mercoledì 2 maggio 2012

La Real Ferriera di Mongiana


di Ciro La Rosa


La prima struttura venne fondata nel 1768, nell’omonimo villaggio di Mongiana in Calabria Ultra 2 (odierna provincia di Catanzaro) nella zona di Serra di San Bruno, e potenziata nel 1814 dal Capo dell’Amministrazione degli “Stabilimenti Calabresi per la Manifattura delle Armi” il colonnello Niccolò Landi con la denominazione di “Real Fabbrica di Canne”. Sfornava annualmente in media 1.442 canne per fucile e 1.212 canne per pistola, venne in seguito abolita la loro produzione nel 1820 restando solo in essere la fonderia.
Nel 1850 per volontà del direttore Pietro La Tour, con la consulenza di tecnici francesi, e su disegno dell’ingegner Fortunato Savino, Re Ferdinando II approvò l’istituzione di una “Fabbrica per ferri e lamine per i cilindri”, posta tra i fiumi Ninfo e Allaro; sorse in concomitanza della nascita del “Real Opificio per Armi Bianche di Sparanise”.
Nacque così il “Villaggio Siderurgico di Mongiana”, primo complesso siderurgico della penisola italiana, che comprendeva altre alla fonderia, le ferriere di San Bruno, San Carlo, Ferdinandea e Real Principe oggi non più esistenti, che dava lavoro, compreso l’indotto, a circa 2.000 operai. La fonderia e lo stabilimento siderurgico occupava un’area di 12.000 mq, con 3 alti forni per la produzione della ghisa, 6 raffinerie, 3 forni Wilkinson, che lavoravano il minerale dei giacimenti calabresi di Pazzano ricchi di ferro e grafite. La fabbrica d’armi occupava un’area di 4.000 mq. Gli opifici disponevano di motori idraulici azionati dai fiumi Ninfo e Allaro, sviluppando una potenza di 100 HP,mentre i carrelli che alimentavano gli altiforni erano mossi da una macchina a vapore che utilizzava a “recupero” i gas degli stessi altiforni. La legna che serviva ad alimentare i forni veniva fornita dai boschi vicini e tramite una razionale amministrazione forestale si rispettavano le fasi e i periodi di rimboschimento. Il complesso era diretto da un Tenente Colonnello d’Artiglieria, oltre agli ufficiali e impiegati civili , erano occupati 280 operai carbonieri, 100 mulattieri e 100 artificieri tutti “paesani” cioè addetti civili del luogo, onde evitare eventuali trasferimenti estenuati degli addetti dal proprio domicilio alla sede di lavoro e rendere così il tutto possibilmente meno gravoso. Ogni forno produceva 40 cantaja di ghisa al giorno (1 cantaja corrisponde a 89,8 Kg). I materiali finiti venivano utilizzati dall’Esercito e dalla Marina, il prodotto era di eccellente qualità, superiore a quello francese ed inglese, infatti la ghisa di prima fusione secondo l’Istituto di Incoraggiamento “è di tal pregio da non temere il confronto con quella di Bofort, inoltre si vogliono dire bellissimi i saggi d’acciaio di cementazione che nulla lasciano a desiderare”.
Nel 1853 durante lo svolgimento dell’Esposizione Internazionale tenutasi a Napoli venne assegnata al complesso siderurgico di Mongiana la medaglia d’oro dal Corpo Accademico del Real Istituto d’Incoraggiamento alle scienze per “saggi di ferri di prima fabbricazione e per lavori di ferro fuso”. . La spedizione dei manufatti a Napoli veniva effettuata utilizzando il porto di Pizzo, cui si arrivava attraverso un sentiero che passava da San Nicola di Crissa e dal bivio dell’Angitola, sentiero che poi sarebbe divenuto la regia strada borbonica delle Serre. Nell’ultimo anno del Regno, il 1860, la produzione toccò le 40.000 cantaja di ghisa.
Alla caduta del Regno e con il suo inserimento nello Stato Italiano fu progressivamente diminuita la produzione, privilegiando le industrie del Nord Italia, Nel 1860, in occasione dell’annessione al Piemonte, Mongiana fu teatro di una sommossa contro il nuovo governo, guidata dagli operai delle Ferriere: scesero in piazza, assaltando la sede della Guardia Nazionale, calpestando il tricolore, quindi, sequestrando la tromba al capomulattiere, chiamarono a raccolta l’intera popolazione, che si riversò per le strade inalberando la bandiera bianca con i gigli, infransero lo stemma sabaudo posto nella casa del governatore, scendendo alla fonderia, presero la statua di Francesco II e la portarono in processione per il paese, collocandola nella sua vecchia posizione. Al colonnello garibaldino Massimino destò viva impressione soprattutto la partecipazione delle donne; ma nel 1875 la ferriera venne acquistata dal senatore ex garibaldino Achille Fezzari che, dopo aver sfruttato quel che restava, chiuse l’impianto nel 1881. Scomparve così un’azienda che era stata per il Regno delle Due Sicilie il primo e più grande polo siderurgico d’Italia, seguito venti anni dopo dal mostro dell’I.L.V.A. diventato poi Italsider.
Oggi del suo antico splendore resta solo l’edificio principale di stile neoclassico disposto su tre piani per meglio sfruttare la caduta dell’acqua convogliata da un canale, una coppia di colonne in ghisa, l’atrio, tutti elementi completamente stravolti da uno sconsiderato e falso restauro stilistico.
Ciro La Rosa
febbraio 2008
http://www.ilportaledelsud.org/mongiana.htm 

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Un po' di storia: LE FERRIERE DI MONGIANA!

Lo Stabilimento siderurgico di Mongiana
Nella zona attualmente chiamata armeria, sovrastata dal cimitero del paese, vi era una piccola fucina a maglietto, dove si riduceva il ferro in lamine trascinata via completamente dalla furia di un'alluvione nel '48 e sostituita in seguito all'affluenza del Ninfo e dell'Alaro con la più; moderna Robinson, che era stata costruita senza badare a spese tanto che fu disponibile una nuova macchina proveniente dall'Inghilterra a sostituire il vecchio maglietto alla catalana. Di questa a memoria di tempi migliori è rimasto qualche rudere. Di certo il cuore dello stabilimento era la Fonderia "Mongiana", che diede il nome al borgo che andava costruendosi intorno ai fumi degli altiforni. In realtà tutto il complesso era molto più; grande e purtroppo ben poco ci è rimasto a testimonianza dell'antico sito che si distendeva verso valle con officine dislocate lungo le sponde dell'Alaro. Sull'altro lato del torrente sorgeva un'officina con fornelli alla Wilkinson, la San Brunello, dove il ferraccio veniva trasformato in strumenti di precisione, pesi e misure. Poco più; a valle sulla stessa sponda della precedente vi era un'altra raffineria dove si effettuava il getto a staffaggio dei proiettili. La nuova fabbrica d'armi dove si assemblavano le armi e si costruivano le baionette I lavori di costruzione della nuova armeria per l'assemblaggio delle armi cominciarono nel 1918. Le due colonne a decorazione dell'ingresso principale e dell'architrave, dovevano testimoniare agli occhi del visitatore dell'efficienza dei maestri degli opifici della Mongiana. La Santa Teresa che era una raffineria dove era possibile eseguire opere di getto. Si tratta del luogo dove furono fatte le colonne della nuova fabbrica delle armi del 1818. Le colonne fuse a getto unico, con i mezzi allora disponibili sono state portate in cima al colle da poco meno di due chilometri di scarpate impervie. Infine il nuovo maglietto ancora più a valle all'affluenza dell'Alaro con il Ninfo. Ben poco ci è dato di sapere della vecchia armeria, a testimonianza della quale rimane una piccola sorgente incanalata in una canna di vecchio cannone. Con il passaggio della Mongiana al Ministero della guerra, avvenuto nel 1808, fu inviato un presidio militare per vegliare sulla produzione dei pezzi di artiglieria che avrebbero dovuto fornire l'esercito e la marina. In quell'occasione fu costruito uno stabile che fungeva anche da carceri altre che accogliere i nuovi ospiti nei pressi della chiesetta.Nel 1856 si ravvisò l'urgenza di ingrandire lo stabile, finchè nel '59 il Savino su suo progetto realizzò la Casa del Comandante affacciata sulla piazza della Fabbrica d'Armi, su tre piani. Il primo era riservato ai cavalli, sul secondo le truppe ed il terzo ospitava il comandante. In età murattiana, si pensò anche agli operai con la costruzione di case in muratura. Tutte molto simili, secondo uno dei principi illuministici. Alla chiusura dello stabilimento furono acquistate dai superstiti, quelli che, non facendo parte delle maestranze delle officine che videro ridursi le prospettive di sopravvivenza fuggirono ove stavan sorgendo altri siti siderurgici, cioè verso il Nord della penisola o Francia e Germania, con un compenso di buona uscita in attrezzi, strumenti vari, risorse di magazzino e quant'altro. Chi riuscì a resistere in qualche modo al disastro economico furono i contadini, i boscaioli e i carbonificatori, che se pur decimatisi riuscirono a trovare il do di acquistare le abitazioni abbandonate e i siti di quanto le intemperie si lasciavano dietro. Molti divennero terreni fertilissimi per piccoli vigneti, legumi, mais e ortaggi vari. Le risorse faunsticche, pastorizie e di allevamento in genere furono di ausilio nelle ristrettezze. Mentre i magazzini della fonderia divennero case di abitazione, la fabbrica d'armi magazzini e abitazioni insieme alle caserme e i capannoni dei manovali.

La Fabbrica D'armi a Mongiana

Il passaggio da uno stile di produzione artigianale del ferro come avveniva lungo i ruscelli montani che guardavano sullo ionio a quello industriale più; a valle verso i pascoli del Cadarn, signorotto del posto, all'affluenza di numerosi torrentelli, dove il paesaggio naturalistico oltre che suggestivo era anche una fortezza non edificata dalle mani dell'uomo, ma frutto della medesima, elemento non poco rilevante visto che il genere di produzione allettava tanti filibustieri. Questo periodo è avvenuto sotto la direzione di Francesco Giovanni Conty. Anzi fu lui in persona che al primo sopralluogo individuò la sede di quelle che saranno la perla o quantomeno la gemella di Torre Annunziata. Molto presumibilmente verso l'anno 1771. Le prime fasi di costruzione di tutto l'impianto produttivo dagli ingredienti fino all'utensile, arma, strumento di precisione o semplicemente decorazione, prevedevano l'edificazione di almeno due altoforni, per la panificazione dela ghisa, di un maglietto ( che come vedremo più; innanzi è stato ricostruito più volte in siti diversi), di fornaci efficientissime per la raffinazione fino ad ottenere un ferro molto malleabile che doveva piegarsi docilmente al cesellatore. Mi divago un attimino. In reltà già in tempi più remoti rispetto ai quali ci stiamo interessando che il ferro era conosciuto in quel lembo di penisola. L'antichità delle miniere e dei forni stagionali, noti come 'migratori' ne è una testimonianza oltre al fatto che intorno alla Certosa di S. Bruno erano famosi i costruttori di splendidi letti in ferro battuto. Quindi il Conty arrivò a seguito della politica di Carlo, il re di Napoli e delle due sicilie. Presa visione della capacità dei locali, le potenzialità del territorio, e delle risorse impiantò le fondamenta dello stabilimento industriale secondo nel regno e anche nella penisola. Solo più simile forse alle realtà francesi piuttosto che inglesi dove si investiva in coke, che avevano dato origine alla nuova economia di investimento. (La maggior parte dei reperti sul resto del territorio nazionale di archeologia industriale risalgono agli inizi del Novecento). Nel 1791 la direzione fu affidata ad un successore 'naturale', Massimiliano Conty che pensò al potenziamento dell'estrazione del minerale chiamando a sé uno stuolo di esperti mineralogisti provenienti dalle più rinomate località culturali. All'alba del nuovo secolo, essendo state superate tutte le difficoltà per rispondere ai parametri dell'esigentissimo re e dei suoi comitati tecnici, ottenute le commissioni necessarie alla sopravvivenza, grazie alla commissione maggioritaria stessa che era costituita da armi da taglio, baionette fucili, pistole, cannoni e munizioni, oltre che la buona fetta costituita da ferro in pani e in lamine o gli stumenti di precisione. Ma la fetta maggiore , armi e munizioni, doveva essere protetta da latrocini.Cos f affidato lo stabilimento all'esercito. Nel 1801, il capitano Ribas fece il suo ingresso nel suo nuovo dominio e diede il via alla gestione militare grazie al passaggio dal ministero delle finanze a quello della guerra e della marina. I mineralogisti continuarono a lavorare per rendere il complesso che si era creato più dotato di materia prima. Ora il Genio militare, Fortunato Savino, trasferitosi sl posto avviò una vera campagna di rinnovo. Quest'individuo era dotatodi un talento naturale verso la castruzione di qualsiasi meccanismo che funzionasse a fonti che oggi potremmo definire alternative, anzi molto più propriamente rinnovabili. La sua perizia trasformò un errore in una prodezza. Per la costruzione della nuova officina del maglietto, intorno al 1830, all'affluenza dell'Alaro con il Ninfo, gli fu inviata dagli ingegneri napoletani una macchina a vapore fatta pervenire dalle fabbriche inglesi. Il Savino la trasformò in una macchina mossa dall'energia sprigionata dalle cadute d'acqua. In reatà un'altra vicenda viene citata a proposito del genio, infatti si narra fu capace di aumentare la produzione di ghisa nella stagione estiva, quando le cadute sono insufficienti a soffiare negli altoforni. L'innovazione di riconvogliare i gas di combustione in un meccanismo che li riportasse ad essere risoffiati dentro in modo tale di portare una certa quantità di ossigeno alla combustione.

Le Ferrierre di Mongiana
Sotto la direzione del Conty senior, si ebbe il trasferimento delle piccole fucine nei pressi delle miniere ed in alta montagna in prossimità del combustibile necessario con l'insediamento a valle sul piccolo colle, lambito dall'Alaro e da innumerevoli sorgenti, che venne ribattezzato Mongiana. La porta del monte.La prima grande opera dell'erigendo stabilimento siderurgico è stata la Fonderia.Oggi si tende a minimizzare sull'entità di tale stabilimento. In realtà quella che adesso è mostrata quale prima fonderia della fase industriale, in realtà sono soltanto i resti di quella che fu la sede degli altiforni che comprendeva appunto le camere che li contenevano, i depositi per il minerale e il ìombustibile in prossimità delle bocche dei forni nell'attuale via Carbonile. Fortificata e ben protetta da mura di granito e calcestruzzo. e soprattutto dall'impervio paesaggio naturalistico moltosuggestivo. Nel corso della storia produttiva della fonderia hanno funzionato un totale di quattro altiforni. I cronisti riportano i nomi con i quali sono stati chiamati: Santa Barbara, San Francesco, Sant'Antonio e San Ferdinando. I ruderi della fonderia ci lasciano il segno. Diverse sono state le tecniche usate per produrre la ghisa a Mongiana a seconda del progresso della mineralogia. Agli esordi il minerale veniva frantumato elavato ed asciugato, in seguito il procedimento venne ammodernato e si ritenne inutile il lavaggio che apportava umidità alla combustione. Un singolo altoforno era capace di produrre dalle quarantacinque alle sessantacinque cantaia. Il carico avveniva dalla presura in alto che si trovava a livello dei magazzini del carbone della limonite. Il carico di fusione era composto di carbone, minerale, scorie, sabbie fondenti estratte a Santa Maria del Bosco a Serra S.Bruno.

Storia
L'architetto che costruì il primo complesso fu il napoletano Mario Gioffredo nel 1771 e Il primo direttore fu G.F. Conty..
Metodo di lavorazione
I metodi di lavorazione non erano però moderni e la produzione quindi all'inizio fu modesta, per ovviare a ciò un gruppo di studiosi fu mandato a studiare in Europa centrale gli altri centri siderurgici. Fu migliorata la combustione negli altiforni, fu razionalizzato il ciclo produttivo e furono aperte anche nuove miniere nel comune di Pazzano: Principe Ereditario, Carolina e S. Ferdinando).
Periodo francese
A partire dal 1806 la Calabria è sotto il controllo dei francesi e il Ministero della Guerra e Marina francese diventa il proprietario del complesso e nel 1808 il nuovo direttore è il capitano Ritucci, sostituito il 1811 dal Carascosa e dal 1814 al 1816 Nicolò Landi. In questo periodo si migliorano i forni fusori, vengono emessi regolamenti per lo sfruttamento boschivo, in più il polo venne restaurato e raddoppiato in dimensioni e la costruzione di un complesso più moderno dislocato nell'area delle Vecchie ferriere di Stilo: Piano della Chiesa. In questa zona si costruiscono nuove ferriere tra cui la Robinson (alla confluenza tra l'Allaro e il Ninfo), una fonderia di cannoni e una fabbrica di fucili in cui né si fabbricavano solo i componenti. Fu potenziato il collegamento stradale tra le miniere di Pazzano e Mongiana.
Migliorano anche le condizioni dei lavoratori: orario ridotto lavoro, assistenza medica, pensione e istruzione pubblica. Il periodio francese quindi è stato motivo di crescita e sviluppo per il polo siderurgico calabrese e per tutti i suoi abitanti.
I Borbone
Grazie ai cambiamenti apportati durante il periodo di governo francese di Murat, si passa a una fase di produzione anche ad usi civili: il ferro per la ferrovia Napoli-Portici, il ponte Real Ferdinando sul Garigliano e Cristina sul Calore. Il capitano D'Agostino nominato "Istitutore delle fonderie" e il suo allievo Panzera, a conoscenza dei miglioramenti della siderurgia in Francia nel 1838 grazie a un loro viaggio iniziano ad ammodernizzare il complesso calabrese con l'utilizzo di carbone di Faggio ed altre tecniche innovative, le quali trovarono realtà nelle fusioni a partire dal 23 luglio del 1841. D'Agostino fu promosso a Primo Maggiore e Panzera Capo-Fonditore. Lo stesso anno vengono completati i lavori della nuova fonderia Ferdinandea, iniziati nel lontano 1789.
La fonderia di Mongiana,invece in quel periodo con i 3 altiforni Santa Barbara, San Ferdinando e San Francesco sfornavano ghisa di qualità pari a quella inglese.
Nel 1852 viene fatta costruire ad opera dell'Ingegnere e Architetto Domenico Fortunato Savino, una nuova fabbrica d'armi in sostituzione alla fabbrica di fucili del periodo francese: la Fabbrica d'armi di Mongiana.
Le ferriere allora attive erano: Cubilotto, San Bruno, San Carlo, san Ferdinando, San Francesco, Santa Teresa e la Real Principe successivamente Robinson.
Regno d'Italia
« ...risollevare le sorti delle popolazioni del circondario »
 (Achille Fazzari)
Nel 1864 la commissione per le ferriere vende gli stabilimenti e i boschi della zona alla Società Generale del Credito Mobiliare e Banco Nazionale i boschi. In questo periodo dopo analisi positive sulla ricchezza dei giacimenti si decide comunque di abbandonare il centro per motivi politici: i briganti che avrebbero potuto impadronirsi di armi in un posto lontano e difficilmente controllabile dal governo centrale. Si ipotizza anche che si decise di dismettere la siderurgia calabrese in favore di quella centro settentrionale.
Nel 1868-1869 nasce la Società Operaia di Mutuo Soccorso per l'assistenza agli operai degli stabilimenti di Mongiana, dopo qualche anno venne sciolta per mancanza di iscrizioni.
Nel 1874 il governo italiano vende tutti gli stabilimenti siderurgici del polo e i boschi del circondario ad un'asta vinta dall'ex garibaldino e poi parlamentare del nuovo regno Achille Fazzari. Egli tentò di riattivare il centro chiuso all'inizio del Regno d'Italia per motivi politici. Nel 1875 l'ingegner Dainelli approva l'idea e nel 1881 riprendono i lavori nelle miniere borboniche Scolo, San Ferdinando e M. Cristina. Si aprono inoltre le nuove miniere Umberto I, Regina Margherita, Calcare, Garibaldi e altre ancora. Secondo l'ingegnere Marhun direttore degli stabilimenti di Krupp si sarebbe potuto estrarre 50 tonnellate di minerale l'anno dalle miniere di Pazzano. La percentuale di ferro presente nella limonite pazzanese era del 57,10% secondo De Bouquet, assaggiatore commerciale di Marsiglia, un laboratorio di Londra il 57,72%.
Fazzari alla fine abbandonò i beni di Mongiana anche per l'assenza di aiuti da parte del governo. Si dedicò tuttavia alla zona della Ferdinandea dove vi era la produzione di acqua minerale, una piccola centrale idroelettrica, e segherie. Per 40 anni la Ferdinandea diventa un importante centro economico calabrese. A Ferdinandea fu ospite anche Matilde Serao.
La ferrovia e le teleferica
Sempre nel 1875 realizza una ferrovia e una teleferica per il trasporto dei materiali da Ferdinandea al mare. La ferrovia, in due tratte, partiva dalla località Cerasella, passava per Ferdinandea e arrivava nella frazione di Caulonia a Ziia. La seconda si trovava a Bordingiano, frazione di Stilo, con un ponte in ferro si attraversava lo Stilaro e si arrivava a Monasterace Marina dove vi era un molo realizzato dal Fazzari. La prima tratta era di 20 km la seconda di 10 km. A collegare le due tratte si usavano dei carri e dalla località Baracche (in dialetto calabrese Chjani dei Baracchi) a Bivongi in Località Stazione vi era una teleferica lunga 7 km. Per il trasporto del materiale su strada ferrata si usavano 2 locomotive Decauville.


tratto da: https://www.facebook.com/calabria.meravigliosa




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