lunedì 22 aprile 2013

Delitto Matteotti


05.08.2010 - Martedì 10 giugno 1924, poco dopo le 16, il segretario socialista Giacomo Matteotti, trentanove anni, uscì di casa dalla propria abitazione di via Pisanelli per recarsi verso la biblioteca della Camera. All'angolo di Lungotevere Arnaldo da Brescia e via Antonio Scialoja, era ferma una Lancia K scura e sguinzagliati attorno vari sicari, che intercettarono Matteotti, lo picchiarono selvaggiamente e fuggirono con la vittima caricata a forza in auto verso la via Flaminia.

Il 16 agosto del 1924, dopo oltre due mesi di ricerche e di angoscia il corpo di Matteotti venne ritrovato, già in fase di decomposizione, nascosto in una grossolana buca scavata in un bosco in località la “ Quartarella ”, a circa 23 Km. a nord di Roma.

Arrestati per questo delitto furono alcuni elementi facenti parte di una Ceka (nomignolo mutuato da un corpo segreto di polizia politica sovietica), ovvero una Organizzazione speciale fascista , in pratica un manipolo di esecutori di ordini senza scrupoli, con a capo lo scaltro traffichino ex squadrista Amerigo Dumini.

Si trattava di una pseudo cellula estemporanea che non ebbe mai un organico e un profilo ben definito ed i cui membri si riunivano quando chiamati in momenti di bisogno. Resta il fatto che questa Ceka aveva riferimenti nel Viminale e nella Presidenza del Consiglio, dai quali veniva pagata e lo stesso Mussolini non era estraneo alla sua costituzione, avvalendosene a volte come “arma di pressione e di minaccia” nei confronti degli avversari.

Il ben pensante che già leggendo queste righe, volesse subito tranciare giudizi morali non dovrebbe dimenticare che negli anni ‘20 eravamo in un epoca, post marcia su Roma, seguente alcuni anni di cruenta guerra civile, dove si erano avuti, da una parte e dall'altra, un altissimo numero di morti.

Insomma Mussolini era andato al potere attraverso un processo rivoluzionario, ovviamente violento, ma tutto sommato contenuto rispetto ad analoghi processi come la rivoluzione bolscevica in Russia. Le leggi storiche, piaccia o meno, dimostrano che le rivoluzioni e il potere che ne consegue, non si realizzano e si difendono con rose e fiori, ma passano inevitabilmente attraverso forme di violenza. Tutto sommato, anzi, quella fascista poteva definirsi una rivoluzione (tra l'altro incompiuta visto che le Istituzioni non erano state sovvertite) abbastanza mite e priva di plotoni di esecuzione, rispetto ad altre rivoluzioni precedenti e successive, e neppure vennero raggiunte quelle barbarie ed esecuzioni sommarie che gli stessi antifascisti misero poi in atto contro i loro avversari nel 1945 durante le “radiose giornate” post liberazione.

Non possiamo in questa sede affrontare la cronaca e una nostra inchiesta su quel delitto, essendo per questo necessari interi volumi, ma forniremo invece alcuni dati di fatto, alcune testimonianze, che possano far riflettere quanti ritengono che dietro l'assassinio di Matteotti ci fosse Mussolini.

Uno “strano” mandante che sbandiera i suoi intenti

Non erano, infatti, neppure passate 24 ore dalla scomparsa del deputato socialista e nonostante che i suoi assassini venivano mano a mano arrestati, che subito si innescò una violenta campagna di stampa, una questione morale, che mise il governo Mussolini sull'orlo del baratro.

La attiguità del Viminale e della Presidenza del consiglio con gli arrestati e le frasi minacciose, esternate da Mussolini ed altri fascisti contro Matteotti, nei giorni precedenti la sua scomparsa, dopo il violento discorso antifascista di questi alla Camera del 30 maggio 1924, furono ritenuti elementi sufficienti per individuare in Mussolini il mandante. Eppure era assurdo ritenere che chi aveva in animo di compiere un impresa delittuosa come quella, chiaramente premeditata, se ne era andato in giro a profferir minacce contro la sua imminente vittima.

Ma oltretutto, mano a mano che si delineavano responsabilità dirette o indirette, nel rapimento di Matteotti, emergeva che i soggetti in qualche modo implicati, sia fascisti che di altra estrazione, avevano tutti la tessera della massoneria in tasca, un particolare ricorrente che doveva far riflettere.

I “documenti del camioncino” scomparsi.

Facciamo adesso un salto di quasi 24 anni e portiamoci alla sera del 25 aprile 1945 quando Mussolini, lasciata Milano, giunse a Como con i resti del suo governo, portandosi dietro importanti documentazioni, tutte poi sparite, in particolare gli scottanti carteggi con Churchill, ma non solo.

Queste documentazioni, definite poi i “ documenti del camioncino ”, una selezione di carte eterogenee e molto importanti, viaggiavano su di un camioncino in coda alla colonna dei ministri e personale vario, che forse a causa di un guasto al mezzo rimase in panne.

In qualche modo furono presi da certi “partigiani bianchi” della zona di Garbagnate agli ordini dei fratelli Arturo e Carlo Allievi i quali il 2 maggio del '45 li consegnarono, assieme al neo sindaco di Garbagnate Vittorio Lamberti-Bocconi, al presidente del CLN milanese avvocato Luigi Meda democristiano. Con il consenso di Meda venne quindi scritta una edificante pagina della nostra storia patria: un gruppo di questi documenti infatti (riguardanti gli aspetti militari) furono consegnati dall'Allievi e dal Lamberti-Bocconi al brigadiere inglese Jeffries della PWB, che promise una ricompensa, sulla entità della quale si stette poi a “trattare” con Londra per mesi. Al tempo preposti alla supervisione e liquidazioni di queste faccende erano un democristiano, il conte Pier Maria Annoni del CLN regionale lombardo, e il comunista Emilio Sereni in quanto Commissario di governo per l'ex ministero degli interni.

Orbene tra i documenti del camioncino, tutti in un primo momento inventariati da una certa signorina Broggi, c'era anche un fascicolo, chiuso da un nastrino tricolore, contenente un dossier nomato “ Processo Matteotti ”.

Era il risultato di un lunga inchiesta, commissionata durante la RSI, da Mussolini a Nicola Bombacci ed al suo segretario Luigi Gatti ed i cui risultati dimostravano chiaramente le responsabilità di un putrido ambiente di finanza e capitalismo corrotto, di fatto i “ superiori sconosciuti ” ispiratori di quell'infame delitto.

Da quel poco che si è potuto sapere, anche grazie alle testimonianze di Carlo Silvestri, un socialista già acerrimo nemico di Mussolini ai tempi del delitto, ma nel 1944 totalmente convinto dal Duce, documenti alla mano, della sua estraneità, sembra che vi erano dei nomi, in particolare anche di ambienti dell'alta industria genovese e di affaristi, complici o implicati nel delitto, oltre a un biglietto scritto a mano da Giovanni Marinelli, condannato a morte dal tribunale di Verona per il tradimento del 25 luglio 1943, con il quale l'ex segretario amministrativo del PNF, già al tempo chiamato in causa per il delitto, chiedeva perdono a Mussolini e Cesare Rossi (altro elemento a suo tempo implicato) per averli coinvolti nella vicenda Matteotti.

A questo punto potremmo anche chiudere qui visto che non possono più esserci dubbi in proposito: se infatti in quel dossier riguardante il delitto Matteotti, ci fosse stata una sia pur minima prova riguardo alle responsabilità di Mussolini nel delitto del parlamentare socialista, ne avremmo avuto la denuncia pubblica, con stampa e ristampa delle prove a carico, in tutte le possibili vesti editoriali. Viceversa quei documenti sono stati fatti letteralmente sparire proprio dagli antifascisti! Lo storico Renzo De Felice indicò in Palmiro Togliatti il responsabile di quella sparizione.

I motivi che portarono al delitto

Comunque dietro l'assassinio di Matteotti ci fu un concorso di motivazioni e interessi che qui non possiamo che sintetizzare al massimo.

Primo il petrolio. In Italia in quel periodo si giocavano importanti trattative che vedevano interessate, in concorrenza o in associazione, l'onnipotente Standard Oil of New Jersey, quindi la Anglo Persian Oil Company ed infine, l'americana Sinclair Exploration Company, (del petroliere H. F. Sinclair, ma che per il gioco azionario delle scatole cinesi non si sa bene che ruolo giocasse).

Lo scontro riguardava una concessione, della durata di 50 anni, che abbracciava la produzione di oli minerali, gas e relativi idrocarburi. Erano previsti inoltre privilegi di natura fiscale. Nascosti dietro questi interessi, sembra che c'erano poi gli affari di casa Savoia, dicesi riferiti al petrolio libico apparentemente non ancora scoperto e l'impegno del Re a mantenere il più possibile ignorati ( covered ) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico.

Il governo Mussolini si barcamenava dovendo far fronte a necessità non sempre conciliabili: gli interessi prioritari del paese, gli interessi di enormi lobby che il governo, volente o nolente, aveva ereditato dai passati regimi e che comunque doveva subire, il malcostume delle tangenti di certo non eliminabile in poco tempo.

Al petrolio seguiva poi la faccenda delle case da gioco, le bische, laddove certi settori speculativi e finanziari puntavano alla liberalizzazione del gioco d'azzardo, passando per l'abrogazione della legge che lo teneva al bando e quindi all'apertura, su concessione governativa, di vari Casinò, in particolare in zone di forte richiamo turistico.

Le concessioni per l'apertura e la gestione di queste case da gioco, rilasciate dal Ministero degli Interni, avrebbero costituito un enorme giro di affari e di tangenti con cointeressenze in vari indotti paralleli. Alle bische potevano poi aggiungersi i traffici e gli affari sui residuati bellici, i dazi doganali dei zuccherieri, la liberalizzazione delle ferrovie, ecc.

Insomma un coacervo di interessi e di appetiti che avevano scatenato molte bocche.

Maestosa, onnipotente, sopra e dietro un pò di tutto questo, c'era infine la Banca Commerciale di Giuseppe Toeplitz, un Polacco nato a Varsavia da famiglia dell'alta borghesia ebraica.

Orbene tutte queste Lobby pensavano di aver in mano il governo Mussolini, anche perchè alcuni settori dell'Industria e dell'alta banca avevano finanziato la marcia su Roma e, di fatto, il Duce aveva sottoscritto con costoro, Banca Commerciale in testa, una “cambiale”.

La cosa non deve nè scandalizzare, nè meravigliare: le rivoluzioni si fanno con i soldi e questi si rimediano rapinando ed espropriando, manu militari, oppure facendosi finanziare. E chi ti finanzia lo fa sempre per paura e/o per interesse. E' una legge storica.

Ma Mussolini, una volta andato al potere aveva dato una impronta dirigistica al suo governo, fatto questo non digerito dall'Alta Finanza e soprattutto, avendo intenzione di rimettere in sesto le finanze del paese, voleva rilanciare l'industria e lo sviluppo. Non aveva quindi alcuna intenzione di pagare quella “cambiale” e lasciare che l'Alta finanza facesse dell'Italia carne da porco.

Al massimo aveva acconsentito o tollerato che si svolgessero traffici anche loschi all'ombra della Presidenza del Consiglio o che quanti lo avevano appoggiato nell'ascesa al potere si impinguassero in qualche modo, che il Pnf trovasse finanziamenti trasversali , ecc., ma non più di tanto.

Da qui tutta una serie di decisioni governative, spesso contraddittorie, ma che finivano per mettere i bastoni tra le ruote a questi ambienti di finanza parassita.

Per farla breve, l'Alta Finanza e la massoneria suo braccio occulto, decisero ad un certo punto che il governo Mussolini doveva cadere.

E questo soprattutto quando, a costoro, divenne evidente che Mussolini stava accarezzando l'idea di portare nel governo i socialisti e l'ala moderata della CGL, un disegno politico che già fu di Giolitti e che avrebbe reso il governo più forte.

A questo si aggiunse il fatto che Matteotti, nella sua lotta contro il governo e il fascismo, era venuto in possesso di ampie prove documentali su i loschi traffici che si svolgevano in Italia e soprattutto sulla questione del petrolio, mettendo in pericolo interessi di enorme portata e delicatezza.

La sua minaccia, che nel rivelare tutto alla Camera, si palesò concreta dopo un suo viaggio di aprile a Londra (dove probabilmente ebbe documentazioni da certi ambienti massonici), fece scattare la necessità di farlo fuori. Il fatto che il 30 maggio 1924 Matteotti aveva attaccato violentemente alla camera il fascismo, ricevendo minacce e determinando forti reazioni nei suoi avversari, diede lo spunto a chi voleva assassinarlo, di prendere due piccioni con una fava: mettere a tacere Matteotti e far cadere il governo Mussolini e il fascismo che ne sarebbero risultati i primi indiziati.

Ripetiamo, non possiamo in questa sede dettagliare una nostra inchiesta che dimostra tutto questo, che dimostra che in qualche modo, per proteggere il Regime, in parte si pilotarono le indagini, poi il processo di Chieti del 1926, ecc., ma in quel delitto Mussolini fu più vittima che responsabile.

Testimonianze importanti e decisive

Quel che qui possiamo fare è il riportare una serie di testimonianze, soprattutto del socialista Carlo Silvestri, il solo sopravvissuto che ebbe modo di parlare nel 1944 /'45 con Mussolini e di prendere visione di parte della documentazione.

Carlo Silvestri , milanese nato nel 1893 fu un socialista intimo d Turati e vicino ad altri esponenti riformisti. Passò dall' Avanti! al Corriere della Sera dove ben presto iniziò una importante carriera da giornalista. Si ritrovò in sintonia con Mussolini durante la sua “svolta” interventista del 1914, ma poi irriducibilmente contro e tra i massimi accusatori, dopo il delitto Matteotti. Si ricrederà sulle responsabilità che lui aveva addossato al Duce su quel delitto durante la RSI (1943 - 1945).

Facendogli visionare parte dei documenti segreti, raccolti nell'inchiesta ordinata da Mussolini, sul delitto Matteotti, Nicola Bombacci gli aveva anche premesso:

<< Purtroppo gli imputati non sono qui. Magari dopo essere stati manutengoli dei tedeschi saranno oggi al servizio degli inglesi o meglio ancora degli americani>> .

Di quei giorni racconta il Silvestri:

<< Neppure per un istante ho supposto che la documentazione da me esaminata fosse di pubblicazione postuma... Il mio esame non è stato nè sommario, nè affrettato... mi rimase affidata per un paio di giorni... ebbi anche agio di copiare qualcuno dei più rimarchevoli tra gli originali di Mussolini>>.

Carlo Silvestri, sia al processo bis su Matteotti tenuto a Roma nel 1947, che in un paio di suoi libri pubblicati in quegli anni, minacciato, linciato sulla stampa post liberazione e persino incorso in tentativi per eliminarlo fisicamente, ha aperto gli occhi su quel delitto. Al processo, con grande coraggio che gli fa onore, ebbe a premettere:

<< Io mi rendo conto che se confermassi la mia vecchia deposizione, il caso Matteotti sarebbe facilmente risolto. I giornali del conformismo antifascista mi farebbero fare un figurone…>>.

Ed infine, lui che era stato il massimo avversario del Duce, arrivando a pensare di “giustiziarlo”, disse: << Signori della Corte, ho deciso di venire qui, dinanzi alla Maestà della Giustizia per dire in piena coscienza che se noi, nella seconda metà del giugno 1924, avessimo giustiziato Benito Mussolini come responsabile, come mandante, come comunque coinvolto nel delitto Matteotti noi non avremmo commesso un atto di giustizia, ma avremmo compiuto un delitto !>>.

Mussolini nel 1945, tra le altre cose, gli aveva fatto questa confessione:

<< Il più grande dramma della mia vita si produsse quando non ebbi più la forza, non potendo fare appello alla collaborazione dei socialisti, di respingere l'abbraccio dei falsi corporativisti, che agivano in verità come procuratori del capitalismo, il quale voleva abbracciare il corporativismo per poterlo meglio soffocare.

Tutto quello che avvenne poi fu la conseguenza del cadavere che il 10 giugno 1924 fu gettato tra me e i socialisti per impedire che avvenisse quell'incontro che avrebbe dato tutt'altro indirizzo alla politica nazionale e forse non solo a quella nazionale>>.

Già pochi mesi prima della marcia su Roma, Mussolini aveva accarezzato il difficile progetto di coinvolgere i socialisti in un prossimo governo, tanto è vero che proprio Carlo Silvestri, il 3 agosto del 1922 all'albergo Corso di Milano, venne incaricato da Mussolini di intercedere presso i socialisti; testualmente gli disse il Duce:

<< E' necessario far presente mazzinianamente a Turati e Treves: Ora o mai più! O andiamo al governo insieme, socialisti, popolari e fascisti e salviamo l'Italia o non ci andiamo e allora non so dove andremo a finire >>.

Ma per una serie di resistenze, soprattutto nell'ambito dello stesso fascismo, questo progetto di Mussolini non andò in porto e la marcia su Roma ebbe altri sbocchi.

Reduce dal famoso incontro post marcia al Quirinale, Mussolini ebbe modo di giustificarsi con Silvestri nella camera dell'Albergo Savoia, anche perché il Silvestri, in base ai precedenti accordi, gli aveva fatto sapere che Buozzi e Baldesi sarebbero stati disposti a partecipare al Governo:

<< Posso perdere i contatti colla Corona? I fascisti di Toscana cosa mai farebbero? Come ministro dell'Interno, per contenere la loro reazione, dovrei dare ordine al generale dei carabinieri di sparare sui fascisti di toscana, sparare sui fascisti per proteggere i socialisti, è qualche cosa che non si capirebbe... Deploro profondamente di essere costretto a questa momentanea rinuncia. Ma ciò che non è possibile oggi, sarà possibile tra sei mesi, un anno, due anni. Comunque questo è il mio programma ed è tale perché non c'è altra via che quella della collaborazione con i socialisti e i popolari per salvare l'Italia >>.

Riferendosi invece al tempo del delitto Matteotti, Silvestri venne a precisare:

<< Ho avuto modo di convincermi nella maniera più decisiva... che il discorso del 7 giugno (di Mussolini, tre giorni prima del delitto, in cui il Duce ribaltò la situazione delle critiche al fascismo e ventilò una apertura ai socialisti, n.d.r.) era stato pronunciato come premessa a un nuovo incontro di Mussolini con i dirigenti della Confederazione Generale del Lavoro (...)

Io mi convinsi che Mussolini intendeva portare al Governo Buozzi e Baldesi e perciò non potevo e non posso più supporre che egli meditasse di far uccidere il Segretario del Partito cui intendeva rivolgersi ufficialmente per avere almeno quattro dei suoi uomini nel governo come ministri >>.

Nel corso del processo venne chiamato a testimoniare l'ex fascista Francesco Giunta che dichiarò:

<< Quel che ha detto Silvestri è la pura verità. Mussolini non ebbe il coraggio di portare i socialisti al governo nel 1922, ma li avrebbe portati alla fine di giugno del 1924... (Mussolini mi disse) “ Ho pensato di fare un gran governo. E' il momento. Offrirò l'Educazione Nazionale a Giovanni Amendola, il Ministero dei Lavori Pubblici ai socialisti, penso che potrebbero mettervi D'Aragona o Casalini, io lascerò gli Interni e mi terrò gli Esteri e alla Presidenza, come sottosegretario metterò Zaniboni ”>>.

L'ex collaboratore di D'Annunzio, Umberto Poggi, invece, sempre a Silvestri e con l'intenzione di incoraggiarlo perché si impegnasse a far uscir fuori dal processo di Roma quella verità rimasta nascosta, ebbe a dirgli:

<< Mi sono fatta la convinzione che il vero mandante alla soppressione di Matteotti era il gruppo finanziario e industriale, creatore e finanziatore, dell'organizzazione che faceva capo al “Corriere Italiano”... Su Mussolini pesa pur sempre la grave colpa di non avere messo al muro almeno gli esecutori di quel delitto. Dico “almeno gli esecutori”, perché i mandanti erano intoccabili per la supremazia acquisita con il finanziamento dello squadrismo operante nei punti nevralgici della nazione. Ma il grosso guaio è che a tutt'oggi quei mandanti, che non sono nel frattempo morti, di morte naturale vegetano e prosperano all'ombra della Repubblica>>.

Nel 1945 Silvestri era anche andato a trovare Mario Giampaoli, sansepolcrista, noto federale di Milano, che il Silvestri conosceva da quando questi era un ragazzetto (nell'ottobre del 1926 Silvestri, ferito dai fascisti, dovette la sua vita proprio a Giampaoli che lo protesse mentre era ricoverato all'ospedale), che era ricoverato all'ospedale, oramai in fin di vita (morirà pochi mesi dopo ridotto dal cancro a 37 chili), e questi gli volle parlare, come disse, quale un uomo che non ha più alcuna speranza di vita. Gli disse Giampaoli:

<< ...Ti dico quella verità, della quale già altra volta, vent'anni fa, tentai invano di convincerti. Mussolini è stato estraneo al delitto Matteotti. Rossi vi è rimasto egualmente estraneo. Il responsabile di tutto è Marinelli, la figura più brutta fra quelli che io ho avvicinato nel periodo in cui ero un gerarca. Marinelli, ordinando la cattura di Matteotti, ha obbedito alle direttive che gli sono venute da persone le quali temevano l'esistenza di certe prove delle loro malefatte>>.

Ma da Mussolini, Carlo Silvestri aveva ricevuto anche alcune confidenze di grande importanza storica che è oltremodo interessante conoscere:

<< Io sarei l'assassino di Matteotti? Voi sapete, per essere stata la stessa vedova di Matteotti a dichiararvelo senza mezzi termini, che lei, la signora Velia Ruffo Matteotti, era pienamente convinta della mia innocenza. Parlatene col mio segretario particolare, Luigi Gatti, e con Nicola Bombacci: essi stanno indagando da anni sui retroscena e sulle fondamentali responsabilità del delitto Matteotti. Vi autorizzo a parlare tanto con Gatti, quanto con Bombacci e li autorizzo a dirvi liberamente tutto quello che per ora si può dire.

Se ancora non posso anticiparvi le conclusioni in termini di nomi e cognomi, posso però assicurarvi, sin d'ora, che le indagini di Bombacci e di Gatti hanno dato conferma dell'affermazione contenuta nel discorso al Senato dell'estate 1924: il delitto è stato compiuto non da me, ma contro di me, Alle origini dell'assassinio di Matteotti vi fu un putrido ambiente di finanza equivoca, di capitalismo corrotto e corruttore, privo di ogni scrupolo, di torbido affarismo.

Si era sparsa la voce che nel suo prossimo discorso alla Camera, Matteotti avrebbe prodotto tali documenti da portare alla rovina certi uomini che erano venuti ad infiltrarsi profondamente tra le gerarchie fasciste. L'idea di catturare Matteotti per metterlo nell'alternativa di restituire gli accennati documenti o di perdere la vita sorse in questo sporco ambiente. ..>>.

Ed ancora riferisce il Silvestri, un altro spaccato di questi suoi colloqui con Mussolini:

<< Ricordate quel mio articolo contro il fascismo agrario degli squadristi di Toscana?

Dissi, ed eravamo nella primavera del 1921, che esso mi dava l'impressione della soffocazione e che se tutto il fascismo correva il pericolo di assomigliargli, allora avrei preferito strozzare con le mie mani la creatura da me generata. Dopo la vittoria del “listone” (era il nome dato alla lista che riportava insieme candidati fascisti e non fascisti, n.d.r.) dell'aprile del 1924 e dopo le prime sedute alla camera fui ripreso da quella stessa lontana sensazione.

La vivacità delle mie reazioni al veemente discorso di Matteotti fu in rapporto all'intima persuasione che in verità la critica socialista aveva ragione quando denunciava che l'impresa di manomissione del capitalismo stava per mettere in schiavitù quel fascismo che io avevo immaginato come un movimento di rinnovazione sociale. Dovevo confessare a me stesso di aver sbagliato. Come avrei potuto liberarmi dalla soggezione del capitalismo, come avrei potuto ridare la pace all'Italia e basare il mio governo sul consenso popolare e non sulla forza?

Fu a questo punto che maturò in me il proposito di mutare rotta. Durante l'occupazione delle fabbriche nell'ottobre del 1920 ero andato da Buozzi e da Colombino a promettere tutto il mio aiuto e quello del fascismo qualora la Confederazione del Lavoro avesse osato porsi come obiettivo di lotta la conquista del governo. In seguito tre o quattro volte compii i tentativi di persuadere i socialisti a collaborare con i fascisti e i popolari per dare un governo all'Italia. Ora il governo era nelle mie mani.

Ma nelle mie mani, senza l'appoggio delle masse organizzate, non avrebbe mai potuto essere il governo da me desiderato, cioè capace di perseguire gli obiettivi per i quali il proletariato italiano delle officine e dei campi avrebbe un giorno dovuto riconoscere che non avevo tradito la sua causa.

Se guardavo all'avvenire non potevo farmi illusioni. O avrei ottenuto l'appoggio del partito socialista e delle organizzazioni sindacali o sarei diventato sempre più prigioniero della Confederazione dell'Industria e della confederazione dell'Agricoltura >>.

Anche gli sprovveduti capiranno oggi, come venne capito e temuto ieri da chi di dovere, che un tale programma di Mussolini, deleterio per il gretto e rapace capitalismo italiano, per la massoneria e per l'Alta Finanza, era assolutamente da far saltare, anche a costo di un barbaro delitto.

Silvestri ebbe anche modo di confrontarsi con Italo Balbo, ex comandante squadrista e futuro governatore della Libia. Balbo gli confermò anche che a suo tempo aveva proposto a Mussolini di fucilare i responsabili dell'omicidio di Matteotti, ma il rifiuto di Mussolini di procedere in questo senso non poteva leggersi come una correità del Duce. Infatti, disse Balbo, il discorso del 7 giugno, in cui cautamente tastò il terreno per una apertura verso i socialisti, esclude assolutamente un nascosto intento omicida di Mussolini, anzi proprio in quei giorni il Duce aveva sondato il parere di Balbo per un eventuale scioglimento della Milizia, cosa questa forse indispensabile per attuare poi concretamente l'apertura ai socialisti e alla CGL

In realtà in quei giorni Mussolini, disse Balbo, mi sembrava come un pentito che non volesse scivolare nella dittatura. Ed infine concluse con questa sacrosanta affermazione:

<< Ora invece per le conseguenze del delitto Matteotti sarà costretto a fare il dittatore senza averne la stoffa. E saranno guai, perché un dittatore non deve avere paura del sangue. Se egli fosse così stato e se aveva delle responsabilità nel delitto Matteotti, non avrebbe esitato un attimo a mettere al muro la squadraccia di Dumini, nonché Marinelli e Filippelli e magari anche Cesare Rossi e Finzi, pure sapendoli innocenti >>.

Il parere del figlio di Giacomo Matteotti

Interessante è anche conoscere il parere del figlio di Matteotti, Matteo.

Come è noto, la moglie di Matteotti, la signora Velia Titta Ruffo, deceduta nel 1938, non ha mai creduto che fosse stato il Duce a far ammazzare il marito, anche se cercò con ogni mezzo di non consentire al regime di speculare sul colloquio che ebbe con Mussolini i giorni successivi al delitto e nel corso delle successive esequie.

Ed anche i figli, Carlo, Matteo e Isabella, hanno sempre avuto questa convinzione.

Su queste convinzioni la propaganda antifascista ha sorvolato oppure ha cercato di insinuare maliziosamente che esse derivavano dal fatto notorio che Mussolini in passato aveva aiutato e sostenuto la famiglia Matteotti finanziariamente.

Matteo Matteotti, nel dopoguerra divenuto anche deputato socialdemocratico, varie volte ministro e negli anni ‘50 anche segretario nazionale del PSDI, ebbe ad esprimere pubblicamente il parere che il Duce fosse estraneo all'omicidio del padre ed adombrò, sia pure come sola ipotesi, la possibilità che dietro a quel delitto ci fosse anche la mano del Re.

Matteo Matteotti scrisse anche un libro di memorie: “ Quei venti anni. Dal fascismo all'Italia che cambia” , edito da Rusconi in cui, nell'ultimo capitolo, si affrontavano questi argomenti.

A novembre del 1985 però, sulle pagine della rivista Storia Illustrata N. 336, l'onorevole Matteo Matteotti concesse una circostanziata intervista al giornalista Marcello Staglieno, dove apportò altri interessanti particolari. Vediamoli.

Intanto egli ebbe a parlare di un testo autografo di Giacomo Matteotti, scritto su carta intestata della Camera dei Deputati, da lui ritrovato ed assolutamente autentico, che riguardava un articolo anonimo, riportato sulla rivista “ Echi e Commenti ” del 5 giugno 1924, ma apparso in edicola il 7 giugno a tre giorni dal delitto, ed in cui si parla di due scandali: quello delle bische e quello del petrolio. Quindi a tre giorni dal delitto la stampa, indirettamente, anticipava certi argomenti scandalistici e delicati.

Il figlio di Matteotti ricordò poi che lo storico Renzo De Felice aveva citato un rapporto riservatissimo pervenuto ad Emilio De Bono (al tempo capo della Polizia) in cui si afferma che Filippo Turati era in possesso di un altra copia dei documenti sulla Sinclair Oil (la compagnia petrolifera al centro dello scandalo petroli) che erano stati in possesso del padre ed erano poi spariti con lui. In questo rapporto, inoltre, si precisava che Filippo Filippelli (massone di Piazza del Gesù e come lui stesso amava definirsi “ uomo della petrolifera Standard Oil ”), cioè il direttore del Corriere Italiano , aveva contribuito all'uccisione del deputato socialista per rendere un servizio ad Aldo Finzi (sottosegretario agli Interni) e al Fascismo.

Poi, aggiunge ancora il figlio di Matteotti, c'è un rapporto dell'ambasciata tedesca a Roma inviato a Berlino il 10 settembre del 1924, che parlava di tali documenti pervenuti nelle mani di suo padre. Si rende quindi evidente soprattutto la pista affaristica.

A questo punto, sospettando che questi documenti siano finiti nelle mani del Re, il figlio di Matteotti dice di considerare seriamente un articolo di Gianfranco Fusco, apparso su Stampa Sera del 2 gennaio del 1978, in cui l'autore (in passato però risultato a volte inattendibile) fece delle affermazioni gravissime, ma stranamente mai smentite da alcuno.

Scriveva il Fusco che nel 1942 Aimone di Savoia, duca D'Aosta, raccontò ad un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra dove fu ricevuto come massone di alto rango dalla Loggia “ The Union and the Lion” dove venne a sapere che in un certo ufficio dell'americana Sinclair (qui dicesi associata alla Anglo Persian Oil, la futura BP di proprietà dell'Ammiragliato britannico che, contrariamente a quanto si pensi, è una struttura supermarina, ma privata), esistevano due scritture private, dalla prima delle quali risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921 era entrato nel register degli azionisti senza sborsare nemmeno una lira, mentre dal secondo documento risultava l'impegno del Re a mantenere il più possibile ignorati ( covered ) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone del retroterra libico.

In base a tutto questo il figlio di Matteotti ipotizzava, anche se ovviamente non lo poteva provare, che De Bono, venuto a conoscenza che suo padre aveva determinati documenti sull'affare Sinclair, interpellò Filippo Filippelli del Corriere Italiano, il quale a sua volta chiese ad Amerigo Dumini di organizzare la “spedizione” contro Giacomo Matteotti.

Pur non potendo esporre qui tutte le indagini, le considerazioni e i particolari delle nostre ricerche e della nostra inchiesta sul delitto Matteotti, ricerca e inchiesta che comunque, oramai, a tanti anni di distanza non possono portare a prove incontrovertibili e certezze assolute, è però opportuno dare qualche accenno su i possibili responsabili del delitto: sia i superiori mandanti sconosciuti e sia i possibili organizzatori del delitto.

I responsabili del delitto: i superiori mandanti sconosciuti

Come abbiamo precedentemente visto, con il nostro excursus storico e la nostra analisi politica, anche attraverso delle considerazioni logiche possiamo escludere una conoscenza del rapimento e una direttiva per il delitto da parte di Mussolini, e questo qualunque possano essere stati i suoi eventuali interessi in gioco minacciati dalle rivelazioni di Matteotti.

Certamente la denuncia del deputato socialista alla Camera, circa certi loschi traffici sulle case da gioco, sulla borsa e sul petrolio avrebbe inguaiato determinati ambienti affaristici e forse fatto saltare qualche testa contigua al governo e sia pure, in grado minore, l'esposizione del deputato socialista, tesa a dimostrare, a suo avviso, che il bilancio dello Stato era stato taroccato per attestarne il pareggio, avrebbe creato delle noie al governo e quindi a Mussolini tutto teso a dimostrare all'estero che in Italia c'era un governo forte al quale si poteva concedere larghi prestiti, ma questi con la sua abilità politica e forte di una netta maggioranza di voti alla Camera, non crediamo che avrebbe avuto difficoltà insuperabili o comunque tali da doverle evitare mettendo in atto un omicidio del genere con tutte le complicazioni che ne sarebbero scaturite.

Anche il timore che Matteotti potesse fare il nome del fratello Arnaldo, come implicato in affari poco puliti, non ci sembra un motivo valido per predisporre un omicidio, per il semplice fatto che non ci sembra che le implicazioni di Arnaldo Mussolini in questo genere di affari fossero poi così rilevanti, ma se anche lo fossero state la scomparsa del deputato molisano non avrebbe impedito ad altri di denunciarle.

Non è poi così da sottovalutare il fatto che Mussolini stava anche lavorando in prospettiva per gettare le basi di un allargamento della compagine governativa ai socialisti unitari ed ai confederali.

Ogni azione delittuosa contro il deputato socialista, invece, lo avrebbe irrimediabilmente danneggiato, molto di più e senza possibilità di rimediare, di qualsiasi attacco o denuncia che Matteotti gli avesse portato con un discorso alla Camera.

A chi ha avanzato il dubbio che le avances di Mussolini verso i socialisti ed i confederali, erano solo espedienti tattici e comunque erano di importanza decisamente secondaria rispetto alla necessità di un Mussolini (ipotizzato come implicato direttamente negli sporchi affari che Matteotti si apprestava a denunciare) di mettere a tacere il rivale si oppone, la ovvia constatazione che, mentre per gli affaristi e gli speculatori, la denuncia documentata dei loro imbrogli avrebbe costituito la fine degli intrallazzi, e forse conseguenze penali, per Mussolini è diverso, ed anche ammesso che egli fosse complice di quegli intrallazzi, sarebbe stato per lui molto più facile difendersi dalle accuse, negandole, scaricando le proprie responsabilità o in ogni altro modo possibile, invece che progettare il rapimento e l'uccisione del deputato socialista le cui conseguenze gli si sarebbero sicuramente ritorte contro.

Non è escluso che a caldo, mal sopportando l'estremismo di Matteotti contro il fascismo Mussolini, con il suo stretto entourage, parlò di dargli una “lezione”, ma è più che certo che la cosa finì lì, perché egli era un accorto politico per non valutare tutte le conseguenze. Risultava infatti immediatamente agli occhi che sarebbe stato insensato, specialmente dopo il trionfo per la sua lista nelle elezioni di aprile e il successo del suo discorso del 7 giugno, vanificare tutti gli sforzi che stava facendo per dividere gli avversari (che infatti ben aveva scompaginato), con una scellerata impresa che, comunque fosse stata attuata: rapimento con bastonatura o rapimento con delitto, li avrebbe tutti ricompattati contro il governo.

E del resto, se aveva in mente un omicidio del genere, durante la sua attuazione non si sarebbe di certo pubblicamente esposto con frasi avventate che poi, a delitto consumato, gli sarebbero state fatte pesare come una prova a carico.

Il carattere e l'indole di Mussolini, potevano comprendere azioni di natura violenta, spedizioni punitive, ma non l'omicidio freddamente premeditato.

Tutta la vicenda storica dell'uomo attesta questa sua indole e nella fattispecie l'omicidio di Matteotti anche se forse avvenne precipitosamente in auto, era comunque stato preventivato e quindi progettato.

Come abbiamo sempre detto, se Mussolini fosse stato un dittatore sanguinario e senza scrupoli, responsabile del rapimento e della uccisione di Matteotti è poco, ma sicuro, che avendo egli avuto per le mani, da subito o in tempi successivi, molti di coloro che lo avrebbero potuto seriamente accusare (come ad esempio Cesare Rossi, Aldo Finzi, forse Arturo Benedetto Fasciolo, segretario di Musolini e Giovanni Marinelli, ma soprattutto lo stesso Amerigo Dumini, e non solo) non ci avrebbe pensato due volte a farli “sparire” o “suicidare” in qualche modo. O più semplicemente li avrebbe fatti fucilare assieme al gruppetto dei sequestratori già arrestati.

Ed invece se li trascinò dietro per anni e anni, mettendoli in galera o al confino, lasciandoli indisturbati a fare gli antifascisti all'estero, tenendoli tranquilli con ogni genere di sovvenzioni, o semplicemente ignorandoli, ecc., tanto che molti di costoro, divenuti antifascisti, gli sopravvissero e li ritroveremo al processo di Roma del 1947!

E non è neppure da sottovalutare il fatto che tra tutti gli accusatori di Mussolini, suoi stretti ex collaboratori, passati sulla sponda dell'antifascismo e neppure tra i condannati a morte al processo di Verona per il tradimento del 25 luglio '43, ovvero Emilio De Bono e Giovanni Marinelli, nessuno ha mai affermato con decisione che Mussolini gli aveva commissionato il sequestro del deputato socialista, ma tutto al più qualcuno ha avanzato la sua ipotesi che forse Mussolini sapeva , che magari avrebbe ispirato il delitto, che forse ne era il responsabile morale, o come l'Amerigo Dumini che scrisse nel memoriale nascosto in America (e smentito poi al processo di Roma del 1947), di aver saputo dal Marinelli che l'iniziativa era stata voluta dal Duce.

Eppure se veramente l'iniziativa fosse partita da Mussolini, se l'ordine del sequestro omicida era scaturito da lui, a qualcuno di questi suoi collaboratori doveva pur averlo impartito e con il tempo, visto che in un modo o nell'altro, tutti furono travolti da quella vicenda, questo qualcuno avrebbe finito sicuramente per parlare.

Se così non è stato è solo perchè effettivamente Mussolini era fuori da quella decisione.

Certo egli ha anche altre responsabilità, soprattutto morali, ma queste, lo ripetiamo ancora vanno considerate e rapportate al particolare periodo storico.

Esclusa quindi la responsabilità diretta di Mussolini, non restano che altre due ricostruzioni del delitto:

- la prima , oramai dimostratasi inconsistente se non ridicola, che è quella della eliminazione per vendetta su un irriducibile avversario che aveva denunciato i brogli e le violenze alle elezioni del 6 aprile 1924. Rapportata a Mussolini questa ipotesi si configura come una sua “responsabilità morale”, per aver governato anche attraverso iniziative poco pulite e l'utilizzo di persone delinquenti e violente, tanto da ingenerare un clima tale ed una predisposizione mentale nel suo entourage che aveva a disposizione gli elementi della Ceka, il quale ambiente si sentì così autorizzato a mettere in atto simili azioni delittuose, che poi magari travalicarono le intenzioni.

E' questa, a nostro avviso, una ipotesi sostanzialmente debole, perché gli interessi di ordine politico e affaristico, in questo affaire, sono così evidenti e così consistenti che fanno escludere, in chi diede da dietro le quinte l'ordine esecutivo, di un colpo di testa avventato ed estemporaneo, per semplici ragioni politiche .

Nella progettazione di quel delitto si può escludere che ci sia stata una azione impulsiva e inconsulta, ordinata da qualche personaggio poco accorto. Forse, tutto al più, in chi poi l'ha organizzata, possiamo dire che fu mal gestita e anche poco valutata nelle sue conseguenze, e probabilmente anche sfuggita di mano nella sua esecuzione, ma sicuramente fu progettata con il fine preciso di eliminare Matteotti.

Gli interessi in ballo escludono l'ipotesi preterintenzionale dell'omicidio, perché è ovvio che ci si riproponeva, proprio attraverso la morte di Matteotti, di conseguire determinati risultati.

Ed anche presupponendo che forse si voleva attuare un rapimento al solo fine di impartire una pesante “lezione” intimidatoria al Matteotti, oltre a derubarlo delle sue documentazioni, le cose non cambiano di molto, perché chi ha progettato questa azione sapeva benissimo che un rapimento con violenta bastonatura e magari sottrazione di documenti, proprio nella capitale d'Italia e verso un deputato capo del partito socialista unitario, oltretutto pochi giorni dopo il suo forte discorso del 30 maggio, avrebbe creato nell'opinione pubblica, non solo italiana, una impressione tale e delle conseguenze sicuramente deleterie ed irrimediabili per il governo di Mussolini.

Per la “responsabilità morale” , infine, non possiamo che ripetere quanto più volte espresso, cioè di tenere conto del particolare periodo storico in cui accaddero questi avvenimenti. Un periodo storico erede di 4 anni di quasi guerra civile, dove una fazione, quella fascista, aveva trionfato sulle altre e si era proiettata alla conquista del potere.

E tutto questo, piaccia o meno, determinava l'utilizzo politico della violenza e comunque tale pratica va accettata, perché figlia del clima del tempo, laddove anche spregiudicate operazioni, fuori dalle regole (per esempio, l'utilizzo occasionale della Ceka), di fatto, erano un surrogato dell'azione rivoluzionaria pura e semplice.

Non tenendo conto di tutto questo, è come se volessimo giudicare la moralità e la legalità di certi avvenimenti storici, cruenti e “illegali” come, per esempio, la rivoluzione francese o quella bolscevica in Russia. Sono tutti avvenimenti che vengono presi così come si sono svolti e per il periodo storico in cui si svolsero e come tali analizzati e giudicati, essendo insulso e fuori luogo applicare a quegli eventi i cosiddetti “canoni morali” o stabilire se c'erano o meno i presupposti legali per certe azioni .

- una seconda ricostruzione del delitto si può articolare su due ipotesi: quella specificatamente affaristica (la minaccia della denuncia di certi importanti scandali) o quella solo specificatamente politica (l'insofferenza per la tendenza dirigistica nella politica economica da parte del governo, le paventate aperture ai socialisti unitari, le prime avances verso la Santa Sede, ecc.).

Queste due ipotesi, apparentemente diverse, sono estremamente realistiche, ma trattano situazioni che non possono essere disgiunte tra loro in quanto il solo interesse affaristico non sarebbe stato sufficiente a realizzare un omicidio del genere, con tutte le conseguenze prima accennate, e comunque senza una oramai palese avversione di Mussolini verso questi ambienti affaristico – speculativi, non ci sarebbe stata la necessità del delitto; mentre il solo interesse politico, difficilmente avrebbe portato al crimine se non cointeressato anche al mondo degli affari come del resto si riscontra da una analisi degli elementi e dei fatti emersi.

Mussolini, come spiegato, andava per conto suo. Si era necessariamente servito di vari e ambigui personaggi, di certi sovvenzionamenti, ma ora raggiunto il potere mirava a consolidarlo svincolandosi da ogni ingerenza, tendeva a subordinare i fattori economici e finanziari agli elementi etici e politici e puntava in prospettiva a riformare la società con l'ausilio del socialismo riformista e dei confederati.

Quel delitto quindi venne a verificarsi per una serie di cause e concause, di grossi interessi in gioco di natura affaristico - finanziaria e di natura politica, che tutti insieme produssero una miscela esplosiva perché, attraverso l'eliminazione di Matteotti, si sarebbe potuto realizzare il duplice obiettivo di eliminare chi era in grado di denunciare e comprovare loschi intrallazzi in essere e contemporaneamente di sbarazzarsi o ridimensionare seriamente Mussolini e il fascismo.

Sono tutte queste delle considerazioni teoriche, ma ci sentiamo di prospettarle perché le abiamo suffragate da una nostra controinformazione a tutto campo che porta proprio a queste deduzioni.

Tra le tante ipotesi, noi riteniamo di poter condividere, almeno in buona parte, l'ipotesi scaturita dalla inchiesta del giornalista storico Franco Scalzo, ovvero quella di una natura del delitto, affaristica nel suo intimo e politica nei suoi effetti, anche se noi affermiamo, ancor più dello Scalzo, che la “parte” politica del delitto non può essere disgiunta da quella affaristica.

Resta comunque impossibile, senza documenti alla mano, dare un nome preciso ai “ superiori sconosciuti”, i quali nell'ombra e dietro sporchi interessi di natura finanziaria e affaristica, innescarono l'esecuzione del delitto.

Si tratta sicuramente di grossi personaggi dell'alto mondo industriale e finanziario, usi ai condizionamenti politici dei governi, già in auge nel periodo prefascista e poi, nonostante tutto, traghettati allegramente e alquanto incolumi, nel ventennio fascista, per finire infine con il dopoguerra antifascista nella attuale Repubblica democratica.

Personaggi, chi per un verso, chi per un altro, interessati a tacitare Matteotti e a mettere in seria difficoltà Mussolini. Tutto un “putrido ambiente” nel quale, “qualcuno”, potendo contare sui giusti agganci con chi poi poteva gestire la famigerata Ceka, ispirò il delitto approfittando del clima e delle reazioni determinatesi dopo il discorso di Matteotti del 30 maggio.

L'ambiente massonico infine, a cui quasi tutti i personaggi di questa vicenda erano sicuramente affiliati, può essere considerato al centro di tutti gli intrighi, anche perché era interesse della massoneria (a parte il giro degli affari messo in pericolo e a cui non era estranea) di sabotare l'attività politica e di governo del Duce.

Enzo Saredellaro nel suo saggio “ Il delitto Matteotti indagine su la figura di Aldo Finzi, braccio destro di Mussolini fino al delitto Matteotti. (Reperibile telematicamente in: http://www.storiaxxisecolo.it/ aldofinzidelittomatteotti.pdf ) , riporta la interessante deposizione di Pennetta capo dell'Ufficio di Polizia Giudiziaria:

<< Chi intuì la verità sin dagli inizi fu probabilmente Pennetta, (commissario Epifanio Pennetta, n.d.r.) capo dell'Ufficio di polizia giudiziaria, il quale giunse alle seguenti conclusioni:

"... Gli esecutori materiali e i loro mandanti immediatamente si prefissero la vendetta politica; altri invece avrebbero approfittato per la difesa di interessi particolari... ed avrebbero prestato il loro aiuto senza scoprire gli scopi che cercavano perseguire e fingendo anzi amicamente di aiutarli unicamente nella loro vendetta politica...". (Corsivi miei).

C'erano dunque persone, secondo Pennetta, che "fingendo" di voler aiutare i mandanti e gli esecutori, tiravano invece solo al proprio interesse. Tra questi apparentemente "disinteressati" protagonisti c'era Filippelli.

"... Non interessi speciali politici da tutelare aveva... il Filippelli, continuava Pennetta, egli temeva soltanto che l'on. Matteotti, coi documenti dei quali era in possesso, avesse potuto attaccare l'attività non chiara del Filippelli stesso in combinazioni finanziarie...">>.

Tra quel maggio e giugno del 1924, quindi, vari ambienti erano oramai decisi, chi a ridimensionare chi a disarcionare Mussolini dal governo, tra questi:

quelli dell'Alta Finanza speculativa, cui un Mussolini, da loro a suo tempo aiutato a prendere il potere, non assecondava i grossi affari, in particolare per gli interessi della Commerciale e delle grandi compagnie petrolifere che vorrebbero avere mano libera sul nostro territorio; le forze massoniche, stratificate in tutto il paese e con solidi e atavici intrecci tra Londra e Parigi, per le quali Mussolini è oramai un nemico dichiarato; le scompaginate truppe del revisionismo che con la defenestrazione di Massimo Rocca il Duce ha mandato alla deriva; i comunisti che rischiano la totale emarginazione politica se Mussolini riesce nel suo intento di imbarcare alcuni settori del PSU e dei Confederati nel governo; i sovietici che analogamente vedrebbero fallire i loro sforzi per mettere in piedi un largo fronte sovversivo e che nonostante il loro recente riconoscimento de jure vedono limitati, dalle scelte petrolifere del governo verso la Sinclair, i loro traffici petroliferi in Italia; le forze più reazionarie e conservatrici del paese e del fascismo che non hanno alcuna intenzione di assecondare una eventuale apertura a sinistra del Duce.

C'è ne d'avanzo perché in una situazione del genere prenda corpo il progetto omicida che potrebbe risolvere di colpo la minaccia rappresentata dalle eventuali denunce di Matteotti e il peso di Mussolini al governo.

Circa una responsabilità di Vittorio Emanuele III mettiamo un grosso punto interrogativo, perché ci pare eclatante che il Re, sia pure implicato in speculazioni finanziarie (dalle quali non era esente) e anche ammettendo che avesse avuto azioni della Sinclair (probabilmente da questa regalategli per non averlo contro negli affari della compagnia), fosse arrivato al punto di compromettersi ordinando un simile delitto. Durante il periodo della RSI, Mussolini parlando spesso di queste faccende con Carlo Silvestri, non sembra che ebbe ad accennare a responsabilità del Sovrano, mentre è ovvio che se nella sua inchiesta fosse emerso, anche un minimo richiamo a queste responsabilità, non avrebbe mancato di farlo.

Il giornalista storico Franco Scalzo, così ebbe a presentare la sua ipotesi, in una intervista alla rivista Storia Illustrata del novembre 1985. E' una intervista i cui temi affrontati sono molto interessanti e meritano di essere conosciuti. (D = domanda; R = risposta di Scalzo):

<< D.: Nel suo libro “Matteotti, l'altra verità” (edizione Savelli 1985) lei sostiene una tesi totalmente opposta a quella della storiografia ufficiale. Qual'è, in sostanza, questa diversa verità?

R.: Lo svolgimento della vicenda passa attraverso due nodi fondamentali. L'origine del delitto (più affaristica che politica) ed i mandanti della Ceka che con la soppressione di Matteotti si prefiggono un duplice obiettivo:eliminare un testimone scomodo e costringere Mussolini a gettare la spugna. L'operazione riesce solo a metà, come tutti sanno.(...)

D.: Com'è arrivato a questa conclusione clamorosa? Come ha impostato la sua tesi?

R.: Semplicemente, servendomi delle tessere di cui sono entrato in possesso nel corso della mia ricerca e poi sistemandole secondo un ordine che non fosse condizionato e dominato da posizioni preconcette. Alla base di questo complesso gioco ad incastro ci sono stati, comunque, due interrogativi.

Primo: che interesse poteva avere Mussolini a macchiare la propria reputazione con un delitto infame dopo appena due mesi dall'apoteosi elettorale del Pnf?

Secondo: perché proprio Matteotti, quando tutti i partiti dell'opposizione avevano manifestato il sospetto che il successo dei fascisti fosse dipeso, almeno in parte, da brogli e dalla violenza squadristica?

Una volta preso atto della legittimità di tali domande, la distanza dalle risposte si accorcia sensibilmente, e la si può riempire soltanto ricorrendo a materiale di prima mano. Immune cioè sia dalla propaganda che dalle distorsioni ideologiche. Ma in questo spazio si è, appunto, inserita la lunga sequenza di documenti che provano diverse cose: che Matteotti fu ucciso per impedire che facesse rivelazioni.

Rivelazioni sul coinvolgimento di alcuni ambienti (legati alla Banca Commerciale) in certi loschi affari riguardanti i petroli, il gioco d'azzardo ed il traffico d'armi; che gli ispiratori e gli esecutori del delitto erano già da diverso tempo in rotta di collisione coi vertici del Pnf, sebbene si fossero infiltrati nell'entourage di Mussolini; che l'immobilismo statuario dell'Aventino era un atteggiamento indotto dalla paura delle opposizioni di dover rendere conto al Paese degli appoggi forniti, da dietro le quinte, all'ala revisionista del partito fascista, che è poi quella nel cui seno matura la decisione di fare fuori Matteotti; che i processi del '25 e del '47 sono stati poco meno o poco più che delle orribili farse…

D.: Parrebbe di capire che il delitto Matteotti non era compiuto da, ma contro Mussolini…

R.: Proprio così. Mussolini si assume, per intero, la responsabilità del crimine perché, altrimenti, sarebbe costretto a denunciare quella del gotha finanziario che ha foraggiato la marcia su Roma e che dopo avergli dato il potere minaccia di riprenderselo per trasferirlo a gente più maneggevole se lui non si rassegna a fungere da parafulmine e da capro espiatorio.

E' una partita difficile, giocare sul filo del bluff, che finisce in pareggio. Mussolini resta al suo posto, ma deve rinunciare al progetto di disfarsi di certe regole, di certi condizionamenti. Li subisce fino a Salò dove vuota il sacco col giornalista Silvestri, ma è troppo tardi, ormai, per ristabilire la verità. Le forze alle quali avevano fatto capo gli istigatori della Ceka sopravvivono al 25 luglio, come sopravvivranno, più tardi, alla caduta del regime monarchico.

Nel '47, in riferimento al caso Matteotti la situazione non è molto dissimile da quella del '25, e questo spiega il carattere aleatorio del processo conclusivo di Roma: un atto dovuto, un rito.

D.: Che differenza c'è fra la sua tesi e quella avanzata da Matteo Matteotti?

R.: Lui esclude che la massoneria abbia avuto un ruolo nel predisporre il piano del 10 giugno, e non so da che tragga questo convincimento, visto che tutti gli indiziati del delitto (da Naldi a De Bono, a Dumini, a Bazzi, a Rossi, a Finzi) erano iscritti, a vario titolo, alla setta.

Lui afferma che è il mandante di Mussolini, ed io no. Lui dice che il duce copriva le responsabilità della corona ed io trovo strano che Mussolini a Salò non abbia colto l'opportunità per convogliare in questa direzione almeno una parte delle colpe che si era addossato fino alla giubilazione del luglio '43.

Lui insiste sulla Sinclair (mentre risulta dai documenti della compagnia petrolifera americana con cui avevano brigato i manutengoli della “Commerciale”) che era la Standard Oil, e che tale società era anche fortemente interessata al business delle bische>>.

I possibili organizzatori del delitto

Primo, a prescindere se si protende per la tesi di un delitto cinicamente programmato, oppure che invece travalicò le intenzioni dei sicari come sembrerebbe mostrare la rozzezza e superficialità del sequestro con uccisione in macchina (sottrarre dei documenti e lasciare in vita il deputato, che ne conosceva il contenuto ed avrebbe comunque potuto riottenerli, è però un controsenso), è prevedibile che se non fosse stato preso il numero della targa della macchina che fuggì con il sequestrato caricato a viva forza a bordo, i tempi delle indagini si sarebbero notevolmente allungati e gli sviluppi politici del caso sarebbero in parte cambiati, ma sempre come era stato previsto e desiderato dai mandanti dell'omicidio: ovvero una volta scoperto il rapimento, questi sarebbe apparso come l'opera punitiva dei fascisti e di Mussolini e quindi del governo, verso il deputato socialista che aveva avuto il coraggio di denunciare brogli e violenze nelle precedenti elezioni e minacciato di dimostrarne la corruzione.

Questa tesi avrebbe riempito le pagine dei giornali, coinvolgendo l'opinione pubblica e il governo di Mussolini sarebbe inevitabilmente entrato in crisi. Proprio quello che si voleva conseguire;

Secondo, non ci sono dubbi che l'esecuzione del crimine venne affidata alla Ceka di Dumini e quindi è lecito supporre che il progetto organizzativo dovette necessariamente nascere nell'entourage di Mussolini, cioè tra i De Bono, i Finzi, i Rossi, i Marinelli, ovvero i quadri dirigenziali di quella che è stata chiamata la “banda del Viminale”, oppure, che l'organizzazione del progetto fosse partita da settori collaterali a questo entourage, per esempio, gli ambienti politico finanziari che ruotavano attorno al Corriere Italiano di Filippelli (giornale politico, ma di supporto ad affari finanziari), magari con la complicità di almeno uno dei gerarchi sunnominati.

Ma se i componenti della congrega del Viminale sono tutti in qualche modo invischiati in traffici di dubbia natura, anche del genere di quelli riconducibili agli ambienti che hanno oramai deciso di abbattere Matteotti e scaricare il Duce, non è detto che presi singolarmente siano tutti al corrente del progetto di rapire e uccidere Matteotti o che, sapendolo, lo condividano. E questo per la semplice considerazione che costoro dovevano ben immaginare che le conseguenze di quel delitto avrebbero inevitabilmente comportato anche la loro rovina, specialmente se gli indizi avessero condotto alla banda di Dumini. Se cadeva il governo di Mussolini, cadevano anche le loro poltrone.

Non è un caso che alcuni uomini, tra i più esposti dell'entourage di Mussolini, a ridosso del delitto, essendone evidentemente al corrente, cercarono di procurarsi un alibi.

Orbene, se questi personaggi, pur consci dei rischi che personalmente correvano, non si diedero da fare per far desistere il Duce dal mettere in pratica l'eliminazione di Matteotti, ma si premunirono di trovarsi un alibi per uscir fuori indenni dalla prevedibile bufera che si sarebbe inevitabilmente scatenata (lasciandoci invece dentro Mussolini), vuol dire che questo fantomatico ordine, diretto o indiretto, del Duce non esiste.

Esiste invece un altro “ ordine ”, proveniente dal quel mondo affaristico speculativo, da quelle Lobby alle quali costoro sono riconducibili, un ordine, una disposizione alla quale non possono opporsi e devono, obtorto collo, provvedere.

Ed infatti poi, a omicidio consumato, cercheranno quasi tutti di accollare a Mussolini la responsabilità del misfatto.

Detto questo, scendendo nel “pratico” e fermo restando che l'interesse, la volontà e la commissione di mettere in atto un azione criminosa contro il deputato socialista, venne dal quel “putrido ambiente politico-affaristico” a cui non è stato possibile assegnare dei nomi precisi, possiamo partire da un dato di fatto sufficientemente plausibile: per l' esecuzione di questa azione (cogliendo al volo l'opportunità di nascondersi dietro “l'alibi” del discorso di Matteotti del 30 maggio), se ne incaricarono altri personaggi influenti i quali da posizioni di potere, ad un dato momento, ne impartirono l'ordine esecutivo ad Amerigo Dumini. E questi personaggi influenti vanno giocoforza cercati tra i membri della “ banda del Viminale” e gli ambienti a loro attigui (i vari Filippo Filippelli, Pippo Naldi, ecc.), tra cui dovrebbero esserci, ma valli a individuare, coloro che ignorano tutto o in parte, coloro che “sanno” e basta, ma anche coloro che “sanno” e organizzano.

Il fatto che questa famigerata Ceka sia stata composta, a partire da Dumini, da manovalanza conosciuta e utilizzata in passato o comunque contigua a Mussolini e al partito, ha consentito di elaborare ipotesi, senza alcuna prova, per coinvolgere direttamente il Duce e il PNF, attingendo più che altro da affermazioni riportate in dubbi “memoriali” palesemente di parte i cui autori, forse non estranei al complotto, recitarono il copione che gli era stato assegnato.

Resta però il fatto che teoricamente uomini dell'entourage di Mussolini o almeno non tutti, difficilmente avrebbero preso, senza il suo consenso, l'iniziativa delittuosa; iniziativa che, oltretutto e come appena accennato, poteva avere conseguenze estremamente pericolose per le loro poltrone.

Escludendo quindi il Duce, dalla responsabilità della direttiva, è chiaro allora che bisogna ritenere che colui (o coloro) che impartirono tale ordine (dietro innominate ispirazioni) non potette agire diversamente, oppure che non ne valutò a pieno le conseguenze per sè stesso.

Nell'esecuzione di questo ordine poi, giocò sull'equivoco di precedenti frasi a caldo di Mussolini (di circostanza e alle quali non aveva dato alcun seguito) e del clima che si era venuto a determinare circa l'intenzione di impartire una “lezione” al deputato socialista.

Oppure, come già accennato, che lo stesso Dumini prese ordini da personaggi collaterali, ma fuori dalla nota cerchia collocata nelle stanze ministeriali, giocando su lo stesso equivoco.

Stabilire adesso chi poteva (o potevano) essere colui (o coloro) che conosceva fino in fondo, avendolo ordinato, il progetto omicida è estremamente complicato, perchè se è pur vero che molti indizi hanno portato ad individuare questa persona in Giovanni Marinelli, è altrettanto vero che resta difficile ritenere, che tutti gli altri non ne sapessero proprio nulla.

Il fatto che Francesco Giunta, segretario di un partito fascista retto da un direttorio di cui fanno parte anche Cesare Rossi e Giovanni Marinelli, pochi giorni prima dell'evento delittuoso, avvertì Matteotti dal guardarsi dalla Ceka, indica che, dentro e attorno a quella che è stata definita la “banda del Viminale ”, si era parlato di una azione contro il deputato socialista.

Inoltre, questa iniziativa, nella sua fase esecutiva, era in piedi da alcuni giorni, forse da subito dopo il discorso del deputato socialista del 30 maggio, visti i tempi e i preparativi che dovette fare il Dumini per chiamare a Roma gli altri esecutori e gli appostamenti che in quei giorni furono messi in atto su Matteotti. E questo anche se poi, al dunque, qualcosa dovette far precipitare gli eventi, perchè si ha la sensazione che il delitto fu da tempo programmato, ma la sua fase esecutiva del 10 giugno fu alquanto affrettata e precipitosa.

Quindi se è pur vero che non tutti gli esponenti della banda del Viminale potrebbero essere stati al corrente della macchinazione, in definitiva per tutti loro pericolosa e compromettente, altrettanto improbabile è che non ne sappiano proprio niente, visto che è da giorni che il Dumini, che da quelle parti è di casa, sta trafficando nei preparativi per mettere in piedi questo crimine.

Per l'entourage di Mussolini, cioè De Bono, Finzi, Rossi, Marinelli, resta veramente difficile stabilire fin dove arrivino le loro singole responsabilità rispetto al progetto omicida il cui ordine è chiaro che venne emanato nel clima che si era creato in quell'ambiente e di cui qualcuno ne aveva approfittato spingendo le cose fino a giocare la carta delittuosa

In ogni caso, successive ed eventuali manipolazioni e depistaggi che avvennero durante lo svolgimento delle indagini o in vista del processo di Chieti, messe in atto da De Bono o altri esponenti del governo, non sono necessariamente da mettere in relazione con i responsabili del delitto, ma semmai con chi voleva pilotare tutte le conseguenze di questo crimine in un modo, il meno pericoloso e dirompente possibile, per sè stesso, per il governo e per il partito.

Nelle valutazioni d'indagine bisogna quindi separare queste due situazioni.

A nostro avviso, si può ipotizzare che gli organizzatori del delitto (su commissione e ispirazione di altri) devono trovarsi tra i noti nomi che potevano in qualche modo disporre di Dumini, quindi: Emilio De Bono, Cesare Rossi, Aldo Finzi, Giovanni Marinelli, Filippo Filippelli (collegato a Filippo Naldi) tutti, chi per un verso, chi per un altro, immersi o non ignari dei traffici e delle manovre risalenti a quel putrido ambiente affaristico finanziario, con cui molti di loro erano collusi.

E per di più tutti massoni. Consideriamo, uno per uno, le loro posizioni.

Emilio De Bono. Nacque a Cassano d'Adda il 19 marzo 1866. Militare di carriera, pluridecorato nella Grande Guerra, poi generale, aderì al fascismo e fece parte del quadrumvirato che diresse la Marcia su Roma nell'ottobre del 1922. Senatore del Regno d'Italia, membro del neonato Gran Consiglio del fascismo, con Mussolini al governo divenne capo direttore Generale della Pubblica Sicurezza e comandante della Milizia. Cariche a cui dovette rinunciare perché coinvolto nel delitto Matteotti. Nei giorni successivi al rapimento presiedette le indagini sul delitto cercando di tener fuori sé stesso e il governo dalle ogni responsabilità.

Siamo propensi a scartare Emilio De Bono, anche se, in buona parte, dentro fino al collo in quella situazione equivoca (ebbe varie responsabilità e sicuramente cercò poi di armeggiare per aggiustare le cose), perché ci sembra inconcepibile che questi, per quanto un “fregnone”, come capo della Polizia, avesse impartito a Dumini l'ordine omicida e, senza aver preparato alcun piano di emergenza, abbia dato disposizioni tali per arrivare ad arrestare tutta la Ceka entro 48 ore, limitandosi soltanto a cercare di nascondere o ingarbugliare qualche prova per proteggere se stesso ed il governo.

Se lui fosse stato direttamente dietro il delitto, pur rischiando, avrebbe fatto molto di più per depistare le indagini ed avrebbe protetto, fatto eliminare o fuggire, senza remore o indugi il Dumini stesso. Non a caso il De Bono, già dai primi giorni successivi al delitto, venne tenuto sotto scacco dal Dumini che lo accusava di “tradimento” e minacciava di fare rivelazioni sul suo conto (probabilmente di rendere noti lucrosi traffici di varia natura a cui il generale si era dedicato per impinguare il suo reddito).

Oltretutto era stato il De Bono che aveva fatto rilasciare al Dumini i passaporti falsi, tra cui quello a nome Gino Bianchi con il quale il Dumini scorrazzava in lungo e in largo.

Il De Bono visse mesi di autentico terrore paventando di essere incriminato e potè tirare un sospiro di sollievo solo dopo che l'Alta Corte di Giustizia del Senato ebbe a proscioglierlo, dai reati che gli erano stati addebitati, anche grazie al silenzio di Dumini.

Nel valutare l'uomo, “il vecchio fregnone”, come lo chiamava Mussolini, tutto si può dire, ma difficilmente gli si può cucire addosso la veste del cinico assassino.

Sul De Bono già al tempo giravano molti aneddoti irriverenti come quello, a tutti noto, del suo essere circuito dalla “contessa del Viminale”, una certa contessa Amari, che girava con due cani pechinesi e un accompagnatore, la cui relazione vista l'età del generale era oggetto di vari pettegolezzi. Una “confidenziale” del 1941, riportava:

<< De Bono non ha guadagnato una lira per affari, ma che spesso la contessa ed il presunto figlio lo hanno portato sull'orlo dello scandalo >>.

Anche il fatto che egli possa essere entrato in possesso della famosa valigetta di Matteotti con la documentazione scandalistica (particolare questo comunque non accertato, anzi poco probabile) e quindi l'abbia fatta sparire per proteggere chi di dovere (si insinua la responsabilità del Re) non attesta necessariamente la sua partecipazione e le sue eventuali direttive per il delitto, ma semmai una sua successiva “protezione” di personaggi a lui contigui e più in alto.

Si dice che durante il processo di Verona, nel tentativo di salvarsi la vita, De Bono cercò di mercanteggiare scambi e informazioni su questa famosa valigetta di Matteotti, ma anche questo fatto non ha assolutamente riscontri, anzi sembrerebbe da escludersi.

Si sostiene comunque che il De Bono si portò al processo di Verona un fascicolo sul delitto Matteotti, che poi pervenuto a Mussolini e accluso al suo dossier, finì tra quelli razziati ad aprile 1945 e poi fatti sparire per sempre. Ovviamente.

Cesare Rossi (nato a Pescia nel 1887), massone, già giornalista socialista e interventista è tra i fondatore dei Fasci di Combattimento (23 marzo 1919). Assume poi alcuni ruoli nel PNF in particolare come addetto al settore Stampa e dopo la Marcia su Roma, ricopre la carica di Capo dell'Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, quasi una specie di segretario politico del Duce, tanto da essere definito “ una eminenza grigia del fascismo” . Fu anche membro del neonato Gran Consiglio del fascismo. In conseguenza del delitto Matteotti ebbe diverse vicissitudini: venne arrestato il 22 giugno del ‘24 nell'ambito dell'istruttoria su quel crimine e poi fu liberato nel dicembre del ‘25, perché prosciolto dalla sentenza istruttoria che doveva portare al processo di Chieti. Scatenò feroci polemiche con il suo “memoriale” contro Mussolini e riparò in Francia nel febbraio del 1926.

Sul capo dell'ufficio stampa di Mussolini il discorso è molto complesso, anche perché nel corso degli anni successivi al delitto sono emersi particolari e testimonianze che indicano che egli, pur al centro di tanti traffici poco chiari, forse era però all'oscuro della messa in pratica di questa impresa e comunque ne aveva un minimo di intelligenza per reputarla più nociva che altro. E soprattutto era egli in grado di immaginare che avrebbe costituito anche la sua rovina.

La stessa sua furente reazione contro Mussolini, che una volta vistosi scaricato si esplicò soprattutto con il suo famoso memoriale e il tagliarsi i ponti alle spalle, a meno che non facesse parte di un preordinato gioco massonico contro il Duce, fa capire che probabilmente egli, almeno per la diretta responsabilità delittuosa, ne era estraneo.

Resta il fatto però che Rossi era un massone indotto a trafficare e proteggere altri massoni e quindi lo troviamo presente in tutto lo scenario passato e presente del delitto, uno scenario pullulante di massoni e di vari intrallazzi all'ombra della Presidenza del Consiglio e del Viminale, nonché nella conoscenza e gestione di personaggi chiave come Amerigo Dumini.

Certamente ci sono molti dubbi circa i viaggi tra Roma e Parigi che il Rossi intraprese nella tarda primavera del '24 e soprattutto sul convegno parigino di maggio con Campolonghi, Naldi, Bazzi ecc., così come assodate sono le sue collusioni trasversali con il mondo speculativo affaristico che ha preso in odio il Duce. Lo stesso Francesco Giunta nel 1923 lo aveva chiamato in causa per tutto l'intrallazzo delle armi alla Jugoslavia messo in essere dal Dumini (questi limitò i danni anche grazie allo scudo che gli fece Rossi con il suo carisma), e lo aveva sicuramente fatto scendere nella considerazione che ne aveva il Duce.

Sospetto è anche il fatto che Rossi aveva dato incarico al Prefetto Darberio di raccogliere notizie che potessero presentare il Matteotti come un pericoloso sovversivo e un nemico della Patria. Intorno al 5 maggio egli poi decise di intraprendere, a mezzo stampa, una campagna denigratoria contro Matteotti: a cosa doveva servire una violenta campagna contro Matteotti ancora lontano dal suo discorso del 30 maggio?

Certamente poteva essere anche interna ad un certo discorso politico teso a isolare Matteotti anche rispetto alla politica dei socialisti, ma resta comunque il sospetto che invece poteva avere il fine di intimorirlo in modo che non andasse avanti nelle sue denunce contro quel mondo speculativo di cui fa parte anche Rossi, oppure ad avere una pezza da stendere sopra un futuro omicidio per stemperarlo e sviarlo di fronte all'opinione pubblica.

Dumini, nel suo memoriale nascosto negli USA, disse che il Rossi sapeva del progetto omicida, ma non lo condivideva. Volendo credere al Dumini, si ripropone la domanda: Rossi sapeva e non condivideva, ma in ogni caso, fino a che punto sapeva e che posizione aveva e cosa fece a cavallo del 10 giugno?

Se quindi vogliamo tenerlo fuori dalla responsabilità del delitto Matteotti, dobbiamo supporre che per una serie di circostanze, che oggi non è più possibile individuare, costui si trovò estraneo o venne tenuto fuori, al momento dell'ora X che doveva scandire la fine di Matteotti, dalla fase decisionale ed esecutiva.

Diciamo questo, senza prove, ma solo perché a nostro avviso le parole che spese Mussolini con Carlo Silvestri, circa il fatto che il Rossi era stato ingiustamente perseguitato dal fascismo, non furono profferite a caso ed hanno una loro validità.

Aldo Finzi, nato a Legnago (Verona), nel 1897 era figlio di un ricco possidente israelita. Dopo la Marcia su Roma, con Mussolini al governo, Finzi venne fatto Sottosegretario agli interni, vice capo della Polizia e Commissario all'Aeronautica. Era anche membro del neonato Gran Consiglio del fascismo. Dopo le vicissitudini del delitto Matteotti, in cui si ritrovò implicato in vari e trasversali modi per il suo giro di conoscenze, soprattutto con Filippo Filippelli del Corriere Italiano, fu costretto da Mussolini a dare le dimissioni il 14 giugno 1924.

Molti sospetti in più, circa un suo coinvolgimento diretto nel delitto li abbiamo per Aldo Finzi, perché era troppo contiguo, ancor più di Rossi, a certi ambienti affaristici e soprattutto al Corriere Italiano di Filippelli giornale da molti definito e non a caso, la “base operativa” del delitto, anche se sembra che proprio negli ultimi mesi Finzi era fuori dal controllo del Corriere Italiano .

In ogni caso però è indubbio che dietro al Finzi c'era la Commerciale di Toeplitz.

I suoi stretti rapporti con Dumini e con Filippelli, gli scontri verbali alla Camera con Matteotti, delle sue stesse origini polesane, le tante accuse di corruzione giocarono tutte un ruolo dirompente contro Finzi, facendolo saltare dagli autorevoli posti che deteneva ed esautorandolo anche nella sua posizione politico sociale nel polesine.

Il 5 giugno 1924, a pochi giorni dal delitto (alcuni ritengono che se Matteotti avesse preso il treno per l'Austria dove si apriva il congresso socialista, probabilmente l'omicidio sarebbe stato anticipato), stranamente Aldo Finzi chiuse i conti dei “fondi segreti” del Ministero degli Interni.

Lo storico Giuseppe Rossini, autore di “ Il delitto Matteotti fra il Viminale e l'Aventino ” (Il Mulino 1966) espresse, sempre alla rivista Storia Illustrata del novembre 1985, questa opinione:

<< Il cosiddetto momento affaristico del governo Mussolini, per comune ammissione dei testimoni (alcuni dei quali, quando completai la mia ricerca, erano ancora vivi, ne parlai con Cesarino Rossi), pare debba essere ricondotto all'interno del gruppo Finzi, interessato alla vicenda petrolifera. Si parlò infatti di una attenzione tutta particolare di Filippelli e di Naldi che di quel gruppo erano l'ala più intraprendente.

In una nota della direzione generale della PS, del 14 giugno, si leggono una serie di informazioni tratte da un colloquio con una non meglio precisata “personalità liberale”. Di sicuro si può dire che Naldi organizzò il silenzio giornalistico sull'affare Sinclair che, invece, fu approfondito nei suoi possibili risvolti giudiziari durante il processo di Chieti>>.

Anche sulla reale implicazione di Aldo Finzi in quel delitto, in ogni caso, non ci si può esprimere con certezza. Egli poi, a differenza di Rossi, ebbe un comportamento che, alla vigilia del delitto, con il suo viaggio nel Polesine, fa sospettare la ricerca di un evidente alibi, e dopo il delitto e le sue minacce, poi lasciate cadere, di pubblicare un esplosivo memoriale, fa sospettare o che intendeva ammorbidire la sua reazione alle precedenti imposte dimissioni, perché questa moderazione la reputava più conveniente per lui, oppure che egli, in effetti, abbia pesanti colpe da nascondere e non gli conveniva spingere più di tanto nelle insinuazioni e nella polemica con Mussolini.

Nel suo memoriale, Cesare Rossi ebbe a scrivere che Finzi aveva consegnato al sicario Dumini del denaro per la fuga. Altra versione, più verosimile, asserisce invece che fu Giovanni Marinelli ad aver dato a Dumini una sostanziosa cifra per lui e per tutta la Ceka per lasciare subito Roma.

In mancanza di altri riscontri, dobbiamo pertanto e sia pure con molti dubbi, lasciare il giudizio su Aldo Finzi in sospeso. Restano quindi Marinelli e la coppia Filippelli-Naldi.

Giovanni Marinelli, (nato a Adria Il 18 ottobre 1879) era un facoltoso uomo politico, massone e fascista. Al tempo del delitto Matteotti era segretario amministrativo del PNF e membro del Gran Consiglio. Era anche nel direttorio nazionale con segretario Francesco Giunta che in quel momento reggeva la segreteria del partito. Dopo il processo di Chieti per il delitto Matteotti (1926) il Marinelli rimase incolume da ogni conseguenza, ma con il passare del tempo, soprattutto durante la RSI (1943 –'45) proprio su di lui si appuntarono i maggiori sospetti di aver organizzato il delitto.

Su questo personaggio con il passare degli anni è emerso sempre più che doveva essere al corrente della faccenda ed è molto probabile che ne abbia dato proprio lui il via esecutivo. Anche Dumini, negli anni, sebbene in un valzer di dichiarazioni incontrollate, lo indicò come il mandante principale e diretto.

Segretario amministrativo del partito e tesoriere, anche lui contiguo agli ambienti politico affaristici e probabilmente vero gestore della Ceka, da lui considerata quasi una proprietà privata come ebbe a dire Cesare Rossi, Marinelli era nella posizione ideale per poter impartire a Dumini un tal genere di ordine, facendo oltretutto credere che l'iniziativa proveniva o comunque non era sconosciuta a Mussolini.

Molte testimonianze portano al Marinelli e al tempo del processo di Verona, quando il Marinelli venne condannato a morte, in quel frangente un altro imputato (per il tradimento del 25 luglio 1943), Tullio Cianetti, raccontò che Marinelli, dopo aver udito le condanne, confidò a Carlo Pareschi, presente lo stesso Cianetti, che sia Mussolini, sia Rossi sarebbero stati estranei al delitto Matteotti e che era stato lui, Marinelli a ordinare di sequestrare il deputato. Anche un biglietto, più o meno dello stesso tono, scritto a mano proprio dal Marinelli poco prima di essere fucilato, arrivò a Mussolini e sparì poi con tutto il fascicolo su Matteotti razziato nei giorni della liberazione.

Filippelli & Naldi. Filippo Filippelli (massone di Piazza del Gesù e come lui stesso amava definirsi “ uomo della petrolifera Standard Oil ”), era il direttore del Corriere Italiano un giornale nato di recente con scopi di natura politica finanziaria. E' arrestato il 16 giungo 1924 a Genova mentre cerca di fuggire all'estero con un passaporto procuratogli da Pippo Naldi. Fu lui a concedere a Dumini l'auto per il rapimento, pur sostenendo che ovviamente non sapeva l'uso che ne sarebbe stato fatto.

Filippo Naldi, oltre che giornalista, era un importante faccendiere di levatura internazionale, da molti considerato un burattinaio che tirava le fila da dietro le quinte, muovendosi a suo agio con le Banche. Nato in provincia di Parma nel 1886, già nel 1914 aveva avuto modo di spaziare dalle manovre di finanziamento per una stampa “interventista”, tra cui anche quelle a favore del Popolo d'Italia di Mussolini, nonchè a quelle di un ampio campo di interessi di natura finanziaria (sarà anche dietro la nascita del Corriere Italiano di Filippelli). Dopo l'8 settembre 1943 lo ritroveremo nell'entourage del governo Badoglio che con il Re era fuggito al sud sotto protezione Alleata, a dimostrazione che i faccendieri dell'Alta Finanza finiscono sempre al “posto giusto”.

Per la coppia Filippelli / Naldi bisogna intanto dire che trattasi di una coppia inscindibile per il giro di affari e di collusioni che li accomunava (così come nel tentativo della loro successiva fuga) e quindi, anche se il secondo appare alquanto più dietro le quinte, non si hanno molte alternative: o è estranea, almeno, al delitto oppure, visto anche il giro degli affari e dei maneggiamenti politici che andava ad operare costituendo, di fatto, un ponte tra l'alta banca, il mondo finanziario speculativo e gli ambienti governativi, vi è dentro dall'inizio alla fine, anche se prove oggettive e documentali non ci sono.

La nota che il nuovo capo della Polizia Francesco Crispo-Moncada, a fine settembre del 1924, indirizzò al Duce con l'osservazione che il “Naldi era il principale macchinatore del delitto” costituisce un elemento di estrema importanza perchè il Moncanda non può non aver elaborato questa sua accusa se non sulla base di precise e circostanziate prove anche se di natura indiziaria.

Costoro, Filippelli e Naldi, oltretutto, a differenza degli altri personaggi del Viminale che ricoprivano determinate cariche, teoricamente avrebbero anche potuto giocare la carta senza ritorno del delitto, sperando di rimanerne fuori e indenni dalle prevedibile conseguenze della caduta del governo di Mussolini. E comunque sia manovrarono in seguito, proprio come richiesto dai fini che il delitto si riproponeva, in modo cioè da cercare di addossarlo a Mussolini.

Se sono responsabili la domanda è una sola: diedero costoro (o uno di loro, per esempio il Filippelli, come ebbe a supporre il figlio di Matteotti), materialmente l'ordine del sequestro di Matteotti al Dumini?

Nel caso di un loro coinvolgimento, se consideriamo che l'incarico dato al Dumini era di un rapimento con esito omicida, lascia sconcertati constatare che il Filippelli fece la leggerezza di far utilizzare una macchina da lui noleggiata senza imporre al capo banda di nascondere in qualche modo il numero di targa. Bisognerebbe quindi ipotizzare che gli incarichi scaturirono da personaggi diversi o che vi fu un passaggio di mano nelle direttive o più probabilmente una eccessiva fretta e negligenza nell'eseguirlo.

D'altro canto, il fatto che il Filippelli concesse l'auto del delitto a Dumini e dopo provvide a farla nascondere in un garage del giornale non è proprio un particolare di secondaria importanza, così come non lo è il fatto che Dumini, tornato la sera a Roma dopo la macabra impresa, per risolvere il problema della ingombrante e compromissoria auto impiegata nel sequestro, si reca al Corriere Italiano proprio da Filippelli.

A nostro avviso, comunque, se pur l'ordine venne da personaggi attigui, ma esterni alla banda del Viminale , probabilmente doveva anche esserci il passaggio per il Marinelli, visto che si impiegavano uomini della “sua” Ceka.

Amerigo Dumini. Infine due parole in più per cercare di inquadrare al meglio la figura del Dumini. Figlio di un pittore fiorentino e di una americana originaria del Missouri, era nato a Saint Louis negli Stati Uniti il 3 gennaio 1894. Già squadrista, scaltro e violento viene praticamente messo a capo della Ceka e di lui si servirà Mussolini per tutte quelle attività illegali al tempo necessarie. Ma il Dumini era anche abile a mettersi in proprio per vari affari di diverso tipo. Arrestato disse tutto e il contrario di tutto, rilasciò un memoriale inattendibile e poi in qualche modo venne fatto espatriare. Era però in grado di ricattare il Regime e con questi ricatti ci campò allegramente. Aveva depositato in America un memoriale segreto che si conobbe solo nel dopoguerra. Venne arrestato a Roma già la sera del 12 giugno 1924.

Lo poniamo qui, inusualmente, tra gli organizzatori del delitto per il quale, comunque, a lui fu affidato il compito di eseguire il rapimento.

Questo personaggio, considerando tutte le sue vicissitudini, passate praticamente per tre epoche notevolmente differenti: quella in cui era in auge e che termina con il delitto Matteotti, quella del suo barcamenarsi durante il regime fascista e infine quella misera nel dopoguerra antifascista, in aggiunta ai contatti ed ai vari intrallazzi di ogni genere che ebbe a praticare, ci dà la sensazione che ci troviamo in presenza di un esecutore di ordini, che ogni tanto si mette in proprio, di buona intelligenza e di notevole spessore. Non era insomma un personaggio da poco e il modo di come ebbe a trattarlo Mussolini ne è una ulteriore prova. Questo ci autorizza anche a pensare che il Dumini, al limite, avrebbe potuto benissimo agire al di fuori di chi nel partito e al Viminale doveva espressamente autorizzarlo.

Egli giurò di non aver mai avuto nulla a che fare con il Filippo Naldi (al tempo del processo di Chieti il Dumini definiva l'ipotesi affaristica una grossa montatura), ma una serie di tanti piccoli particolari nella sua vicenda storica, non confermano questa sua asserzione, vista oltretutto la stretta vicinanza e familiarità con Filippo Filippelli.

In ogni caso il Dumini è sempre in mezzo, come il prezzemolo, in tanti traffici e situazioni, così come abbiamo visto per il commercio sui residuati bellici, speculazioni che poi sono alla base dei motivi che portarono al delitto Matteotti.

Per esempio, nel lungo contenzioso sulla concessione di un decreto governativo per il gioco d'azzardo, anche il Dumini ebbe qualche piccola particina, a dar retta ad una lettera (ma non solo) di un certo Ferruccio Spataro del 26 gennaio 1923 (ovvero il giorno dopo la prima rinuncia di Mussolini alla sua regolamentazione) che gli parla di questi problemi e gli da appuntamento a Genova.

Altre lettere poi fanno capire che egli poteva essere anche in contatto con ambienti mafiosi del sud e qui si può anche vedere un filo che porta a Massimo Rocca quello della subdola corrente “revisionista” e normalizzatrice all'interno del fascismo.

Telegrammi inviati da Dumini a Cannes a Cesare Rossi, intorno al 15 maggio del '24, ci indicano che il Dumini tiene informato l'amico sugli sviluppi del defenestramento di Massimo Rocca, sulla polemica con Farinacci e gli attacchi che da varie parti stanno convergendo sul Rossi stesso, per cui ne sollecita il ritorno a Roma, dimostrando quindi che il Dumini è cointeressato anche alle faccende politiche del fascismo e del governo.

Comunque sia il Dumini, pur proclamandosi fascista, non disdegnava d'infilarsi in ogni genere di intrallazzo, come quello delle armi alla Jugoslavia, che di fatto danneggiava l'Italia. Tanto per fare un esempio, nell'affare jugoslavo, i suoi traffici vennero coadiuvati da un elemento vicino ai comunisti e ai servizi sovietici, e sembra che avvenivano anche per conto della società Armstrong di Pozzuoli, di cui sono contitolari il trafficante Basil Zaharof e la Banca Commerciale.

Il suo ruolo poi, da infiltrato negli ambienti del fuoriuscitismo antifascista parigino e nel delitto fascista Alfredo Bonservizi in Francia è tutto da chiarire e lascia una profonda ombra sulla sua reale posizione nella vicenda parigina e per chi effettivamente lavorava.

Dunque, come si vede, il ruolo e la posizione di Dumini, non è solo quello di un semplice esecutore di ordini, ma qualcosa di più, anche se ovviamente egli si colloca, più che altro, tra gli anelli intermedi di questa catena affaristico speculativa e delittuosa: la banda del Viminale, Filippo Filippelli, la massoneria e a latere di vari traffici e affarucci di genere speculativo, ecc.

Mettendolo quindi in rapporto con il delitto Matteotti e non potendo sciogliere con certezza assoluta le pesanti ombre sulla sua reale implicazione con i vertici del “putrido ambiente affaristico speculativo”, dobbiamo supporre che il Dumini fu utilizzato senza che lui potesse rendersi conto per chi effettivamente stava lavorando.

Certamente conosceva i gangli intermedi del complotto contro Matteotti e forse avrebbe potuto individuare anche qualche personaggio di più alto spessore.

Ma sostanzialmente il Dumini avrebbe potuto risalire, con prove concrete alla mano, più che altro ai personaggi che lo dirigevano, lo pagavano o ben conosceva: soprattutto Giovanni Marinelli, magari il Filippo Filippelli, Emilio De Bono, Cesare Rossi, o Aldo Finzi, ipotizzando che dietro quell'incarico omicida c'erano anche grossi risvolti affaristici e chiedendosi quale poteva essere la reale posizione di Mussolini nella vicenda.

Per esempio, possiamo constatare che durante il “ventennnio”, quello che avrebbe potuto “raccontare”, mettendo nei guai il Regime, era sufficiente per farlo galleggiare con una certa agiatezza, visto che poteva chiamare in causa e coinvolgere diversi personaggi del regime fascista e quindi provocare uno sconquasso alla nuova Italia di Mussolini. Non per niente si era ben sistemato in Libia e se non scoppiava il secondo conflitto mondiale si può dire che non gli era poi andata affatto male.

Anche nel dopoguerra, inoltre, quello che poteva aver scritto nel suo memoriale spedito in America, una volta divulgato e messo in relazione a tanti altri fatti e particolari che si erano conosciuti, avrebbe forse potuto far aprire un dibatto a tutto campo che poteva sollevare il velo su certi ambienti di Alta finanza massonica, tanto che, molto probabilmente, gli americani dovettero elidere alcuni fogli del suo memoriale prima di renderlo pubblico. Non avendoli però letti, non ci resta che il solo dubbio.

Ma certamente il Dumini, da solo, non era in grado di additare con precisione certi ambienti di alta caratura altrimenti difficilmente lo avrebbero lasciato in vita e comunque, uscito di prigione nel 1956, non si sarebbe ritrovato senza una lira, morendo poi un pò prematuramente per un “incidente domestico” di cui colti avanzarono strani sospetti.

Su Dumini, comunque, quale sia il giudizio bisogna anche dire che non si prestò, pur potendone ricavare ampi benefici, nel processo di Roma del 1947, realizzato clima antifascista post liberazione, al tiro contro Mussolini. Sulla sua rivista ” L'Orologio ”, l'avvocato, già volontario nella RSI, Luciano Lucci Chiarissi, riportò una confessione fattagli in carcere proprio dal Dumini stesso, il quale asserì che gli era stata offerta la libertà in cambio di una falsa dichiarazione sulla responsabilità di Mussolini.

Riassumendo le possibili responsabilità

Per riassumere e tirare le somme di tutta questa panoramica di considerazioni, sui vari personaggi in qualche modo implicati nella vicenda Matteotti, possiamo ipotizzare, ma solo in via teorica, che i “ superiori sconosciuti” interessati alla liquidazione di Matteotti e di Mussolini, attraverso personaggi come Filippelli e Naldi e/o Marinelli riuscirono a forzare certe decisioni e ad assegnare a Dumini l'incarico omicida.

Franco Scalzo, uno dei più credibili autori di lavori sull'affaire Matteotti, nel suo libro Franco “ Il caso Matteotti, radiografia di un falso storico ” - Settimo Sigillo 1996, che già a maggio, a Parigi, Cesare Rossi incontrò Campolonghi, Naldi, Bazzi ed altri elementi massonici e lì si mise a punto il progetto di agire contro Matteotti e procurare la caduta di Mussolini. Anzi, per lo Scalzo, precedentemente, gli stessi ambienti avevano causato la morte di Bonservizi, all'interno di una trama che faceva parte di uno stesso piano. Scrive l'autore nella presentazione del suo libro:

<< Ci sono troppi personaggi, avvolti nella penombra, rispetto ai quali ogni certezza è arbitraria. E poi: due macchine, nei pressi del luogo dell'agguato, invece di una, come si sapeva finora. Un agente della grande industria americana che imbastisce trame eversive d'intesa con le Sinistre. Giochi e doppi giochi, al riparo delle logge massoniche e delle centrali spionistiche di mezzo mondo. D'Annunzio e Dumini. Pontieri del PNF e guastatori del PCI. Bandiere rosse e inappuntabili finanzieri, in un immenso tripudio di combinazioni 'strane', che però sono tributarie di una logica assai più chiara e lineare di quella individuata attraverso il filtro deformante dell'antifascismo codino.

Si può essere sicuri solo di due cose: che Mussolini non c'entrava affatto, e che i mandanti del delitto sono ancora sopra di noi, refrattari alle vicende giudiziarie, potenti al punto da essere esonerati dal figurare tra i protagonisti della Storia. Perché loro muovono i fili. E gli altri vi sono appesi>>.

E uno scenario inquietante questo indicato dallo Scalzo, ma niente affatto fantasioso o arbitrario, ma a nessuno ha mai fatto comodo affrontarlo e indagarlo come si deve..

In definitiva, si può ritenere che per lo Scalzo, escluso Mussolini, quasi tutta la banda del Viminale, coadiuvata dai vari Filippeli, Naldi, ecc., era partecipe del processo criminoso.

A nostro avviso, anche questa ipotesi è concretamente sostenibile e tra l'altro risolverebbe il dubbio che si genera pensando al fatto che era alquanto difficile che in quell'ambito si potesse essere all'oscuro di quanto stava preparando il Dumini.

Ma una attenta escussione di tutto l'insieme della vicenda, il particolare più volte ricordato che le conseguenze del delitto potevano travolgere gli stessi organizzatori, ci induce ad essere più cauti e ad affermare che resta estremamente incerto stabilire chi dei membri della “ banda del Viminale” poteva realmente essere al corrente di questa iniziativa, anche se noi restiamo del parere che, tutto sommato, forse fu il solo Marinelli ad agire, in collusione con altri ambienti collaterali, in un determinato modo.

Perchè Mussolini non andò fino in fondo

Infine per cercare di capire perchè Mussolini non volle o non potè arrivare fino in fondo, cioè fino alla individuazione dei veri mandanti del delitto Matteotti, occorre fare un paio di premesse.

Prima considerazione: vicende come quella di Matteotti, se si fossero verificate in un regime che vede al potere un dittatore dalla inclinazione spietata e senza scrupoli, responsabile della segreta eliminazione di un suo avversario scomodo, laddove nella esecuzione delittuosa non tutte le cose erano filate lisce, tanto che i responsabili diretti erano stati arrestati ed altri elementi, nell'orbita del potere, erano stati chiamati in causa, avrebbe sicuramente risolto tutta la vicenda e tagliato ogni possibilità di futuri ricatti ai suoi danni, fucilando i responsabili presi con le mani nel sacco e facendo “suicidare” o “sparire” qualche altro personaggio divenuto scomodo.

In un sistema democratico, viceversa, quando dietro certi crimini ci sono i cosiddetti “poteri forti” e ambienti intoccabili, la cosa viene risolta attraverso la mano dei “servizi”, i depistaggi, gli inquinamenti, i “suicidi” e gli assassini del caso, fino a rendere imperscrutabile ed ingarbugliata la vicenda e impedire che si potesse arrivare ai mandanti (e spesso ai diretti esecutori), come i casi dell'assassinio di Kennedy in America e la strage di piazza Fontana, Sindana, Calvi, ecc., in Italia insegnano, tanto per fare un alcuni esempi tra centinaia possibili.

Seconda considerazione: Mussolini non era quel genere di dittatore sanguinario portato prima ad esempio ed inoltre nell'Italia del 1924, egli non deteneva nelle mani una fetta di potere tale da assicurargli la più ampia libertà di intervento.

Anzi le stesse forze che avevano avuto interesse ad eliminare Matteotti e preventivato la sua caduta dal governo, avevano tali e tanti agganci di potere, anche a livello internazionale, per i quali diventava oltremodo difficile se non impossibile poterli colpire esemplarmente.

In questa situazione Mussolini, una volta venuto a conoscenza del delitto, si era limitato a non muovere un dito per coprire i responsabili esecutivi del crimine (nei limiti ovviamente di una strategia che mirava a proteggere la saldezza del governo), nè poi impedì che facessero le valige dai loro posti di potere, il contorno equivoco germogliato attorno alla presidenza del Consiglio e del Viminale. Oltretutto bisogna anche dire che Mussolini si trovò, in parte, le mani legate, perchè egli sapeva benissimo che il fratello Arnaldo era facile a farsi coinvolgere in affari o in situazioni che potevano non essere molto limpide. Cosicchè su alcun questioni che erano venute alla ribalta, come per esempio il ricco progetto delle case da gioco, che pur Mussolini aveva poi bloccato scatenendo feroci reazioni, il fratello Arnaldo poteva esserci in qualche modo dentro. E questo, per il Duce, era senz'altro un freno.

Alla fin fine, comunque, superate sia pure a fatica e non senza grossi rischi, le conseguenze del delitto Matteotti, a Mussolini tutto lo sconquasso alla fin fine gli tornò opportuno per fare un certo ripulisti e riappropriarsi, almeno in parte, delle sue facoltà decisionali tese ad imporre alla politica economica quel carattere dirigista del governo che lui trovava etico ed essenziale.

Tutto questo però senza attaccare le grosse lobbyes finanziarie ed evitando di scatenare una guerra contro la Commerciale, la Standard Oil di Rockefeller e le compagnie petrolifere inglesi, perché l'avrebbe sicuramente perduta.

Non potè quindi rimuovere i grossi ambienti finanziari e industriali che stavano dietro a tutto l'Affaire e che, rimasti ai loro posti, per tutto il ventennio successivo continuarono a condizionare l'operato di Mussolini e a frenarne le riforme sociali.

Mussolini accettò quindi di instradare, attraverso Roberto Farinacci, il processo di Chieti in un determinato modo, il solo che avrebbe salvaguardato la saldezza del regime.

Questo spiega, in un certo senso, tutto quello che avvenne nei mesi successivi al delitto, con imputati che se la cavarono a buon mercato (Dumini e i componenti della Ceka), se addirittura non vennero assolti, altri personaggi in qualche modo implicati o sfiorati dalla vicenda che presero il volo verso l'amica Francia (Carlo Bazzi, Cesare Rossi, Massimo Rocca, Arturo Benedetto Fasciolo, Filippo Filippelli, ecc.) dove diedero sfoggio di una loro nuova dimensione antifascista, ed altri ancora che tra un ricatto, una minaccia e una promessa, se ne rimasero tranquilli in disparte (Finzi), se addirittura non ripresero i loro posti di potere (Emilio De Bono, Giovanni Marinelli).

Con il discorso del 3 gennaio il Duce si prese idealmente tutte le colpe degli altri, che ebbero così la certezza di rimanere indisturbati, precludendosi in tal modo la possibilità di dover toccare i vertici dell'Alta Banca ai quali non era in grado di lanciare la sfida.

Il risultato minimo che potè conseguire fu, come detto, la necessaria epurazione nelle fila del PNF e del Viminale, a cominciare dai vari Cesare Rossi, Aldo Finzi, Amerigo Dumini (questi messo in galera) e relative conventicole e accoliti, il ridimensionamento dei contatti con la Commerciale, e l'aver successivamente strappato dalle mani dei fratelli Albertini il Corriere della Sera.

Mussolini dopo la bufera del caso Matteotti aveva mantenuto il potere e si stava incamminando verso lo stato totalitario che gli portò un evidente rafforzamento del suo potere, ma rimase però sempre condizionato dalla diarchia con la monarchia e dalla presenza di determinati poteri forti (i massoni, al contempo, entrarono in “sonno”).

Precedentemente, nell'estate del 1924, aveva provocatoriamente mandato a far sapere a Toeplitz, l'onnipotente padrone della Commerciale, che gli sarebbero state “gradite” le sue dimissioni, al che, il banchiere rispose, con evidente spirito ricattatorio e forte degli appoggi di cui godeva:

<< Va bene..., sono pronto ad andarmene. Purché riesca a realizzare in 24 ore cinque miliardi di Buoni del Tesoro >>.

In conseguenza di tutto questo si constata quindi, da parte del Duce, un comportamento riduttivo rispetto alla punizione dei colpevoli, visto che non venne richiesto almeno l'ergastolo per i responsabili del delitto, nè si fece fare piena luce sui veri mandanti dello stesso.

Roberto Farinacci, nominato avvocato difensore degli imputati, potè così pilotare il processo verso una faida tra fascismo e antifascismo, verso un delitto di natura dolosa e preterintenzionale e quindi verso condanne tutto sommato limitate.

Tutto questo è consequenziale a quanto precedentemente affermato: scoperchiando la pentola del delitto Matteotti ne sarebbe seguita la necessità di scontrarsi, con esito incerto, con certi poteri e certi potentati, determinando come minimo la chiusura di ogni rubinetto finanziario per il governo e la sua inevitabile caduta.

Alla domanda del perchè Mussolini non pretese la drastica punizione dei colpevoli, rispose Nicola Bombacci, uno dei pochi ben a conoscenza dei risvolti di quegli avvenimenti avendoli vissuti ed avendovi condotto una approfondita inchiesta su incarico di Mussolini durante la RSI.

Bombacci, in sintesi, ebbe a dire a Carlo Silvestri nel febbraio del 1944 che Mussolini non poteva, per esempio, ottenere l'incriminazione di Pippo Naldi senza smascherare al contempo le responsabilità dei massimi mandanti, quei superiori sconosciuti dietro le quinte, nonché quella dei complici “morali” annidati nei centri di potere dell'Alta Banca e della grande Industria.

E questo perché il repulisti avrebbe significato trascinare sul banco degli imputati, chi per un verso, chi per un altro, non solo dei senatori del Regno come Luigi Albertini e Carlo Sforza, legati personalmente alla figura del Sovrano, ma anche, sia pure con responsabilità minori, il fior fiore dell'Alta Finanza e dell'Industria italiana, come il senatore Giovanni Agnelli, il commendatore Toeplitz, Ettore Conti, l'ingegnere Motta, Emilio Bruzzone, e tanti altri di calibro analogo.

E certamente avrebbe anche fatto emergere fatti e particolari in cui anche il Duce aveva avuto un suo ruolo e una sua responsabilità, dato che, Mussolini per barcamenarsi e mantenere il potere aveva fatto anche uso di pratiche illegali e spesso lasciato che suoi uomini trafficassero e si arricchissero in vari modi.

In pratica aggiungiamo noi, Mussolini, per il pur giusto amore della verità, avrebbe pregiudicato la rinascita del paese, provocato di nuovo uno sconquasso dalle imprevedibili conseguenze e senza neppure essere sicuro che queste “forze” potessero essere sconfitte.

Praticamente si sarebbe fatta ritornare l'Italia di qualche anno indietro, forse precipitandola in una crisi peggiore di quella dell'estate del 1924.

Mussolini dopo il discorso del 3 gennaio 1925, sia pure a caro prezzo, aveva, di fatto, vinto la partita, ma per le esigenze nazionali non volle, nè potè stravincere, e come era nella sua indole lasciava agli “sconfitti” una via di fuga a patto che si togliessero di torno.

Quelle componenti borghesi, con l'Alta Finanza e la Grande Industria in testa, che gioco forza rimasero indenni al loro posto, pur dovendo incassare la momentanea sconfitta, Mussolini, obtorto collo, se le dovette portare appresso, e cercò di utilizzarle negli interessi e per lo sviluppo del paese, mentre al contempo queste stesse componenti cercarono di trarre dal fascismo ogni vantaggio che gli potesse derivare dalla pace sociale che questi assicurava e da una politica economica nazionale espansiva sui mercati. Ovviamente fin quando gli conveniva ed infatti la guerra del '40 fece venire tutti i nodi al pettine.

Il Duce solo con la RSI potrà avere la possibilità di fare quello che non potette fare nel 1925, ovvero di intraprendere una indagine profonda e definitiva su quel torbido delitto, cosa che pur tra le pieghe delle guerra, fece fare a Nicola Bombacci e al suo segretario Gatti.

Ma buona parte dei risultati di quella inchiesta finirono nelle mani dei partigiani di Garbagnate milanese e/o furono requisiti a Dongo e poi vennero fatti opportunatamente sparire e quindi si estinsero con la vita stessa di Mussolini,

Anche Bombacci e Gatti, questi ultimi due fucilati a Dongo senza alcun motivo che ne giustificasse la condanna a morte, portarono nella tomba il segreto.

Fatta eccezione per Mussolini che sarebbe stato ammazzato in ogni caso, più di uno ha visto in quelle fucilazioni, in particolare Bombacci e Gatti, la volontà, l'ordine proveniente da “qualche parte”, di tacitare quanti “sapevano” la verità sul delitto Matteotti.


http://www.corrierecaraibi.com/FIRME_MBarozzi_100805_Il-delitto-Matteotti.htm

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MUSSOLINI NON C'ENTRA "NIENTE" CON L'OMICIDIO MATTEOTTIhttp://www.youtube.com/watch?v=sq8nf95Zxg8&feature=share


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