venerdì 27 dicembre 2019

L’altra metà di Tangentopoli: Umberto Bossi Gianfranco Miglio ed i progetti secessionistici



Ogni fase politica della Repubblica italiana è stata scandita da un partito “di protesta”, funzionale agli interessi dell’establishment atlantico: si comincia con L’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini per terminare col Movimento 5 Stelle di Gianroberto Casaleggio, passando per il Partito Radicale di Marco Pannella e la Lega Nord di Umberto Bossi. Fino alla recente svolta nazionalista, filorussa ed anti-euro, il Carroccio è infatti stato uno dei tanti prodotti di Washington e Londra, schierato su posizioni “thatcheriane” ed europeiste. Nei primi anni ‘90 la Lega Nord avrebbe dovuto essere lo strumento per attuare un ambizioso disegno geopolitico: la frantumazione dello Stato unitario e la nascita di una confederazione di tre “macroregioni”, così da cancellare l’Italia come attore del Mar Mediterraneo. Il ruolo della Lega Nord durante Tangentopoli e la figura, determinante, di Gianfranco Miglio.

Non si muove foglia che Washington non voglia: anche in Padania…

La democrazia liberale è simile al mercato dei beni di consumo: ogni segmento della domanda deve essere coperto, l’offerta deve essere costantemente rinnovata e nuovi prodotti possono essere lanciati grazie ad un’adeguata campagna pubblicitaria. Nel caso della politica, i beni di consumo non sono ovviamente bibite, detersivi o dolciumi, bensì i partiti. L’abilità di chi tira i fili della democrazia consistente nel rifornire gli scaffali dalla politica di partiti giusti, al momento giusto: ad ogni tornata elettorale, i votanti acquisteranno i loro prodotti preferiti, con grande soddisfazione di chi controlla il grande supermercato della democrazia.
C’è un segmento del mercato politico particolarmente interessante, molto ingrossatosi negli ultimi anni di crisi economica e sociale: i partiti di protesta. La loro origine non è recente e risale agli albori della Repubblica Italiana, quando Washington e Londra foggiarono per l’Italia una singolare democrazia, dove le seconda forza politica del Paese, il PCI, era esclusa de iure dal governo.
È per ovviare a questo opprimente immobilismo, che un po’ stona con le logiche del mercato, che in 70 anni sono state immesse diverse sigle per intercettare il malcontento dell’elettorato e la domanda di cambiamento: si comincia, prima delle elezioni del 1948, con l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini e si termina oggi con il Movimento 5 Stelle di Davide Casaleggio. Sia Giannini che Casaleggio sono, incidentalmente, inglesi da parte materna. Tra i due estremi, bisogna annoverare anche il Partito Radicale di Marco Pannella, che prestò non pochi servigi all’establishment atlantico: la campagna per le dimissioni del presidente Giovanni Leone, quella per l’aborto ed il divorzio, i referendum del 1993 contro “la partitocrazia” e “lo Stato-Padrone”, etc. etc. C’è, infine, il caso della Lega Nord, nata e cresciuta nei travagliati primi anni ‘90, nutrendosi dei voti in uscita dal PSI e soprattutto dalla DC.
Ma come? Anche il folkloristico Carroccio, i raduni di Pontida, il dio Po ed il leggendario Alberto da Giussano, sono un prodotto dell’establishment atlantico?
La risposta, come vedremo nel proseguo dell’articolo, è affermativa. È una verità che probabilmente spiazzerà molti leghisti della prima ora, indispensabile però per capire, ad esempio, perché Umberto Bossi, padre-padrone della primigenia Lega Nord, contesti la recente svolta nazionalista, anti-euro e filorussa di Matteo Salvini, deciso a trasformare (con esiti incerti) il Carroccio nella versione italiana del Front National: “Lega, Bossi chiede il congresso: La base è stufa di Salvini”1, “Bossi: La Lega nazionale morirà, Salvini al Sud crea solo caos2”, “Attacco frontale di Bossi al segretario: secessione, il resto sono chiacchiere”3. Bruxelles è sempre stata ed è tuttora il faro di Umberto Bossi, sebbene il suo obiettivo fosse agganciarsi all’Unione Europea non attraverso l’Italia, ma tramite la “Padania”, in ossequio a quella “Europa della macroregioni” tanto cara all’establishment atlantico. Smembrare gli Stati nazionali per sostituirli, al vertice, con un governo sovranazionale e, alla base, con una costellazione di cantoni, regioni e feudi: l’oligarchia libera di comandare indisturbata su 500 milioni di persone ed i paesani appagati delle loro effimere autonomie.
La storia della Lega Nord è indissolubilmente legata al crollo del Pentapartito ed alle manovre, iniziate con la firma del Trattato di Maastricht, per traghettare l’Italia verso la nascente Unione Europea a qualsiasi costo: vergognose privatizzazioni, saccheggi del risparmio privato, attentati terroristici e giustizialismo spiccio. Studiare l’origine della Lega Nord significa quindi completare l’analisi dell’infamante biennio 1992-1993 che travolse la Prima Repubblica e forgiò la Seconda, dove Umberto Bossi ha giocato un ruolo di primo piano.
La Lega Nord nasce ufficialmente nel febbraio del 1991, come federazione della Lega Lombarda, della Liga Veneta, del Piemont Autonomista e dell’Union ligure: esula dalla nostra analisi, ma chi volesse indagare sul periodo proto-leghista, scoprirebbe quasi certamente che anche questi movimenti autonomisti nascono nel medesimo humus massonico-atlantista da cui germoglierà poi il Carroccio. È sufficiente dire che la Liga Veneta, certamente la lega più radicata ed “antica”, risalendo ai primi anni ‘80, compie i primi passi presso l’istituto privato linguistico Bertrand Russel di Padova, dove nel 1978 è istituito un corso di storia, lingua e civiltà veneta. Chi volesse scavare più indietro ancora, potrebbe riallacciarsi alla lunga serie di attentati destabilizzanti, di matrice autonomista e secessionista, che colpiscono tra gli anni ‘50 e ‘60 il Nord-Est dove, è bene ricordarlo, la concentrazione delle forze armante angloamericane è più alta che in qualsiasi altra parte dell’Italia continentale (Camp Ederle ed Aviano). L’idea di superare le leghe su base “etnica” e di federarle in un’unica Lega allargata all’intero Nord, ribattezzato all’occorrenza come “Padania”, è comunque ufficialmente attribuita ad Umberto Bossi.
È però legittimo chiedersi se il parto del Carroccio sia effettivamente naturale e se “il Senatur” (titolo che Bossi si conquista nel 1987 entrando in Senato) ne sia effettivamente l’autentico padre, oppure se, come nel caso del Movimento 5 Stelle, dietro la genesi della Lega Nord non si nasconda una regia molto più sofisticata ed altolocata. Diversi elementi fanno propendere per la seconda ipotesi, declassando Umberto Bossi al ruolo di capo carismatico di facciata, di semplice tribuno e di arringatore: la stessa funzione, per intendersi, svolta da Beppe Grillo nel M5S. Siamo infatti nel febbraio 1991, il muro di Berlino è crollato da due anni e l’Unione Sovietica collasserà entro pochi mesi: l’oligarchia atlantica ha già stilato i suoi piani per il “Nuovo Ordine Mondiale” che, calati nella realtà italiana, significano l’abbattimento della Prima Repubblica, l’archiviazione della DC e del PSI, lo smantellamento dell’economia mista e, se possibile, anche un nuovo assetto geopolitico per la penisola. Da attuare attraverso la Lega Nord e parallele leghe indipendentiste in Meridione e sulle isole.
L’accoglienza che la grande stampa anglosassone riserva al neonato Carroccio, simile a quella che il Movimento 5 Stelle riceverà a distanza di 15 anni, non lascia adito a dubbi circa l’interessamento che Londra e Washington nutrono per la neonata formazione nordista: il 4 ottobre 1991 il Wall Street Journal definisce la formazione di Umberto Bossi come “il più influente agente di cambiamento della scena politica italiana”, nel gennaio 1992 il settimanale statunitense TIME definisce Bossi come il leader più popolare e temuto della politica italiana, il 28 marzo 1992 il settimanale inglese The Economist, megafono della City, accomuna la Lega Nord al Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, definendolo come “l’unico fattore di rinnovamento nel decadente panorama politico italiano”. Sono le stesse settimane in cui Mario Chiesa, esponente socialista e presidente del Pio Albergo Trivulzio, è arrestato per aver intascato una bustarella: è il primo atto di quell’inchiesta giudiziaria, Mani Pulite, destinata a travolgere il Pentapartito e la Prima Repubblica.
Non c’è dubbio che la Lega Nord debba “completare”, nei piani angloamericani, l’inchiesta di Tangentopoli: il pool di Mani Pulite è incaricato di smantellare la DC ed il PSI, mentre il Carroccio ha lo scopo di intercettare i voti in fuga dai vecchi partiti prossimi al collasso. Il trait d’union tra il palazzo di giustizia milanese e la Lega Nord è fisicamente incarnato dal console americano Peter Semler: il funzionario statunitense che alla fine del 1991, un paio di mesi prima dell’arresto di Mario Chiesa, “’incontra” Antonio di Pietro nei suoi uffici per discutere delle imminenti inchieste giudiziarie. Lo stesso funzionario che, quasi contemporaneamente, “incontra” i dirigenti della Lega Nord. Ha affermato Semler in un’intervista a La Stampa del 20124:
“Ricordo che un primo gennaio (del 1992, Ndr) ebbi un pranzo con due leader della Lega e quello che mi colpì di più era un ex poliziotto, ex militare. Giocammo al golf club di Milano e mi dissero: “Cambierà tutto”. Ma a Roma Secchia continuava a dirmi: “Basta perdere tempo con queste storie”.
C’è da scommettere che non siano stati i due leader della Lega Nord ad avvertire il console americano che tutto sarebbe cambiato, bensì l’opposto. Il Carroccio, infatti, con la sua corrosiva e talvolta violenta retorica contro la partitocrazia, la vecchia classe dirigente della Prima Repubblica, lo Stato clientelare ed assistenzialista (si ricordi il cappio sventolato nel 1993 a Montecitorio, per “appendere” i politici corrotti), è parte integrante della manovra angloamericana per smantellare il PSI e la DC.
Perché, però, l’attacco è sferrato “su base regionale”, attraverso una formazione che inneggia alla Padania onesta e laboriosa, contro la Roma corrotta e la ladrona, sede di “un Parlamento infetto”? Perché la stessa funzione non è assolta da un partito di protesta “nazionale”, come il Movimento 5 Stelle? Compito della Lega Nord è anche quello di attuare il piano geopolitico che l’establishment atlantico ha in serbo per l’Italia in questa drammatica fase della vita nazionale: passare dall’Italia unita all’unione, o confederazione, di tre macroregioni. La Repubblica del Nord (o Padania), una repubblica del Centro ed una del Sud: è il periodo, infatti, delle “stragi mafiose” e Cosa Nostra ed il Carroccio sembrano lavorare all’unisono (d’altronde, la regia a monte è comune) per ritagliarsi ognuno il proprio feudo, cannibalizzando lo Stato nazionale.
Veniamo così ad una figura chiave della Lega Nord delle origini, il personaggio politico che avrebbe dovuto essere “la mente” del processo di secessione della Repubblica dal Nord: Gianfranco Miglio (1918-2001). Allievo del filosofo liberale Alessandro Passerin d’Entrèves (a lungo docente all’Università di Oxford e quella di Yale) e del giurista Giorgio Balladore Pallieri (primo giudice italiano alla Corte europea dei diritti dell’uomo), professore all’Università Cattolica di Milano, teorizzatore del decisionismo, studioso del federalismo ed ascoltato consulente in materia di riforme costituzionali, “giacobino di destra”, Gianfranco Miglio è un intellettuale molto gettonato dai politici e dagli alti manager della Prima Repubblica in cerca di consigli: comincia coll’assistere Eugenio Cefis ( presidente dell’ENI dal 1967 al 1971 e della Montedison dal 1971 al 1977), per poi diventare consulentedel premier Bettino Craxi.
Nei tumultuosi anni che seguono la caduta del muro di Berlino, il professor Miglio compie  una spettacolare e singolare metamorfosi: nel giugno del 1989, constata la precarietà delle finanze pubbliche e del panorama politico italiani, suggerisce nientemeno che “sospendere le prove elettorali per un certo periodo, dar vita a un lungo Parlamento, bloccare il ricambio parlamentare, che so, per 8-10 anni.5”, affidando quindi poteri speciali al Pentapartito per fronteggiare le emergenze. Dopo nemmeno due anni, Miglio è invece diventato “l’ideologo” della costituenda Lega Nord ed il più severo e spietato censore della partitocrazia, dello Stato parassitario e della deriva mafiosa del Meridione: è difficile spiegare questo repentino cambiamento ed il suo “affiancamento” a Umberto Bossi, se non come un’operazione studiata a tavolino, concepita da quegli “ambienti liberali ed anglofoni” che Miglio frequenta sin dalla gioventù.
Gianfranco Miglio è l’architetto di quelle riforme costituzionali che dovrebbero scardinare l’assetto geopolitico dell’Italia, servendosi della Lega Nord e di Umberto Bossi come semplici grimaldelli. Esisterebbero, secondo il professore, due Italie: una europea, da agganciare alla nascente Unione Europea, ed una mediterranea, da abbandonare alla deriva verso il Levante ed il Nord Africa. Lo Stato unitario ha fatto il suo tempo e sulle sue macerie bisogna edificare uno Stato federale, o meglio ancora confederale, costruito da tre entità separate: una Repubblica del Nord, una del Centro ed una Sud. Al governo centrale della neo-costituita Unione Italiana, spetterebbero soltanto più la difesa esterna e parte della politica estera (“perché una certa autonomia in questo campo dovrà spettare ai singoli membri della federazione”). Il disegno sottostante alle ricette di Miglio è chiaro: sfruttare l’inchiesta di Tangentopoli che sta sconquassando la politica, il crollo del Pentapartito, la strategia della tensione e l’emergenza finanziaria, per cancellare l’Italia unitaria come soggetto geopolitico. Un’Italia che, con Enrico Mattei, Aldo Moro e le politiche filo-arabe di Bettino Craxi e Giulio Andreotti, ha dimostrato di poter infastidire gli angloamericani nello strategico bacino mediterraneo.
Le elezioni politiche del 5 aprile 1992 vedono la Lega Nord raccogliere una discreta percentuale dei voti in uscita dalla DC e dal PSI: in Lombardia il Carroccio raccoglie il 23% delle preferenze, ad un solo punto dai democristiani, ma si ferma all’8,65% a scala nazionale e le varie leghe del Sud non decollano. “Non è andata così bene, dovevamo essere determinanti” commenta Bossi: già, perché la secessione della Repubblica del Nord dal resto dell’Italia, implica una forza elettorale che la Lega Nord, all’atto pratico, dimostra di non avere. I 55 deputati e 25 senatori sono comunque un prezioso patrimonio, utile per portare a compimento la demolizione della Prima Repubblica ed il rapido smantellamento dell’economia mista, come auspicato dai croceristi del Britannia.
Non c’è una singola mossa del Carroccio, infatti, che si discosti dall’agenda che l’establishment atlantico ha in serbo per l’Italia: la Lega è decisiva per bloccare l’elezione di Giulio Andreotti al Quirinale, si schiera contro l’ipotesi di una presidenza del Consiglio affidata a Bettino Craxi, è favorevole ad un aggressivo piano di privatizzazioni (“Gli economisti di Bossi credono nella Thatcher6 titola la Repubblica, riportando che la Lega vuole “privatizzare tutte le imprese di Stato dall’ Iri all’ Eni all’ Efim. Senza risparmiare le banche pubbliche come Bnl, Comit, Credito italiano, San Paolo di Torino. Largo ai privati anche per le Ferrovie, l’ Enel e le Poste”), è fautrice di un liberismo spinto contrapposto allo Stato-padrone, definito ovviamente come “parassitario, bizantino, romano-centrico, corrotto, ladrone, etc. etc. Non solo, il Carroccio gioca di sponda con “le menti raffinatissime” che stanno attuando una spietata strategia di destabilizzazione per meglio saccheggiare i risparmi degli italiani e l’industria pubblica: mentre i servizi segreti “deviati” piazzano bombe in tutt’Italia e gli squali dell’alta finanza si accaniscono sui Btp, la Lega Nord getta altra benzina sul fuoco, incitando allo sciopero fiscale, sconsigliando di comprare i titoli di Stato, evocando la separazione del Sud mafioso dal resto dell’Italia, gridando all’imminente secessione della Padania.
Ma se la casa crolla, il Nord deve andarsene…” è un sintomatico titolo di la Repubblica del 31 dicembre 19927. Nell’articolo il professor Miglio dipinge un futuro a tinte fosche per l’Italia e pronostica un prossimo drammatico peggioramento della situazione economica, anticamera della secessione della Repubblica del Nord: Se si arrivasse a non riuscire a controllare più niente, se non si riuscisse più ad avere i servizi, se la sicurezza e le garanzie crollassero è evidente che ciascuno penserebbe a se stesso. Probabilmente anche il Sud se ne andrebbe per conto suo”. Le parole dell’ideologo del Carroccio sono musica per chi, a Washington e Londra, lavora per tenere l’Italia in costante fibrillazione.
Siamo ora nel 1993 e l’inchiesta di Mani Pulite ha sortito gli effetti sperati: la DC ed il PSI, i vincitori morali della Guerra Fredda, sono stato spazzati via dal pool di Milano. L’unico grande partito risparmiato dalle inchieste giudiziarie è stato il PCI, riverniciato ora come PDS, cui gli angloamericani contano di affidare il governo facendo affidamento sulla sua ricattabilità (nella Russia allo sfascio si comprano gli archivi del KGB a prezzo di saldo). Se dalle prossime elezioni uscisse un Nord saldamente in mano al Carroccio ed un Centro-Sud in mano alla sinistra, si concretizzerebbe lo scenario di una secessione de-facto della Padania dal resto dell’Italia.
Per la Lega Nord non che resta, a questo punto, che ricevere la benedizione “ufficiale” da parte dell’establishment atlantico, dopo lunghi rapporti reconditi ed opachi: il 18 ottobre 1993 una delegazione del Carroccio si reca in visita al Quartiere generale della NATO a Bruxelles ed il 23 ottobre è la volta degli Stati Uniti, con una prima tappa a New York per incontrare il milieu dell’alta finanza e di Wall Street ed una seconda tappa a Washington, dove sono in programma pranzi di lavoro con deputati e senatori repubblicani ed esponenti della National Italian American Foundation (sic!)8.
In questo quadro, “la discesa in campo” di Silvio Berlusconi annunciata nell’autunno del 1993 è un evento non previsto dall’establishment atlantico: la neonata Forza Italia si impone alle elezioni politiche del 27-28 marzo 1994, drenando buona parte dei voti in uscita dal PSI e dalla DC ed imponendosi come primo partito del Nord Italia. La Lega Nord, ferma all’8% delle preferenze su scala nazionale, dimostra ancora di non avere una forza sufficiente per strappare la secessione della Padania ed attuare gli ambiziosi cambiamenti costituzionali sognati da Gianfranco Miglio. Forte di 122 deputati e 59 senatori, la Lega Nord dispone però di manipolo di parlamentari sufficienti per staccare la spina al primo governo Berlusconi, di cui è entrata a far parte nella cornice del Popolo della Libertà. Riemerge quindi la natura della Lega Nord come strumento politico nelle mani di Londra e Washington: quando Berlusconi, durante la conferenza mondiale dell’ONU contro la criminalità organizzata, riceve un invito a comparire dal pool di Milano, Umberto Bossi completa l’operazione per disarcionare il Cavaliere, togliendogli la fiducia ed avvallando “il ribaltone” che insedia l’ex-Bankitalia Lamberto Dini a Palazzo Chigi.
Si marcia così rapidamente verso nuove elezioni ed ancora una volta il Carroccio agisce in perfetta sintonia con l’establishment atlantico: scegliendo di correre da solo e di non rinnovare l’alleanza col Popolo della Libertà, spiana la strada ai governi di Romano Prodi e Massimo D’Alema: seguirà “il Contributo straordinario per l’Europa”, la scandalosa privatizzazione della Telecom, “la marchant bank” di Palazzo Chigi, la liquidazione finale dell’IRI, il vergognoso cambio di 2.000 lire per ogni nuovo euro, l’avvallo alle operazioni militari della NATO contro la Serbia. E così, mentre quel rimane dell’economia mista è smantellato a prezzi di saldo ed i risparmi degli italiani sono immolati sull’altare della moneta unica, Umberto Bossi continua a blaterare di secessione, di camice verdi, di milizie armate del Nord, di rivolta fiscale, etc. etc.: utile idiota manovrato dall’oligarchia atlantica. La Lega Nord tornerà al governo solo dopo le elezioni politiche del 2001, quando i giochi “europei” sono ormai fatti.
Le vicende della Lega Nord, di Gianfranco Miglio e di Umberto Bossi sono legate a doppio filo alla nascita Seconda Repubblica, alla perdita di qualsiasi sovranità nazionale ed all’avvento della moneta unica. Il Senatur ne è in fondo perfettamente cosciente e, intervistato dal Corriere della Sera, ha recentemente affermato9:
Se venisse giù l’euro, verrebbe giù tutto, una situazione che nessuno saprebbe gestire. Tra l’altro, pagheremmo di più le materie prime, cosa che per un Paese di trasformazione come l’Italia sarebbe un disastro. Berlusconi parla di doppia moneta, il che è una presa per il culo. Ma non è che Berlusconi non sia in grado di capire le cose…”
Sono le ultime battute dell’ennesima “stampella del potere”.

VIDEO -
Gianfranco Miglio parla di Secessione ospite di Gad Lerner
https://www.youtube.com/watch?time_continue=346&v=kz3ZIVI3Dug&feature=emb_logo

Bibliografia
Il vento della Padania, Guido Passalacqua, Mondadori, 2009
Dalla Liga alla Lega, Francesco Jori, Marsilio, 2009
Come cambiare, Gianfranco Miglio, Mondadori, 1992

1http://www.repubblica.it/politica/2016/11/27/news/lega_bossi_chiede_congresso_base_stufa_salvini-152955314/
2http://www.corriere.it/politica/17_marzo_14/bossi-la-lega-nazionale-morira-1392067c-082d-11e7-b69d-139aae957b51.shtml
3http://www.ilgiornale.it/news/politica/attacco-frontale-bossi-segretario-secessione-resto-sono-1308152.html
4http://www.lastampa.it/2012/08/30/italia/cronache/di-pietro-mi-preannuncio-l-inchiesta-su-craxi-e-la-dc-DOydQU77k6yZcRwHkpJc9I/pagina.html
5http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1989/06/01/miglio-ha-una-proposta-dieci-anni-senza.html?ref=search
6http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/01/30/gli-economisti-di-bossi-credono-nella-thatcher.html?ref=search
7http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/12/31/ma-se-la-casa-italia-crolla.html?ref=search
8http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1993/10/15/Politica/LEGA-NORD-DAL-18-VISITA-ALLA-NATO-POI-NEGLI-USA_130800.php

Nessun commento:

Posta un commento