituzione; si sarebbe evitato l'internamento coatto di centinaia di migliaia di soldati e le loro grandi sofferenze di natura soprattutto morale; non si sarebbe imposto all'alleato un sovraccarico di nuovi, impreveduti compiti militari, con conseguenze che influenzavano tutta la condotta strategica della guerra. Queste sono responsabilità specifiche nei confronti, soprattutto, del popolo italiano.
Si deve tuttavia riconoscere che i tradimenti dell'estate 1944 ebbero aspetti ancora più obbrobriosi, poiché romeni, bulgari e finnici, dopo avere anch'essi ignominiosamente capitolato, e uno di essi, il bulgaro, senza avere sparato un solo colpo di fucile, hanno nelle ventiquattro ore rovesciato il fronte ed hanno attaccato con tutte le forze mobilitate le unità tedesche, rendendone difficile e sanguinosa la ritirata.
Qui il tradimento è stato perfezionato nella più ripugnante significazione del termine. Il popolo italiano è, quindi, quello che, nel confronto, ha tradito in misura minore e sofferto in misura che non esito a dire sovrumana. Non basta. Bisogna aggiungere che mentre una parte del popolo italiano ha accettato, per incoscienza o stanchezza, la resa, un'altra parte si è immediatamente schierata a fianco della Germania.
Sarà tempo di dire agli italiani, ai camerati tedeschi e ai camerati giapponesi che l'apporto dato dall'Italia repubblicana alla causa comune dal settembre del 1943 in poi, malgrado la temporanea riduzione del territorio della Repubblica, è di gran lunga superiore a quanto comunemente si crede.

Non posso, per evidenti ragioni, scendere a dettagliare le cifre nelle quali si compendia l'apporto complessivo, dal settore economico a quello militare, dato dall'Italia. La nostra collaborazione col Reich in soldati e operai è rappresentata da questo numero: si tratta, alla data del 30 settembre, di ben settecentottantaseimila uomini. Tale dato è incontrovertibile perché di fonte germanica. Bisogna aggiungervi gli ex-internati militari: cioè parecchie centinaia di migliaia di uomini immessi nel processo produttivo tedesco, e molte altre decine di migliaia di italiani che già erano nel Reich, ove andarono negli anni scorsi dall'Italia come liberi lavoratori nelle officine e nei campi. Davanti a questa documentazione, gli italiani che vivono nel territorio della Repubblica Sociale hanno il diritto, finalmente, di alzare la fronte e di esigere che il loro sforzo sia equamente e cameratescamente valutato da tutti i componenti del Tripartito.

Sono di ieri le dichiarazioni di Eden sulle perdite che la Gran Bretagna ha subito per difendere la Grecia. Durante tre anni l'Italia ha inflitto colpi severissimi agli inglesi ed ha, a sua volta, sopportato sacrifici imponenti di beni e di sangue. Non basta. Nel 1945 la partecipazione dell'Italia alla guerra avrà maggiori sviluppi, attraverso il progressivo rafforzamento delle nostre organizzazioni militari, affidate alla sicura fede e alla provata esperienza di quel prode soldato che risponde al nome del maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani.
Nel periodo tumultuoso di transizione dell'autunno e inverno 1943 sorsero complessi militari più o meno autonomi attorno a uomini che seppero, col loro passato e il loro fascino di animatori, raccogliere i primi nuclei di combattenti. Ci furono gli arruolamenti a carattere individuale. Arruolamenti di battaglioni, di reggimenti, di specialità Erano i vecchi comandanti che suonavano la diana. E fu ottima iniziativa, soprattutto morale. Ma la guerra moderna impone l'unità. Verso l'unità si cammina.
Oso credere che gli italiani di qualsiasi opinione saranno felici il giorno in cui tutte le Forze Armate della Repubblica saranno raccolte in un solo organismo e ci sarà una sola Polizia, l'uno e l'altra con articolazioni secondo le funzioni, entrambi intimamente viventi nel clima e nello spirito del fascismo e della Repubblica, poiché in una guerra come l'attuale, che ha assunto un carattere di guerra «politica», la politicità è una parola vuota di senso ed in ogni caso superata.
Un conto è la «politica», cioè l'adesione convinta e fanatica all'idea per cui si scende in campo, e un conto è un'attività politica, che il soldato ligio al suo dovere e alla consegna non ha nemmeno il tempo di esplicare, poiché la sua politica deve essere la preparazione al combattimento e l'esempio ai suoi gregari in ogni evento di pace e di guerra.
Il giorno 15 settembre il Partito Nazionale Fascista diventava il Partito Fascista Repubblicano. Non mancarono allora elementi malati di opportunismo o forse in stato di confusione mentale, che si domandarono se non sarebbe stato più furbesco eliminare la parola «fascismo», per mettere esclusivamente l'accento sulla parola «Repubblica». Respinsi allora, come respingerei oggi, questo suggerimento inutile e vile.
Sarebbe stato errore e viltà ammainare la nostra bandiera, consacrata da tanto sangue, e fare passare quasi di contrabbando quelle idee che costituiscono oggi la parola d'ordine nella battaglia dei continenti. Trattandosi di un espediente, ne avrebbe avuto i tratti e ci avrebbe squalificato di fronte agli avversari e soprattutto di fronte a noi stessi.
Chiamandoci ancora e sempre fascisti, e consacrandoci alla causa del fascismo, come dal 1919 ad oggi abbiamo fatto e continueremo anche domani a fare, abbiamo dopo gli avvenimenti impresso un nuovo indirizzo all'azione e nel campo particolarmente politico e in quello sociale. Veramente più che di un nuovo indirizzo, bisognerebbe con maggiore esattezza dire: ritorno alle posizioni originarie. È documentato nella storia che il fascismo fu sino al 1927 tendenzialmente repubblicano e sono stati illustrati i motivi per cui l'insurrezione del 1922 risparmiò la monarchia.
Dal punto di vista sociale, il programma del fascismo repubblicano non è che la logica continuazione del programma del 1919: delle realizzazioni degli anni splendidi che vanno dalla Carta del lavoro alla conquista dell'impero. La natura non fa dei salti, e nemmeno l'economia. Bisognava porre le basi con le leggi sindacali e gli organismi corporativi per compiere il passo, ulteriore della socializzazione. Sin dalla prima seduta del Consiglio dei ministri del 27 settembre 1943 veniva da me dichiarato che «la Repubblica sarebbe stata unitaria nel campo politico e decentrata in quello amministrativo e che avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale, tale da risolvere la questione sociale almeno nei suoi aspetti più stridenti, tale cioè da stabilire il posto, la funzione, la responsabilità del lavoro in una società nazionale veramente moderna».

In quella stessa seduta, io compii il primo gesto teso a realizzare la più vasta possibile concordia nazionale, annunciando che il Governo escludeva misure di rigore contro gli elementi dell'antifascismo.

Nel mese di ottobre fu da me elaborato e riveduto quello che nella storia politica italiana è il «manifesto di Verona», che fissava in alcuni punti abbastanza determinati il programma non tanto del Partito, quanto della Repubblica. Ciò accadeva esattamente il 15 novembre, due mesi dopo la ricostituzione del Partito Fascista Repubblicano.
Il manifesto dell'assemblea nazionale del Partito Fascista Repubblicano, dopo un saluto ai caduti per la causa fascista e riaffermando come esigenza suprema la continuazione della lotta a fianco delle potenze del Tripartito e la ricostituzione delle Forze Armate, fissava i suoi diciotto punti programmatici.
Vediamo ora ciò che è stato fatto, ciò che non è stato fatto e soprattutto perché non è stato fatto.
Il manifesto cominciava con l'esigere la convocazione della Costituente e ne fissava anche la composizione, in modo che, come si disse, «la Costituente fosse la sintesi di tutti i valori della nazione».
Ora la Costituente non è stata convocata. Questo postulato non è stato sin qui realizzato e si può dire che sarà realizzato soltanto a guerra conclusa. Vi dico con la massima schiettezza che ho trovato superfluo convocare una Costituente quando il territorio della Repubblica, dato lo sviluppo delle operazioni militari, non poteva in alcun modo considerarsi definitivo. Mi sembrava prematuro creare un vero e proprio Stato di diritto nella pienezza di tutti i suoi istituti, quando non c'erano Forze Armate che lo sostenessero. Uno Stato che non dispone di Forze Armate è tutto, fuorché uno Stato.
Fu detto nel manifesto che nessun cittadino può essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell'Autorità giudiziaria. Ciò non è sempre accaduto. Le ragioni sono da ricercarsi nella pluralità degli organi di Polizia nostri e alleati e nell'azione dei fuori legge, che hanno fatto scivolare questi problemi sul piano della guerra civile a base di rappresaglie e contro-rappresaglie. Su taluni episodi si è scatenata la speculazione dell'antifascismo, calcando le tinte e facendo le solite generalizzazioni. Debbo dichiarare nel modo più esplicito che taluni metodi mi ripugnano profondamente, anche se episodici. Lo Stato, in quanto tale, non può adottare metodi che lo degradano. Da secoli si parla della legge del taglione. Ebbene, è una legge, non un arbitrio più o meno personale.
Mazzini, l'inflessibile apostolo dell'idea repubblicana, mandò agli albori della Repubblica romana nel 1849 un commissario ad Ancona per insegnare ai giacobini che era lecito combattere i papalini, ma non ucciderli extra-legge, o prelevare, come si direbbe oggi, le argenterie dalle loro case. Chiunque lo faccia, specie se per avventura avesse la tessera del Partito, merita doppia condanna.
Nessuna severità è in tal caso eccessiva, se si vuole che il Partito, come si legge nel «manifesto di Verona», sia veramente «un ordine di combattenti e di credenti, un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell'idea rivoluzionaria».
Alta personificazione di questo tipo di fascista fu il camerata Resega, che ricordo oggi e ricordiamo tutti con profonda emozione, nel primo anniversario della sua fine, dovuta a mano nemica.
Poiché attraverso la costituzione delle brigate nere il Partito sta diventando un «ordine di combattenti», il postulato di Verona ha il carattere di un impegno dogmatico e sacro. Nello stesso articolo 5, stabilendo che per nessun impiego o incarico viene richiesta la tessera del Partito, si dava soluzione al problema che chiamerò di collaborazione di altri elementi sul piano della Repubblica. Nel mio telegramma in data 10 marzo XXII ai capi delle provincie, tale formula veniva ripresa e meglio precisata. Con ciò ogni discussione sul problema della pluralità dei partiti appare del tutto inattuale.
In sede storica, nelle varie forme in cui la Repubblica come istituto politico trova presso i differenti popoli la sua estrinsecazione, vi sono molte repubbliche di tipo totalitario, quindi con un solo partito. Non citerò la più totalitaria di esse, quella dei sovietici, ma ricorderò una che gode le simpatie dei sommi bonzi del vangelo democratico: la Repubblica turca, che poggia su un solo partito, quello del popolo, e su una sola organizzazione giovanile, quella dei «focolari del popolo».
A un dato momento della evoluzione storica italiana può essere feconda di risultati, accanto al Partito unico e cioè responsabile della direzione globale dello Stato, la presenza di altri gruppi, che, come dice all'articolo tre il «manifesto di Verona», esercitino il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione. Gruppi che, partendo dall'accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio Italia, Repubblica, socializzazione, abbiano la responsabilità di esaminare i provvedimenti del Governo e degli enti locali, di controllare i metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone che sono investite di cariche pubbliche e che devono rispondere al cittadino, nella sua qualità di soldato-lavoratore contribuente, del loro operato.
L'assemblea di Verona fissava al numero otto i suoi postulati di politica estera. Veniva solennemente dichiarato che il fine essenziale della politica estera della Repubblica è «l'unità, l'indipendenza, l'integrità territoriale della patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia».
Quanto all'unità territoriale, io mi rifiuto, conoscendo la Sicilia e i fratelli siciliani, di prendere sul serio i cosiddetti conati separatistici di spregevoli mercenari del nemico. Può darsi che questo separatismo abbia un altro motivo: che i fratelli siciliani vogliano separarsi dall'Italia di Bonomi per ricongiungersi con l'Italia repubblicana.
È mia profonda convinzione che, al di là di tutte le lotte e liquidato il criminoso fenomeno dei fuorilegge, l'unità morale degli italiani di domani sarà infinitamente più forte di quella di ieri, perché cementata da eccezionali sofferenze, che non hanno risparmiato una sola famiglia. E quando attraverso l'unità morale l'anima di un popolo è salva, è salva anche la sua integrità territoriale e la sua indipendenza politica.
A questo punto occorre dire una parola sull'Europa e relativo concetto. Non mi attardo a domandarmi che cosa è questa Europa, dove comincia e dove finisce dal punto di vista geografico, storico, morale, economico; né mi chiedo se oggi un tentativo di unificazione abbia migliore successo dei precedenti. Ciò mi porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire che la costituzione di una comunità europea è auspicabile e forse anche possibile, ma tengo a dichiarare in forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei, ma ci sentiamo europei in quanto italiani. La distinzione non è sottile, ma fondamentale.
Come la nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria, anche se posseggono il comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come un'entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell'internazionalismo di marca socialista o vegeti nel generico ed equivoco cosmopolitismo di marca giudaica e massonica.

Mentre taluni punti del programma di Verona sono stati scavalcati dalla successione degli eventi militari, realizzazioni più concrete sono state attuate nel campo economico-sociale. Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti undici, dodici e tredici sono fondamentali. Precisati nella «premessa alla nuova struttura economica della nazione», essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione. L'interesse suscitato nel mondo è stato veramente grande e oggi, dovunque, anche nell'Italia dominata e torturata dagli anglo-americani, ogni programma politico contiene il postulato della socializzazione.

Gli operai, dapprima alquanto scettici, ne hanno poi compreso l'importanza. La sua effettiva realizzazione è in corso. Il ritmo di ciò sarebbe stato più rapido in altri tempi. Ma il seme è gettato. Qualunque cosa accada, questo seme è destinato a germogliare. È il principio che inaugura quello che otto anni or sono, qui a Milano, di fronte a cinquecentomila persone acclamanti, vaticinai «secolo del lavoro», nel quale il lavoratore esce dalla condizione economico-morale di salariato per assumere quella di produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell'economia e al benessere della nazione.
La socializzazione fascista è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell'economia attraverso il totalitarismo di Stato e supera l'individualismo dell'economia liberale, che fu un efficace strumento di progresso agli esordi dell'economia capitalistica, ma oggi è da considerarsi non più in fase con le nuove esigenze di carattere «sociale» delle comunità nazionali.
Attraverso la socializzazione i migliori elementi tratti dalle categorie lavoratrici faranno le loro prove. Io sono deciso a proseguire in questa direzione.
Due settori ho affidato alle categorie operaie: quello delle amministrazioni locali e quello alimentare. Tali settori, importantissimi specie nelle circostanze attuali, sono ormai completamente nelle mani degli operai. Essi devono mostrare, e spero mostreranno, la loro preparazione specifica e la loro coscienza civica.
Come vedete, qualche cosa si è fatto durante questi dodici mesi, in mezzo a difficoltà incredibili e crescenti, dovute alle circostanze obiettive della guerra e alla opposizione sorda degli elementi venduti al nemico e all'abulia morale che gli avvenimenti hanno provocato in molti strati del popolo.
In questi ultimissimi tempi la situazione è migliorata. Gli attendisti, coloro cioè che aspettavano gli anglo-americani, sono in diminuzione. Ciò che accade nell'Italia di Bonomi li ha delusi. Tutto ciò che gli anglo-americani promisero, si è appalesato un miserabile espediente propagandistico.
Credo di essere nel vero se affermo che le popolazioni della valle del Po non solo non desiderano, ma deprecano l'arrivo degli anglosassoni, e non vogliono saperne di un governo, che, pur avendo alla vicepresidenza un Togliatti, riporterebbe a nord le forze reazionarie, plutocratiche e dinastiche, queste ultime oramai palesemente protette dall'Inghilterra.
Quanto ridicoli quei repubblicani che non vogliono la Repubblica perché proclamata da Mussolini e potrebbero soggiacere alla monarchia voluta da Churchill. Il che dimostra in maniera irrefutabile che la monarchia dei Savoia serve la politica della Gran Bretagna, non quella dell'Italia!
Non c'è dubbio che la caduta di Roma è una data culminante nella storia della guerra. II generale Alexander stesso ha dichiarato che era necessaria alla vigilia dello sbarco in Francia una vittoria che fosse legata ad un grande nome, e non vi è nome più grande e universale di Roma; che fosse creata, quindi, una incoraggiante atmosfera.
Difatti, gli anglo-americani entrano in Roma il 5 giugno; all'indomani, 6, i primi reparti alleati sbarcano sulla costa di Normandia, tra i fiumi Vire e Orne. I mesi successivi sono stati veramente duri, su tutti i fronti dove i soldati del Reich erano e sono impegnati.
La Germania ha chiamato in linea tutte le riserve umane, con la mobilitazione totale affidata a Goebbels, e con la creazione della «Volkssturm». Solo un popolo come il germanico, schierato unanime attorno al Führer, poteva reggere a tale enorme pressione; solo un Esercito come quello nazionalsocialista poteva rapidamente superare la crisi del 20 luglio e continuare a battersi ai quattro punti cardinali con eccezionale tenacia e valore, secondo le stesse testimonianze del nemico.
Vi è stato un periodo in cui la conquista di Parigi e Bruxelles, la resa a discrezione della Romania, della Finlandia, della Bulgaria hanno dato motivo a un movimento euforico tale che, secondo corrispondenze giornalistiche, si riteneva che il prossimo Natale la guerra sarebbe stata praticamente finita, con l'entrata trionfale degli Alleati a Berlino.
Nel periodo di tale euforia venivano svalutate e dileggiate le nuove armi tedesche, impropriamente chiamate «segrete». Molti hanno creduto che grazie all'impiego di tali armi, a un certo punto, premendo un bottone, la guerra sarebbe finita di colpo. Questo miracolismo è ingenuo quando non sia doloso. Non si tratta di armi segrete, ma di «armi nuove», che, è lapalissiano il dirlo, sono segrete sino a quando non vengono impiegate in combattimento. Che tali armi esistano, lo sanno per amara constatazione gli inglesi; che le prime saranno seguite da altre, lo posso con cognizione di causa affermare; che esse siano tali da ristabilire l'equilibrio e successivamente la ripresa della iniziativa in mani germaniche, è nel limite delle umane previsioni quasi sicuro e anche non lontano.
Niente di più comprensibile delle impazienze, dopo cinque anni di guerra, ma si tratta di ordigni nei quali scienza, tecnica, esperienza, addestramento di singoli e di reparti devono procedere di conserva. Certo è che la serie delle sorprese non è finita; e che migliaia di scienziati germanici lavorano giorno e notte per aumentare il potenziale bellico della Germania.

Nel frattempo la resistenza tedesca diventa sempre più forte e molte illusioni coltivate dalla propaganda nemica sono cadute. Nessuna incrinatura nel morale del popolo tedesco, pienamente consapevole che è in gioco la sua esistenza fisica e il suo futuro come razza; nessun accenno di rivolta e nemmeno di agitazione fra i milioni e milioni di lavoratori stranieri, malgrado gli insistenti appelli e proclami del generalissimo americano. E indice eloquentissimo dello spirito della nazione è la percentuale dei volontari dell'ultima leva, che raggiunge la quasi totalità della classe. La Germania è in grado di resistere e di determinare il fallimento dei piani nemici.

Minimizzare la perdita di territori, conquistati e tenuti a prezzo di sangue, non è una tattica intelligente, ma lo scopo della guerra non è la conquista o la conservazione dei territori, bensì la distruzione delle forze nemiche, cioè la resa e quindi la cessazione delle ostilità.
Ora le Forze Armate tedesche non solo non sono distrutte, ma sono in una fase di crescente sviluppo e potenza.
Se si prende in esame la situazione dal punto di vista politico, sono maturati, in questo ultimo periodo del 1944, eventi e stati d'animo interessanti.
Pur non esagerando, si può osservare che la situazione politica non è oggi favorevole agli Alleati.
Prima di tutto in America, come in Inghilterra, vi sono correnti contrarie alla richiesta di resa a discrezione. La formula di Casablanca significa la morte di milioni di giovani, poiché prolunga indefinitamente la guerra; popoli come il tedesco e il giapponese non si consegneranno mai mani e piedi legati al nemico, il quale non nasconde i suoi piani di totale annientamento dei paesi del Tripartito.
Ecco perché Churchill ha dovuto sottoporre a doccia fredda i suoi connazionali surriscaldati e prorogare la fine del conflitto all'estate del 1945 per l'Europa e al 1947 per il Giappone. Un giorno un ambasciatore sovietico a Roma, Potemkin, mi disse: «La prima guerra mondiale bolscevizzò la Russia, la seconda bolscevizzerà l'Europa». Questa profezia non si avvererà, ma se ciò accadesse, anche questa responsabilità ricadrebbe in primo luogo sulla Gran Bretagna.
Politicamente Albione è già sconfitta. Gli eserciti russi sono sulla Vistola e sul Danubio, cioè a metà dell'Europa. I partiti comunisti, cioè i partiti che agiscono al soldo e secondo gli ordini del maresciallo Stalin, sono parzialmente al potere nei paesi dell'occidente.
Che cosa significhi la «liberazione» nel Belgio, in Italia, in Grecia, lo dicono le cronache odierne. Miseria, disperazione, guerra civile. I «liberati» greci che sparano sui «liberatori» inglesi non sono che i comunisti russi che sparano sui conservatori britannici.
Davanti a questo panorama, la politica inglese è corsa ai ripari. In primo luogo, liquidando in maniera drastica o sanguinosa, come ad Atene, i movimenti partigiani, i quali sono l'ala marciante e combattente delle sinistre estreme, cioè del bolscevismo; in secondo luogo, appoggiando le forze democratiche, anche accentuate, ma rifuggenti dal totalitarismo, che trova la sua eccelsa espressione nella Russia dei sovieti.
Churchill ha inalberato il vessillo anticomunista in termini categorici nel suo ultimo discorso alla Camera dei Comuni, ma questo non può fare piacere a Stalin. La Gran Bretagna vuole riservarsi come zone d'influenza della democrazia l'Europa occidentale, che non dovrebbe essere contaminata, in alcun caso, dal comunismo.
Ma questa «fronda» di Churchill non può andare oltre ad un certo segno, altrimenti il grande maresciallo del Cremlino potrebbe adombrarsi. Churchill voleva che la zona d'influenza riservata alla democrazia nell'Occidente europeo fosse sussidiata da un patto tra Francia, Inghilterra, Belgio, Olanda, Norvegia, in funzione antitedesca prima, eventualmente in funzione antirussa poi.
Gli accordi Stalin-De Gaulle hanno soffocato nel germe questa idea, che era stata avanzata, su istruzioni di Londra, dal belga Spaak. Il gioco è fallito e Churchill deve, per dirla all'inglese, mangiarsi il cappello e, pensando all'entrata dei Russi nel Mediterraneo e alla pressione russa nell'Iran, deve domandarsi se la politica di Casablanca non sia stata veramente per la «vecchia povera Inghilterra» una politica fallimentare.
Premuta dai due colossi militari dell'Occidente e dell'Oriente, dagli insolenti insaziabili cugini di oltre Oceano e dagli inesauribili euroasiatici, la Gran Bretagna vede in gioco e in pericolo il suo avvenire imperiale; cioè il suo destino. Che i rapporti «politici» tra gli Alleati non siano dei migliori, lo dimostra la faticosa preparazione del nuovo convegno a tre. Parliamo ora del lontano e vicino Giappone. Più che certo, è dogmatico che l'impero del Sole Levante non piegherà mai e si batterà sino alla vittoria. In questi ultimi mesi le armi nipponiche sono state coronate da grandi successi. Le unità dello strombazzatissimo sbarco nell'isola di Leyte, una delle molte centinaia di isole che formano l'arcipelago delle Filippine, sbarco fatto a semplice scopo elettorale, sono, dopo due mesi, quasi al punto di prima.
Che cosa sia la volontà e l'anima del Giappone è dimostrato dai volontari della morte. Non sono decine, sono decine di migliaia di giovani che hanno come consegna questa: «Ogni apparecchio una nave nemica». E lo provano. Davanti a questa sovrumanamente eroica decisione, si comprende l'atteggiamento di taluni circoli americani, che si domandano se non sarebbe stato meglio per gli statunitensi che Roosevelt avesse tenuto fede alla promessa da lui fatta alle madri americane che nessun soldato sarebbe andato a combattere e a morire oltremare. Egli ha mentito, come è nel costume di tutte le democrazie.
È per noi, italiani della Repubblica, motivo di orgoglio avere a fianco come camerati fedeli e comprensivi i soldati, i marinai, gli aviatori del Tenno, che colle loro gesta s'impongono all'ammirazione del mondo.
Ora io vi domando: la buona semente degli italiani, degli italiani sani, i migliori, che considerano la morte per la patria come l'eternità della vita, sarebbe dunque spenta? (La folla grida: «No! No!»). Ebbene, nella guerra scorsa non vi fu un aviatore che non riuscendo ad abbattere con le armi l'aeroplano nemico, vi si precipitò contro, cadendo insieme con lui? Non ricordate voi questo nome? Era un umile sergente: Dall'Oro.
Nel 1935, quando l'Inghilterra voleva soffocarci nel nostro mare e io raccolsi il suo guanto di sfida (la folla si leva in piedi con un grido unanime di esaltazione: «Duce! Duce! Duce!») e feci passare ben quattrocentomila legionari sotto le navi di Sua Maestà britannica, ancorate nei porti del Mediterraneo, allora si costituirono in Italia, a Roma, le squadriglie della morte. Vi devo dire, per la verità, che il primo della lista era il comandante delle forze aeree. Ebbene, se domani fosse necessario ricostituire queste squadriglie, se fosse necessario mostrare che nelle nostre vene circola ancora il sangue dei legionari di Roma, il mio appello alla nazione cadrebbe forse nel vuoto? (La folla risponde: «No!»).
Noi vogliamo difendere, con le unghie e coi denti, la valle del Po (grida: «Sì!»); noi vogliamo che la valle del Po resti repubblicana in attesa che tutta l'Italia sia repubblicana. (Grida entusiastiche: «Si! Tutta!»). Il giorno in cui tutta la valle del Po fosse contaminata dal nemico, il destino dell'intera nazione sarebbe compromesso; ma io sento, io vedo, che domani sorgerebbe una forma di organizzazione irresistibile ed armata, che renderebbe praticamente la vita impossibile agli invasori. Faremmo una sola Atene di tutta la valle del Po. (La folla prorompe in grida unanimi di consenso. Si grida: «Si! Sì!»).

Da quanto vi ho detto, balza evidente che non solo la coalizione nemica non ha vinto, ma che non vincerà. La mostruosa alleanza fra plutocrazia e bolscevismo ha potuto perpetrare la sua guerra barbarica come la esecuzione di un enorme delitto, che ha colpito folle di innocenti e distrutto ciò che la civiltà europea aveva creato in venti secoli. Ma non riuscirà ad annientare con la sua tenebra lo spirito eterno che tali monumenti innalzò.

La nostra fede assoluta nella vittoria non poggia su motivi di carattere soggettivo o sentimentale, ma su elementi positivi e determinanti. Se dubitassimo della nostra vittoria, dovremmo dubitare dell'esistenza di Colui che regola, secondo giustizia, le sorti degli uomini.
Quando noi come soldati della Repubblica riprenderemo contatto con gli italiani di oltre Appennino, avremo la grata sorpresa di trovare più fascismo di quanto ne abbiamo lasciato. La delusione, la miseria, l'abbiezione politica e morale esplode non solo nella vecchia frase «si stava meglio», con quel che segue, ma nella rivolta che da Palermo a Catania, a Otranto, a Roma stessa serpeggia in ogni parte dell'Italia «liberata».
Il popolo italiano al sud dell'Appennino ha l'animo pieno di cocenti nostalgie. L'oppressione nemica da una parte e la persecuzione bestiale del Governo dall'altra non fanno che dare alimento al movimento del fascismo. L'impresa di cancellarne i simboli esteriori fu facile; quella di sopprimerne l'idea, impossibile. (La folla grida: «Mai!»).
I sei partiti antifascisti si affannano a proclamare che il fascismo è morto, perché lo sentono vivo. Milioni di italiani confrontano ieri e oggi; ieri, quando la bandiera della patria sventolava dalle Alpi all'equatore somalo e l'italiano era uno dei popoli più rispettati della terra.
Non v'è italiano che non senta balzare il cuore nel petto nell'udire un nome africano, il suono di un inno che accompagnò le legioni dal Mediterraneo al Mar Rosso, alla vista di un casco coloniale. Sono milioni di italiani che dal 1919 al 1939 hanno vissuto quella che si può definire l'epopea della patria. Questi italiani esistono ancora, soffrono e credono ancora e sono disposti a serrare i ranghi per riprendere a marciare, onde riconquistare quanto fu perduto ed è oggi presidiato fra le dune libiche e le ambe etiopiche da migliaia e migliaia di caduti, il fiore di innumerevoli famiglie italiane, che non hanno dimenticato, né possono dimenticare.
Già si notano i segni annunciatori della ripresa, qui, soprattutto in questa Milano antesignana e condottiera, che il nemico ha selvaggiamente colpito, ma non ha minimamente piegato.
Camerati, cari camerati milanesi!
È Milano che deve dare e darà gli uomini, le armi, la volontà e il segnale della riscossa!


Mussolini a Milano, per il discorso del Lirico, sul predellino dell'auto Franco Colombo

Ausiliarie e borghesi, popolane e piccolo borghesi,
 tutte in piazza per il discorso del duce al Lirico

IL DUCE ENTRA AL TEATRO LIRICO






BERGAMO REPUBBLICANA DEL 18 DICEMBRE 1944

















TRATTO DA:
http://discorsolirico.blogspot.it/

giovedì 9 febbraio 2017

Chi ha voluto la Seconda Guerra Mondiale?

Recensione/intervista a Gian Pio Mattogno

Chi ha voluto la Seconda Guerra Mondiale?

di Davide D’Amario

Il giudaismo internazionale e le origini della seconda Guerra Mondiale
  

Il nuovo libro del ricercatore-storico Gian Pio Mattogno Il giudaismo internazionale e le origini della seconda Guerra Mondialeedito da Effepi (1) inizia con queste forti e revisioniste righe: << … Il primo dogma storiografico imposto dai vincitori dopo il 1945 fu quello della responsabilità della Germania nazionalsocialista nello scatenamento della seconda guerra mondiale. Esso venne confezionato in quella “sinistra e macabra farsa” che fu il processo di Norimberga e ripreso poi pappagallescamente da tutti gli storici e pubblicisti inquadrati dai padroni del vapore nelle varie congreghe accademiche e mediatiche con il compito specifico di tutelare e perpetuare le verità ufficiali dei vincitori …>>, un libro da diffondere, da portar sempre nella cassetta degli attrezzi per poter comprender e far riflettere. Un libro che diviene militante perché porta alla luce informazioni e documenti occultati dalla macchina propagandistica mondialista, e conferma le verità dei “perdenti”. La guerra del sangue contro l’oro ancora non è finita … almeno per ora sul piano storiografico.

DOMANDADott. Gian Pio Mattogno la ringrazio innanzi tutto per aver dato alle stampe il suo ultimo lavoro “Il giudaismo internazionale e le origini della seconda Guerra Mondiale”. Chi sono “i veri responsabili della seconda guerra mondiale”? Dobbiamo credere ancora alla “verità” scaturita dal Processo di Norimberga? Dobbiamo continuare a credere a certa storiografia al servizio del mondialismo? Oppure …

MATTOGNO : All’inizio del mio lavoro ho scritto che la presunta responsabilità della Germania nazionalsocialista nello scatenamento della seconda guerra mondiale fu il primo dogma storiografico imposto dai vincitori in quella tragica farsa che fu il processo di Norimberga e che la pubblicistica dei vincitori non è altro che la trasposizione sul piano storiografico e giornalistico dei capi di imputazione presentati a Norimberga a carico dei vinti. In effetti, come scrive lo storico laburista A.J. Taylor, i documenti, raccolti in fretta e quasi a casaccio, furono scelti non soltanto per dimostrare la colpevolezza degli accusati, ma anche (e aggiungerei: soprattutto) per nascondere la colpevolezza delle potenze accusatrici.
Da allora, nelle scuole, al cinema, sui giornali e nelle televisioni la verità dei vincitori è diventata un dogma indiscutibile. Tutti coloro i quali hanno osato prospettare altre verità (e parlo dello stesso Taylor, di David Hoggan, di Harry Elmer Barnes, di Udo Walendy etc.) sono stati bollati come falsificatori della storia, divulgatori della propaganda nazista, ideologi in camicia bruna, le cui opere sono «prive di rilevanza scientifica». Ma le menzogne, per quanto reiterate con costanza e convinzione, non possono durare in eterno e prima o poi la verità finisce per emergere.
I documenti nascosti a Norimberga oggi sono di dominio pubblico, così come le vecchie opere degli storici e dei pubblicisti nazionalsocialisti e fascisti, nonché quelle degli storici revisionisti. Tutti questi documenti ci dicono ciò che era notorio già allora, e cioè che i veri responsabili della guerra furono le oligarchie ebraico-capitalistiche internazionali e i loro accoliti, fra i quali, in prima fila, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt. Queste oligarchie vedevano nella Germania nazionalsocialista, con le sue grandi conquiste sociali, con i suoi valori spirituali antitetici a quelli mercantili delle “democrazie”, con la nazionalizzazione della Banca centrale tedesca (2), con la sua volontà di sottrarsi ai ricatti monetari dei parassiti della finanza mondiale, l’unico vero ostacolo ai loro disegni imperialistici di dominio mondiale (oggi diremmo: ai loro disegni mondialisti).
Come ho scritto, il dogma storiografico imposto a Norimberga aveva una funzione ben precisa: attribuendo ai soli tedeschi la responsabilità del conflitto, assolveva i vincitori da ogni colpa, distoglieva lo sguardo dai veri responsabili e rendeva più digeribile il dominio mondiale delle oligarchie ebraico-capitalistiche uscite vincitrici dal conflitto. Questo e non altro spiega perché una larghissima maggioranza del popolo italiano abbia metabolizzato il dominio dei “liberatori” sul proprio territorio e perché perfino i comunisti si siano americanizzati a tal punto che quasi tutti hanno finito ingloriosamente per assimilare lo spirito della civilizzazione yankee, facendo a gara con gli altri partiti a chi è più liberale.
Ed oggi, anche i più agguerriti sedicenti antisionisti si affrettano a precisare che sì, loro sono contro la politica del governo israeliano, ma, per carità, non sono affatto contro gli ebrei. Anche questo è un retaggio di Norimberga.

DOMANDA: Lei divide il libro in 3 capitoli: “Ebraismo e plutocrazia in Gran Bretagna”; “Ebraismo e plutocrazia in Francia”; “Ebraismo e plutocrazia negli Stati Uniti”; può indicarne le linee siano esse economiche, ideologiche e sociali e le implicazioni maggiori nello scatenamento della seconda guerra mondiale? La massoneria ed in particolare quella ebraica come ha “guidato” l’intero progetto guerra alla Germania nazionalsocialista?

MATTOGNO :  L’attacco delle oligarchie ebraico-capitalistiche contro la Germania, al quale diede un contributo non trascurabile anche la massoneria internazionale, iniziò già all’indomani dell’ascesa al potere di Adolf Hitler. Dapprima fu scatenata una guerra economica, sotto forma di boicottaggio, allo scopo di minare le basi dell’economia tedesca, che stava uscendo dalla crisi spaventosa in cui l’avevano precipitata i governi di Weimar. Poiché questa non ebbe successo, si passò alla guerra politica, che consisteva nel denigrare con ogni mezzo propagandistico la rivoluzione nazionalsocialista e i suoi capi. Infine, nelle cancellerie degli USA, dell’Inghilterra e della Francia si decise di scatenare una guerra vera e propria. Nel libro ho descritto i tempi e i modi con cui venne preparato il casus belli di Danzica e quello di Pearl Harbor ed ho mostrato come alle spalle dei vari Churchill, Chamberlain, Churchill e Daladier agissero precisamente quelle forze ebraiche e plutocratiche che vedevano nella guerra un duplice affare: eliminare il mortale nemico fascista e lucrare colossali profitti dalle devastazioni della guerra.
Rimando il lettore ai fitti elenchi di plutocrati e parassiti finanziari, molti dei quali ebrei, che fomentarono la campagna bellicista delle “democrazie”.

DOMANDA: Il libro si completa magistralmente con un ampio apparato di documenti in appendice, ne può indicare il più “sconvolgente”?
 
MATTOGNO : Credo che l’intero apparato di documenti pubblicato in appendice sia molto interessante, dal saggio di Gerhart Jentsch, che ripercorre magistralmente le ultime fasi della crisi tedesco-polacca alle note storico-bibliografiche relative alla storiografia revisionista. Ma in particolare il lettore rimarrà non poco sorpreso dalla lettura dei rapporti degli ambasciatori polacchi rinvenuti dai tedeschi negli archivi di Varsavia, i quali svelano le trame guerrafondaie di Roosevelt, del suo agente Bullit e dei circoli ebraico-capitalistici americani, come pure dalla lettura di una pagina dei diari del Segretario alla Marina James Forrestal, da cui apprendiamo che, secondo Chamberlain, furono gli Stati Uniti e gli ebrei di tutto il mondo a costringere la Gran Bretagna alla guerra.

DOMANDA: Questo suo libro come gli altri è un prezioso strumento per “indagare” la storia e la “politica” dell’ebraismo in passato. Siamo nel 2013, l’ebraismo e le sue emanazioni plutocratiche come agiscono in Europa, nel mondo?

 MATTOGNODopo una guerra scatenata e vinta, il potere delle oligarchie ebraico-plutocratiche non poteva che accrescersi. Oggi il vecchio imperialismo ha assunto la forma del mondialismo, del quale l’internazionale giudaica costituisce la forza motrice più rilevante.
Mi piace ricordare la definizione precisa e articolata che ebbe a darne il compianto Carlo Terracciano: il mondialismo è una strategia di dominio planetario su uomini e beni, tendente ad imporre un totalitarismo omologante, definitivo, su continenti, popoli, nazioni e singoli uomini; è la quintessenza della visione del mondo cosmopolita e apòlide del Grande Capitale, nemico giurato di ogni specificità etno-culturale, nemico di ogni etnia, di ogni popolo, di ogni civiltà.
Nel 1947 James Paul Warburg fondò l’associazione United World Federalists, il cui scopo era di promuovere una Federazione Mondiale a governo unico con l’armamento nucleare a sua disposizione. Pochi anni dopo, il 17 febbraio 1950, lo stesso Warburg, in un intervento alla Commissione Esteri del Senato americano ebbe a dichiarare: «We shall have world government, whether or not we like it. The question is only whether world government will be achieved by consent or by conquest» («Lo si voglia o no, noi avremo un governo mondiale. La sola questione è sapere se questo governo sarà realizzato con il consenso o con la forza»). James Paul Warburg era un banchiere ebreo, figlio del banchiere ebreo Paul Warburg e di Nina Loeb, figlia del banchiere ebreo Salomon Loeb, della banca Kuhn, Loeb and Co.
L’ebraismo internazionale giuoca un ruolo importante nella strategia mondialista. Gli ebrei controllano una parte della finanza mondiale ed esercitano una considerevole influenza sui governi dell’occidente borghese, in particolare su quello degli Stati Uniti i quali, in quanto superpotenza capitalistica egemone, costituiscono il battistrada della cospirazione mondialista.
All’inizio degli anni ottanta del ‘900 il sociologo ebreo W.D. Rubinstein scriveva che «l’attività dei gruppi di pressione ebraici americani…è senza dubbio efficace, estremamente sofisticata e condotta da uomini di chiara abilità e profonda convinzione». Tutto ciò, aggiungeva, «ha potuto assicurare una considerevole presenza degli ebrei nei centri decisionali» (La sinistra, la destra e gli ebrei).
Una decina di anni dopo il professore di Scienze Politiche B. Ginsberg, anch’egli ebreo, ribadiva: «Dagli anni sessanta gli ebrei sono arrivati a detenere una considerevole influenza in America sull’economia, la cultura, la vita politica ed intellettuale. Gli ebrei hanno giuocato un ruolo centrale nella finanza americana durante gli anni ottanta ed essi sono stati i maggiori beneficiari di fusioni e riorganizzazioni economiche. Oggi, sebbene appena il 2 per cento della popolazione sia ebraica, quasi la metà dei suoi miliardari è ebrea. I vertici degli uffici esecutivi dei tre maggiori network televisivi e i quattro maggiori proprietari degli studios cinematografici sono ebrei, come pure i proprietari dei più influenti giornali, il New York Times…Il ruolo e l’influenza degli ebrei sulla politica americana è ugualmente significativo» (The fatal Embrace: Jews and the State). Nel 2007 la rivista Vanity Fair stilò una lista dei personaggi più potenti al mondo (banchieri, magnati dei media, editori etc.): più della metà risultavano essere ebrei. Il caporedattore del The Chicago Jewish News, Joseph Aaron, affermò che gli ebrei dovevano sentirsene particolarmente fieri ed aggiunse compiaciuto che si può ben dire che «noi ebrei deteniamo molto potere».
Il potere ebraico non è mai fine a se stesso. Come nel 1800, allorché si operò una convergenza fra gli interessi imperialistici della Gran Bretagna e gli obiettivi messianici di Israele, così al giorno d’oggi il giudaismo internazionale – influenzando pesantemente soprattutto la politica interna ed estera degli Stati Uniti – anima, asseconda e favorisce il progetto mondialista, e questo perché il mondialismo spiana la strada al dominio mondiale giudaico promesso da Jahvè fin dai più remoti tempi biblici e ribadito successivamente dalla tradizione rabbinica.
Perché solo su una umanità senza storia e senza tradizioni, solo su una poltiglia informe di uomini e popoli senza radici spirituali il potere mondialista ebraico-plutocratico può esercitare impunemente la sua sovranità assoluta. Ciò spiega la ragione per cui, soprattutto in Europa, ogni voce dissonante venga repressa.
Chi ha imposto ai governi compiacenti le leggi repressive contro la libertà di ricerca storica, in barba ai tanto declamati diritti dell’uomo?
Come a Norimberga, saranno i tribunali a stabilire se un fatto è vero o no, se è avvenuto o no, e sempre nella stessa, unica direzione?

 Note di Olodogma:
1) Disponibile presso http://www.ritteredizioni.com/index.php?page=shop.product_details&category_id=21&flypage=shop.flypage&product_id=11151&option=com_virtuemart&Itemid=1&vmcchk=1&Itemid=1
2) Al link il testo della legge che statalizzava la Banca di Germania. Anno 1939,15 Giugno: http://olo-truffa.myblog.it/archive/2011/04/02/temp-5430cdef001f754842b30a42ec9fe9c5.html
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martedì 31 gennaio 2017

La fine dei Templari. Una ricostruzione diversa



1. Premessa. 2. I Templari e la figura di San Giovanni. 3. Il processo e la fine dei Templari. 4. Bibliografia ragionata. 5. Conclusioni


1. Premessa.

In questo articolo parleremo della fine dei templari e delle ragioni della loro soppressione, dando una lettura diversa di queste vicende rispetto a quelle emerse fino ad oggi.
Tenteremo di rispondere anche ad altre domande collegate:
- I Templari erano eretici o no?
- Le accuse mosse contro di loro erano vere o false?
- Perché l’ultimo dei Templari, Jacques de Molay, prima confessò parzialmente, poi ritrattò?


L’articolo prende le mosse da alcuni studi che ho fatto in questi giorni per due convegni diversi; uno su Rennes Le Chateau, in cui avrei dovuto parlare dei Rosacroce, e uno sul Nuovo ordine mondiale a Padova il 17 maggio.
Curiosamente le strade dei due convegni si sono intersecate, facendomi capire che si può dare una lettura diversa di alcuni fatti storici risalenti ai Templari.
Mi si perdonerà se dopo soli sei anni che studio materie esoteriche ardisco a ipotizzare una lettura diversa della fine dei Templari, quando ci sono studiosi che vi hanno dedicato una vita senza venire a capo di nulla. A molti sembrerà un azzardo. Ma il problema è che la maggior parte delle ricerche storiche sui Templari sono non solo incomplete, ma addirittura depistanti. E nessuno in questi anni, salvo eccezioni come Sabina Marineo e ben pochi altri, sembra essersi accorto di alcune evidenze sotto gli occhi di tutti. Siamo di fronte cioè al classico elefante in salotto, che però nessuno vede, probabilmente perché non lo si vuole vedere.
La cosa non stupisce più di tanto, visto che nessuno dei numerosi geni che insegnano materie dantesche all’università pare si sia accorto che Dante fosse un templare, e dunque si ostinano a commentare la scelta di San Bernardo come guida di Dante nel Paradiso, ignorando che questo santo era il creatore della regola templare.
A fronte di una nutrita massa di accademici e studiosi in malafede o ignoranti, quindi, non c’è da stupirsi se le cose che dirò (che a mio parere sono di palmare evidenza e sotto gli occhi di tutti) sono state finora rilevate da pochi, e solo in circoli ristretti.
L’ipotesi che individuerò non è infatti una tesi complicata e suggestiva. E’ semplicemente l’ipotesi più ovvia, assolutamente evidente per chiunque si avvicini a questi temi con un minimo di apertura mentale. Si tratta di una spiegazione che, semplicemente, viene volutamente ignorata perché scomoda sia alla Chiesa cattolica sia, probabilmente, alla massoneria stessa.

2. I Templari e la figura di San Giovanni.
 
Una cosa curiosa che salta immediatamente in evidenza a chi si accosta al fenomeno delle società segrete di stampo massonico o paramassonico, è che esse assumono come figura di riferimento San Giovanni, sia Battista che Evangelista. La massoneria festeggia il 24 giugno, festa di san Giovanni Battista. Idem i Rosacroce, i Cavalieri di Malta, i Templari, per non parlare degli Ospitalieri di San Giovanni, la Golden Dawn, ecc.
Sembra assurdo che un’istituzione come la massoneria, che nasce storicamente come forza contrapposta alla Chiesa cattolica, festeggi un santo cattolico; e sembra assurdo che molte logge aprano i loro lavori con il vangelo di San Giovanni.
Il motivo non lo spiega quasi nessuno ma, a scavare a fondo, è possibile ricavarlo nei libri più approfonditi, di studiosi non asserviti al sistema.
Per capire il fenomeno dobbiamo partire dall’epoca di Cristo.
E’ cosa nota che i 4 vangeli cosiddetti canonici sono tali solo perché un bel giorno il Concilio di Nicea decise che questi erano i vangeli ispirati da Dio, mentre gli altri erano falsi. Con questo gesto si soppresse non solo la possibilità di ricostruire attentamente la vita e gli insegnamenti di Gesù prima dei suoi 29 e dopo i 33 anni, ma anche molti avvenimenti storici di quel periodo.
In realtà pare che a quel tempo ci fosse un gruppo di discepoli che seguivano gli insegnamenti di Gesù, e un altro gli insegnamenti di San Giovanni.
I seguaci di quest’ultimo erano anche detti (e lo sono tuttora), Sangiovanniti, o Giovanniti.
Nella lotta tra le due fazioni prevalse quella dei Cristiani, e i Giovanniti furono relegati nella clandestinità e formarono gruppi di seguaci che poi andarono a formare quelli che, secoli più tardi, furono i i Fedeli d’Amore (gruppo esoterico cui apparteneva Dante Alighieri), i Templari e poi i Rosacroce. E infine la massoneria.
A supporto di queste tesi ci sono corposi studi, indizi, o vere e proprie prove che in questa sede non ci interessano.
Invece, la riprova più evidente, per chi non è uno storico, è, appunto, nel fatto che non trova altra spiegazione questa venerazione di San Giovanni da parte di organizzazioni che non sono affatto cattoliche, e che talvolta con la Chiesa sono, o sono state, ferocemente in conflitto.
In tal modo si spiegano alcune affermazioni altrimenti incomprensibili; come quella del Gran Maestro degli Illuminati, Giuliano Di Bernardo, che ha dichiarato nel libro “Fratelli d’Italia” di Ferruccio Pinotti che "oggi ci sono due chiese, quella cattolica e quella massonica"; o come quella che troviamo nel “Libro nero della Framassoneria” di Raynaud de la Ferriere, ove si trova scritto che esistono due chiese: quella essoterica, la Chiesa di Pietro, e quella esoterica, di San Giovanni.
I Templari, dunque, si rifacevano anche – o prevalentemente - agli insegnamenti di San Giovanni.
A questo punto il vero motivo della fine dei Templari, nonché la questione dell’eresia templare, risulta evidente e abbastanza scontata per la verità, senza bisogno di fare chissà quali corposi studi presso documenti antichissimi e preziosissimi custoditi - ca va sans dire - presso la biblioteca vaticana.
I Templari erano eretici, sì, in quanto rifiutavano gli insegnamenti della Chiesa cattolica, per seguire quelli di San Giovanni.
Ora dobbiamo però aggiungere un altro dato che ci serve per capire tutta la vicenda nel suo complesso.

L’accusa di eresia non fu, infatti, l’unico motivo della fine dei Templari.
I Templari avevano commende che andavano da Gerusalemme al Portogallo. In altre parole avevano creato un vero e proprio stato sovranazionale, che minacciava i sovrani di allora.
Studiando materiali per il NWO mi sono reso conto che il progetto di unificazione dell’Europa e del mondo non è certo un progetto moderno. Al contrario, l’idea di un mondo unito appartiene già a tutti i pensatori e filosofi rosacrociani dei secoli scorsi, tra cui Campanella, Comenio, e molti altri.
A questo punto però possiamo domandarci se tali idee non fossero già nate prima di loro.
Leggendo il libro “L’altra Europa” di Paolo Rumor e Giorgio Galli, si parla di un progetto di unificazione dell’Europa che arriva fino all’epoca di Cristo. Tale progetto risulta dalle carte di Giacomo Rumor, così come ci sono state raccontate dal figlio Paolo.
Se quanto scritto da Paolo Rumor fosse vero, e se quindi l’idea di un’Europa unita in realtà era stata perseguita nei secoli da un gruppo di uomini (gruppo che nel libro viene chiamato come “la struttura”), allora si può azzardare un’ipotesi.
E’ probabile che questa “struttura” sia ricollegabile in qualche modo agli insegnamenti di San Giovanni (collegamento che si impone perché il progetto del NWO è un progetto massonico e rosacrociano).
Ed è probabile che i Templari volessero assumere il controllo dell’Europa già da allora, ma il loro progetto sia stato fermato da Filippo il Bello e dalla Chiesa cattolica.
In tal senso hanno ragione quegli storici che sostengono che la potenza templare faceva paura, perché erano diventati quasi più potenti dei vari sovrani di allora.

3. Il processo e la fine dei Templari.
I Templari furono quindi probabilmente distrutti perché perseguivano questo progetto europeista e perché erano Giovanniti.
Scrive Cardini nel suo libro “I Templari” (libro che non fa alcun cenno al collegamento tra l’Ordine e San Giovanni, come la maggior parte dei testi storici di questo tipo) che il processo ai Templari fu il primo processo politico della storia.
L’affermazione è probabilmente vera, ma anche per un altro ordine di ragioni. I processi politici moderni spesso sono costruiti ad arte su accuse vere ma con prove false, per confondere le idee ai cittadini e nascondere la verità nascosta dietro al processo.
Per esempio, il processo Andreotti fu costruito con prove false, ma le accuse (complicità con la mafia) erano vere.
Il processo attuale a Berlusconi è costruito con prove false (Ruby Rubacuori) ma con accuse vere, accuse peraltro anche molto più miti rispetto a quelle che si potrebbero muovere in realtà.


Tali processi vengono montati in questo modo per nascondere la verità; cioè per nascondere che dietro al processo a Berlusconi c'è il tentativo di delegittimarlo e di far piombare nel caos il paese facendolo disinteressare alla politica; e dietro al processo Andreotti c'era la CIA e la punizione inferta a costui per aver tentato di ribellarsi alla supremazia della CIA in Italia.
Questa tecnica garantisce che, quando si ricostruirà la vicenda processuale, sarà difficile capirci qualcosa, perché chi punta l’attenzione sulla falsità delle prove sarà indotto a pensare che tutto il processo sia falso; chi invece punta l’attenzione sulla verità delle accuse, sarà indotto a pensare che le accuse erano vere, senza però mai arrivare alla vera ragione del processo.


I templari quindi furono accusati di eresia; il che, dal punto di vista di un cattolico, era vero.
Ma le prove erano false, nel senso che probabilmente non corrispondeva al vero che adorassero il Bafometto.


E' possibile invece che fosse vera l’accusa di sputare sulla croce, considerando che per i Templari la figura di Cristo doveva essere secondaria o addirittura che dovessero considerarla il simbolo della Chiesa cattolica da cui loro solo formalmente dipendevano, ma di cui non riconoscevano gli insegnamenti.


Una riprova del fatto che i Templari fossero vicini alla figura di San Giovanni più che al Cristo cattolico viene dal fatto – storicamente accertato – che si rifiutarono di impugnare le armi contro i Catari (che erano appunto molto legati alla figura di San Giovanni, e che furono massacrati senza pietà degli inviati papali agli inizi del 1200).
La vera ragione di queste accuse false era evitare che gli studiosi, o la gente normale, capissero cosa c’era dietro a quel processo, e si interrogasse sul vero ruolo di San Giovanni nella storia del Cristianesimo.
In altre parole: lo studioso che si accosta al problema evidenziando la falsità delle prove sarà indotto a pensare che i Templari non fossero eretici. Lo studioso che accentrerà la sua attenzione sull’eresia templare (scoprendo che, in effetti, essi avevano contatti con il mondo musulmano e la cultura ebraica) sarà indotto a pensare che le prove siano vere.
In questo modo si perde di vista la vera ragione del processo ai Templari: il loro essere seguaci di San Giovanni, e il voler unificare l’Europa sotto la loro egida.
Se i Templari fossero stati accusati con un capo di imputazione vero, anche nei secoli futuri, gli studiosi e i fedeli si sarebbero domandati cosa rappresentava davvero questo santo nella storia dei popoli cristiani, e alla fine si sarebbe scoperchiato il calderone di bugie su cui si basa tutto l’impianto della Chiesa cattolica nei secoli.
A questo punto forse è anche più chiaro capire il motivo delle parziali ammissioni di Jacques de Molay, che poi ritrattò prima di andare al rogo.
In realtà la parziale ammissione di colpa era, appunto, parziale perché vera. E la successiva ritrattazione non fu una vera ritrattazione, ma solo una rivendicazione della bontà e della legittimità dell’operato dell’Ordine, a fronte del comportamento criminale e mistificatorio della Chiesa cattolica di allora.
Non è vero, insomma, che Jacques de Molay dapprima confessò e poi ritrattò. Molto probabilmente fu invece coerente con se stesso, mentre gli studi successivi lo dipinsero in tal modo probabilmente per infangarne la memoria, dato che la sua presunta confessione non fa fare una bella figura né al personaggio in se stesso, né all’ordine.

***

Il resto della storia lo abbiamo raccontato nell'articolo "Storia della massoneria dal 1200 ai nostri giorni".
I Templari in realtà non si sciolsero veramente come sappiamo.
Gli insegnamenti di San Giovanni hanno continuato ad essere tramandati per tramite delle varie società segrete di stampo moderno.
Il progetto del NWO ha preso nuove forme e nuovi metodi, ed è culminato con l’Unione Europea per ora, passando per le varie rivoluzioni, francese, americana, e russa, e per l’Unità d’Italia, nonché con la sistematica distruzione della Chiesa cattolica, ormai ridotta a poco più che un appendice del potere massonico, da cui essa dipende fino a che non verrà sistematicamente annientata.

Bibliografia ragionata.
 
La maggior parte dei libri sui Templari ignora completamente il collegamento tra San Giovanni e i Templari.
Ne parla diffusamente invece il libro di Sabina Marineo, "L’eresia templare", dal cui studio questo articolo prende le mosse.
Ne trattano altresì i libri:
- La storia segreta di Lucifero, Lynn Picknett
- La rivelazione dei templari, Laurence Gardner
- La chiave di Hiram, di Christopher Knight e Robert Lomas.

Il libro di Paolo Rumor, L’altra Europa, è edito da Hobby e Work.


5. Conclusioni.

Come ho già detto pare assurdo che dopo pochi anni che studio materie esoteriche e templarismo, possa formulare una ipotesi relativamente nuova sul motivo della fine dei Templari.


Tuttavia la cosa non deve sorprendere, data non solo l'ignoranza, ma anche l'asservimento al potere della classe accademica e degli studiosi.


Non a caso, molte delle persone che hanno svolto ricerche in modo serio ed indipendente, giungendo a conclusioni diverse da quella "ufficiali", sia in materie dantesca, che templare o massonica in generale, mi hanno raccontato di aver ricevuto trattamenti non certo di favore.


A questo fenomeno si deve aggiungere la ostinata volontà della Chiesa cattolica di non far mai pervenire alla verità chiunque si avvicini a questo argomento.


A questo proposito voglio raccontare un aneddoto, a mio parere chiarificatore.


Qualche giorno fa parlavo con mia madre, fervente cattolica e laureata in teologia. Mia madre non è semplicemente laureata; in realtà è una vera e propria studiosa, nel senso che negli anni l'ho sempre vista studiare varie questioni, approfondire, interessarsi e leggere una quantità di libri notevole.


Parlandole di questi miei studi su San Giovanni, il suo commento è stato: "Sai che credo che tu faccia gli interessi della massoneria? Credo che i tuoi discorsi siano satanici. In fondo l'ha detto anche la Madonna di Medjugorje che il diavolo si sarebbe manifestato sempre di più attaccando la Chiesa cattolica".


Insomma, per i cattolici, studiare fonti alternative pur rimanendo nel solco del messaggio di Cristo, è satanico. Il sospetto che Satana, se esiste, possa annidarsi anche in Vaticano, non li sfiora neppure; né sfiora loro il sospetto, come mi disse un prete tempo fa, che se Satana esiste, il primo posto che sceglierebbe per insidiarsi è proprio il Vaticano, non certo una tenda di indigeni della foresta amazzonica.


E con questi presupposti, non c'è da meravigliarsi se sono stati sterminati i Catari, se abbiamo avuto l'Inquisizione, e se ancora adesso ci sono guerre di religione ovunque.


Né c'è da stupirsi se, a fronte di una simile ottusità, la Chiesa perda continuamente fedeli e vocazioni a vantaggio di altre fedi religiose.


Anche perché nel mondo del complottismo c'è un detto: potete tacere la verità a qualcuno per sempre, a molti per un po' di tempo, ma non potete tacere la verità a tutti e per sempre.