martedì 26 maggio 2015

MA CHI ERANO GARIBALDI E I MILLE ?


La lista con 1089 persone fornita dal Ministero della Guerra fu pubblicata nel 1864, dal Giornale Militare come risultato di un'inchiesta istituita dal Comitato di Stato. Questo comitato fu creato per determinare quanti e chi erano i reali partecipanti a quella storica spedizione e come avvenne lo sbarco l'11 maggio del 1860 in Marsala.
Per la maggior parte i volontari erano Lombardi 434, Veneti 194, Liguri 156, Toscani 78, Siciliani palermitani 45, Stranieri 35; pochissimi i piemontesi, poco più di una decina. Altri 26 erano i siciliani di vari paesi e città dell'Isola.
La composizione sociale: 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e 60 possidenti, circa 500 ex artigiani, ex commercianti. E una sola donna (la moglie di Crispi).
Di popolino o contadini, nessuno! La composizione politica era una sola, quella di sinistra repubblicana, mentre quella sociale, quasi la metà erano professionisti e intellettuali, l'altra metà artigiani, affaristi, commercianti, qualche operaio, molti pregiudicati e avventuriero senza ideali e senza bandiera. Comunque tutti avevano alle spalle delle esperienze cospirative nei loro paesi di origine per motivi diversi, fuoriusciti e ricercati nelle loro diverse patrie; alcuni erano reduci dei Cacciatori delle Alpi, o ex appartenenti al "BATTAGLIONE DELLA MORTE", e c'erano alcuni siciliani e no che avevano avuto sull'isola o in altre regioni meridionali, noie con la giustizia (famosi i due della grande truffa del lotto in Sicilia, che inseguiti dalla giustizia borbonica, si rifugiarono proprio a Quarto, e rientrarono sull'isola con la spedizione. Uno ci morì, l'altro più tardi si suicidò).
Al corpo dei volontari fu dato in un primo tempo il nome di "Cacciatori delle Alpi".
Furono divisi in sette compagnie, comandate da BIXIO, VINCENZO ORSINI, FRANCESCO STOCCO, GIUSEPPE LA MASA, FRANCESCO ANFOSSI, GIACINTO CARINI e BENEDETTO CAIROLI; il comando dei carabinieri genovesi fu dato ad ANTONIO MOSTO, all'intendenza furono messi ACERBI, BOVI, MAESTRI, RODI, allo Stato Maggiore CRISPI, MANIN, CALVINO, MAJOCCHI, GRIZIOTTI, BOCCHETTE, BRUZZESI, con a capo SIRTORI; furono scelti come aiutanti di campo il TURR, CENNI, MONTANARI, BANDI, STAGNETTI e come segretario il generale BASSO.
GARIBALDI salì a bordo del "Piemonte", di cui era pilota il siciliano SALVATORE CASTIGLIA, mentre BIXIO ebbe il comando del "Lombardo".
Per quanto riguarda le presenze straniere, spesso taciute dalla storia ufficiale e dai testi scolastici, inglese era il colonnello Giovanni Dunn, così come inglesi furono Peard, Forbes, Speeche (il cui nome, Giuseppe Cesare Abba, non potendo sottacere, trasformò nell'italiano Specchi). Numerosi gli ufficiali ungheresi: Turr, Eber, Erbhardt, Tukory, Teloky, Magyarody. Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy e Winklen. La legione ungherese divenne preziosa per l'occupazione della Sicilia e per tante battaglie. La "forza" dei "volontari" polacchi aveva due ufficiali superiori di spicco: Milbitz e Lauge. Fra i turchi spicca Kadir Bey. Fra i bavaresi ed i tedeschi di varia provenienza si deve ricordare Wolff, al quale fu affidato il comando dei disertori tedeschi e svizzeri, già al servizio dei Borbone.
Tra le curiosità che possono essere desunte dalla lista dei nomi e le date, vi è il numero dei caduti. In totale sono circa 80. Di cui a Calatafimi, solo 34 a sottolineare il tradimento del Gen. Landi che pagato da Garibaldi si rifiutò sostanzialmente di combattere.
Compilato l'Elenco pubblicato nel 1864 dal Ministero della Guerra (che qui per non ripeterci evitiamo di mettere) c'erano state varie interrogazioni al governo per concedere una pensione ai reduci . La legge - la n. 2119 del 22 gennaio 1865 - diede l'assenso per concederla, e confermò il rilascio delle autorizzazioni a fregiarsi della medaglia già decretata dal Consiglio civico di Palermo il 21 giugno 1860, ma prima di mettere in ruolo definitivo i reduci della spedizione, ci fu un'inchiesta informativa sui componenti la spedizione, che chiesero più dettagliate notizie alle varie autorità del nuovo Regno. Dopo un lungo lavoro della Commissione, portato a compimento nel 1877, l'elenco dei beneficiati fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 12 novembre 1878.
Dall'elenco preso in considerazione (la citata legge 22 gennaio 1865, n.2119) furono cancellati alcuni nomi: quelli che erano nel frattempo deceduti, e quelli che in base alle indagini della Commissione, fu negata sia la pensione che il diritto di fregiarsi della medaglia.
Questo nel 1878. Ma ancora nel 1933, la Reale Commissione chiamata ad attuare l'edizione nazionale degli scritti di Garibaldi ("il memoriale" con il testo autografo e i "discorsi" ) decretata dal Parlamento (fascista), nella prefazione dell'opera, si precisa che ...
"....la Commissione ha ritenuto opportuno di assolvere il voto espresso dall'Eroe nell'introduzione e negli ultimi capitoli del terzo volume delle sue "Memorie", inserendovi i nomi e i ritratti dei MIlle, ch'egli stesso raccolse nell'"Album di Pavia" (oggi di proprietà del Museo del Risorgimento di Roma) e da esso derivano tutti i nomi e i ritratti dei Mille, che si rirpoducono fedelmente nell'ordine in cui si trovano senza indagare sul numero preciso di essi, essendo questo (nel 1933! Ndr.) un problema ancora "sub judice". Ma poichè si volle esaudire la volontà di Garibaldi si inseriscono, usando della liberalità del benemerito editore Cappelli, i ritratti dei "Mille" comprese quelle persone ch'egli , per dichiarazione esplicita nel suo Memoriale, considera "meritevoli" di stare accanto ai Mille".
Insomma non c'è che dire...la storia della nuova Italia unitarista era già iniziata nel peggiore dei modi, modi che poi si sarebbero perpetuati fino ai nostri giorni!
L'opera "I MILLE", fu scritta da Giuseppe Garibaldi dieci-dodici anni dopo la sua famosa impresa, quindi all'incirca dal 1870 al 1872, come del resto si rileva dalle affermazioni stesse dell'Autore nel testo, dalle sincrone situazioni politiche internazionali ivi accennate, e da una lettera che Garibaldi inviò a Riboli il 20 febbraio 1872, nella quale gli dà notizia che il manoscritto è pronto per la stampa.
Da Caprera Garibaldi vi aggiunse il 21 gennaio 1873 la prefazione "Alla Gioventà italiana".
Rifiutato da vari editori per l'aspro contenuto, in certi casi fortemente irriverente (nei confronti della Francia, dei preti, dei mazziniani, di tutti e di tutto). L'opera, solo tramite una sofferta e fallimentare (con grande delusione di Garibaldi) sottoscrizione fu pubblicata (la prima ed unica volta fino al 1933) l'anno dopo, nel 1874 in pochi esemplari (4322), con i tipi di Camilla e Bertolero di Torino.
Per quanto quindi fosse un'edizione privata per i soli sottoscrittori, ciononostante la sua uscita suscitò vivacissime e aspre polemiche. Sono pagine politiche scritte con una vena di ribellione che ha tutto l'impeto di una forza naturale che prorompe e quindi non conosce misura; un Garibaldi con l'animo esarcebato, sferzante, spesso irriverente, che insorge contro i preti, contro i conservatori, contro la monarchia, contro Mazzini, contro tutti e tutto, infine contro l'ordinamento sociale, ch'egli considera (finalmente) fondato sull'ingiustizia e sulla violenza.
Gli scritti sono costituiti da ricordi e pensieri vari: scritti di carattere militare, scritti polemici e considerazioni politiche e sociali. Soprattutto rispecchiano quegli ideali, mai in verità prima di allora da lii condivisi, ai quali particolarmente nell'ultimo decennio della sua vita, si abbandonò l'animo amareggiato di Giuseppe Garibaldi per non aver ottenuto molte dei suoi reclamati infiniti privilegi.
Nella solitudine penosa e pensosa di Caprera egli sfogò sempre nei suoi scritti con rudi espressioni l'amarezza dell'animo esacerbato da pungenti ricordi e dall'umiliazione di vedere ormai quell'Italia, da lui così voluta, ben diversa da quella che, in quel momento egli ebbe il coraggio falsamente di sostenere, aveva sognato. Facendo lo gnorri o meglio il finto insofferente dei compromessi della politica, simulando indignazione per la corruzione del mondo parlamentare, dissimulando delusione per la litigiosità e la debolezza dei governi della sinistra. Quando darà le dimissioni da deputato scrisse alla redazione del giornale romano "La Capitale" di non voler (come se lo avesse scoperto solo allora) "essere tra i legislatori di una paese dove la libertà è calpestata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà dei gesuiti ed ai nemici dell'Unità d'Italia". " Tutt'altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa, miserabile all'interno e umiliata all'estero".
Ma nessuno ne fu effettivamente convinto al punto che tutti lo derisero!
Con orizzonti all'apparenza sempre più larghi, lasciò spaziare la mente, ma solo a livello strumentale per suoi fini personali, su problemi interessanti tutta Europa e la vita politica, morale e religiosa di tutti i popoli: il senso amoroso della fratellanza umana (in cui egli non aveva mai creduto), la simpatia viva per le classi lavoratrici (in questo smentito dal famigerato per lui massacro di Bronte!), il desiderio (fino allora mai propugnato) che le associazioni democratiche si unificassero, l'aspirazione ad una repubblica federale (altro assurdo), la redenzione degli umili (ma quando mai?), la emancipazione del lavoro, il suffragio universale (vere utopie o paradossi sconosciuti al garibaldi pensiero)!..
E questo, a parte le irriverenze contenute, ci sembra, il frutto di un falso moralismo finalizzato a ricercarsi un alibi per il male che egli stesso aveva cagionato a popolazioni pacifiche, indifese e laboriose come quelle dell'ex Regno delle due a Sicilie, a cui era stato fatto credere che lui stesso avrebbe portato più giustizia e libertà! L'alto insegnamento morale postumo e solo a parole, che successivamente sgorgò, dopo il massacro del "Sud", "luminosamente" dagli scritti di Giuseppe Garibaldi, non convincono un attento lettore anzi sono un aggravante delle sue immani responsabilità morali e storiche. A tal proposito diceva il grande Montanelli: "ho conosciuto criminali che non erano moralisti. Non ho mai conosciuto moralisti che non fossero criminali"!...
La genesi di quest'Opera risale alle aspre polemiche seguite alle pubblicazioni del "Diario privato-politico-militare" del Persano, dell'"Epistolario" di Giuseppe Farina e dell'opuscolo scritto dal Bertani in risposta a quest'ultimo: "Ire politiche d'oltre tomba". Questi tre scritti provocarono lo scatenarsi delle passioni di parte di un'infinità di articoli editi in varie pubblicazioni periodiche. Uno di questi articoli segnalato a Garibaldi probabilmente dal Canzio, nel solitario esilio di Caprera, gli suggerì prima lo scritto già visto nella prima parte delle Memorie ("Ai miei concittadini" - il quale non è altro se non un'appassionata e furente requisitoria contro Mazzini), poi la stesura de "I Mille", perchè ci si accaniva su quell'impresa dei Mille, che anche per alcuni suoi contemporanei aveva solo il sapore di una pittoresca leggenda; e poichè i fattori prima di essa furono Garibaldi e Mazzini, le loro figure assunsero l'importanza di segnacolo in vessillo nella contesa assai aspra.
Si aggiunga a questi elementi di discordia il dibattito, assai ardente agli albori del socialismo in Italia e sulla questione sociale. Inoltre intorno all'anno 1870 la recrudescenza dell'anticlericalismo in Italia toccò l'apice; mentre invece il mazzinianismo era al suo tramonto, non come dottrina ma come prassi politica. (Garibaldi in Inghilterra nello stesso 1870, concepì e pubblicò un irriverente "Romanzo" Storico Politico - CLELIA: IL GOVERNO DEI PRETI.
Nel 1870, si arrivò a questo assurdo: che Mazzini per ragioni spirituali combatteva i difensori della Comune parigina, ed i garibaldini materialisti esaltavano gli insorti perché si battevano per un'idea, perchè il popolo di Parigi "in sostanza, combatte eroicamente per i suoi diritti". Questo il giudizio di Garibaldi in una lettera al Petroni, dove chiarisce le ragioni della sua adesione (lui che aveva drammaticamente combattuto i francesi a Roma!) e ci fa comprendere come egli abbia potuto, nell'Opera "I Mille", identificare l'Internazionale, con una società perfetta "che ha l'audacia di voler la fratellanza di tutti gli uomini a qualunque nazione essi appartengono, che non vuole preti, non eserciti permanenti, non caste privilegiate".
Il nome di Garibaldi in questi anni, era tuttavia una sorta di bandiera per molti transfughi mazziniani; e del fascino che pur sempre ne emanava, non poco conto fecero i fautori dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori e Bakounin stesso, per tentare di gettare nella penisola italiana le fondamenta del movimento sociale della sinistra radicale, oltr'alpe già possente.
La sua camicia rossa divenne pure una bandiera, l'emblema ufficiale dei repubblicani, in risposta alla nuova bandiera nazionale dopo l'entrata nel 1870 delle truppe regie in Roma che iniziarono ad adottare sì il tricolore (che ricordiamo nacque dopo la rivoluzione francese prima in Francia e poi in Italia - a Reggio Emilia nel 1897 - con la prima Repubblica Cisalpina napoleonica) ma con al centro lo stemma sabaudo, snaturando così il vessillo repubblicano.
E con l'emblema del vessillo rosso nacque anche la canzone "Bandiera Rossa": "Avanti o popolo, alla riscossa, Bandiera rossa, Bandiera rossa Avanti o popolo, alla riscossa, Bandiera rossa trionferà" .... ecc. ecc.
Scusatemi l'amara chiusura e l'irriverenza con la quale concludo:<< la storia è veramente una "puttana" che si vende sempre al migliore offerente>>!....

Articolo ripreso dalla pagina facebook di Rocco Bruno Condoleo

Terrorismo reale. Gli eserciti segreti della NATO. La guerra segreta in Italia

Gli eserciti segreti della NATO [VI] 

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La guerra segreta in Italia

di Daniele Ganser*

Mentre gli Stati Uniti si presentano come i difensori della Democrazia, essi hanno organizzato i brogli delle elezioni in Italia, due colpi di Stato invisibili e non hanno esitato ad eliminare fisicamente il Primo ministro Aldo Moro. In questa sesta parte del suo studio su Gladio, lo storico svizzero Danièle Ganser rintraccia il modo in cui Washington ha controllato nascostamente la vita politica italiana, all'insaputa degli Italiani, per cinquanta anni.JPEG - 23 ko
Nel 1978, gli Stati Uniti hanno fatto rapire ed assassinare il Primo ministro italiano, Aldo Moro. La sua esecuzione è stata rivendicata dalle Brigate rosse, ma l'operazione era manipolata da Gladio.

Quest'articolo è il sesto capitolo di un'opera e fa seguito a questi non tradotti:1. « Quand le juge Felice Casson a dévoilé le Gladio… [Quando il giudice Felice Casson ha svelato la Gladio]
2. « Quand le Gladio fut découvert dans les États européens… [Quando la Gladio fu scoperta negli Stai europei]
3. « Gladio: Pourquoi l’OTAN, la CIA et le MI6 continuent de nier [Gladio: Perché la NATO, la CIA e l'M16 continuano a negare]
4. « Les égouts de Sa Majesté [Le fogne di Sua Maestà]
5. « La guerre secrète, activité centrale de la politique étrangère de Washington [La guerra segreta, attività centrale della politica straniera di Washington]


Yalta.jpgL’anticomunismo statunitense fu all'origine di numerose tragedie che segnarono la storia della Prima Repubblica italiana (1945-1993). Le prove scoperte nel corso degli ultimi dieci anni attestano che l'esercito Gladio diretto dai servizi segreti italiani prese, con la complicità dei terroristi di estrema destra, una parte attiva a questa guerra non dichiarata. In assenza di invasori sovietici, le unità paramilitari anticomuniste formate dalla CIA si ripiegarono su delle operazioni interne miranti a condizionare la vita politica nazionale. Un'inchiesta parlamentare incaricata dal Senato italiano di far luce su Gladio e su una serie di attentati misteriosi conclude  che alla fine della Guerra fredda che, nel paese, "la CIA aveva potuto beneficiare di una libertà massima" dovuta al fatto che l'Italia aveva, durante la Prima Repubblica, vissuto "in una situazione di divisione difficile cioè tragica". Questa divisione opponeva le due ideologie dominanti della Guerra fredda: a sinistra, si trovava il molto popolare e molto influente PCI, il Partito comunista italiano, finanziato segretamente dall'URSS così come il potente Partito socialista [1] mentre dall'altra parte della scacchiera si attivavano la CIA, i servizi segreti militari italiani ed il loro esercito Gladio ma anche dei movimenti terroristi di estrema destra che ricevevano il sostegno politico della DC conservatrice [2].
  
Lucky-Luciano.jpgDurante la Seconda Guerra mondiale, l'Italia del dittatore fascista Benito Mussolini si era alleata ad Hitler. Dopo la sconfitta delle potenze dell'Asse, il presidente Franklin Roosevelt, il Primo ministro britannico Winston Churchill ed il dirigente dell'Urss Joseph Stalin si incontrarono a Yalta, in Crimea, nel febbraio del 1945, per discutere della sorte dell'Europa e presero la decisione, cruciale per l'Italia, di porre la penisola nella sfera di influenza statunitense. Allo scopo di limitare il potere dei comunisti, la CIA non esitò ad allearsi alla Mafia ed ai terroristi di estrema destra. Victor Marchetti, un agente della CIA, spiegò un giorno: "La CIA si è appoggiata sull'anticomunismo viscerale della Mafia per controllare l'Italia" [3]. Prima della stessa fine della guerra, Earl Brennan, il capo dell'OSS in Italia, era intervenuto presso il ministro della Giustizia USA affinché quest'ultimo riducesse la pena a 50 anni pronunciata contro Charles "Lucky" Luciano allo scopo di concludere un accordo segreto: in cambio della sua liberazione, Luciano forniva all'esercito statunitense una lista di mafiosi siciliani più influenti che dovevano appoggiare lo sbarco americano del 1943 in Sicilia [4]. Dopo la guerra, la CIA "ebbe a cuore di mantenere quest'amicizia  segreta con la Mafia siciliana" ed è così che "in nome della lotta contro il comunismo in Italia ed in Sicilia, gli Americani abbandonarono l'isola ai criminali che la controllano ancora oggi" [5].

brigate-nere.jpgLe truppe USA che liberarono il paese ed instaurarono al posto della dittatura una democrazia fragile furono accolti dagli Italiani con bandiere, pane e vino. Malgrado ciò, gli Alleati "erano preoccupati della fragile situazione dell'Italia e soprattutto della minaccia del partito comunista la cui influenza non smetteva di crescere, una situazione già osservata in passato in Grecia ed in Iugoslavia". È per questo Londra e Washington decisero di cambiare politica smettendo di assistere i partigiani italiani, in maggioranza comunisti, che godevano di un certo prestigio presso la popolazione in ragione della loro eroica resistenza al fascismo. "Questo cambiamento di politica fu vivamente deplorato" dagli ufficiali di collegamento britannici ed americani che avevano combattuto dietro le linee nemiche a fianco dei comunisti e "tra gli Italiani stessi" [6]. Ed il malcontento crebbe anche quando i comunisti italiani videro i loro vecchi alleati reclutare segretamente dei fascisti e dei membri dell'estrema destra all'interno dell'apparato dello Stato. "l'anticomunismo virulento, sul quale si erano appoggiati i fascisti per accedere al potere, era al presente una qualità molto ricercata" [7].
  
de_gasperi.jpg"È probabile che dei gruppuscoli di estrema destra furono reclutati ed integrati alla rete Stay-behind allo scopo di poterci avvertire se una guerra si preparava", confermerà più tardi Ray Cline, direttore aggiunto della CIA dal 1962 al 1966, in un servizio giornalistico su Gladio. "In quest'ottica, l'utilizzazione di estremisti di destra, a finalità informative e non politiche, mi sembra non porre alcun problema" [8]. Ma, lungi dal limitarsi alla raccolta di informazioni, costoro ricevettero verosimilmente le chiavi del potere. Gli Stati Uniti eressero la DC, la Democrazia cristiana, come un baluardo di fronte al comunismo, "un'accozzaglia di collaborazionisti, di monarchici e di fascisti irriducibili" [9]. Alcide De Gasperi, della DC, del nominato Primo ministro e diresse otto governi successivi tra 1945 e 1953 [10]. "In assenza di una vera purga, la vecchia burocrazia fascista riuscì a sopravvivere" [11]. Il Primo ministro De Gasperi ed il ministro degli Interni Mario Scelba supervisionarono personalmente "la reintegrazione di funzionari profondamente compromessi con il regime fascista" [12].

Jiunio-Borghese.jpgIl principe Valerio Borghese, soprannominato "il Principe nero", fu uno dei fascisti notori reclutati dagli Stati Uniti. Alla testa della Deima MAS (XMAS), un corpo d'elite di 4.000 uomini creato nel 1941 e posto sotto comando nazista, egli aveva diretto una campagna di sterminio dei resistente durante la Repubblica di Salò e si era specializzato nello stanamento ed esecuzione dei comunisti italiani. Catturato da resistenti verso la fine della guerra, fu sul punto di essere impiccato quando il 25 aprile 1945, l'ammiraglio Ellery Stone, proconsole statunitense dell'Italia occupata ed intimo amico della famiglia Borghese, ordinò a James Angleton, un impiegato dell'OSS che sarebbe diventato il più celebre degli agenti della CIA, di aiutarlo. 
  
Angleton.jpgAngleton fornì al Principe nero un'uniforme da ufficiale US e lo scortò sino a Roma dove doveva rispondere dei suoi crimini di guerra. Grazie alla protezione degli Stati Uniti, Borghese fu infine dichiarato "non colpevole" [13]. L'agente della CIA Angleton fu insignito della Legion of Merit dell'esercito degli Stati Uniti per i suoi atti "eccezionalmente meritori" e proseguì la sua carriera nella direzione del controspionaggio della CIA, "diventando l'incarnazione stessa del controllo esercitato dagli USA sui movimenti politici ed i gruppi paramilitari neofascisti e d'estrema destra dell'Italia del dopoguerra" [14]. Come numerosi soldati della Guerra fredda, "il nemico aveva semplicemente cambiato forma agli occhi di Angleton" dopo la sconfitta dell'Asse, come scrissero i suoi biografi, "la falce ed il martello avevano sostituito la croce uncinata" [15].
  
cia-seal.jpgNel 1947 furono creati a Washington la NSC e la CIA. L’Italia, a motivo dei "continui attacchi del suo potente partito comunista" di cui era il bersaglio, ebbe il triste privilegio di essere il primo paese ad essere oggetto di una guerra segreta e non dichiarata della CIA. La missione che si era riproposta l'Agenzia era chiara: impedire alla sinistra italiana di vincere le prime elezioni nazionali del dopoguerra, che dovevano svolgersi il 16 aprile 1948. Il presidente Harry Truman era molto contrariato perché il PCI, il più grande partito comunista dell'Europa occidentale, ed il PSI si erano alleati per formare il Fronte Democratico Populare (FDP). Gli osservatori prevedevano una vittoria del FDP in Parlamento, basandosi sulle buone percentuali ottenute dalla coalizione di sinistra durante le ultime elezioni municipali in cui la DC sostenuta dagli Stati Uniti era stata sconfitta. l'OPC, il dipartimento delle operazioni speciali della CIA, che, sotto la direzione Frank Wisner, mise in piedi la rete Gladio, iniettò dunque 10 milioni di dollari nel partito democratico cristiano. Allo stesso tempo, comunisti e socialisti furono il bersaglio di campagne di diffamazione.

1948--01.jpgTra i tanti colpi sporchi, la CIA pubblicò degli opuscoli calunniosi ed anonimi sulla vita sessuale e privata dei candidati del PCI attribuendo loro dei contatti con i fascisti e/o dei movimenti anticlericali. Questa strategia consistente a prendere di mira in modo specifico i seggi suscettibili di apportare una maggioranza alla DC invece di puntare ad un'ampia vittoria portò i suoi frutti in ognuna delle più di 200 circoscrizioni ad eccezione di due. Durante il voto, la DC ottenne il 48,5% dei voti e 307 seggi al Parlamento mentre il FDP dovette accontentarsi del 31% dei voti e di 200 seggi [16]. La repressione brutale che rispose alle proteste della popolazione e della sinistra in particolare fecero "un numero notevole di vittime durante le manifestazioni e le occupazioni di locali" [17].
  
1948--05.jpgIl presidente Truman fu molto soddisfatto dei risultati ottenuti e divenne un adetto alle operazioni clandestine. Nella sua famosa "Dottrina Truman" del marzo 1947, egli aveva specificato: "Non dobbiamo riconoscere nessun governo imposto ad una nazione da una forza o una potenza straniera", fondando così la politica estera degli Stati Uniti sul "Diritto e la Giustizia" e rifiutando ogni compromesso con il male" [18]. Tuttavia, se le elezioni italiane si erano risolte altrimenti che con una vittoria della DC sostenuta dagli USA, l'Italia avrebbe potuto allora sprofondare, come la Grecia, nella guerra civile. Durante e dopo le elezioni, delle navi da guerra USA pattugliarono al largo della penisola e delle forze di terra rimasero in alerta. George Kennan, il capo dell'ufficio di pianificazione del dipartimento di Stato incaricato di sviluppare i programmi a lungo termine necessari al raggiungimento degli obiettivi di politica estera, preconizzava puramente e semplicemente un intervento militare degli USA nel caso di una vittoria dei comunisti alle elezioni [19].

Cossiga_Francesco.jpgIn seguito alle rivelazioni su Gladio, il presidente italiano Francesco Cossiga  confermò che una fazione paramilitare della DC si teneva pronta ad intervenire se ciò si fosse verificato. Dotato di un fucile automatico Stern, di caricatori e di molte "granate a mano"; Cossiga faceva egli stesso parte del commando. "Ero armato sino ai denti e non ero il solo". L'armamento dei paramilitari della DC era stato "acquistato grazie a del denaro messo a loro disposizione dal partito" [20].

decima_mas.jpgDopo che il PCI fu eliminato dal governo, l'Italia governata dalla DC filo-USA fu invitata, il 4 aprile 1949, a raggiungere la NATO creata da poco, in qualità di membro fondatore. Soltanto alcuni giorni prima, il 30 marzo 1949, l'Italia si era dotata del suo primo servizio di informazioni militare dal 1945, nato dalla collaborazione con la CIA. Integrata al ministero della Difesa, l'unità segreta fu battezzata SIFAR e posta sotto la direzione del generale Giovanni Carlo. Durante la Prima Repubblica, il SIFAR interferì in diverse riprese negli affari politici  dell'Italia e la sua divisione "Office R" si incarico del comando dell'esercito anticomunista stay-behind Gladio [21]. "La coincidenza tra l'adesione dell'Italia alla Nato e la restaurazione della sua capacità di informazione è lungi dall'essere fortuita", osserva a giusto titolo l'esperto in servizi segreti Philipp Willan, "ci informa sugli scopi fondamentali dei servizi segreti dell'Italia del dopoguerra e sulle intenzioni di coloro che hanno permesso il loro ristabilimento" [22].

1948--03.jpgIl SIFAR fu una sua creazione "regolata da un protocollo topo secret imposto dagli Stati Uniti che costituisce una rinuncia totale alla sovranità nazionale". Secondo questo protocollo, stabilito in coordinamento con il programma della NATO, gli obblighi del SIFAR nei confronti della direzione della CIA negli USA avrebbero compreso la condivisione dell'informazione raccolta ed il rispetto di un diritto di  osservazione sul reclutamento del personale, il quale doveva imperativamente ricevere l'approvazione della CIA [23]. Infatti, il SIFAR non era indipendente ma sotto la cappa della CIA. O piuttosto, come scrive Paolo Taviani, ministro della Difesa italiano tra il 1955 ed il 1958: i servizi segreti italiani erano diretti e finanziati dai "tipi di Via Veneto", detto altrimenti, la CIA e l'ambasciata degli Stati Uniti a Roma [24]. I senatori italiani evidenziarono anche quest'egemonia della CIA: "Gladio è stata creata in seguito ad un accordo tra due servizi segreti, uno molto importante, lo statunitense, l'altro meno, l'italiano" [25].
  
harry-truman.jpgNel 1951, il generale Umberto Broccoli fu nominato direttore del SIFAR e, nella sua qualità di membro di un "Comitato Segreto", incontrò regolarmente dei rappresentanti della CIA, il responsabile del comando della NATO per l'Europa del Sud così come dei responsabili dell'esercito, della Marina e dell'esercito dell'Aria italiana [26]. La NATO temeva l'influenza del PCI, il SIFAR aveva vocazione a garantire la stabilità dell'Italia. In quest'ottica, l'esercito segreto Gladio era il suo pezzo forte. L'8 ottobre 1951, Broccoli scrisse al ministro della Difesa Efisio Marras a proposito del'esercitazione dei Gladiatori al Regno Unito e della fornitura di armi e di esplosivi da parte della CIA. Nella sua lettera, il generale spiegava che il SIS aveva offerto di addestrare i quadri della Gladio italiana in cambio dell'acquisto di armamenti britannici attraverso l'Italia. Allo stesso tempo, la CIA proponeva di fornire le armi gratuitamente, ma non era in grado di fornire una formazione del livello di quella che offrivano gli Inglesi. Gli Italiani scelsero di non scegliere: essi inviarono i loro ufficiali a ricevere la prestigiosa istruzione dei centri di addestramento britannici e conclusero simultaneamente con gli Stati Uniti un accordo segreto che garantiva loro un approvvigionamento gratuito in armi. Ciò non piacque ai Britannici. Quando il generale Ettore Musco, che succedette a Broccoli alla testa del SIFAR si recò in Inghilterra per visitare il forte Monckton, l’accoglienza fu particolarmente fredda: "Nel 1953, i Britannici, arrabbiati di essersi fatti giocare, rimproverarono al generale Musco che "il suo servizio si era votato anima e corpo agli Stati Uniti" [27].

Patto-Atlantico.JPGOperando per la politica anticomunista segreta della NATO, i rappresentanti del SIFAR parteciparono regolarmente alle riunioni di Gladio degli organi di comando della NATO, l'ACC e il CPC [28]. Poco tempo prima di lasciare le sue funzioni, il presidente Cossiga pretese durante un'intervista televisiva che l'esercito segreto Gladio era nato in Italia nel 1951 dalla preoccupazione "di quanto poteva accadere se l'Europa venisse invasa". "Si convenne che tre paesi. gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, fossero membri permanenti e che gli altri fossero membri associati, la qual cosa riguardava la Danimarca, la Norvegia, i Paesi Bassi, il Belgio, il Lussemburgo, la Grecia e la Turchia", spiegò Cossiga facendo riferimento al CPC, il comitato di direzione della rete Gladio. "L'Italia fu invitata a partecipare in qualità di membro associato. Essa declinò l'offerta e chiese di diventare un membro permanente ma non ricevette allora risposta. Nel 1956, la Germania raggiunse il gruppo". Il presidente insisteva sul segreto concernente queste operazioni. "La linea di condotta della NATO consisteva nel negare l'esistenza su tutto quel che veniva convenuto" [29].

Garibaldi-DC.jpgIn un documento top secret del NSC, il Consiglio Nazionale di Sicurezza statunitense, firmato da Truman il 21 aprile 1950, il presidente sottolineava che "L'Italia è la chiave della sicurezza americana", gli USA dovevano dunque "essere pronti ad utilizzare tutto il loro potere politico, economico e, al bisogno, militare" per combattere il PCI [30]. "Nel caso in cui i comunisti riuscissero ad entrare nel governo in modo democratico o se questo governo dovesse cessare di opporsi fermamente al comunismo all'interno ed all'esterno del paese, gli Stati Uniti dovevano prepararsi a prendere le misure necessarie", Truman menzionava anche esplicitamente la possibilità di un'invasione se "una parte del territorio italiano cadesse sotto il controllo comunista in seguito ad un'insurrezione armata". All'avvicinarsi delle elezioni, il piano concepito dagli USA prevedeva, in fase 1: il rafforzamento della "presenza militare americana nel Mediterraneo"; fase 2: "la fase d'alerta", le truppe USA dovevano invadere l'Italia "dietro richiesta del governo italiano e dopo consultazione della Gran Bretagna e degli altri paesi della NATO". Dovevano spiegarsi "nelle zone della penisola controllate dal governo per una dimostrazione di forza". Infine, la "fase 3", allarme rosso: le forze armate (statunitensi) con effettivi sufficienti" dovevano "sbarcare in Sicilia e/o in Sardegna" allo scopo "di occupare e di difendere il territorio contro la resistenza comunista locale" [31].
   
William-Colby.jpgI timori di Washington crebbero ancora durante le elezioni del giugno 1953 in cui, malgrado le operazioni speciali della CIA, la DC, con il 40% dei voti, ottenne soltanto 261 seggi al Parlamento, ossia 46 meno del 1948. La coalizione di sinistra conquistò, in quanto ad essa, 218 seggi con il 35% dei voti. La CIA intensificò la sua guerra segreta perché "vi erano delle valide ragioni di dubitare che se questa tendenza osservata tra 1948 e 1953 fosse proseguita (...) la coalizione formata dai comunisti ed i socialisti avrebbe finito con il diventare la principale forza politica del paese", secondo l'analisi effettuata da William Colby, che fu più tardi scelto per dirigere la CIA durante la presidenza di Nixon [32]. Il primo luogo, fu deciso che bisognava nominare un capo del SIFAR più aggressivo. Nel 1955, Carmel Offie, alto responsabile della CIA e intimo collaboratore del direttore di allora Allen Dulles, si recò in Italia dove, con il direttore dell'antenna locale, il COS Gerry Miller, affidò a Claire Boothe Luce, l'affascinante ambasciatrice degli Stati Uniti a Roma, la missione di convincere il ministro della Difesa italiano Emilio Tavani di nominare il generale Giovanni De Lorenzo a capo del SIFAR. L'anno successivi, De Lorenzo, un avversario accanito del comunismo acquisito alle idee di Washington, assunse dunque il comando del SIFAR e dei suoi eserciti segreti [33].
  
Giovanni-De-Lorenzo.jpgCon i suoi baffi, i suoi occhiali ed i suoi modi militareschi, De Lorenzo incarnava la figura del generale all'antica. In un documento top secret datato 26 novembre 1956 e firmato da lui, il capo del SIFAR evoca degli "accordi precedenti" intercorsi tra la CIA ed i suoi servizi e precisa che l'operazione Gladio è sulla buona strada [34]. Il documento, contenente dei dati altamente sensibili, non fu svelato ai senatori incaricati dell'inchiesta parlamentare. "L'accordo concluso tra il SIFAR e la CIA nel 1956 riguardante l'organizzazione stay-behind non può al presente essere reso pubblico poiché si tratta di un impegno bilaterale classificato top secret", spiegherà l'ammiraglio Fulvio Martini, direttore del SIFAR, a dei senatori interdetti che avevano creduto, a torto, che il SIFAR doveva rendere conto al Parlamento italiano e non alla CIA. "La declassificazione del documento, che ho già chiesto il 13 dicembre 1990", precisò, "necessita imperativamente dell'accordo dell'altra parte implicata" [35].
  
Vota-per-il-tuo-paese.jpgSulla lista dei progetti prioritari del SIFAR, De Lorenzo pose la costruzione di un nuovo quartiere generale per l'esercito segreto, per la quale la CIA non esitò a sborsare 300 milioni di lire. Stati Uniti ed Italia avevano convenuto che per ragioni di discrezione e di funzionalità, il nuovo centro di Gladio non doveva essere edificato sul continente ma su una delle grandi isole della costa Ovest dell'Italia. Fu scelta la Sardegna ed il terreno acquistato. Il colonello Renzo Rocca, capo dell'Ufficio R, che dirigeva la Gladio locale, fu incaricato di supervisionare la costruzione della nuova base in cui dei soldati anticomunisti sarebbero stati equipaggiati e addestrati da istruttori delle Forze Speciali USA e britanniche [36]. Il "Centro di addestramento al sabotaggio" (in italiano CAG- Centro Addestramento Guastatori) era situato a Capo Marragiu, vicino al villaggio di Alghero. Dietro le mura e le recinzioni elettrificate, si costruì un piccolo forte e dei bunker sotterranei, si installarono  dei potenti trasmettitori radio a lunga distanza così come delle installazioni sottomarine destinate all'addestramento di subacquei da combattimento; infine, furono costruiti anche due brevi piste di atterraggio ed un eliporto. Altre costruzioni furono anche aggiunte per l'addestramento all'uso delle armi e di esplosivi e per la formazione ideologica [37].
  
Vota-o-sara-il-tuo-padrone.jpg"Mi sono recato per la prima volta a Capo Marragiu nel 1959", testimoniò il Gladiatore Ennio Colle in seguito alla scoperta degli eserciti segreti. Il 27 novembre 1990, Colle aveva ricevuto una lettera del direttore del SISMI che lo informava che "l'esercito segreto era stato sciolto". Il vecchio combattente affermò che i membri dell'unità speciale erano tenuti all'oscuro a proposito della dimensione internazionale della rete e che essi ignoravano dove essi avevano ricevuto il loro addestramento: "Non sapevo dove fossi perché ci trasportavano con aerei dagli oblò oscurati". Decimo Garau, un istruttore del CAG, formato in Gran Bretagna, confermò a dei giornalisti che i Gladiatori italiani erano letteralmente tenuti all'oscuro: "Essi giungevano a bordo di un apparecchio mimetizzato ed erano in seguito portati con delle navi dai vetri oscurati che li depositavano davanti ai loro quartieri. L'addestramento poteva allora cominciare" [38].
  
Elezioni_Camera_1958.png"Riassumendo, il mio lavoro consisteva nell'impedire che i comunisti si impadronissero dell'Italia alle prossime elezioni del 1958", scriveva l'agente della CIA William Colby nelle sue memorie. Nell'autunno del 1953, egli fu inviato a Roma e posto agli ordini del COS Gerry Miller. Gli eserciti segreti Gladio dovevano permettere alla CIA di "evitare che le difese militari della NATO non siano cortocircuitate politicamente da una quinta colonna sovversiva, il Partito Communista Italiano (o PCI)", nel quadro di ciò che Colby descrive come "il più vasto programma di azione politica clandestina mai intrapresa dalla CIA". Come i comunisti, i socialisti italiani subivano anch'essi gli attacchi della CIA che orchestrava delle campagne di diffamazione nei loro confronti continuando a finanziare la DC. "Non avremmo comunque abbandonato la DC che controllavamo al posto dei socialisti imprevedibili". Le manovre di Colby portarono i loro frutti e, nel 1958, la DC consolidò il suo potere con il 42% dei voti e 273 seggi mentre i comunisti, con il loro 23%, dovevano accontentarsi di 140 seggi ed i socialisti di 84 [39].

 ganser-libro.jpg   
Lo studio di vasto respiro di Daniele Ganser sugli eserciti segreti della NATO al servizio dell'imperialismo anglo-americano e quindi negatori di una qualunque forma di "democrazia" all'interno del quadro storico capitalistico è stato integralmente tradotto dall'editore Fazi di Roma nel 2008.
  
  
Daniele Ganser





[Traduzione di Ario Libert]
  
  
NOTE

[1] Se è vero che il PCI ha ricevuto un importante sostegno finanziario da Mosca, le relazioni esatte tra quest'ultimo ed il Partito comunista sovietico durante la Guerra fredda sono oggetto di discussione tra gli storici. Sergio Romano, ambasciatore d'Italia in URSS dal 1985 al 1989, riportò che sino alla fine degli anni 70, la maggior parte delle risorse finanziarie del PCI provenivano dal Partito comunista sovietico. Tra le inchieste condotte su questi legami tra il PCI e Mosca figurano: Joan Barth Urban, Moscow and the Italian Communist Party: From Togliatti to Berlinguer (Cornell University Press, Ithaca, 1986); Gianni Cervetti, L’Oro di Mosca: La Verità sui Finanziamenti Sovietici al PCI Raccontata dal Diretto Protagonista (Baldini & Castoldi, Milano, 1993, riedito nel 1999) e Valerio Rima, Oro da Mosca. I Finanziamenti Sovietici al PCI dalla Rivoluzione d’Ottobre al Crollo dell’ URSS (Mondadori, Milano, 1999).

[2] Senato della Repubblica. Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi: Il terrorismo, le stragi ed il contesto storico politico. Redatta dal presidente della Commissione, Senatore Giovanni Pellegrino. Rome, 1995, p. 20. Questo rapporto del Senato italiano costituisce uno dei documenti di riferimento su Gladio e più generalmente sulle azioni clandestine condotte dagli Stati Uniti in Italia. Tratta di Gladio, del terrorismo e di attentati non risolti. Allo scopo di evitare confusione con il secondo rapporto senatoriale, anch'esso molto interessante, presentato nel 2000, il primo documento sarà chiamato Rapporto dell'inchiesta senatoriale del 1995 su Gladio e gli attentati.
  
[3] Settimanale italiano Panorama del 10 febbraio 1976. Citato in Rapporto dell'inchiesta senatoriale del 1995 su Gladio e gli attentati, p. 13.

[4] Roberto Faenza, Gli americani in Italia (Editore Feltrinelli, Milano, 1976), p. 10–13. Le connessioni tra gli USA e la mafia erano già state rivelate da un'inchiesta del Senato degli Stati Uniti diretta dal senatore Kefauver. Vedere gli US Senate Special Committee, Hearings on Organised Crime and Interstate Commerce, part 7, p. 1181 (1951). Lo storico italiano Roberto Faenza fu uno dei primi a valutare l'impatto notevole delle operazioni clandestine in Italia. La sua prima opera, scritta com Marco Fini ed apparsa nel 1976, si concentrava sugli anni del dopoguerra e si intitolava sobriamente: Gli Americani in Italia. Si poteva leggere nella prefazione: "Per numerose persone nel mondo intero, compreso il cittadino statunitense medio, fu difficile e doloroso ammettere che gli Stati Uniti costituivano la forza più conservatrice e più controrivoluzionaria del mondo. È tuttavia quanto dimostra questo libro rivelando gli interventi segreti del governo USA negli affari interni del popolo italiano (...) la situazione è comparabile a quanto hanno rivelato altre inchieste in Grecia, in Iran, in Guatemale, nella Repubblica Domenicana ed in numerosi altri paesi (...). È particolarmente difficile guardare questa verità in faccia".
  
[5] Quotidiano britannico The Observer del 10 gennaio 1993. Riferimento al documentario Allied to the Mafia, diffuso nel gennaio 1993 sul canale BBC2. 

[6] Mackenzie, W. J. M., History of the Special Operations Executive: Britain and the resistance in Europe (British Cabinet Office, Londres, 1948), p. 842 e 853. Gli USA hanno applicato nella zona del Pacifico, e soprattutto nelle Filippine, questa strategia consistente nell'appoggiare e poi nell'indebolire delle guerriglie di estrema sinistra durante la Seconda Guerra mondiale. Il Giappone aveva invaso le Filippine nel gennaio 1942. Gli Stati Uniti sostenevano ed addestravano dei partigiani dai diversi orientamenti in lotta contro l'opposizione giapponese, tra cui il movimento rivoluzionario di sinistra Huk che rappresentava una potente leva per la rivoluzione sociale. Ma, come in Italia ed in Grecia, i vecchi fratelli d'armi furono sacrificati. Una volta il Giappone vinto, gli USA confiscarono le armi della guerriglia e gli Huk furono massacrati in presenza di ufficiali USA, un'operazione che durò almeno sino al 1945. Lo storico statunitense Gabriel Kolko commenta: "I dirigenti Huks credevano ingenuamente che gli Americani li avrebbero tollerati". Vedere Gabriel Kolko, Century of War Politics, Conflict, and Society since 1914 (The New Press, New York, 1994), p. 363.
  
[7] Geoffrey Harris, The Dark Side of Europe: The Extreme Right Today (Edinburgh University Press, Édimbourg, 1994), p. 3 e 15.
  
 [8] Allan Francovich, Gladio: The Ringmasters. Primo dei tre documentari di Francovich dedicati a Gladio, diffuso il 10 juin 1992 sulla BBC2.
  
 [9] William Blum, Killing Hope: US Military and CIA Interventions since World War II (Common Courage Press, Maine, 1995), p. 28.
  
 [10] A proposito di Alcide de Gasperi, vedere L’Opus Dei e l’Europa - Dal riciclaggio dei fascisti al controllo delle democrazie, di Thierry Meyssan, 22 marzo 1995.
  
[11] Martin Lee, The Beast Reawakens (Little Brown and Company, Boston, 1997), p. 100.

[12] Jonathan Dunnage, "Inhibiting Democracy in Post-War Italy: The Police Forces, 1943–48", in: Italian Studies, n° 51, 1996, p. 180.

[13] Stuart Christie, Stefano delle Chiaie (Anarchy Publications, Londres 1984), p. 6.

[14] Ibid., p. 4.

[15] Tom Mangold, Cold Warrior: James Jesus Angleton; The CIA’s Master Spy Hunter (Simon & Schuster, Londres, 1991), p. 20. Mangold, il biografo di Angleton non fornisce sfortunatamente nessun dettaglio sulla collaborazione dell'agente con i fascisti dopo il 1945 e non riferisce del salvataggio di Borghese da parte di Angleton. Il personaggio di James Angleton è stato interpretato al cinema da Matt Damon nel film di Robert De Niro The Good Shepherd (2006), in italiano L'ombra del potere, ed alla televisione da Michael Keaton nella serie The Company (2006).

[16] William Corson, The Armies of Ignorance: The Rise of the American Intelligence Empire (The Dial Press, New York, 1977), p. 298 e 299. Per la sua natura clandestina, l'operazione fu finanziata con del denaro sporco che si dovette riciclare. Corson spiega che 10 milioni di dollari furono dapprima ritirati in specie di Fondi di Stabilizzazione Economica prima di transitare su conti personali per essere infine riversati sotto forma di doni a degli organismi schermi della CIA.


[17] Christie, delle Chiaie, p. 175.

[18] Denna Frank Fleming, The Cold War and Its Origins 1917–1960 (Doubleday, New York, 1961), p. 322.


[19] Thomas Powers, The Man Who Kept the Secrets : Richard Helms and the CIA (Weidenfeld and Nicolson, Londres, 1980), p. 30.

[20] Quotidiano britannico The Guardian del 15 gennaio 1992.

[21] Durante la Prima Repubblica italiana il servizio di informazione militaredovette cambiare nomemolte volte per via di numerosi scandali in cui fu coinvolto. Dalal sua creazione nel 1949 al primo grande caso nel 1965, portò il nome di SIFAR, fu in seguito ribattezzato SID, conservando la maggior parte del suo personale. Nel 1978, in seguito ad un nuovo scandalo, il SID fu diviso in due servizi che sono oggi sempre attivi. Il ramo civile fu posto sotto il controllo del ministero dell'Interno e battezzato SISDE (Servizio Informazioni Sicurezza Democratica) mentre il ramo militare rimase collegato al minsitero della Difesa con il nome di SISMI.

Direttori dei servizi segreti militari

generale Giovanni Carlo1949–1951SIFAR
generale Umberto Broccoli1951–1953SIFAR
generale Ettore Musco1953–1955SIFAR
generale Giovanni De Lorenzo1956–1962SIFAR
generale Egidio Viggiani1962–1965SIFAR
generale Giovanni Allavena1965–1966SID
generale Eugenio Henke1966–1970SID
generale Vito Miceli1970–1974SID
generale Mario Casardi1974–1978SID
generale Giuseppe Santovito1978–1981SISMI
generale Nino Lugaresi1981–1984SISMI
ammiraglio Fulvio Martini1984–1991SISMI
Sergio Luccarini1991SISMI
generale Luigi Ramponi1991–1992SISMI
generale Cesare Pucci1992–1993SISMI
generale Sergio Siracusa1994-1996SISMI
ammiraglio Gianfranco Battelli1996-2001SISMI
generale Nicolò Pollari2001-2006SISMI
ammiraglio Bruno Branciforte2006-2007SISMI
ammiraglio Bruno Branciforte2008…AISE


[22] Philip Willan, Puppetmasters: The Political Use of Terrorism in Italy (Constable, Londres, 1991), p. 34.

[23] Mario Coglitore (ed.), La Notte dei Gladiatori. Omissioni e silenzi della Repubblica (Calusca Edizioni, Padova, 1992), p. 34.

[24] Quotidiano britannico The Observer del 18 novembre 1990.

[25] Rapporto dell'inchiesta senatoriale del 1995 su Gladio e gli attentati, p. 49.

[26] Coglitore, Gladiatori, p. 133.

[27] Pietro Cedomi, "Service secrets, Guerre froide et ‘stay-behind. 2e partie’: La mise en place des réseaux" nella rivista belga Fire ! Le Magazine de l’Homme d’Action, septembre/octobre 1991, p. 80.

[28] Allied Clandestine Committee (ACC) e Clandestine Planning Committee (CPC).

[29] Quotidiano britannico The Observer del 7 giugno 1992.

[30] Memorandum, National Security Council to Harry S. Truman, April 21, 1950, Bibliothèque du Réseau Voltaire.

[31] Il documento fu declassificato nel 1994 e provocò un'ondata di protesta in Italia. Vedere il quotidianoitaliano La Stampa del 27 novembre 1994.
  
[32] William Colby, Honourable Men: My Life in the CIA (Simon & Schuster, New York, 1978),  p. 110; Tr. it.: La mia vita nella CIA, Mursia, Milano, 1981.

[33] Roberto Faenza, Il malaffare. Dall’America di Kennedy all’Italia, a Cuba, al Vietnam (Editore Arnoldo Mondadori, Milan, 1978), p. 312.

[34] L’esistenza di questo documento fu rivelata al momento delle rivelazioni su Gladio nel 1990. Il rapporto dell'inchiesta senatoriale del 1995 su Gladio e gli attentati, p. 25.

[35] Settimanale italiano L'Europeo del 18 gennaio 1991. La commissione d'inchiesta parlamentare non apprese l'esistenza del documento del 1956 su Gladio che entrando in possesso di un testo datato  26 novembre 1956 ed intitolatoAccordo fra il Servizio Informazioni Italiano ed il Servizio Informazioni USA relativo alla organizzazione ed all’attività della rete clandestina post-occupazione (stay-behind) italo-statunitense. [Accordo concluso tra il SIFAR e la CIA concernente l’organizzazione e l'attività di una rete post occupazione italo-statunitense segreta (stay-behind)]. Il contenuto del documento originale figura in Coglitore, Gladiatori, p. 118–130.

[36] Giornale belga Fire, gennaio 1992, p. 59.

[37] Ibid., p. 62.

[38] Allan Francovich, Gladio: The Puppeteers. Secondo dei tre documentari di Francovich dedicati a Gladio, diffusi sulla BBC2 il 17 giugno 1992. Version française: Gladio, les Marrionettistes.
  
[39] Colby, Honourable Men, p. 128.



Vita e morte di Giuseppe Solaro il fascista che credeva nel socialismo


di Antonio Pannullo

Giuseppe Solaro è un nome ancora sconosciuto agli italiani. La sua storia si è persa in quel mare magnum di immane tragedia che fu la guerra civile italiana. Dove trovò la morte per mano di suoi compatrioti. Pochi in questi settant’anni ne hanno ricordato la biografia, gli atti, le azioni, gli scritti, le iniziative, le passioni e le scelte che lo animavano. E altrettanto pochi ne hanno ricordato la morte, veramente eroica, e sia detto senza retorica, perché Solaro avrebbe potuto salvarsi, in quella Torino insanguinata, ma scelse di rimanere per opporsi al nemico. Invece Solaro fu un grande italiano, e ce lo racconta il libro da poco uscito per le edizioniEclettica Giuseppe Solaro. Il fascista che sfidò la Fiat e Wall Street di Fabrizio Vincenti. Classe 1914, Solaro era torinese di modesta famiglia (il padre era ferroviere). Diplomatosi geometra, si iscrisse successivamente alla facoltà di Economia e Commercio, diventando anche rappresentante dei Guf (Gruppi universitari fascisti). L’economia e la politica erano le sue due grandi passioni. Ma già al primo anno di università, il 1937, si arruolò volontario nelle Camicie Nere e partì per la guerra di Spagna. Nel 1940 si laureò e contestualmente fu richiamato alle armi come ufficiale di complemento. Contemporaneamente aveva iniziato a scrivere su varie pubblicazioni, tra cui la Stampa di Torino. Nel 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italianavenendo nominato da Alessandro Pavolini federale di Torino, in un triumvirato con Domenico Mittica eLuigi Riva, quest’ultimo ucciso pochi mesi dopo uno scontro con i partigiani. In questo periodo Solaro si occupò delle rivendicazioni degli operai della Fiat e svolse con grande impegno il suo ruolo di federale del capoluogo piemontese, seguendo con particolare attenzione l’impegno socializzatore delle classi operaie del Nord. Secondo le testimonianze, Solaro riuscì a evitare molte rappresaglie da parte dei tedeschi. Il 23 aprile del 1945 divenne ispettore regionale per le Brigate Nere.

Solaro dopo il 25 aprile rifiutò di lasciare la “sua” Torino

Quando, dopo la resa, i vertici della Rsi decisero di riparare in Valtellina, Solaro fu tra coloro che sostennero la necessità di rimanere a Torino e opporre resistenza ai partigiani fino all’arrivo degli anglo-americani. Per questo rimase in città e organizzò centinaia di franchi tiratori che dettero filo da torcere alle forze partigiane. Come disse lui stesso, «dobbiamo fare di Torino un’Alcazar». Ma la decisione era irrevocabile, e Solaro dispose la smobilitazione delle Brigate Nere, non senza però prima aver prelevato i loro stipendi allaCassa di Risparmio con l’ausilio di un blindato. Ma lui non si unì alla colonna fascista in partenza, e rimase insieme con altri tre camerati nel consorzio agrario, che era poco lontano da Casa Littoria, oggi Palazzo Campana. Anche alcuni franchi tiratori rimasero ostacolando in modo sensibile l’occupazione partigiana della città. Preso prigioniero insieme con gli altri, la mattina del 29 aprile subì un sommario processo, come accadde in quei giorni, e condannato a morte mediante impiccagione. Di tale processo, che si svolse a porte chiuse, non ci sono verbali. Si ricorda però quello che avvenne dopo: come usavano fare i partigiani rossi, Solaro fu portato in processione con un camion in via Vinzaglio, dove alcuni mesi prima erano stati giustiziati dai tedeschi quattro partigiani per aver ferito un ufficiale della Rsi, e impiccato. Ma il ramo a cui era stato appeso Solaro si spezzò, e quindi, in stato di semincoscienza, fu impiccato di nuovo a un ramo più robusto. Come capitato per altri assassinati, i partigiani caricarono il corpo di Solaro nuovamente su un camion e lo buttarono nel Po dal ponte Isabella. Dalle rive ci fu un macabro tiro al bersaglio sul cadavere. Ripescato, fu messo in una bara e portato via. Oggi è sepolto al cimitero monumentale di Torino presso il sacrario deiCaduti della Rsi, dove riposa sotto il simbolo della Repubblica Sociale. Aveva 31 anni e due bambine in tenera età, Gabriella e Franca, che non lo hanno mai conosciuto. Nel cinquantenario della morte, una delle figlie nel ricordarlo disse che di lui alla famiglia erano rimaste solo alcune vecchie fotografie sbiadite. Come tutta la classe dirigente fascista, malgrado gli alti incarichi ricoperti, non si arricchì mai, anche se i vincitori lo dissero. Senza essere creduti da nessuno.


Arpinati quel fascista irregolare assassinato a freddo dai partigiani


di Antonio Pannullo

Il 22 aprile del 1945, nella tenuta di Malacappa, in Romagna, veniva assassinato da partigiani garibaldini della Settima Gap Leandro Arpinati, esponente fascista della prima ora, insieme col suo amico di sempre, l’avvocato socialista e antifascista storico Torquato Nanni. Era il giorno successivo all’entrata degli alleati aBologna. Il gruppo partigiano, nel quale vi erano anche due o tre donne, si presentò alla casa di Arpinati e fece fuoco col mitra, assassinando a freddo i due uomini. Arpinati era da tempo che aveva rotto col fascismo e con Mussolini, anche se qualche mese prima aveva avuto un cordiale colloquio col Duce, per iniziativa diAristide Sarti, pilota della Repubblica Sociale Italiana, che lo rivoleva insieme a lui. Ma Arpinati rifiutò, dicendo di essere ormai solo un agricoltore. Questo però non lo salvò dalla furia partigiana di quei mesi. «C’è Leandro Arpinati?», urlò il commando partigiano giunto alla casa. E quando lui disse coraggiosamente «sono io», partì una raffica di mitra che lo uccise immediatamente, mentre all’amico Nanni toccò un colpo alla nuca, secondo il consueto costume dell’epoca. I corpi rimasero insepolti per cinque giorni. L’unico del commando comunista sospettato fu Luigi Borghi, capo della polizia partigiana che venti giorni dopo fu coinvolto anche nella strage di Argelato, dove furono assassinati i sette fratelli Govoni. Borghi in seguito riparò, come molti altri partigiani rossi, in Jugoslavia e poi in Cecoslovacchia, per tornare in Italia anni dopo. I responsabili del duplice omicidio comunque non furono né cercati né identificati né tantomeno processati. Leandro Arpinati, è vero, non era uno qualunque, ma era altrettanto vero che dal fascismo-regime si era allontanato da parecchio. Era nato nel 1892 a Civitella di Romagna, lo stesso paese di Nicola Bombacci, altro fascista anomalo e altro fascista che morì in quei giorni, fucilato sulle rive del lago di Como e poi appeso per i piedi a piazzale Loreto. Arpinati, prima socialista poi anarchico, conobbe Mussolini nel 1914, e come lui era interventista. Dopo la Grande Guerra partecipò alla fondazione del fascismo. Divenne poi segretario del fascio di combattimento di Bologna.

Arpinati fu parlamentare per tre legislature e sottosegretario agli Interni

Nel 1921, nel 1924 e nel 1929 fu eletto al parlamento per il Pnf. Nel frattempo fu podestà della città felsinea e poi divenne sottosegretario agli Interni, carica che ricoprì sino al 1933. Fu anche presidente della Fgci e del Coni, ottenendo l’organizzazione dei Mondiali di Calcio del 1934 e avviando la riforma del campionato. Uomo potente ma sempre ribelle, rifiutava adulazione e asservimento, non impose la tessera del partito ai dipendenti del suo ministero, criticava liberamente tutto ciò che non condivideva: si fece numerose inimicizie per il suo carattere individualista, soprattutto quella di Achille Starace, che riuscì a farlo allontanare da Mussolini, col quale peraltro Arpinati ebbe sempre un rapporto molto amichevole e di grande stima reciproca. Frequentava inoltre sempre i suoi ambienti di quand’era ragazzo, socialisti, ora antifascisti, tra i quali Mario Missiroli. Nel 1934 fu addirittura espulso dal partito e inviato per un anno al confino a Lipari. Successivamente tornò alla sua tenuta di Malacappa, dove rimase agli arresti domiciliari fino al 1939 e allontanandosi per sempre dalla politica attiva. Nel 1940 Mussolini lo prosciolse e nel 1943, come accennato, gli chiese vanamente di condividere l’avventura della Rsi. Nel 1945, infine, pagò per avere creduto negli anni Venti in un sogno. Subì certamente numerose ingiustizie da gerarchi del regime, e il suo carattere certo non lo aiutò. Credeva nel fascismo rivoluzionario, in quello delle origini, nel sindacalismo fascista. Quando il fascismo divenne regime, non lo volle seguire. La domanda è perché Arpinati fu assassinato dopo tanto che era sparito dalla scena. Come Starace, aveva lasciato da tempo la politica attiva. Secondo alcuni saggi scritti su di lui, i vincitori, che allora sembravano essere i comunisti, temevano la sua figura, perché avrebbe potuto riproporsi con successo come liberale e anticomunista nella vita repubblicana. Cosa che i vertici partigiani non potevano permettere.