mercoledì 5 dicembre 2018

Il 3 ottobre 1935 inizia la guerra d’Etiopia. Il conflitto con il più grande consenso popolare della storia d’Italia






Emilio_De_Bono__Guerra_d'Etiopia_2 ottobre 1935 
 
Dopo la storica adunata in piazza Venezia del 2 ottobre 1935 con la quale il Capo del Governo Benito Mussolini dichiarava guerra all’Etiopia, il 3 ottobre il Regio Esercito, al comando del Generale Emilio De Bono, Quadrumviro della Marcia su Roma, varcava dall’Eritrea il fiume Mareb entrando in Etiopia, il “primo sbalzo”. Iniziava così la guerra d’Abissinia che si sarebbe conclusa, 7 mesi dopo, il 5 maggio 1936 con l’entrata in Addis Abeba delle truppe italiane al comando del Generale Pietro Badoglio.
La campagna d’Etiopia, causò il 18 novembre all’Italia le sanzioni inflitte dalla Società delle Nazioni, ma a differenza di tutte le guerre combattute precedentemente questo conflitto seppe coagulare intorno a sé il massimo consenso popolare, ancor più dì quanto non fosse accaduto per la prima guerra mondiale voluta da una ristretta minoranza di interventisti ma osteggiata dai più.
Non va dimenticato che molti esuli antifascisti fecero ritorno in Italia e partirono volontari per questa guerra coloniale voluta dal fascismo e che Benedetto Croce insieme a Luigi Albertini donarono alla Patria, per combattere il sanzionismo, le loro medagliette d’oro da parlamentari e che la comunità ebraica di Roma alienò oggetti d’oro della Sinagoga principale per contribuire alla creazione fascista dell’Impero.
Eppure questa guerra, per certi versi pare essere stata rimossa dalla storiografia ufficiale, quanto meno da quella dell’istruzione obbligatoria, perché non aderente ad un certo pensiero unico imposto da un clima politico post bellico esacerbato dalla guerra civile.
 
Abolizione schiavitù Etiopia_14 ottobre 1935 
 
Sulla scia di un certo livore ideologico dettato da una imposta mistificazione storica si è voluto (e potuto) parlare di questa guerra solamente in chiave di accusa e di denigrazione buttando nel calderone anti-fascista tutto quanto – positivo e negativo – senza mai fare un’analisi oggettiva del periodo intercorso fra il 1922 e il 1943, riproponendo in maniera quasi ossessiva sempre gli stessi temi, senza mai contestualizzare o elaborare riflessioni sulle condizioni politiche, storiche e sociali che determinarono quegli avvenimenti, non tralasciando mai invece una semplicistica divisione del mondo in oppressi e oppressori, vincitori e vinti.
Analisi di parte hanno voluto azzerare la coscienza critica dei lettori e soprattutto hanno rifiutato sempre la storicizzazione dei fatti e l’analisi degli aspetti politico-diplomatici che precedettero e accompagnarono il conflitto.
Vi è stata negli anni una preordinata e scientifica distorsione delle verità oggettive, con grandi omissioni e la creazione di una serie di stereotipi e luoghi comuni, facilmente assimilabili da coloro che credono solo in quello che vogliono credere.
La campagna d’Etiopia si concluse con una schiacciante vittoria da parte dell’Italia, essendo grande la discrepanza nei rapporti di forze fra le due parti in causa, ma non è solo questa l’analisi storico-militare che dovrebbe interessare. Motivo d’orgoglio dell’intera guerra fu l’aspetto logistico, che espresse al meglio un senso di organizzazione e di efficienza raramente riscontrabile in Italia, ma non è mai stato affrontato dagli storici impegnati ciecamente nella sola ricerche degli errori.
La guerra, come la pace, sono momenti complementari e alternanti della vita dei popoli e della storia del mondo, tali da non essere oggetti né di lode né di biasimo, ma alcuni per decenni hanno pensato invece di poter giudicare gli eventi della storia passata del proprio paese con un unico approccio dettato da un odio ideologico – mai spento – come se i nostri padri e i nostri nonni cercassero l’avventura, la morte e fossero tutti pretoriani al soldo di un dittatore.
 
Missione sanitaria in Somalia. Il Maggiore medico Fadda vaccina una donna somala
 
I gendarmi della memoria hanno taciuto il clima di euforia di quegli anni ed hanno anche taciuto che i nostri nonni e padri credevano davvero di essere portatori di civiltà e giustizia e di combattere il male perché l’Europa tutta, non solo l’Italia fascista, stava vivendo in pieno positivismo. Erano gli anni del progresso e della società industriale: scienziati, storici e letterati di tutto il mondo vivevano secondo i nuovi sviluppi della scienza e degli ideali del Discours sur l’esprit positif del 1844 del filosofo francese Auguste Comte, riassumibili in “portare la civiltà”.
Per noi colonizzare significava portare in terra d’Africa la tranquillità, porre fine alle sanguinarie lotte tra le cabile e alle razzie , abolire la schiavitù, coltivare con i mezzi più moderni e sviluppare le coltivazioni alimentari indigene e tutelare i lavoratori introducendo leggi prima inesistenti, ampliare i commerci esistenti e crearne di nuovi, aiutare le popolazioni nelle carestie periodiche, curare gli indigeni e debellare le diverse epidemie.
Errori certo ve ne furono. Eccessi anche. Condannabili assolutamente. Ma non si può stigmatizzare tutta l’Italia di quegli anni per le azioni scellerate dei singoli.
Tutti quei soldati, italiani, erano uomini, con sogni, ideali, mogli e figli, nessuno deve più provare a convincerci che sbagliarono tutto e che combatterono per nulla o per una causa sbagliata perché laggiù, in Africa sono morti pensando di fare del bene!
Alla loro memoria dobbiamo pensare con rispetto ed onorarli. Le campagne ideologiche sono per i pezzenti morali il cui unico credo è distruggere non essendo mai stati in grado di creare.
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di © Alberto Alpozzi –

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