sabato 18 settembre 2010

Il ruolo dei tedeschi nella cattura del Duce


di Maurizio Barozzi

17.09.2010 - Nell'ultimo itinerario tragico che vide Mussolini lasciare Milano, la sera del 25 aprile 1945 e recarsi a Como quale “precampo” per raggiungere la Valtellina, attendendo le residue forze fasciste in armi che Pavolini stava radunando a Milano e quindi nel suo isolamento, privo di scorta militare, nel paesino lacustre di Menaggio a circa 30 km. da Como, isolamento creato dal fatto che i fascisti rimasero scelleratamente impantanati in Como, risaltano alcuni inequivocabili punti fermi nella strategia finale del Duce, facilmente riscontrabili e documentabili:

1. egli rifiuta di arroccarsi dentro Milano, come gli consigliano vari gerarchi fascisti e personalità della Rsi, Valerio Borghese in testa, per attendere gli Alleati e quindi consegnarsi salvando la vita e magari, qualcuno spera, anche personali posizioni in virtù di un riciclarsi come anticomunisti e antisovietici. Ma il Duce non ha alcuna intenzione di esporre le grandi città ad un ultima “battaglia” come aveva detto precedentemente ad Antonio Bonino, uno dei vice segretari del PFR:

<< Sansone poteva legare i filestei alla sua sorte, non io. Milano non è il tempio di Baal, ne i milanesi sono i filestei. anche se sono pronti, come voi avete scritto, a ricevere gli americani con acclamazioni e fiori... Per quanto interessa noi occorre stabilire una pregiudiziale: seguirò la sorte dei miei uomini. Sono perciò condannati a fallire i tentativi da voi fatti in senso diverso. La vita non mi interessa, nè muoverò un solo dito per salvarmi. Non intendo finire trincerato in una grande tomba anche se questa può avere il magico nome di Milano>> (A. Bonino : “ Mussolini mi ha detto” Riedizione Ed. Settimo Sigillo 1995);

2. non ha alcuna intenzione di consegnarsi al “nemico”, così come non l'aveva il pomeriggio del 25 aprile nel famoso incontro all'Arcivescovado. Ripete questo suo intento in ogni occasione e del resto i suoi spostamenti, da Milano in avanti, indicano chiaramente che Mussolini si sta progressivamente allontanando dalle zone dove stanno per arrivare gli Alleati;

3. non vuole lasciare il suolo italiano, come da tempo, ma soprattutto in quelle ultime drammatiche ore, gli stanno consigliando molti di coloro che gli sono vicini.

Questi intenti quindi, indicano chiaramente che Mussolini sta percorrendo una sua ultima strategia minimale, di carattere “temporizzatore”: egli, in virtù di scottanti e compromettenti documentazioni che porta seco (soprattutto nei riguardi di Churchill, ma anche di Roosevelt) spera di poter contrattare, a piede libero e possibilmente con i resti di un governo sia pure oramai del tutto virtuale e di una scorta armata di militi fascisti (anche questa più che altro simbolica) una “resa” dignitosa per la Nazione e possibilmente la salvezza della vita per quanti parteciparono alla RSI e che sono ora minacciati di imminente mattanza. Della sua persona, come impone a tutti “non fa questione”.

Nel suo allontanarsi, sulla pericolosa sponda occidentale del lago di Como (la via Regina), verso la Valtellina e se il caso verso le frontiere del Reich, egli spera in una novità dell'ultimo momento, magari che i sondaggi in diverse direzioni, attivati nei giorni precedenti, possano dare i loro frutti e quindi si riesca ad avere un “incontro” risolutore atto a far uscire tutti dall'incubo di quelle ore.

Questa sua strategia minimale, come sappiamo, naufragò miseramente, non solo perché gli Alleati non avevano alcuna intenzione di scendere a trattative, avendo invece programmato e pianificato (anche grazie a vari “appoggi” su cui potevano contare fuori e persino dentro la stessa morente RSI e soprattutto nella Curia di Milano) il recupero di quelle documentazioni in altro modo e quindi decisa l'eliminazione sbrigativa del Duce, ma anche per il mancato appoggio di quei comandanti fascisti che non riuscirono a portagli a Menaggio una colonna armata, arrendendosi in Como ad un quasi inesistente CLN locale, ed in ultimo per la defezione tedesca che lo lasciò letteralmente inerme, se non peggio, nelle mani di quattro sparuti partigiani dell'alto Lago.

Andò a finire che nella giornata del 27 aprile, dopo ore di attesa alle porte di Musso, con una lunga formazione di macchine e camion di tedeschi ed italiani, questi ultimi ministri, personalità varie della RSI, alcuni con famigliari al seguito, sparuti militi e qualche gerarca, una settantina circa di persone quasi tutte inadatte al combattimento, Mussolini, che come abbiamo visto non aveva alcuna intenzione di cadere vivo nella mani del nemico, finì per accettare l'offerta degli ufficiali tedeschi che gli proposero di salire su un loro camion, per passare camuffato da tedesco, il blocco stradale, visto che gli accordi presi con i partigiani contemplavano che solo i tedeschi avrebbero potuto defluire verso le loro frontiere.

Il Duce, invece, venne individuato su un camion tedesco, poco più avanti in Dongo, intorno alle 15,30 e quindi catturato.

In tutti questi anni, sebbene non sia stato possibile provare con documenti alla mano, le responsabilità tedesche nella cattura del Duce, che pur un pò tutti sospettano, qualche parola su quegli avvenimenti va spesa.

Se, infatti, si potesse fare chiarezza in quella torbida vicenda, cambierebbero molti aspetti, fino ad oggi tramandatici dalla storiografia resistenziale, che ci descrivono come, un pugno di eroici partigiani della 52 a Brigata Garibaldi “ Luigi Clerici ”, distaccamento “ Puecher”, male armato, ma audace e scaltro, mise nel sacco tedeschi e fascisti.

E', in ogni caso, appurato il tradimento del generale SS Karl Friedrich Otto Wolff che trattò di nascosto da Hitler e dagli italiani la resa delle truppe tedesche in Italia (mettendo in crisi tutto il ripiegamento finale dei fascisti) e del resto recenti ricostruzioni storiche, con una certa fondatezza, hanno messo in evidenza che anche durante l'8 settembre del '43, a tradimento consumato ci fu, da parte delle alte autorità tedesche nel nostro paese, un certo “ scambio ” sottobanco con il Regno d'Italia e forse all'insaputa di Hitler, cosa questa che consentì a Vittorio Emanuale III di svignarsela con facilità sulla via Tiburtina mentre, in cambio, Mussolini fu stranamente dimenticato, da Badoglio, al Gran Sasso.

Molte sono gli indizi che attestano questo, compresivi di fato che mostrano i fellini savoiardi in fuga verso orte, seguiti da attenti motociclisti tedeschi e del resto anche la mancata difesa di Roma, fa sospettare uno scambio di favori sottobanco.

Sembra, infatti che maggiorenti germanici e clan di Casa Reale (mediatore il colonnello delle SS Eugene Dollman che aveva i piedi in più staffe) concordarono in linea di massima e in vista di avvenimenti eccezionali: l'incolumità dei sovrani, corte, generali e governo compresi, in cambio della consegna di Mussolini prigioniero di Badoglio, della cessione al Reich della riserva aurea dello Stato depositata nella Banca d'Italia e la cessione di tutto l'armamento dell'esercito italiano.

Del resto un certo trafficare delle solite “diplomazie sotterranee” avevano anche visto la la trattativa di compra vendita di Villa Wolkonsky in Vaticano, fra tedeschi ed inglesi.

Erano i sotterfugi e le idee brillanti di quell'ala militare e politica teutonica, che ragionava unicamente in termini di economia bellica ed in Germania con il peggioramento delle sorti della guerra tendeva a divenire filo occidentale. Al tempo era impersonata qui da noi da Kesserling, dall'ambasciatore Rahn, ecc. e in Germania da Himmler.

Ma se questo episodio della fuga del Re verso Brindisi nel settembre '43 è ancora avvolto nel mistero (soprattutto perché non si è voluto indagare su una gran messe di particolari a molti noti, visto che la colonna dei generali e savoiardi fuggiaschi, sulla Tiburtina e in Abruzzo, lasciò per un paio di giorni ampie tracce, anche fotografiche, di come se la stava svignando con il beneplacito tedesco) ben noti sono invece i tanti accordi sottobanco che si ebbero durante la guerra civile in varie località tra comandi tedeschi e partigiani, in modo tale che mentre i tedeschi venivano, in linea di massima, ignorati e lasciati indisturbati, gli attentati e gli atti di terrorismo si incentravano principalmente sui fascisti e sui militi della RSI che ne pagarono un altissimo prezzo di sangue.

E' noto poi che moltissime autorità e gerarchie militari germaniche le ritroveremo nel dopoguerra subito inquadrate e sotto copertura dell'OSS americano e funzionali agli interessi occidentali, facendo quindi presupporre un contatto di vecchia data.

Certamente il Duce, riguardo alla possibilità di una resa tedesca in Italia, ne aveva percepito delle avvisaglie, ma non poteva certo immaginare che le trattative avrebbero avuto una tale conclusione repentina e segreta, spiazzando completamente gli italiani. Egli contava, infatti, che in caso di una soluzione positiva, che poteva anche non dispiacergli molto, al dunque gli italiani sarebbero sicuramente stati fatti partecipi delle trattative. Ma non andò così.

Fu quindi un tradimento, quello del raggiunto accordo di resa con gli Alleati (resa che venne poi firmata dai tedeschi qualche giorno dopo, ma nel frattempo cominciarono a ritirarsi nei loro acquartieramenti smettendo di combattere), appreso dai fascisti all' Arcivescovado nel pomeriggio del 25 aprile 1945, un tradimento che se forse poteva restituire moralmente a Mussolini una certa libertà di azione rispetto ai tedeschi, condizionò e pregiudicò ogni possibilità di manovra di sganciamento militare dei fascisti in quelle ore fatali dal 25 al 27 aprile 1945.

Oggi sappiamo che il progetto di resa dei tedeschi, già mediato attraverso la Curia di Milano, ma poi definito con gli Alleati in Svizzera, era molto avanzato ed ebbe una sua accelerazione in conseguenza delle ultime iniziative personali e velleitarie di Himmler, verso gli Alleati.

Come già aveva supposto il tenente Enrico Mariani della Brigata Nera Rodini del comasco, a latere degli accordi di resa con gli Alleati, giocati da Wolff su più tavoli e poi conclusi in Svizzera, subentrò sicuramente un suo impegno per rendere possibile la cattura di Mussolini da parte del CLN. Non può essere diversamente anche se forse si trattò più che altro di lasciare Mussolini inerme in modo che, chi di dovere, lo eliminasse alla svelta.

Non è possibile, infatti, che durante queste lunghe trattative, non si sia parlato della sorte del Duce (sotto protezione tedesca) e delle sia pur limitate forze militari fasciste della RSI.

Karl Friedrich Otto Wolff (1900 – 1984) aveva raggiunto il grado di SS-Obergruppenführer e Generale delle Waffen-SS. Era venuto in Italia nel febbraio del 1943 e divenne poi Governatore Militare e Comandante supremo delle SS e della Polizia nel Nord d'Italia. Al termine della guerra, venne condannato a quattro anni di prigione, ma in realtà vi trascorse una sola settimana. Nel 1962 venne però nuovamente processato per aver preso parte alle deportazioni di ebrei e condannato a quindici anni di prigione; fu rilasciato dopo sei anni per motivi di salute. Dopo la scarcerazione, Wolff continuò a vivere nella Germania Federale rilasciando periodicamente, spesso dietro laute remunerazioni, varie e dubbie testimonianze.

Di lui ci ebbe giustamente a far rilevare il ricercatore storico Franco Morini:

<

Suo intermediario italiano era certo comm. Costa di Bologna il quale, in stretto collegamento con l'aiutante di campo del generale SS, cap. Weissener, agiva all'interno e all'esterno della RSI contattando i partigiani in specie del parmense. Proprio su invito del Costa e del comando SS di Parma, l'esponente della resistenza parmense e poi sindaco di Parma, Primo Savani, intraprese una delicata quanto misteriosa missione a Milano per contattare i vertici del Clnai, verosimilmente per informarli e convincerli delle proposte del generale tedesco.

Per questa sua attività, Savani venne in un primo tempo degradato e poi, a seguito di processo segreto intentatogli dal partito comunista, fu pienamente reintegrato in tutte le sue ex funzioni di alto esponente partigiano. Ancora oggi gli atti concernenti il processo politico subito dal Savani nel 1945, rimangono tassativamente occultati.

In tutti i casi, la predetta ipotesi fa lo stesso presumere che i Tedeschi avessero quanto meno la facoltà di poter isolare fisicamente Mussolini dai tanti fascisti che intendevano seguirlo fino in fondo>>.

E' prevedibile, se non certo, quindi che, in sede di trattative, in qualche modo vennero fatte promesse sul Duce agli Alleati e quindi, successivamente, queste promesse, visto che il 26 e 27 aprile gli Alleati erano ancora lontani da Como, vennero mantenute con le autorità partigiane.

Oltretutto, proprio nelle ultime ore dell'avventura di guerra germanica in Italia, si trovò, sia da parte tedesca che partigiana, conveniente e opportuno tessere tutta una serie di intese per agevolare lo sganciamento dei tedeschi in ritirata verso le frontiere del Reich.

Una consegna diretta di Mussolini agli Alleati o ai partigiani era però da scartare, non volendo il generale tedesco Wolff apparire come un traditore e forse anche per una residua paura di Hitler la cui autorità di governo, seppur chiuso e isolato nel bunker di Berlino, nominalmente continuò fino alle soglie del 30 aprile 1945.

Quindi si trattò, più che di una diretta “ consegna” del Duce, sempre scortato da una dozzina di SS del tenente Fritz Birzer (apparentemente incaricata di proteggerlo o di non farlo fuggire all'estero), di un lasciar fare, di un mollarlo se e quando il caso, e tutto questo avvenne probabilmente dietro una sottile strategia a distanza che parte dal comando tedesco di Cernobbio, dove Wolff nel suo andirivieni con la Svizzera sembra ebbe a passare in quelle ore fatidiche tra il 26 e 27 aprile, e fu eseguita proprio dal tenente Birzer.

C'era probabilmente anche il consiglio di utilizzare il Duce, se il caso, nell'interesse dei tedeschi. E il caso si presentò a Musso quando la colonna di italiani e di tedeschi in transito verso Merano venne fermata dal blocco stradale partigiano.

Toccò così, forse casualmente, ma non è detto, ai sparuti distaccamenti partigiani dislocati tra Como, Domaso e Chiavenna sull'alto Lago, e forse proprio a quel “centro suggeritore e coordinatore” di Villa Camilla a Domaso, frequentato dai partigiani e spie varie del circondario, dove risiede l'avvocato Bruno Puccioni ben introdotto con i tedeschi e amico/inviso di fascisti e partigiani, ai finanzieri della G.d.F., allo strano svizzero Alois Hoffman soprannominato “ mister sterlina ”, e ai quattro gatti della 52 Brigata Garibaldi del distaccamento Puecher , con Bellini delle Stelle, Michele Moretti, Urbano Lazzaro, David Barbieri, ecc., il compito di raccogliere i frutti di quella promessa di consegna del Duce.

Consideriamo allora alcuni elementi alquanto sospetti, quali per esempio:

a) I racconti in buona parte alterati di questo ufficiale Fritz Birzer (Waffen SS) ultima “scorta” assegnata al Duce e quelli oltretutto anche alquanto fantasiosi del Kriminal Polizei bei Duce, tenente Otto Kissnatt (dell'SD e sempre coinvolto nella sorveglianza di Mussolini) che, guarda caso, era sparito da Milano per riapparire poi, ci hanno lasciato scritto i due nelle loro memorie, il pomeriggio del 26 aprile a Gràndola sopra Menaggio (dove Mussolini si era portato momentaneamente). Ma altre attendibili versioni asseriscono che il Kisnatt venne fermato dai partigiani il tardo pomeriggio del 26 aprile e, portato a Domaso, qui non si sa bene cosa disse e che gioco dovette recitare; addirittura sembra, ma non è certo, che poi i partigiani lo portarono a Musso a partecipare alle trattative per il passaggio della colonna tedesca.

b) L'arrivo provvidenziale della colonna tedesca del fantomatico tenente Hans Fallmeyer (su questo nome non c'è alcuna certezza, mai correttamente fornito, venne confuso con persone e ruoli diversi e si indicò anche come Willy Flamminger, ecc. Per di più fu stranamente e ambiguamente tenuto coperto dai tedeschi nel dopoguerra), passata dalla strada Regina, che da Cernobbio si snoda fino a Sorico, con meta la Valtellina e poi Merano. E' vero che il passaggio in ritirata di una formazione tedesca, in quei momenti non era un fatto eccezionale, dobbiamo però considerare che il transito in ritirata di formazioni militari germaniche attraverso la Valtellina era stato da tempo pianificato con i partigiani dal capitano della polizia di frontiera (e oggi ritenuto doppiogiochista ) Joseph Woetterl. Non possiamo quindi non mettere in conto, sia pure come semplice congettura, che – volendo – il comando tedesco di Cernobbio, aveva l'occasione di utilizzare proprio quella colonna, oltretutto senza armi pesanti, per farci aggregare la sparuta e disperata “ colonna di Mussolini” (di cui alcuni membri con mogli e figli al seguito), oltre alla dozzina di SS di Birzer, che erano rimasti impantanati in quel di Menaggio e impossibilitati a muoversi perché privi di scorta armata.

c) Ciò che poi desta ancor più sospetti è il comportamento, sia del tenente Fritz Birzer di scorta al Duce, che del comandante della colonna tedesca della Luftwaffe, questo presunto tenente Hans Fallmeyer. I tedeschi, comunque, fermati a Musso con gli italiani da uno sbarramento stradale, tutto sommato sotto la mira di pochi e male armati partigiani del luogo, anche se trovatisi in posizione strategica negativa, dopo qualche sceneggiata entrarono quasi subito nell'idea di risolvere la situazione, attraverso trattative, nonostante il tempo che giocava a sfavore. Essi non optarono mai, neppure quando videro che i partigiani che si erano avvicinati a parlare la tiravano per le lunghe e non desistevano nel mantenere lo sbarramento, per una logica scelta a forzare il passaggio attraverso il combattimento.

Addirittura, invece, il comandante tedesco, perso già un bel pò di tempo, accetta di recarsi con i capi partigiani, nel frattempo sopraggiunti perché neppure c'erano, al loro sedicente e non vicino comando Divisione di Chiavenna per trattare il passaggio della colonna. E questo nonostante gli venga fatto presente che ci vorranno non meno di tre ore. Anzi chiede lui stesso di andare con loro per trattare direttamente con il comando partigiano.

Quindi, tranquillo, parte con una camionetta con costoro, sta via alcune ore (che è difficile, sia quantificare che dettagliare esattamente in quel che accadde e con chi si incontrò, perché tutti i resoconti sono contraddittori, romanzati o reticenti).

Ma neppure arrivò fino a Chiavenna, perché venne parcheggiato in attesa al presidio partigiano della Vedescia poco distante, in custodia del mezzo svizzero Hoffman. Quindi al ritorno degli altri partigiani, dimentico che aveva chiesto di essere presente alla trattativa, accetta le condizioni postegli e si accorda per far passare solo i tedeschi perché “ convinto” che non ci sia altro da fare in quanto la strada è minata e presidiata da ingenti forze partigiane;

d) Ed infine ecco il gran finale, con Mussolini invitato, proprio dai tedeschi, a salire su di un loro camion per passare, camuffato da tedesco , un concordato controllo partigiano e poi, una volta scoperto su quel camion (o fatto scoprire!), viene immediatamente scaricato nella più completa indifferenza, senza che il “ mastino” Birzer muova un dito (e neppure aveva precedentemente tentato di impedire i controlli ossessivi e meticolosi sui camion), mentre fino a poco prima il Duce era sotto la sua tutela, ossessiva ed esagitata. Una tutela ossessiva, dicesi in ottemperanza agli ordini di Hitler per la guardia al Duce, ma che in effetti non si accorda con il fatto che Wolff avendo trattato la resa con gli Alleati e quindi praticamente tradito il Führer, perché avrebbe dovuto osservare meticolosamente proprio questa “tutela” in quelle ore finali?

Quindi delle due l'una:

- o il comandante tedesco, per passare, si era accordato per un generico controllo dei documenti, ed allora non è credibile che a Dongo poi i partigiani siano saliti sui camion toccando e spogliando i soldati tedeschi alla ricerca di italiani (i partigiani della 52 a Brigata erano poche decine, più curiosi e elementi dei luoghi circostanti, arrivati all'ultim'ora e pronti a scappare al primo echeggiare di uno sparo) quindi in questo caso, il Duce è stato segnalato!;

- oppure erano stati concordati e previsti accurati controlli ed allora si fece salire Mussolini sul camion ben sapendo che lo avrebbero scoperto!

Nel testo base della letteratura resistenziale: “ Dongo 28 aprile La verità”, Ed. Actac Como 1997, Giusto Perretta riprendendo i ricordi di Michele Moretti che ridimensionano alquanto i meriti che si era attribuito Urbano Lazzaro Bill, nella cattura del Duce, scrive chiaramente che uno dei soldati tedeschi ebbe ad indicare il camion che portava Mussolini, del resto già in qualche modo individuato. E' anche questa una mezza verità, ma non tutta.

Quello che lascia veramente a pensare è il fatto che nessuno dei tedeschi che si trovava sul camion con Mussolini, non intese mai rilasciare interveste, neppure in quegli anni '50 quando cronisti e non solo italiani, scatenati a caccia di scoop giornalistici erano disposti a pagare cifre rilevanti per qualche indiscrezione. Solo negli anni '80 il fantomatico Fallmeyer o Flamminger diede qualche notizia di sè, oltretutto molto reticente, allo scrittore tedesco Erich Kuby autore del libro “ Il tradimento tedesco” Rizzoli 1983.

http://www.corrierecaraibi.com/FIRME_MBarozzi_100917_Il-ruolo-dei-tedeschi-nella-cattura-del-Duce.htm


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