martedì 1 dicembre 2009

L’Italia nel 1800 - La situazione politica preunitaria, le piccole patrie, il principio di “nazionalità”


tratto da: http://www.ilportaledelsud.org/rec-ressa.htm

GIUSEPPE RESSA
IL SUD E L’UNITÀ D’ITALIA

Bisogna risalire ai tempi dell’imperatore romano d’oriente Giustiniano per trovare, in Italia, uno Stato unitario; dopo l’invasione dei Longobardi del 568 si ruppe l’unità politica e ci furono 1300 anni di divisioni che generarono nazioni diverse, almeno nel comune sentire del popolo, ognuna delle quali ebbe storia, cultura, usi e costumi propri, questi ultimi erano molto diversi tra le vari Stati preunitari italiani, persino l’alimentazione prevedeva, al Sud, cibi di cui il Nord ignorava persino l’esistenza e viceversa. Questo processo si esaltò nel Mezzogiorno perchè esso “rimase in parte estraneo alla penetrazione longobarda sia per le persistenze bizantine sia per la costituzione subito dopo l‘anno Mille, grazie ai Normanni, del primo stato unitario dell’Italia postromana …una “nazione napoletana”, ossia meridionale, comprendente tutte le genti dal fiume Tronto allo stretto di Messina”63.
Pe questi motivi, a livello popolare, l’idea di un Stato Italiano unitario come Patria comune, era completamente assente, tanto che, per esempio, la popolazione delle Due Sicilie chiamava “forestieri” gli altri abitanti d’Italia e i piemontesi, quando si spostavano dal loro stato, affermavano che andavano “in Italia“; il popolo includeva nel suo concetto di “patria” lo stato italiano d’appartenenza e questo gli bastava.
A metà del 1800 ce n’erano ben 7 di cui solo 3 erano pienamente indipendenti: Regno delle Due Sicilie, che era il più esteso e il più ricco, il Regno di Sardegna e lo Stato della Chiesa; gli altri 4 erano sotto il dominio diretto o indiretto dell’Austria: regno Lombardo Veneto; ducati di Parma e Modena; granducato di Toscana (alla fine del Settecento gli stati italiani erano addirittura 12, ridotti a 9 dal Congresso di Vienna del 1815). Afferma Giorgio Rumi, professore ordinario di storia contemporanea: “Queste Italie diverse, che c’erano prima dell’unità, erano nazioni che avevano ciascuna una propria dignità, esistevano indipendentemente dall’esito risorgimentale e la cui rispettabilità non può essere certo misurata solo secondo la loro adesione al progetto risorgimentale.” 64 Ben diversa la realtà degli altri stati europei che da tempo avevano raggiunto la loro unità politica statale: la Spagna nel 1469; la Francia dal 1492; l’Inghilterra nel 1066; la Russia nel 1580; la Svezia dal 1632.
La lingua “ufficiale” di Stato era l’italiano in tutti i regni italiani, tranne che nel Piemonte (dove era il francese), ma in realtà nella Penisola non esisteva una lingua comune parlata e gli italiani italofoni nel 1861 erano solo una sparuta minoranza, il 2.5% secondo T. De Mauro65, il 9.5% secondo A. Castellani66 e, di questi, i toscani erano la massima parte; tutti si esprimevano nel proprio dialetto; ancora a metà degli anni Cinquanta del 1900 il 60% degli italiani parlava solo il dialetto locale. 67 In Piemonte si parlava, si scriveva e si pensava in francese, il poeta Giacomo Leopardi scriveva che: “i francesi fossero considerati dai piemontesi come veri compatrioti”68; i ricchi mandavano i figli studiare in Francia, questi giovani, una volta adulti, leggevano giornali francesi e s’interessavano dei fatti d’Oltralpe, lo stesso Statuto Albertino fu scritto prima in francese e poi tradotto in italiano69; tutto questo faceva dire che “se tra le varie contrade italiane vi è più e meno d’italianità è indubitato che il Piemonte è il meno italiano di tutte, ed ha a capo un principe che men di tutti ha in bocca l’idioma del sì.”70 “I Savoia si erano italianizzati scendendo con i secoli e con il Po, come dice beffardo Carlo Cattaneo, ma a Corte, abbandonata ogni formalità, il re e i suoi ministri parlavano più volentieri il dialetto…nelle scuole piemontesi era obbligatorio parlare in dialetto. Cavour e, dopo di lui la regina Margherita, consorte di Umberto I, secondo re d’Italia, non si trovarono mai a completo agio con l’italiano, Margherita [e Cavour] teneva la sua corrispondenza in francese; quando si cimentava con l’italiano sbagliava tutti i verbi e non riusciva a scrivere una semplice lettera senza infarcirla di errori di sintassi e di ortografia, come un bambino delle elementari”71
L’analisi genetica degli italiani (dallo studio di 40 frequenze geniche del DNA) mostra come ancora oggi il nostro paese sia un mosaico di gruppi etnici ben differenziati che coincide con la distribuzione delle lingue parlate in Italia nel VI secolo avanti Cristo, questo suggerisce che la romanizzazione dell’Italia non abbia inciso in maniera sostanziale dal punto di vista genetico né tanto meno dal punto di vista linguistico se è vero che, anche oggi, ciascuna regione della penisola parla un dialetto diverso in cui si ritrovano “relitti” delle lingue usate dalle popolazioni pre-romaniche le quali erano distinte in più di 10 gruppi diversi .72 Non c’era, ai tempi dell’unità d’Italia, un’economia integrata tanto che solo il 20% dei commerci degli stati preunitari erano diretti verso le altre regioni della penisola. Alla fine possiamo dire che solo la religione era patrimonio comune di tutti gli abitanti della Penisola, quest’ultima, in sostanza, era come un condominio, si viveva sotto uno stesso tetto (le Alpi) ma ci si ignorava e
spesso si litigava. La composizione sociale della popolazione italiana complessiva era: 55-60% contadini; addetti al settore manifatturiero 18% al Sud, 15 % al Nord; al commercio e alla navigazione 20% (quest’ultimo settore quasi a totale carico delle Due Sicilie); il rimanente 10% era composto da professionisti, ecclesiastici e persone che vivevano di rendita.73
Prima di parlare dei progetti politici unitari italiani dobbiamo distinguere due concetti: quello di Stato e quello di Nazione e per questo trascriviamo le definizioni del Dizionario della Lingua Italiana Zingarelli74: “Stato” è “persona giuridica territoriale sovrana, costituita dalla organizzazione politica di un gruppo sociale stanziato stabilmente su un territorio” mentre “Nazione” è “il complesso di individui legati da una stessa lingua, storia, civiltà, interessi,
aspirazioni, specie quando hanno coscienza di questo patrimonio comune”; da questo ne deriva che possa esserci uno stato costituito da più nazioni come possa anche esistere una nazione senza stato (come esempi dei giorni nostri possiamo pensare nel primo caso alla Gran Bretagna, nel secondo ai Curdi). Il 1800 fu il secolo in cui si sviluppò, a livello di ristrette elites, il “principio di nazionalità” che reclamava, inizialmente, il diritto all’autodeterminazione, cioè autonomia
amministrativa e culturale (come l’insegnamento della propria lingua nelle scuole) dei gruppi definiti come nazioni; nella seconda parte del secolo, invece, qualsiasi gruppo che si autodefiniva “nazione” si sentì giustificato a reclamare non solo una semplice autodeterminazione ma uno Stato indipendente politicamente: si passò, così, dalle dodici entità nazionali che Giuseppe Mazzini vedeva destinate, a metà dell’ottocento, alla costituzione dell’ “Europa dei popoli” ai ben 27 stati nati alla fine della prima guerra mondiale, che vide il dissolvimento dello stato multinazionale per eccellenza, quello asburgico, che conteneva ben 11 gruppi etnici ed era diventato incompatibile, ormai, con questa nuova visione “nazionale”, non più autonomistica ma indipendentistica.
Questo principio di nazionalità era sentito, almeno nei primi due terzi del secolo, solo dalle classi dominanti, culturali ed economiche, delle singole nazioni nelle quali, al contrario, la maggioranza degli individui, da sempre, si sentiva legata solo alla propria comunità di appartenenza (villaggi, borghi, piccole città) dove era nata e dove, nella massima parte dei casi, trascorreva quasi totalmente la propria esistenza. Solo pochi privilegiati, infatti, si potevano concedere il lusso di un viaggio che poteva anche aprir loro più vasti orizzonti mentali e che,
peraltro, si conduceva con mezzi di trasporto simili a quelli dei tempi degli antichi romani: cavallo e navi; il treno cominciava a muovere i primi passi, non esisteva il telefono, gli unici mezzi di comunicazione a distanza erano la posta e il telegrafo (ancora rudimentale).
Questi milioni di persone senza il senso di appartenenza a una “nazionalità” furono plasmate, dalle classi dominanti degli stati nazionali, a sentirsi parte degli stessi perchè lo Stato, per mantenersi coeso, aveva bisogno di creare un sentimento comune di nazione che diventò, la nuova “religione civica”, nacque, così, il “patriottismo”. La scuola fu il più formidabile mezzo di propaganda laico che formava, fin dalle elementari, il nuovo cittadino “statale”. Persino i monarchi europei, i quali appartenevano molto di più alla loro grande famiglia aristocratica (essendo tutti apparentati tra loro), che alle entità nazionali dei propri sudditi, dovettero cedere al principio di nazionalità, trasformandosi in britanni (come la regina Vittoria) o in greci (come Ottone di Baviera) o imparando la lingua (che spesso parlavano con un accento goffamente straniero) della nazione della quale erano a capo, nella veste di sovrani o coniugi degli stessi. Fu questa la premessa da cui si scivolò, quasi fatalmente, nella seconda parte del 1800, dal “principio di nazionalità” al “culto della nazionalità” cioè i “nazionalismi” in cui le singole nazioni non si consideravano più “alla pari” delle altre ma “migliori”; si autodefinivano, infatti, a seconda dei casi, più “civili”, più “libere”, più abili a mantenere l’ “ordine” o la “legge”. Le decine di milioni di persone che imbracciarono il fucile, e che morirono, nei due conflitti mondiali del 1900, non erano andate alla guerra per il gusto di combattere, per amore della violenza e di eroismo; al contrario, la propaganda interna dei singoli stati nazionali “nazionalisti” dimostra che il punto da mettere in risalto non era la gloria e la conquista ma il fatto che “noi” eravamo vittime dell’aggressione, dell’accerchiamento di nazioni ostili che rappresentavano una minaccia per la civiltà incarnata da “noi”; il mondo sarebbe diventato migliore grazie alla “nostra” vittoria, così, ad esempio, i Tedeschi venivano chiamati, nella prima guerra mondiale, gli “Unni”, anche dal fante semplice di trincea. 75 . La “logica” del nazionalismo offuscò la mente anche di personaggi culturalmente superiori, e quindi poco “manipolabili” dalla propaganda, essi si aggregarono entusiasticamente al comune sentire delle masse popolari le quali rimasero in gran parte insensibili ai richiami dell’Internazionale socialista che affermava la guerra non essere nei loro interessi di proletari ma solo delle classi dominanti, e che si recarono entusiasticamente nei luoghi di raduno delle truppe in partenza per i vari fronti di guerra, lanciando fiori e proclamando ad alta voce “Sarete presto a Berlino!”, “Sarete presto a Parigi!”.
I progetti politici unitari del Risorgimento e la loro caratteristica elitaria
Così, anche nella Penisola, nella prima metà dell’800, a livello di ristrette e colte elites, borghesi ed intellettuali, divenne sempre più presente e forte la convinzione dell’esistenza di un’unica Nazione Italiana che si faceva ascendere da alcuni all’impero romano, da altri al Medioevo; ad essa si facevano risalire i fasti del Rinascimento con il suo primato culturale indiscusso (che coincideva, con apparente paradosso, col punto più basso della rilevanza politica dell’Italia nel
contesto europeo). Giovani universitari, avvocati, medici, giornalisti, scrittori, avevano formato il loro pensiero leggendo le opere di Foscolo, Berchet, Giusti, Giannone, Manzoni, Poerio, Pellico, Cuoco, D’Azeglio, Balbo, Botta e Gioberti (solo per citarne alcuni) e credettero fosse arrivato il momento di battersi per dare a questa Nazione uno Stato unitario; erano una esigua minoranza anche perchè solo pochissimi italiani sapevano leggere e scrivere (persino al momento dell’unità
il loro numero superava a malapena il 20%).
Questa aspirazione ad un’unione statale della Penisola divenne il loro ideale da realizzarsi però tramite quattro progetti politici molto diversi e in palese conflitto tra loro: quello repubblicano-centralistico di Mazzini: repubblica e stato fortemente centralizzato; quello repubblicanofederale di Cattaneo il quale affermava che “gli italiani senza federalismo saranno sempre discordi, invidiosi, infelici”76; quello monarchico-federale a guida papale di Gioberti, il quale, in antitesi al pensiero di Mazzini, faceva notare che “il popolo italiano“ non può essere soggetto
d'azione politica perché non è ancora altro che «un desiderio e non un fatto, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa», per questo motivo la guida del risorgimento nazionale deve essere «monarchica ed aristocratica, cioè risedente nei prìncipi e avvalorata dal concorso degl'ingegni più eccellenti, che sono il patriziato naturale e perpetuo delle nazioni»; infine, quello monarchico centralistico, il “tutto mio” dei Savoia.
Alberto Banti, a proposito delle incompatibilità tra i quattro progetti politici unitari, scrive 77:“Le fratture che correvano all'interno del movimento nazionale erano di un tipo tale per cui chi avesse vinto la partita, avrebbe vinto tutto, e chi avesse perso sarebbe rimasto con un pugno di mosche in mano, in posizione politica (e spesso anche personale) del tutto marginale“. Anche per questo i massimi esponenti delle varie correnti di pensiero, si detestavano a vicenda, ad esempio Cavour affermava: ”Ciò che manca a Mazzini per essere un sommo rivoluzionario è il
coraggio morale, l’intrepidità a fronte dei pericoli, il disprezzo della morte”, gli dava, insomma, del codardo, accusa peraltro ribadita da molti che criticavano “l’agiatissimo esilio” del Genovese e la sua contemporanea accesa retorica che spingeva altri soggetti a prendere le armi in pugno e a
morire; “infame cospiratore e autentico capo di assassini” rincarava Cavour; di contro Mazzini gli rispondeva che “Io vi sapevo, da lungo tempo, tenero alla monarchia piemontese più assai che della patria comune; adoratore materialista del fatto più che di ogni santo, eterno principio…perciò se io prima non vi amavo, ora vi sprezzo”. Garibaldi, a sua volta, chiese a più riprese a Vittorio Emanuele II di liquidare Cavour il quale affermava che “Garibaldi è il più fiero nemico che io abbia”. Bisogna, inoltre, rimarcare il fatto che “L’ingombrante presenza austriaca della penisola … poneva due ordini di problemi. Innanzi tutto, creava uno squilibrio permanente nei rapporti tra Stati italiani, dato che nessuno di essi aveva il peso ed il prestigio militare sufficienti a bilanciare l’influenza asburgica. In secondo luogo, catalizzava il problema italiano intorno alla parola d’ordine della cacciata dello straniero, ricca di suggestioni emotive …tali da far passare in secondo piano, come minimalista e inadeguato, qualunque programma volto a ottenere riforme costituzionali o amministrative nell’ambito degli ordinamenti esistenti…questa
peculiarità italiana fece sì che la dimensione cospirativa di stampo settario (Mazzini)…avesse un peso rilevante”78 anche perchè i programmi federalisti del Gioberti e di Cattaneo, rispettivamente monarchico e repubblicano, pur se rispettosi delle realtà secolari degli stati italiani, sostanzialmente fallivano nella soluzione del “problema Austria”.
Tutti questi progetti unitari “raccoglievano ostilità e soprattutto indifferenza nel popolo italiano”79, nella prima metà dell’Ottocento, infatti, l’idea di un’Italia unita e indipendente non si era formata, com’era del tutto assente una coscienza nazionale; né sono da contrapporre a queste asserzioni le “spontanee insurrezioni popolari unitarie“ che si manifestarono nei vari stati italiani, esse erano notoriamente organizzate da agenti sabaudi, né tanto meno i risultati dei
“plebisciti“ confermativi le annessioni piemontesi, che seguirono alla cacciata dei sovrani preunitari, e che nessuna mente intellettualmente onesta può definire, guardando alle modalità del loro svolgimento, libera espressione di volontà popolare.
Persino nel fervore delle guerre di indipendenza il sentimento di appartenenza ad un'unica patria era molto labile: nella prima, del 1848, i soldati piemontesi non mostrarono nessuna aspirazione alla causa unitaria e nazionale tanto che quando Gioberti e Brofferio (due importanti esponenti liberali e unitaristi) si presentarono al loro cospetto e tentarono di istruirli sul significato ”risorgimentale” della guerra “le mille imprecazioni dei nostri Ufficiali il fecero desistere dalla sua impresa. [Brofferio] si fece accompagnare in vettura da tre Ufficiali per paura che per strada lo ammazzassero. Gioberti gli toccò la stessa sorte e un soldato finì per tirargli addosso un torsolo di cavolo”80.
Nella seconda guerra (del 1859) “i soldati dell’esercito sardo, quasi esclusivamente contadini e popolani … non erano ancora ben persuasi che il Piemonte fosse in Italia, tanto è vero che ai volontari provenienti dalle altre regioni d’Italia rivolgevano la domanda: “Vieni dall’Italia?”81.
Furono solo 10mila i volontari accorsi dalle altre regioni d’Italia (la popolazione complessiva di queste regioni era di 20 milioni di abitanti), un’ulteriore prova, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto poco era sentita l’istanza di una unione politica dell’Italia, questo fatto riempì d’indignazione Cavour che si sfogò ripetutamente nella sua corrispondenza privata, i volontari arruolati a Torino, provenienti dalle Due Sicilie, furono 20.82 Il conflitto si svolse tra l’avversione del popolo piemontese, oppresso fiscalmente a causa della onerosissima politica
estera governativa, l’indifferenza dei lombardi (protagonisti nel marzo del 1848 delle Cinque giornate di Milano) e l’ostilità dei veneti che si batterono valorosamente nelle fila dell’esercito austriaco.
Durante la terza (1866) quando a Lissa il comandante austriaco von Teghethoff annunciò agli equipaggi delle sue navi, composti quasi integralmente da veneti, che la battaglia contro la marina del regno d’Italia era stata vinta, essi lanciarono i berretti in aria in segno di giubilo e gridarono “Viva San Marco” [simbolo di Venezia].
Questo stridente contrasto tra gli ideali di una minoranza e le aspettative della grande maggioranza della popolazione fece causticamente commentare che “Il liberalismo, che pretende di essere l’interprete dei destini nazionali e della volontà popolare, è in realtà una parte che pretende di stare per il tutto, una minoranza ideologica che si autoconferisce l’identità di nazione…Italia fittizia che si sovrappone al Paese reale senza rappresentarlo”83 .
Passando dagli idealisti senza secondi fini, alle persone che invece avevano concreti interessi materiali, non vi è dubbio che dietro l’ideale unitario si creò una alleanza tra la borghesia settentrionale e i latifondisti meridionali; la prima, forte dell’appoggio politico del Piemonte, vedeva nell’unità la possibilità di espandere gli affari a danno di quella meridionale, la seconda patteggiò il sostegno ai Savoia in cambio della futura vendita sotto costo delle terre demaniali ed
ecclesiastiche, privando in questo modo i contadini degli usi civici (cioè dell’uso gratuito delle terre dello Stato per la semina e il pascolo).
La classe che fu fortemente penalizzata dal Risorgimento fu quella popolare la cui condizione economica peggiorò causando il tragico fenomeno dell’emigrazione “il popolo minuto era per il resto del tutto irrilevante ai fini del movimento nazionale, e ciò giova a spiegare come nessunelemento dirigente di quest’ultimo si prendesse la briga di conquistarne le simpatie”84.
Solo Garibaldi lo fece, ma solo strumentalmente, all’inizio della spedizione dei Mille: promise, con degli editti, le terre a chi lo avesse aiutato nella lotta contro i Borbone, poi, una volta ottenuto l’appoggio dei contadini, egli stesso ordinò la repressione di focolai di rivolte popolari, l’episodio più grave fu quello del paese di Bronte, in Sicilia. Qui ci fu la resa dei conti circa le promesse fatte: il 1° agosto 1860 i contadini, insorti contro i proprietari terrieri; uccisero una decina di “galantuomini”; il Nizzardo, sollecitato dal console inglese che gli intimava di far rispettare le proprietà britanniche lì presenti, e spinto anche dal verificarsi di rivolte contadine simili a Linguaglossa, Randazzo, Centuripe e Castiglione, inviò il 6 Agosto sei compagnie di soldati piemontesi e due battaglioni di cacciatori al comando di Nino Bixio, “una forza atta a sopprimere li disordini che vi sono in Bronte che minacciano le proprietà inglesi”85 . Bixio,
arrivato a Bronte, uccise subito a freddo un rivoltoso ed emise un decreto con cui intimava la consegna delle armi, l’esautorazione dell’amministrazione comunale e la condanna a morte dei responsabili più una tassa di guerra per ogni ora trascorsa fino alla “pacificazione” della cittadina; nei giorni successivi incriminò cinque persone, tra cui un insano di mente, le quali dopo un processo farsa furono condannate a morte; gli accusati, che erano innocenti (i responsabili erano scappati prima dell’arrivo di Bixio), furono fucilati il 10 agosto e i loro cadaveri esposti al pubblico insepolti86. “Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto,
Centorbi, ed altri villaggi lo [Bixio] videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! Ma niuno osò più muoversi….se no ecco quello che ha scritto:“Con noi poche parole; o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra, vi struggiamo [distruggiamo] come nemici dell’umanità “87. I "galantuomini" avevano vinto su tutti i fronti e Garibaldi si dimostrò, quindi, come dice Denis Mack Smith, “il più religioso sostegno della proprietà“; lo aveva capito, già all’inizio della spedizione dei Mille, un frate siciliano, padre Carmelo, che declinò l’invito del garibaldino Giuseppe Cesare Abba di unirsi alle camicie rosse dicendogli:”Verrei, se sapessi che farete qualche cosa di grande davvero; ma ho parlato con molti dei vostri, e non mi hanno saputo dir altro che volete unire l’Italia…così è troppo poco.”88
Marcello Veneziani89 osserva, inoltre, che il Risorgimento provocò, per la sua preminente matrice liberale ed anticlericale, anche ”la frattura con l’anima religiosa del popolo italiano, la frattura con il mondo rurale e con i valori tipici di una civiltà contadina, la frattura con il Meridione”. Interessanti, a quest’ultimo proposito, le opinioni di Denis Mack Smith e Paolo Mieli90, dice il primo: “Contrariamente alla versione raccontata sui libri della storia ufficiale il
popolo meridionale non partecipò al Risorgimento“ e aggiunge il secondo: “La stagione
risorgimentale e post-risorgimentale è fatta di migliaia di morti, lotte, spari, massacri. Abbiamo vissuto una lunga guerra civile, di reietti contro buoni. Il popolo, soprattutto dell’Italia meridionale, è stato all’opposizione; lo era dai tempi delle invasioni napoleoniche [le cosiddette “insorgenze” contro i francesi che causarono decine di migliaia di vittime], c’erano stati moti molto forti, per diciannove anni, sino al 1815. Il popolo rimase sordamente ostile, perché legato
all’autorità borbonica non percepita come nemica e alla Chiesa cattolica, che era una delle fonti istituzionali alle quali abbeverarsi. Il fenomeno ricordato nei nostri manuali come brigantaggio in realtà fu una guerra civile che sconvolse l’intero Sud, gli sconfitti lasciarono le loro terre e alimentarono la gigantesca emigrazione verso l’America “.
Nel giudizio storico sul distacco della popolazione meridionale dagli ideali di lotta allo straniero e di unità nazionale bisogna, al contrario di una superficiale e accusatoria storiografia ufficiale, mettere in conto che, a parte la sparuta minoranza che aveva nell’animo l’ideale unitario senza secondi fini utilitaristici, la massima parte dei meridionali, dal sovrano al più umile dei sudditi erano consapevoli di essere indipendenti da circa 800 anni, tanto contava il
regno del Sud come età, e di avere, quindi, già una Patria bella e formata da secoli, lo straniero (l’Austria) era molto distante e non aveva più nessuna influenza, nè poteva minacciare le Due Sicilie. Ci voleva, quindi, un grosso sforzo di immaginazione per pensare di poter mobilitare e soprattutto motivare uomini in armi per un ideale assolutamente incomprensibile. Il fatto che poi questo ideale unitario abbia prevalso nella realtà dei fatti, non vuol dire assolutamente che fosse
l’inevitabile conseguenza del “secolo delle nazionalità”, almeno nel modo in cui si ottenne, tanto che anche molti accesi unitaristi affermarono che l’unità d’Italia era stata, per lo svolgimento degli avvenimenti, come un “terno a lotto” o un cosa che poteva riuscire una volta ogni cento anni.

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