giovedì 24 settembre 2015

Arturo Bocchini e la Polizia fascista


di Emma Moriconi

Parte prima
L’OVRA come strumento non solo di repressione ma anche e soprattutto come organizzazione utile a sondare gli umori popolari
Arturo Bocchini è un personaggio talmente rilevante del Ventennio che è considerato il numero due del Regime, secondo solo a Mussolini
Certamente in un sistema totalitario essere a capo della Polizia significa possedere un potere enorme, a cui sono necessariamente di complemento altrettanto grandi responsabilità. 
La sua attività è rivolta in primo luogo al rafforzamento della polizia, per il quale riesce ad ottenere maggiori stanziamenti di bilancio. Bocchini lavora essenzialmente su due fronti: quello di garantire l’incolumità di Mussolini attraverso l’organizzazione della cosiddetta “squadra presidenziale” e quello di controllo capillare sull’attività degli antifascisti. Così, nel 1927 è proprioArturo Bocchini, ad un anno dalla sua nomina, a creare la “polizia politica”. 
Alla fine del 1930 nasce l’OVRA: nel linguaggio comune quando si parla dell’OVRA sembra si stia pronunciando una parolaccia. In realtà, sebbene il significato letterale della sigla sia rimasto sempre oscuro, si sta parlando di un organo di vigilanza dello Stato. 
Le versioni che si sono date, nel tempo, della sigla sono varie: Organizzazione Vigilanza Repressione Antifascismo, Organo Vigilanza Reati Antistatali e così via. A lungo si è parlato di questa formazione, fiumi di parole sono state scritte in merito, certo è che si tratta di uno strumento a disposizione del Fascismo, e dunque del capo della polizia Arturo Bocchini, atto a controllare e reprimere i crimini contro lo Stato e, certamente, contro ilDuce, che incarna lo Stato sicuramente più di quanto faccia il Re. Si tratta di uno strumento repressivo, senza ombra di dubbio: del resto il Fascismo è un Regime e come tale dispone di strutture atte a garantire il mantenimento dello status quo, pronte ad intervenire qualora il sistema sia messo a rischio. Ciononostante non stiamo parlando della Gestapo e neppure della NKVD sovietica, datosi che il Fascismo è un regime di natura decisamente meno totalitaria rispetto sia al nazismo che al comunismo. Chiaro che si tratta di un mezzo dello Stato per la repressione delle attività politiche ed eversive contro il Regime, dunque contro lo Stato.   Però, oltre che strumento di repressione, l’OVRA, così come concepita da Mussolini e messa in opera da Bocchini, è anche un organismo utile a sondare gli umori del popolo, e non solo degli antifascisti ma anche dei fascisti stessi. La polizia politica mette in riga, infatti, anche lo squadrismo, che rischia spesso di divenire incontrollabile. 
Bocchini è affidabile e determinato, sa il fatto suo, è efficiente ed abile sia in termini di controllo che di prevenzione e, infine, di repressione. Del resto il popolo guarda di buon occhio quello Stato che è capace di mantenere il controllo: uno Stato dotato di autorevolezza garantisce ai cittadini quella sicurezza che essi desiderano, della quale hanno bisogno. Dunque l’OVRA diventa per il Regime anche un punto di forza e di consenso popolare, la sua efficienza garantisce l’ordine pubblico e la sicurezza politica non solo del Regime ma dello stesso Mussolini, lasciando alla repressione un ruolo certamente ampio ma di complemento, considerando anche che durante il Ventennio gli antifascisti sono estremamente limitati di numero e di attività. Non solo: Bocchinilavora alacremente affinché tutto passi attraverso il suo giudizio, limitando così, di fatto, le ingerenze delle autorità locali, che devono limitare la loro opera all’inchiesta e all’istruttoria dei singoli casi, e garantendo così univocità di giudizio. Inoltre la Polizia è indispensabile al Regime per sondare gli umori popolari e sociali, che per lo Stato è fondamentale conoscere al fine di tenere sotto controllo il gradimento e, eventualmente, di correggere il tiro. In ogni caso, la figura di Arturo Bocchini, sebbene sia tra i meno citati tra i personaggi del Fascismo, è fondamentale al punto che è stato definito “il viceduce”. (… continua…)

Emma Moriconi

Parte seconda

Il controllo sull’ordine pubblico abbraccia un ambito vasto. Una struttura semplice ma funzionalissima al Fascismo.

Il controllo dell’Ovra opera anche sulle gerarchie del Partito, cosa che non sempre è gradita e che frutta a Bocchini qualche asperità da parte dei gerarchi. 
Con Galeazzo Ciano, invece, instaura un buon rapporto. Del resto Ciano sta compiendo una scalata al potere non indifferente, dunque il Capo della Polizia non può certo prescindere da lui.
Bocchini è persona di fiducia di Mussolini: entrato in prefettura nel 1903, prefetto di Brescia, Bologna e Genova, Consigliere di Stato nel 1927, nominato Senatore nel 1933 e Membro della Commissione degli affari interni e della giustizia negli anni ’39 e ’40, è uomo abile e d’esperienza, oltre che di carattere. Al punto che riesce, nonostante le pressioni dei gerarchi, a mantenere la Polizia autonoma, sebbene intimamente legata allo Stato e al Duce.
Una circolare di Bocchini recita testualmente: “per l’esatta applicazione devesi tener presente come criterio direttivo che, nella nuova legge, ordine pubblico non ha il vecchio significato meramente negativo, ma significa vita indisturbata e pacifica dei positivi ordinamenti politici sociali ed economici che costituiscono l’essenza del regime”. Da un lato, dunque, è espressione di uno Stato con caratteristiche totalitarie, seppure “contenute”, dall’altro è garanzia di ordine, il che produce un diffuso senso di sicurezza nella cittadinanza. Ecco perché ridurre l’Ovraad un concetto di repressione incondizionata non rende giustizia alla storia del nostro Paese. Fu “anche” repressione, fu “anche” garanzia di tutela per il popolo, andando a sottoporre al proprio controllo l’ordine pubblico nel senso più lato del termine. Naturalmente, tra i compiti essenziali di Bocchini, c’è la salvaguardia dell’incolumità di Mussolini, alla quale provvede con la costituzione della Guardia Presidenziale: cinquecento uomini tra poliziotti, carabinieri e membri della milizia garantiscono l’incolumità del Duce presidiando i luoghi in cui si reca.
Sul nome “Ovra” si sono fatte tante supposizioni, la più curiosa – e anche la più probabile - si riferisce ad una frase di Mussolini mal trascritta dal dattilografo. Secondo questa versione pare che Mussoliniparli della nuova polizia come di una “gigantesca piovra”: il dattilografo salta la sillaba “pi” iniziale e scrive “una gigantesca ovra”. La cosa sembra piacere al Duce, anche per il senso di mistero che aleggia su una parola dal significato oscuro.
Si sente così parlare dell’Ovra per la prima volta in comunicato dell’agenzia Stefani del 3 dicembre 1930: “La Sezione speciale OVRA della direzione generale di PS, dipendente direttamente dal ministero dell’Interno, ha scoperto un’organizzazione clandestina che ordina delitti contro il regime, alcuni dei quali dovevano avvenire in occasione dell’ottavo annuale della marcia su Roma”. E quando il popolo si comincia a chiedere cosa significhi la sigla OVRA, inventando le più fantasiose soluzioni, si comprende che Mussolini ha colto nel segno: ha suscitato curiosità e anche un po’ di suggestione.
La struttura dell’Ovra è semplice e, nello stesso tempo, estremamente funzionale al Regime: un nucleo di funzionari ed agenti e, intorno, una ampia ed articolata rete di informatori sparsi sul territorio, privati, di ogni genere di estrazione sociale, professione, ambito. Tutti i servizi politici e militari dello Stato sono a disposizione dell’Ovra: da essa dipendono prima di tutto gli Uffici Politici delle Questure, gli uffici di PS di frontiera, gli Uffici Politici Investigativi istituiti all’interno della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale .
Naturalmente un sistema così strutturato pone lo stessoBocchini nell’occhio del ciclone: più di qualche missiva anonima giunge infatti a Mussolini, relativa al Capo della Polizia, raccontato come uomo dissoluto e di dubbia moralità. Mussoliniin realtà poco si cura della vita privata dei suoi collaboratori, impegnato in ben altre questioni e, com’è noto, ben lungi dall’essere critico nei confronti di eventuali “dissolutezze” nei costumi (…continua…)
Emma Moriconi


Parte terza
Il mistero degli elenchi dell’OVRA

I cosiddetti informatori sono persone di ogni genere: operai, studenti, domestici, giornalisti, ma anche ladri e prostitute
La Gazzetta Ufficiale ne pubblica i nomi nel 1946, ma delle migliaia di unità di cui si ha notizia certa, ne appaiono soltanto meno di 700
Il sistema instaurato con l’OVRA ha i suoi aspetti scomodi: in particolare circa la varietà e quantità di “segnalazioni”. 
A volte esse sono, infatti, utilizzate dai cosiddetti informatori per fini diversi da quelli pensati da Bocchini e dal Regime. Accade così che si verifichino casi in cui a denunciare comportamenti ritenuti illegali siano cittadini che utilizzano questo mezzo per risolvere altro genere di beghe, spesso di natura personale, che poco hanno a che vedere, in realtà, con l’ordine pubblico vero e proprio. 
In ogni caso, l’autorità preposta le vaglia tutte, nessuna di queste denunce viene cestinata, e per ciascuna vengono predisposte le indagini. Salvo poi, naturalmente, sottoporre a verifica anche l’affidabilità del denunciante ed intervenire, anche duramente, in caso di diffamazione. I cosiddetti informatori sono persone di ogni genere: impiegati, operai, studenti, domestici, docenti, giornalisti, dame aristocratiche ma anche ladri, prostitute e personaggi di varia estrazione. La Gazzetta Ufficiale ne pubblicherà i nomi nel 1946, dopo la cosiddetta liberazione. Infatti, dopo la guerra, gli elenchi vengono consegnati al ministero dell’Interno. Essi sono una lunga lista di nomi tra cui 65 giornalisti, 57 commercianti, 33 operai, giusto per fare qualche esempio. 
Ovvio che molti nomi non compaiano nell’elenco, probabilmente interpolato a convenienza: non è certo da escludere, infatti, che possa averci messo mano qualche “fascista pentito neodemocratico”. In due parole: la rete dell’OVRA nel Ventennio è ampissima, probabilmente conta qualche migliaio di informatori. Nel 1946 i nomi che appaiono in Gazzetta Ufficiale sono meno di settecento. Significa che molti sono gli “informatori” che poi cambiano casacca  e tornano ad essere “senza macchia”. Significa anche che costoro hanno modo di mettere mano agli archivi dell’Interno, e di manometterli.
Insomma, com’è noto, per togliersi la camicia nera, dopo il 1945, ci vuole poco. Per farla diventare candida bisogna invece avere i buoni uffici di qualcuno. Qualcuno che - due sono le cose - o era un fascista che poi ha cambiato bandiera ed è rimasto ai vertici dello Stato, oppure era un antifascista salito successivamente ai vertici dello Stato (ma allora perché aiutare un ex fascista a sbiancare la camicia nera? Mistero).
Per tornare al tema, il fatto che chi viene ritenuto colpevole anche di semplici frasi pronunciate e ritenute oltraggiose sia condannato al confino è cosa che può, oggi, lasciare perplessi: non bisogna dimenticare, però, che i fatti della storia vanno sempre opportunamente contestualizzati. Dunque, così come è contrario al modo di pensare moderno, per esempio, il fenomeno della schiavitù, ma nessuno si scandalizza quando si parla di schiavi nell’antica Roma, proprio perché il fenomeno viene naturalmente ed automaticamente contestualizzato, allo stesso modo non stupisca la presenza di un’organizzazione così strutturata ai vertici di un Regime seppur moderatamente totalitario. Non bisogna dimenticare che si sta trattando un’epoca storica che risale ormai a quasi un secolo fa, in un’Italia reduce da una guerra mondiale di vastissime proporzioni. Nel momento in cui la forma di governo, in un determinato momento storico, è quella dittatoriale, non ci si stupisca se tutte le organizzazioni dello Stato sono uniformate a questo tipo di impostazione. Del resto, se nel 1922 il Fascismo sale al potere, è proprio perché l’Italia versa in una situazione di totale scompaginamento ai vertici dello Stato. Quella dei primi anni Venti è un’Italia che ha bisogno di qualcuno che sappia tirare le redini di uno Stato allo sbando, che sappia farlo con vigore e senza sconti, che sia capace di dare una linea dura e rigida all’amministrazione pubblica e anche alla quotidianità privata (…continua…)
Emma Moriconi

Parte quarta


Il numero due del Fascismo e la normativa degli anni Trenta

Dal 1931 numerose sono le novità in ambito di Sicurezza della Difesa dello Stato


Dal Testo Unico al Codice Rocco, il lavoro di Arturo Bocchini per  garantire la prevenzione del turbamento della sicurezza
Quando, nella storia, determinati fenomeni prendono il sopravvento, ci sono sempre fondati motivi. Altrettanto accade quando questi fenomeni sono durevoli nel tempo. Nel caso del Fascismo, esso resta in sella per ventuno anni. E, probabilmente, se non giungesse la guerra a segnare una strada diversa, durerebbe molto più a lungo. Una ragione c’è. Anzi, più d’una. E proprio perché ha senso, in quegli anni, questo tipo di governo, altrettanto ha senso la presenza di una struttura forte di polizia, altrettanto ha senso l’OVRA. Che il Fascismo vada sostenuto e difeso è cosa ovvia e naturale, in uno Stato fascista. Che si punisca chi ne parla male, allo stesso modo, rientra nella logica del sistema dittatoriale. Che le manifestazioni di antifascismo vengano fermate sul nascere, ancora una volta, rientra perfettamente nella concezione totalitaristica fascista. Ciò non impedisce, e non bisogna dimenticarlo, che ci sia spazio, nel Fascismo, sempre, anche per le voci critiche: un esempio per tutti è costituito da Giuseppe Bottai e dalla sua pubblicazione “Critica fascista”. Ecco perché si parla di regime “moderatamente” totalitario. Spazio per la “critica” non ci potrebbe essere né nella Germania hitleriana e tantomeno nella Russia stalinista. C’è, invece, nell’Italia fascista.
Ma torniamo al tema: a convincere Bocchini che è necessaria un’organizzazione eccellente della Polizia di Stato è l’attentato a Mussolini del 31 ottobre 1926 ad opera di Anteo Zamboni. Questo evento è raccontato dallo stesso Mussolini alla moglie e alla figlia Edda con queste parole: “Il corteo si svolgeva regolarmente, quando vidi qualcuno fendere la folla ed avvicinarsi alla macchina. Ebbi appena il tempo di notare che si trattava di un ragazzo scarmigliato, pallidissimo, il quale puntava verso di me una piccola rivoltella. La folla, d’un lampo, s’impadronì del disgraziato e ne fece giustizia sommaria. Fu impossibile impedirlo …”.
Il 25 novembre dello stesso anno viene emanata la legge n. 2008, “Provvedimenti per la difesa dello Stato”, che istituisce il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, composto da un presidente, cinque giudici provenienti dalla MVSN e un relatore proveniente dal personale della Giustizia Miliare. Bocchini istituisce l’Ispettorato speciale di polizia, con sede a Milano camuffata da un’insegna che recita “Società anonima vinicola meridionale”. Questa organizzazione  fa capo, per volere di Bocchini, a Francesco Nudi, eccellente poliziotto. Da Milano la struttura si espande rapidamente. Il neo costituito Tribunale ha competenza circa i reati politici, introdotti con la nuova normativa e giudica secondo la procedura penale in tempo di guerra. È l’espressione dell’inizio della dittatura. Il TU di Pubblica Sicurezza del 1931 è ancora più netto e dedica ampio spazio alle misure di prevenzione. Dunque non solo e non primariamente repressione, ma prima di tutto prevenzione, naturalmente funzionale anche a contrastare il dissenso politico. Il T.U. amplia poi un istituto giuridico già presente nell’ordinamento: il confino, che, secondo l’art. 185 T.U., si sconta in una colonia o in un comune del Regno diverso da quello di residenza, con l’ obbligo del lavoro. Ora, il confino risponde a più di un’esigenza del Regime: non solo dunque relativamente ad eventuali comportamenti antifascisti, ma anche allontanando dal proprio ambiente persone che hanno la tendenza a delinquere, in modo da  garantire la prevenzione del turbamento della sicurezza. In ambito di pubblica sicurezza viene confinato solo chi è stato precedentemente ammonito, qualora l’ammonizione non sia stata efficace. In ambito invece di ordine pubblico, questo istituto è applicabile a chiunque commetta atti diretti a sovvertire violentemente gli ordinamenti nazionali, sociali ed economici dello Stato. Nell’estate del ’31 entra anche in vigore in Codice Rocco (che è a tutt’oggi in vigore, naturalmente con numerose modifiche apportate nel corso dei decenni), il nuovo codice di procedura penale e la riforma carceraria (… continua …)
Emma Moriconi


Parte quinta ed ultima

Le leggi “fascistissime”, i provvedimenti sociali, il Fascismo che entra nelle coscienze degli italiani

Uno Stato a larghissima vocazione sociale, e dai connotati forti e decisi, che piace al popolo

Arturo Bocchini possiede una storia personale estremamente interessante: nasce e cresce in una casa tipicamente agricola, in un paese chiamato San Giorgio La Montagna (oggi San Giorgio del Sannio), nel beneventano. 

La madre, Concetta, ha origini napoletane. Il padre, Ciriaco, è un proprietario terriero che fa il medico per passione e si interessa di politica: dal 1856 al 1860 è sindaco di San Giorgio, poi diventa consigliere provinciale. In paese il figlio di Ciriaco è per tutti “don Arturo”, a cui però la realtà locale va presto un po’ stretta, soprattutto dopo essersi laureato, a soli ventidue anni, a pieni voti. 

Ciriaco per il figlio ha in mente un futuro che poco ha a che vedere con le ambizioni del giovane. Don Arturo sogna infatti la carriera prefettizia. Così lascia San Giorgio, fa il concorso per il ministero degli Interni e lo vince. Nel 1903 entra in prefettura. Nel corso degli anni gira l’Italia accumulando esperienza che gli sarà preziosissima, come pure fondamentale è l’incarico di vice prefetto che assume nel 1919, quando dirige la V sezione della direzione generale della Pubblica Sicurezza, che gli consente di conoscere a fondo l’organizzazione della polizia.

Pochi mesi prima che Bocchini ne diventi il Capo, nei primi mesi del 1926, accanto alle leggi cosiddette “fascistissime” vengono promulgate norme dedicate al sociale. Il 3 aprile dello stesso anno 1926 vengono infatti approvate la legge 563 sulla disciplina giuridica dei rapporti di lavoro, elaborata da Alfredo Rocco quale Ministro della Giustizia, e la legge 2247 istitutiva dell’Opera Nazionale Balilla. La disciplina del lavoro costituisce la base dei contratti collettivi, che dimostrano  la vocazione sociale ed estremamente innovativa del Fascismo e la volontà innegabile di creare uno Stato sociale da parte di Mussolini e del Governo. Così, con le leggi sociali da una parte e l’ordine pubblico dall’altra, il popolo vive in una situazione di serenità e di sicurezza, al punto che è divenuto famoso un modo di dire frequentissimo all’epoca, ogni volta che succedeva qualcosa di grave o di sbagliato: “ah, se lo sapesse Mussolini!”.

Dunque quando si giunge alle leggi che abbiamo avuto modo di analizzare, seppure per sommi capi, nelle scorse puntate dedicate ad Arturo Bocchini, tra il 1927 e il 1931, il processo avviene con naturalezza e, c’è da dirlo, non dispiace a nessuno: le eccezioni sono davvero limitate, l’antifascismo è un fenomeno del tutto marginale che assumerà contorni rilevanti solo dal 1943 in poi.

Gli Italiani, negli anni Venti e Trenta, sono ben lieti, nella stragrande maggioranza dei casi, di vivere in uno Stato a larghissima vocazione sociale e dai connotati forti e decisi. Quando, dopo il ‘45, si comincia a parlare di bieca sottomissione dei cittadini, obbligati a radunarsi in Piazza Venezia, si pronuncia un falso storico. Del resto, i numeri parlano chiaro: il Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato, nel corso della sua esistenza - ben 17 anni - esamina 21.000 denunce, emette 5.115 condanne, di cui sette ergastoli  e 31 condanne a morte in tutto su 42 richieste dei Pubblici Ministeri.

E se accadesse di stupirsi in tema di pena di morte, ancora una volta bisogna essere in grado di contestualizzare l’epoca di riferimento: si sta parlando di quasi un secolo fa. E, magari, si potrebbe pensare che nei “civilissimi” Stati Uniti, per esempio, ancora oggi è una pratica diffusissima. E, questo si, è orribile. E non contestualizzabile.

Su Arturo Bocchini è stato pubblicato un volume interessante: “Il viceduce. Arturo Bocchini capo della polizia fascista”, di Domizia Carafoli e Gustavo Bocchini Padiglione. Tra le molte curiosità inaspettate, vi si racconta di come un giornalista americano fotografò i luoghi di confino, destinati come abbiamo visto agli antifascisti, ma quelle foto non vennero mai pubblicate dal suo direttore, che argomentò: “è preferibile evitare, altrimenti molti americani vorranno andarci”.

Emma Moriconi


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