lunedì 11 ottobre 2010

Maria Sofia ultima regina del Regno di Napoli



Cara Maria Sofia

di Ruggero Guarini

Niente da fare: saranno interessanti e anche toccanti certe vispe patriote del nostro Risorgimento, però nessuna di esse, nemmeno quella sfacciatissima vamp della Virginia Oldoini, la famosa, conturbante ambasciatrice a Parigi della causa piemontese, manovrata dal suo scaltro cuginone, il conte di Cavour, insomma la contessa Castiglione, detta “una statua di carne” da una sua rivale francese, potrebbe mai battere, sulla triplice scena dello charme, dell’audacia e della gloria, quella straordinaria creatura che fu Maria Sofia di Baviera, la sorellina di Sissi, la sposa dell’ultimo sventuratissimo re delle Due Sicilie, famosa soprattutto per la sua eroica, leggendaria performance durante l’assedio di Gaeta, l’evento che esattamente un secolo e mezzo fa, fra il 7 settembre del 1861 e il 14 febbraio dell’anno successivo, segnò, con la tragica fine del regno borbonico, anche quella della breve avventura dell’ultima sua regina.

Di quel meraviglioso diavoletto sono da un pezzo un fan appassionato ma mai finora m’ero azzardato a esaltarlo paragonando il profumo sprigionato dalla sua incantevole figura all’odore assai meno eccitante, almeno per le mie romantiche narici, emanato dalle non molte vivaci signore e signorine del nostro profondo Sud che diedero una mano ai piemontesi. L’idea mi è venuta leggendo un libro quasi fresco di giornata che è anche uno dei pochi effetti simpatici e affettuosi dell’inarrestabile ondata di iniziative in corso per festeggiare il 150° compleanno dell’Italia Una. Il volume, concepito e scritto da tre studiose napoletane (Laura Guidi, Angela Russo e Marcella Varriale), tutte docenti di storia alla Federico II, edito dalla ClioPress e intitolato «Il Risorgimento invisibile: patriote del Mezzogiorno d’Italia», intendendo appunto onorare il ruolo svolto nel Quarantotto italiano e dintorni dalla cosiddetta “altra metà del cielo”, offre i profili di nove intrepide birichine visitate, ognuna a suo modo, dalla patriottica febbre di quegli anni.

Sono tutte, quelle magnifiche nove, per un motivo o per l’altro, ammirevoli e interessanti, e quella che più delle altre ha colpito i miei rozzi gusti romanzeschi è quella vispa suorina, Enrichetta Caracciolo di Forino, di cui, nel capitolo a lei dedicato nel libro citato, si narra che, monacata dai genitori contro la sua volontà, si rifece di quel sopruso mettendosi a fare la garibaldina in convento, e il giorno dell’arrivo a Napoli del biondo condottiero, durante il Te Deum che fu celebrato in suo onore nel Duomo della città, espresse la sua volontà di darsi tutta alla Patria strappandosi il velo dal capo e gettandolo sull’altare. Nemmeno lei, però, potrebbe riuscire a incantarmi come la asburgica Maria Sofia. Volete mettere, infatti, l’onesta e modesta attrattiva di quelle un po’ meste e crucciate figure di giovanette impegnate e di damone ambiziose che furono appunto le donne del nostro Risorgimento col fascino dell’alta, bella e spavalda fanciulla austriaca dai grandi occhi neri e dai folti capelli castani, strepitosamente elegante e sportiva, provetta nuotatrice e danzatrice, brava a colpire il bersaglio sia col fioretto che con la carabina, nonché usa a fumare in pubblico certi suoi sottili sigaretti, che non appena irruppe, diciottenne, sulla scena napoletana alla come sposa del ventenne duca di Calabria, quel gentile e timoroso “Franceschiello” che di lì a pochi mesi, morto suo padre, il calunniatissimo Re Bomba, sarebbe salito al trono del regno delle due Sicilie, divise subito il campo in due schieramenti opposti, quello, piuttosto esiguo, degli invidiosi e ipocriti suoi critici e quello dei suoi ardenti ammiratori?

La sua grazia e il suo coraggio ammaliarono persino il più autorevole apologista del nostro Risorgimento, ovviamente Benedetto Croce. Che però lei ammirava soprattutto, anzi forse soltanto, il leggendario, eroico show di Gaeta, mentre quel diavoletto ebbe modo più volte anche dopo di mostrare la sua nobilissima stoffa. L’immagine di lei che non cessò mai di destare la tenera cimmozione di Croce era insomma quella della gagliarda amazzone diciannovenne che nel febbraio del 1861, sugli spalti di quell’ultima ridotta della causa legittimista, assediata e bombardata dalle cannoniere piemontesi, volle partecipare personalmente a quell’estrema, vana resistenza, e incoraggiando i soldati e soccorrendo i feriti onorò fino in fondo il suo tragico destino di ultima regina della Napoli borbonica. Un po’ meno invece gli piaceva e interessava la Maria Sofia che sopravvisse per molti anni ancora a quei giorni di gloria e di sconfitta. Irrilevante gli sembrava infatti tutto ciò che fece in séguito, dalla caduta di Gaeta fino al giorno della sua morte (che la colse a Monaco, nel 1925, all’età di 84 anni). Questo si evince, almeno, dall’asciutto giudizio con cui si chiude un breve scritto che gli fu ispirato, nel 1933, da tre fotografie (da lui stesso ritrovate fra le carte di un amico defunto) di Francesco II e della sua giovane moglie.

«Ma di Maria Sofia» dicono le ultime righe di quel piccolo saggio, intitolato appunto “Tre fotografie degli ultimi reali borbonici” «quel solo che giova conoscere e ricordare è l’azione che spiegò nelle ultime vicende della dinastia borbonica di Napoli, quando era giovane, ardita e sportiva, come la mostra una delle nostre fotografie, e, con questo suo temperamento e queste sue attitudini, rappresentò brillantemente la sua parte in Gaeta assediata, e animò di poi alla riscossa quei fanatici del legittimismo, e quei dilettanti briganti che furono dalla corte in esilio inviati nell’Italia meridionale a unirsi con gli indigeni tradizionalisti ed oggettivi briganti». Questo era del resto suppergiù il giudizio di tutti i suoi maggiori ammiratori (fra i quali figurarono Alphonse Daudet, il creatore di Tartarin de Tarascone, che in un suo romanzo, “Les rois en exil”, la esaltò prestando i suoi tratti a un’immaginaria regina d’Illiria, e Gabriele D’Annunzio, che le rese l’omaggio verbale forse più appropriato e scintillante definendola “l’aquiletta bavara”.) Ma non era ovviamente il parere di quanti apprezzarono anche la tenacia con cui lei, negli anni dell’esilio, dapprima col marito e poi da sola, si votò al sogno di riconquistare il regno perduto tramando senza posa contro i regnanti dell’appena nata Italietta sabauda.

A fomentare quella tenacia dovette fra l’altro contribuire non poco l’immenso disprezzo che fu suscitato in lei dalle oltraggiose campagne diffamatorie orchestrate contro di lei, durante i suoi primi mesi d’esilio, quando col marito abitava a palazzo Farnese, ospite dello stato pontificio, dagli ambienti savoiardi, invidiosi dell’ammirazione e dell’affetto che in molte cerchie della società italiana ed europea si continuava a provare per lei. La più vergognosa delle quali fu una truffa ordita nel 1862 dal Comitato nazionale filosabaudo di Roma, che diffuse dei fotomontaggi nei quali Maria Sofia, col trucco della testa appiccicata al corpo di una puttana, appariva nuda in pose oscene, inviandone copie al Papa, al Re e alle Corti di Vienna e di Monaco. Gli autori materiali di quel falso – una coppia di fotografi, i coniugi Diotallevi, subito individuata dalla polizia pontificia – al processo che subito ne seguì dichiararono di essere stati indotti a quell’infamia dal «partito piemontese». E questa piccola lurida impresa, perfettamente conforme allo stile squisitamente diffamatorio dei noti intrighi e pettegolezzi sui supposti perversi costumi di Maria Antonietta con cui praticamente incominciò la rovina della monarchia francese, mentre da un lato conferma il non troppo vago sospetto che la passione rivoluzionaria sia da sempre essenzialmente invidiosa, livorosa e calunniatrice, dall’altro basta da sola a giustificare persino quello che potrebbe anche sembrare l’atto più scriteriato di Maria Sofia: il sostegno che si suppone che lei, esattamente quarant’anni dopo Gaeta, abbia dato in segreto all’impresa di Gaetano Bresci.

Sulle profonde ragioni del suo disprezzo per i Savoia molto è stato scritto e congetturato. L’argomento, a un altro suo grande ammiratore italiano, l’ormai quasi del tutto dimenticato Giovanni Papini, ispirò fra l’altro un lungo articolo in cui quello scrittore spesso a suo modo geniale ma di non sempre finissimi gusti, immaginò che Maria Sofia, a circa ottant’anni suonati, avendo accettato di riceverlo nel suo appartamento parigino, gli avesse spiegato che la vera causa della caduta del Regno di Napoli erano stati i quattrini con cui il cinico Cavour aveva convinto gli alti gradi dell’esercito borbonico a ritirarsi senza combattere lasciando la via aperta davanti a Garibaldi e a Cialdini. Forse Papini però non sapeva (sennò, in quello scritto, ne avrebbe parlato) che quell’aquiletta, spinta sempre dalla forza del suo asburgico disprezzo per la casata sabauda, era addirtura arrivata, nei suoi segreti traccheggi col movimento anarchico italiano, a sostenere il più clamoroso dei suoi attentati: per l’appunto il regicidio del 29 luglio 1900.

Proprio questo fra l‘altro è il non ultimo dei motivi per cui ancora oggi, fra i nostri attuali borbonici, c’è chi vorrebbe che a Bresci fosse eretto un monumento. Ovviamente nell’isolotto di Santo Stefano, presso le vestigia dell’antico carcere in cui morì. O in qualche piazzetta della vicina isoletta di Ventotene, dove potrebbe essere ammirato non soltanto dai suoi abitanti, ma anche dai molti villeggianti che vi si recano d’estate. Ma sull’argomento converrebbe consultare il personaggio che forse è il massimo esperto del ramo “memorie borboniche”. Mi riferisco, ovviamente, al capitano Alessandro Romano, che esprime da anni la sua toccante passione per la “vera” storia del Regno delle due Sicilie mediante una serie impressionante di iniziative mediatiche, libellistiche, editoriali, conviviali e celebrative. Il quale, discorrendo del sogno di onorare, un giorno, la memoria dell’uccisore di Umberto I con l’erezione di un monumento, ci ricorda che essa accompagnò fino al giorno della sua morte, avvenuta pochi anni fa, uno degli ultimi sindaci di Ventotene, Beniamino Verde. Lasciando poi intendere chiaramente che a tornare a ridestare questo antico sogno ha contribuito non poco il recente infortunio giudiziario in cui è incappato Vittorio Emanuele IV: «L’angioletto – sogghigna Romano – che l’Italia ha rischiato di doversi sciroppare come quinto re della schiatta sabauda».

Quanto alla simpatia che Romano e i suoi compagni di memorie e di lotta hanno sempre nutrito per Bresci esse risiedono nel fatto che gli anarchici italiani, con l'uccisione di Umberto I, vollero vendicare la famosa strage di popolo che due anni prima, per ordine del generale Bava Beccaris e con l’approvazione del cosiddetto “re buono”, aveva insanguinato le strade di Milano. «Un massacro – commenta Romano – che un Borbone non avrebbe mai autorizzato». Quindi ricorda che l'attentato fu organizzato nei minimi particolari dal famoso Enrico Malatesta. E aggiunge din essere certo che la cosa fu favorita da "alti prelati lealisti" per il tramite, appunto, di Maria Sofia. La quale allora viveva a Parigi, dove sebbene allora avesse quasi sessant’anni, col suo fascino, la sua eleganza e il suo supremo tatto morale, ebbe in quegli anni modo di incantare tutti coloro che la conobbero.

Ricorderò infine che tra i grandi innamorati della Maria Sofia che in tarda età, fin quasi sulla soglia degli ottant’anni, incantò i salotti parigini, figura anche Marcel Proust. Al quale, com’è noto, dell’ex sovrana di Napoli, che egli conobbe suppergiù all’epoca del caso Dreyfuss, e alla quale dedicò alcune pagine memorabili della Recherche, non sembrava ammirevole soltanto il coraggio fisico che essa aveva mostrato a Gaeta, ma anche quello, forse ancora più sorprendente, morale e sociale con cui in séguito ebbe a volte modo di stupire gli spiriti più fini del suo tempo. Vedi il sublime coup de théâtre con cui quella gagliarda vecchina, in una celebre scena della Prisonnière, sfida e castiga la viltà e volgarità dei persecutori del barone di Charlus coccolati dalla Verdurin.

In quel salotto, durante un ricevimento al quale è stata invitata anche l’ex-regina di Napoli, il barone di Charlus, discorrendo apertamente della diffusione dell’omoerotia, suscita lo sdegno ipocrita dei padroni di casa e di un loro giovane protetto, il violinista Morel. Quest’ultimo, gridando, lo accusa pubblicamente di voler pervertire anche lui, coi suoi equivoci discorsi, come ha già fatto con tanti altri giovani. Marcel pensa, e in fondo spera, che gli offensori di Charlus vengano subito polverizzati da uno dei suoi leggendari accessi di collera. Il barone resta invece a lungo muto, sbigottito, disarmato, balbettante, sopraffatto da un terrore panico. I Verdurin si appartano coi loro amici a discorrere dell’accaduto e delle misure da prendere per isolare lo scandaloso barone. Pensano di non essere ascoltati, ma la loro conversazione viene invece udita per caso proprio dall’ex regina di Napoli, che restandone indignata decide all’istante di soccorrere Charlus con un gesto di ostentata solidarietà. Saluta quindi tutti e si congeda, ma solo per riapparire qualche minuto dopo. Dalla soglia del salotto si rivolge dunque ad alta voce a Charlus per manifestargli il desiderio di riaccompagnarlo a casa con la sua carrozza. “Avete l’aria – gli dice – di star poco bene, Appoggiatevi al mio braccio. Potete star sicuro che vi sosterrà sempre. E’ abbastanza saldo”. E guardando dritto negli occhi madame Verdurin e Morel, spavaldamente aggiunge: “Esso saprà farvi schermo. Voi sapete che un giorno a Gaeta ha già tenuto a bada la canaglia”. «E così – conclude Proust - tirandosi dietro al suo braccio il barone, la gloriosa sorella dell’imperatrice Elisabetta uscì di casa Verdurin».

Conosceva Croce questa pagina di Proust? Da quel suo saggetto del ’33 (in cui egli cita, fra i libri che parlarono di Maria Sofia, anche La prisonnière) risulterebbe che la conosceva. Ma probabilmente non gli piacque molto, come invece era piaciuto a Proust, che quell’adorabile vecchia regina spodestata, tanti anni dopo Gaeta, chiamasse ancora “canaglia” l’eserc ito piemontese. L’episodio mi è comunque tornato in mente proprio rileggendo il citato scritto di Croce. Che Giuseppe Galasso ha inserito, con altri tredici saggi di argomento napoletano, in un delizioso librettino accolto pochi anni fa nell’ormai folto gruppo di opere crociane da lui curate per la Adelphi. È intitolato, come il principale dei testi raccoltivi, “Un paradiso abitato da diavoli”, e contiene alcune delle pagine più commoventi fra le tante che nacquero dalla profonda passione di Croce per Napoli e le sue memorie. Vedi soprattutto quelle, affettuosissime, su quei “lazzaroni” che il suo patriottismo antiborbonico – se egli fosse stato soltanto il non sempre eccelso storico e filosofo che fu, e non anche uno scrittore spesso delicato e commosso, non privo di quel preziosissimo dono che è il “sentimento creaturale della vita” – avrebbe anche potuto istigarlo a detestare.

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