lunedì 14 marzo 2016

Fascismo "immenso e rosso" - Il fascismo di sinistra



Il fascismo di sinistra… Concetto Pettinato (Catania 3 Gennaio 1886 - Este 12 Gennaio 1975)

Durante la Repubblica Sociale c’era un “partito dei direttori”. Pensavano che bisognasse finirla coi metodi rigidi del Ventennio. Che si dovesse democraticizzare il Partito, che bisognasse stimolare la libera dialettica, soprattutto che le riforme sociali annunciate a Verona dovessero senz’altro essere attuate alla svelta. Erano per un Fascismo “di sinistra”, aperto, non oligarchico. I loro antagonisti erano specialmente Pavolini e Farinacci, che invece propugnavano la linea dura, almeno finché fosse durata la guerra. Parliamo di alcuni tra i direttori di giornale più famosi e autorevoli dell’epoca: Mirko Giobbe de “La Nazione” di Firenze, Carlo Borsani della “Repubblica Fascista” di Milano, Ezio Daquanno de “Il Lavoro” di Genova, Ugo Manunta de “Il Secolo-La Sera” di Milano, Giorgio Pini de “Il Resto del Carlino” di Bologna e Concetto Pettinato de “La Stampa” di Torino. Con pochi altri minori, erano un po’ un gruppo di pressione e rappresentavano una delle due linee principali interne alla RSI. Li diremmo le “colombe” rispetto ai “falchi”, filo-tedeschi a tutta prova e fedeli a un’idea di partito più vicina all’Ordine, all’aristocrazia scelta di credenti e di combattenti.

Avvicinamento al popolo, ammorbidimento dei toni oltranzisti nei confronti dei partigiani per smussare gli odi fratricidi, pieno aperturismo verso gli a-fascisti, promozione delle iniziative sociali, anche quelle spicciole quotidiane, un occhio di favore alla rappresentaza del lavoro e soprattutto alla riforma socializzatrice. Questo grosso modo il quadro. I referenti politici di questo ambiente erano pochi, ad esempio il ministro della Giustizia Pisenti o Barracu, il sottosegretario alla Presidenza: un po’ deboli. Difatti, il “partito dei direttori” non andò mai molto lontano, anche se riscosse ampie simpatie e fu al centro di qualche disegno di potere. Per lo più inteso a sostituire Pavolini – del resto, a Verona proclamato Segretario solo provvisorio del PFR – con qualche elemento meno intransigente. Per dire: quando, nell’aprile ‘44, Giobbe ricordò polemicamente a Pavolini questo dettaglio, il risultato fu la sua pronta estromissione dalla direzione de “La Nazione”. E quando, nel giugno seguente, Pettinato scrisse sulle colonne de “La Stampa” il famoso articolo Se ci sei, batti un colpo – che intendeva dare la sveglia al Partito e allo stesso sonnacchioso Mussolini di fronte allo sgretolamento del Fascismo in quel momento tragico (occupazione di Roma, aumento dell’attività partigiana, sbarco in Normandia, sfondamento sovietico a est…) – il risultato fu la sospensione di Pettinato per circa un mese.

Ritroviamo queste vicende ripercorse da Giuseppe Parlato in un’ottima introduzione alla pubblicazione di tutti gli articoli scritti da Concetto Pettinato per “La Stampa” nei mesi di Salò. Più di cento pezzi, tra cui anche alcuni mai apparsi e a suo tempo censurati. Un vero scoop editoriale, dovuto all’Editrice Scarabeo di Bologna, che colma una vecchia lacuna. In effetti, Pettinato fu durante la RSI una figura autorevole, i suoi articoli facevano tendenza, come si dice; erano seguiti anche all’estero – dove il giornalista siciliano era ben conosciuto – e insomma era uno in grado di incidere politicamente. Tanto che, quando uscì il suo articolo più noto, le cronache riportano le furiose polemiche tra fascisti, ma anche l’apprezzamento che raccolse negli ambienti moderati, che aspettavano da qualche parte che qualcuno facesse un gesto distensivo, per placare la catena d’odio che si era già messa in moto avviando la guerra civile. Ma evidentemente non era quello, nel giugno ‘44, il momento per fare gesti distensivi. Mentre ogni giorno cadevano i fascisti colpiti a freddo alle spalle, come nel caso di Ather Capelli, direttore della “Gazzetta del Popolo” di Torino, aveva davvero poco senso, probabilmente, offrire la mano al carnefice. Che sentiva vicina la vittoria con l’avanzare degli Alleati e non aveva nessuna voglia di rinunciare alla caccia grossa finale.

Parlato riporta, tuttavia, che l’articolo di Pettinato ebbe il potere di galvanizzare anche il Fascismo radicale e rivoluzionario: «in particolare quello torinese: una nota di polizia metteva l’articolo in diretto rapporto con le riunioni che gruppi dissidenti del fascismo subalpino, guidati da Toniolo e da Bodo, avevano tenuto per realizzare un più diretto rapporto dei fascisti con la città e per realizzare un programma effettivamente sociale e rivoluzionario». Infatti, a dire il vero, Pettinato fu una “colomba” per modo di dire. Aveva idee precise circa un Fascismo “di sinistra” di tipo giacobino, seguendo la sua antica ideologia mazziniana, risorgimentalista e nazionalista. Recisamente anti-americano già dall’anteguerra e con un occhio indulgente verso lo stalinismo, giudicato – come da più parti si era fatto durante il Ventennio – più un socialismo nazionale in fondo affine al Fascismo, che non un comunismo barbarico, Pettinato, nel suo ultimo articolo, dedicato al destino dell’Europa – gennaio 1945 – scrisse che «i due pretesi poli opposti del totalitarismo, il rosso e il nero, sono stretti parenti… fascismo e sovietismo sono due facce della stessa medaglia… il loro nemico, in ogni caso, è il medesimo…».

Non era un’idea disperata dell’ultim’ora. Già prima della guerra, Pettinato – che giunse tardi al Fascismo, e da un liberalismo “giolittiano” che non lasciava presagire i futuri oltranzismi antiborghesi – aveva colto in pieno i motivi geopolitici della prova che si stava avvicinando. Una guerra rivoluzionaria delle nazioni “proletarie” avrebbe regolato i conti con la potenza imperialistica inglese, permettendo all’Italia, al tempo stesso, di contenere il dilagante dinamismo tedesco. Nel 1939, quando fu espulso da Parigi dove si trovava come corrispondente estero da circa vent’anni, si convinse dell’esistenza di una congiura mondiale capitalistico-massonica, che si preparava a far pagare all’Italia il suo tentativo di entrare nel club della grande politica. La guerra avrebbe dovuto essenzialmente presentarsi – alla maniera di un Corradini – come una insurrezione sociale contro i dominatori del mondo, i borghesi e i capitalisti anglosassoni. Questi temi vennero potenziati e rilanciati durante la RSI. Libero dai cascami conservatori, il Fascismo avrebbe potuto finalmente scatenare una guerra di popolo di sapore neo-risorgimentale, anzi, giacobino, passando all’eliminazione di quei poteri, come la monarchia e il capitalismo, che per vent’anni avevano impedito al Fascismo di essere davvero se stesso.

Parlato scrive che Pettinato, nell’assumere la direzione de “La Stampa” nel novembre del 1943, precisò direttamente ad Agnelli i suoi punti fermi: processo alla borghesia, lotta al capitale, da sempre filo-inglese, favoreggiamento della creazione di un blocco antiplutocratico italo-tedesco da estendere alla Russia, lancio di un programma circa la nuova Europa anti-americana, infine indulgenza verso i fascisti del Ventennio, senza regolamenti di conti. Come sottolinea Parlato, nelle linee essenziali, non era nulla di diverso dal programma, presentato da Ugo Spirito a Mussolini sin dal 1941, circa la “guerra rivoluzionaria” per il nuovo ordine. In un articolo del gennaio ‘44, Pettinato scrisse che «il vero nemico è, per noi come per la Russia, il capitalismo liberale, il regime dello sfruttamento illimitato del lavoro e dell’illimitato profitto del capitale».

Considerava fondamentale che la socializzazione diventasse un fatto compiuto. Solo così il popolo si sarebbe reso conto da che parte stava il Fascismo, e sarebbe accorso nelle sue file. Un po’ ingenuamente – lo diciamo col senno di poi – Pettinato pensava a una specie di repubblica giacobina che, pur avendo tutti contro, avrebbe finito col fare breccia nel popolo e con questo, in maniera travolgente, afferrare la vittoria: solo così, «avremo con noi tutto il popolo». Il sogno non si avverò, non ci fu una seconda Valmy. Dall’altra parte non c’erano svogliati e invecchiati eserciti dinastici, ma un’alleanza di ferro tra le maggiori potenze industriali del pianeta. Al punto in cui stavano le cose, non sarebbe stata una “leva in massa” alla giacobina a ribaltare la situazione militare. Ne è riprova la mobilitazione tedesca attuata sul fronte orientale negli ultimi mesi di guerra: la creazione del Volksturm non ottenne apprezzabili risultati sul piano strategico.

Battere pesante sul tasto sociale avrebbe potuto, però, cambiare la situazione politica. Ma il “popolo lavoratore” alla fine resterà ottuso di fronte agli stimoli socializzatori, già gli ronzava nelle orecchie una sirena più grande, il comunismo che arrivava da lontano sui carri armati dell’Armata Rossa. Il “popolo lavoratore” rimarrà inerte persino quando, nel 1945, i suoi capi comunisti gli toglieranno quel poco o tanto che il Fascismo aveva realizzato. E dalla partecipazione agli utili, dal lavoratore-azionista, dal consiglio di fabbrica, il proletariato passò in un lampo e senza battere ciglio alla repressione reazionaria del capitalismo anni Cinquanta.

Queste cose Pettinato, allora, non poteva saperle. Fino all’ultimo ebbe fiducia, come scrive Parlato, nel «mito della socializzazione… come un fatto rivoluzionario, in grado di modificare radicalmente i rapporti sociali e di trasformare definitivamente il proletariato nell’anima della nazione». Quando la tremenda estate del ’44 finì, l’autunno portò un po’ di tregua. Fu in questi mesi che si poterono registrare le ultime fiammate di Salò. L’arresto dell’avanzata alleata, il calo del movimento partigiano, qualche successo della socializzazione tra gli operai, la nascita del Fascismo clandestino nell’Italia occupata, la situazione disastrosa in cui versavano le zone sotto amministrazione militare angloamericana: aspetti positivi per il morale. La RSI rimaneva in piedi, la burocrazia funzionava, il Partito teneva, la vita civile continuava, non ci furono disordini.
Ma anzi, nelle giornate milanesi di Mussolini, un ultimo clamoroso sussulto di ottimismo e di entusiasmo. Alla fine, Pettinato trovò il modo di farsi esautorare definitivamente. Un altro articolo contestato, un’intervista con Cione, l’eretico crociano che voleva fondare un partito di opposizione, l’inimicizia di Farinacci, costarono a Pettinato l’allontanamento, nonostante che il nuovo Ministro del Lavoro Spinelli e le commissioni dei lavoratori de “La Stampa” avessero manifestato in suo favore. Il tempo stringeva. Siamo nel marzo 1945. Poi più nulla. Visto a distanza, Pettinato è un bel rebus. Come dice Parlato, si presta ad essere frainteso. Anti-massone, ma in gioventù liberalconservatore; di sinistra, ma anti-sindacalista; radicale, ma aperturista; anticlericale, ma a suo modo religioso; giacobino ma, prima dell’8 settembre, anche monarchico. Sempre antiamericano e sempre nazionalista. Insomma, un fascista.

Concetto Pettinato, nato a Catania il 3 gennaio 1886 da Carmelo e da Maria Biraghi, studia prima all'Università di Roma ma si addottora a Catania in Giurisprudenza.
Dopo aver collaborato alla «Perseveranza» di Milano e al «Giornale di Sicilia» di Palermo, come collaboratore volontario, nel 1910 intraprende un lungo viaggio per l'Europa, soggiornando in Russia, Francia, Polonia e Turchia.
Da queste località invia articoli di sua iniziativa ad Alfredo Frassati, direttore e proprietario de «La Stampa» di Torino da cui verrà poi assunto.
Durante la sua permanenza russa, gli viene offerto di assumere l'ufficio di corrispondenza per la «Rivista dei Balcani».
Rimane in Russia sino a tutto il 1913 ed il frutto di quella esperienza è la pubblicazione del suo libro La Russia e i Russi osservati da un italiano (Treves, 1914).
Dal gennaio al luglio 1914 soggiorna a Parigi, dove intrattiene, sempre per conto de «La Stampa» una serie di colloqui con celebrità mondiali… Max Nordau, Auguste Rodin, Flammarion, Schuré, Henry de Régnier, Georges Ohnet, Paul Margueritte ed altri. Inizia anche a collaborare con la rassegna liberale e nazionale «L'Azione» di Paolo Arcari.
Nell'agosto «La Stampa» lo invia in Polonia, da dove riporterà dopo poco un libro di ricordi, Sui campi di Polonia (Treves, 1915) di cui il prefatore è Henryk Sienkiewicz.
I primi di gennaio del 1915 tiene, nella sala dell'Associazione Pro-Cultura di Firenze, una conferenza su Russia, slavi e politica mediterranea, ed a febbraio questa stessa conferenza viene ripetuta nel salone della Federazione degli Esercenti di Milano, organizzata dal Gruppo nazionale liberale di Milano.
Nella primavera dello stesso anno si reca in Austria a studiare le condizioni della monarchia austro-ungarica e, malgrado le difficoltà oppostegli dalla sorveglianza poliziesca, raccoglie gli elementi per un terzo libro, L'Austria in guerra (Treves, 1915).
Mobilitato nell'ottobre 1915, passa al grado di sottotenente nel 1916 e tenente nel 1918, prestando servizio al Comando supremo dell'Esercito.
Nella guerra del '15-'18 è addetto all'Ufficio informazioni del Comando supremo.
All'inizio del 1917 si fidanza con Cesara Marenesi, che sposa l'anno dopo nel mese di febbraio.
Dopo aver soggiornato a Roma per ragioni di servizio presso l'Ufficio informazioni del Comando supremo dell'Esercito, si trasferisce a Milano presso l'Ufficio speciale militare alla Sezione R prima, poi alla Sezione M.
In seguito presta servizio all'Ufficio operazioni Sezione comunicati del Comando supremo in zona di guerra.
Nel dicembre del 1918, Alfredo Frassati, direttore de «La Stampa», stipula con Pettinato un contratto di collaborazione quinquennale che entra in vigore due settimane dopo la smobilitazione di Pettinato stesso.
Nel 1919 si reca, in qualità di corrispondente de «La Stampa» in Ungheria durante la rivoluzione di Bela Kun, e poi in Austria. Nel 1920, pubblica un volume sul movimento rivoluzionario che aveva travolto l'Europa, con il titolo L'ora rossa (Zanichelli, Bologna) nel quale delinea lo stato d'animo caotico e anarchico del dopoguerra.
Il 7 febbraio 1920 stipula un contratto con «La Stampa» in qualità di corrispondente ordinario, con anzianità decorrente dall'anno 1916.
Assume così il posto di inviato da Berlino, dove si trasferisce, per tutto il 1920 e il 1921, per studiare in una serie di corrispondenze a «La Stampa» la Germania della disfatta, esaminando soprattutto la crisi morale ed intellettuale da essa attraversata. Durante questo suo soggiorno tedesco, si sposta da Berlino a Weimar ed a Norimberga.
Nel frattempo, pubblica un libro di avventure per la gioventù, Il delfino di Kavak (Bemporad, 1921).
Ad aprile di quello stesso anno, è nuovamente a Parigi alle prese con lo studio su Francesi e tedeschi, problema d'anime, istituendo un bilancio spirituale fra i due popoli quali li aveva lasciati la guerra.
I capitoli dello studio escono su «La Stampa» ma non in volume.
Rimane nella capitale francese alla direzione dell'ufficio di corrispondenza di quel giornale, polemizzando frequentemente con la stampa francese in difesa degli interessi nazionali. Incontra Anatole France e Paul Hazard, oltre a Jules Sageret.
Nel contempo, gli arriva la nomina da Guido Treves di collaboratore parigino anche per «L'Illustrazione italiana», e più tardi per «La Fiera letteraria»… inoltre continua ad inviare articoli al «Giornale di Sicilia», firmando con lo pseudonimo "Fidelio".
Dall'aprile a fine luglio 1926, è di nuovo temporaneamente a Berlino come corrispondente, continuando a mantenere la carica di capo ufficio di corrispondenza di Parigi per «La Stampa».
Nel dicembre dello stesso anno Pettinato diventa socio del Sindacato fascista dei giornalisti italiani di Parigi.
Continua a vivere nella capitale francese ed a lavorare per «La Stampa», intessendo contatti con giovani scrittori francesi come richiesto dalla direzione del quotidiano torinese, specialmente dall'On. Andrea Torre e da Giuseppe Piazza.
Nel 1929, Ugo Ojetti gli chiede di collaborare anche alla sua rassegna di lettere e arti, «Pègaso», con scritti di letteratura e di vita francese.
In settembre gli scrive Arturo Marpicati, nella sua veste di direttore del Comitato nazionale per i rapporti intellettuali con l'estero dell'Istituto nazionale fascista di cultura, chiedendogli di collaborare alla collana italiana di letteratura contemporanea presso l'editore Grasset di Parigi, in sostituzione di Giuseppe Prezzolini, trasferitosi a New York alla Columbia University.
Pettinato accetta questo incarico ed inizia il suo lavoro di corrispondente e referente a Parigi del suddetto comitato.
Agli inizi del 1930, si reca a Madrid come inviato de «La Stampa» per seguire da vicino la crisi spagnola e all'inizio dell'estate, invitato da Benjamin Crémieux del servizio informazione e stampa del Ministero degli affari esteri francese, accompagna il presidente della Repubblica francese nel suo viaggio in Algeria.
Nel 1930, esce il suo libro sulla Francia, A Parigi coi francesi, che nel 1931 l'editore Firmin-Didot di Parigi stampa tradotto in francese.
Recatosi in Spagna alla vigilia della rivoluzione, dà alle stampe Il senso della Spagna (Alpes, Milano, 1930).
Sempre di stanza a Parigi, continua a viaggiare per servizi straordinari dalla Spagna.
Nel 1932, pubblica presso l'editore Treves Dialoghi moderni, un ritratto ironico del suo tempo.
A fine giugno del 1933, Gherardo Casini gli scrive invitandolo, anche a nome di Giuseppe Bottai, a collaborare con «Critica fascista».
Invito raccolto subito da Pettinato. A ottobre, viene nominato membro effettivo della Società meteorologica italiana. Si reca prima a Nizza e poi a Tunisi sempre per conto de «La Stampa», da dove scrive le sue corrispondenze.
L'anno successivo tiene diverse conferenze e comunicazioni, tra cui quella allo Studio fiorentino di politica estera dietro l'invito dei due vicepresidenti Gabriele Paresce e Jacopo Mazzei.
Il 9 gennaio 1936 è nominato membro del Consiglio direttivo del Comitato delle scuole italiane di Parigi.
Agli inizi del 1937, Leo Longanesi propone a Pettinato di collaborare da Parigi al settimanale di attualità politica e letteraria «Omnibus».
Il giornalista continua ad accettare incarichi come quello di scrivere un opuscolo sulla civiltà italiana in Francia per conto della Società nazionale Dante Alighieri, sotto l'invito del presidente Felice Felicioni e di Mario Puccini.
Nell'aprile del 1938, si reca in Spagna a Saint Jean de Luz.
Viene invitato a partecipare al II Convegno nazionale per gli studi di politica estera (Milano, 2-4 giugno 1938) organizzato dall'Istituto per gli studi di politica internazionale.
Proprio quest'ultimo, tramite Cesare Giardini, propone a Pettinato di pubblicare il suo libro La Spagna di Franco, stampato dalla società editrice «La Stampa» in quanto il volume non aveva trovato un editore.
Gli viene offerta la collaborazione anche al nuovo settimanale d'attualità politica e letteraria «Oggi» uscito nel 1939.
Nel luglio 1939 Pettinato si vede notificato l'atto di espulsione dalla Francia.
Si reca a Ginevra da dove continua il suo lavoro di corrispondente. Il direttore de «La Stampa», Alfredo Signoretti, gli propone di sostituire temporaneamente Giuseppe Piazza a Berlino, poi di effettuare un viaggio nei paesi nordici (Belgio, Olanda, Danimarca, Norvegia e Svezia).
Pettinato prende contatti con il Fascio "Tito Menichetti" di Ginevra e continua a collaborarvi anche dopo l'8 settembre 1943.
Il 26 gennaio 1940 tiene una conferenza all'Istituto nazionale di cultura fascista a Roma dal titolo Origini e aspetti della Rivoluzione spagnola.
Nel 1940 esce il suo La lezione del medioevo e lavora al successivo libro La Francia vinta. Con il primo concorre al premio Mussolini.
Nel marzo del 1941 è richiesta la sua presenza a Roma con urgenza. Gaetano Polverelli, sottosegretario di Stato del Ministero della cultura popolare, gli propone di curare per radio la trasmissione di notiziari, commenti e conversazioni al fine di propagandare il punto di vista italiano nel mondo e di controbattere la propaganda del nemico.
Dopo gli avvenimenti del 25 luglio e la caduta del fascismo, il cambio di direzione a «La Stampa» nell'agosto del 1943 e l'avvento di Filippo Burzio alla direzione liquidano Pettinato da ogni sua competenza contrattuale. Ma qualche mese dopo, con la liberazione di Mussolini e la costituzione della Repubblica sociale italiana nel nord d'Italia, Pettinato viene chiamato il 10 dicembre alla direzione del quotidiano torinese da Mussolini stesso.
Inizia il suo lavoro di ricerca di nuovi collaboratori da inserire nello staff del giornale e scrive molti articoli di propaganda fascista, suscitando l'ammirazione e il compiacimento sia del ministro della cultura popolare, Fernando Mezzasoma, sia dello stesso Mussolini.
A fine febbraio 1944, viene nominato presidente della Sezione torinese dell'Associazione italo-germanica.
Continua a scrivere incessantemente sul giornale di Torino, fino a quando un suo articolo dal titolo “Se ci sei batti un colpo” solleva un acceso dibattito.
I suoi articoli hanno sempre una grande risonanza nella Repubblica Sociale Italiana e anche tra i nemici della stessa.
Di particolare importanza è il suo articolo “Migliore dei farmachi” pubblicato su «La Stampa» del 14 gennaio 1945, con cui polemizza con Roberto Farinacci.
Più tardi viene deferito alla Commissione di disciplina del Partito Fascista Repubblicano. Nei giorni che segnano la vittoria delle forze partigiane su quelle repubblicane e tedesche, Pettinato si nasconde a Milano.
Arrestato il 26 giugno 1946, viene rinchiuso nel carcere giudiziario di Torino e sottoposto a procedimento penale.
Condannato a 14 anni di carcere per collaborazionismo con il tedesco invasore, viene liberato nello stesso anno grazie al provvedimento di amnistia del '46.
Si trasferisce a Roma da dove continua il suo lavoro di pubblicista, firmando sia con il suo nome sia con pseudonimi come Vitaliano Lamberti, e collabora a periodici di aerea (neo)fascista di Roma e di Milano.
Viene invitato dall'on. Gallo e dall'On. Castrogiovanni a trasferirsi a Palermo per assumere la direzione di un nuovo giornale, organo di propaganda del Movimento indipendenza siciliana, ma Pettinato declina tale invito.
Nel giugno 1947, Pettinato si iscrive al Msi e la Giunta esecutiva del Movimento Sociale Italiano lo designa membro del Comitato centrale, nella qualità di membro del gruppo dei promotori.
Nel 1948, si candida alle elezioni politiche nella lista del Movimento Sociale Italiano come capo-lista di Torino e di Catania. Ma non viene eletto.
Con Giorgio Pini ed Ernesto Massi sarà uno dei degli esponenti di spicco dell'ala sinistra e rivoluzionaria dello Movimento Sociale Italiano.
Inizia a lavorare per «Meridiano d'Italia» e «Il Merlo giallo».
Dal primo si ritira agli inizi di luglio 1949 insieme a Ezio Maria Gray e a Giovanni Capasso Torre, per motivi di opportunità, per sostegno allo stesso Gray e alla sua linea politica portata avanti nella condirezione del giornale.
Gray e Pettinato, con altri, lavorano alla nascita di un nuovo settimanale.
Pettinato propone di chiamarlo «Il Nazionale», con la formula voluta da Gray di "Giornale indipendente di politica e cultura".
Dovrebbero collaborarvi Giardini, Curti, Rocca e Pellizzi, invitato dallo stesso Pettinato.
Il primo numero del settimanale esce il 19 settembre 1949, diretto da Ezio Maria Gray e da Concetto Pettinato, con Piero Girace responsabile.
Ma già in ottobre il settimanale risulta sotto la unica direzione politica di Ezio M. Gray e come direttore responsabile Ugo Dadone; Pettinato si annovera solamente tra i collaboratori.
Agli inizi del 1950, Pettinato riprende la sua collaborazione con il «Meridiano d'Italia» e l'Assemblea costitutiva dell'Associazione "Amici di Brasillach e Borsani" lo elegge membro del Consiglio direttivo del sodalizio, composto tra gli altri da Alfredo Cucco, Ezio M. Gray, Franco Maria Servello, Costantino Patrizi, Aniceto del Massa, Giovanni Capasso Torre, Valerio Pignatelli, Giovanni Volpe.
Il 30 ottobre 1950 il pretore di Siracusa lo condanna per apologia del fascismo a quattro mesi di reclusione, in seguito a un discorso tenuto l'8 aprile 1948 in Piazza Archimede a Siracusa. Nel novembre del 1951 viene assolto dal tribunale della stessa città.
Nel febbraio 1952 viene processato per aver diffuso notizie concernenti l'istruttoria del procedimento penale per la morte di Ettore Muti, reato compiuto attraverso la pubblicazione di un articolo dal titolo “Sillogismi” sul periodico «Asso di bastoni», nel n. 15 del 15 aprile 1951.
Nel luglio 1952 compare davanti alla Corte d'Assise di Roma per rispondere di vilipendio al governo per aver scritto su «Asso di bastoni» che il governo non ha diritto di celebrare la festa della vittoria perché di essa farebbero parte uomini che servirono il nemico.
La Corte lo assolve perché il fatto non costituisce reato.
Nell'agosto dello stesso anno si dimette dal Msi per contrasti con la direzione del partito, all'interno del quale era già stato sottoposto a procedimento disciplinare e sospeso da ogni attività.
Pettinato non sopporta e lo dice apertamente e senza fronzoli la politica filoatlantica del partito e l’asservimento agli americani…
Il dibattito sul Patto atlantico e sulla Nato teneva banco nella destra italiana dal 1949 al 1952, anno in cui si celebra il congresso missino dell’Aquila che registra la vittoria degli atlantisti… seguita dall’uscita dal partito di Pettinato e di Giorgio Pini.
Seguì il periodo della segreteria di Michelini, il quale si impegnò a liquidare ogni velleità terzaforzista e che nel 1960 definì la Nato “il massimo sistema di tutela e di difesa degli interessi storici, politici ed economici dell’Italia e dell’Europa”…
I motivi delle dimissioni vengono espressi da Pettinato ampiamente in un'intervista concessa a «Il Secolo» del 28 agosto 1952.
In seguito a questo episodio cessa anche la collaborazione del giornalista con «Meridiano d'Italia».
Partecipa con Giorgio Pini alla fondazione di un nuovo movimento politico denominato Raggruppamento Sociale Repubblicano basato sulla scia ideologica social-nazionale del Manifesto di Verona.
Nel gennaio 1957 inizia a scrivere regolarmente anche per «Il Tempo», curando la terza pagina del giornale. Per conto del quotidiano nel giugno 1957, si reca in Germania a Bonn per una serie di articoli.
Nel 1959 esce un suo nuovo libro, Rosso di sera, per la casa editrice Ceschina; nel 1970 Bandiera a mezz'asta e nel 1972 Francesi e tedeschi per la Giovanni Volpe Editore.
Muore ad Este il 12 gennaio 1975.

Opere. La Russia e i russi nella vita moderna osservati da un italiano, Milano 1914; Sui campi di Polonia, Milano 1915; L’Austria in guerra, Milano 1915; L’ora rossa, Bologna 1920; Il Delfino di Kavak, Firenze 1921 (1931); A Parigi coi francesi, Milano 1930 (1940); Il senso della Spagna, Milano 1930; Dialoghi moderni, Milano 1932; I francesi alle porte d’Italia, Milano 1934; Francesi e tedeschi, Milano 1938 (Roma 1972); La Spagna di Franco, Milano 1939 (Torino 1939); La lezione del medioevo, Milano 1940 (Bologna 1951); La Francia vinta, Milano 1941; Gli intellettuali e la guerra, Ginevra 1942 (Roma 1999); Questi inglesi, Milano 1944 (Roma 1949); Purgatorio, Roma 1949 (Milano 1968); Rosso di sera, Milano 1959 (Roma 1973); Scritto sull’acqua, Milano 1963 (Roma 1973); Tutto da rifare, Milano 1966 (Roma 1973); Bandiera a mezz’asta, Roma 1970; Se ci sei batti un colpo, Roma 1973 (Bologna 2008).

Fonti e Bibl.: Le carte di maggiore interesse su Pettinato sono conservate presso l’Archivio della Fondazione Ugo Spirito di Roma (circa 13.000 documenti, che coprono il periodo 1900-75). Documenti anche in Archivio centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione generale della Pubblica sicurezza, Divisione polizia politica, b. 1006.

Per le notizie biografiche essenziali si vedano I quotidiani della Repubblica sociale italiana. 9 settembre 1943-25 aprile 1945, a cura di V. Paolucci, Urbino 1987; P. Ignazi, Il polo escluso, Bologna 1989; G. Parlato, La sinistra fascista, Bologna 2000; F. Garello - L. R. Petese, Le carte di C. P. tra giornalismo e politica, Roma 2006; G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, Bologna 2006; G. Parlato, introduzione a Se ci sei batti un colpo. Cento articoli de La Stampa per la storia della RSI, Bologna 2008;E. Cassina Wolff, L’inchiostro dei vinti. Stampa e ideologia neofascista 1945-1953, Milano 2012.

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