domenica 5 dicembre 2010

Il patto sconosciuto tra ebrei e Duce


L’articolo di seguito riportato, a firma di Marcello Veneziani, è apparso sul quotidiano “Libero” il 11 Febbraio 2009. Esso non è degno di essere segnalato in quanto esempio di sano revisionismo ad opera di un giornalista antifascista, benchè etichettabile come appartenente ad una cultura di destra, quanto per il suo contenuto in gran parte inedito e sconosciuto ai più.

Quanto Veneziani rivela in questo articolo, per molti potrà apparire sorprendente ma in realtà è solo la minima parte di un insieme molto più vasto di atti concreti che il regime fascista compì in favore della comunità ebraica nazionale ed internazionale, prima, dopo e durante l’emanazione delle famigerate “Leggi razziali” del 1938.

Di tali Leggi, ancora oggi, si usa fare menzione quando si intende evocare il presunto carattere anti-semita e razzista in genere del Fascismo, accostandolo, per associazione di idee, alla persecuzione nazista nei confronti del popolo ebraico. Accostamento, questo, che riesce sempre ed anche con una certa facilità.

Peccato, però, che a voler giudicare quelle Leggi da un punto di vista storico e contestualizzato e a voler indagare seriamente sulle conseguenze reali che esse ebbero sugli ebrei italiani, ci si rende conto che gli effetti non andarono mai al di là di semplici atti e provvedimenti discriminatori e, semmai, per molto tempo costituirono un valido scudo alle persecuzioni naziste.

Ogni storico serio sa che Mussolini non fu mai razzista o antisemita e diversi atti politici, noti o occultati, ne danno continua dimostrazione.

E’ bene chiarire però che Mussolini non fu mai antisemita e non odiava gli ebrei per le stesse ragioni per le quali tutti noi oggi continuiamo a non esser tali, e sono ragioni di umanità e di giustizia, ragioni che hanno da sempre caratterizzato il Fascismo.

Tali ragioni, però, oggi come allora non ci impediscono di distinguere un dato di fatto ben chiaro e preciso: che il sionismo è ancora un nemico da abbattere, un nemico da sempre impegnato a permeare in tutto il mondo ogni centro di potere, sia esso politico che finanziario, al solo scopo di aggiudicare alla stirpe israelitica il pieno dominio sul resto dell’umanità.

Anche Mussolini ed il Fascismo furono infine costretti a prenderne atto e a regolarsi di conseguenza, non essendo inclini a porsi sotto il giogo massonico internazionale a cui avevano dichiarato guerra.

Il patto sconosciuto tra ebrei e Duce

Nel 1930, su impulso di Mussolini, il fascismo approvò il pieno riconoscimento delle comunità israelitiche. Grazie ad un giurista moderato: Nicola Consiglio

MARCELLO VENEZIANI

Sapevate che il primo riconoscimento giuridico degli ebrei in Italia, dopo secoli di semiclandestinità, avvenne con lo Stato fascista, sulla scia del Concordato?

E’ una storia che merita di essere raccontata. . Cominciamo dal Concordato. Ci volle addirittura il Duce, il fascismo e lo Stato Etico per ricucire la breccia di Porta Pia e la ferita tra la Chiesa e lo Stato italiano, l’11 febbraio del 1929.

Quando andavo a scuola, e non era sotto il regime fascista ma molto dopo, era ancora festa a scuola. La Conciliazione fu difesa pure dal leader comunista Palmiro Togliatti, che da Guardasigilli nel primo governo repubblicano difese tanto il Codice Rocco che i Patti Lateranensi tra Stato fascista e Chiesa.

Ernesto Galli della Loggia e Dino Messina sul Corriere della Sera hanno ricordato come un evento positivo quel Concordato, dove Mussolini era riuscito a realizzare quel che l’Italia liberale, da Cavour a `Giolitti, non era riuscita a fare.

Una Conciliazione che rinnegava le origini anticlericali del fascismo e del Mussolini socialista, ateo e rivoluzionario, e che gettava nella disperazione i futuristi, sognatori dello svaticanamento d’Italia; ma anche i tanti fascisti neopagani e gli idealisti che vedevano la religione come una specie di stadio infantile e popolare della filosofia. Da Evola a Spirito e Gentile, per intenderci.

Ma non voglio raccontarvi la storia che si sa, anche se magari si preferisce dimenticare. Vorrei invece dirvi di un capitolo segreto di quella storia. Accanto al vistoso concordato con la Chiesa Cattolica, lo Stato fascista realizzò anche un Concordato più nascosto: con gli ebrei.

E’ una scoperta che feci da ragazzino. Una volta mio padre mi porto a casa di un illustre vegliardo che viveva tra Roma e Bisceglie, nostro parente. Lo chiamava zio Nicola, ed era Nicola Consiglio, giurista, direttore generale degli Affari penali e anche degli Affari di culto, stretto collaboratore del ministro Rocco. Sulla parete di questa casa che sembrava imbalsamata, ferma all’Ottocento, trovai una medaglia d’oro che la Comunità israelitica aveva donato a lui nel 1930.

Chiesi notizia di quella strana decorazione e venni a sapere che gli ebrei avevano voluto manifestare la loro gratitudine a quel giurista che aveva portato a compimento il riconoscimento pieno, giuridico e morale, delle comunità israelitiche.

Fu — spiegò il vecchio don Nicola, che le governanti e i fattori chiamavano Sua Eccellenza – la Conciliazione tra Stato ed Ebrei, su impulso di Mussolini.

D’altra parte, ricordava don Nicola, che fascista non fu mai, molti erano stati i fascisti ebrei dalla Marcia su Roma in poi. In particolare ricordava Finzi (non c’é una zeta di troppo). Lo Stato pontificio del Papa re e poi lo Stato laico e liberale non avevano riconosciuto giuridicamente la comunità israelitica in Italia; toccò al fascismo rimediare a questa lacuna.

Non allineato

Nicola Consiglio era un cattolico liberale che come molti magistrati aveva conservato la sua autonomia durante il fascismo. Pur non essendo allineato, Mussolini e Rocco lo vollero a condurre le trattative con il Vaticano e poi con la Comunità degli ebrei. Già si era occupato con successo della spinosa vertenza sul santuario di Pompei dopo la morte di Bartolo Longo. Cosi fu chiamato a far parte del ristretto gruppo che doveva definire la Conciliazione.

Succeduto a Domenico Barone, Consiglio si riuniva con Rocco, con Pacelli, giurista della Chiesa e fratello del futuro papa, il cardinal Gasparri (che con Maurizio non c’entra un beato fico), e con monsignor Borgoncini Duca. Si vedevano di nascosto la sera, e la governante di don Nicola, vedendolo uscire come un ladro per incontri misteriosi, pensava a chissà quale relazione amorosa. Invece, vedeva giuristi e preti. A volte in quegli incontri c’era anche lui, il Ducione.

Grazie a Consiglio, come attestano i verbali, la durata dei Patti non fu limitata a soli 5 anni, fu sdoppiata giuridicamente la parrocchia in chiesa e patrimonio; furono letti in chiesa gli articoli del codice civile sul matrimonio. Consiglio era timido e spesso era lo stesso Mussolini che si spazientiva per la sua ritrosia a parlare, e una volta lo incoraggiò a mormorare, aggiungendo che in Italia era stata abolita la critica, ma non la mormorazione.

Un’altra volta si spazientì per la riservatezza di Consiglio che non beveva neanche un caffè e ordinò d’imperio alla sua governante Cesira una camomilla, che il timido don Nicola trangugiò doverosamente.

Ai nemici il Duce dava l’olio di ricino, ai magistrati la camomilla (consiglio per Silvio dopo la separazione delle carriere).

Quando il giorno fatale raggiunsero l’accordo, chiesero a don Nicola cosa bevesse per festeggiare. Lui chiese “acqua e zucchero” e Mussolini si associò: brindarono cosi con acqua (santa?) e zucchero al Concordato.

Gratitudine al Duce

Dopo la Conciliazione, Consiglio elaborò la legge sulle Comunità israelitiche. La commissione che se ne occupò fu salomonica: tre rappresentanti degli ebrei e tre giuristi, rappresentanti dello Stato italiano.

Scrive Renzo De Felice: “II governo fascista accetto pressoché in toto il punto di vista ebraico”. Il presidente del consorzio ebraico, Angelo Sereni, telegrafò a Mussolini “la vivissima riconoscenza degli ebrei italiani» e sulla rivista “Israel” Angelo Sacerdoti definì la nuova legge la migliore di quelle emanate in altri stati”.

Poi arrivarono l’alleanza con Hitler e le sciagurate leggi razziali. A tale proposito e da ricordare lo strano caso del giurista Gaetano Azzariti, che fu tra gli autori dei Codici e poi tra i firmatari del “Manifesto sulla razza”, divenendo presidente del Tribunale della razza. Ma nonostante questi trascorsi, fu ministro di Grazia e Giustizia del governo Badoglio, poi stretto collaboratore di Togliatti ministro della Giustizia, e infine, nominato dal capo dello Stato Giovanni Gronchi alla Corte Costituzionale, ne divento presidente, morendo in carica nel 1961.

Don Nicola si ricordava ancora, a 100 anni suonati, che Mussolini gli disse l’11 febbraio del 1929: “Lei passerà alla storia”. E lui rispose: “Sono stato semplicemente la mosca cocchiera”. Alla storia, in effetti, don Nicola non passò, ormai dimenticato; ma ottant’anni dopo non è male ricordare questo galantuomo risorgimentale, più vecchio del Duce e decisamente più antico, che cucì la pace tra Stato e Chiesa e tra l’Italia in camicia nera e gli ebrei.

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