sabato 29 giugno 2013

La FINANZA della R.S.I.

Petrus Aloisius

Premessa

Nel  perdurante clima di disinformazione – relativamente all’assetto economico-finanziario e alla crisi in atto – nessuno parla di sistemi alternativi per arginare ed abbattere la stretta creditizia e, soprattutto, cosa assai più importante, tutti si guardano bene dall’ annoverare persone e fatti pregressi che invece risulterebbero assai utili per risolvere una volta per tutte il problema alla radice. Nessuno ricorda, per esempio, cosa accadde durante la repubblica di Weimar e, soprattutto, come e da chi fu risolta… Nessuno ricorda, altresì, come Benito Mussolini, appena nominato Presidente del Consiglio ad appena 39 anni, abbia assunto – ad interim – anche le cariche di Ministro degli Esteri e degli Interni, con una speciale delega all’economia; e come riuscì nei primi tre anni a dipanare ogni disavanzo primario e a raggiungere l’agognata parità di Bilancio, tanto che persino Luigi Einaudi lodò quanto fece l’allora presidente del Consiglio. Si ricordano viceversa gli incarichi recenti del Presidente Monti come commissario UE dimenticando, però, che egli fu già consulente durante il governo De Mita dell’ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino che l’aveva nominato in tre commissioni, incaricate di ridurre la spesa e il debito. Purtroppo – sia detto per inciso – il debito pubblico aumentò del 44,5% in quei tre anni e la spesa pubblica del 45,9 % tant’è che nel ‘92 il nostro “eroe” se ne tornò con la coda fra le gambe all’università (forse per riprendere gli studi)  lasciando  l’Italia in balia di se stessa. L’elenco dei “guastatori economici” potrebbe continuare per ore, ma ritengo inutile andare avanti. In tempi bui, di mestissima crisi finanziaria, nessuno parla della vera origine del debito pubblico che non è dovuta esclusivamente a sprechi e ruberie, ma soprattutto al fatto che né lo stato nè tantomeno il popolo sono proprietari della moneta.
Pochi parlano dei casi attuali della Grecia e dell’Argentina… che non sono retti da regimi dittatoriali o autoritari che dir si voglia,  ma che rappresentano – soprattutto nel caso islandese – una prova lampante e inimitata di democrazia reale e sostanziale.
Le uniche parole che ci sentiamo ripetere sono quelle assimilabili alla strategia del ricatto, alla tattica dell’usuraio mascherato che con la bocca fa finta di concedere e poi arraffa tutto con ambedue le mani. Si afferma infatti: Se non seguirete la nostra “ricetta” faremo la fine della Grecia, i suicidi anziché diminuire aumenteranno in modo esponenziale ecc.
E’ chiaro che quando la situazione si fa critica ecco arrivare puntuale il ricatto: sia esso fiscale, oppure relativo alla politica economica da adottare.
Si tratta in effetti di una vera e propria strategia terroristica, per chiudere la bocca a chi non si allinea al mainstream, e vuole arginare l’ondata pervasiva di tasse e rincari che colpiscono tutti, in specie i ceti meno abbienti.
Per evitare questa grossa lacuna, ritengo opportuno riportare quanto fece un illustre sconosciuto:
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   In questo post non mi soffermerò tanto sulle note biografiche quanto sull’opera che svolse egregiamente durante l’epopea della RSI, in un momento quindi di estrema difficoltà operativa, in cui quasi tutti i governi hanno aumentato il debito pubblico a scapito delle future generazioni.
La cosa principale, dunque, è individuare i punti salienti del suo agire che si svolsero verso la fine della seconda guerra mondiale e che dunque ne risultarono  profondamente influenzati.
Partiamo dalle sue parole che descrivono esattamente cosa avvenne nell’ambasciata tedesca a Roma dove alcuni gerarchi si intrattenevano a colazione con l’ambasciatore Rahn.
” …mentre in un’atmosfera carica  e distaccata si consumava il pasto frugale, Mussolini chiamò a telefono da Monaco. Egli parlo con Buffarini Guidi, con Pavolini, poi con me…La sua voce mi pervenne lontana, stanca, quasi irreale… Ricordo alcune sue parole che riporto integralmente. Mi disse: Pellegrini, sono contento di avervi ancora con me. Acerbo ha tradito. Voi, come ultimo sottosegretario alle finanze, potete svolgere da ministro un buon lavoro nell’interesse dell’Italia, Conto su di voi. Risposi commosso: ai vostri ordini, Duce, ed agli ordini della mia patria, come sempre!”

Il programma e l’opera svolta

Le competenze che gli furono assegnate scaturiscono dalla seduta svoltasi presso il Consiglio dei Ministri che si tenne a Rocca delle Caminate il 27 settembre del 1943.  In quella occasione si stabilì che il ministero delle Finanze fosse l’organica risultante di tre precedenti ministeri: Bilancio,  Tesoro ed Economia, superando in tal modo la frammentazione prima esistente voluta dal liberale Einaudi. Ancora: il preesistente Ministero per gli scambi venne soppresso su proposta del medesimo Pellegrini, diventando pur ‘esso una componente del Ministero delle Finanze. Mussolini accolse benevolmente la proposta sia per ridurre le spese di gestione sia per agevolare un maggiore coordinamento  fra i vari organismi finanziari.
La sede del Ministero fu ubicata a Brescia, vicino Salò.
Per tal via sul neo ministro gravò un peso immane. Egli infatti dovette gestire e guidare l’economia corporativa, occupandosi altresì della produzione bellica e finanche della Socializzazione.
I punti del suo programma possono essere brevemente riassunti così:
  1. rimettere in moto la macchina finanziaria sulla base dei criteri già esposti  a Roma il 25; e, cioè, potenziando il gettito tributario in vista dell’eccezionale sforzo bellico;
  2. strenua difesa della Lira e del suo potere d’acquisto con conseguente controllo sulla emissione e circolazione monetaria (si ricordi che per un certo qual tempo in Italia circolarono pure i marchi tedeschi);
  3. massima tutela degli interessi economici italiani, di fronte a chiunque (tedeschi compresi).
Rudolf Rahn
L’ambasciatore tedesco in Italia Rudoplh Rahn
Quest’ultimo punto causerà notevoli frizioni fra il governo italiano e quello tedesco, ma anche fra diversi reparti dello Stato Sociale repubblicano. Pavolini, per esempio, voleva che la Guardia di Finanza fosse impiegata durante le azioni di repressione svolte nei confronti dei partigiani antifascisti…
Rahn, addirittura, voleva nominare per ogni ministero un commissario tedesco, con l’evidente intenzione di tenere sotto controllo l’intera attività ministeriale italiana. A questo proposito, Pellegrini insorse  vivamente e, ad una cena col Console Eitel Moelhausen (che aveva sostituito Rahn), fece valere le sue ragioni. In particolare affermò di ritenere assurda quella ingerenza e che aveva accettato l’incarico senza limitazioni o imposizioni dall’esterno. Il console accolse le sue proteste e così non vi furono commissari tedeschi ai ministeri.
Questo è un fatto importantissimo che sovente viene colpevolmente taciuto, in particolar modo allorquando si parla della RSI come una sorta di protettorato germanico in Italia.

Le riserve auree della Banca d’Italia

il maggiore delle SS, Herbert Kappler
Un altro episodio nient’affatto trascurabile della Storia economica della RSI è quello relativo al capitale della Banca d’Italia.
Spesso, quando si vuole giustificare la “privatizzazione”  del capitale si dice che quest’ultima si rese necessaria in quanto la riserva aurea fu trafugata dai tedeschi.
E’ vero (fino a un certo punto pero): il 16 settembre del 1943, a più di una settimana dall’ignobile armistizio firmato da Badoglio, i tedeschi prelevarono la riserva aurea della Banca d’Italia per trasferirla in Germania. Ciò avvenne, occorre ricordarlo, prima della costituzione della RSI. In quella precisa occasione il Maggiore delle SS Herbert Kappler si fece consegnare le chiavi del caveau delle riserva aurea dal governatore della Banca d’Italia Vincenzo Azzolini.
Vincenzo Azzolini
Una settimana dopo, il 23 settembre, appena Pellegrini divenne ministro delle Finanze, Il governatore Azzolini e il Commissario Dott. Cambi sottoposero all’attenzione di Pellegrini il problema. Pellegrini, come suo preciso costume, si fece immediatamente sentire.
I tedeschi, infatti, si erano già appropriati dell’oro della Banca albanese e di fronte alla minacciosa richiesta del trasferimento aureo in Germania il neo ministro delle Finanze chiese ed ottenne che una parte di esso servisse per onorare i debiti contratti con la Svizzera, un’altra parte per quelli con la Germania medesima. Il resto dell’oro – che in effetti  costituiva il grosso della riserva – riuscì a farlo custodire a Fortezza, dove, in seguito, il governo regio poté recuperarlo. Nelle trattative Pellegrini Giampietro fu assistito, oltre che dallo stesso Cambi anche da Franz Lo Jucco e dall’Avv. Giovanni Orgera, già podestà di Napoli. Quest’ultimo nel maggio 1944 fu nominato governatore della Banca d’Italia in sostituzione di Azzolini, il quale tornato a Roma fu arrestato dagli alleati.
E proprio relativamente al ritrovamento di detta riserva nel memoriale di Pellegrini si legge testualmente:
” … furono gli alleati  che ne vennero in possesso e non è mio compito chiarire  la destinazione data alla riserva aurea e alle modalità che accompagnarono la restituzione”.
Con questa espressa dichiarazione la questione si chiude. E cioè, delle due l’una: o l’oro venne restituito dagli alleati all’Italia e dunque cade la tesi della sottrazione; oppure se è vero che vi fu, essa fu portata a compimento dagli alleati angloamericani, non dai tedeschi.
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Un altro problema che il neo Ministro  dovette affrontare fu quello dei “marchi tedeschi di occupazione”. Dopo il vergognoso armistizio, i tedeschi, considerando l’Italia paese nemico e territorio di occupazione, avevano messo in circolazione i cosiddetti “marchi d’occupazione” (Reichskreidit Kassenscheine) che rappresentavano l’equivalente delle “amlire”che gli eserciti alleati avevano messo in circolazione nel sud-Italia. Ebbene, appena Pellegrini prese le redini del Ministero si occupò immediatamente di risolvere il problema.
Il 25 ottobre del 1943 riuscì, attraverso l’agenzia Stefani, a far diramare il seguente comunicato:
“In territorio italiano le truppe germaniche eseguiranno i pagamenti esclusivamente in lire, e i marchi di occupazione messi in circolazione, dal giorno 25 ottobre, perderanno il carattere di pagamento legale e saranno immediatamente ritirati a mezzo della Banca d’Italia tramite gli istituti di Credito italiano”.
E fu proprio così che venne tutelato il potere d’acquisto della Lira, talché i prezzi al consumo, nonostante il periodo di guerra, rimasero ad un livello accettabile; all’uopo, onde evitare speculazioni sui generi di prima necessità, fu istituito un comitato dei prezzi che controllava l’andamento e le oscillazioni dei medesimi. Pertanto appare incomprensibile la protesta di chi lamentò aumenti inauditi, datosi che, in quei particolari frangenti, causati sia dalle continue requisizioni tedesche sia dall’insufficienza dei trasporti e dalle diverse condizioni delle regioni, non si poteva fare altrimenti. Ad ogni buon conto, al Nord si registrò un aumento assai contenuto dei prezzi (50%circa); per converso, al Sud, si registrò un aumento proibitivo dei prezzi, con una media del 200% e con picchi che arrivarono addirittura al 400%!
Le donne napoletane furono costrette a prostituirsi e i loro figli a pulire le scarpe degli invasori angloamericani. Questa è la  nuda e cruda verità che gli scribacchini di sistema nascondono e tentano maldestramente di cancellare.
L’accordo del 25 ottobre prevedeva pure  la cifra da emettere nei confronti degli alleati tedeschi, da corrispondere a titolo di risarcimento spese che ammontava a ben 7 miliardi per il 1943,  a 10 miliardi per il 1944 e a 12 miliardi per il 1945. Queste cifre corrispondevano a quanto il governo regio dovette di più e non meno corrispondere agli alleati anglo americani.
Inoltre, con tale accordo, si tentò di impostare una regolamentazione dei rapporti finanziari italo-tedeschi e, precisamente, il ripristino del clearing interrotto con l’armistizio, la ripresa delle rimesse dei lavoratori italiani dalla Germania, il ritorno alle precedenti convenzioni doganali, una certa regolarizzazione nelle zone di giurisdizione dei commissariati germanici soprattutto per Trento e Trieste.
In pratica si giunse, in un certo qual modo, a ripristinare le relazioni fra i due stati sulla base di parità per le due nazioni. Per esempio, dopo l’otto settembre, i titoli di stato erano scesi del 30% e con la RSI, tornarono in parità nominale.
Il 30 gennaio 1944 fui stipulato un nuovo accordo secondo cui le somme guadagnate dai lavoratori italiani in Germania erano trattenute in un conto speciale a Berlino ed accreditato direttamente al governo italiano, il quale doveva provvedere con propri mezzi a corrisponderne il valore alle famiglie residenti in Italia.
Piero Pisenti
La politica del ministro Pellegrini risultò essere molto severa ed oculata al punto tale da far pagare i profitti di regime a quei gerarchi fascisti che si erano illecitamente arricchiti. Infatti il ministro della Giustizia Pisenti, in accordo con Pellegrini, colpì senza discriminazione alcuna tutti coloro che avevano approfittato della carica assunta. Fra i nomi eccellenti, si annovera Grandi e Bottai, condannati in contumacia, ma anche Farinacci che aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana ed altri ancora, dimostrando in tal modo che il lavoro della commissione fu espletato con grade severità e profondo senso di giustizia.

Il Bilancio della RSI e la manovra finanziaria.

Nel novembre del 1943 Domenico Pellegrini Giampietro presentò al Capo del Governo un riepilogo dopo quattro anni di guerra. Per la guerra erano stati spesi 21.890 milioni di Lire nel 1939-40, 57.734 milioni nel 1940-41; 73.718 milioni nel 1941-42; e 81.019 milioni nel 1942-43. Ad essi dovevano aggiungersi  24 miliardi di disavanzo… per le spese normali. Per il biennio successivo il neo ministro previde un aumento di spesa tale da raggiungere i 200 miliardi.   La conclusione ovvia per reperire queste cifre era ricorrere all’emissione di nuova moneta circolante. Ma, come vedremo, non solo.
 Nel corso della guerra si verificarono episodi assai curiosi che, in un certo qual modo, influirono negativamente sul circolante. Il lancio di enormi quantità di valuta italiana lanciata da aerei alleati per finanziare la resistenza partigiana, alimentarono senza dubbio il processo inflattivo. Inoltre, come già accennato in precedenza, l’enorme difficoltà nei trasporti aveva ingenerato un aumento dei prezzi, ragion per cui nella valutazione del Bilancio occorre anche mettere in conto tale avversità che, viceversa, in tempo di pace non si sarebbe verificata.
Ad ogni buon conto, date le condizioni del Paese e l’enormità delle spese correnti, secondo alcuni detrattori, il Ministro ricorse, per non allarmare il paese ad una sorta di doppio bilancio.  Entriamo nei particolari.
Il bilancio ufficiale presentava un ammontare complessivo pari a 380 miliardi, così ripartiti:
50 miliardi di di entrate fiscali, 47 miliardi di depositi e c/c bancari versati al Tesoro, 208 miliardi per anticipazioni della Banca d’Italia e di altri enti ed Istituiti.  Mentre le spese sostenute dalla RSI ammontavano a circa 360 miliardi, di cui 170,6 di spese ordinarie e straordinarie dello Stato, più 189 miliardi di contributi per spese di guerra alla Germania, per un totale complessivo di circa 360 miliardi; per cui risultava un attivo di 20 miliardi circa. Ma la situazione corrispondeva alla realtà?  Secondo Giorgio Bocca no. Perché nell’esercizio del ‘43-44 le entrate furono secondo i suoi calcoli circa 38 miliardi, mentre le uscite effettive ammontarono a 213 miliardi e 167 milioni, nell’esercizio successivo le entrate diminuirono, a causa dell’occupazione alleata di varie provincie e dello sciopero fiscale, toccando appena il tetto di 26 miliardi, contro un totale in uscita di 207  miliardi e 263 milioni.
Da ciò si ricaverebbe che le entrate complessive furono  di circa 64 miliardi e 430 milioni. Tale enorme differenza fra i due bilanci è dovuta al fatto che il Bocca  non considerava fra le entrate  i prestiti e le anticipazioni delle Banche, perché in tal modo il pareggio di Bilancio sarebbe dovuto a debiti, il cui pagamento veniva disinvoltamente rinviato a fine guerra.
Bisognerebbe ricordare allo scomparso partigiano e scribacchino di Sistema che nessuno stato si mantiene solo sulle entrate fiscali, senza ricorrere alla Stampa di moneta o, peggio, alla sottoscrizioni di titoli di debito, attraverso Buoni del Tesoro (BTP), che a differenza della prima soluzione costituiscono un vero e proprio indebitamento da parte dello Stato.  Ed è quello che accadde nella RSI. Il Duce era notoriamente contrario ad un aumento della pressione fiscale che, in quel determinato frangente, si sarebbe rivelata altamente nociva per la popolazione, ragion per cui Il ministro Pellegrini condusse un’agile manovra finanziaria  appoggiandosi sia alla Banca d’Italia sia sugli altri istituti di credito.
Questa manovra consentì non solo di raggiungere il pareggio di bilancio ma pure di superarlo. L’Istituto Poligrafico dello stato stampò 11 miliardi di Lire sui 137 autorizzati. Fu esercitato un controllo scrupoloso sulle emissioni installate nelle varie sedi: Novara, Bergamo e Milano. Fu impedito ai tedeschi di portare i macchinari del poligrafico in Germania, onde  poteva effettuarsi un’eventuale falsificazione per ragioni di pronta liquidità. A riprova di ciò, nel marzo del ‘45, i tedeschi proposero al governo della RSI, di eliminare la numerazione dei biglietti di Stato (non banconote) da 1.2 5 e da 10 lire: la proposta fu respinta categoricamente da Pellegrini, per cui anche il biglietto di piccola taglia da una lira continuò ad essere numerato.
Il rapporto di cambio fra Lira e marco durante la RSI passò da 6,7 Lire a quello di 10 lire per marco, e ciò dal 15 settembre del ‘43 fino alla fine della guerra; con il franco si passò da 100 Lire per un franco a 100 Lire  0,77 di Franco fino a 0,50;
Al Sud il cambio con il dollaro fu fissato inizialmente a 100 Lire per dollaro, mentre occorrevano 400 Lire per una sterlina!
il giovane Giornalista Giorgio Bocca
Dalla disamina della situazione finanziaria si può serenamente concludere che il Bilancio complessivo presentato dal Ministro Domenico Pellegrini Giampietro fu abbastanza veritiero, nel senso che ad esso faceva seguito la situazione economica reale dell’Italia Settentrionale. Il Pellegrini stesso affermò di non aver fatto mai ricorso né a prestiti veri e propri né ad emissioni di Buoni del tesoro. In vero, però, egli dichiara pure di aver incassato 74.3 miliardi di buoni del tesoro ordinari. In realtà egli non emise Buoni del Tesoro poliennali (cioè a 3 a 5 o a 10 anni) ma si limitò ad emettere quelli ordinari (cioè quelli a  3 o, al massimo, a 10 mesi).
In tal modo, mantenendo il tempo di restituzione assai vicino alla emissione, dimostrò di non voler impegnare il suo governo nell’indebitamento delle nuove generazioni, soprattutto in un futuro  gravido di incognite.
In altre parole, egli si comportò assai diversamente da come lo dipinse il Bocca, evitando di gravare sul futuro delle generazioni a venire, ma anzi facilitando il riassetto finanziario italiano.
Ancora. L’attività legislativa del Pellegrini non conobbe soste nemmeno sul finire del conflitto. Ne abbiamo ampie testimonianze da tutta una serie di decreti legislativi fatti approvare a ridosso del 1945, intesi a far affluire allo Stato i capitali tesaurizzati dai privati, a contrarre il circolante ed a far ribassare i prezzi che inevitabilmente, durante il periodo bellico continuavano a lievitare.
Onde evitare che questo mio lavoro di ricerca possa essere tacciato di autoreferenzialità vale la pena di riportare alcuni pareri illustri:
Il senatore nord-americano Victor Wickersham, presidente della Corte Alleata per l’economia europea, in una intervista rilasciata a “Il Popolo” del 25 agosto 1945 (anno III n.124) ebbe a dichiarare che:
“..la situazione economica dell’Italia settentrionale  è molto migliore (sic) non solo rispetto alle regioni dell’Italia Meridionale e centrale ma anche in confronto delle condizioni di altri paesi europei in precedenza visitati dalla commissione ed in particolare della Germania, dell’Olanda, della Norvegia, del Belgio e di certe zone della Francia”.
Epicarno Corbino scrisse nel suo volume:
“…si poté constatare che la svalutazione della Lira a Sud era molto più elevata di quella della zona rimasta sotto il controllo tedesco repubblichino”.
concludo con quanto scrisse Silvio Bertoldi:
“Pellegrini ha lasciato il bilancio del suo operato di ministro  che è poi bilancio della RSI. Gli va dato atto che amministro assai meglio lui il Nord, pur tra difficolta immani, di quanto abbia fatto nello stesso periodo a Sud il suo collega del governo Badoglio: e forse4 che trovò più comprensione lui da un personaggio come Rahn , di quanta ne avvia trovata a Salerno e a Roma il governo legittimo da parte degli alleato”.
La sua opera benefica non si esplicitò solamente nel campo monetario. Egli salvò l’I.R.I, la finalità dell’INPS e sull’Istituto per la Ricostruzione Industriale, ne da ampia testimonianza Vincenzo Tecchio, commissario dell’I.R.I., in una dichiarazione resa il 10 Aprile 1946 alla Corte di Cassazione :
“Pellegrini non solo mi approvò ma mi incitò  a seguire tenacemente quelle direttive. Infatti durante il mio commissarioto, ho potuto salvare il patrimonio dell’I.R.I., perchè sempre, in ogni circostanza, ho trovato nel ministro delle Finanze un aiuto immediato, intelligente ed efficace. Innumerevoli volte ho chiesto il suo intervento verso autorità italiane e tedesche e sempre l’ho ottenuto nel modo più largo possibile; intervento non facile, né scevro da pericoli; ciò nonostante esso non è mai mancato. Se il patrimonio dell’I.R.I. è stato salvato, ciò è dovuto, in grandissima parte, alla tutela del Ministro Pellegrini… sempre ho trovato in lui uno strenuo e sdegnoso  difensore del prestigio, dell’onore, della ricchezza italiana”.
Circa l’Inps esiste un’altra importante testimonianza resa da Giuseppe Ferrario, Commissario di detto Istituto. Egli, in una trascrizione allegata agli atti del processo Pellegrini in Cassazione, dichiarò:
“Sento il dovere di precisare che quando il segretario del PFR, nell’agosto del 1944 chiese la mia sostituzione dalla carica di commissario dell’I.N.P.S.come elemento del Partito, Pellegrini nella veste di Ministro delle Finanze negò recisamente il consenso al provvedimento stesso, affermando che egli non poteva ammettere che si decidessero avvicendamenti in posti di tanta responsabilità, al solo scopo di sitemare comunque elementi i cui meriti, se pur notevoli nel campo politico, non eranoper nessuna ragione titoli utili per giustificare la funzione di amministratore di un Istituto. Così come desidero precisare ogni qualvolta, perché concedesse finanziamenti che non rientravano nelle finalità dell’istituto stesso, ho sempre avuta incondizionata ed autorevole protezione del ministro, preoccupato come me della necessità di tutelare con ogni mezzo il patrimonio dei lavoratori”.
Da queste parole si evince l’ottimo lavoro svolto dal Pellegrini in ogni campo da lui controllato. E se ci furono dei punti poco chiari o comunque non sempre all’altezza della situazione ciò lo si deve principalmente alla particolare congiuntura storica in cui si trovò ad operare il ministro napoletano.
© ♗Petrus Aloisius

Testi e Fonti:
Decreto Ministeriale del 12/-11-1943 per la nuova disciplina dei contratti di guerra,
Decreto legislativo di Benito Mussolini del 12-10-1944 sulla socializzazione delle imprese.
Decreto Legge del 31-03-1945 per la socializzazione delle imprese industriali,
Domenico Pellegrini Giampietro: “Memoriale”
Bruno spampanato: “Contro memoriale”
Giorgio Bocca: “La repubblica di Mussolini” - Arnoldo Mondadori Editore
Arrigo Petacco: “Il comunista in camicia nera: Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini”
S. Bertoldi : ”Salò - Vita e morte della R.S.I.”
Angelo Norelli: ”Il ministro Domenico Pellegrini-Giampietro nel tramonto del Fascismo”,  Fratelli Conte Editori

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