venerdì 27 maggio 2016

L’infame linciaggio di Donato Carretta


di Fernando Ricci

18 settembre 1944: in una Roma controllata dagli anglo-americani inizia, dopo una serie infinita di rinvii, il processo contro Pietro Caruso, già questore capitolino durante il periodo dell’occupazione tedesca. Il dibattimento si tiene nell’aula magna della Corte di cassazione, all’interno del Palazzo di Giustizia, il cosiddetto “Palazzaccio”, in pieno centro cittadino.
Fin dalle prime ore della mattina una folla agitata e tumultuante staziona numerosa nei pressi dell’edificio covando sentimenti di vendetta e di rabbia, a stento tenuta a freno da un servizio d’ordine precario ed insufficiente.
L’attesa è spasmodica. Quello contro Caruso è il primo dei processi politici che si tengono a Roma dopo la liberazione. Tra i testimoni che ci accingono a rilasciare la loro deposizione c’è anche Donato Carretta, già direttore delle carceri romane di regina Coeli prima dell’arrivo degli alleati, che l’accusa ha chiamato a deporre contro l’ex questore.
All’improvviso la gente assiepata nei pressi dell’edificio, dopo aver rotto l’esile cordone delle forze dell’ordine, entra inarrestabile nel palazzo di giustizia, sciama per i corridoi fino a giungere nell’aula dove deve svolgersi il processo. Nella stanza si trova Donato Carretta che, tranquillo, sta aspettando di rilasciare la sua dichiarazione.
In un batter d’occhio la turba scalmanata si avventa su di lui, lo afferra brutalmente e lo sommerge con una impressionante gragnuola di calci, schiaffi, pugni, sputi ed insulti.
Un ufficiale americano tenta di sottrarre il malcapitato dalle mani della folla ma ben presto, travolto dall’impeto, deve desistere.
Il poveretto, spogliato dai vestiti, è trascinato fuori dal palazzo, in strada, dove viene pestato a sangue.
Alcuni carabinieri cercano di intervenire e ad un certo momento l’operazione sembra andare a buon fine. Dopo sforzi titanici riescono a caricarlo di peso su di un’automobile che, però, non si mette in moto e resta così alla mercé della folla inferocita.
Per il povero Carretta non c’è più scampo. Un ultimo tentativo lo compie il colonnello Pollock, comandante del corpo di polizia alleata a Roma.
Egli cerca di impedire il compimento del misfatto ma le sue parole rimangono inascoltate.
Le forze dell’ordine, del resto, già esigue ed impreparate, si erano letteralmente volatilizzate.
La folla sempre più padrona del campo afferra Carretta ormai stravolto e tumefatto e lo colloca sulle rotaie del tram mentre sta per sopraggiungere il mezzo.
L’autista prontamente aziona il freno per non investire il corpo.
Alcuni scalmanati salgono sul tram e minacciano il conducente intimandogli di proseguire la corsa.
L’autista, tale Angelo Salvatori, si rifiuta e, al grido di “morte al fascista”, viene gonfiato di botte.
I facinorosi sono fermamente intenzionati ad andare avanti e così si mettono alla guida del mezzo.
Non riuscendo a dirigerlo sull’obiettivo cercano di spingere il vagone con la sola forza delle braccia addosso al Carretta che intanto giaceva inanimato a terra.
Neanche questa manovra, però, ha buon esito in quanto il coraggioso autista, nel tentativo di salvare la vita a quell’uomo, aveva bloccato i freni mettendosi in tasca la manovella.
E in effetti rischia di grosso perché la folla, sempre più imbestialita, rivolge le sue ire contro di lui.
Riesce a salvarsi dal linciaggio mostrando ai giustizieri la tessera di iscrizione al partito Comunista.
Fallito il tentativo la gente torna ad impossessarsi di Carretta. Le opinioni sono discordanti.
C’è chi vuole ucciderlo sul posto, chi vuole farlo letteralmente a pezzi.
Poi prevale la risoluzione di gettarlo nel Tevere che scorre lì nei pressi.
Compiuto il breve tragitto, tra improperi, insulti e manrovesci, salgono su di un ponte e gettano il Carretta ormai privo di sensi nelle acque limacciose del fiume.
Il poveretto a contatto con l’acqua fredda si rianima e tenta disperatamente di aggrapparsi ad uno steccato per non annegare.
La folla, però, insiste perché l’opera venga portata a compimento.
Un paio di persone scendono sul greto e colpendo con violenti calci il Carretta lo inducono a mollare la presa.
A quel punto la corrente lo trasporta al centro del fiume.
Il pover’uomo che aveva riacquistato una certa lucidità prova a nuotare nel tentativo di mettersi in salvo.
Non aveva fatto i calcoli, però, con la ferocia della marmaglia capitolina, degna discendente di quei signori che, affascinati dalla vista del sangue, affollavano festanti e goduriosi le arene della Roma antica.
Qualcuno salta su una barca, raggiunge il Carretta e lo percuote con una serie violenta di colpi di remi.
Sfinito dalla fatica e tramortito dalle botte Carretta tenta disperatamente di aggrapparsi al bordo della barca, implorando pietà.
Il barcaiolo, però, non si fa intenerire e con alcune tremende remate lo sospinge sott’acqua.
Ormai è finita. Il corpo privo di vita viene trascinato dalla corrente e recuperato più giù, presso ponte Sant’Angelo.
Ma la folla non è ancora sazia.
Qualcuno grida di portarlo a Regina Coeli.
Il corpo allora viene trascinato lungo il selciato lasciando una copiosa scia di sangue.
Giunti al carcere al cadavere completamente nudo e irriconoscibile a causa delle percosse, viene legato un cappio al collo e appeso a testa in giù ad un’inferriata vicino al portone d’ingresso.
Quindi è preso di mira da una sassaiola che, via via, si fa sempre più fitta, condita di sputi, calci ed insulti vari.
Qualcuno trova persino il “coraggio” di orinare sul corpo privo di vita.
Il tutto accadeva mentre la moglie del Carretta, che abitava in un appartamento all’interno di regina Coeli, assisteva alla scena dalla finestra che dava sulla strada.
Soltanto a questo punto la polizia interviene e provvede a disperdere la folla.
Il cadavere viene recuperato, caricato su di una ambulanza e trasportato all’istituto di medicina legale.
L’orrore era stato perpetrato e un uomo barbaramente massacrato da una folla inferocita ed avida di giustizia sommaria.
Né quello di Carretta rimase un caso isolato.
Nel corso dei mesi seguenti tante altre persone, il più delle volte colpevoli soltanto di non essersi omologate, faranno la stessa fine ad opera e per mano di chi diceva di lottare per la liberazione del nostro paese.
Ma perché l’odio violento della gente si rivolse proprio contro Donato Carretta? Ancora oggi, a tal riguardo, permangono molti dubbi.
Alcuni affermano che si trattò di un tragico errore di persona. Carretta potrebbe essere stato scambiato per il questore Caruso che quel giorno si trovava nel palazzo di giustizia ma in un’altra stanza.
Altri, invece, collegano il fatto alla sua mansione di direttore del carcere romano: qualcuno, mosso da risentimento personale, potrebbe aver infiammato la folla e determinato l’infame linciaggio.
Non a caso il corpo del Carretta venne portato a Regina Coeli e lì pesantemente oltraggiato.
Chi non ha dubbi è Giorgio Pisanò che nella sua “Storia della guerra civile in Italia”, così scrive: “Solo molto tempo dopo si venne a sapere che la donna in gramaglie non era affatto la vedova di uno dei trucidati delle Ardeatine ma solo un’attivista del Pci che era stata istruita per provocare l’incidente”.
La donna alla quale fa riferimento Pisanò era quella popolana che, entrata nell’aula del palazzo di giustizia, con le sue grida rivolte contro Carretta, accusato di aver consegnato il marito ai tedeschi dopo l’attentato di Via Rasella, aveva provocato la sollevazione della folla.
E invece non si trattava che di una volgare montatura, di una macchinazione, di una subdola messa in scena per costringere i giudici romani ad accelerare i lavori processuali contro l’ex questore Caruso che, secondo l’opinione generale, procedeva molto a rilento.
Eppure, ironia della sorte, Donato Carretta si era molto adoperato, giovandosi del suo ruolo, in direzione diametralmente opposta.
Una commissione d’inchiesta stabilirà che lo stesso aveva aiutato la resistenza partigiana, liberato dalle carceri i detenuti politici nell’imminenza dell’arrivo delle truppe alleate e collaborato con il Comitato di Liberazione Nazionale.
Si riconobbe, in parole povere, che la folla, sbagliando clamorosamente bersaglio, aveva trucidato una persona innocente.
L’evento finì per provocare un feroce dibattito all’interno della sinistra.
I socialisti con Nenni e Pertini in prima fila, presero immediatamente le distanze esprimendo tutto il loro dolore “per il truce assassinio del Carretta che era stato sempre favorevole agli incarcerati antifascisti e li aveva in molti modi aiutati”.
Molto più duro fu Benedetto Croce che riferendosi a quell’evento definì i comunisti “macchine senza luce intellettuale e senza palpiti di cuore”.
L’unica voce fuori dal coro fu quella di Palmiro Togliatti che, a quel tempo, era ministro del governo Bonomi. Egli, come suo costume, fece un pubblico e disgustoso elogio dell’episodio a dimostrazione della bontà del giudizio del Croce.
Anche Churchill restò molto impressionato “dall’orribile oltraggioso linciaggio” che, però, le sue forze di polizia non vollero o non seppero evitare.
Prima di concludere due parole sulla fine del questore di Roma Pietro Caruso.
Egli doveva essere assolutamente condannato a morte e così, in effetti, andò a finire.
Il 22 settembre del 1944, appena quattro giorni dopo l’assassinio di Carretta, venne fucilato all’interno di Forte Bravetta.
Caruso affrontò il plotone d’esecuzione con grande coraggio e vigorosa forza d’animo.
Morì crivellato dai proiettili gridando “Viva l’Italia”.
Nelle mani stringeva il rosario che qualche ora prima aveva ricevuto in dono dal pontefice Pio XII.

Articolo tratto da STORIA del NOVECENTO Anno VII n. 108

tratto da: http://www.italiasociale.net/storia13/storia-13-03-02.html
 

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