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mercoledì 4 giugno 2014

COME RISOLVERE LA CRISI ITALIANA
UNA PALUDE
da bonificare
di Filippo Giannini


Per uscire dalla crisi che ci attanaglia dobbiamo ripartire dall’aprile 1945. Lo storico Rutilio Sermonti, ne L’Italia nel XX Secolo, scrive: «La risposta poteva essere una sola. Perché le democrazie volevano un generale conflitto europeo, quale unica risorsa per liberarsi della Germania – formidabile concorrente economico – e soprattutto dell’Italia. Questo è necessario comprendere se si aspira alla realtà storica: soprattutto dell’Italia». Perché Sermonti attesta questo? Ce lo spiega il grande scrittore irlandese Bernhard Shaw, che nel 1937 così si esprimeva: «Le cose da Mussolini già fatte lo condurranno, prima o poi, ad un serio conflitto con il capitalismo». Bernhard Shaw non dovette attendere molto per la conferma di quanto attestato. Infatti, i Paesi capitalisti dovevano far presto: le idee di Mussolini si stavano espandendo e minacciavano il potere mondiale dei Rockefeller, dei Rothschild e degli altri 250-300 in parte oscuri personaggi in grado di fissare e imporre le linee guida in politica e, quindi, nell’economia di tutti i Paesi del mondo: la politica guidi l’economia, non viceversa.
Zeev Sternhell, ebreo, professore di Scienze Politiche presso l’Università di Gerusalemme, col saggio La terza via fascista (Mulino, 1990), afferma: «Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominarono i primi anni del secolo». Sono proprio le soluzioni sociali ad attrarre maggiormente il giudizio del professore di Scienze Politiche: «Il corporativismo riuscì a dare la sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse dellepossibilità completamente nuove di mobilità verso l’alto e di partecipazione». In queste ultime osservazioni possiamo intravedere le cause che portarono, da lì a pochi anni, alla «svolta» drammatica.
La cosa appare più chiara leggendo un’altra considerazione sempre di Sternhell: «Il potere dello Stato incide sulla mobilitazione dell’economia nazionale, sulle possibilità di programmazione economica su larga scala e favorisce l’unità morale e l’unanimità spirituale delle masse». La lotta politica a livello mondiale si sposta sul binomio: civiltà del lavoro e civiltà del denaro. E fu la Seconda guerra mondiale.
La risposta italiana alla grande crisi economica mondiale del 1929 fu che, nel giro di poco tempo, l’Italia di quegli anni realizzò una tale mole di lavori pubblici, come non avvenne in nessun altro Paese; e senza ruberie.

Giorgio De Angelis scrive: «L’onda d’urto provocata dal risanamento monetario non colse affatto di sorpresa la compagine governativa e provvedimenti di varia natura attenuarono, ove possibile, i conseguenti effetti negativi soprattutto nel mondo della produzione (…). L’opera di risanamento monetario, accompagnata da un primo riordino del sistema bancario, permise comunque al nostro Paese di affrontare in condizione di sanità generale la grande depressione mondiale sul finire del 1929 (…)».
Il professor Gaetano Trupiano, ha affermato: «Nel 1929, al momento della crisi mondiale, l’Italia presentava una situazione della finanza pubblica in gran parte risanata; erano stati sistemati i debiti di guerra, si era proceduto al consolidamento del debito fluttuante con una riduzione degli oneri per interessi e le assicurazioni sociali avevano registrato un sensibile sviluppo».
I ministri finanziari del Governo Mussolini e, ultimo in ordine di tempo fra questi, Antonio Mosconi, riuscirono a far sì, che negli anni fra il ‘25 e il ‘30, i conti nazionali registrassero attivi da primato. Vennero intraprese iniziative che ancor oggi non mancano di stupire per la quantità e la qualità dei meccanismi messi in opera e per il successo da esse ottenute. Oggi, sembra una menzogna; ma fu realtà.
Lo Stato affrontò la crisi congiunturale spaziando «dalla politica monetaria alla politica creditizia, dalla politica finanziaria alla politica valutaria, dalla politica agricola alla politica industriale, dalla politica dei prezzi alla politica dei redditi, dalla politica fiscale alla politica del commercio estero, dalla politica previdenziale alla politica assistenziale» (Sabino Cassese). In conseguenza di ciò, lo Stato italiano divenne titolare di una parte delle attività industriali.
Seguendo questa impostazione, la cura fu quella più appropriata per il superamento della crisi, anche se comportò sacrifici: per sostenere le industrie a fine 1930 si rese necessaria una riduzione dei salari dell’8 per cento circa per gli operai; per gli impiegati la riduzione variò, a seconda dell’entità delle retribuzioni, dall’8 al 10 per cento. Il sacrificio venne, però, quasi subito compensato dalla contrazione dei prezzi delle merci, per cui il valore reale d’acquisto ammortizzò in breve tempo l’entità del taglio. Sacrifici affrontati dal popolo con disciplina e partecipazione.
Nel periodo di maggior ristagno l’attività del Governo si svolse con due diversi interventi. Uno, immediato, indirizzato ad assistere le famiglie più colpite dalla grande crisi: taglio degli stipendi e dei salari; riduzione delle ore lavorative per evitare, il più possibile, il licenziamento; l’introduzione della settimana lavorativa a 40 ore (operazione che comportò il riassorbimento di 220 mila lavoratori); la diminuzione dei fitti; una forte riduzione delle spese nei bilanci militari; opere di assistenza diretta, come distribuzione di buoni viveri e centri di distribuzione di pasti.Il secondo, tendente ad incrementare gli investimenti statali nelle grandi opere. Ci riferiamo alle Fiere e attività similari. Non ultima, quella di Napoli, la Mostra Triennale delle Terre Italiane d’Oltremare: concepita per far sì che ogni tre anni Napoli fosse al centro degli scambi economici e culturali fra l’Africa e l’Europa, una iniziativa che oggi sarebbe ancor più valida per fronteggiare il fenomeno della migrazione. Per rimanere a Napoli, ricordiamo la realizzazione degli ospedali collinari (il XXIII Marzo, poi intitolato a Cardarelli; il Principe di Piemonte, ribattezzatoMonaldi; la Stazione Marittima; la Stazione di Margellina; il nuovo rione Carità con i palazzi delle Poste, delleFinanze, della Provincia e dei Mutilati; il Collegio Costanzo Ciano per 3 mila ragazzi; la nuova sede del Banco di Napoli; il palazzo dell’INA, e numerosi rioni di case popolari.
Mussolini e i suoi collaboratori erano consapevoli dell’importanza che queste istituzioni potevano esercitare nel settore commerciale: negli scambi, nelle contrattazioni e nel rilevante stimolo che tutto ciò poteva esercitare per la produzione e acquisto di beni, anche di origine lontana o di lontana destinazione.
«Sotto il dominio fascista, ci viene detto, l’Italia subì un rapido sviluppo con l’elettrificazione dell’intero Paese, lo sviluppo e il fiorire delle industrie dell’automobile e della seta, la creazione di un moderno sistema bancario, la prosperità dell’agricoltura, la bonifica di notevoli aree agricole (…), la costruzione di una larga rete di autostrade ecc. (…). Il rapido progresso dell’Italia dopo la Seconda guerra mondiale e il fatto che oggi è già in marcia verso uno sviluppo intensivo capitalistico sarebbe impensabile senza i processi sociali iniziati durante il periodo fascista».Così Mihaly Vajda scrive in The Rise of Fascism in Italy and Germany.
Sembra incredibile, ma l’ulteriore sferzata di dinamismo alla politica mussoliniana venne impartita proprio per battere la grande crisi. Così, mentre negli anni Trenta tutto il mondo era soggiogato dalla crisi economica, in Italia iniziò un’attività, con interventi in tutti settori della vita economica, sociale, urbanistica e produttiva. I benefici si proietteranno nei decenni a venire.
Dalla politica agraria, ispirata e pilotata da Arrigo Serpieri, nacquero le leggi sulla bonifica e le trasformazioni agrarie. Queste opere furono affidate all’Opera Nazionale Combattenti (ONC), creata nel 1917 per il reinserimento dei reduci nella vita civile.
Grazie ai reduci ed alle loro famiglie, l’Operazione Bonifica, iniziata nel basso Veneto ed in Emilia, si allargò alle altre zone d’Italia interessate: dalle Paludi Pontine a Maccarese, l’Isola Sacra, Acilia, Ardea, la Sardegna, Metaponto, Campania, Puglie, Calabria, Lucania, Sicilia, Dalmazia. La terra strappata alle paludi portò a nuovi posti di lavoro: strade, acquedotti, reti elettriche, borghi rurali ed ogni genere di infrastrutture. La bonifica di Serpieri diventò strumento di progresso economico.
Questi miracoli venivano seguiti e apprezzati anche all’estero, tanto da muovere l’ammirazione e la curiosità di tecnici europei, americani e sovietici. Le Corbusier, il maestro francese del movimento moderno d’architettura, venne a Roma e in una conferenza tenuta all’Accademia d’Italia, elogiò i pregi delle nuove città.
Non dimentichiamo le grandi opere realizzate in Somalia, Eritrea e in Libia. Si devono alla instancabile attività di Carlo Lattanzi la bonifica e la messa a coltura, in Libia, di ampie aree a grano, oliveti, vigneti, frutteti ecc. su oltre 2.600 ettari di terreni aridi e sabbiosi.
Armando Casillo (dal cui lavoro abbiamo attinto alcuni dati) riporta i risultati delle bonifiche e delle leggi rurali: 5.886.796 ettari bonificati, tra il 1923 e il 1938. E un confronto è necessario fra il periodo pre-fascista, quando in 52 anni nell’intera Penisola furono bonificati appena 1.390.361 ettari. Né va dimenticata la sconfitta della malaria, causa di centinaia di morti ogni anno.
Un altro dato significativo sulla qualità tecnica raggiunta nel settore agricolo dal nostro Paese è la comparazione fra i 16,1 quintali di frumento per ettaro prodotti nelle terre bonificate e la produzione statunitense, considerata la migliore, ferma a 8,9 quintali/ettaro. «L’attribuzione ai braccianti di poderi nelle zone di bonifica è il fiore all’occhiello della politica rurale fascista. Come si vede, traguardi che cambiarono il volto dell’Italia» (Armando Casillo).
La spinta impressa da Mussolini alle opere del Regime si indirizza sempre a nuove mete. Si può ben dire che negli anni della bonifica integrale «tutto il territorio italiano era un’enorme, bruciante, palpitante, esaltante fucina di opere, azionata da braccia, da idee, da inesauribile volontà di cambiare il volto a un’Italia rurale che aveva dormito per secoli» (Armando Casillo).
In piena congiuntura economica mondiale la fantasia produttiva italiana era riconosciuta ovunque. Il 22 dicembre 1932, il deputato laburista inglese Lloyd George rimproverava il suo Governo di inerzia e lo spronava a risolvere i problemi della disoccupazione, proponendo di «fare come Mussolini nell’Agro Pontino».

Ancora più incisivamente il giornale Noradni Novnij di Brno, il 15 dicembre 1933, scriveva: «Con successo infinitamente superiore a quello annunciato per il suo piano da Stalin, in Russia si è fatta un’opera di costruzione, ma in Italia si è compiuta un’opera di redenzione, di occupazione. All’altra estremità dell’Europa si costruiscono enormi aziende, città gigantesche, centinaia di migliaia di operai sono spinti con folle velocità a creare un’azienda colossale per il dumping [rifiuti, N.d.R.] che dovrà portare la miseria a milioni di altri Paesi europei. Mentre invece in Italia il piano Mussolini rende una popolazione felice e nuove città sorgono in mezzo a terre redente, coperte ovunque di biondi cereali».
I consensi non riguardavano soltanto i metodi usati dal Governo italiano per superare la crisi congiunturale, ma partivano dagli anni precedenti.
Lo svedese Goteborgs Handels il 22 marzo 1928 scriveva: «Non si può davvero non restare altamente sorpresi di fronte al lavoro colossale che il Governo fascista viene svolgendo con una incredibile intensità di energia: amministrazione pubblica radicalmente cambiata, ordinamento sociale posto sulla nuova base della organizzazione sindacalista, trasformazione dei Codici, riforma profonda della istituzione e un tipo di rap­presentanza nazionale affatto nuovo negli annali del mondo».
Il londinese Morning Post del 29 ottobre 1928: «L’opera del fascismo è poco meno che un miracolo». Il prestigioso Daily Telegraph del 16 gennaio 1928: «II fascismo non è soltanto uno sforzo verso un nuovo sistema politico, ma un nuovo metodo di vita. Esso è perciò il più grande esperimento compiuto dall’umanità dei nostri tempi».
Altri dati rivelano che quanto si scriveva nel mondo era ben meritato. Nel 1922 i braccianti erano oltre 2 milioni: nei primi anni del ‘40 il loro numero si ridusse a soli 700 mila unità, gli altri erano divenuti proprietari, mezzadri o compartecipi di piccole o grandi aziende. Nella sola Sicilia i proprietari terrieri passarono dai 54.760 del 1911 a 222.612 del 1926. Questo è un ulteriore dato che può far meglio comprendere lo sforzo compiuto in quegli anni.
Possiamo quindi dire che l’obiettivo politico fu, in gran parte, centrato. Questo avveniva mentre nel mito marxista la collettivizzazione delle terre risultava fallimentare e affogata nel sangue e nella disperazione. Mussolini al contadino del kolchoz di Lenin o Stalin contrapponeva il contadino italiano compartecipe della produzione.
Nacquero così, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, nuovi ceti di piccoli proprietari, superando i motivi della lotta di classe e creando lo «strumento di pace e di giustizia sociale».
Attratto dal grande rumore sollevato dal miracolo italiano, il Mahatma Gandhi, dopo essersi fermato nel corso di un viaggio a Parigi e in Svizzera, volle passare per l’Italia. Sostò a Milano, quindi a Roma, dove si fermerà l’11 e il 12 dicembre 1930. In quest’ultimo giorno Gandhi fu ospite, a Villa Torlonia, del Duce, appagando, così, il desiderio di incontrare il capo del Fascismo. Intervistato poi dal Grande Oriente, organo della comunità italiana al Cairo, (9 settembre 1931), rilasciò le seguenti dichiarazioni: «Tra tutte le Nazioni che dopo la guerra, tendono con sforzi vigorosi, ad affermarsi e a creare una realtà, l’Italia occupa un posto privilegiato e distinto. Perciò Mussolini che è l’animatore di questo risveglio, ha tutta la mia ammirazione».

Per concludere; dato che da decenni siamo colpiti da coma cerebrale, porrò una semplice domanda: Dato che i principi dell’economia non cambiano nel corso degli anni (ho scritto i principi dell’economia), e dato che negli anni ’30 dell precedente secolo l’allora crisi congiunturale fu superata con grande successo, per vincere la crisi che ci attanaglia in questi anni, perché non utilizzare gli stessi principi oggi? Qualora ci fossero dei vincoli, sorti in questi anni, non si potrebbe trovare il modo di sospendere, anche temporaneamente detti vincoli per riesaminarli, eventualmente più avanti?

http://dev.dsmc.uniroma1.it/dprs/sites/default/files/16.html

domenica 14 novembre 2010

10X30X12X65=TRUFFA Mussolini, il Fascismo e gli Ebrei


12.11.2010 - No, amici lettori, non “stò dando i numeri”, almeno per ora. La spiegazione: 10 (volte al giorno, almeno) X 30 (giorni al mese) X 12 (mesi/anno) X 65 anni = 234.000, numero che indica il potere della truffa a cui sono stati sottoposti gli italiani con le menzogne e la storia artefatta. E vero o non è vero che (almeno) dieci volte al giorno, per trenta giorni, per dodici mesi/anno, per più di sessatacinque anni, sui mezzi di informazione (giornali, radio, televisione) si parla di fascismo e mai, almeno una volta, una sola volta, sia presente uno storico vero che possa confutare tutta la squadra di saputoni pronti a condannare il fascismo e mai, ripeto, che dall’altra parte sia presente qualcuno che contesti le menzogne propinate dai democratici avidi di potere.

Potere che viene ottenuto solo dimostrandosi antifascista, più antifascista del concorrente.

Perché? Come ho ripetuto tante volte, un SERIO confronto fra il regime imposto dai liberatori e quello di Mussolini, risulterebbe stridente a danno del primo.

Con il mio precedente articolo “Shoah; cosa ne penso io?” avevo risposto al signor A/A e alle sue accuse sullo sterminio degli ebrei e, neanche a dirlo, il signor A/A addossava buona parte della colpa a Benito Mussolini. Ecco le argomentazioni del signor A/A: “la Petacci avrebbe scritto che Mussolini le avrebbe confidato…”; “pare che Hitler abbia detto…”; “io credo che…”; “considerati come…”; “Hitler non avrebbe…”. “Avrebbe scritto, pare che abbia detto, io, io credo che”, “non avrebbe”; il signor A/A ha posto in meno di mezza pagina tanti, troppi condizionali per essere convincente. Sarà un mio grave difetto, ma prima di scrivere ho il vizietto di documentarmi, e credo mai ho usato dei condizionali; risulterei poco credibile.

E necessaria una premessa: le leggi razziali furono certamente un’infamia, ma per comprenderne le motivazioni è indispensabile immetterle nel periodo storico del momento.

Scrive ancora il sig. A/A: “In Italia funzionari, ufficiali e anche gerarchi erano molto più umani di Mussolini”, e ancora: “(Mussolini) sarebbe stato sempre antisemita fin dal 1923”. Evidentemente il sig. A/A è rimasto scioccato da quel che io ho indicato come il 10X30X12X65, altrimenti non potrebbe sostenere sciocchezze del genere. E Mussolini stesso a rispondere a questa accusa; ( Yvonne De Begnac, Taccuini mussoliniani, pag. 630): “Io, preminentemente, contro gli ebrei? Ma se lo fossi stato, avrei portato in Parlamento i Dino Philipson, i Gino Arias, i Guido Jung, i Riccardo Luzzatti, i Gino Olivetti, la cui azione ha addotto normalizzazione in un Paese – che, privo di stabile equilibrio economico – si sarebbe avviato a sicura catastrofe?”

Ma andiamo avanti.

Sin dal 1927 il rabbino di Roma, Angelo Sacerdoti, presentò a Mussolini un memoriale per una legislazione unica. Venne prontamente nominata una commissione di studi presieduta da Angelo Sereni. Il ministro Rocco, esaminati gli incartamenti, designò a sua volta una commissione per “predisporre un progetto di legge per la riforma e l’unificazione delle norme che regolano, nelle varie regioni del Regno, le università israelitiche” (R. De Felice, “Storia degli ebrei sotto il fascismo”, pag.103). “Alla fine di ottobre dello stesso anno la commissione aveva terminato il suo lavoro e presentava al ministro il progetto corredato da un’ampia relazione”. Questa subì, in sede governativa, lievi modifiche e venne redatta in D.L. n. 1731 - 30 ottobre 1930. Norme aggiuntive costituirono definitivamente le nuove leggi della comunità con D.L. n.1279 del 24 settembre 1931 e n. 1561 del 19 novembre 1931. Sono leggi che a 80 anni dalla loro enunciazione sono a tutt’oggi in vigore.

Scrive R. De Felice (op. cit., pag.106): “Le critiche erano poche e, sostanzialmente, di scarso peso. Sempre nello stesso numero dell’”Israel” ancora più favorevoli si mostrarono poi il presidente Sereni e il rabbino Sacerdoti: “La nuova legge che io non esito a definire la migliore di quelle recentemente emanate in altri Stati – osservava Sacerdoti – procurerà un rifiorire degli istituti ebraici italiani”.

A seguito di un successivo colloquio di Sacerdoti con Mussolini, il 7 aprile 1931, il rabbino guadagnò un nuovo riconoscimento unico nella sfera mondiale: Sacerdoti ottenne che i bambini ebrei che frequentavano le scuole elementari del Regno, potessero studiare su testi ove non fossero frequenti “i passi che trattano dei riti e del dogma cattolico”. Questo creò, ovviamente, non poche difficoltà tecniche, ma con tali leggi si parificavano i diritti dei cittadini di fede ebraica con quelli degli altri cittadini italiani.

Fino allora esisteva una notevole discriminazione nei confronti degli italiani che professavano religioni differenti da quella cattolica. Infatti la carriera direttiva all’interno dell’amministrazione statale, era preclusa ai non cattolici. La comunità ebraica italiana, a seguito dei nuovi provvedimenti legislativi, innalzò nei luoghi di culto – non solo in Italia – preci per il Capo del Governo. Fu proprio in quegli anni che Mussolini ricordò agli ebrei che la fine legale dei ghetti e la parità riconosciuta agli ebrei di fronte ai cristiani furono universalmente e giustamente esaltate “come una delle più grandi conquiste della civiltà”. Il giornale sionista “Israel” del 27 ottobre 1932, nel ricordare il decennale della “Marcia su Roma”, intitolato appunto “Decennale”, attestava: “Dopo dieci anni di regime fascista, il ritmo spirituale della vita ebraica in Italia è più intenso, assai più intenso di prima. In un clima storico come quello del fascismo riesce più facile ai dimentichi di ritrovare il cammino della propria coscienza, ai memori di rafforzarlo, presidiandolo di studi e di opere”.

Nei “Colloqui con Mussolini” di Emilio Ludwig, noto giornalista ebreo, questi incontri ebbero luogo dal ventitre marzo al 4 aprile 1932, quasi giornalmente e per circa un’ora al giorno, nel Palazzo Venezia a Roma. Mussolini ad alcune domande di Ludwig risponde: “Razza: questo è un sentimento, non una realtà; il 95% è sentimento. Io non crederò che si possa provare che biologicamente una razza sia più o meno pura”. E poche pagine più avanti: “Quelli che proclamano nobile la razza germanica sono per combinazione tutti non germanici: De Gobineau francese, Chamberlain inglese, Woltmann israelita, Laponge nuovamente francese. Una cosa simile da noi non succederà mai (…). L’orgoglio nazionale non ha bisogno di deliri di razza (…). L’antisemitismo non esiste in Italia (…). Gli ebrei italiani si sono sempre comportati bene come cittadini e come soldati si sono battuti coraggiosamente (…)”.

Nel febbraio 1934 Chajm Weizmann, in quegli anni considerato il capo del sionismo internazionale, e in futuro primo Presidente di Israele, si incontrò con Mussolini. In merito ha scritto l’ebrea Rosa Paini (“Il Sentiero della Speranza”, pag. 22): “Quel colloquio lo aveva voluto Mussolini ancora più favorevole agli ebrei, in modo da essere indotto a concedere tremila visti speciali per tecnici e scienziati ebrei che desideravano stabilirsi nel nostro Paese”. In occasione di questi provvedimenti la comunità ebraica italiana coniò una moneta: in una faccia era inciso il candelabro ebraico a sette braccia, nell’altra una scritta: “LA COMUNITA’ EBRAICA RICONOSCENTE AL RE VITTORIO EMASNUELE III E BENITO MUSSOLINI; nel 1930, su proposta di Benito Mussolini, fu varata la legge 30.X.1930.IX – Questa legge parificava i diritti dei cittadini italiani di fede Ebraica ai diritti dei cittadini italiani di fede Cattolica. Fino al varo di questa legge era esistita una notevole discriminazione nei confronti…”. Questa medaglia è oggi introvabile o accuratamente nascosta.

I rapporti, quindi, fra il regime fascista e gli ebrei sembravano risolversi nel migliore dei modi, e questo era riconosciuto anche negli Stati Uniti. Da parte fascista era dissenziente solo un piccolo gruppo, che faceva capo al giornale “La vita italiana”, guidato dal prete spretato Giuseppe Preziosi che visse sempre nella frenesia di un antisemitismo che lo accompagnerà sino al suicidio. Altri punti di dissenso verso l’apertura italiana agli ebrei si riscontrarono “nella quasi totalità dei partiti fascisti degli altri Paesi (specie quelli francese, belga, danese e inglese). Altri ancora, vedendo giungere e stabilirsi in Italia tanti ebrei profughi dalla Germania e dall’Est europeo, temettero che un così massiccio afflusso israelitico potesse rinvigorire l’opposizione antifascista e fare, economicamente e professionalmente, una pericolosa concorrenza agli italiani, in un momento, oltretutto, in cui il Paese non si era ancora ripreso completamente dai contraccolpi della “grande crisi” americana” (R. De Felice, op. cit., pag. 120).

Il sig. A/A perché non ha risposto a quanto scrissi nel mio predente articolo? Perché non ha smentito quanto scrisse lo storico Giorgio Pisanò (Noi fascisti e gli ebrei? Pag. 19): “Si giunse così al 1939, vale a dire allo scoppio della guerra e fu allora che, all’insaputa di tutti, Mussolini diede inizio a quella grandiosa manovra, tutt’ora sconosciuta o faziosamente negata anche da molti di coloro che invece ne sono perfettamente a conoscenza, tendente a salvare la vita di quegli ebrei che lo sviluppo degli avvenimenti avevano portato sotto il controllo delle forze armate tedesche”.

Ed ora il signor A/A mi permetta di insistere su una serie di “Perché” da me posti e ai quali il signor A/A non ha risposto: se i così detti sterminazionisti, così certi delle loro tesi, anziché ricorrere alla minaccia del carcere, non affrontano democraticamente un dialogo?
Perché non ha affrontato le tesi della non esistenza delle camere a gas nella Risiera di San Sabba presentate da Giorgio Pisanò?
Perché non ha risposto al motivo per cui si citano solo e sempre i morti ammazzati dalla Germania nazionalsocialista e mai quelli dal bolscevismo di Stalin, come ha documentato lo storico russo Arkady Vaksberg (Stalin against Jews)?
Perché ha eluso la risposta dell’accusa, precisa, da me rivolta a Ben Gurion che, quasi con soddisfazione “vedeva (nell’olocausto) una soluzione futura alla questione ebraica”?
Perché non cita quanto ha accusato la studiosa ebrea Hanna Arendt (La banalità del male) con queste parole: “Il contributo dato dai capi ebraici alla distruzione del proprio popolo, è uno dei capitoli più loschi di tutta questa vicenda”?
Perché non nega quanto da me scritto, che Churchill e Roosevelt organizzarono spedizioni militari a danno dei piroscafi carichi di fuggiaschi ebrei?

E l’Italia fascista cosa faceva per questi disgraziati? Ci spieghi perché decine di migliaia di ebrei, fuggiaschi dai Paesi occupati dalle truppe germaniche si rifugiavano in Italia? Eppure in Italia c’erano le "leggi razziali”! Perché non nega, come mai avvenuto, quanto scrisse nel suo rapporto Herbet Kappler, nella razzia del 16 ottobre 1943: “In un caso, per esempio, i poliziotti sono stati fermati alla porta di una abitazione da un fascista in camicia nera, munito di documento ufficiale, il quale senza dubbio si era stabilito nell’abitazione giudaica facendola passare come propria un’ora prima dell’arrivo delle forze tedesche”? Vuol sapere il nome di questo fascista? Ferdinando Natoni. Vuol sapere quanti ebrei ha salvato? Legga il mio libro. Vuol sapere cosa scrisse il giornalista e storico inglese Nicholas Farrel in proposito? “Nell’ottobre 1943 gli Alleati non tutelavano il destino degli ebrei d’Italia come aveva fatto Mussolini”.

Ora passiamo ad esaminare quanto erano cattivi i fascisti. Giuseppe Farinacci (il fascistaccio) nascondeva nella sua tipografia due ebrei: Emanuele Tornagli e la signora Jole Foà. Giorgio Almirante (ex Capo del Gabinetto del Ministro Mezzasoma nella RSI) nascose la famiglia dell’ ingegner Emanuele Levi.

Ampia documentazione è stata pubblicata dallo scrittore socialista Carlo Silvestri nel suo libro Mussolini, Graziani e l’antifascismo. Silvestri ha raccontato, tra l’altro, che “Mussolini sino alla fine si occupò della sorte degli ebrei. Ancora il 19 aprile 1945, nove giorni prima di essere appeso per i piedi a Piazzale Loreto, saputo dell’arresto da parte delle SS dell’israelita dottor Tommaso Salci di Mantova e di suo figlio Giorgio, perchè appartenenti al Partito d’Azione, Mussolini riuscì a farli liberare. Uguale intervento salvò la vita al dottor Mario Paggi, pure lui israelita liberale, denunciato alle SS da alcuni compagni di partito. E non basta. Durante tutto il periodo della Rsi una intera comunità ebraica, quella dell’avvocato Del Vecchio di Milano, visse nascosta nel palazzo della Prefettura milanese sotto la protezione di Piero Parini e col pieno consenso di Mussolini. Va detto che, a guerra finita, l’avvocato Del Vecchio volle sdebitarsi difendendo Piero Parini con una commovente arringa davanti alla Corte d’Assise straordinaria”.

Giovanni Palatucci, Questore di Fiume, Giorgio Perlasca, inviato a Budapest per acquistare bestiame, Guelfo Zamboni, Console a Salonicco, tutti fascisti sono solo alcuni nomi di funzionari che salvarono ebrei sia fornendo loro documenti falsi sia nascondendoli e facendoli fuggire dalle mire tedesche. All’insaputa di Mussolini? Ma fatemi il piacere…!

Tre anni fa ero in Australia e precisamente a Sydney e, ancora più precisamente nella favolosa spiaggia di Bondi. Ero in compagnia di una mia cara amica ebrea, la quale, neanche a farlo ad hoc nel periodo bellico, fuggì da bambina con i suoi genitori dalla Romania. E dove si rifugiarono (che matti!) nell’Italia fascista, sì, dove c’erano le famigerate leggi razziali. Ma non è di questo che voglio parlarvi, ma di quel che segue. Dicevo, eravamo a Bondi e all’ora di pranzo decidemmo di andare al club israeliano, sempre in quel sobborgo. Entrammo, era veramente un bel locale, una signora addetta al club si informò se eravamo italiani. Alla risposta affermativa ci disse che all’uscita ci avrebbe fatto un bel regalo. All’uscita ci attendeva la signora la quale ci dette la fotocopia di un documento. Una parte dello scritto, con il titolo, era in ebraico, un’altra parte, più breve, in italiano. La signora ci tradusse il titolo più o meno in questo senso: “Con infiniti ringraziamenti per la vita”. Leggendo il testo in italiano comprendemmo il significato; esso attesta: “Ad Alberto Calisse – Console Generale d’Italia – che applicando le direttive del suo governo (1) agli ebrei residenti e rifugiati nella zona di occupazione italiana in Francia ha dato alta nobile prova di umanità e di giustizia – omaggio perenne riconoscenza (2). Nizza, 10 maggio 1943”. Segue la firma di otto Rabbini, fra queste quella di Angelo Donati, probabile parente dell’attuale Rabbino di Roma Donati, il super anti-antifascista (Il documento, insieme a tanti altri, è allegato nel mio libro).

E poi che accadde? Accadde che Mussolini fu defenestrato e allo scudo protettore (come lo definì lo storico ebreo Léon Poliakov) subentrò il primo governo (chiamiamolo pure così!) antifascista che dopo poche settimane fuggì coraggiosamente, lasciando il popolo italiano, l’esercito e, sì, anche loro, gli ebrei senza “Scudo” all’ira, più che giustificata, dei tedeschi.

Tutta questa faccenda emana un acre odore di fetentissimo lezzo: se tutto questo è vero (ed è facilmente controllabile), perché gli Ebrei, invece di andarsi a inginocchiare ai piedi di quella tomba a Predappio, continuano ad imprecare su quel Morto?

La risposta posso intuirla: Essi sono la razza prediletta da Dio…

1) Per coloro che hanno la memoria confusa, per “suo governo” si intende il Governo Mussolini.
2) “omaggio perenne riconoscenza”, l’abbiamo visto con quale “riconoscenza” il Tiranno fu appeso a Piazzale Loreto.

Ho ricevuto una mail da un amico lettore, mail che tratta lo stesso argomento; la propongo.

Sempre arduo affermare una versione della storia quando da altra parte si afferma il contrario.. Entrambe le versioni poi.. basate su pochi fatti e molte opinioni..
Se tutto ciò che si dice riguardo alle persecuzioni fosse, anche solo in parte, vero.. se ne deve dedurre che Hitler era un perfetto imbecille.. e i suoi alti collaboratori una accozzaglia di cretini..
Se si volevano "sterminare" ebrei ed omosessuali sarebbe stato sufficiente rinchiuderli in recinto di filo spinato senza letti a castello, senza baracche, senza cibo e senza bevande. In due settimane lo sterminio sarebbe stato completo.
Se si voleva, al contrario, "vendicarsi" di ebrei ed omosessuali, la cosa più efficace sarebbe stata quella di organizzarli in "battaglioni speciali" da scagliare nella "fornace" dell'inferno russo, in prima linea, contro i carri armati T 34. Alla peggio si sarebbero arresi ai russi e internati nei comodi e confortevoli campi di prigionia staliniani.
Al contrario, dai racconti finora ripetuti e, sicuramente, almeno parzialmente veri, (camere a gas, forni crematori, bambini infilati su baionette, rastrellamenti, esodo forzato dai ghetti, treni sigillati, organizzazione poliziesca, stelle gialle sulla giacca, SS, cinque milioni, anzi facciamo sei.. forse anche sette.. ecc. ecc.) emerge un cretinismo di Hitler o chi per lui che fa impallidire.. Possibile che un paese in guerra, costretto a difendersi da una coalizione mondiale, invece di provvedere a difendersi utilizzando ogni possibile risorsa, si prendeva carico di una organizzazione, sia logistica che di gestione, gigantesca, costosa, onerosa, elefantiaca e, se vogliamo, poco o per nulla redditizia?
Se davvero così stavano le cose.. le "ARMI SEGRETE" in più le avevano gli "alleati" visto che i tedeschi si trastullavano a sperperare le loro preziose risorse ed energie in attività di nessuna importanza strategica e pesantemente inficianti la efficienza bellica. Il film Shingler List, per fare un esempio, parla di ebrei "salvati" dal "giusto" Shingler con la scusa di fare soldi con lavoro a basso costo utilizzato per..... fabbricare pentole e coperchi!!! Ma Hitler si preoccupava di fare le pentole per il cibo che non c'era? Per esempio, in Italia, di notoria inefficienza, le pentole, durante la guerra, non si fabbricavano più, ci si arrangiava con quelle vecchie e i negozi con fondi di magazzino!
Se questa fosse davvero la verità... quella della ossessiva persecuzione di ebrei ed omosessuali (ma le lesbiche erano esentate?), quella delle fabbriche di pentole... aut similia ... non c'é da meravigliarsi che la guerra fosse persa in partenza .. a che pro continuare a combatterla fino alla fine?
Boh......... !!

http://www.corrierecaraibi.com/FIRME_FGiannini_101112_Mussolini-il-Fascismo-e-gli-Ebrei.htm