mercoledì 7 marzo 2012

Mario Gramsci UN GRANDE UOMO


di Gianfredo Ruggiero

Nel settantesimo della morte di Antonio Gramsci, vogliamo dedicare queste poche righe alla memoria di un uomo che seppe vivere e morire per le sue idee.
Non ci riferiamo ad Antonio, il pensatore e leader comunista, ma a suo fratello Mario dimenticato da tutti perché ebbe la sventura di vestire la camicia nera.
Più giovane di dodici anni, Mario Gramsci aderì al fascismo al ritorno dalla prima guerra mondiale che combatté con il grado di sottotenente. A nulla valsero i tentativi del fratello Antonio di convincerlo ad abbandonare la fede fascista per aderire a quella comunista, non ci riuscirono neppure le bastonate dei compagni che lo ridussero in fin di vita.
Fu il primo segretario federale di Varese, volontario per la guerra d’Abissinia e combattente nel ’41 in Africa settentrionale.
Dopo l’8 Settembre ’43, quando l’Italia si svegliò col fazzoletto rosso attorno al collo e la bandierina americana in mano, Mario Gramsci, invece di gettare la sua divisa come fecero molti suoi coetanei, continuò a combattere. Ma lo fece dalla parte sbagliata, dalla parte dei perdenti.
Aderì infatti alla Repubblica Sociale Italiana. Fatto prigioniero, fu torturato per fargli abiurare la sua fede fascista.
Poi fu deportato in uno campo di concentramento in Australia dove le durissime condizioni di detenzione riservate ai militari fascisti non renitenti, cominciarono a minare la sua salute.
Rientrò in Patria sul finire del ’45 e subito dopo morì in un ospedale di terz’ordine attorniato solo dall’affetto dei suoi cari.
Andò sicuramente meglio al celebre fratello Antonio che quando si ammalò in carcere, a causa di una malattia contratta da adolescente, fu scarcerato e, da uomo libero, poté curarsi a spese del Regime in una famosa clinica privata.
Non pretendiamo che Mario Gramsci sia ricordato alla stregua del fratello maggiore a cui, giustamente, sono dedicati libri e intitolate piazze - perché al di là del giudizio storico rimane un grande del novecento – ma un piccolo pensiero, crediamo, lo meriti anche lui.
Con Mario Gramsci vogliamo onorare tutti fratelli “minori”, come il fratello di Pier Paolo Pasolini ucciso dai partigiani comunisti. Dimenticati, questi fratelli d’Italia, perché caddero dalla parte sbagliata.

Gianfredo Ruggiero, Presidente del Circolo culturale Excalibur
16/07/2007

http://www.italiasociale.net/storia07/storia160707-1.html




“La verità è sempre rivoluzionaria”
Antonio Gramsci
L’Autostrada A8, meglio nota come “dei Laghi”, fu la prima autostrada al mondo costruita su un “tracciato non pre-esistente”, nonché la prima con pedaggio a pagamento. Venne inaugurata nel settembre del 1924 alla presenza del Re e della massime autorità. Collegava la città di Milano a quella di Varese, allora ridente luogo di villeggiatura della borghesia urbana grazie alla sua splendida posizione adagiata sul lago omonimo con vista sulle Alpi lombardo – piemontesi. Ancora oggi, quando si esce dall’autostrada per entrare in Città, si può godere del magnifico panorama che si apre alla vista.
Negli anni 20, si contava già un traffico quotidiano di circa mille auto che, si narra, venisse bloccato per permettere al Duce di sfrecciare spericolatamente su quel tracciato che corre dritto fino a Gallarate per poi svoltare bruscamente verso destra fino a Castronno dove si trova una “chicane” che indirizza a Varese. Chissà quanti automobilisti contemporanei sognano un privilegio del genere, soprattutto quando restano (frequentemente) bloccati in coda.
Mussolini amava Varese tanto che nel 1927 la fece diventare provincia anche se ciò avvenne solo grazie ad uno sgarro che egli subì durante una visita ufficiale nella città di Busto Arsizio, allora più popolosa ed economicamente sviluppata e quindi maggiormente deputata a diventare capoluogo rispetto all’attuale: i bustocchi, infatti, preferirono andare in massa a salutare il nuovo parroco piuttosto che il Duce d’Italia e da quell’episodio ne scaturì una reciproca antipatia mai risolta.
Il primo federale dell’organizzazione provinciale varesina fu Mario Gramsci, fratello minore di due anni del ben più noto Antonio, esponente della prima ora e di primo piano della gerarchia fascista, volontario in tre diverse guerre, del quale, però, non resta molta documentazione e sostanzialmente indiretta (vedi bibliografia a fondo pagina). Si può parlare di una vera “damnatio memoriae” come raramente sia mai capitato e del resto, con un minimo sforzo di sano realismo, non è difficile capirne il perché.
Nato nel 1893 a Sorgono, partì volontario per la prima guerra mondiale con il grado di sottotenente. Come molti reduci e arditi, al ritorno dalle trincee aderì ai fasci di combattimento, partecipando direttamente anche alla Marcia su Roma. Questa sua decisione causò gravi tormenti familiari e nel 1921 la lacerazione definitiva dei rapporti con il fratello Antonio, il quale cercò di dissuaderlo in tutti i modi, così come ci provarono i compagni del partito comunista, ma con metodi un po’ meno fraterni, senza riuscire ad incrinare di un millimetro le convinzioni fasciste di Mario, anche quando lo ridussero in fin di vita a suon di bastonate. Il legame tra i due rimase spezzato fino al 1927 quando, dal carcere, Antonio scrisse alla madre una lettera nella quale esprimeva il desiderio di ringraziare personalmente il fratello per l’interessamento che aveva avuto verso le sue condizioni di salute.
In realtà è probabile che Mario Gramsci si spinse oltre e con l’aiuto di Bombacci e altri socialisti che si schierarono al fianco di Mussolini, intervenne in prima persona per rendere più tollerabile la condanna a vent’anni di carcere emessa dai tribunali speciali fascisti nei confronti del fratello, che infatti fu trasformata in libertà condizionata, concedendo ad Antonio la possibilità di curare con l’aiuto dei migliori medici e strutture del tempo e fino al giorno della scomparsa, le conseguenze del morbo di Pott che lo tormentavano dall’infanzia. Proprio questa intercessione, però, causerà il fallimento dell’incontro, così che la riconciliazione non avvenne mai e i due si separarono per sempre senza che capitasse più alcuna occasione di potersi di rivedere.
Abbandonato l’incarico di Federale, Mario Gramsci aprì una ditta commerciale fino al 1935 quando partì volontario per la guerra in Abissinia. Indomito e avventuriero, all’età di quarantasette anni combatté anche sul fronte libico fino alla disfatta del 1943. Tornato in patria, Mario Gramsci scelse di rimanere fascista anche dopo il tracollo del regime, seguendo Mussolini nella Repubblica Sociale.
Se il fratello, «per una benevole ironia della storia si salvò da Stalin perché Mussolini l’ha messo dietro alle sbarre» (E. J. Hobsbawn), a Mario il fato riservò diversa e più triste sorte. Catturato dalle milizie inglesi al termine della Seconda guerra mondiale e deportato in un campo di concentramento in Australia, fu riconosciuto e per questo recluso nel reparto destinato agli irriducibili, dove fu duramente torturato, credendo che quel trattamento disumano riservatogli sarebbe stato sufficiente a fargli cambiare idea. Evidentemente gli inglesi non sapevano di avere a che fare con un duro e irremovibile fascista e per di più sardo e così nemmeno il particolare accanimento serbatogli riuscì a smuoverlo dalle proprie convinzioni.
Provato dalla dura prigionia, fu rimpatriato nel 1945 in Italia solo perché gravemente ammalatosi. Morì nel 1947, proprio in conseguenza delle botte e delle malattie contratte nel campo di concentramento australiano, dimenticato da tutti, con il solo conforto dei figli.
Di lui restano solo delle tracce negli scritti del fratello e in poche altre fonti che permettono di ricostruire sommariamente la sua vita. Perfino le date, spesso, non sono coerenti. Forse non fu un brillante intellettuale come il fratello, o forse sì, chi lo sa, dal momento che tutti i suoi scritti e tutte le sue lettere sono stati distrutti e non è quindi possibile avanzare neanche una semplice supposizione al riguardo.
Possiamo affermare solamente che Mario Gramsci fu uomo d’azione, integerrimo e coerente con le proprie idee fino in fondo che, nonostante per esse abbia dovuto patire dolorose e ripetute sofferenze fisiche, morali ed affettive che infine gli costarono la vita e ancora oggi l’oblio, mai abiurò, né rinnegò, pagandone le conseguenze sulla propria pelle con stoicismo classico. Con questa piccola scheda biografica, non vogliamo riaprire anacronistiche ferite, ma rendere omaggio ad un personaggio esemplare, epurato dalla Storiografia ufficiale per la scelta di vita che fece.
La vita e la morte dei fratelli Gramsci, sono storie per certi versi parallele e paradigmatiche di un’Italia strabica, incapace di uscire dalle meschinità di parte, dalle lotte fratricide e capace solo di piegare la verità storica agli interessi bottegai di partito.
Nel 1982, Beppe Niccolai scrisse che «verso Gramsci noi (fascisti, nda) dovevamo chiedere scusa alla storia». Oggi abbiamo la possibilità di porgere queste scuse ad entrambi i fratelli: sia nei confronti di Antonio, che Mussolini nel 1925 definì un “potente cervello”, sia nei confronti di Mario, che fu un solido esempio di fermezza e coerenza.
Alessandro Cappelletti
Fonti e Bibliografia:
  • Antonio Gramsci, Tatiana Schucht – “Lettere: 1926-1935”, Einaudi – 1997.
  • Giuseppe Niccolai – “Il Rosso e il Nero” – 1981 (Vol. 1) – 1982 (Vol. 2)
  • Marcello Veneziani – “I vinti: i perdenti della globalizzazione e loro elogio finale”, Mondadori – 2004.
  • Cesarina Gramsci, «Mio padre, il Gramsci nero», L’Espresso, (15/05/97), pag.84-85, intervista di Roberto Di Caro.
Una storia ignota a più….! Ma tant’è. Grazie a chi ci ha inviato questo contributo di eccellenza storica.

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