giovedì 21 ottobre 2010

Gli Svizzeri a Napoli: storia di una presenza di oltre due secoli



Napoli: l’Eden del Sud
di Tindaro Gatani*
*studioso dei rapporti italo-svizzeri
Gli Svizzeri a Napoli: storia di una presenza di oltre due secoli

Negli ultimi decenni del XVIII secolo, furono per primi i mercenari svizzeri, di ritorno dal servizio sotto i Borboni, a far conoscere ai loro compatrioti le bellezze naturali dell’Italia meridionale e della Sicilia. Nei loro diari, nelle loro lettere, spesso anche nei loro disegni e nei loro dipinti, vengono fuori scene pittoresche, quadri di campagne ubertose, visioni di spiagge romantiche, panorami ridenti, ma anche la povertà della popolazione, l’arretratezza delle vie di comunicazione, la mancanza di organizzazioni commerciali e di industrie.
A capo delle truppe mercenarie c’erano personaggi della borghesia che, oltre alla pratica delle armi, conoscevano anche quella del commercio.
Si trattava spesso di gente che aveva frequentato le migliori scuole del paese. Alcuni di loro, una volta terminato il servizio, decidevano di stabilirsi per sempre a Napoli o in altre città del regno, per godersi la pensione o dedicarsi a qualche commercio con la madrepatria.
I mercenari furono seguiti da schiere di viaggiatori, artisti, intellettuali, negozianti, banchieri.
Il Regno delle due Sicilie, divenuto nella fantasia popolare l’eden del Sud, attirò dunque anche alcuni emigrati elvetici in cerca di fortuna.
Non furono casi isolati, ma un rivolo continuo, che portò operai ed artigiani, ma anche imprenditori - soprattutto dai Cantoni di lingua tedesca - a stabilirsi nel regno dei Borboni. Ci fu anche la partenza di gruppi organizzati come quello che, in pieno inverno 1812-1813, portò un centinaio di lavoratori a seguire l’imprenditore Giovan Giacomo Egg di Ellikon (Zurigo) che, per primo, aveva creato un impianto completo di filatura e di tessitura a Piedimonte d’Alife, in Provincia di Caserta .
Anche questo non fu un caso isolato. Gli sconvolgimenti che, a partire dal luglio 1789, sovvertirono la Francia, ebbero importanti conseguenze anche in Svizzera. Il Paese, diventato rifugio ideale per tanti nemici della Rivoluzione, era in fermento. Era già in atto quello scontro tra i fautori e i detrattori delle nuove idee, che sfocerà in tante rivolte locali e
quindi nell’invasione francese del 1798, seguita poi dall’intervento armato di austriaci e russi.
Tra il 1799 e il 1802 la Svizzera fu in pratica in balia dell’anarchia, fino all’arrivo di Napoleone. La Svizzera, passata da XIII a XIX Cantoni, fu in pratica posta sotto il giogo francese con l’obbligo di fornire, tra l’altro, quattro contingenti militari, per un totale di 16.000 uomini.
Napoleone, come Mediatore della Confederazione elvetica, si era riservato il diritto di intervenire anche negli affari interni della Confederazione in ogni momento. E non tralasciò, in più occasioni, di minacciarne l’annessione alla Francia come, del resto, fece con il Vallese.
Gli eventi politici ebbero gravi ripercussioni anche sull’economia della Confederazione, soprattutto sulle regioni industriali. Napoleone aveva intrapreso, infatti, anche un’ostinata guerra alle esportazioni inglesi verso l’Europa .
Agli inizi “la crescita dell’industria tessile - come sottolinea Georg Kreis, in Cento anni della nostra storia. La Svizzera nell’Ottocento era stata favorita dal blocco continentale napoleonico, che aveva provvisoriamente eliminato la concorrenza britannica. All’epoca si trattava tuttavia ancora di un artigianato domestico; filatura e tessitura erano eseguite a mano”. La Svizzera “tenuto conto della sua popolazione, era uno dei paesi più industrializzati del mondo”.
Comprensibile quindi la pretesa avanzata da Napoleone, sin dal 1798, di incorporarla nel campo doganale francese, con lo scopo di controllarne l’economia. Una pretesa imposta con maggior forza nel 1803, dopo la rottura della pace di Amiens, e quindi col decreto di Berlino del 21 novembre 1806. Con quei provvedimenti, da una parte, veniva proibita l’ importazione nella Confederazione di prodotti inglesi e quindi del cotone tanto necessario alle industrie tessili e, dall’altra, si applicavano tariffe proibitive ai prodotti dell’industria svizzera esportati in Francia.
La situazione divenne particolarmente critica per le industrie tessili, soprattutto quando il blocco continentale venne applicato con la massima severità.
Scrive a tal proposito William Martin, in Storia della Svizzera: “La restrizione del blocco continentale, col decreto del Trianon del 5 agosto 1810, che estendeva i divieti a una nuova serie di merci, ebbe per la Svizzera conseguenze ancora più gravi, e non soltanto economiche ma anche politiche.
La Svizzera non poteva ricevere alcuna merce inglese che non avesse precedentemente attraversato di contrabbando il territorio della Francia o dei suoi alleati; tuttavia, in virtù di una contraddizione spiegabile soltanto col diritto del più forte, Napoleone non si stancò di accusare la Svizzera di essere il centro del commercio britannico sul continente... Fu il pretesto che Napoleone scelse per strappare alla Confederazione, nel 1810, nuovi territori”.
E con il Martin concorda anche Charles Gilliard, che scrive: «Se le regioni agricole beneficiarono largamente dei dieci anni di pace di cui la Svizzera fu sola a godere in Europa, la stessa cosa non avvenne per le regioni industriali.
La lavorazione delle cotonate faceva vivere una gran parte della Svizzera orientale.
Il blocco ostacolò l’approvvigionamento di materie prime creando grave disoccupazione nel settore ” .
Silvio de Majo, in L’industria protetta, Lanifici e cotonifici in Campania nell’Ottocento sottolinea il fatto che “in particolare il blocco continentale, come tutta la politica economica dell’imperatore, non tendeva a favorire lo sviluppo dei paesi sottomessi, ma piuttosto a sfruttarne le risorse ed a condizionarne lo sviluppo”.
Quelli tra il 1798 e il 1816 furono dunque per la Svizzera anni tremendi per le condizioni precarie della popolazione costretta a far fronte alle ricorrenti carestie, agli eventi bellici che interessavano i paesi limitrofi, a diverse catastrofi naturali accompagnate da inondazioni ed epidemie. Ma, nello stesso tempo, furono anni stimolanti per lo sviluppo della meccanizzazione, per la diversificazione industriale, per il miglioramento delle tecniche agricole, per l’introduzione di una nuova redditizia industria, quella del turismo. Ed in quegli stessi anni si assiste alla ramificazione dell’investimento di capitali e all’impianto di industrie elvetiche all’estero .
A richiamare dunque Giovan Giacomo (Giangiacomo) Egg in Campania fu anche la mancanza di cotone in patria, isolata, come il resto dell’Europa, per effetto del blocco continentale.
L’unico posto del vasto impero francese dove il cotone attecchiva rigoglioso era sulle falde vesuviane, nel Regno di Napoli, allora retto dal cognato di Napoleone, quel Gioachino Murat che si adoperò non solo per contrastare gli effetti negativi del blocco continentale sull’esportazione dei prodotti agrari del suo Regno, ma si era spinto addirittura ad approvare una tariffa che prevedeva dazi per i prodotti importati dalla stessa Francia.- Dall’Europa assediata si cominciò a guardare con sempre accresciuto interesse alle piantagioni napoletane. Così, quando in Svizzera il cotone cominciò a scarseggiare e poi a mancare del tutto, fu più semplice per Giovan Giacomo Egg convincere alcuni operai a seguirlo nella nuova avventura.
Giovan Giacomo Egg, nel giro di qualche decennio, divenne il più grande industriale del Regno delle Due Sicilie. Le sue manifatture arrivarono ad occupare oltre 1300 operai, di cui più di trecento ragazze del Real Albergo dei Poveri.
I principali fattori che determinarono il successo dell’industria tessile degli Svizzeri in Campania furono :
- l’incondizionato appoggio del governo borbonico;
- il sostegno del sistema bancario svizzero , che aiutava quelle imprese anche con l’emissione di azioni in patria;
- l’abbondanza di manodopera locale addestrata da parte di istruttori appositamente fatti venire dalla Svizzera;
- la forte richiesta del vasto mercato interno del Regno delle due Sicilie;
- la grande possibilità di esportazione verso i paesi del bacino del Mediterraneo.
Dopo le affermazioni delle manifatture Egg si spiegano così anche quelle dei cotonifici di Giovan Giacomo Meyer o meglio la Meyer & Zollinger a Scafati, fondati nel 1825, che arrivarono ad occupare quasi 1200 operai; della Filanda Vonwiller a Salerno sorta nel1831; della manifattura Schlaepfer, della Wenner &Co. a Fratte e ad Angri (1835); della Filanda Escher-Züblin, poi Fumagalli-Escher & C., pure a Salerno (1837), e di tante altre imprese minori.
L’impegno degli industriali tessili svizzeri in Campania continuerà anche con la loro seconda generazione, della quale faceva parte Giacomo Filippo Buchy, nato il 18 novembre1836 a Piedimonte d’Alife dove il padre, in rapporti di affari con la manifattura Egg, si era stabilito con tutta la famiglia tra la fine degli anni venti e gli inizi di quelli trenta.
Giacomo Filippo Buchy fu per qualche tempo in Irlanda interessandosi di filatura meccanica. Poi fece ritorno nell’Italia meridionale stabilendosi a Sarno dove, nel 1873, insieme all’irlandese Strangman, rilevò la piccola fabbrica di organdis fondata dallo svizzero Rodolfo Glarn e r.
Lo stabilimento Buchy-Strangman divenne in poco tempo una rinomata fabbrica non solo di filati di cotone e di lino, ma anche di spago per calzolai, producendo addirittura i tre marchi ‘Cavallo’, ‘Stella’ e ‘Mano’, che conquistarono i mercati internazionali. I prodotti Buchy erano esportati in Canada, in Australia e in molti paesi orientali.
La sua manifattura arrivò ad occupare fino a 1.500 operai e Giacomo Filippo, dopo essere stato insignito della commenda del Regno d’Italia, fu anche sindaco di Sarno dal 1895 al 1897, avviando a soluzione i problemi dell’acqua potabile, della viabilità e dell’illuminazione elettrica e lasciando poi alla città il palazzo Buchy, principesca dimora della famiglia e raffinata testimonianza della cultura industriale del tempo, opera dell’architetto Antonio Curri.
Le fabbriche elvetiche rappresentano quindi il primo serio tentativo di industrializzazione
del Meridione d’Italia. Al seguito dei mercenari, i cui comandanti appartenevano alle più
ragguardevoli famiglie della Confederazione, arrivarono dunque nel Regno delle due Sicilie prima banchieri e negozianti e poi anche gli industriali: tutti interessati all’investimento dei loro capitali. In quei momenti di forte crisi economica e politica, gli Svizzeri preferivano infatti investire i loro ingenti capitali nel commercio e nei prestiti ai paesi stranieri. Il Regno delle Due Sicilie, per i suoi vasti investimenti in titoli di Stato, rappresentava per loro un vero e proprio ‘paradiso’. Negozianti e banchieri elvetici controllavano, sin dagli ultimi decenni del XVIII secolo, quasi tutti i settori commerciali e finanziari del Regno.
Il primo grande banchiere svizzero a stabilirsi a Napoli era stato, nel 1762, Federico Roberto Meuricoff re, originario di Frauenfeld, che aveva fondato una grande casa di commercio e l’omonima banca. Negozianti e finanzieri elvetici erano anche interessati ad importare nel Regno i prodotti svizzeri e per questo guardavano con sospetto le iniziative degli industriali tessili loro compatrioti, che producevano in loco gli stessi articoli importati dalla Confederazione. Ecco perché commercianti e banchieri svizzeri furono tra coloro che protestarono contro l’introduzione delle tariffe protezionistiche varate con reiterati decreti dalla corte borbonica. Tra questi decreti ricordiamo quelli del 15 dicembre 1823 e del 20 novembre 1824.
“Molti Svizzeri nel XVIII secolo”, come nota Lorenzo Zichichi ne Il colonialismo felpato, “erano scesi al Sud, per prestare servizio presso un re che governava in una terra baciata dal Sole, nel centro del Mediterraneo. Paese indipendente, né colonizzato, né colonizzatore, che offriva il vantaggio di avere un suo sovrano, ma anche di essere privo di una forza tale da poter e voler praticare una politica espansionistica ed egemonica...
Altri Svizzeri scesero in quegli stati dove le possibilità di fare fortuna aumentavano: altri mercenari, mercanti, negozianti, banchieri, tessitori, avventurieri, usurai, funzionari, impiegati, domestici si aggiunsero a quelli che vi erano già. La colonia elvetica in quel paese divenne la più numerosa. E la più gradita”.
L’immigrazione elvetica a Napoli era gradita non solo per l’intraprendenza degli operatori economici, ma soprattutto perché proveniva da un paese neutrale, che non aveva mire espansionistiche o contenziosi dinastici e territoriali da rivendicare nel regno borbonico.
“Gli Svizzeri”, come sottolinea ancora Zichichi, “non appartenevano a potenze che volevano porre un giogo politico su quegli stati, né erano catalogabili”. Essi, infatti, “ non erano come i Francesi, dei rivoluzionari; non erano come gli Austriaci, dei reazionari.
Qualsiasi scossone politico non li poteva distogliere dalla loro febbrile attività”. Non per questo, il ruolo politico ed economico delle folte schiere elvetiche era minore di quello esercitato da Inglesi, Francesi o Austriaci. Anzi, sul piano militare e su quello economico, l’azione svolta dagli Svizzeri fu superiore a quella delle potenze europee, che si contesero la supremazia su quei territori tanto importanti per posizione strategica e per ricchezza del suolo. Nelle forze armate borboniche servivano, anche negli alti gradi, soldati elvetici, e banchieri e industriali elvetici operavano in molti settori in condizioni di monopolio.
Solo l’Inghilterra, che tuttavia dovette impegnare le sue forze per salvare la Sicilia dall’invasione francese, riuscirà a fare concorrenza e a tenere testa alla frenetica attività commerciale degli Svizzeri. Agli operai, ai soldati, ai commercianti e agli imprenditori elvetici dei diversi Cantoni era riuscito di compiere in modo duraturo e pacifico quella capillare ‘invasione’ alla quale le grandi potenze, nonostante i loro interventi militari e le loro sottili trame diplomatiche, avevano dovuto rinunciare. Un successo, quello degli Svizzeri, che acquista maggior valenza se si pensa che provenivano da una Confederazione che, mancando allora di una forte coesione federale e di un forte potere centrale, non poteva garantire ai suoi cittadini all’estero un sicuro appoggio. Anzi, fu proprio la mancanza di un forte appoggio da parte della madrepatria a facilitare l’attività degli Svizzeri, senza sollevare dubbi e gelosie presso una corte e un sovrano tanto guardinghi e sospettosi di ogni intervento e influsso esterni.
Di fronte a un fenomeno di tale portata, Lorenzo Zichichi, tra l’altro, si chiede: “ Invaso da soldati, operai, mercanti, imprenditori svizzeri, quel paese venne colonizzato?”. Per constatare subito dopo: “Non fu la Svizzera a colonizzare quel regno, ma forse furono gli Svizzeri. Quegli Svizzeri che, raggiunto il potere militare, economico e sociale videro nelle due Sicilie il loro eden. Se lo colonizzarono, ciò avvenne nell’unica maniera per loro possibile: con l’accordo del suo re, con l’appoggio dei suoi ministri, in modo discreto, silenzioso, come un passo felpato”.
Quando i primi banchieri e negozianti svizzeri giunsero a Napoli, nella capitale del Regno borbonico era tutto un intenso fervore di studi economici. Basta ricordare quanto
segue:
- Il trattato Della Moneta di Ferdinando Galiani ( 1728-1787), tradotto e conosciuto in molti Paesi europei ;
- le Riflessioni sulla pubblica felicità ( 1787), i Pensieri economici (1789) e Della ricchezza nazionale di Giuseppe Palmieri (1721-1794);
- il Saggio sull’economia campestre per la Calabria Ultra (1770) e il Piano di riforma per la pubblica economia del Regno di Napoli di Domenico Grimaldi (1735-1805), che introdusse per primo la coltura delle patate in Calabria.
Quasi tutti gli Svizzeri di Napoli -militari, c ommercianti, banchieri, industriali-, per non perdere i privilegi acquisiti, si trovarono saldamente legati alla sorte della corte borbonica.
Così, nei rivolgimenti risorgimentali, mentre altrove -a Milano, a Bergamo, a Brescia, a Venezia, a Roma- ci saranno numerosi Svizzeri che combatteranno per la libertà e l’unità d’Italia, gli Svizzeri del Regno delle due Sicilie resteranno, invece, fedeli servitori della causa borbonica. Nel 1848 gli imprenditori e i banchieri svizzeri di Napoli appoggiarono infatti, senza riserva, il ‘loro’ re, permettendo a Ferdinando II di restare saldo sul suo trono. La repressione attuata dalle truppe svizzere a Napoli il 15 maggio del 1848 provocherà una forte protesta anche in patria e sarà una delle cause determinanti che porteranno, di lì a qualche anno, all’abolizione del Söldnertum, ciò del servizio mercenario all’estero . La battaglia per sedare quella rivolta durò più di sette ore. Tante ce ne vollero ai dodicimila soldati, in maggioranza svizzeri, per abbattere con la loro artiglieria le ottanta barricate e ridurre all’impotenza un migliaio di insorti male armati. Alla fine si contaron o circa cento morti e cinquecento feriti tra i civili e quarantasei morti e ducento feriti tra i militari.
La stessa ‘Berner Zeitung’, in data 26 maggio, formulava un severo giudizio sul comportamento degli Svizzeri: “Ha avuto luogo qui - scriveva il giornale in una sua corrispondenza da Napoli - un terribile eccidio. L’assolutismo si erge trionfante sopra i cadaveri del popolo.
Il re si è rifiutato di giurare la Costituzione del 3 aprile, ordinando alle truppe svizzere e alla sua guardia di ristabilire la calma tra la popolazione... La guardia nazionale si radunò, vennero innalzate barricate e per alcune ore si tirò a mitraglia e con artiglieria pesante. Il re riuscì a fanatizzare i lazzaroni, ossia la feccia della plebe napoletana, contro i borghesi, e quelli allora diedero manforte agli Svizzeri ed alle guardie reali nel far strage e saccheggiare. Per due ore la città fu abbandonata al saccheggio.
Pare che il medio ceto napoletano sia decimato; orribili atti di strage e di rapina sono stati eseguiti per ordine del re sanguinario...”. Lo stesso foglio pubblicava quindi, a parte, il rapporto ufficiale del comando delle truppe mercenarie, firmato da F. von Muralt, per il quale “il 15 maggio 1848 è stato per i reggimenti svizzeri, e specialmente per quello di Berna , giorno di gloria, in cui gli Svizzeri hanno dimostrato di non essere indegni dei propri padri”.
Tra i primi a chiedere il ritiro delle truppe mercenarie da Napoli, con una petizione alla loro Assemblea Nazionale, ci furono gli Svizzeri residenti a Bergamo. Un’altra petizione venne pubblicata, il 17 giugno 1848, dalla ‘Neue Zürcher Zeitung’, nella quale veniva proclamato “il sacrosanto principio che ogni nazione è sovrana nei propri confini ed ha
il diritto di decidere da sé dei propri destini”, ricordando che “già da molti anni, il nucleo più schietto, più intelligente, più onesto e più degno di libertà della Confederazione Elvetica leva la voce contro l’infame traffico di cui taluni principi assolutisti fanno oggetto gli Svizzeri per formare quei corpi di guardia che, al pari dei pretoriani a Roma, diventano sbirri dei tiranni e calpestatori della libertà”. Il battagliero ‘Repubblicano della Svizzera Italiana’ non si limitava a prendere posizione contro il Söldnertum, ma lanciava un monito a quanti, come Mazzini, facendo di ogni erba un fascio, accusavano un’intera nazione per colpa di pochi, proprio mentre tanti Svizzeri erano impegnati a lottare a combattere per l’indipendenza d’Italia. “ La rivoluzione italiana -scriveva il giornale ticinese - è stata salutata con entusiasmo in Svizzera. Era la gioia di una sorella che vede l’altra sorella sciogliere i ceppi, impugnare la spada vendicatrice e perseguire l’oppressore. Da ogni parte accorsero in aiuto uomini pronti a combattere... Svizzeri d’ogni regione hanno combattuto e sparso il proprio sangue sulle bar icate di Milano [Cinque giornate]. Noi non ce ne gloriamo, perché abbiamo compiuto un sacro dovere da nazione a nazione... Non appena ricevemmo notizia degli avvenimenti di Napoli, fummo presi dallo sdegno, e rossore di vergogna ci salì al volto. Abbiamo protestato, abbiamo imprecato contro quei degeneri figli della patria svizzera... Nei 22 Cantoni si levò un grido solo: il servizio militare in terra straniera è un’infamia!... In Italia hanno avuto luogo dimostrazioni di odio e di vendetta non solo contro questi degeneri figli della Svizzera, bensì contro tutta quanta la nazione. Noi ci appelliamo alle nazioni, agli Italiani medesimi.
Se a Napoli soldati svizzeri combattono per il re altri soldati svizzeri combattono a Vicenza per la libertà, altri ancora hanno combattuto a Milano, nel Tirolo innanzi Peschiera per il nome d’Italia e l’indipendenza italiana. Nell’anno 1848, la Svizzera rinnovata [nuova Costituzione federale] revocherà, potendolo, le capitolazioni sottoscritte dalla vecchia Svizzera; però, l’atto di pochi mercenari e le conseguenze di trattati che nella stessa Svizzera sono disprezzati più che altrove, non debbono essere imputati in colpa all’intera nazione”.
La posizione degli Svizzeri rimasti fedeli alla causa borbonica riassunta dal mercenario bernese Johann zum Stein, in Neapel – Sizilien 1846/1850 Erlebnisse eines bernischen Reisläufers, pubblicato postumo nel 1907: “I capi di questo partito cosiddetto liberale, che con gran chiasso si erano fatti largo, non intendevano per niente promuovere il bene del popolo; l’unico loro scopo era quello di impossessarsi del governo per potere poi sbafare loro alle greppie delle entrate statali... Questi cosiddetti campioni della libertà del popolo sapevano però che le truppe di stanza erano fedelmente devote al re; perché proprio nessun reggimento si lasciava indurre fare causa comune con questa banda di avventurieri... Essi esigevano perciò l’istituzione di una guardia nazionale per poterla opporre a tempo opportuno all’armata devota al re, ed il sovrano e i suoi ministri furono tanto imprudenti da darne l’autorizzazione... Se il re si fosse lasciato influenzare meno dall’alto clero e dai nobili al governo e si fosse mostrato più autonomo, e se avesse scelto come consiglieri degli uomini con le idee più popolari, gli avvenimenti si sarebbero potuti risolvere a favore della monarchia, pacificamente...”.
Lo zum Stein non tralascia tuttavia mai di parlare degli sbagli dei suoi comandanti, dei commissari elvetici, dello stesso presidente della Confederazione, dei ministri borbonici, ma difende sempre a spada tratta il re al quale aveva prestato giuramento.
Ed al ‘suo’ re, egli dedica una delle pagine più belle del suo diario, tra l’altro, scrivendo: “Re Ferdinando, bestemmiato e aspramente calunniato col nome di ‘Re Bomba’ dai radicali di ogni paese, dai francesi, dagli inglesi e soprattutto dagli svizzeri, era invece benvoluto da tutta l’armata... In ogni concentrazione di truppe più importante, dove egli stesso teneva il comando supremo, c’era ordine; non una vana confusione, quale regnava spesso quando un qualsiasi generale teneva il comando. Talvolta capitava che il re ordinasse un alt alle truppe in marcia per farle riposare in aperta campagna allora, sceso dal suo cavallo, si faceva dare da un soldato qualsiasi uno zaino er sedersi sopra e riposare anche lui. Al colonnello de Steiger, che fu educato assieme al re nell’istituto del kenberg a Hofwil [presso Berna]”, e che a Napoli faceva parte del suo stato maggiore Ferdinando II dava del ‘tu’, “secondo la loro abitudine degli anni giovanili trascorsi a Berna” Grazie a quel suo soggiorno ad Hofwil “il re parlava uno schietto bernese e pù di una volta, durante le manovre , gli sentimmo dire al de Steiger sul Campo Marzio: «Steiger, gang lueg amal, was doertunde by dee Batterie nid in Ornig isch» («Steiger, va’ a vedere un po’ cosa non va laggiù presso le batterie»)”.
Oltre ai banchieri, ai mercenari e agli industriali tessili, dalla Svizzera arrivarono a Napoli studiosi di ogni ramo delle scienze dei quali ci limitiamo a ricordare il grigionese Carlo Ulisse von Salis-Marschlins e il ginevrino Marc Monnier.
Carlo Ulisse von Salis-Marchlins (1760- 1818), che nel 1788, partendo da Napoli fece un lungo giro del regno, ci ha lasciato, nei suoi Beiträge, usciti nel 1790 a Zurigo, la più completa descrizione scientifica sui tremendi terremoti che avevano colpito la Calabria e la Sicilia qualche anno prima e le iniziative per l’immediata ricostruzione delle città distrutte, che oggi sono veramente quasi tutte rifatte nuovamente, ordinate e comode (“... welche heut zu Tage wirklich fast alle wieder neu, regelmässig und bequem hergestellt sind”) .
Si mostra meravigliato soprattutto per la celerità dei soccorsi, per come “nel più breve tempo possibile furono costruite baracche di legno per dare un tetto a così tanta gente” e per come “quasi in ogni località fu improvvisato un ospedale pr gli ammalati ed i feriti”.
Apprende dalla viva voce della gente che si provvide subito a riparare i mulini per procedere alla macinatura dei grani, e che, mentre i medici arrivati da Napoli portavano soccorso aisuperstiti, gli ingegneri provvedevano a far aprire le strade, a riparare i ponti, a dirigere l’opera di ricostruzione. Quella che doveva essere una missione temporanea si trasformò ben presto, a causa del continuo ripetersi degli eventi, in impegno duraturo nel tempo.
Profondo naturalista e osservatore sagace, Carlo Ulisse von Salis-Marschlins trovò nel suolo, negli usi, nei costumi, nei metodi agricoli dell’Italia meridionale e della Sicilia molti argomenti di indagini e di ricerche scientifiche, osservando con interesse e riferendo con un linguaggio semplice e con obiettività, imponendosi di dire “solo quello che risponde assolutamente a verità” e naturalmente dopo “ aver osservate bene” quelle cose delle quali poi vuole informare i suoi lettori.
Ed egli fu tra i primi a denunciare la dura condizione dei contadini meridionali sottoposti allo sfruttamento e alla ‘crudeltà’ (Grausamkeit, nel testo) dei possidenti terrieri. “ In breve - nota - il rapporto del padrone verso il contadino, invece di essere, come in altri tempi, quello di un padre dal quale egli veniva onorato e temuto, è quello di un tiranno, poiché egli non è più amato per il semplice fatto che cerca con ogni mezzo di ottenere dal lavoratore quanto sia più possibile”.
Marc Monnier (1829-1885) fu, invece, il primo ad affrontare con metodo scientifico lo studio dell’organizzazione criminale napoletana.
A lui va dunque soprattutto il merito di aver intuito l’influenza negativa che quel tipo di criminalità organizzata avrebbe esercitato non solo sullo sviluppo sociale ed economico del territorio, ma anche sul carattere generale delle popolazioni interessate a quel fenomeno. In La Camorra - Mystères de Naples -, Parigi, 1863, uscito nello stesso anno in italiano a Firenze con il sottotitolo di ‘Notizie storiche e documentate’, egli descrive con dovizia di particolari i caratteri salienti di questa diffusa associazione malavitosa, testimoniando la sua capillare onnipresenza in tutte le attività economiche, anche le più piccole.
Già nelle prime righe della prefazione, il Monnier dà l’esatta definizione del fenomeno, scrivendo: “La camorra, che si potrebbe defiire in due parole l’estorsione organizzata, è una specie di frammassoneria popolare costituita nell’interesse del male”; correva, come detto, l’anno 1863.

Letture consigliate
• K. Ehrensberger, Die schweizerischer Baumwollindustrie in Süditalien, Zurigo, 1924;
• Georges Bonnant, Svizzeri in Italia 1848-1972, Milano,1972;
• Charles Gilliard, Storia della Svizzera, Bellinzona,1975;
• Georg Kreis, Cento anni della nostra storia. La Svizzera nell’Ottocento, Locarno, 1986;
• Silvio de Majo, L'industria protetta, Lanifici e cotonifici in Campania nell'Ottocento, Napoli, 1989;
• Lorenzo Zichichi, Il colonialismo felpato, Palermo,1988;
• Gualtiero Büchi, Dalla Turgovia all'Italia Cotonieri svizzeri in Piemonte e nel Regno delle Due Sicilie nel
secolo XIX, 1991;
• Angelo Pesce, G. Wenner, Meyer, Freitag, Wenner, L'Industria tessile di Scafati e l'origine delle Manifattu -
re Cotoniere Meridionali, Scafati, 1992;
• Tindaro Gatani, Gli svizzeri a Napoli, Zurigo, 1996;
• Elio Varriale, Svizzeri nella storia di Napoli, Napoli, 1998;
• Elio Varriale, Balli, tamburi e lacrime, Le Maree, 2005;
• Glauco Angeletti, I reggimenti svizzeri a Napoli, L u g ano, 1990;
• Daniela Luigia Cagliotti, Elites in movimento: l’emigrazione svizzera tedesca a Napoli nell’800, Roma, 2006.

http://www.ticinomanagement.ch/Docs/introduzione_as_0606.pdf



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