mercoledì 24 giugno 2009

Giambattista Vico

I "LUMI" NAPOLETANI
Giambattista Vico
la vita, le opere, il pensiero
a cura di Alfonso Grasso

Nell’epoca dell’illuminismo, un pensatore geniale che ci parlò della storia e, soprattutto, degli uomini.

Giambattista Vico, il grande filosofo napoletano, visse la maturità nel ‘700, eppure ha del tutto ignorato il pensiero del proprio tempo, elaborando un sistema filosofico del tutto suo ed originale. È considerato un profetico precursore di molte moderne teorie e ha anticipato le numerose "filosofie della storia" sviluppatesi sul terreno dell’illuminismo e del romanticismo.

La vita, le opere

Vico nacque a Napoli il 23 giugno 1668 da famiglia di modeste condizioni economiche [1], la qual cosa non gli impedì di avviarsi agli studi e via via approfondirli. All’età di 18 anni lo troviamo come precettore dei figli del marchese di Vatolla, nel Cilento, dove rimase fino al 1694. Avendo a disposizione i tanti volumi della biblioteca del castello, si dedicò allo studio dei classici e delle opere erudite: il suo campo d’interesse spaziava dalla grammatica alla filosofia, dalla letteratura al diritto. Contemporaneamente riuscì a frequentare l'Università, e si laureò in giurisprudenza nel 1694. Si trasferì quindi a Napoli dove aprì un studio privato di retorica e esercitò l’avvocatura.

Nel 1699 si sposò, ed ottenne la cattedra universitaria di Eloquenza, che mantenne per 45 anni, fino alla morte. Non riuscirà mai, invece, ad avere l’ambita (e meglio remunerata) cattedra di Giurisprudenza. La frustrazione per la mancata piena realizzazione nella carriera accademica, in cui aveva sperato, influì non poco all'isolamento intellettuale nel quale Vico è vissuto. Ma seppe considerare con saggezza le frustrazioni della vita come uno sprone verso qualcosa di più alto. Le ragioni di avversione alla cultura contemporanea avevano un fondamento filosofico, e non certo nel risentimento! Egli riteneva infatti che la cultura del suo tempo avrebbe condotto, magari senza intenzionalità, alla "nuova barbarie della riflessione", come al tempo del basso Impero Romano e alla sua conseguente caduta.

Di riflesso, durante tutta la sua esistenza le sue idee e le sue opere ebbero una diffusione molto limitata [2]. Vico rimase pressoché sconosciuto per tutto il '700, per essere poi fu rivalutato nell'800 e soprattutto nel '900.

Il pensiero di Vico fa il suo esordio nel 1708, in occasione dell’apertura del nuovo anno accademico. Vico pronunciò l’orazione De nostri temporis studiorum ratione [3], nella quale egli comincia a denunciare i limiti del metodo elaborato da Cartesio [4] (la ragione, la critica e la dimostrazione), cui contrappone l'ingegno, l’umanesimo e l'inventiva.

Nel 1710 entrò a far parte dell’accademia Arcadia e pubblicò il De antiquissima Italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda. Seguono opere di carattere giuridico: Sinopsi del diritto universale (1720), De uno universi juris principio et fine uno (1720) e il De constantia philologiae.

Nel 1725 pubblicò un compendio [5] – per l'impossibilità di pagare l'edizione completa - de I Princìpj di una scienza nuova d'intorno alla natura delle nazioni, la sua opera più famosa, conosciuta comunemente come Scienza Nuova [6], in cui Vico elesse la storia a vera scienza.

In quel periodo scrisse l’autobiografia "Vita di Giambattista Vico scritta da se medesimo" [scaricabile da questo stesso sito], in cui riconosce come suoi maestri quattro pensatori; Platone, il grande filosofo dell'antichità, del cui pensiero egli riprende la natura ideale dell'uomo; Tacito, il più grande storico romano, da cui Vico attinge la concretezza storica nella trattazione delle vicende umane; Bacone, il filosofo fondatore del metodo empirico; Huig de Groot [7], il fondatore del diritto internazionale basato sull’affermazione dell'esistenza di un diritto naturale condiviso da tutte le genti.

Si può affermare che sul Vico abbiano inciso anche il pensiero di materialisti e naturalisti come Lucrezio, Machiavelli e Spinoza. In effetti, la genialità di Vico è consistita proprio nel saper integrare pensieri diversi in una filosofia “umanistica”.

Nel 1735, divenne storiografo regio. Morì a Napoli il 23 gennaio del 1744.

Molti hanno dibattuto di quali spunti ed influssi abbiano concorso alla formazione del pensiero di Giambattista Vico. Nelle varie critiche non ho trovato cenno a quello che mi pare l’influsso più evidente: Napoli, la sua (e mia) città, dove i corsi e ricorsi storici si inseguono all’infinito e ogni giorno, in un turbinio inarrestabile, in cui si alternano nobili atti di civiltà ed abissi di barbarie, miserie e generosità, ingegno creativo e inaudita violenza. Napoli: immutabile nella “ vichiana” speranza del “storta va, dritta vene”.

Il pensiero filosofico

Il pensiero filosofico di Giambattista Vico è racchiuso nei cinque volumi della sua opera maggiore, “La Scienza Nuova”.

Vico era, tra l’altro, un enciclopedico, un profondo conoscitore di molte materie e lingue. Ci ha lasciato un’opera complessa, di non facile lettura, né scorrevole per chi (come me) ha fatto lo “scientifico” e una disciplina universitaria tecnica. Eppure, la lettura della Scienza Nuova sarebbe utile per tutti: è come l’immersione in un mare conosciuto, impossibile da afferrare tutto, ma familiare e generoso nel mostrare ricchezze, bellezze e sorprese. Una volta fuori, resta la sensazione che quelle ricchezze e quelle bellezze siano un’ po’ anche tue.

La storia era stata considerata come una cronologia di eventi. Vico, invece, dimostra come essa abbia in sé un ordine fondamentale e che ci siano delle leggi immutabili che ne governano l’evoluzione. Secondo Vico, la storia è l'unica scienza degna di studio, in quanto é l'uomo stesso a generarla. Infatti, l’assunto da cui egli parte è quello del verum ipsum factum [8]: si può conoscere veramente solo ciò si fa. La storia del "mondo civile", essendo opera dell’uomo, può essere pertanto oggetto di una vera conoscenza: la Scienza Nuova.

Tra le basi della teoria vichiana, vi è l’osservazione che nella storia delle varie culture esistono "elementi universali" confrontabili. Indipendentemente dai luoghi e dalle culture di provenienza, gli uomini hanno modalità comuni di pensare e di agire. Così Vico dimostra il diritto naturale [9], insito in tutte le nazioni. Il confronto tra culture lo porta ad individuare le tre usanze fondamentali: la religione, i matrimoni solenni, la sepoltura dei morti. Inoltre, Vico mette in risalto come ogni popolo abbia la tendenza a rivendicare la paternità di scoperte, conoscenze e ritrovati (boria delle nazioni); e come gli uomini di studio tendano a ritenere che la loro cultura sia la più importante (boria dei dotti).

La scienza storica di Vico non poggia solo sui principi astratti, bensì sulla sintesi tra speculazione e fatti concreti. Le metodologie di ricerca sono infatti due: la filologia, scienza del particolare, per il rigoroso accertamento dei fatti, e la filosofia, scienza dell'universale, per la comprensione delle cause degli avvenimenti. La sintesi tra le due discipline è pertanto indispensabile, e questa fu un’intuizione geniale per l’epoca, che fa del Vico un precursore di molte moderne teorie, ed un demolitore di antiche leggende [10].

La genesi di ogni avvenimento è sempre nella mente degli uomini (singolo o nazione) che lo hanno prodotto: come per lo sviluppo mentale dell’uomo (dall’infanzia alla maturità), anche la storia segue quindi una successione di fasi naturali. Gli uomini pensano ed agiscono anche in base alle passioni ed agli egoismi, che però il più delle volte sortiscono effetti molto diversi da quelli voluti nelle intenzioni [11] (eterogenesi dei fini). Soltanto la divina Provvidenza può inserirsi nelle azioni individuali perseguendo un disegno generale: la Scienza Nuova è quindi anche "teologia civile ragionata” (ragionata, perchè la provvidenza non opera misteriosamente - come nella tradizionale concezione cristiana - ma attraverso i "naturali costumi umani", in modo da essere trasparente alla ragione dell’uomo). La storia si sviluppa secondo queste leggi che la governano, ripetendosi eternamente.

Le modalità con cui le nazioni si sviluppano, si differenziano come detto nelle fasi di vita di ciascun uomo: infanzia (in cui prevalgono i sensi), giovinezza (la fantasia e passione), maturità (l’età della ragione).

Per ciascuna comunità o nazione, vi è quindi “l’età degli dei” dei primitivi [12], in cui il mito degli dei deriva da un’intuizione arcaica, frutto dell’immaginazione e fantastica, ma di riflessione. Il comportamento degli uomini in una cultura arcaica riflette quindi quello dell’infanzia dell’individuo. Segue ”l’età degli eroi” (la Grecia omerica) in cui avviene la separazione della società in due ceti: da un lato i patrizi, che tendono a mantenere inalterata l’organizzazione dello Stato che garantisce i loro privilegi, e dall’altro lato i plebei, che mirano invece a sovvertirla per migliorare la loro condizione [13]. La tensione tra i due gruppi sociali è il “motore” che conduce al progressivo riconoscimento dell’eguaglianza di tutti i cittadini. Con la rivendicazione dell’eguaglianza tra gli individui inizia ”l’età degli uomini” (la Grecia classica, la Roma repubblicana e la civiltà moderna). Lo stato da aristocratico diviene popolare, e le distinzioni sociali non sono più dovute all’appartenenza ad una casta, ma all’operosità dei cittadini. Forse questa fu la più geniale intuizione del Vico, che descisse il sistema sociale come composto da classi che lottano tra di loro: egli così anticipa la teoria marxista del materialismo storico e della "lotta di classe".

Lo schema che segna le fasi della storia non é irreversibile. A causa di fattori quali lo scetticismo, l’anarchia, decadenza dei costumi e perdita di austerità, le nazioni giunte all’età degli uomini inesorabilmente ripiombano all’inizio del ciclo storico. Un esempio classico di questa ritorno alla barbarie é il Medioevo, nel quale Vico vede totalmente perduti i valori del mondo classico greco-romano. L'imbarbarimento è anche spiegabile con il principio della eterogenesi dei fini: la ragione, che è propria della terza età storica, ritiene ancora di assecondare il progresso, ma invece provoca la barbarie [14].

Il processo storico assumere quindi un carattere ciclico, perché il ritorno alla barbarie ridarà nuovo slancio alla nazione attraverso il ritorno al senso e alla fantasia, e l’evoluzione ricomincerà. Vico chiama ricorso questo ritorno del corso storico. La teoria differisce dalle interpretazioni cicliche del processo storico elaborate nell’antichità specialmente dagli stoici, in quanto Vico ritiene che i ricorsi siano soltanto una possibilità, e che la successione delle tre età non abbia un carattere necessario o definitivo, dipendendo dallo sviluppo delle struttura mentale umana. In ogni caso, la dottrina vichiana ci dimostra come la civiltà raggiunta non debba mai essere considerata come una conquista definitiva, né la migliore di tutte.

Vico ha avvertito profondamente il problema della conoscenza delle "età arcaiche", e quindi di cultura diverse dalla nostra. Egli è uno dei primi filosofi a indicare la necessità di un'astrazione dai nostri pregiudizi, dalla "boria dei dotti", per “avvertire” la mentalità degli uomini appartenenti ad altre culture, e studiare il loro agire.

Vico non chiarisce se i ricorsi portino a nazioni migliori, in quanto il suo metro di “progesso” – concetto peraltro alla sua epoca ancora non ben delineato – è quello sopraccitato dell’uguaglianza sociale. Ci sono quindi nel pensiero di Vico, che pure si è sempre definito cristiano, elementi molto diversi rispetto all'idea della società e della storia di matrice cristiana: la convinzione che il disegno divino non sia imperscrutabile e che i cicli storici si ripetano eternamente anche se ci fossero infiniti mondi; l’ammonimento che la civiltà raggiunta non debba mai essere considerata come una conquista definitiva, né la migliore di tutte; il principio che la maturazione della civiltà avvenga con la lotta tra le classi sociali; tutti questi sono indubbiamente elementi estranei alla dottrina cattolica.

Alfonso Grasso

novembre 2006

[1] Il padre era un modestissimo libraio di San Biagio de’ Librai a Napoli.

[2] Così come precaria rimarrà per tutta la vita la sua condizione economica, anche a causa della numerosa figliolanza.

[3] In quanto professore di Eloquenza, spettava a lui il compito di pronunciare la "orazione inaugurale" di apertura dell'anno accademico

[4] A Napoli conosciuto come "Renato delle Carte"

[5] Vico fu costretto a vendere un anello per pubblicare il compendio: prima il cardinale Orsini, poi Papa Clemente XII, si erano tirati indietro e non sovvenzionarono la pubblicazione. Ma, come scrisse lo stesso Vico, questo fu un bene, perchè gli consentì di riscrivere l’opera in maniera più completa efficace. Tradotto in Napoletano: storta va, dritta vene!

[6] Fu questa la prima edizione dell’opera. La seconda edizione è del 1730, la terza (integrale) fu edita nel 1744, anno della morte del Vico, postuma di 7 mesi.

[7] In italiano Ugo Grozio (conosciuto anche come Hugo Grotius o Hugo de Groot; Delft, NL 10 aprile 1583 - Rostock, 28 agosto 1645) giurista e filosofo, fu l’enunciatore dei principi del diritto internazionale, basato sul diritto naturale.

[8] Per gli uomini il “vero” (cioè l’oggettivamente conosciuto) è solo ciò che è fatto dagli uomini stessi.

[9] Qui la parola “diritto” assume il suo significato originale, di complesso di leggi, e non quello oggi diffuso di “ciò che mi spetta”.

[10] Per esempio, Vico dimostrò che “Omero” non era unico poeta, ma un simbolo, e che le sue opere sono state scritti nel corso di secoli. La scoperta fu poi convalidata dallo storico Friedrich Wolf nell''800 e dalle ricerche effettuate nel XX secolo. Precorrendo la nuova storiografia, Vico sostenne che i re di Roma non sono personaggi storici, ma simboli delle antiche istituzioni romane.

[11] L'impulso sessuale, per esempio, nasce per la mera soddisfazione fisica, ma poi ha dato luogo all'istituto della famiglia.

[12] I “bestioni”, così Vico li definisce.

[13] Vico, memore della sua origine sociale e dei sacrifici patiti, non nascose mai la sua simpatia per i plebei romani, e per le classi oppresse di ogni epoca.

[14] Quanto temuto dal Vico circa la sua epoca, e quanto accaduto nei nostri tempi, allorché studiando l’atomo si è poi arrivati a buttare bombe atomiche su città indifese.

Bibliografia

Vico Giambattista, la Scienza Nuova, 1730 a cura di Paolo Cristofolini, con la collaborazione di Manuela Sanna - Napoli: Alfredo Guida Editore, 2004

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