venerdì 27 maggio 2016

LE “FAVOLOSE RICCHEZZE DI MUSSOLINI NASCOSTE ALL’ESTERO”


di Maurizio Barozzi
 
«Il mito che Mussolini morì senza una lira è stato smentito dalla rivista “Oggi” con la scoperta nel dicembre 2000 negli archivi statunitensi di un rapporto declassificato dell’OSS, scritto da Allen Dulles a Berna il 4 aprile 1945 e indirizzato al Dipartimento di stato (sic!), intitolato Flight of Italian Capital. Il rapporto (650.3/SH-O) descrive il modo nel quale Mussolini aveva trasferito ingenti somme fuori dall’Italia prima e durante la Seconda guerra mondiale nascoste in conti cifrati presso banche svizzere. Secondo il Bulletin de Crédit et de Finance, banche svizzere accumularono 300 milioni di franchi svizzeri in settanta conti segreti di italiani dei quali 2500 miliardi in lire (di oggi) nel conto a nome di Mussolini».[1]
Con queste apodittiche e infami parole (in quanto appunto non dimostrate) uno scrittore, che con molta superficialità alcuni vogliono far passare per storico, ex agente dell’Oss in Italia, tale Peter Tompikins, che noi nelle nostre ricerche ne abbiamo da tempo cancellato i testi da consultare, dopo averne riscontato la ricorrente inattendibilità, volle riallacciarsi ad un servizio del settimanale, di certo non “storico” (anzi palese rotocalco anche sensazionalistico e scandalistico) “Oggi”, [2] per rilanciare questa che, a nostro avviso, non era altro che una diceria nata all’estero, forse per supportare a latere una campagna di stampa internazionale (probabilmente ispirata dal World Jewish Council) e inerente presunti ingenti fondi ebraici occultati dai nazisti in banche svizzere e di cui si voleva poi chiedere la restituzione.

Con il tempo infatti questa “diceria” su Mussolini non ha avuto riscontri concreti, ed è stata abbandonata da molti storici, tranne ovviamente quelli che si rifanno alle tesi, o per meglio dire, a quelli che per noi sono “teoremi”, dello storico Mauro Canali da tempo impegnato a sostenere presunte tangenti che venivano riscosse da Mussolini & Co. e che, secondo lui furono la causa del delitto Matteotti. [3]

Ma andiamo per ordine e consideriamo prima questa diceria, rilanciata dal Tompkins e ripresa dal servizio del settimanale “Oggi”, ovvero la vicenda dei segreti “arricchimenti” di Mussolini nascosti all’estero, una inchiesta però con omissioni nel fornire precisi riferimenti, tante assurdità, imprecisioni e sballati riferimenti storici, secondo la quale il Duce, secondo certa stampa americana, costituì una fortuna all’estero, ma non ebbe modo di utilizzarla né poterono farlo i suoi discendenti.

Secondo i denigratori di Mussolini e antifascisti vari:
«Verrebbe a cadere, così, una delle apologie che il postfascismo ha sempre coltivato: Mussolini, fucilato a Dongo e poi appeso a testa in giù in piazzale Loreto, morì povero, tanto che dalle sue tasche non cadde neppure un centesimo».
A nostro avviso non vale neppure la pena di riassumere questa storia così campata in aria, oltretutto sarebbe una fatica improba dovendo contestare tutto quello – ed è molto - che non ha chiari riferimenti, quindi inattendibile o quello che è palesemente inesatto, bastano e avanzano le considerazioni di uno storico serio come Alessandro De Felice, parente del più noto Renzo, che in un suo eccezionale e voluminoso lavoro: “Il gioco delle ombre”, [4] gli ha dedicato alcune pagine ridimensionandola ed evidenziando i tanti dati carenti, errati e riferimenti sballati che finiscono per renderla inattendibile.

Rimandiamo quindi al citato lavoro di Alessandro De Felice, il quale dopo aver rilevato che la ricostruzione di Tompkins appare alquanto confusa e piena di inesattezze e per il citato documento o rapporto “650.3/SH-O del 4 aprile 1945”, indirizzato al segretario di Stato americano, nel quale si legge: “Il Dipartimento ha ordinato una indagine per confermare un rapporto dell’agenzia sovietica Tass, riguardante una grossa somma di danaro e altri valori che sono stati trasferiti nelle banche svizzere da Mussolini e dai suoi complici”, ha fatto giustamente notare:
«Il tasso di veridicità ed attendibilità dei lanci della Agenzia russa Tass in tempo di guerra (e di guerra fredda) è, secondo noi, per usare un eufemismo, molto “approssimativo”, opinabile quando non unicamente politico, cioè inquinato di notizie manipolate ad arte o inventate di sana pianta» [A. De Felice, op. cit.].

Quindi dopo aver ampiamente riassunto il servizio di De Stefano, correlato alle tesi Canali, riportate dal settimanali “Oggi” e fatto notare varie inesattezze e incongruenze, Alessandro De Felice osserva giustamente:
«Sul sentito dire di un rapporto dell’intelligence USA, Canali e De Stefano costruiscono un castello accusatorio di sabbia che assume poi la forma di un edificio farinoso e friabile esclusivamente basato sul “collante” del fumus persecutionis quando il De Stefano parla di fantomatici conti cifrati, di cui non si forniscono i numeri, di fantomatiche banche svizzere (quali?) che avrebbero consegnato agli archivi statunitensi fantomatici documenti inerenti i presunti conti cifrati.

De Stefano dice poi che le banche svizzere sarebbero “state messe colle spalle al muro”, e per questo – affermazione altrettanto grave ed arbitraria – gli stessi imprecisati istituti di credito elvetici, attraverso loro emissari-sabotatori occulti, avrebbero provocato negli Stati Uniti gli incendi e la distruzione di “ben ottomila casse di documenti” conservate negli archivi americani (quali?). E, ci chiediamo noi, il governo di Washington nulla avrebbe sospettato e nessuna inchiesta avrebbe aperto?». [A. De Felice, op. cit.].

Ogni ulteriore commento è superfluo.

Le “favolose” ricchezze di Mussolini

Era per tutti ovvio che l’affermazione: “dalle tasche del Duce, appeso per i piedi a Piazzale Loreto , non cadde una lira”, stava a significare che Mussolini non si era appropriato di denaro pubblico o altrui, per tutti tranne che per coloro che con queste storie sguazzano nelle dicerie.

Rivediamo allora, con precisione storica, quali erano i beni, di sua proprietà, che risultavano a Mussolini nel momento in cui si allontanava dalle zone dove stavano per arrivare gli Alleati, al fine di restare libero e poter trattare una dignitosa resa, forte anche di importanti documentazioni che gli furono sottratte e fatte sparire. [5]

Come noto, invece, venne catturato a Dongo, la mattina del 27 aprile 1945.

En passant, facciamo notare, come oramai l’altra diceria, quella che voleva Mussolini in quelle ore in fuga verso la Svizzera, è stata abbandonata dalla storiografia seria, dopo che il ricercatore storico Marino Viganò, di certo non di parte fascista, ne ha dimostrato l’inconsistenza [6].

Dunque: i beni di Mussolini riscontrabili, al momento della sua morte (a parte la residenza della Rocca delle Caminate vicino Predappio, che negli anni venti, fu totalmente restaurata con un “prestito littorio”, una sottoscrizione indetta fra i cittadini della Romagna, per poi essere donata a Mussolini che la elesse sua residenza estiva migliorandola poi con fondi propri), erano costituiti dai proventi della cessione degli stabilimenti e macchinari del Popolo d’Italia, avvenuta in quei giorni, all’industriale Riccardo Cella (che li comprava per conto di terzi) e che il Duce aveva diviso con i suoi parenti, eredi del fratello, del figlio Bruno e la sorella Edvige), e dalla rimanenza di una liquidazione appena riscossa per i diritti d’autore di suoi scritti. La moglie Rachele inoltre, aveva con sé (oltre parte di questi proventi) gioielli di famiglia e molti regali, anche di valore, avuti dal Duce nel ventennio, che gli furono sequestrati dagli Alleati e poi restituiti riconoscendogli la proprietà.

Noto è che durante la Rsi, Rachele, protestò più volte con il marito, perché con il modesto stipendio di Stato che percepiva, non ce la faceva, a far fronte alle spese di una famiglia allargata a vari rifugiati, ma lui si rifiutava di farsi concedere altro che pur gli poteva spettare. Nel dopoguerra poi non sembra proprio che Rachele Guidi vedova Mussolini e i suoi figli, abbiano condotto una vita lussuosa, anzi tutt’altro e neppure che abbiano rivendicato beni nascosti al’estero, cosa che non poteva restare nascosta e si sarebbe risaputa.

Vediamo adesso, un altro aspetto a questo correlato re legato anche al delitto Matteotti, ovvero le presunte tangenti riscosse da Mussolini e le ricostruzioni storiche, o meglio la metodologia usata dallo storico Mauro Canali su questo argomento, e che noi definiamo un “teorema”, rimandando anche alla nostra inchiesta sul delitto Matteotti, reperibile nel sito:
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Il teorema di Canali

Riflettendo attentamente sui lavori e le analisi di Mauro Canali (dei quali, per carità, apprezziamo le ricerche documentali) possiamo, in definitiva sostenere che questo storico, che si vuol sostenere sia andato più in là di Renzo De Felice, ha scoperto l’acqua calda: il partito fascista, il Popolo d’Italia, e ambienti dell’entourage del governo di Mussolini, intascavano tangenti (oltre ad articoli e interviste, questo tema è sviluppato nei suoi: Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Il Mulino, 1997, e la sua riedizione del 2004, più snella, elisa di alcune documentazioni, ma sostanzialmente uguale; e in Mussolini e il petrolio iracheno. L'Italia, gli interessi petroliferi e le grandi potenze, Einaudi, 2007.

Ma si ritiene veramente che Renzo De Felce non conosceva questo andazzo, che si pratica dalla notte dei tempi, che era, ed è ancora, mezzo consueto di finanziamento dei partiti anche della Repubblica democratica del dopoguerra, tanto da causare la famosa “tangentopoli” che portò alla Seconda Repubblica (un “mani pulite” i cui veri fini non potevano di certo essere la fine di questo atavico sistema di finanziamento, visto che, infatti, è proseguito imperturbabile anche nella attuale Seconda Repubblica e nonostante che ora i partiti abbiano lauti finanziamenti di Stato.

Certo che De Felice conosceva queste cose, ma non ha scavato in tali ambiti come ha fatto Mauro Canali, perchè da buon storico sapeva perfettamente che non è in questo modo che si possono sciogliere certi dubbi e interpretare le vicende storiche.

Per altri versi sarebbe come stabilire che siccome Lenin prese ingenti finanziamenti da Wall Strett e dal servizio segreto tedesco, se se deducesse che Lenin era un uomo dell’Alta finanza e uno strumento del Kaiser. Oppure che Hitler avendo avuto finanziamenti anche da banche ebraiche era uno strumento dell’ebraismo; o ancora che Mussolini, siccome prese finanziamenti per creare il Popolo d’Italia da tutti quegli ambienti, in genere massonici, interessati a portare l’Italia in guerra a fianco dei franco britannici, e durante la guerra venne anche finanziato dagli inglesi per tenere il “fronte interno” del paese, questi era uno strumento al servizio della massoneria e un agente inglese.

Chi ragiona in questo modo dimostra di non conoscere le leggi storiche, leggi che attestano che sempre e comunque ci sono poteri e interessi che hanno convenienza a finanziare “qualcosa” o “qualcuno” e uomini e movimenti che hanno necessità di farsi finanziare.

Per la verità le presunte tangenti che Mauro Canali pretende di aver scoperto a vantaggio di Mussolini, il fratello, il Popolo d’Italia e il partito fascista, di fatto passano qui quale un interesse personale, un arricchirsi, sfruttando la raggiunta posizione di potere e questo assume un diverso aspetto, finendo per configurare Mussolini e il suo governo come una specie di Al Capone e il suo sistema gangsterico.

A parte che tutti questi illeciti arricchimenti, per la famiglia Mussolini, non si sono poi evidenziati ovvero non ci sembra che siano stati usufruiti né da lui, né dagli eredi, ci si chiede: ma come può lo storico Canali (ben noto anche all’estero, già allievo di Renzo De Felice e che è stato professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Camerino), preso da fazioso furore nel dimostrare la corruzione del Duce, corruzione che lo farebbe diventare l’assassino di Matteotti, come può dedurne, dicevamo, solo perché alcuni documenti gli fanno presupporre che una certa ricevuta, un certo versamento, un certo finanziamento, passato per le mani di Mussolini o comunque secondo lo storico, non poteva essere estraneo al Duce, la sua corruzione e tutto un sistema corruttore da questi messo in auge?

Quando invece evidenti prove e vicende dimostrano che Mussolini non poteva essere stato il mandante di quel delitto, che anzi quel delitto lo danneggiava enormemente, molto più di una denuncia per presunte tangenti; che il contesto politico del tempo dimostra che Mussolini non ha alcun interesse a far fuori Matteotti, mentre ci sono poteri forti che hanno interesse a tacitare Matteotti e far cadere Mussolini; che l’attitudine di potere di Mussolini, non è quella di un Al Capone, ma è chiaramente finalizzata a curare gli interessi della nazione; che il suo dirigismo nella prassi governativa dà enormemente fastidio ai suddetti poteri forti; che il Duce, non a caso, si è rimangiato certe promesse che aveva fatto all’Alta Banca che lo aveva finanziato nell’ascesa al potere, come quelle di creare uno Stato non ferroviere, non postelegrafonico, ecc., quindi una stato totalmente liberista, ingolosendo gli interessati alle “privatizzazioni” e invece ora mira a rafforzare lo Stato, a riportare gli interessi privati nell’interesse pubblico, e così via.

Non è questa della corruzione la prassi, l’ideologia e l’essenza politica di un uomo che poi realizzerà lo Stato del Lavoro e lo Stato sociale, la costituzione, al tempo rivoluzionaria, dell’IRI, la società socialista con la RSI, e la formulazione dottrinaria del “tutto nello Stato, niente fuori dello Stato e soprattutto niente contro lo stato”, e che invece, praticamente, si sottende, che avrebbe preso il potere per il potere, per arricchirsi, per sviluppare un sistema di corruzione e tangenti per se, per il partito, per i suoi uomini e affiliati.

Da storico accorto il Canali come può non considerare, per esempio, che la lettera - memoriale di Dumini, rimasta negli archivi statunitensi e secondo lui la prova regina che indicherebbe Arnaldo Mussolini quale fruitore di una tangente petrolifera, è una prova inattendibile, tanto più per metterla in relazione alla volontà omicida di Mussolini che freddamente organizzerebbe e dirigerebbe la soppressione di Matteotti?

Intanto il Dumini, super, reiterato e comprovato bugiardo, non è certo un teste attendibile; che le circostanze e le necessità che lo indussero a scriverla non garantiscono di certo che quanto riportato sia veritiero; che se Mussolini se la portava dietro in quelle sue ultime e pericolose ore di vita, molto probabilmente, anzi sicuramente, questa lettera era in un contesto di documenti che la confutavano e che, infatti, antifascisti nostrani e Alleati, fecero poi sparire [7]; che la presunta tangente passava per Arnaldo Mussolini, ma non è detto che era per lui personalmente; che il tutto infine, va poi contestualizzato all’epoca, e così via.

Il Canali però sorvola su tutto questo e afferma che quel reperto è la prova del coinvolgimento del Duce nel delitto.

E la stessa sicumera “tangentista” la ripete quando afferma in una intervista di aver trovato almeno tre prove di tangenti a Mussolini, una delle quali consisterebbe nella lettera delle ferrovie circa la vendita di residuati bellici, che Mussolini riceve e sigla “riservatissimo”.

Orbene, riportiamo da uno stralcio del citato servizio su “Oggi”, proprio questo passaggio, perché evidenzia bene le forzature e le congetture usate dal Mauro Canali, il quale riscontrando “ricevute” passate per Mussolini, le interpreta come una riscossione personale di tangenti.
«“Nel mio libro sulla genesi del delitto Matteotti”, precisa lo storico [Mauro Canali, n.d.r.], “sono riuscito a dimostrare almeno tre tangenti sicure e non è certo facile trovare le prove materiali della corruzione…

C’è poi una lettera del commissario straordinario delle Ferrovie, incaricato di vendere i residuati bellici della prima guerra mondiale, che scrive a Mussolini: “Le 250 mila lire (circa 400 milioni attuali, n.d.r) che ebbi a consegnarvi poche sere or sono provengono da una vendita di materiali esistenti in magazzini di corpo d’armata”. E Mussolini, sull’appunto, verga la parola “riservatissimo”. Vi sono poi altre sicure tangenti, come una di 750 mila lire (circa un miliardo di oggi, n.d.r.) fatta passare per donazione a un istituto per ciechi”».

Anche qui, commenta lo storico Alessandro De Felice, nella sua opera citata:
«Si tratta in questo caso di un leit motiv caro a Canali, il quale, nel suo saggio sul delitto Matteotti teso a dimostrare la colpevolezza di Benito Mussolini nell’omicidio del deputato socialista veneto avvenuto nel giugno 1924, cerca di costruire un circuito storico univocamente monocorde con non poche forzature interpretative legate ad episodi per nulla inerenti l’oggetto della sua – peraltro apprezzabile – ricerca»
E non potrebbe avere, per esempio, aggiungiamo noi, quel versamento, finalità che non si conoscono, al limite anche tangenti, ma non necessariamente intascate personalmente dal Duce, tanto che sigla “riservatissimo, ma a quanto pare non lo fa
E comunque quante storie di questo genere potevano girare attorno ad un capo di governo e capo del partito fascista al potere? Molte ovviamente, ma andrebbero tutte contestualizzate al particolare momento storico, andrebbero messe in relazione con la politica pluriennale di Mussolini e allora ci si accorgerà facilmente che quella del Duce è una politica finalizzata allì’interesse nazionale, non a quello privato!
Uno “storico” veramente singolare questo Mauro Canali, nonostante gli indubbi meriti nelle sue ricerche, visto che costruisce un vero teorema, al pari di un giudice inquirente, laddove prima interpreta la eventuale tangente, l’eventuale finanziamento, da lui scoperto, come un interesse privato della famiglia Mussolini (in primis il fratello Arnaldo) e dei suoi intimi, quindi eleva, questa che è più che altro una sua congettura, in un movente perchè asserisce che Matteotti, sarebbe a conoscenza di questi scandali e li sta per denunciare.
Ma che Matteotti intendeva denunciare varie malversazioni, in particolare le tangenti petrolifere e quelle per il gioco d’azzardo (e neppure si sa fino a che punto e in che termini le avrebbe denunciate), sembra indiscutibile, ma che il parlamentare socialista voleva chiamare in causa personalmente Mussolini non risulta da nessuna parte.
E quindi il Canali, presupponendo di avere il movente, chiude il suo teorema e indica anche il mandante dell’omicidio di Matteotti, incurante del fatto, che smentisce la sua ipotesi, che poi questo “mandante”, cioè Mussolini, prima, durante e dopo il delitto da lui ordito si comporterebbe come un imbecille (Cfr.: Maurizio Barozzi, Il delitto Matteotti, op. cit.).
E dove sta poi scritto, ammesso e non concesso, che Mussolini avesse avuto personalmente paura di eventuali denunce di Matteotti alla Camera e quindi decida di risolvere il problema con il mezzo, l’assassinio, più pericolo e deleterio per lui, e non invece di confutarlo, di negarlo, di batterlo sul terreno a lui più consueto quello della abilità dialettica, del carisma, della forza che gli conferiva una inattaccabile maggioranza, come è ovvio e logico che sia?
Oltretutto era prevedibile fosse molto improbabile che Matteotti pubblicasse documenti “esplosivi”, tali da non poter essere confutati, discussi, tanto è vero che poi questi “documenti esplosivi” nessuno ha mai tirato fuori! E semmai ci fossero stati, non potevano di certo essere in mano solo a Matteotti e quindi era perfettamente inutile sopprimerlo.
Ci meravigliamo quindi che, tranne coloro che sono andati pedissequamente dietro al Canali nell’ottica cdi sviluppare temi antifascisti e dietrologie sul Duce, tanti altri hanno fatto spallucce e hanno considerato il “teorema” di Canali, come tale, come forzature e congetture?
Ma vediamo infine questa storia del fratello del Duce, Arnaldo Mussolini.

Arnaldo Mussolini
 
Un “cavallo di battaglia” dello storico Mauro Canali è infatti l’asserzione che il fratello del Duce Arnaldo, amico di Filippo Filippelli (giornalista, affarista e faccendiere implicato nel delitto Matteotti, n.d.r.), dovrebbe intascare una tangente petrolifera di 30 milioni (dalla americana Sinclair Oil per aver ottenuto la famosa “Concessione” nel nostro paese), cosa che non poteva essere ignorata dal Duce (se non ne fosse anche lui cointeressato) e quindi saputo che Matteotti avrebbe denunciato il malaffare, diede ordine di uccidere il parlamentare socialista.

Arnaldo Mussolini (11 gennaio 1885 – Milano, 21 dicembre 1931), di due anni più giovane di Benito, era una delle pochissime persone di cui, il malfidato Mussolini, si fidava e apprezzava, facendone il suo uomo di fiducia e confidente. Gli aveva affidato la carica, importante di direttore amministrativo del Popolo d’Italia e poi, dopo la marcia su Roma, quella di Direttore del giornale.

Si dice che fosse sensibile a qualche intrallazzo e quindi, facilmente, si facesse coinvolgere in qualche giro, ma intanto bisognerebbe distinguere tra possibile interesse personale e necessità di finanziamento del giornale di cui dirigeva l’amministrazione, perché quello che si conosce della vita e della personalità di Arnaldo non attesa che questi sia un furfante.

Si parla anche di interessi sulla Legge che doveva istituire le bische e il gioco d’azzardo (che poi Mussolini in qual che modo bloccò) e che lui avrebbe avuto alcune azioni, ma non ci sembrano comunque “traffici” di eccessiva importanza, né facilmente provabili e da giustificare un omicidio per non farli venire a galla.

Costituiscono, tutto al più, degli “scheletri nell’armadio” che potevano frenare Mussolini in qualche dura polemica con avversari facenti parte di poteri forticome infatti avvenne dopo il delitto Matteotti.

Per la presunta tangente petrolifera da 30 milioni ovviamente la cosa sarebbe diversa.

Per prima cosa però che Arnaldo abbia veramente intascato, lui personalmente, tutta o rate di questa tangente è da dimostrare, e l‘accusa si basa più che altro su delle congetture.

Ma per un momento diamolo per scontato e vediamo come potrebbero stare le cose, perché l’esame di tutti gli elementi, con confermano le asserzioni del Canali.

Dunque, Arnaldo intascherebbe questa grossa tangente (per lui personalmente o per il giornale?) la prima cosa che viene in mente sono due domande di non poco conto:

primo, come mai che poi, una volta morto Matteotti, che si sostiene ne aveva le prove e voleva denunciarle, nessuno presentò più queste prove, eppure il Matteotti da qualcuno doveva per forza averle avute, almeno che non fosse solo una “voce”, ma allora la cosa sarebbe quasi insignificante, una diceria.

Secondo, sappiamo che poi a novembre del 1924, Mussolini fece cadere gli accordi e la convenzione raggiunta dal suo governo con la Sinclair Oil: ebbene cosa fece Arnaldo, restituì la tangente? E i petrolieri che videro saltare il loro affare, a cui tanto avevano penato, cosa fecero, restarono zitti e buoni?

Come si vede siamo nel campo di illazioni e congetture, neppure troppo realistiche.

Ma quello che comunque smentisce questa ricostruzione del Canali, è l’assurdità complessiva di tutta la faccenda.

Consideriamo infatti che Mussolini al momento del delitto Matteotti era saldamente a cavallo di un governo che nelle recenti elezioni aveva vinto alla grande e quindi la maggioranza che ne scaturiva poteva vivere giorni quasi tranquilli. La stesa faccenda delle denunce di brogli e violenze fatta da Matteotti il 30 maggio alla camera, era stata brillantemente parata da Mussolini con il suo discorso del 7 giugno nel quale anzi aveva rilanciato offerte di partecipazione governativa ai socialisti.

L’unico cruccio che assillava Mussolini, infatti, oltre alla necessità di normalizzare l’ordine pubblico, era come poter raggiungere una intesa e portare al governo i socialisti moderati e i Confederali, al fine di dare al suo governo una spinta sociale e una saldezza morale che gli consentissero di varare riforme e programmi che, viceversa, avrebbero sollevato evidenti reazioni tra i conservatori e i poteri speculativi. E’ questa una fotografia di quel momento storico, ben dettagliata da Renzo De Felice e da testimonianze, sulla quale non si possono avere dubbi.

Ebbene dovremmo, invece, ritenere ora che Mussolini informato che Matteotti avrebbe denunciato la faccenda delle tangenti alla Camera e quindi coinvolto il fratello Arnaldo, se non lui stesso, ha pensato di farlo ammazzare e, detto fatto, darebbe l’ordine omicida, senza curarsi oltretutto, di nascondere minacce e acrimonia contro la sua vittima e poi, a delitto consumato, farsi travolgere dallo scandalo.

Intanto non si comprende da chi o cosa Mussolini avrebbe avuto la certezza e il dettaglio di questa specifica denuncia che Matteotti si stava accingendo a fare, perché tutto sta a indicare che Matteotti, nel suo imminente discorso, non avrebbe attaccato Mussolini direttamente, ma la sua politica che, come scrisse in quei giorni, stava facendo degenerare il fascismo in uno strumento del capitalismo e delle speculazioni.[8]

Anzi, era questo di Matteotti, quasi un invito a cambiare rotta, di cui Mussolini, intento a trovare un approccio con il PSU, passato il momento a caldo di reazione collerica, poteva benissimo apprezzare ed agganciarsi, anche perché sapeva che Matteotti stava dicendo il vero.

Ergo le minacciate denunce di Matteotti, solo relativamente potevano preoccupare Mussolini, ma preoccupavano di certo gli ambienti interessati a quelle speculazioni.

Ma anche ammettendo che invece Mussolini si sia veramente preoccupato di un possibile scandalo che coinvolgeva magari lui, il partito e il fratello, cosa farebbe, risolverebbe il caso con un omicidio del segretario del partito socialista, uomo noto anche all’estero e che passa come un irriducibile avversario de fascismo?

Ma non scherziamo! Intanto Mussolini, se pure si preoccupava di eventuali prove che poteva pubblicare Matteotti, doveva ben sapere che non è con il liquidarlo e sottrargli le sue documentazioni che risolverebbe il problema, anzi, con un delitto, metterebbe in condizioni, chi ha la copia di quelle prove, di sbandierarle con ancora più forza devastante. Quindi Mussolini, da uomo intelligente e buon tempista com’è, sa bene che non dovrebbe fare altro che prepararsi alla eventuale buriana, perché lui abile oratore ed esperto manovratore, forte di una inattaccabile maggioranza di governo, in qualche modo riuscirà a negare o tamponare queste denunce al parlamento, mentre invece, facendo assassinare Matteotti, gli crollerebbe il mondo addosso.

Come si vede quindi queste ricostruzione del Canali sono più che altro teoremi, che in alcuni punti non stanno né in cielo né in terra e vanno decisamente ridimensionate.

 
NOTE
 
[1] Peter Tompkins, Dalle carte segrete del Duce, Momenti e protagonisti dell’Italia fascista nei National Archives di Washington, Marco Tropea Editore, Milano, 2001.
[2] Gennaro di Stefano, “Matteotti fu ucciso perché scoprì le mazzette di Mussolini” “Oggi” n. 51, 13 dicembre 2000].
[3] Oltre ad articoli e interviste, Mauro Canali sviluppa questo suo leit motiv in: “Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini”, Il Mulino, 1997, e riedizione del 2004, più snella, elisa di alcune documentazioni; e in “Mussolini e il petrolio iracheno. L'Italia, gli interessi petroliferi e le grandi potenze”, Einaudi, 2007.
[4] Alessandro De Felice: “Il Gioco Delle Ombre” Verità sepolte della IIª guerra mondiale. Acquistabile tramite il Sito: www.alessandrodefelice.it
[5] Sulle imporanti vicende delle carte egrete di Musslini si veda: Fabio Andriola: “Mussolini Churchill carteggio segreto“, Sugarco 2007.
[6] Marinò Viganò “Mussolini, i gerarchi e la "fuga" in Svizzera”; e l’articolo “Quell’aereo per la Spagna”, in Nuova Storia Contemporanea" N. 3-2001, nel sito: http://www.italia-rsi.org/miscellanea/nuovastoriacontemporaneafugacosiddetta.htm
[7] Il fatto che, tra il 26 e 27 aprile 1945, vennero requisiti uno o due importanti dossier che Mussolini aveva seco, proprio sul delitto Matteotti, e che furono poi fatti letteralmente sparire, attestano che quei dossier dimostravano l’assoluta innocenza di Mussolini su quel delitto. Erano carte che aveva potuto attentament4e visionare il socialista Carlo Siulvestri, il quale ha raccontato dopo, deponendo anche al processo Matteotti bis di Roma del 1945, che in quelle carter vi era una inchiesta, commissionata da Mussolini, sul delitto Matteotti e portata avanti da Nicola Bombacci, a cui vene affiancato l’ex giovane prefetto Luigi Gatti, dalla quale risultava che Matteotti venne fatto ammazzare da personaggi risalenti ad un ambiente di putrido capitalsmo e finanza corrotta.
[8] Sia nel’articolo pubblicato su Echi e Commenti, del 5 giungo 1924, in forma anonima, ma di Giacomo Matteotti, che l’articolo pubblicato postumo a luglio, sulla rivista inglese, English Life, si evince che Matteotti denunciava il malaffare sul petrolio e i traffici per la legge sul gioco d’azzardo, criticava la conduzione del governo di Mussolini, ma non chiamava in causa direttamente il Duce, al quale anzi, quegli articoli, potevano anche Essere interpretati come un “invito” a cambiare lo spartito, se non voleva affossare la nazione e il fascismo stesso consegnandoli nelle mani di capitalisti e affaristi.

 

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