mercoledì 19 ottobre 2016

Si chiama Nato ma ci vuole morti. I mali dell’Esercito Italiano che Risalgono in superficie

L'Italia si è schierata contro la Russia per compiacere la Nato, ma non sa cosa rischia. Anche se ha suscitato molto scalpore la decisione avvallata dal Ministro della Difesa Pinotti di inviare un contingente di 150 uomini in Lettonia per contrastare le sedicenti politiche aggressive russe nei Paesi Baltici, all'opinione pubblica italiana non sono noti i motivi di estrema fragilità del nostro esercito e le poco nobili manovre dei grandi ufficiali italiani per entrare nel salotto buono della Nato e promuovere carriere personali a scapito dei cittadini e dei soldati. Sono iniziative demenziali e già viste in ben più tristi frangenti, come sotto Cadorna nelle drammatiche fasi che precedettero Caporetto. Quali sono i mali strutturali dell'Esercito Italiano? Perché non siamo affatto al sicuro?
Interpellato sulla questione, tra il serio e il faceto, dico spesso che, in caso di conflitto, meglio sarebbe passare dalla parte del nemico. I motivi non sono tecnologici, come continuano ad affermare gli esperti militari, spesso grandi conoscitori del pilotaggio dei droni, ma poco di storia e di psicologia.
PROBLEMA N.1.
L'Esercito Italiano non ha avuto in questi decenni di "antifascismo politicizzato e da salotto" nessuna promozione sociale. Un po' come avvenuto per i dipendenti Statali in generale, i militari hanno sfruttato, ma anche subìto, una selezione che lascia quanto meno a desiderare. Risultato? Il 71 per cento dei militari italiani è meridionale, cioè proviene nella stragrande maggioranza dei casi da poche regioni del sud Italia. Prima di appiccicarmi addosso la patente di razzista, si provi a ragionare in termini pratici: come mai il 71% per cento dei soldati americani NON proviene dal New Messico o dal Wisconsin? Come mai la maggior parte dei soldati francesi non proviene dalla Provenza? Come mai 2 militari su 3 dell'esercito tedesco non proviene dalla Baviera? Vi pare che questa cosa sia davvero così accettabile?  Si può seriamente avanzare l'ipotesi che, a livello statistico, i giovani del sud optino per la carriera militare perché non ci sono altri lavori da svolgere. Bene, allora anche in termini di efficacia ci siamo risposti da soli... Aggiungerei anche che in caso di guerra patriottica, come fu quella risorgimentale e, in parte, la Prima Guerra Mondiale, un esercito composto da soldati quasi completamente del Sud perderebbe gran parte della sua energia propulsiva, soprattutto in considerazione del fatto che i confini maggiormente minacciati da pericoli esterni furono quelli al Nord del paese, non al Sud (lascerei perdere, per favore, lo sbarco in Sicilia del 1943).
PROBLEMA N.2.
Gli ufficiali italiani sono stati preparati nelle scuole militari tradizionali e i soldati hanno subìto una propaganda spesso troppo ideologizzata all'interno di quegli ambienti. Ecco allora che, per molti cittadini, i  militari nostrani sono per forza di cosa collocati alla destra politica del paese, che ha come antenato il fascismo. In verità, cameratismo a parte e che certamente fa la parte del leone dentro le caserme nazionali, in battaglia l'esercito italiano ha spesso dimostrato di soffrire di garibaldinismo. Il garibaldinismo, a dispetto del nome, ha ben poco a che fare con Giuseppe Garibaldi, al quale non si può certo imputare l'incompetenza. Semmai, è una malattia tipica di molti italiani ed in molti campi lavorativi che potremo tradurre col termine improvvisazione. Il nostro esercito ha sempre avuto la convinzione che bastasse infilare la baionetta nel fucile e partire all'assalto per avere ragione del nemico. Un classico esempio, purtroppo, fu la sconfitta di Adua del 1896, che costò a Crispi la leadership governativa e a molte famiglie italiane la perdita dei loro cari. In occasione del tentativo di strappare l'Etiopia al Negus, gli italiani se la presero con l'unico esercito  strutturato presente in Africa. Andò in battaglia in inferiorità numerica e con fucili obsoleti rispetto a quelli passati dai francesi sottobanco. Nelle immagini informative passati ai soldati italiani, ad esempio, gli etiopi erano raffigurati come negretti seminudi armati di lance e frecce. Si trattò di una delle prime battaglie moderne, invece, con gli italiani in grado persino di farsi imbrogliare nelle trattative. Il disastro che ne seguì cambiò per sempre le sorti d'Italia e ciò è imputabile a cattiva organizzazione, ma soprattutto all'incapacità dei generali italiani, in parte provenienti dalle fila dei garibaldini (come il Presidente del Consiglio Crispi, tra l'altro) che da volontari si sono trovati a fronteggiare veri professionisti della guerra, subendo umiliazioni prima di Adua (Custoza, Dogali) e dopo, a Caporetto, appunto. Se vogliamo attualizzare questo tema, pensiamo alle recenti Olimpiadi brasiliane, dove gli italiani spiccano per generosità e genio individuale, raramente per la capacità di lavorare in squadra.
PROBLEMA N. 3.
Gli ufficiali italiani hanno un patriottismo discutibile e, come si diceva prima al punto 1, spesso hanno affrontato la carriera militare per risolvere questioni economiche e come ripiego professionale più che per autentica vocazione. Nel caso dei 150 alpini inviati a fare la figuretta in Lettonia, non posso scordare che il nostro Capo di Stato Maggiore, il Generale Claudio Graziano, è uomo giustamente ambizioso e, (forse?) spera di fare la stessa carriera che ha fatto in Italia all'interno del più ampio e prestigioso consesso della Nato grazie ad interventi i questo tipo. A breve, infatti, ci sarà l'elezione del Presidente del Comitato Militare della Nato...  Al generale auguro la carriera da lui auspicata, ma, soprattutto, auguro ai soldati italiani di non dover mai affrontare qualcuno in battaglia, soprattutto nell'area del Baltico. Non c'è nulla di strano ad essere ambiziosi, ma non sarebbe male se le stellette i nostri ufficiali le guadagnassero senza l'avvallo di decisioni politiche contrarie al sentimento popolare, rischiose e tatticamente demenziali, visto che non c'è nessuna prova di minaccia russa nel Baltico. E semmai è il contrario.

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