venerdì 25 maggio 2012

Autentiche nefandezze statunitensi

  di: Gaetano Marabello

La reale storia dell’ultimo grande capo dei Modoc, il cui nome indiano era Kintpuash, più noto come Capitan Jack

Gli appassionati del genere western forse ricorderanno il film del 1954 “Rullo di tamburi”. Un ancora acerbo Charles Bronson vi interpretava il ruolo d’un capo indiano selvaggio e intrattabile, destinato perciò ad andare incontro all’inevitabile punizione finale. Il personaggio, lungi dall’essere una finzione cinematografica, era esistito sul serio.
Ma, come al solito, la verità hollywoodiana non corrispondeva alla verità dei fatti. Chi fu nella realtà questo condottiero? Il suo nome indiano era Kintpuash, ma egli è passato alle cronache come Capitan Jack. Questo soprannome gliel’avevano dato i coloni, analogamente a quanto fecero - ome vedremo - con molti altri membri della tribù. Il Nostro uomo rassomigliava infatti fisicamente ad un cercatore, che si chiamava Jack e che faceva parte dell’orda famelica di minatori piombata lì durante la famosa “corsa all’oro” del 1848.
Kintpuash fu a capo dei Modoc, un piccolo raggruppamento di nativi che abitava sulle rive del lago Tule, tra la Sierra Nevada e il Pacifico. Si trattava di gente non bellicosa, alla pari di tutte le altre tribù sparse tra la California e l’Oregon che sono oggi scomparse. Tuttavia, la loro natura tendenzialmente pacifica non impedì ai Modoc di essere protagonisti dell’unica guerra, che in quella zona impegnò seriamente (specie dal punto di vista finanziario) gli ”yankees”.
Per indole, Jack era ben disposto verso i bianchi, anche se poi le vicende lo portarono a battersi fino allo stremo contro di loro. Secondo un copione più volte sperimentato nel corso della conquista del West, suo padre cadde ucciso a tradimento in un vilissimo agguato. Con lui perirono ben 35 dei suoi uomini. La trappola fu predisposta dai volontari dell’Oregon condotti da Ben Wright, che non riusciva a sgomberare con altri mezzi il terreno dalla loro ingombrante presenza. Imbastì dunque un falsa trattativa. Gli ignari pellirosse che vi parteciparono finirono avvelenati prima e massacrati poi. More solito, per quel crimine nessuno degli assassini fu mai punito da un tribunale: E ciò, sempre in virtù del deprecabile copione che distingueva i buoni dai cattivi secondo il colore della pelle.
Succeduto al genitore alla guida del popolo Modoc, Jack provò a vincere il rancore per quell’eccidio ingiustificato. E di conseguenza continuò a cercare sempre la via della conciliazione, anche a costo d’irritare il partito della guerra che aveva incominciato a prendere piede tra la sua gente. Questi suoi sforzi furono premiati nell’ottobre del 1864 con la sottoscrizione di un trattato, che portò i Modoc a spostarsi nella riserva predisposta per la tribù dei Klamath. Purtroppo, ben presto iniziarono i guai, perché questi ultimi trattarono i nuovi arrivati alla stregua di intrusi. In più, l’agente governativo americano rifiutò di corrispondere ai Modoc quanto previsto dal trattato in termini di quattrini, cibo e vestiario. Contro ogni previsione, infatti, il Congresso aveva disatteso gli accordi e non aveva stanziato i fondi previsti al riguardo.
Di fronte a queste violazioni degli accordi, a Jack non restò che denunciare il trattato e ricondurre di nascosto la sua banda nella valle del Lost River, presso il lago Tule. Immediatamente, anche se si trattava di appena trecento individui intenzionati a tornare a pescare e cacciare come un tempo, i coloni che ne avevano invaso le terre chiesero allarmati l’invio dell’esercito. E fu così che, nel novembre 1872, una compagnia del I° cavalleria ingiunse ai Modoc di deporre i fucili e di rientrare sotto scorta nella riserva. Per evitare guai, Jack dette subito il buon esempio. Accadde però che un indiano soprannominato Sfregiato Charley prese alla lettera l’ingiunzione e rifiutò di consegnare assieme allo schioppo pure il revolver. E, quando un maggiore con urla e insulti gli ingiunse di depositare anche quell’arma, rispose irridente di non essere un cane da maltrattare con quel tono. Purtroppo dalle parole si passò ai fatti. Ne nacque una sparatoria, a seguito della quale i soldati ripiegarono in disordine per evitare di buscarle. Ma anche i Modoc fuggirono con tutto il seguito di donne, vecchi e bambini e s’andarono a nascondere nei Lava Beds, oggi noti come “Modoc Caves”.
I “Letti di Lava” erano luoghi completamente desolati e pressoché inabitabili, perché - come indicava il loro nome – avevano un’origine vulcanica. In questa sorta di roccaforte, tormentata da rocce affilate come rasoi ed estesa per qualche decina di chilometri quadrati, gli sventurati speravano d’essere lasciati finalmente in pace. Quale colonizzatore europeo avrebbe desiderato mai vivere in un inferno del genere? Ma l’uomo bianco non la pensava allo stesso modo. Del resto, mentre accadevano questi avvenimenti, si era verificato un ulteriore incidente che Jack ancora ignorava. Alcuni Modoc, capeggiati da un certo “Uncino Jim”, erano stati assaliti da alcuni minatori bianchi che avevano massacrato un bambino e una vecchia. Per rappresaglia, il gruppo di indiani in fuga aveva ucciso una dozzina di ignari coloni incontrati per strada, prima di ritirarsi anch’esso nel santuario di Lava Beds. Jack conosceva personalmente buona parte di quella povera gente che era stata uccisa. Non gli restò quindi che rampognare aspramente quegli sconsiderati: quell’atto di ritorsione avrebbe inevitabilmente scatenato l’inseguimento, portando l’esercito dentro quei luoghi inospitali. La previsione si dimostrò purtroppo esatta. Ai primi di gennaio del ’73 la zona fu circondata dalla fanteria statunitense. I Modoc tennero consiglio, ma solo 14 di loro, tra cui Capitan Jack, votarono per la resa. Tra quelle gente vigeva un sistema decisionale, per cui neanche il capo poteva imporre la sua volontà alla maggioranza. Il dado era dunque tratto. Intanto, convinti di fare una passeggiata in considerazione della disparità di forze in campo, i soldati si addentrarono baldanzosi in quella landa per cadere però vittime dei cecchini indiani annidati tra le gole.
La battaglia divenne ben presto furiosa. Il sopraggiungere della nebbia, confondendo gli attaccanti, avvantaggiò ancor più i 52 guerrieri di cui disponevano i Modoc. Nella sua Storia degli Indiani d’America (Odoya, 2009), Siegfried Augustin osserva giustamente che l’intera “guerra conferì ai Modoc la fama di essere i più abili tiratori tra gli indiani”. Sta di fatto che i soldati caddero come mosche sotto il preciso tiro di quei cecchini imprendibili. I Modoc sembravano trovarsi perfettamente a loro agio in quel paesaggio infernale, che conoscevano bene. Apparivano e sparivano come fantasmi e, in più, erano capaci di muoversi senza subire perdite e senza ferirsi gli arti alle rocce acuminate. Al termine della prima battaglia, nessuno di loro era stato colpito. Lo stesso bilancio non potevano vantare invece i loro avversari, che contavano parecchi caduti. L’imprevisto smacco mandò letteralmente in bestia le giacche blu.
Sul posto vennero fatti confluire, oltre ad alcuni mortai, diversi altri contingenti rafforzati da battaglioni di volontari. Però, anche così non si riuscì a cavare il ragno dal buco. Sicché, la situazione restò a lungo stazionaria, ad onta della sproporzione di uomini e mezzi. Le scaramucce si moltiplicarono, costringendo le truppe a segnare sempre il passo. Quei pochi guerrieri asserragliati nei loro rifugi sembravano gli spartani delle Termopili. L’unico problema per gli assediati era l’acqua che li costringeva ad esporsi per rifornirsene, ma per il resto la loro fortezza naturale era imprendibile. E così fluirono le settimane. Finalmente, grazie anche alla mediazione di una cugina di capitan Jack che aveva sposato un uomo bianco, fu intavolata una trattativa.
Fu riunito di nuovo il consiglio dei Modoc per decidere la linea da seguire. Ovviamente, i responsabili degli eccidi dei coloni erano contrari alla capitolazione perché ne temevano le inevitabili conseguenze. Contro il parere del loro capo, votarono per la resistenza a oltranza, schernendo Jack per la sua presunta debolezza. In più, ne dileggiarono apertamente la figura di guida, perché giunsero a paragonarlo – cosa intollerabile per l’onore di ogni nativo americano - a una femminuccia. E, del resto, Uncino Jim non aveva chiesto protezione proprio a lui? Era perciò suo preciso dovere di capo difenderlo ad ogni costo, anche se aveva sbagliato. Insomma, il povero Jack era preso tra l’incudine e il martello. Dopo una vana resistenza verbale, dovette subire l’orribile diktat della maggioranza: assassinare il generale Edward R, S, Canby durante le trattative. Se non l’avesse fatto, sarebbe caduto egli stesso sotto il fuoco di Uncino e dei suoi uomini. Jack era davvero in un vicolo cieco, dal quale non poteva uscire senza compromettere la propria onorabilità davanti al popolo che guidava. Inoltre, quel gesto infame di sparare su un parlamentare era ripugnante anche per un’altra ragione. Il comandante degli assedianti passava per uomo equilibrato, essendo propenso a comprendere la “questione indiana” più di tanti altri militari.
Puntava pertanto sul dialogo per evitare ulteriori sacrifici di vite, anche se da buon soldato stringeva intanto sempre più il cerchio attorno al nemico. Anche se venne informato delle intenzioni dei Modoc, non le ritenne attuabili fidando sulla presenza a poca distanza dei suoi mille uomini. Si arrivò così al fatidico incontro con la delegazione statunitense, dove accadde l’inevitabile. Jack la tirò per le lunghe, nella speranza d’ottenere qualche concessione che salvasse dal capestro Uncino e i suoi accoliti ed evitasse la morte del generale Canby. Alla fine, comprese che non c’era possibilità d’intesa. A quel punto non gli restò che eseguire le indicazioni del consiglio, uccidendo ad un segnale convenuto il graduato. Nel breve scontro che s’accese caddero anche altri membri della delegazione statunitense. La guerra naturalmente riprese più furibonda di prima. Sparpagliati a gruppetti tra massi e burroni, i guerrieri continuarono a combattere senza posa notte e giorno.
Inaspettatamente fu proprio Uncino Jim ad accelerare la fine agli scontri. Pensò cioè di tradire lo sventurato Jack, che proprio a causa sua s’era macchiato del gesto criminoso di violare la bandiera bianca. Il farabutto non solo si consegnò al nemico col suo gruppetto di seguaci, ma si offrì d’indurre Jack alla resa. In cambio, ottenne il perdono per sé e i responsabili dell’intera vicenda. Ormai ai militari premeva più ottenere la testa di Jack che vendicare i coloni uccisi.
Uncino, però, aveva fatto male i suoi conti. Quando si presentò al suo capo per convincerlo a consegnarsi, questi lo scacciò come meritava e gli rinfacciò il voltafaccia. La situazione era tuttavia compromessa, perché la defezione di Uncino aveva ridotto all’osso il già striminzito manipolo dei combattenti. E, purtroppo, i giorni di libertà dei superstiti erano ormai contati. Alla fine, braccati da ogni lato e stremati dall’accanita lotta, Jack e tre ultimi fedelissimi dovettero arrendersi. Era il 1 giugno del ’73. “Le mie gambe non ce la fanno più”, furono le amare parole del capo. La guerra era finita, ma il bilancio per gli statunitensi fu disastroso: 82 morti e altrettanti feriti contro appena 5 Modoc uccisi. Il nuovo generale nemico Jefferson Davis (omonimo del futuro presidente dei Confederati) decise seduta stante di giustiziare i prigionieri, ma da Washington gli giunse l’ordine d’imbastire un processo. Con il che comunque la fine di capitan Jack era solo rinviata. Il giudizio si trasformò nella solita farsa, in cui son sempre stati maestri gli statunitensi quando hanno qualche nemico importante da giudicare. Gli imputati non ebbero nemmeno l’avvocato e il processo si svolse mentre già all’esterno s’innalzava la forca. Una farsa nella farsa fu poi la presenza sul banco dei testimoni d’accusa di Uncino Jim e i suoi compari, che barattarono in questo modo la loro miserabile vita. E fu questa la ragione per cui Jack potette affermare al tribunale: “Voi bianchi non mi avete vinto; mi hanno sconfitto i miei uomini”. Era vero. Comunque, egli a sua difesa rivendicò lo stesso trattamento privilegiato, che era stato riservato all’assassino di suo padre. Non riusciva infatti a comprendere perché due casi identici fossero trattati tanto diversamente dalla giustizia dei bianchi. Tutto fu inutile. Il 3 ottobre 1873 Jack veniva impiccato assieme a due suoi seguaci, avendo Grant rifiutato loro la grazia. Ma nel destino dell’ultimo grande capo Modoc era scritto che non lo si lasciasse in pace neanche da morto. Il suo cadavere venne infatti sottratto nottetempo. Riapparve imbalsamato di lì a poco, per essere oscenamente esposto in alcune fiere dell’Est. Prezzo d’ingresso del macabro spettacolo: l’infima somma di 10 cents di dollaro!



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