mercoledì 24 giugno 2009

Antonio Genovesi

I "LUMI" NAPOLETANI
Antonio Genovesi
la vita, le opere, il pensiero
a cura di Alfonso Grasso

Napoli è una delle due (ex) capitali italiane (l'altra è Milano) che non hanno assimilato l'illuminismo dall'esterno, ma l'hanno prodotto in loco. Antonio Genovesi è uno dei principali “Lumi Napoletani”.

Antonio Genovesi vide nell’istruzione popolare un fattore determinante di progresso civile. Una considerazione scontata, si direbbe oggi. Non lo era nel ‘700, dove la cultura era appannaggio esclusivo dell’aristocrazia e del clero. Ma la modernità di Antonio Genovesi va ben oltre: egli sostenne il primato della ragione, la necessità di studiare le scienze e l’economia, perfette sconosciute in un’epoca in cui lo studio era quello del latino e dei classici consentiti dalla Chiesa. Spirito illuminato, il Genovesi esaltò il lavoro come motore di sviluppo e propugnò l’autonomia dello Stato da ogni ingerenza del Papa.

Il Genovesi nacque il 1° novembre 1713 [1] a Castiglione in provincia di Salerno, allora Principato Citra, da famiglia modestissima [2] che, per assecondarne la propensione e l’entusiasmo per gli studi, lo avviò alla vita ecclesiastica [3]. All’epoca, era quella l’unica maniera per aggirare l’insormontabile barriera che separava i poveri dall’istruzione.

Nel 1737 fu docente di retorica presso il seminario di Salerno. L’anno successivo venne ordinato sacerdote e, grazie a 600 ducati ricevuti in eredità da uno zio, si trasferì a Napoli. Nella capitale entrò in contatto con Giambattista Vico, di cui fu allievo, e nel 1741 ottenne la cattedra universitaria di metafisica e successivamente quella di etica. Maturava intanto in lui l’avversione per le disquisizioni accademiche, così avulse dai problemi concreti della società, e preferì sempre più dedicarsi alla “cultura delle cose", cioè a quelle discipline pratiche, quali la fisica e l’agraria, che potevano favorire il progresso, attraverso l'autonomia della ragione e con l'affermazione della libertà.

Dal 1754, divenne titolare di una cattedra di Economia ("Commercio e Meccanica"), istituita appositamente per lui [4]. Per la prima volta in Europa, quindi nel mondo, una cattedra universitaria veniva dedicata all'insegnamento delle discipline economiche. Era anche la prima cattedra assegnata per pubblico concorso escludendo i membri del clero regolare, e la prima ad imporre l'obbligo di tenere le lezioni in Italiano [5]. Il Genovesi usò sempre l’italiano nei suoi corsi, indipendentemente dall’obbligo statutario, così come scrisse la maggior parte dei suoi trattati in Italiano.

Morì a Napoli il 22 settembre 1769. La salma fu sepolta nella Chiesa del convento di Sant'Eramo Nuovo. Oggi a Napoli resta un liceo classico a lui dedicato, nella zona del Gesù Nuovo. Ma in città, del suo “lume” c’è ancora traccia?

Le opere principali

Il Genovesi ci ha lasciato opere filosofiche, quali gli Elementi di Metafisica (1743-52), Meditazioni filosofiche del 1754, Lettere filosofiche del 1759, Lettere Accademiche del 1764, Logica del 1766, Memorie Autobiografiche e Diocesinae o sia della Filosofia del Giusto e dell'Onesto uscito postumo nel 1776. Pur avendo Antonio Genovesi cercato di salvare nelle sue opere i valori cristiani, fu accusato di razionalismo e ateismo [6], e rischiò la scomunica.

In campo economico, scrisse il Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, e le famose Lezioni di commercio o sia di economia civile in due volumi (1766 e 1767), tradotti in moltissime lingue.

Genovesi considerò la nuova scienza economica come costituita non solo da elementi mercantili, ma anche civili, storici, filosofici e culturali. L’economia ha la finalità della “pubblica felicità”, capace cioè di far progredire gli individui e le nazioni attraverso riforme politico-sociali condotte in maniera razionale e scientifica. Quello del Genovesi è, insomma, un pensiero “illuminata”, sviluppato e concepito nella Napoli di Carlo di Borbone. Come ampiamente riconosciuto, il Genovesi anticipò concezioni di economia politica ancor oggi dibattute.

Al tempo di Genovesi, l'Illuminismo stava mettendo in discussione i cardini della vecchia società, provocando quella che fu una delle maggiori rivoluzioni culturali della storia. Venivano messe a punto le teorie libertarie, nei circoli culturali europei spirava il vento del relativismo anti-dogmatico e si avvertiva l’urgente necessità di poter esprimere una critica libera, senza il pericolo di finire al rogo. A Napoli era scoppiata la polemica antigesuitica e si reclamava l’autonomia dello Stato dalla Chiesa. Re Carlo di Borbone ben interpretava queste istanze con la sua concezione di monarchia illuminata [vedi la monografia “don Carlos e Bernardo Tanucci” in questo stesso sito].

Il Genovesi prese nettamente posizione a favore della distinzione tra potere civile e potere ecclesiastico. Sostenne, fatto rivoluzionario per l’epoca, che la Chiesa è infallibile soltanto in materia di fede.

Per superare la piaga dell'arretratezza e favorire il benessere, giudicò come fondamentale diffondere l'istruzione a tutti, soprattutto nelle scienze e nelle arti. Egli esaltò il lavoro produttivo per il bene dei singoli e della società, contrapponendolo alle rendite parassitarie ed all’eccessivo numero di ecclesiastici e di avvocati. Lo Stato secondo Genovesi deve concretamente schierarsi per coloro che lavorano e producono, attraverso riforme della proprietà fondiaria, interventi sul credito, sui dazi doganali e sulla politica monetaria.

Alfonso Grasso

novembre 2006

[1] In alcuni testi viene riportato il 1712. Il cognome era originariamente Genovese e fu successivamente cambiato in Genovesi.

[2] Il padre Salvatore era un umile calzolaio.

[3] La famiglia fece enormi sacrifici per farlo studiare, affidandolo ai parroci che intanto si succedevano. Proseguì sotto la giuda di un parente, Niccolò Genovese, che gli insegnò la filosofia peripatetica e la logica cartesiana. A diciotto anni, si innamorò di una coetanea di Castiglione, Angela Dragone, ma il padre stroncò la nascente relazione per timore che il figlio rinunciasse alla carriera sacerdotale. Successivamente, quando era già professore di retorica presso il seminario di Salerno, studiò il Francese.

[4] La cattedra si avvalse di un fondo donato da Bartolomeo Intieri, mecenate toscano, di 300 ducati di rendita annui. Evidentemente ai tempi di Carlo di Borbone, a Napoli si potevano fare innovazioni che in Toscana erano impossibili!

[5] Questi vincoli erano inclusi nelle volontà testamentarie di Bartolomeo Intieri.

[6] Seguace delle idee del Vico, Genovesi si basa sul pensiero di Cartesio, Newton, Helvetius e soprattutto Locke.

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