
Roma. 24 Giugno 1943.
Questo discorso si rivolge a tutti gli Italiani che hanno un'Italia nel cuore: un'Italia, che non sia nome vano e retorico, ma qualche cosa di vivo e operante nel pensiero e nella volontà.
Parlo come fascista, quale son fiero di essere perché mi sento profondamente italiano, e perciò parlo prima di tutto come italiano che ha qualcosa da dire a tutti gli Italiani, fascisti o non fascisti, fascisti della tessera e fascisti della fede.
Dico fascisti della tessera e fascisti della fede, perché ho sempre ritenuto che la distinzione fosse necessaria per non scambiare il principio e l'ideale a cui s'intende aderire e che può essere la sorgente della nostra fede e della nostra forza, con le materiali deviazioni che del principio e dell'ideale sono flagranti falsificazioni e qualche volta pratici tradimenti.
E ho sempre ritenuto che tesserati e non tesserati si potesse essere tutti Italiani, concordi nell'essenziale, ancorché dissenzienti nelle forme della disciplina politica: Italiani tutti e perciò tutti virtualmente fascisti, perché sinceramente zelanti di un'Italia che conti nel mondo, degna del suo passato.
E voglio dire subito che di due cose sono e sono stato sempre profondamente persuaso: che molti, per vari piccoli motivi, amano dirsi fascisti e tengono alla tessera, i quali non operano né parlano né sentono da fascisti- e viceversa molti, moltissimi non curano d'iscriversi al Partito, i quali sentono, e parlano, e operano da fascisti sul serio, ancorché rimangano talvolta intricati in ideologie inconsistenti e fallaci, annidate nel loro cervello come quei tanti pregiudizi che ogni uomo non riesce ad espellere, ingombro più o meno innocuo al carattere e al pratico operare.
