martedì 28 luglio 2015

INSIEME A MUSSOLINI PER LA CIVILTÀ DEL LAVORO NICOLA BOMBACCI IL COMUNISTA "VATE" DELLA SOCIALIZZAZIONE


Bruno De Padova
    
   A Genova, nella dominante piazza De Ferrari, allorché il 2° conflitto mondiale in Europa volgeva ormai alla tragica conclusione deliberata a Yalta da J. Stalin, F. D. Roosvelt e W. Churchill che imponeva al "vecchio Continente" la sua assoggettazione alla della plutocrazia anglo-statunitense e al servaggio delle mistificazioni del marxismo (quindi, la sottomissione alle false ordalie che vollero l’eccidio di Giulino di Mezz’egra e di Dongo sino all’autentico "male assoluto" di piazzale Loreto a Milano) per abbattere il più avanzato progetto d’equilibrio civile e sociale approntato dal Fascismo a tutela dei diritti dell’Uomo anche mediante l’effettiva collaborazione tra gli imprenditori e ogni altra categoria di produttori, il 15 marzo 1945 quell’eccezionale oratore vivificato da Nicola Bombacci illustrò ad una folla di oltre tremila persone (una moltitudine – in quei momenti tormentati dai bombardamenti nemici – composta principalmente dagli operai delle industrie navali del principale porto dell’Italia settentrionale insieme a quelli delle fabbriche siderurgiche e meccaniche delle delegazioni popolari di Sampierdarena, di Cornigliano, di Sestri Ponente, di Pegli e di Voltri, nonché della Valbisagno e della Valpolcevera) il significato d’intensa volontà di salvaguardia per ogni lavoratore rappresentato – nell’ambito della legislatura del Lavoro – dal Decreto Legge sulla Socializzazione delle imprese, emanato dal governo della Repubblica Sociale Italiana il 12 febbraio 1944, che il ministro dell’Econimia corporativa ing. AngeloTarchi, coadiuvato dal sottosegretario Prof. Manlio Sargenti, s’impegnarono a renderla ovunque operante affinché le maestranze del territorio nazionale, non ancora invaso dalle armate multicolore degli USA e d’Albione, potessero beneficiare nei rispettivi redditi occupazionali per tale provvedimento e, nel contempo, constatare la negatività della demagogia usata dai massoni e dagli altri opportunisti della burocrazia (i peggiori versipelle, sempre in auge per il loro servilismo!) i quali – prima del 25 luglio 1943 – congelarono l’istituzione corporativa in una cronica condizione d’inefficienza e le funzioni della confederazione dei Sindacati di categoria in attività secondarie, di deprecabile rabberciamento.

   Nicola Bombacci, affascinante nella sua eloquenza, quel 15 marzo si rivolse ai produttori genovesi dicendo, tra l’altro: "Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre…".
   Poi aggiunse: "Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione (quella dell’Ottobre rosso del 1917 in Russia), credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno…" e, spiegando i motivi della sua adesione alla RSI, aggiunse: "Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito… ma ora Mussolini si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario…".

   Nel contempo, tra lo stupore di tutti per quel linguaggio senza indugi, l’operaio metallurgico Paolo Carretta – presente col pubblico – salì spontaneamente sul palco e volle testimoniare della sua esperienza drammatica di comunista esule nell’URSS staliniana, fatto che consentì a Bombacci di esortare i liguri al riscatto dell’Onore nazionale dopo il tradimento dei Savoia, di Badoglio e dei massoni, ma anche tutti a partecipare attivamente alla formazione dei consigli di gestione nelle aziende perché si trattava di "Conquiste che, comunque vada, non devono andare perdute" onde galvanizzare la socializzazione in fase di compimento, dato che "Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché, tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…".
   E’ lo scrittore Arrigo Petacco che, nel volume "Il Comunista in camicia nera/ N. Bombacci tra Lenin e Mussolini" (ediz. Mondadori, 1996), evidenzia – a conferma di quanto segnalarono il 16.3.1945 i cronisti dei quotidiani genovesi "Il Secolo XIX" e "Il Lavoro" – come quello fu di tale romagnolo (nacque a Civitella – provincia di Forlì – il 24.10.1879) il migliore discorso pronunciato durante la RSI dinanzi alle maestranze delle più importanti fabbriche di Lombardia, Piemonte, Emilia, Veneto ecc., tra le quali le aziende editoriali Mondadori, Garzanti, "Corriere della Sera", "La Stampa", non dimenticando che in quei momenti il corso della socializzazione pervenne alla FIAT, alla Venchi Unica e alla "Gazzetta del Popolo". Inoltre, alla Dalmine – nonostante le incalzanti minacce dei comunisti tra le maestranze – gli operai votarono per il consiglio di gestione il 7 aprile e, dei 3253 elettori, vi furono 2272 votanti, con 1765 schede valide, 957 nulle e 531 di astenuti.

   Al decreto legislativo in materia (quello del 12.2.1944) non furono risparmiate le critiche di sindacalisti, di economisti e di imprenditori, ma in merito il Prof Sargenti precisò che il provvedimento in questione – così vigorosamente sostenuto da Bombacci e da Carlo Silvestri – fu una "legge-quadro", destinata a mutare ogni perfezionamento necessario, specie in attesa che la Carta Costituzionale della RSI (elaborata dal ministro Carlo Alberto Bigini) venisse sottoposta a referendum popolare, consultazione che, garantita dallo stesso Mussolini, doveva venire effettuata non appena si sarebbe concluso il conflitto imperversante in Italia unitamente alla "guerra civile", fomentata, finanziata e armata dagli invasori anglo-statunitensi e della plutocrazia. 
   Nel dopoguerra, successivamente all’assassinio di Nicola Bombacci, avvenuto sul lungo lago lariano di Dongo il 28 aprile 1945 assieme a quello di altre quattordici personalità della RSI e del Partito Fascista Repubblicano che avevano seguito Mussolini (trucidato a Giulino di Mezzagra con Claretta Setacci) nel tragico itinerario – come lo indicò con precisione Giorgio Pini – verso il "ridotto alpino" della Valtellina, è stato lo studioso Salvatore Francia che nell’opera "L’altro volto della Repubblica Sociale Italiana" (ediz. Barbarossa, 1988) documenta l’equilibrio e l’azione di sviluppo vantaggioso della produzione maturato già all’inizio dell’applicazione del D.L. del febb. 1944, dimostrando altresì con l’intervista in extremis concessa dal capo della RSI a G.G. Cabella nel palazzo della Prefettura (20.4.1945) che il Duce, con tale colloquio-testamento, indicava l’esigenza urgente di un "piano di socializzazione mondiale" rammentando nel contempo con quanta fiducia il rivoluzionario Civitella (definito dopo la sollevazione bolscevica nella Russia zarista il "Lenin di Romagna") credeva in tale realizzazione politica ed economica per la pace sulla Terra. Lo confermò anche Giovanni Dolfin – segretario particolare del capo della RSI a Gargnano – nello scritto "Con Mussolini nella tragedia" (ediz. Garzanti, 1949 – pag. 118) indicando che, alla vigilia del 1° congresso del PFR a Verona nel novembre 1943, l’uomo dei Predappio gli specificò: "Bombacci, che vive giorni di passione, è in prima linea tra coloro che si battono per una vera rivoluzione sociale". E lo fece con l’identico ardimento morale che distinse il "Nicolino" nel 1910 a dirigere la sezione del Partito Socialista a Cesena e la pubblicazione del periodico "Il Cuneo", poi con l’incarico di segretario della Camera del Lavoro a Modena e sino, molto più in su, al mandato di guida nazionale del PSI, nonché – dopo la scissione da quest’ultimo al congresso di Livorno nel gennaio 1921 – alla fondazione del Partito Comunista d’Italia e alla sua guida, da cui però (lo dettaglia sua nipote Annamaria Bombacci nell’opuscolo "Nicola Bombacci rivoluzionario, 1919 – 1921", ediz. Santerno, Imola, 1983) sarà escluso dai "compagni" poco compagni. Ciò non impedirà a Nicolino di perfezionare la sua collaborazione con Vladimir Illjc Uljanov, l’autentico Lenin creatore dell’URSS, che adottando la NEP (Novaja Ekonomiceskaja Politica, cioè la dorma di "nuova politica economica") a partire dal 1923 favorì un certo liberalismo di mercato soprattutto con il governo italiano di Mussolini e di cui il vecchio amico di "Benitochka" (come Angelica Balabanoff e Anna Kuliscioff, first Lady del socialismo italiano, chiamavano l’uomo di Predappio) fruì in collaborazione col delegato sovietico Vaclav Vorosvskij, a riallacciare quei rapporti interrottisi dopo la promozione mussoliniana del movimento fascista.

   D’altronde già l’11 novembre del 1922, alla delegazione di comunisti italiani – guidata da Bombacci – in vista al Kremlino moscovita per un incontro col capo primogenito del bolscevismo, Lenin aveva dichiarato: "In Italia c’era un solo socialista capace di fare la rivoluzione: Benito Mussolini! Ebbene, voi lo avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo!". L’ego vittorioso della "Marcia su Roma" del movimento fascista – avvenuto qualche giorno prima – aveva scatenato in Lenin il compatimento e la commiserazione per quei "Compagni" d’Italia soltanto illusi di poter captare gli adepti socialisti fanaticamente indaffarati nelle scissioni, ma allo scuro di quel movimento politico destinato a promuovere l’intero avvenire della nazione protesa sul Mediterraneo.
   Fu a Montecitorio, il 30 novembre 1923, che l’On. Bombacci – infischiandosi degli umori di circostanza dei deputati comunisti – perorò il successo dei rapporti economici e commerciali "che legano e tendono a legare l’Italia dell’Unione Sovietica" perché, tali iniziative, avvenne l’incontro delle due rivoluzioni (quella fascista e l’altra di Lenin) promovendo la condanna della recessione sociale creata dalla plutocrazia. Il sopravvento di Joseph V. Dzugasvili (Stalin) nel 1927 alla guida dell’URSS, con il conseguente allontanamento di Trotshij, Zinoviev e Kamenev della politica del Kremlino chiuse l’appartenenza di Bombacci al partito comunista, promosse l’ulteriore avvicinamento a Mussolini e nel 1936 gli permise di intraprendere il 6 aprile la pubblicazione in Italia del periodico comunista "La Verità" (una "Pravda" per i nostri connazionali) contro il quale si scatenò l’accidia critica dei Pensatori Politici dei salotti di destra e di sinistra, prossimi però, a scuoiarsi le mani all’imminente proclamazione del nuovo Impero Italiano, effettuata il 9 maggio dal Duce sul Balcone di Palazzo Venezia. Bombacci fu anche tra i sostenitori dell’autarchia perché, l’ostruzionismo del capitalismo Yankee e l’Albione significava soltanto d’impedire all’Italia e all’Europa il proprio riscatto dalle imposizioni schiaviste del trattato di Versailles del 28.4.1919 che tutto pronosticava come utopia, meno che l’autentica pace e la genuina evoluzione al progresso sociale dei popoli.

   Da quel momento, dalla nascita della Pravda italiana, allo sconvolgente 8 settembre 1943, l’incedere degli avvenimenti è celere, anche travolgente, e dopo il radio discorso di Mussolini da Monaco di Baviera – dell’8 settembre – che incitava gli italiani alla costituzione della repubblica sociale e alla riscossa, anche Bombacci, con i "compagni" Walter Mocchi, Fulvio Zocchi, il socialista Carlo Silvestri e molti altri non fascisti, si recò al nord per la rivolta ideale contro il tradimento badogliano e per la civiltà del lavoro da riscattare, da aprire a un futuro migliore col solco della Socializzazione.

   Nel tracciare le caratteristiche di "Uomini e scelte della RSI" (ediz. Bastogi, 2000) il promotore F. Andriola affidò a Guglielmo Salotti il compito di illustrare la figura di Nicola Bombacci e l’opera da lui svolta tra i protagonisti della repubblica di Mussolini e, anche in questa appassionata analisi, emerge con chiarezza che egli fu all’altezza del compito, contribuendo a far vibrare nel Manifesto di Verona (quello del PFR e approvato nel novembre 1943) lo spirito appassionato di Alceste de Ambris allorquando, per la reggenza del Carnaro e per Gabriele d’Annunzio, approntò lo "Statuto della Perfetta Volontà Popolare" in cui, come ribadì anche Fulvio Balisti, venne delineato un primo studio di Socializzazione e che nell’assise di Castelvecchio s’elevò a cardine fondamentale per l’ordinamento del lavoro nel nuovo Statuto, tutelando contemporaneamente il diritto alla proprietà privata nelle aziende e quello partecipativo agli utili da parte delle maestranze produttrici.
   Nella proiezione delle principali immagini della RSI sullo schermo della storia (quello illuminato anche da Giuseppe Mazzini e da Alfredo Oriani) s’inseriscono con stile eroico il discorso di Mussolini al Teatro Lirico di Milano (15.12.1944) e quello di Bombacci in piazza De Ferrari a Genova (15.3.1945): entrambi espandono nel futuro la volontà elettiva del lavoro premiante e della giustizia sociale a simbolo dell’autentica civiltà.

   Senza questa certezza non si promuove il progresso. 

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