sabato 19 luglio 2014

ASPROMONTE: GARIBALDI MARCIAVA SU ROMA O VERSO I BALCANI?


Autore: Agostino Spataro

L’interrogativo nasce dalle lettere del duca garibaldino

Si scoprono nuove testimonianze sul Risorgimento siciliano nelle tre lettere inedite, conservate nell’Archivio di stato di Palermo, scritte da un siciliano, nobile e garibaldino, fra il 1° e il 17 ottobre 1862 dal carcere di San Benigno (Genova) dov’era stato ristretto, con altri volontari, dopo la resa d’Aspromonte.
L’autore è Calogero Gabriele Colonna, duca di Cesarò e barone di Joppolo Giancaxio, il quale racconta all’amico Luigi De Brun, redattore del periodico palermitano “La favilla”, come andarono esattamente le cose in Aspromonte e un po’ accenna al clima politico e morale dei primissimi anni del travagliato percorso unitario.
Insomma, uno che non parla per sentito dire, ma per essersi trovato nel mezzo della tragica sparatoria dell’agosto 1862.
Com’era stato, a soli 19 anni, nell’aprile del 1860, fra i coraggiosi che, a Palermo, diedero vita alla sfortunata rivolta della Gangia e per questo condannato a morte, insieme al padre, da quel Borbone che oggi qualcuno rimpiange.
Tre lettere importanti che- come si evince dai brani seguenti- illuminano di una luce nuova i fatti d’Aspromonte e, al contempo, ci rendono la cronaca ragionata, palpitante del dramma consumatosi fra camice rosse e soldati regi, fra italiani combattenti per la stessa causa: l’Unità d’Italia.
“I bersaglieri di Pallavicino avanzavano sempre; Menotti ordinò di correre loro incontro. Obbedimmo. Con le mani alzate in aria ci avvicinammo alle grida di “Viva l’Italia”, “Viva Vittorio Emanuele”, “Viva Garibaldi”, “Viva i fratelli Italiani”. I regi risposero col grido unanime di “Viva Garibaldi” e contemporaneamente ci circondarono, disarmarono alcuni, e ci dichiarano prigionieri…”

Aspromonte: cronaca di un assurdo scontro fratricida
Gridavano gli stessi slogan, suonavano gli stessi “tocchi”, parlavano il medesimo linguaggio della libertà eppure hanno dovuto affrontarsi, e morire, in uno scontro fratricida (“aggressione fraterna” lui la chiama) che solo l’alto senso di responsabilità nazionale di Giuseppe Garibaldi evitò di trasformare in una carneficina.
“Si disse essere stati i garibaldini i provocatori: ti posso assicurare sull’onor mio del contrario.”
L’ordine del Generale era di non rispondere al fuoco.
“Solo le guerriglie di Corrao non ressero allo spettacolo per paura o per impeto…e risposero al fuoco col fuoco.”
Fino a quando: “Il Generale, ch’era a piedi allato ad una bandiera con lo scudo dei Savoia, cadde tra le braccia di Turillo Malato che si distinse per coraggio e sangue freddo. Anche Maurigi restò al suo posto. Rocco Gramitto (zio di Luigi Pirandello ndr) era al mio lato. Corrado Niscemi restò sempre in piedi e faceva il diavolo a quattro per far cessare il fuoco…”
Da notare che il duca, pur avendo il grado di sottotenente della guardia dittatoriale, partecipò alla spedizione come soldato combattente “rifiutai di entrare nello Stato Maggiore… vi andai pour payer de ma personne in una quistione vitale per l’Italia… la mia camicia rossa significava Roma solamente e non fremiti rossi né altro.” (dalla lettera del 17 ottobre)

Non tutti i nobili siciliani furono “gattopardi”
Una notazione opportuna che ci dice che non tutti i rampolli della nobiltà siciliana sostenitori dell’impresa garibaldina, per quanto moderati, furono necessariamente “gattopardi”.
Almeno nel caso di questa famiglia, l’impeto unitario e il desiderio di cambiamento proseguirono oltre l’annessione della Sicilia al regno sabaudo.
Come detto, anche il padre di Gabriele, Giovanni Colonna Filangeri fu fervente patriota e pagò di persona la sua devozione alla causa: condannato a morte per la rivolta della Gancia fu liberato da Garibaldi che lo nominò primo governatore di Palermo. Successivamente, Vittorio Emanuele lo nominò senatore del regno e prefetto di Bergamo.
Da quest’ultimo incarico si dimetterà non per colpa, ma per dignità, per non fare da capro espiatorio nella clamorosa polemica seguita all’affaire di Sarnico (maggio 1862) nella quale, da prefetto, dovette bloccare d’imperio il suo amico e salvatore Garibaldi a capo di una spedizione diretta in Trentino.
E se ne tornò- confessa in un’altra lettera- a Palermo, alle sue trascurate terre di Joppolo ( i cui grani sostentarono, per quasi tre secoli, l’illustre famiglia) che è anche il mio paese, dove i duchi vollero essere sepolti, alcuni addirittura trasferiti dal cimitero palermitano dei Rotoli. Perciò, li considero un po’ compaesani. Ferme restando, naturalmente, le distanze politiche e sociali, alle quali tengo, giacché loro erano i feudatari (non fra i più rapaci) e i miei bisnonni i loro coloni.

Una folgorante carriera politica
Insomma, gente tosta, motivata questi Colonna, quasi sempre al centro degli avvenimenti, come si evince anche dalla breve e brillante carriera dell’illustre autore di queste missive, nato, nel 1841, a Messina. Dopo la Gangia, prende parte alla campagna garibaldina fino al referendum di annessione; a 21 anni lo troviamo in Aspromonte; negli anni successivi è deputato provinciale di Palermo e presidente del consiglio provinciale di Messina; nel 1969 fonda il giornale “La Gazzetta di Palermo”, nel 1870 (a soli 29 anni) è eletto deputato alla Camera, per la Sinistra riformista di Crispi, nei collegi di Aragona e di Ragusa.
Antimafioso quando nessuno ammetteva l’esistenza della mafia: memorabile è rimasta una sua dichiarazione annessa agli atti di un’inchiesta parlamentare del 1875.
La morte lo colse nel fiore della vita: nel 1878, a 37 anni. Appena in tempo per sposare Emmelina Sonnino, sorella di Sidney, da cui nascerà Giovanni Antonio, altra personalità di rilievo della politica siciliana e italiana del primo trentennio del ‘900.

Non saremmo iti a Roma perché Garibaldi contava di passare in Oriente…
Il cuore delle lettere è “la questione romana”. Perciò, il duca si diffonde in giudizi anche aspri sui protagonisti di quei primi anni di vita unitaria.
In quella del 10 ottobre, spiega a De Brun le ambiguità del gabinetto Rattazzi.
“Se la Francia non ci da ora Roma con le buone, ce la darà appresso per forza…Dico la verità, Luigi mio, con Rattazzi le cose non possono stare in gamba, ammenoché domani ci conduca difilato alla nostra capitale…Intanto all’interno si sta malissimo: a Palermo riesce possibile organare una setta di accoltellatori, nel Napoletano primeggiano i briganti, lo stato d’assedio all’ordine del giorno…Si è ritornato molto e ben molto indietro..”
Infine, nella lettera del 17 ottobre, confida al suo corrispondente una verità raramente considerata dagli storici. A suo dire, il vero obiettivo della spedizione non era Roma, ma l’Oriente ossia alcuni paesi balcanici (Serbia, Montenegro) dove- si riteneva- esistesse una condizione pre- insurrezionale contro l’Austria.
“Ti dissi già che Garibaldi fosse quasi sicuro che noi non saremmo iti a Roma… perché contava di passare in Oriente; ne son prova il tempo immenso perduto in Sicilia e i mille uomini stranamente abbandonati a Catania. Il suo progetto era quello di obbligare il governo a dichiararsi apertamente nel fatto di Roma e a mettere le carte in tavola.”
Ferme restando le eventuali verifiche in sede storica, la notizia mi sembra, comunque, degna di nota.



Si ringrazia il Dott. Agostino Spataro per l'invio ed il permesso alla pubblicazione di questo articolo


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