giovedì 27 settembre 2012

La doppia vita di Alfredo Pizzoni, banchiere e partigiano


Negli anni di guerra 1944-45 gli angloamericani finanziavano il CLNAI attraverso istituti di credito italiani

di: Gianfranco La Vizzera

Lo storico Lucio Villari, in un’intervista rilasciata anni fa al Corriere della Sera, rievocando il ruolo svolto da talune forze occulte nella caduta del fascismo, rammentò quanto affermato nel corso di un colloquio dal banchiere Raffaele Mattioli: “Il colpo di stato del 25 luglio 1943 l’abbiamo gestito a Milano, alla Banca Commerciale”.
L’Istituto di credito, fondato nel 1894 principalmente da elementi di origini israelite, era strettamente legato all’ambiente politico liberale.
Al sorgere del fascismo, i vertici della banca dapprima si mostrarono ostili verso il movimento di Benito Mussolini, ma in seguito al fallimento di Ansaldo, Ilva e Banca di Sconto, e avendo la Commerciale rilevato una cospicua quota delle partecipazioni industriali di tale banca, mutarono radicalmente atteggiamento, identificando i nuovi interessi nell’industria con quelli coincidenti dei magnati della metallurgia che, in alternativa alla sinistra, e con rassegnazione, si videro costretti a fornire ai fascisti i fondi indispensabili alla Marcia su Roma.
E le medesime forze che contribuirono economicamente all’ascesa al potere del fascismo, il 25 luglio 1943, secondo la citata dichiarazione del banchiere Mattioli, ne determinarono pure il crollo e continuarono a ordire la trama intessuta da tempo anche dopo il cosiddetto “armistizio” dell’8 settembre. Nell’autunno di quell’anno, infatti, a presiedere il CLNAI, Comitato di liberazione nazionale alta Italia, venne chiamato Alfredo Pizzoni, estraneo alla sfera politica, ma esponente del mondo finanziario, il quale ricopriva cariche dirigenziali nel Credito Italiano (l’odierna UniCredit Banca). Pizzoni, nel periodo travagliato della guerra civile, si occupò appunto di reperire i fondi occorrenti al sostentamento delle bande partigiane.
E per risolvere i problemi di natura economica relativi al mantenimento delle formazioni, il CLN milanese costituì un comitato finanziario, composto dall’industriale Enrico Falk, dal funzionario del Credito Italiano Luigi Casagrande e dall’avvocato socialista Roberto Veratti. I tre membri del comitato cominciarono subito il lavoro, riunendosi ogni sabato a Milano, in un salottino della sede centrale della banca, situata in Piazza Cordusio. Cercarono finanziamenti soprattutto fra gli industriali ritenuti “amici”, e fra quanti si mostravano desiderosi di acquisire meriti presso i probabili vincitori del conflitto. Inizialmente il comitato riuscì a raccogliere 10 milioni di lire, considerevole cifra per l’epoca, poi giunse una somma più ingente, circa 50 milioni, proveniente dal CLN di Torino, che aveva avuto accesso ai forzieri della IV Armata dell’Esercito italiano, la quale al momento della resa senza condizioni dell’8 settembre si trovava nella Francia meridionale. Fondamentale fu l’appoggio che prestarono a Pizzoni due alti dirigenti del Credito Italiano, i consiglieri delegati Mino Brughera e Giovanni Stringher. I quali, non solo diedero adeguata copertura a Pizzoni consentendogli di comparire fra i dipendenti della banca, pur non svolgendo attività lavorativa regolare, ma gli assicurarono anche il necessario supporto logistico e finanziario per le complesse operazioni finanziarie che ben presto Alfredo Pizzoni portò a compimento nella sua infaticabile ricerca di fondi. Inoltre, Brughera e Stringher accordarono al “banchiere della resistenza” pure un credito di 35 milioni di lire. Il “prestito” di una rilevante somma da parte della banca a un privato, però, poteva suscitare sospetti e quindi, per far pervenire al CLNAI il denaro erogato, senza lasciarne traccia nella contabilità, vennero utilizzate due società compiacenti, le acciaierie Falk e la Edison. La banca concesse dei crediti in conto corrente, e le due società firmarono regolari ricevute senza ritirare il denaro che, invece, sarebbe andato direttamente a Pizzoni. E un’analoga operazione finanziaria venne attuata con la Banca Commerciale (divenuta in anni recenti, in seguito a fusioni con altri istituti di credito, Banca Intesa e successivamente Intesa-San Paolo).
Oltre al consistente sostegno dei due colossi bancari, Alfredo Pizzoni trovò un concreto aiuto alla Banca d’Italia, e specificatamente nel dottor Luigi D’Alessandro, direttore generale del Tesoro della RSI, che aveva manifestato disponibilità di collaborazione con la resistenza. D’Alessandro, infatti, travalicando i poteri a lui attribuiti, si rivolse alle autorità della Banca d’Italia affinché fossero assegnati al Credito Italiano e alla Banca Commerciale alcune decine di milioni di biglietti di banca da mille e da cinquecento lire in più del previsto, motivando la richiesta con le paghe da elargire agli operai. In realtà, quei denari ottenuti da D’Alessandro servirono a finanziare le attività dei partigiani.
Un’ulteriore fonte di finanziamento venne a Pizzoni dagli Alleati. La sua designazione a capo di una delegazione che avrebbe dovuto recarsi in Svizzera per incontrare i rappresentanti degli angloamericani, consentì al presidente del CLNAI di instaurare un contatto privilegiato con gli Alleati che avrebbe avuto ricadute positive su tutto il movimento partigiano. Il 29 marzo 1944, Pizzoni giunse avventurosamente nella Confederazione elvetica. L’esito della sua missione fu anzitutto nel veder consolidato l’accordo finanziario stabilito in precedenza da un inviato di Ferruccio Parri, un certo Alberto Damiani, che prevedeva lo stanziamento, da parte degli Alleati, di una sovvenzione mensile di 10 milioni di lire e, in secondo luogo, nel miglioramento del clima dei rapporti intercorsi con gli angloamericani, che nutrivano la massima fiducia in Alfredo Pizzoni, uomo qualificato e rappresentativo del potere finanziario.
Nel luglio del 1944, Pizzoni, attraverso un suo collaboratore operante in Svizzera, Luigi Casagrande, iniziò a esercitare forti pressioni sugli Alleati richiedendo finanziamenti sempre più ragguardevoli, necessari alle accresciute esigenze delle formazioni partigiane che, con il progredire del fronte verso il Nord-Italia e l’approssimarsi della vittoria angloamericana, vedevano ingrossarsi sempre più le proprie fila. I primi interlocutori del CLNAI non furono generali o uomini politici dello schieramento alleato, bensì i servizi segreti americani e in principal modo inglesi, rispettivamente l’OSS americano (l’attuale CIA) e il SOE inglese che, incalzati da Casagrande, versarono entrambi sostanziosi fondi al CLNAI, per una somma complessiva equivalente a 100 milioni di lire del tempo.
Il trasferimento del denaro, essendo impraticabile il mezzo dei corrieri clandestini, a causa dei sempre più pressanti controlli alla frontiera, avvenne da parte britannica coinvolgendo la filiale ginevrina di una banca inglese, la Lloyds & National Provincial Foreign Bank. L’istituto di credito ricevette istruzioni in merito da Londra, rilasciando una lettera di garanzia relativa ai 50 milioni versati dal SOE. Il documento, in favore dell’ingegner Giorgio Valerio, direttore generale della società Edison, impegnava la banca ad accreditare a Valerio la somma di denaro alla cessazione delle ostilità.
Il direttore generale della Edison, ricevuto l’importante documento, lo consegnò al presidente della società, ingegner Piero Ferrerio, il quale versò tale somma al capo del CLNAI. Gli americani, invece, fornirono direttamente al movimento partigiano, in Italia, l’importo di 50 milioni di lire in valuta svizzera, che venne cambiata a Milano da Pizzoni.
Intanto, il flusso di denaro versato dagli Alleati ai partigiani si intensificò. E il 3 novembre 1944, a Bema giunse l’autorizzazione britannica di inviare altri 50 milioni agli italiani della resistenza e, a questa somma, si aggiunsero 50 milioni versati dagli americani. Pure la nuova quota di denaro concessa dagli inglesi arrivò col sistema delle garanzie bancarie. Ma in questa occasione l’importo venne così suddiviso: 30 milioni tramite l’ingegner Giorgio Valerio della Edison e i restanti 20 milioni al conte Enrico Marone, un industriale vinicolo piemontese (gruppo Cinzano). E gli americani, ancora una volta, consegnarono il denaro in valuta straniera, costringendo Pizzoni a ricorrere a complicate operazioni di cambio.
L’incessante opera di Alfredo Pizzoni, tesa a ottenere sempre più congrui finanziamenti per il movimento resistenziale, si concretò con l’accordo ratificato con gli Alleati il 7 dicembre 1944 a Roma, in una riunione tenuta nella sala reale del Grand Hotel.
L’incontro vide la partecipazione del rappresentante degli Alleati, il generale inglese Henry Maitland Wilson, comandante supremo del teatro Mediterraneo, e dei seguenti membri del CLN: Alfredo Pizzoni, Giancarlo Pajetta, Edgardo Sogno e Ferruccio Parri. L’intesa raggiunta contemplava da parte degli Alleati lo stanziamento mensile ai partigiani di 160 milioni di lire, somma di rilievo per quei tempi se rapportata ai valori d’oggi. L’entità del contributo finanziario era stato proposto dagli Alleati nella misura di 100 milioni di lire, ma in conseguenza alle insistenze di Pizzoni venne innalzato a 160 milioni. La sottoscrizione dell’accordo, fra l’altro, imponeva al CLN l’accettazione di una piena subordinazione militare alle direttive impartite dai comandi angloamericani.
Stabilito l’importo da corrispondere ogni mese, si pose il problema di far giungere materialmente i soldi alle formazioni partigiane oltre le linee del fronte. E ancora il Credito Italiano e la Banca Commerciale furono determinanti per portare a termine l’operazione. Escluse varie soluzioni che presentavano notevoli difficoltà d’esecuzione, grazie al suggerimento del solito Pizzoni, che si prestò quale garante dell’iniziativa, si decise di dividere la somma in due parti uguali e di consegnarla a Carlo Orsi (vicepresidente del Credito Italiano), e a Max Mainoni (capo dell’ufficio di rappresentanza della Banca Commerciale a Roma). Di tale somma, 100 milioni di lire (50 milioni per ciascuna banca) sarebbero stati accreditati dalle sedi di Roma alle filiali milanesi dei due istituti di credito e qui, poi, Pizzoni avrebbe provveduto a ritirarli. I restanti 60 milioni di lire, spettanti al CLN piemontese, sarebbero stati versati mensilmente alla Banca Mobiliare Piemontese, succursale di Torino, presso cui i capi piemontesi della resistenza li avrebbero direttamente incassati. Il Credito Italiano, poiché i fondi stanziati dagli Alleati figuravano nella regolare contabilità della banca, escogitò un complesso sistema per evitare l’individuazione dell’effettivo destinatario della somma. L’istituto bancario avrebbe predisposto un finto trasferimento di contante dalla sede milanese a filiali collocate in prossimità della linea del fronte, dove sarebbero stati pressoché impossibili eventuali controlli effettuati dai tedeschi o dalle autorità della Repubblica Sociale. L’operazione fu resa verosimile dall’invio di convogli, con relativa scorta armata. I pacchi, però, anziché banconote contenevano libri, mentre i soldi vennero nel frattempo distribuiti, a Milano, ai partigiani.
Il 27 aprile 1945 il Comitato di liberazione nazionale nominò Rodolfo Morandi nuovo capo del CLNAI. La guerra era finita e Pizzoni, non inserito nei giochi politici, e sgradito soprattutto a Sandro Pertini, nel nuovo contesto era divenuto scomodo per la sua appartenenza al mondo finanziario, e venne dunque sostituito perché la dirigenza della nuova partitocrazia che presto sarebbe assurta al potere, non poteva tollerare che un personaggio estraneo alla politica, ma con influenti entrature nell’alta finanza, assumesse cariche istituzionali. E l’oleografia storiografica resistenziale, che ha tramandato l’immagine di una costante precarietà economica del movimento partigiano, non accoglieva certo con favore che emergesse l’incondizionato sostegno accordato dalle banche alla resistenza. E dovevano rimanere nei recessi impenetrabili della Storia pure i massicci finanziamenti in denaro pervenuti dagli angloamericani per un totale di 1 miliardo e 300 milioni di lire dell’epoca, e documentati nei rendiconti in possesso di Pizzoni. E se prendiamo come riferimento e base di calcolo gli indici ISTAT, il denaro erogato dagli Alleati ammonterebbe complessivamente a circa 77 milioni di euro attuali, ma la cifra va considerata sicuramente approssimata per difetto.
Così Alfredo Pizzoni, conclusa l’esperienza partigiana, tornò nell’ombra. Nell’estate del 1945, riprese la sua attività in banca. E il 6 agosto di quell’anno, in virtù delle benemerenze resistenziali, il consiglio d’amministrazione dell’Istituto lo nominò presidente del Credito Italiano. Ma, come ebbe a dire l’eminente professor Renzo De Felice: “Per la vulgata, Pizzoni non è mai esistito e forse non esisterà mai”.

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