martedì 30 giugno 2009

Arte, cultura e scienza e l’istruzione pubblica

Testo di Giuseppe Ressa
Editing e immagini a cura di Alfonso Grasso


Nel Settecento, sotto l’impulso dei sovrani meridionali che ne incentivarono fattivamente lo sviluppo, si assistette alla rinascita culturale delle Due Sicilie; il rigoglioso fiorire di studi filosofici, giuridici e scientifici si fregiò di illustri personalità le cui opere furono tradotte in diverse lingue, solo per citarne alcuni ricordiamo: Giovanbattista Vico, considerato una delle più grandi menti di tutti i tempi, Gaetano Filangieri, la cui “Scienza della legislazione” era tenuta sulla sua scrivania da Napoleone Bonaparte che non esitò a dichiarare “Questo giovane è stato il maestro di tutti noi” [1]; Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani, Giacomo Della Porta, Pietro Giannone, Mario Pagano.

Napoli era il centro di pensiero più vivace d’Italia e in Europa era seconda solo a Parigi per la diffusione delle idee dell’Illuminismo; lo splendore della Corte e della società napoletana era proverbiale ed erano poli di attrazione per le più importanti menti dell’epoca che spesso vi rimanevano a lungo; geni assoluti come Goethe riconobbero nelle classi elevate meridionali una preparazione non comune. Ebbe a dire Stendhal: “Napoli è l’unica capitale d’Italia, tutte le altre grandi città sono delle Lione rafforzate“; era di gran lunga la più grande d’Italia e tra le prime quattro d’Europa, fu definita come: "la città più allegra del mondo, scintillante di carrozze, quasi non riesco a distinguerla da Broadway, la vera libertà consiste nell’essere liberi dagli affanni ed il popolo pare veramente aver concluso un armistizio con l’ansia e suoi derivati” [2].

Il Regno vantava quattro università: quella di Napoli, fondata da Federico II nel 1224, quelle di Messina e Catania, rinnovate dai Borbone e la neonata università di Palermo; a Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870; al tempo della nascita dello Stato italiano, il numero degli studenti meridionali era maggiore di quello di tutte le università italiane messe assieme (9 mila su complessivi 16mila).

A Napoli furono istituite la Prima cattedra universitaria al mondo di Economia Politica con Antonio Genovesi (1754), “Napoletana fu la prima clinica ortopedica d’Italia prima dell’unità, napoletani furono i migliori ospedali militari che potesse vantare l’Europa; napoletano fu quell’atto rivoluzionario nella storia della psichiatria, che vide, per la prima volta in Europa, togliere nell’ospedale psichiatrico di Aversa, i ceppi ai dementi” [3]; notevole era l’Orto botanico che forniva le erbe mediche alla Facoltà di Medicina; nella facoltà di Giurisprudenza nacquero l‘Istituto della Motivazione delle Sentenze (Gaetano Filangieri, 1774), il primo Codice Marittimo Italiano ed il primo Codice Militare. I giornali milanesi erano ancora fogli di provincia, mentre quelli napoletani facevano e disfacevano i governi; le case editrici napoletane pubblicavano il 55% di tutti libri editi in Italia [4]; il Real Ufficio Topografico dell’Esercito realizzò delle accuratissime carte topografiche sia marittime che terrestri.

Fu fondato l’Osservatorio Sismologico Vesuviano (1° nel mondo), realizzato dal fisico Macedonio Melloni e sviluppato da Luigi Palmieri con annessa stazione meteorologica. Palermo divenne famosa per la presenza dell’astronomo Giuseppe Piazzi (curatore dell’Osservatorio astronomico fondato nel 1801 e scopritore del primo asteroide battezzato “Cerere Ferdinandea“), per il suo Orto Botanico e per la nascita, ad opera del Barone Pisani e sotto il patrocinio dei Borbone, del primo manicomio in Europa, “La real casa dei Matti” dove i malati di mente erano separati dagli altri degenti e erano trattati umanamente e non più segregati come bestie furiose.

Furono aperte: Biblioteche, Accademie Culturali (la più famosa l’Ercolanense, fondata nel 1755), il Gabinetto di Fisica del Re ed erano organizzati frequenti Congressi Scientifici.

Per quanto riguarda la musica: “Fino al settecento l’Italia era vista da tutti i musicisti europei con un particolare atteggiamento di rispetto, in Italia, nel Seicento, era nata l’opera che nel corso degli anni aveva conquistato tutti i più grandi teatri; operisti italiani componevano presso tutte le corti d’Europa e gli stessi musicisti stranieri scrivevano opere in lingua italiana, tanto si identificava allora il melodramma col paese che ne era stato la culla. Non molto diversa era la situazione per la musica strumentale, i conservatori e le accademie italiane erano i più celebri in assoluto e un musicista non poteva affermare di possedere una preparazione completa senza aver compiuto un viaggio d’istruzione in Italia …la penisola era considerata quasi una terra promessa per ogni compositore”[5] e Napoli era considerata la Regina mondiale dell’Opera.

Basta ricordare che il teatro San Carlo è il più antico teatro lirico d'Europa, fu inaugurato il 4.11.1737 dopo soli 8 mesi dall'inizio della sua costruzione, ben 41 anni prima del teatro della Scala di Milano e 51 anni prima della Fenice di Venezia; non ha mai sospeso le sue stagioni, tranne che nel biennio 1874-76, a causa della grave recessione economica di quegli anni e conseguente sospensione dei contributi , ma siamo già nel regno d'Italia. Subì un grave incendio nel 1816 e fu ricostruito in soli dieci mesi. Anche se non tutti i re Borbone amavano la lirica furono senz’altro dei grandi mecenate tanto che il teatro San Carlo attrasse l'attenzione di tutta la società colta europea, colpita dalla creatività della Scuola musicale napoletana, sia nel campo dell'opera buffa che di quella seria, basti ricordare i nomi di: Alessandro Scarlatti, Nicolò Porpora, G.Battista Pergolesi, Nicola Piccinni, Saverio Mercadante, Domenico Cimarosa, Enrico Petrella, Giovanni Paisiello (autore quest’ultimo, nel 1787, su commissione di Ferdinando IV, dell’ “Inno Nazionale delle Due Sicilie”); tra i grandi compositori italiani basta ricordare la triade Rossini-Bellini-Donizetti che fiorì nel Conservatorio di Napoli; la città partenopea era guardata come culmine della loro carriera musicisti del livello di Bach e Gluck. Il teatro S.Carlo divide con la Scala di Milano il primato della più antica scuola di ballo italiana, mentre è nel 1816 che vi nasce la scuola di scenografia diretta da Antonio Niccolini. "Vuoi tu sapere se qualche scintilla di vero fuoco brucia in te? Corri, vola a Napoli ad ascoltare i capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolesi. Se i tuoi occhi si inumidiranno di lacrime, se sentirai soffocarti dall'emozione, non frenare i palpiti del tuo cuore: prendi il Metastasio e mettiti al lavoro il suo genio illuminerà il tuo" [6]. Teatri lirici erano presenti nelle altre parti del regno, solo la Calabria ne aveva quattro. I conservatori musicali (quello di S. Pietro a Majella era considerato il più prestigioso del mondo), l’Accademia Filarmonica e la Scuola Musicale Napoletana erano i massimi riferimenti per gli artisti dell’epoca; la Canzone Napoletana a Piedigrotta (“Te voglio bene assaje”, “Luisella”, “Santa Lucia”, “Tarantella”) si diffuse in tutto il mondo.

A Napoli, ogni sera, erano aperti una quindicina di teatri [che erano diffusi anche nelle altre parti del regno] mentre a Milano non tutte le sere c’era un teatro aperto [7].

I lavoratori del mondo dello spettacolo erano tutelati anche dal punto di vista previdenziale “Gli interventi a tutela dei lavoratori dello spettacolo risalgono, anche se erogati in forma ridotta e frammentaria, a periodi molto lontani. Già nel 1821, con un Regolamento approvato dal Real Rescritto fu istituita a Napoli, nel Regno delle due Sicilie, una Cassa delle pensioni e sovvenzioni dei professori giubilati addetti ai reali teatri. Le entrate della Cassa derivavano da contribuzioni versate dal personale, dai proventi delle multe ad essi inflitte, da sovvenzioni dello Stato e dall'incasso di due serate di beneficio del Real Teatro San Carlo. Le prestazioni erogate dalla Cassa consistevano in un trattamento di giubilazione (pensione) anche reversibile alle vedove dei dipendenti, in sovvenzioni una tantum alle famiglie dei dipendenti deceduti prima di aver maturato l'anzianità minima richiesta per l'accesso al trattamento di giubilazione, in sovvenzioni agli artisti divenuti inabili prima di avere maturato dieci anni di servizio e, infine, nell'assistenza medica gratuita”[8].

Molto vivace era anche il mondo dell’arte: Napoli pullulava di pittori, scultori, studenti d’arte, la Corte giocava il ruolo di mecenate, commissionando opere e sovvenzionando mostre; ricordiamo: la Scuola pittorica di Posillipo (Gigante, Smargiassi, Vianelli, Fergola, Palizzi), le formidabili testimonianze architettoniche come i Palazzi reali (Reggia di Napoli, Portici e Caserta; Palazzina Cinese e Ficuzza a Palermo), il Casino del Fusaro, l’acquedotto Carolino, la masseria il Carditello, S. Leucio.

Grande l’interesse per l’archeologia con l’avvio degli scavi di Ercolano e Pompei, iniziati nel 1738 per volere del primo re Borbone Carlo III, dopo un ritrovamento durante i lavori di restauro di una cisterna di un casale, “Da due secoli intorno al nome di Ercolano e Pompei (scoperta nel 1748) è prosperato un mito che sedusse contemporanei e quanti altri, nel prosieguo del tempo, si spinsero all’ombra dello “sterminator Vesuvio”….si può ben dire che la scoperta di Ercolano e Pompei non si limitò a rivoluzionare l’archeologia e la storia del mondo antico, ma segnò in modo indelebile anche la civiltà europea. Non ci fu intellettuale, erudito, scrittore o artista che non sentisse il fascino di quel che stava rendendo al mondo il ventre del Vesuvio…De Brosses, Goethe, Melville, Mark Twain… fu una vera e propria frenesia… da quel fuoco nacque nell’Europa dei Lumi quella che si indica come civiltà neoclassica: così come la scoperta dalla Domus Aurea era nato il Rinascimento……le vestigia che venivano alla luce vennero sistemate alla meglio nella nuova Villa Reale di Portici e più tardi trasferite, in solenne corteo, a Napoli nel Museo Archeologico”[9] (oggi Museo Nazionale); fu istituita l’Officina dei Papiri, un laboratorio che si occupava del recupero e restauro dei reperti provenienti dagli scavi d’Ercolano “. Re Carlo III già nel 1755 aveva emanato un bando in cui si prescriveva la tutela del patrimonio artistico delle Due Sicilie che prevedeva anche pene detentive per chi esportava o vendeva materiale d’epoca; esso fu rinnovato da Ferdinando I nel 1766, nel 1769 e nel 1822; nel 1839 Ferdinando II nominava una “Commissione di Antichità e Belle Arti” per la tutela e la conservazione dei beni. [10]

Di segno opposto, rispetto ai fasti dell’arte, della scienza e della cultura di grado superiore, era la situazione riguardo l’istruzione di massa. C’è da dire che, all’epoca, la sua utilità non era condivisa da tutti, anzi, era molto forte la corrente di pensiero che la negava; molteplici, poi, sono i fattori di cui dobbiamo tener conto per farci un giudizio obiettivo circa la scarsa alfabetizzazione nel regno delle Due Sicilie.

Semplificando, possiamo considerare tre aspetti:

1) Nella realtà economico sociale del tempo prevaleva l’agricoltura e la classe dei contadini, i quali vedevano nella loro numerosa prole più delle “braccia da lavoro” che dei potenziali studenti; anche le nascenti attività industriali, commerciali e artigianali non necessariamente richiedevano mano d’opera alfabetizzata.

2) Il ceto intellettuale meridionale e anche quello borghese erano decisamente contrari all’istruzione di massa e questo convincimento veniva espresso anche da parte dei loro rappresentanti più riformisti, essi rilevavano che “le popolazioni non devono essere composte tutte da scienziati, altrimenti le arti di prima necessità non verrebbero in alcun guisa esercitate e mancherebbe quella diversità di mestieri, e di professioni, che unisce gli uomini col vincolo dè comuni bisogni, e costituisce l’ordine della società” [11]

3) La parte politica più reazionaria guardava con sospetto l’allargamento della base di cittadini istruiti e consapevoli, temendo sconvolgimenti dell’ordine costituito.

Comunque sia, nel regno delle Due Sicilie già dal 1768, molto prima quindi della Rivoluzione Francese, re Ferdinando stabilì che ci fosse una scuola gratuita per ogni comune del regno aperta ad entrambi i sessi, impose anche che le case religiose tenessero scuole, anch’esse gratuite, per i bambini. Nel 1818 la Commissione Suprema della Pubblica Istruzione confermò l’istituzione della scuola primaria gratuita il cui onere veniva demandato ai singoli comuni. Queste lodevoli iniziative del potere centrale si scontrarono, nella realtà, con l’incuria degli enti locali, per cui, quando c’era da risparmiare sul bilancio comunale, spesso le prime spese che subivano dei tagli erano quelle per l’istruzione obbligatoria; colpevolmente scarso era il controllo su queste manchevolezze, da parte dell’intendente (una specie di governatore locale).

In questo modo, il 10 giugno 1861, il letterato Luigi Settembrini, portava a conoscenza i risultati di una sua indagine nella quale si rilevava che “Su 3094 comuni e borgate obbligate dalle leggi borboniche a provvedere all’istruzione popolare, ben 1084 mancavano di ogni insegnamento, 920 mancavano di scuola femminile, 21 della maschile, così solo 999 erano i comuni e borgate in regola con la legge. Gli alunni, maschi e femmine, erano appena 67.431”. Sul totale della popolazione solo il 10% era alfabetizzata, questo dato era il peggiore di tutti gli stati preunitari.

La scuola elementare era divisa in due corsi di due anni ciascuno, nel primo si imparava a leggere, scrivere e a svolgere le quattro operazioni aritmetiche, nel secondo (che era facoltativo) si leggevano dei testi semplici e si sviluppavano le nozioni di matematica; l’ordine degli studi prevedeva, poi, la scuola di secondo grado (l’odierna scuola media), una di terzo grado (l’attuale liceo: ne esistevano 14, nel 1859, in tutto il regno, con 233 cattedre) e, infine, una di quarto grado che equivaleva all’Università.

Per quanto riguarda il personale docente delle scuole elementari c’è da rilevare che il livello dello stipendio non solo era molto basso ma variava da luogo a luogo; a Napoli il compenso annuale di un muratore, uguale a quello di un fabbro o di un falegname, si aggirava attorno ai 100 ducati, mentre quello dei maestri era meno di 60; facendo opportuni calcoli basati sulle necessità di mantenimento di una famiglia di cinque persone e cioè “un fuoco” (era così chiamato un nucleo famigliare medio), pur considerando il bassissimo costo della vita nel meridione d’Italia, un insegnante poteva a malapena arrivare a sostenere la famiglia per metà dell’anno. Per questi motivi i docenti erano costretti ad arrotondare il misero stipendio statale con l’insegnamento privato (che rimase diffusissimo nelle classi abbienti delle Due Sicilie) o addirittura con i mestieri più disparati. Non vi è dubbio che questo confermava la scarsa considerazione in cui era tenuta la figura del maestro (questa cattiva abitudine proseguirà in tutto l’Ottocento e, secondo alcuni, fino ai giorni nostri). In verità la prassi di retribuire poco i docenti era molto diffusa, e persino l’Austria, che spendeva per l’istruzione più di tutti gli stati europei, assegnava ad un insegnante uno stipendio pari a quello di un bracciante agricolo, equivalente addirittura a un terzo di quello di un impiegato pubblico.

Dobbiamo, poi, rimarcare il processo di progressiva clericalizzazione dell’insegnamento per cui si passò da uno essenzialmente laico del Settecento, sottratto ai gesuiti che furono espulsi dal regno nel 1767, ad uno che trovò la sua massima espressione nel decreto del 1849 che delegava agli arcivescovi e i vescovi i compiti di ispettorato scolastico delle scuole di ogni ordine e grado, l’opera educativa veniva così subordinata all’obiettivo di diffondere il catechismo e difendere la dottrina cristiana. Ferdinando II, nelle sue intenzioni, voleva riproporre, in pieno Ottocento, un’alleanza tra il trono e l’altare, per cui se un’alfabetizzazione ci doveva pur essere, si dessero le sue redini alla Chiesa che poteva così esercitare un controllo sulla coscienza delle masse, con l’obiettivo di consolidare l’ordine costituito.Il clero, comunque, si adoperò per aprire anche scuole serali e festive per i figli dei contadini e degli artigiani che non potevano frequentare la scuola pubblica nei giorni feriali; alcuni videro addirittura un vantaggio in questa clericalizzazione della scuola, a causa del risparmio che così si otteneva per le casse dello Stato.

C’è, infine, da sottolineare il controllo politico che si esercitava sugli studenti universitari, che erano quelli potenzialmente più in grado di suscitare torbidi rivoluzionari; la loro frequenza agli studi non era scoraggiata tanto dal livello delle tasse, relativamente basso per l’epoca, o dal controllo clericale sull’insegnamento e sulla disciplina, quanto dalla sorveglianza poliziesca.

Il real scritto del 5 marzo 1856 prescriveva che “Ogni studente nei quindici giorni del suo arrivo a Napoli dovesse presentarsi a una speciale commissione di vigilanza per dichiarare il suo nome, la patria, l’età, gli studi, l’abilità, la congregazione di spirito a cui egli era ascritto e così via. Gli studenti delle provincie, poi, erano divisi per quartiere e sorvegliati dai parrochi, dà commissari di polizia, da ispettori della pubblica istruzione e tutti costoro dovevano informare se lo studente coabitasse con altri suoi compagni, quali case fosse solito frequentare, e prender nota dei libri che egli leggeva e dell’ora in cui rincasava” [12].

Giuseppe Ressa


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[1] Cesare Bertoletti, Il Risorgimento visto dall’ altra sponda, Berisio, 1967, pag. 16

[2] Hermann Melville, Napoli al tempo di re Bomba, Princeton, 1855 riportato da Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli, Giunti, 1997

[3] Domenico Capecelatro Gaudioso, Retroscena e responsabilità nell’attentato a Ferdinando II di Borbone, Del Delfino,1975

[4] Da “Fora“ di Nicola Zitara, rivista elettronica pubblicata nel sito www.duesicilie.org

[5] Giovanni Caruselli, “Mozart in Italia”, Diakronia, 1991

[6] J. J. Rousseau: Dictionnaire de Musique. Voce: génie.

[7] Nicola Zitara, op. cit.

[8] dal sito internet E.N.P.A.L.S.

[9] Cesare de Seta in AD, giugno 2003, ed. Condè Nast

[10] da una lezione di Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, all’Università di Cosenza; riportata da “Il Sole 24 Ore” del 19 gennaio 2003, pag. 25

[11] Rapporto del 1817 di Matteo Gualdi, citato in G.Vigo, Istruzione e sviluppo economico in Italia nel secolo XIX, ILTE, Torino,1971, pag.92

[12] A.Zazo, L’ultimo periodo borbonico, in AA:VV:, Storia dell’Università di Napoli, Ricciardi, Napoli,1924, pag.583


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