giovedì 24 giugno 2010

Un mondo in guerra



di Enrico Oliari

Al di là dei conflitti principali e costantemente sottoposti all’attenzione dell’opinione pubblica, come nel caso dell’Iraq, dell’Afghanistan o dell’annoso conflitto arabo-israeliano, esistono nello scacchiere internazionale una serie di guerre di minore entità di cui quasi non si ha notizia: spesso si tratta di scontri che investono popolazioni le cui posizioni geografiche non interessano alle nazioni potenti, ne’ per interessi economici, ne’ per motivi strategici.

Tuttavia il fingere di non vedere tali conflitti è una grave responsabilità che ricade sull’ONU,oramai ridotto a portatore del “volere Usa – Israele, e su chi muove gli “eserciti portatori di pace”, specie se si pensa al pericolo che piccole scintille possono facilmente svilupparsi in incendi indomabili e di vaste proporzioni. Si pensi, ad esempio, al misconosciuto Ruanda del 1994, dove in soli 100 giorni le diatribe fra hutu e tutzi portarono, nel più completo disinteresse internazionale, a oltre un milione di morti: donne, uomini e bambini furono ammazzati e torturati a colpi di macete e di bastoni chiodati.

India: i naxaliti contro l’espansione industriale.

I problemi dell’India non si limitano ai rapporti perennemente tesi con il vicino Pakistan: fin dal 1967 nel paese asiatico è in corso una vera e propria rivolta originata nel villaggio di Naxalbari, nello Stato del Bengala Occidentale, dove i contadini si sono sollevati contro i latifondisti locali. I ribelli, definiti “naxaliti” e di ispirazione maoista, dispongono di un esercito forte di circa 15.000 uomini al comando di Muppala Lakshman Rao, detto Ganapathi.

I naxaliti hanno il controllo di alcune foreste nelle zone del Bastar e di Dantewara e aggrediscono quelle che sono le “Special Economic Zones”, ovvero aree che godono di particolari vantaggi fiscali finalizzati all’espansione industriale. Fino ad oggi il conflitto ha causato 6.000 vittime.

Più a Nord Est la povertà e gli integralismi religiosi sono alla base di continui scontri interetnici e contro le milizie del governo centrale: dal 1964 si contano più di 10.000 morti.

Un altro annoso problema per l’India si trova nelle zone del Jammu e Kashmir, a lungo contese con il Pakistan ed ancora oggi luoghi di continue insurrezioni da parte della popolazione islamica, la quale vorrebbe l’indipendenza da Delhi. Dal 1989 le vittime sono circa 60.000.

Pakistan, regioni dell’Ovest in subbugio.

Nel paese asiatico continuano gli scontri tra forze di sicurezza pakistane e militanti talebani nei distretti di Swat e Lower Dir, al confine con l’Afghanistan: si tratta ormai di una vera e propria guerra sostenuta dalle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Dal 2004, anno di inizio degli scontri, le vittime sono state 30.500.

Altro conflitto che affligge il governo di Islamabad consiste nella presenza di frange irredentiste in Belucistan, la regione più grande dello stato asiatico (occupa il 48% del territorio). Spesso ispirati dall’ideologia comunista, gli irredentisti beluchi danno di tanto in tanto vita ad aspri scontri con le Forze governative. Dal Beluchistan decollano i droni (aerei senza pilota) che colpiscono i miliziani talebani.

Messico, la Guerra della droga. E le tensioni nel Chiapas.

Iniziata ufficialmente nel 2006, la Guerra messicana della Droga è un conflitto armato vero e proprio che vede i cartelli della droga schierati contro le forze armate del governo messicano.

I guerriglieri dei cartelli hanno a disposizione mitragliatrici, bazooka ed altre armi acquistate grazie alla vendita della droga proveniente dalla Colombia. In realtà le prime reazioni armate da parte dei cartelli si ebbero fin dal 1989, anno in cui il trafficante di cocaina Miguel Ángel Félix Gallardo venne arrestato. Ad oggi i morti accertati sono circa 22.800.

Per quanto non si conosca il numero delle vittime, permane, se pur in forma minore, il conflitto fra l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e il governo centrale del paese. L’ EZLN, che si è costituito nel Chiapas, ha onorato in linea di massima la sua recente intenzione di non compiere attacchi contro l’esercito governativo, ma gruppi paramilitari tengono comunque alta la tensione nella zona.

Birmania: oltre 50 anni di conflitto interno e non solo.

Fin dalla sua indipendenza dalla Gran Bretagna, avvenuta il 4 gennaio 1948, la Birmania (dal 1989 “Myanmar”) deve fare i conti con duri conflitti interni che hanno causato più di 70.000 morti. Il governo di Naypyidaw combatte attivamente contro etnie minoritarie, Karen e Shan e Wa, commettendo però veri e propri genocidi e deportazioni di massa: lo scopo è quello di prendere il controllo delle coltivazioni di oppio presenti nella giungla. Il traffico di droga sarebbe alla base anche degli scontri fra la Birmania e la Thailandia, la quale vede entrare nel proprio territorio ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti.

Il Sudan ed i nomadi del Darfur.

Tensioni anche recenti dopo che pastori arabi hanno tentato di portare le loro greggi nello stato del Darfur: piccole scaramucce si sono presto trasformate in vere e proprie azioni belliche. Va considerato che il Darfur detiene i principali giacimenti minerari del paese. Gli scontri, iniziati nel 2009, sono ad oggi costati 2.500 vittime.

Etiopia: insurrezioni in Ogaden

Dal 1995 l’Esercito di Liberazione dell’Ogaden tenta, se pur con scontri di bassa intensità, di ottenere l’indipendenza dall’Etiopia. Gli attacchi si sono intensificati nel 2007 ed hanno visto abusi sulla popolazione sia da parte dei gruppi paramilitari che dell’esercito regolare etiope. Insorti avevano attaccato un pozzo petrolifero appartenente ad una multinazionale cinese presso Abole, come pure le città di Jigjiga e Dhagahbur. Le vittime fino ad ora accertate sono 3.000.

Thailandia del Sud.

Dal 2004 è in corso nella Thailandia del Sud un’insurrezione di guerriglieri filo-islamici che fino ad oggi ha causato circa 3.000 vittime.

Niger: quando la fede si chiama “materie prime”

A tenere alte le tensioni in Nigeria sono, più che le motivazioni religiose, le richieste di autonomia regionale e di controllo sulle materie prime. I tuareg del "Movimento per la giustizia del Niger", lottano contro il governo di Abuja affinché maggiori proventi dell’estrazione delle risorse minerarie e del petrolio siano distribuiti alla popolazione locale. Vi sono poi un’infinità di etnie organizzate in gruppi paramilitari costantemente in guerra fra loro o con le milizie governative. Di tanto in tanto vengono rapiti dipendenti delle multinazionali che operano nel paese africano.

Colombia, 50 anni di lotte

Fin da quando nel 1964 nacquero le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), di ispirazione comunista-bolivariana e l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), di ispirazione marxista, sono in corso scontri contro il corrotto governo di Bogotà filo statunitense. Imprecisato il numero delle vittime, calcolato fra le 50.000 e le 200.000 unità.

Papua: scontri tribali con archi e frecce.

Sono oltre 100.000 le vittime degli scontri tribali in atto dal 1969, in particolare nella provincia di Iran Jaya, la Papua Occidentale: i guerriglieri separatisti del Movimento Papua Libera (OPM) combattono anche con archi e freccie contro l’esercito governativo e diversi gruppi paramilitari.

Magreb: zone calde, non solo perché desertiche

In varie regioni del Magreb esistono gruppi paramilitari spesso di ispirazione radical-islamica in guerra con diversi paesi di quella parte d’Africa, in modo trasversale. Nel 2003 il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento aveva rapito 32 turisti nel Sahara algerino e, su pressione degli Stati Uniti, sia l’Algeria che il Mali erano intervenuti pesantemente. Lo stesso gruppo paramilitare è stato accusato di aver ucciso nel 2005 una quindicina di soldati mauritani impegnati in esercitazioni congiunte con truppe degli Stati Uniti, ma è la stessa presenza americana a creare forti tensioni e sentimenti di ribellione nell’area. Il colpo di stato del 2005, le rivolte in Algeria, la crisi politica in Ciad e la rivota dei tuareg in Mali sarebbero frutto di tale instabilità. Si calcolano, fino ad oggi, 6.000 vittime.

Filippine: una scia di sangue.

Dal 1969 il Nuovo Esercito Popolare, un'armata paramilitare organizzata dal Partito Comunista delle Filippine, cerca di dar vita ad un’insurrezione popolare per affermare la rivoluzione comunista nel paese asiatico. Presenti anche gruppi armati di integralisti islamici in lotta contro il governo di Manila. Il bilancio complessivo è di 120.000 morti.

Ciad: guerra civile perenne.

Fino dall’indipendenza ottenuta dalla Francia nel 1960, in Ciad persiste una guerra civile di carattere politico, dove le diverse fazioni che compongono il FUC (“Front pour le changement”) sono in lotta contro le Forze armate ciadiane. La guerra civile, scoppiata dal 2005, ha causato fino ad oggi la morte di 1.500 persone.

Israele: l’entità sionista rapina le terre arabe.

E’ del 1948 la data dell’inizio della Guerra arabo-israeliana, allora quando venne creata l’entità sionista d’Israele in seguito ad una delibera delle Nazioni Unite su pressione di Usa e Urss, con la quale venivano assegnati territori arabi alla nuova nazione. Diverse migliaia di palestinesi furono costretti ad abbandonare la propria terra e a rifugiarsi nei Paesi arabi confinanti, mentre Israele si impossessava delle regioni del Golan, del Sinai, della Cisgiordania e di Gaza.

I palestinesi sia delle zone occupate, che dei paesi limitrofi, promuovono azioni di guerriglia continue. Imprecisato il numero delle vittime.

Incognita Yemen

Lo Yemen del Sud fu, fino al 1990, prima la Repubblica popolare dello Yemen meridionale e poi la Repubblica Popolare democratica dello Yemen, di ispirazione comunista. Riunito alla parte settentrionale del paese sotto il governo assolutista di Abdallah Saleh, si separò nuovamente, se pur in modo non riconosciuto, nel 1994, quando alcuni ufficiali di fede marxista diedero vita alla Repubblica Democratica dello Yemen, la cui capitale era Aden. L’esercito centrale stroncò in modo energico le mire separatiste, ma ancora oggi gruppi paramilitari compiono azioni volte alla ricostituzione dello stato yemenita meridionale. Più a nord, forse nel tentativo di Sana’a di non dispiacere alle potenze occidentali, vi sono scontri con gruppi di estremisti islamici.

Turchia: problema Pkk.

Ammontano a 44.000 le vittime del bagno di sangue che si sta consumando dal 1978 nelle zone di Sud-Est, vicino al monte Quandil, nei pressi dei confini con l’Iraq e l’Iran: i ribelli kurdi che si riconoscono nel Pkk (il “Partito del Lavoratori” di Abdullah Ocalan) sono in perenne conflitto con l’esercito turco, il secondo più grande della Nato, che da due decenni cerca di spingerli oltre i confini. Murat Karayilan, guida del Pkk sul campo, ha ribadito in più occasioni che “né la tecnologia più avanzata, né l’esercito meglio equipaggiato possono mandarci via da qui”.

Russia: la maledizione del Nord del Caucaso.

Non solo la Cecenia, ma tutto il nord del Caucaso russo è in fiamme: dal 2009 continuano ad accendersi fuochi che si pensavano spenti. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, anche nell’area, importante sia per le materie prime che per la posizione strategica, sono fioriti diversi movimenti indipendentisti, spesso di ispirazione islamica. Si tratta di gruppi paramilitari ben equipaggiati e addestrati che intervengono anche con atti terroristici, come la recente strage causata da due donne kamikaze nella metro di Mosca, che ha visto una quarantina di vittime, o al sequestro di Beslan, dove, al momento della liberazione da parte delle squadre speciali russe, morirono 186 bambini.

Diversi gli scontri fra le truppe regolari russe e i gruppi paramilitari, tuttavia la situazione del Caucaso settentrionale rimane un’incognita, se si pensa, ad esempio, alla determinatezza con cui la popolazione cecena rispose al gigante russo nelle due guerre degli anni Novanta.

Nigeria: caro petrolio!

Come avvenne per la popolazione degli ogoni, molti altri gruppi etnici del Delta del Niger sono stati costretti a lasciare le loro terre per far posto alle trivelle petrolifere delle multinazionali. Spesso si tratta di deportazioni vere e proprie, senza per altro i risarcimenti promessi ne’ da parte del governo di Abuja, ne’ delle multinazionali stesse.

Accanto alle reazioni, spesso violente, delle popolazioni che vedono i propri diritti calpestati, vi sono tensioni interetniche ataviche e appositamente alimentate che di tanto in tanto riemergono, come nel caso dei dissidi fra Ijaw e Itsekiri.

Dal 2004 ha fatto la sua comparsa sulla scena il “Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger”, un gruppo militante ben organizzato che vuole allontanare le compagne petrolifere straniere e prendere il controllo delle risorse della zona. Oltre ad attacchi contro le truppe del paese ed contro i mercenari al soldo delle multinazionali, sabotano oleodotti e sequestrano il personale delle aziende estere. Il numero delle vittime è a tutt’oggi imprecisato.

Una Babele chiamata Somalia

Nel 1991 il dittatore filo-sovietico Siad Barre venne deposto e la lotta al potere che ne seguì portò ai ferri corti i diversi gruppi tribali guidati dai “signori della guerra”, per di più in momento di grave carestia. Si tratta di una guerra civile ad intermittenza che dura ancora oggi e che in più occasioni ha richiesto gli interventi delle Forze ONU, per altro costrette alla ritirata nel 1995 (“Battaglia di Mogadiscio”) a causa dell’abbandono del campo da parte delle truppe americane.

Le vie diplomatiche portarono a varie conferenze di pace nel tentativo di appianare le tensioni fra le numerose fazioni e nel 2004 venne istaurata una linea di governo estremamente fragile partorita non dal voto popolare, bensì dagli accordi fra i “Signori della guerra”.

Gli stessi capi-clan iniziarono nel 2006 azioni di guerriglia contro i gruppi integralisti islamici, più per preservare il proprio potere che per colpire, come ebbero a dire, Al Qaeda. Sempre in quell’anno gruppi armati appoggiati, secondo l’ONU, da Iran, Libia e Arabia Saudita, ebbero la meglio sui “Signori della guerra” che, per fermare l’avanzata nemica, si rifugiarono a Baidoa insieme al presidente Abdullahi Yusuf Ahmed, sostenuto attivamente dall’Etiopia, ma anche da Uganda, Yemen e Kenya.

IGAD (“The Intergovernmental Authority on Development”), Lega araba e ONU avviarono trattative per ristabilire l’ordine

Una nuova crisi giunse nell'estate del 2006: le milizie controllate dalle Corti islamiche (sostenute, secondo l'ONU,) scacciarono da Mogadiscio, con l'appoggio della popolazione civile, i Signori della guerra e presero il controllo della parte centro-meridionale del Paese. Per contrastare la loro avanzata e impedire il rovesciamento del governo provvisorio somalo internazionalmente riconosciuto, l'esercito etiope entrò in soccorso dell'esercito governativo. L’ establishment provvisorio si rifugiò a Baidoa (a circa 250 chilometri da Mogadiscio), perdendo il controllo della capitale.

L’avanzata delle Corti islamiche mise sotto pressione il governo di Baidoa, il quale potette però contare sull’intervento dell’ONU e, ancora una volta, delle truppe etiopi, le quali entrarono nella capitale somala dopo violentissimi scontri e migliaia di morti.

L’anno dopo fu la volta degli Stati Uniti, i quali inviarono un contingente con lo scopo di respingere gli attacchi delle Corti islamiche. Furono tuttavia le truppe ugandesi a tenere Mogadiscio, anche a costo di gravi perdite, e a permettere il ritorno di buona parte della popolazione, se non chè da lì a poco la situazione precipitò nuovamente per via degli aspri scontri fra le due fazioni, della fame e delle epidemie, un mix che si concretizzò in una vera e propria emergenza umanitaria.

Dal 2008 vige nel paese africano una sorta di “pace” (il 31 gennaio del 2009 è stato eletto, in barba alle potenze occidentali, capo del governo federale di transizione Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, leader di una delle Corti islamiche più moderate), ma nel paese permangono continue scaramucce e scontri dovuti a vendette e rancori. Dal 1991, i morti ammontano a quasi 400.000.

21/06/2010

Tratto da: http://www.italiasociale.net/alzozero10/az210610-1.html

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